Per un anno Beppe Sala e compagni hanno fatto credere all’opinione pubblica, ma anche al Parlamento, che l’approvazione della legge Salva Milano, quella che doveva fermare le inchieste della magistratura sugli abusi edilizi nel capoluogo lombardo, fosse necessaria per consentire un’interpretazione «autentica» delle norme in materia urbanistica. Secondo questa tesi, costruire grattacieli e palazzi alti 80 metri senza autorizzazione comunale - e senza pagare gli oneri di urbanizzazione - non rappresentava una violazione delle regole, punita dal Codice penale con due anni di carcere, ma era semplicemente una possibilità consentita dalla legge. E l’interpretazione - sbagliata - data dai pm andava corretta da un’apposita legge, la Salva Milano. Ma l’ordinanza di custodia cautelare con cui la Procura ha disposto l’arresto dell’ex dirigente dell’ufficio urbanistica del Comune ha strappato il velo di ipocrisia con cui fino a ieri si è parlato di questa faccenda, rottamando una proposta di legge che non serviva a fare chiarezza sulle norme in vigore, già sufficientemente chiare, ma era necessaria per salvare funzionari e imprenditori dalle accuse, mettendo una pietra tombale sull’inchiesta per decine e forse centinaia di abusi, con un danno enorme alle casse pubbliche.
Infatti, è sufficiente leggere la trascrizione delle conversazioni fra alcuni dei protagonisti di questa storia per rendersi conto che dirigenti, architetti e costruttori erano perfettamente a conoscenza dell’anomalia milanese e sapevano che quei condomini tirati su con una semplice comunicazione di inizio lavori, al posto di una regolare concessione edilizia, non erano nella norma. Le frasi tra il presidente della commissione Paesaggio, Marco Prusicki, e il presidente dell’Istituto nazionale di urbanistica sezione Lombardia, Marco Daniele Engel, sono illuminanti. I due, al telefono, parlano delle torri sorte al posto di due capannoni (edifici di uno e due piani trasformati in palazzi di 16 e 23 piani, al limitare di un parco, con un indice di densità edilizia triplo di quello previsto senza sborsare un euro di oneri di urbanizzazione). Il secondo, ovvero Engel, dice al primo: «Che cazzo… è una roba che grida vendetta! Obiettivamente… cioè, come è possibile? Abbiamo distorto la norma in maniera che un intervento di questa dimensione possa essere un intervento di ristrutturazione con Scia e atto d’obbligo… Abbiamo sbagliato. È chiaro che se un magistrato vede una roba così dice: ma non è possibile. Come fai a spiegarglielo? O meglio: come fai a convincerlo?». Prusicki, a questo punto, dice che è tutta una questione di significato delle parole, «come sta succedendo per quanto riguarda i Paesi sicuri».
Cioè, basta intendersi: dire che una ristrutturazione può essere anche una demolizione di un garage alto due piani per poi costruire un grattacielo di 23. Solo una faccenda semantica, che richiede un’interpretazione autentica, come diceva Sala fino all’altroieri? Macché. Sentite che cosa sosteneva Engel, l’architetto alla guida dell’Istituto nazionale di urbanistica, sezione lombarda: «È successo solo a Milano. Io ho provato a chiedere in giro a quelli che conosco… e nessuno si sarebbe fidato, ma neanche con il permesso di costruire, a lasciar fare le torri di Crescenzago». E subito dopo, dalla conversazione fra i due, si capisce che la norma che avrebbe dovuto regolarizzare gli abusi non serviva al Paese, come pure ci è stato detto e ridetto, ma soltanto a Milano e alle persone coinvolte nell’inchiesta. Engel, infatti, spiega che solo il capoluogo lombardo si sentiva tanto forte da poter ignorare le norme e dire «chi se ne fotte», state tranquilli, va tutto bene, abbiamo sempre fatto così. «Rappresenta perfettamente l’idea che avevano in testa i comunali milanesi e, quindi, la fragilità di chi sostiene che è tutto giusto. Probabilmente non c’è un’altra città in Italia, non in Lombardia. Io ho fatto quattro telefonate in giro, Bergamo, Brescia, Pavia e potrei andare avanti con tutti i capoluoghi di Provincia, ma è chiaro che non è successo in nessun altro luogo della Lombardia. È successo altrove in Italia? Ne dubito fortemente».
E nelle carte si scopre anche altro, ovvero che perfino Giovanni Oggioni, arrestato l’altro ieri, alla lettura della lettera con cui la Corte dei conti contesta ai funzionari comunali la perdita di gettito per le casse comunali (per aver consentito che le nuove costruzioni fossero qualificate come ristrutturazioni) dice che la missiva dei magistrati contabili è inattaccabile, per il rigore logico delle valutazioni. «Per questo motivo ci vuole subito una norma di interpretazione autentica, il solo rimedio che li possa salvare». Sala e compagni, in sostanza, stavano per far approvare una legge che non solo premiava gli abusi, ma danneggiava il Comune, salvando funzionari e costruttori dalle accuse. E non hanno nemmeno il coraggio di chiedere scusa e ammettere le porcate.