Quando vuole l’amministrazione corre veloce, ma solo per dire no. L’esposto presentato dai legali della «famiglia nel bosco» contro l’assistente sociale Veruska D’Angelo incaricata dal tribunale per i minorenni dell’Aquila di seguire il nucleo familiare, è stato respinto dopo appena cinque giorni dall’Ente di ambito sociale che coordina i servizi nel Vastese.
Secondo Marco Femminella e Danila Solinas, gli avvocati dei Trevallion che avevano depositato la segnalazione all’Ordine professionale degli assistenti sociali e all’Ente regionale competente per il servizio del Comune di Palmoli, in provincia di Chieti, «la professionista non avrebbe mantenuto la necessaria equidistanza richiesta dal ruolo, mostrando un atteggiamento pregiudizievole nei confronti della famiglia, soprattutto nella fase successiva al trasferimento dei bambini deciso dall’autorità giudiziaria», lo scorso 20 novembre.
Contestazione rispedita al mittente in tempi record e con poche righe di motivazione: «Non ravvisiamo le contestazioni avanzate, l’operato dell’assistente sociale è stato corretto in ogni sua forma», hanno scritto i funzionari dell’Ente d’ambito sociale di Monteodorisio, organismo sovracomunale che gestisce i servizi sociali su più territori. Manca ancora la risposta dell’Ordine professionale degli assistenti sociali, ma la valutazione amministrativa, non giudiziaria, è già un pessimo segnale.
Nel documento del 29 gennaio, i legali di Nathan Trevallion e Catherine Birmingham contestavano anche la limitatezza dei contatti tra D’Angelo, i genitori e i minori. L’assistente sociale si sarebbe mostrata «ostile» e «avrebbe interpretato le proprie mansioni con negligenza», rilasciando pure eccessive interviste. «Un’esposizione che rischierebbe di minare la neutralità e la riservatezza che l’incarico imporrebbe», evidenziavano gli avvocati.
Per l’Ente, invece, non sarà avviata alcuna azione disciplinare, D’Angelo continua nel suo lavoro senza cambiamenti. Nell’ultima relazione che ha redatto assieme agli operatori della casa famiglia a Vasto conferma che la madre dei bambini è «oppositiva e riluttante a condividere regole diverse dalle proprie». I conflitti con Catherine proseguono, rendendo ancora più complicata la situazione. Eppure, gli specialisti della Neuropsichiatria infantile della Asl Lanciano Vasto Chieti si sono espressi favorevolmente al rientro in famiglia dei minori.
Nella relazione, firmata da un’équipe multidisciplinare, i medici scrivono: «È indispensabile favorire e ripristinare una consuetudine affettiva, attraverso la garanzia di continuità dei legami familiari, al fine di estinguere i comportamenti di disagio evidenziati dai bambini, nell’ottica di una necessaria condivisione con la famiglia degli obiettivi didattici, di adattamento alla collettività tra pari e di scelte per il benessere dei minori».
Il documento bene evidenzia come la separazione stia producendo più danni che benefici, quando invece è dimostrata la capacità genitoriale dei Trevallion: «L’interazione con i genitori risulta validata e questi rappresentano per loro un valido riferimento emotivo».
Anche l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, Marina Terragni, ha espresso preoccupazione per la salute psicologica ed emotiva dei tre bambini ospiti da oltre due mesi nella casa famiglia di Vasto e provati dal trauma dell’allontanamento e della rottura del nucleo familiare. «La perizia indipendente realizzata dall’équipe di psichiatri della Asl Lanciano Vasto Chieti conferma, infatti, lo stato di disagio e sofferenza dei minori segnalato dalla madre Catherine Trevallion», dichiara Terragni.
L’auspicio del Garante, «è che in sede giudiziaria si tenga nel debito conto questa valutazione, conformando anche i tempi del procedimento al superiore diritto alla salute psicologica dei tre bambini». Terragni sottolinea come il caso di Palmoli non sia «l’unico né probabilmente quello maggiormente problematico tra i molti casi di allontanamento di minori che vengono portati ogni giorno alla nostra attenzione, ma ha il merito di avere acceso i riflettori su un sistema che necessita riflessione e anche cambiamenti, laddove necessari».
La sua conclusione è che «al momento basterebbe fare riferimento alla normativa vigente, cosa che purtroppo non sempre avviene. Proprio per questo scopo abbiamo voluto fare il punto con il nostro recente documento Prelevamento dei minori. Facciamo il punto, dedicato al tema». Sui tempi lunghi è intervenuto il sindaco di Palmoli, Giuseppe Masciulli. «I bambini sono nella casa protetta dal 20 novembre. Vogliamo capire se ci sono stati progressi. I cittadini hanno il diritto di sapere», ha detto. Per il Comune, è anche una spesa gravosa considerato che il collocamento costa 244 euro al giorno.
Intanto è cambiata la guida del Tribunale per i minorenni dell’Aquila. Il Consiglio superiore della magistratura ha nominato come nuovo presidente Nicoletta Orlando, ex deputata del Pci-Pds. Sostituirà Cecilia Angrisano, che aveva firmato l’ordinanza dell’11 novembre con cui era stata sospesa la responsabilità genitoriale alla coppia disponendo il trasferimento dei bambini a Vasto.
Ieri è arrivata la sorella psicologa di Catherine che si augura una soluzione positiva, anche un possibile rientro in Australia.
Sul pacchetto Sicurezza ci sono ancora dubbi e certezze, a poche ore dal Consiglio dei ministri che oggi dovrebbe varare le nuove norme elaborate dal ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, che si compongono di un decreto legge e un disegno di legge.
Partiamo dalle certezze: ok alla stretta sul possesso di armi da taglio e pure a una sorta di blocco navale. In particolare, si prevede il divieto temporaneo, di durata non superiore a 30 giorni, prorogabile fino a sei mesi, di ingresso nelle acque territoriali italiane per specifiche imbarcazioni che rappresentino una minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale. Il blocco può scattare in presenza di un rischio concreto di atti di terrorismo o di infiltrazione di terroristi sul territorio nazionale, o di una pressione migratoria eccezionale, che possa compromettere la gestione sicura dei confini, o di emergenze sanitarie di rilevanza internazionale, oppure ancora di eventi internazionali di alto livello che richiedano l’adozione di misure straordinarie di sicurezza. I migranti eventualmente a bordo di imbarcazioni sottoposte a questa interdizione e quindi bloccate al limite delle acque territoriali potranno essere accompagnati anche in Paesi terzi, diversi da quello di appartenenza o provenienza, con i quali l’Italia ha stipulato appositi accordi o intese che ne prevedono l’assistenza, l’accoglienza o il trattenimento in strutture dedicate. La misura potrebbe essere applicata anche a imbarcazioni delle Ong, oltre naturalmente a quelle che fanno capo ai trafficanti di uomini.
Veniamo ai punti di discussione tra governo e Quirinale. Ieri il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, è stato ricevuto dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. A quanto apprende la Verità da fonti parlamentari, sono due i punti sui quali il Colle avrebbe manifestato perplessità: lo «scudo penale» per le forze dell’ordine e il fermo preventivo per impedire la partecipazione di personaggi potenzialmente pericolosi, in quanto già noti alle forze dell’ordine o con precedenti specifici, alle manifestazioni di piazza. Lo «scudo», ricordiamolo, eviterebbe l’iscrizione automatica nel registro degli indagati nei casi di «evidente» legittima difesa. Secondo il Quirinale, questo tipo di norma non può essere riservata solo alle forze dell’ordine, perché la Costituzione prevede l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge. La soluzione? Estenderlo a tutti: anche, ad esempio, a un commerciante che si vede puntata una pistola in faccia e reagisce sparando al rapinatore.
Passiamo al fermo preventivo di 12 ore per le manifestazioni di piazza. In sostanza, il governo ipotizza una norma che obblighi chiunque è sospettato di poter creare disordini in una manifestazione a restare in questura 12 ore per non poter partecipare all’evento. Il problema però non è solo il diritto alla manifestazione, garantito dalla Costituzione, ma la ratio stessa del provvedimento: come si può tenere in questura un libero cittadino, peraltro per un’intera giornata, solo per il «sospetto» che possa creare disordini? A Mantovano è stato fatto notare che occorre almeno qualche elemento fattuale, come ad esempio il possesso di un passamontagna, di una tuta da black bloc, di un bastone o un’arma, per far scattare il fermo, che dovrebbe essere comunque comunicato a un magistrato. Anche le 12 ore di fermo appaiono troppe. Alcuni osservatori continuano a fare l’esempio del Daspo con obbligo di firma, più duro del semplice Daspo, un provvedimento amministrativo emesso dal questore e poi convalidato dal gip che impedisce a chi si è reso protagonista di scontri o tafferugli di entrare allo stadio. I tifosi colpiti da Daspo con obbligo di firma però non vengono sottoposti a fermo preventivo, ma hanno l’obbligo di presentarsi in questura a firmare durante l’orario della partitaa, per essere certi che non cerchino comunque di entrare. Il problema è che lo stadio è un luogo chiuso, l’accesso prevede l’acquisto di un biglietto, mentre le manifestazioni pubbliche si svolgono in luoghi aperti. Riuscirà Mantovano a convincere Giorgia Meloni ad apportare questi correttivi, o si andrà allo scontro? Ieri sera Piantedosi è sembrato conciliante: «Abbiamo fatto un lavoro molto ragionevole ed equilibrato. Altrimenti prenderemo atto dei rilievi fatti».
In serata fonti di governo, come riferisce l’Ansa, fanno sapere che il fermo di prevenzione e il cosiddetto scudo non solo per le forze dell’ordine ma per tutti (accolto quindi il rilievo del Colle), per evitare l’iscrizione automatica nel registro degli indagati di fronte a una causa di giustificazione, come legittima difesa o adempimento di un dovere sono fra le misure destinate a entrare in un dl sulla sicurezza che dovrebbe approdare oggi in cdm assieme a un dl sullo stesso tema. Le stesse fonti sottolineano che l’interlocuzione con il Colle è stata «ottima» come sempre. Fino a tarda sera si sono svolte diverse riunioni tecniche per mettere a punto i testi in vista del cdm. Proprio a seguito di queste si è deciso di inserire gli argomenti riguardanti l’immigrazione in un terzo provvedimento, un disegno di legge dedicato tutto a questo tema. Il «blocco navale», essendo a cavallo tra ordine pubblico e migrazione, apprende La Verità, potrebbe sia restare nel pacchetto Sicurezza che essere spostato nell’apposito ddl.
Riparte il risiko. Corre Mediobanca scommettendo su un nuovo blitz di Mps per arrivare alla fusione. Si fa vivo anche Credit Agricole riaprendo il fronte Banco-Bpm: «Abbiamo obiettivi molto ambiziosi per l’Italia», ricorda l’amministratore delegato del gruppo, Olivier Gavalda. Per quanto riguarda Banco Bpm, sottolinea di voler «avere una posizione equivalente alla nostra rappresentanza del 20% nel consiglio di amministrazione». Secondo le indiscrezioni i francesi puntano ad avere fra quattro e cinque consiglieri.
I riflettori più potenti, però, sono puntati altrove. A Siena l’assemblea ha votato il cambio di governance della banca che dovrebbe portare alla conferma di Nicola Maione alla presidenza e Luigi Lovaglio come amministratore delegato. Una continuità che, a quanto pare trova il gradimento del ministero dell’Economia. L’ultima parola, però, spetta alla Bce.
Nel frattempo corre Mediobanca ha chiuso la seduta con un balzo di circa il 5,8% a 19 euro. Messaggio chiarissimo: il mercato ha ricominciato a scommettere su una nuova Opa di Mps che potrebbe portare l’istituto fondato da Enrico Cuccia fuori da Piazza Affari.
Il gruppo toscano non ha voluto rubare la scena. Si è limitato a un progresso più sobrio, +1,5% a 9,06 euro.
Ma non è affatto detto che delisting e fusione fra le due banche siano la strada migliore. Secondo quanto filtra da fonti di mercato sentite da Adnkronos, l’incorporazione sarebbe molto costosa, Tre miliardi da spendere per la nuova e 500 milioni di spese. Totale: 3,5 miliardi. Una cifra che le stesse fonti non esitano a definire «monstre», soprattutto se messa a confronto con le sinergie stimate, circa 700 milioni. Dettaglio tutt’altro che secondario: quelle sinergie, assicurano i ben informati, potrebbero essere realizzate anche senza fusione. Insomma, il conto è salato e il dessert non è nemmeno obbligatorio.
Mentre il mercato faceva i suoi calcoli, a Siena si scriveva un altro capitolo della giornata, più silenzioso ma non meno significativo. Si è infatti tenuta l’assemblea straordinaria degli azionisti di Banca Monte dei Paschi, presieduta da Nicola Maione. Partecipazione robusta: 68,01% del capitale sociale, tutto transitato attraverso il rappresentante designato, secondo la liturgia assembleare dei tempi moderni.
All’ordine del giorno c’era un solo punto, ma bello corposo: le modifiche allo statuto. E qui l’assemblea non ha fatto prigionieri. Tutte le delibere sono state approvate con percentuali superiori al 99% del capitale rappresentato. Una di quelle sedute in cui il verbo «approvare» si coniuga senza esitazioni.
Tra le decisioni principali spiccano la possibilità per il consiglio di amministrazione uscente di presentare una propria lista di candidati per il rinnovo dell’organo, la modifica delle regole di cooptazione dei consiglieri in corso di mandato e l’eliminazione del limite massimo di anni per la rieleggibilità degli amministratori. In pratica: più flessibilità, meno paletti. Una scelta di continuità. Non solo: il consiglio avrà anche la facoltà di distribuire fino al 100% degli utili, aprendo la strada a un dividendo più generoso. La riserva legale sarà portata al 5%. Anche questo un modo per alzare la remunerazione.
Una bella ripulita, insomma, all’architettura interna. La banca, però, mette le mani avanti. Tutto approvato, sì, ma non ancora efficace. Alla data odierna, infatti, la Banca centrale europea non ha rilasciato il provvedimento autorizzativo sulle modifiche statutarie. Traduzione: finché Francoforte non timbra, nulla si muove. La vigilanza resta l’ultimo semaforo.
E c’è anche un’assenza che non passa inosservata. Il ministero dell’Economia e delle Finanze non avrebbe partecipato alla votazione dell’assemblea straordinaria di Mps. Una di quelle non-presenze che, nel linguaggio della finanza, pesano quasi quanto una dichiarazione.
Morale della giornata? Mediobanca corre, Mps cammina (+1,15% a 9,04 euro), il mercato sogna, i conti tornano (più o meno) e Siena continua a essere uno dei palcoscenici più osservati del grande romanzo bancario italiano. Il prossimo capitolo è atteso a fine febbraio. E, come sempre, nessuno ha ancora letto l’ultima pagina.
Manifesti pro vita censurati a Reggio Calabria: il Tar li boccia con una legge «postuma»
Nel 2021 il Comune rimuove i cartelloni antiabortisti di Pro vita & famiglia dopo averne autorizzato l’affissione. Ora il Tar dà ragione all’amministrazione appellandosi a una norma entrata in vigore mesi dopo i fatti. L’associazione annuncia ricorso e denuncia l’uso del Codice della strada come strumento di censura ideologica contro chi difende maternità e famiglia.
«La sicurezza stradale, che dovrebbe occuparsi di incolumità e circolazione», afferma il presidente di Pro vita & famiglia Toni Brandi, «è stata trasformata in un cavallo di Troia per zittire chi non si allinea al pensiero unico, come dimostrato dai numerosi casi di affissioni di Pro vita & famiglia rimosse o silenziate da amministrazioni di centrosinistra».
Il Comune di Reggio Calabria ha fatto bene censurare i manifesti antiabortisti di Pro vita e famiglia: così ha stabilito il Tar della Calabria, con una sentenza emessa martedì contro la quale l’associazione pro life guidata da Toni Brandi e Jacopo Coghe intende ricorrere e che, a ben vedere, presenta dei profili paradossali. Ma facciamo un passo indietro, riepilogando brevemente la vicenda. Il 10 febbraio 2021 Pro vita inoltrava al Servizio affissioni del Comune di Reggio Calabria la richiesta di affissione di 100 manifesti, - raffiguranti l’attivista pro life Anna Bonetti con un cartello - specificando come in essi fosse contenuta la seguente frase: «Il corpo di mio figlio non è il mio corpo, sopprimerlo non è la mia scelta #stop aborto».
La richiesta è stata approvata e così i cartelloni sono stati subito affissi dalla società gestrice del relativo servizio. Tuttavia, già il giorno dopo i manifesti sono stati rimossi dalla società stessa. Il motivo? Con una semplice email – senza cioè alcun confronto né controllo preventivo - l’Assessore comunale alle Pari opportunità e Politiche di genere aveva richiesto al gestore del Servizio di affissioni pubbliche l’oscuramento dei manifesti «perché in contrasto con quanto contenuto nel regolamento comunale».
Pro vita ha così fatto ricorso al Tar e, nelle scorse ore, è arrivata una sentenza che ha dato ragione al Comune; e lo ha fatto in modo assai singolare, cioè appoggiandosi all’articolo 23 comma 4 bis del Codice della strada, introdotto dal decreto legge 10 settembre 2021, n. 121, entrato in vigore l'11 settembre 2021, e successivamente convertito, con modificazioni, dalla legge 9 novembre 2021, n. 15. Ora, come si può giustificare una censura con una norma che nel febbraio 2021 non c’era? Se lo chiede Pro vita, che se da un lato studia delle contromisure – già nel dicembre 2025 sono ricorsi alla Corte europea dei diritti umani contro due sentenze simili del Consiglio di Stato -, dall’altro richama l’attenzione del Parlamento e del centrodestra sulla citata normativa del Codice della strada, ritenuta un ddl Zan mascherato e da modificare.
In effetti, il citato articolo 23, vietando messaggi contrari agli «stereotipi di genere», ai «messaggi sessisti» e «all’identità di genere», offre la sponda a tanti bavagli. «Con la scusa di combattere sessismo e violenza, si apre la porta alla censura ideologica e a un pericoloso arbitrio amministrativo», ha dichiarato Toni Brandi alla Verità, aggiungendo che «formule come “stereotipi di genere offensivi” e “identità di genere” peccano di una grave indeterminatezza precettiva: sono concetti vaghi e soggettivi che permettono di colpire chiunque difenda la famiglia, la maternità e la realtà biologica». Di conseguenza, secondo il presidente di Pro vita e famiglia è «inaccettabile che sulle strade si vietino messaggi legittimi e pacifici in nome del politicamente corretto
«La sicurezza stradale, che dovrebbe occuparsi di incolumità e circolazione», ha altresì evidenziato Brandi, «è stata trasformata in un cavallo di Troia per zittire chi non si allinea al pensiero unico, come dimostrato dai numerosi casi di affissioni di Pro vita & famiglia rimosse o silenziate da amministrazioni di centrosinistra». Grazie anche al solito aiutino della magistratura.









