Non sono uno psicologo e neanche uno psichiatra, ma ho letto con crescente incredulità gli interventi di tre autorità in materia. Massimo Ammaniti, Vittorino Andreoli, Claudio Risé sono considerati nei loro rispettivi campi grandi esperti nello scandagliare l’animo umano. Il primo è stato per lunghi anni docente di psicopatologia dello sviluppo, con attenzione per l’età evolutiva. Il secondo è stato direttore del dipartimento di psichiatria degli ospedali di Verona.
Il terzo è uno psicoterapeuta che i lettori della Verità ben conoscono, perché settimanalmente scrive per il nostro giornale. Orbene, nessuno dei tre è in cerca di notorietà, anche perché tutti quanti, oltre ad aver superato la soglia degli 80 anni, sono sufficientemente noti nella comunità scientifica in cui operano. E però sia Ammaniti che Andreoli, insieme con Risé, pur con sensibilità diverse, manifestano un’opinione comune sul caso della cosiddetta famiglia nel bosco. Per loro il tribunale dell’Aquila sta sbagliando e rischia di nuocere gravemente alla salute - mentale - dei bambini che si prefigge di salvare.
La storia è nota. In base a una valutazione dei servizi sociali, i giudici minorili hanno disposto prima il trasferimento dei piccoli in una casa-famiglia, per sorvegliarli meglio. Poi, dopo mesi, hanno deciso di separarli dalla loro madre, sostenendo che Catherine Birmingham eserciterebbe su di loro un’influenza negativa. Attenzione: i figli di due genitori che avevano deciso di crescerli in mezzo alla natura, senza assecondare i bisogni della società dei consumi, non erano maltrattati né abusati, come invece accade spesso all’interno di famiglie in cui regna il degrado. No, semplicemente quei bambini vivevano con i loro animali, senza i comfort a cui ci ha abituato la società moderna. In altre parole, crescevano come in una comune famiglia di inizio Novecento, quando luce, gas e acqua corrente non erano ancora disponibili per tutti, in particolare per chi abitava in montagna o in campagna.
E però, sulla base delle relazioni degli assistenti sociali, questo è bastato per sottrarre i bambini ai loro legittimi genitori. Prima, a finire nel mirino dei cosiddetti esperti è stato il padre, allontanato dalla casa-famiglia. Poi è toccato alla madre, giudicata troppo intransigente e pure nervosa. Vorrei vedere quale sarebbe lo stato d’animo di chiunque fosse costretto a cedere il controllo dei propri figli per spartirlo con un’autorità suprema nominata da un giudice. E però mamma Catherine e papà Nathan si sono adeguati, cercando di mantenere una calma interiore che sicuramente non avevano, come è ovvio che sia.
Ma accettare le disposizioni del tribunale non è bastato e adesso, dopo l’allontanamento della madre (fra i pianti dei piccoli), si parla addirittura di adozione dei bambini, cioè di sradicarli completamente dalla famiglia di origine, colpevole di averli cresciuti in mezzo alla natura, ignorando tablet e telefonini. Un esproprio di minori. Anzi un rapimento, fatto con tutti i crismi della legge.
Ma psichiatri e psicologi concordano: è una follia. Non dei genitori, dello Stato. Dice Ammaniti: «Si stanno buttando via anni, anzi decenni, di teorie sullo sviluppo dei bambini. Tutti i miei maestri, da Giovanni Bollea ad Adriano Ossicini, rabbrividirebbero davanti a quanto sta accadendo a queste persone». Rincara Vittorino Andreoli: «Distaccare figli di quell’età dalla madre provoca traumi nei bambini e condizioni perché possano sviluppare una patologia grave come la schizofrenia». Spiega Claudio Risé: quella della famiglia nel bosco «è una storia commovente e tremenda come le fiabe delle streghe e, come in tante altre terribili e ciniche storie di cronaca (Bibbiano e Forteto), risuona il maleficio: fuori i figli dalla casa scandalosamente umile e non sufficientemente disinfettata e si affidino all’assistenza sociale».
Il giudizio è chiaro: nel presupposto di tutelare i bambini, i giudici stanno facendo del male ai bambini, perché, come dice Andreoli, attaccare il legame con la madre pone le condizioni che possono favorire un grave disturbo mentale: E chi risponderà, se ciò accadesse? Chi spiegherà, come fa capire Ammaniti, perché i figli dei rom possono non andare a scuola e quelli dei Trevallion, siccome studiavano a casa, devono essere tolti ai genitori? Chi pagherà per il pianto dei bambini e la tristezza degli adulti su cui si interroga Risé?
Ma a me sta a cuore un’altra domanda: perché il tribunale dei minori, invece che agli assistenti sociali, non si affida a psichiatri e psicologi che forse ne sanno un po’ dell’animo umano e non valutano la qualità di un genitore dal numero di docce che impone al figlio? Perché un giudice si arroga il diritto di togliere i bambini, promettendo che quella senza genitori sarà una vita migliore?
La Relazione annuale sulla sicurezza descrive uno scenario internazionale sempre più instabile. Il terrorismo jihadista, le strategie ibride della Russia, l’influenza dell’Iran in Medio Oriente e l’uso crescente delle tecnologie digitali ridisegnano le minacce per l’Italia e per l’Europa.
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Relazione annuale sulla politica dell'informazione per la sicurezza.pdf
La sicurezza nazionale non si gioca più soltanto sul terreno militare tradizionale. È questo il quadro che emerge dalla Relazione annuale sulla politica dell’informazione per la sicurezza 2026, il documento con cui il sistema di intelligence italiano analizza l’evoluzione delle principali minacce globali e le implicazioni per la stabilità dell’Italia e dell’Europa. Il rapporto descrive uno scenario internazionale segnato da profonde trasformazioni tecnologiche, dalla persistenza del terrorismo jihadista e da una competizione geopolitica sempre più intensa tra potenze regionali e globali.Secondo l’analisi degli apparati di sicurezza, la trasformazione tecnologica rappresenta uno dei fattori più rilevanti nel ridefinire gli equilibri strategici contemporanei. Innovazioni come l’intelligenza artificiale, le infrastrutture digitali, il cloud computing e le tecnologie quantistiche stanno cambiando il modo in cui gli Stati esercitano il potere e conducono la competizione internazionale. Il controllo dei dati, delle reti informatiche e delle filiere tecnologiche avanzate diventa così una componente fondamentale della sovranità nazionale.
In questo contesto la dimensione cyber assume un ruolo sempre più centrale. Gli attacchi informatici non sono più soltanto operazioni criminali isolate, ma strumenti di pressione geopolitica e di spionaggio strategico. Gruppi altamente specializzati, spesso collegati direttamente o indirettamente a governi stranieri, conducono operazioni mirate a sottrarre informazioni sensibili o a infiltrarsi nelle infrastrutture critiche di altri Paesi. Le amministrazioni pubbliche, le infrastrutture digitali, i sistemi energetici e le telecomunicazioni restano tra gli obiettivi più esposti.
Le tecniche più utilizzate comprendono malware sofisticati, sfruttamento di vulnerabilità informatiche e campagne di phishing finalizzate al furto di credenziali digitali. I dati sottratti possono essere utilizzati per operazioni di spionaggio, per ricatti economici o per preparare eventuali azioni di sabotaggio da attivare in momenti di crisi geopolitica. Accanto alla dimensione tecnologica, la relazione dedica ampio spazio alla minaccia terroristica, che continua a rappresentare un elemento strutturale dello scenario di sicurezza internazionale. Le tensioni geopolitiche in Medio Oriente, l’instabilità di diverse aree del Nord Africa e del Sahel e la diffusione della propaganda jihadista online contribuiscono a mantenere attivo un ecosistema estremista capace di influenzare anche il contesto europeo.
Il conflitto riacceso dall’attacco di Hamas contro Israele ha riportato il Medio Oriente al centro delle dinamiche di radicalizzazione globale. L’organizzazione islamista continua a rappresentare un punto di riferimento simbolico per la propaganda jihadista e per la mobilitazione di ambienti radicali. Le immagini e i contenuti legati al conflitto vengono rapidamente diffusi attraverso i social network e le piattaforme digitali, contribuendo ad alimentare narrazioni estremiste e tentativi di mobilitazione ideologica.
Secondo l’analisi degli apparati di sicurezza, queste dinamiche possono avere conseguenze dirette anche in Europa. Il continente resta infatti uno dei possibili obiettivi della propaganda jihadista e delle strategie di mobilitazione ideologica dei gruppi estremisti. L’uso intensivo delle piattaforme digitali consente alle organizzazioni radicali di raggiungere un pubblico globale e di influenzare individui vulnerabili all’interno delle società occidentali.
Uno dei rischi più rilevanti riguarda il fenomeno dei cosiddetti lupi solitari, individui che si radicalizzano online e decidono di compiere azioni violente senza appartenere formalmente a organizzazioni terroristiche strutturate. Questo tipo di minaccia è particolarmente difficile da individuare e prevenire, proprio perché non richiede una struttura organizzativa complessa.
La diffusione della propaganda jihadista, combinata con le tensioni geopolitiche legate al conflitto israelo-palestinese, potrebbe quindi aumentare il rischio di radicalizzazione e di tentativi di attacco anche nel contesto europeo. Per questo motivo la relazione sottolinea la necessità di mantenere un alto livello di attenzione sul fenomeno della radicalizzazione online e sulle reti estremiste attive nel continente. In questo quadro il ruolo dell’Iran continua a rappresentare uno dei principali fattori di instabilità nel Medio Oriente. Teheran esercita la propria influenza attraverso una vasta rete di milizie e gruppi armati attivi in diversi teatri regionali. Questo sistema di alleanze e proxy militari consente all’Iran di proiettare la propria influenza strategica ben oltre i confini nazionali, contribuendo a mantenere elevato il livello di tensione nella regione.
Le rivalità tra Iran, Israele e Stati Uniti, insieme alle dinamiche legate al programma nucleare iraniano, rappresentano uno dei nodi più delicati della sicurezza globale. Le tensioni regionali e il sostegno iraniano a diversi attori armati alimentano un contesto di conflitto permanente che favorisce instabilità, radicalizzazione e competizione strategica tra potenze. La relazione dedica inoltre attenzione al ruolo della Russia, che negli ultimi anni ha sviluppato un approccio strategico basato sull’uso integrato di strumenti militari, cyber-attacchi, operazioni di disinformazione e pressione geopolitica. La guerra in Ucraina ha dimostrato come il conflitto contemporaneo non si combatta soltanto sul campo di battaglia, ma anche nello spazio digitale e nell’arena informativa.
Le campagne di disinformazione mirano infatti a influenzare l’opinione pubblica, a creare divisioni interne nelle società occidentali e a indebolire la fiducia nelle istituzioni democratiche. Questo tipo di operazioni rappresenta una delle principali caratteristiche delle cosiddette minacce ibride, che combinano strumenti diversi per colpire un avversario senza ricorrere necessariamente a un confronto militare diretto. In questo scenario la tecnologia rappresenta al tempo stesso una risorsa e una vulnerabilità. L’intelligenza artificiale sta trasformando il modo in cui vengono analizzati i dati e individuate le minacce. Gli algoritmi avanzati consentono di elaborare enormi quantità di informazioni e di individuare pattern nascosti che possono aiutare a prevenire attacchi o a comprendere meglio l’evoluzione delle crisi internazionali.
Allo stesso tempo, però, l’IA introduce nuovi rischi. Le tecnologie generative possono essere utilizzate per creare deepfake realistici, manipolare contenuti audiovisivi o sviluppare campagne di disinformazione su larga scala. La stessa tecnologia che rafforza le capacità difensive degli Stati può quindi essere sfruttata anche da attori ostili, inclusi gruppi terroristici, reti criminali o strutture di propaganda. Per questo motivo la relazione insiste sulla necessità di rafforzare la capacità di previsione strategica degli apparati di sicurezza. L’intelligence non può limitarsi alla raccolta di informazioni ma deve essere in grado di anticipare le trasformazioni tecnologiche e geopolitiche che stanno ridefinendo gli equilibri globali. Il mondo sta entrando in una fase di competizione sempre più intensa, in cui terrorismo, rivalità tra potenze e innovazione tecnologica si sovrappongono. In questo contesto l’Europa resta esposta sia alla minaccia della radicalizzazione jihadista sia alle pressioni geopolitiche provenienti da attori statuali come Russia e Iran. Di fronte a uno scenario così complesso, la sicurezza delle democrazie europee dipenderà sempre più dalla capacità di anticipare le crisi, rafforzare la resilienza delle istituzioni e comprendere per tempo le trasformazioni che stanno ridefinendo il panorama globale delle minacce.
Dopo 4 anni e 20 (dico venti) pacchetti di sanzioni della Ue contro la Russia, da ieri non siamo già al «contrordine compagni!», ma il vento sta cambiando.
A metà giornata, ci ha pensato il premier ungherese Viktor Orbán a gettare il primo sassolino nell’ingranaggio che gira (a vuoto) da anni scrivendo sui social che «Il blocco petrolifero ucraino e la guerra in Medio Oriente stanno facendo impennare i prezzi del petrolio. L’Europa deve agire. Oggi ho scritto al presidente Costa e a Von der Leyen chiedendo la revisione e la sospensione delle sanzioni sull’energia russa».
A distanza di poche ore, con sospetto tempismo, le parole del presidente russo Vladimir Putin, riportate dalla Tass, hanno avuto l’effetto di trasformare una piccola fessura in una evidente crepa: «La Russia è pronta a garantire ai Paesi della Ue le forniture di petrolio e gas necessarie per stabilizzare i mercati nella situazione d’emergenza dovuta alla guerra nel Golfo Persico, ma per questo è necessario «un segnale» dagli europei». Parole impensabili fino a dieci giorni fa.
Di buon mattino, il terreno era stato sapientemente arato da un articolo apparso sul Wall Street Journal («Il conflitto rende il petrolio russo una merce molto ambita»), in cui si evidenziava il potere contrattuale improvvisamente acquisito da Mosca nel mercato mondiale del greggio. Da essere venditori a sconto rispetto ai prezzi correnti di mercato, i russi si sono ritrovati ad avere in viaggio circa 130 milioni di barili - l’equivalente di più di una settimana di acquisti di Cina e India - che sono diventati merce ambitissima. Al punto che alcune raffinerie indiane non hanno esitato ad offrire un premio tra 1 e 5 dollari sulla quotazione del Brent, pur di accaparrarsi il prezioso carico.
Tra mercoledì e venerdì scorso, Putin aveva già fiutato il vento in poppa e aveva cominciato ad alzare il prezzo, provocando la Ue, minacciando la chiusura dei residui flussi ancora esistenti nonostante le sanzioni. «Si stanno aprendo nuovi mercati, per noi sarebbe meglio chiudere già ora i rapporti con la Ue, prima che lo facciano loro tra pochi mesi, e rivolgerci a clienti più affidabili».
Un modo grezzo ma efficace per fare capire a Bruxelles che ora è lui a selezionare i clienti e che Paesi grandi consumatori di gas e petrolio, come India, Giappone e Corea del Sud, non esiteranno a scatenare una corsa al rialzo per assicurarsi le forniture necessarie ai loro complessi industriali. E ci sono già notizie di navi cariche di Gnl dirette in Europa che hanno invertito la rotta e puntata la prua verso Est.
In questo quadro di tensione, si inserisce la delicata situazione delle riserve di gas del Regno Unito, pari ad appena tre giorni di consumi (tra gas naturale stoccato e Gnl), che inevitabilmente sta costringendo i britannici ad offrire un prezzo più alto rispetto ai concorrenti europei. Ad oggi, il petrolio russo che arriva in Europa è circa il 3% del totale, dopo il divieto di importazioni di greggio via mare dal dicembre 2022 e dei prodotti petroliferi raffinati dal febbraio 2023. Restano solo i modesti flussi via oleodotto, interrotti anch’essi da gennaio a causa dei danni conseguenti a un attacco russo su infrastrutture ucraine, la cui riparazione ha aperto un conflitto tra Kiev e Budapest e rende Orbán particolarmente sensibile a questa crisi dei prezzi.
Ma è sul gas che si gioca la partita più importante, perché nonostante l’ampia diversificazione post guerra, dalla Russia arriva ancora il 13% circa del fabbisogno della Ue. Ad oggi è prevista una graduale uscita dal gas russo entro il gennaio 2027 per il Gnl ed entro settembre 2027 per i flussi via gasdotto. Questi ultimi interessano ormai solo alcuni Paesi dell’Europa centrale, mentre il 49% del Gnl esportato da Mosca a gennaio è finito nella Ue con Francia, Belgio e Spagna tra i principali compratori.
Che il tema sia d’attualità è confermato dalla sua presenza nell’agenda dell’Eurogruppo di ieri, a margine del quale il presidente Kyriakos Pierrakakis ha fatto professione di ottimismo e lo spagnolo Carlos Cuerpo ha assunto una posizione attendista. Entrambi convinti che la Ue abbia gli strumenti, testati durante la fase acuta della precedente crisi energetica del 2022, per reggere l’urto di questa nuova crisi. Noi ci auguriamo soltanto non ci sia bisogno di far arrivare il gas a 300 euro/Mwh per intervenire, perché a quel punto Putin potrebbe non fare più sconti e le nostre industrie potrebbero essere già ferme.
Mentre prosegue l’offensiva israelo-americana contro l’Iran, il rapporto tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu tende a farsi sempre più dialettico. Parlando domenica con il Times of Israel, il presidente statunitense ha ribadito l’alleanza con il premier israeliano, sottolineando che decideranno «di comune accordo» quando far cessare le ostilità. «L’Iran avrebbe distrutto Israele e tutto ciò che lo circondava. Abbiamo lavorato insieme. Abbiamo distrutto un Paese che voleva distruggere Israele», ha anche detto. Al contempo, l’inquilino della Casa Bianca ha però lasciato intendere di voler avere l’ultima parola sulla decisione finale e di non ritenere «necessario» che Israele prosegua gli attacchi, quando Washington li cesserà.
Insomma, pur confermando la sponda con Netanyahu, il presidente americano ha teso a presentarsi come il componente di maggior peso della coalizione. Non dimentichiamo del resto che, dietro le quinte, il rapporto tra i due leader non è tutto rose e fiori. Sabato, Trump ha fatto marcia indietro sull’eventualità di un’offensiva di terra dei curdi contro il regime khomeinista. «Non voglio che i curdi entrino in Iran. Sono disposti a entrare, ma ho detto loro che non voglio che entrino. La guerra è già abbastanza complicata così com’è. Non vogliamo vedere i curdi farsi male o uccidere», ha dichiarato, prendendo implicitamente le distanze da Netanyahu, che, al contrario, dell’opzione curda è un fautore.
Non solo. L’altro ieri, parlando con Channel 12, un alto funzionario americano si è lamentato dei vasti attacchi israeliani alle infrastrutture petrolifere iraniane. «Non pensiamo che sia stata una buona idea», ha dichiarato, sostenendo che quegli attacchi potrebbero ritorcersi contro gli Stati Uniti, rafforzando il regime khomeinista. Era inoltre la scorsa settimana quando, secondo Axios, Netanyahu avrebbe chiesto spiegazioni alla Casa Bianca su presunti contatti segreti tra Washington e Teheran dopo l’avvio delle ostilità. È quindi anche per sopire queste tensioni che, oggi, gli inviati statunitensi, Steve Witkoff e Jared Kushner, avrebbero dovuto recarsi nello Stato ebraico: l’obiettivo, in particolare, avrebbe dovuto essere quello di tenere dei colloqui di alto livello sul conflitto in corso. Tuttavia, ieri, il Jerusalem Post ha riportato che il viaggio è stato annullato.
D’altronde, a livello strutturale, la dialettica sotterranea tra Trump e Netanyahu si registra soprattutto sul futuro politico-istituzionale dell’Iran. Il presidente americano vorrebbe una soluzione venezuelana: decapitare, cioè, il regime khomeinista per poi scegliere come interlocutore un pezzo del vecchio sistema di potere, non prima di averlo adeguatamente addomesticato. Non a caso, ieri, Marco Rubio, non ha citato il regime change tra gli obiettivi dell’offensiva in atto. «Gli obiettivi di questa missione sono chiari», ha detto il segretario di Stato americano che, secondo Nbc, avrebbe l’appoggio di vari finanziatori repubblicani in vista delle elezioni del 2028. «Si tratta di distruggere la capacità di questo regime di lanciare missili e i suoi lanciatori, distruggendo le fabbriche che producono questi missili e distruggendo la sua Marina», ha aggiunto.
Di contro, sabato, un funzionario israeliano aveva detto che lo Stato ebraico era «ottimista sulla capacità di far crollare il regime». Eppure, ieri, un altro funzionario israeliano ha detto al Washington Post che Gerusalemme inizierebbe a essere scettica sullo scenario di un regime change. «Non vediamo nessuno che possa sostituire il regime. Non sono sicuro che sia nel nostro interesse combattere finché il regime non sarà rovesciato. Nessuno vuole una storia infinita», ha affermato. Se stesse realmente orientandosi verso questa prospettiva, ciò significherebbe che Israele si starebbe avvicinando all’idea di una soluzione venezuelana, come auspicato da Trump. Lo Stato ebraico ha fatto nuove valutazioni? Oppure sta tendendo la mano alla Casa Bianca, per disinnescare le tensioni?
Come che sia, la soluzione venezuelana dovrà affrontare adesso lo scoglio della nomina a Guida suprema del figlio di Ali Khamenei, Mojtaba: una figura che, sostenuta dai pasdaran, è invisa sia agli americani che agli israeliani. Non a caso, ieri Trump, oltre ad avere una telefonata «franca e costruttiva» di un’ora con Vladimir Putin su Ucraina e Iran, ha detto che la sua designazione è stata un «grosso errore», rifiutandosi di rendere noto che cosa abbia in mente di fare con lui. Al contempo, il ministero degli Esteri israeliano ha definito il figlio del defunto ayatollah un «tiranno che continuerà la brutalità del regime iraniano».
Insomma, per riuscire nella soluzione venezuelana, Trump, che aveva in programma una conferenza stampa ieri sera dopo che La Verità era già andata in stampa, si trova a dover sciogliere due nodi: da una parte, ha necessità di sradicare il potere delle Guardie della rivoluzione; dall’altra, deve frenare Netanyahu nei suoi intenti di regime change (intenti che, come abbiamo visto, sembrerebbero comunque essersi ridimensionati nelle scorse ore). È da qui che passa l’eventuale successo strategico statunitense dell’offensiva militare. Trump, che non ha ancora deciso se inviare o meno soldati per mettere in sicurezza le scorte di uranio arricchito iraniane, ha bisogno di portare Teheran nell’orbita americana, evitando costose operazioni di nation building. È in quest’ottica che, ieri, parlando con Nbc, non ha escluso di prendere il controllo del greggio iraniano: una mossa con cui, in caso, Trump punterebbe a colpire Pechino sia in termini di approvvigionamento energetico che di tutela della supremazia del dollaro.








