Prendi i soldi e scappa. Viene da dire così leggendo i dati diffusi dalla Camera di Commercio di Venezia e Rovigo, ed elaborati dalla Fondazione Leone Moressa, sulla nazionalità delle imprese che operano in Italia. L’italiano non è più la lingua ufficiale dell’imprenditoria visto che quelle condotte da stranieri crescono e quelle tricolori deperiscono.
La rilevazione racconta che alla fine del 2025 c’erano 796.000 imprenditori nati all’estero (10,8% del totale) e 600.000 imprese a conduzione «straniera» (11,9%). Dal 2015 al 2025, gli imprenditori nati in Italia sono diminuiti (-5,2%) e i nati all’estero aumentati (+21,3%).
Perché prendi i soldi e scappa? Questi dati andrebbero confrontati con i livelli di mortalità: la sensazione è che si avviino i negozi e le ditte di costruzione fin quando non ci sono le prime vere scadenze fiscali o fin quando durano le agevolazioni e poi si chiude. Anni fa Raffaello Lupi, uno dei tributaristi di maggior caratura - insegna all’università di Tor Vergata - in un suo studio sull’evasione fiscale, faceva giustizia di molti luoghi comuni: non esiste il fisco amico e l’evasione è figlia di un malfunzionamento dello Stato perché riscuote solo dai grandi aggregati ma lascia perdere il bangladino, la microimpresa che anche sotto il profilo contributivo induce qualche perplessità.
Leggendo i dati viene fuori che l’andamento dell’anagrafe delle imprese riflette esattamente quello che sta accadendo alla nostra economia. Tornano a fiorire i cinesi che ormai hanno monopolizzato la vendita al dettaglio e la manifattura in conto terzi, calano le imprese edili perché la spinta del 110% si sta esaurendo. Ma ciò che preoccupa è l’addensarsi in alcune aree geografiche di una forte presenza di imprese straniere, segno evidente che c’è un perdurante invecchiamento delle aziende made in Italy e anche del made in Italay. I dati raccontano che anche nell’ultimo anno, c’è stato un aumento degli imprenditori nati all’estero (+1,1%) e un calo dei nati in Italia (-0,6%). Le aziende condotte da imprenditori nati in Cina sono in ripresa e rappresentano la maggioranza con 79.996 imprese attive, contro le 79.228 rumene. È interessante notare che le comunità con gli aumenti più significativi sono state Albania (+5,4%), Moldavia (+6,9%) e Ucraina (+7,3%). In calo, invece, i Paesi africani come Marocco (-1,9%), Nigeria (-5,2%) e Senegal (-5,2%). Questo significa che le opportunità economiche si sono spostate su tre settori: commercio, contoterzismo e assistenza alla persona, mentre è decisamente in calo il ricorso a imprese straniere per attività di servizi di base (pulizie, guardianaggio e facchinaggio) e in agricoltura.
Come si diceva c’è un evidente nesso con i flussi economici nel constatare che i cinesi sono quelli a maggior densità d’imprenditori (uno su tre) con la massima espressione d’impresa femminile (le cinesi sono 36.414, pari al 16,4% delle imprenditrici immigrate), a riprova che questi immigrati si concentrano su due commercio e contoterzismo. E che le imprese al femminile siano tutte concentrate in attività di lavorazioni di base, soprattutto per il sistema moda, e di servizi alla persona è confermato dal dato complessivo dell’imprenditoria femminile estera. In totale le «aziende» sono 220.000; oltre il 70% tra i nati in Thailandia che fa impresa è donna, per Bielorussia e Lituania il tasso d’imprenditoria femminile supera il 60%, così come tra gli stranieri che arrivano dai Paesi dell’Est. Significativo è il fatto che le aziende «estere» si concentrino nelle regioni dove ci sono i maggiori distretti industriali, con unica eccezione delle Marche, dove il comparto moda-calzature, anche per il perdurare delle sanzioni alla Russia, ha ridotto i volumi di esportazione e quindi di domanda di lavorazioni di base.
Le regioni con più imprenditori nati all’estero sono Lombardia (177.000), Lazio (81.000), Toscana (75.000) ed Emilia-Romagna (74.000). Rispetto agli imprenditori totali, l’incidenza maggiore si registra in Liguria (15,5%) e Toscana (14,7%) e contemporaneamente in tutti questi territori, con l’eccezione di Sicilia e Campania, si è avuto un calo degli imprenditori nati in Italia. Interessante è il valore dell’occupazione che rileva come siano quasi tutte aziende di piccole dimensioni, ma capaci di creare lavoro: hanno circa 900.000 occupati (5% del totale). Tra le 600.000 imprese «straniere» attive, quasi un terzo si concentra nel commercio. Considerando l’edilizia si arriva quasi al 60%. Nell’edilizia oltre un quinto delle imprese è a conduzione «straniera» (22,1%).
È partendo da questa «fotografia» che l’onorevole Alberto Gusmeroli (Lega), presidente della commissione Attività produttive della Camera, ha chiesto un’indagine conoscitiva su andamento e composizione del Pil nel periodo 1992-2025, constatando che lo sviluppo è inferiore alla media europea.
La polizia britannica ha arrestato Andrew Mountbatten-Windsor. Lo ha reso noto l'emittente Sky News. Questa mattina, sei volanti della polizia e circa otto agenti in abiti civili sono stati visti arrivare nella tenuta di Sandringham proprio nel giorno del suo sessantaseiesimo compleanno.
«Abbiamo arrestato oggi un uomo del Norfolk sulla sessantina con l'accusa di condotta scorretta in pubblico ufficio e stiamo facendo perquisizioni presso vari indirizzi nel Berkshire e nel Norfolk. L'uomo rimane al momento sotto custodia della polizia. Non renderemo noto il nome dell'uomo arrestato, come previsto dalle linee guida nazionali», recita il testo della dichiarazione rilasciata dalla polizia della Thames Valley. L'ex principe ha dovuto affrontare molteplici accuse per i suoi legami con l'ex finanziere statunitense Jeffrey Epstein, morto in carcere nel 2019 dopo essere stato riconosciuto colpevole di abusi sessuali e traffico di minori. Ma Andrew Mountbatten-Windsor ha sempre negato qualsiasi illecito.
Non poteva che concretizzarsi in una tragica pagliacciata l’intervento a gamba tesa (e parecchia faccia tosta) delle Nazioni unite nella sordida vicenda degli Epstein files.
Dopo che nei giorni scorsi sono arrivate notizie in rapida successione su diversi funzionari Onu coinvolti a vario titolo negli scambi con il faccendiere pedofilo, per non parlare dei progetti sull’Oms, agenzia dell’Onu, avviati da Jeffrey Epstein con Bill Gates, il gruppo di esperti nominati dal consiglio per i diritti umani delle Nazioni unite (Un Special Procedure Experts) ha rilasciato una dichiarazione ufficiale in cui suggerisce che gli abusi sessuali sistematici e il traffico di minorenni legati a Jeffrey Epstein potrebbero configurare «crimini contro l’umanità». Secondo il gruppo, le azioni descritte negli Epstein files «includono condizioni di schiavitù sessuale, violenza riproduttiva, rapimenti e sparizioni, torture, trattamento inumano e degradante e femminicidio». Per questo motivo, è la conclusione, c’è bisogno di «un’inchiesta indipendente, approfondita e imparziale», dicono gli esperti, che sembrano suggerire una sorta di Norimberga sulla vicenda Epstein. Forse proprio per controllarne l’esito, dato che sono coinvolti i loro funzionari? Non si spingono a evocare un tribunale sovranazionale, ma poco ci manca: nella dichiarazione ufficiale il gruppo provoca addirittura i governi affinché «agiscano con decisione per ritenere responsabili gli autori», perché «nessuno è troppo ricco o troppo potente per essere al di sopra della legge», chiosano gli esperti a mo’ di stoccatina morale.
La denuncia dell’Onu potrebbe avere una pur minima credibilità se non fosse che molti dei personaggi implicati direttamente con Epstein erano alti funzionari proprio delle Nazioni unite. Si parte da Miroslav Lajcák, nientemeno che ex presidente dell’Assemblea generale delle Nazioni unite dal 2017 al 2018, proprio negli anni in cui intratteneva un’ampia corrispondenza con il faccendiere pedofilo chiedendogli di essere presentato a «ragazze» e di partecipare ai suoi «giochi privati». Dal 2020 al 2025 Lajcák è stato anche alto rappresentante Ue per i Balcani, quindi consigliere per la sicurezza nazionale del primo ministro slovacco, socialdemocratico, Robert Fico, incarico che ha dovuto lasciare dopo la pubblicazione dei file. Anche il diplomatico norvegese Terje Rod-Larsen, figura chiave nei negoziati degli anni Novanta che hanno portato agli accordi di Oslo, è stato inviato speciale delle Nazioni unite, ricoprendo perfino l’incarico di sottosegretario generale e rappresentante personale del segretario generale Onu presso l’Olp e l’Autorità palestinese. Ha avuto rapporti talmente stretti con Epstein da definirlo «il mio migliore amico». Sua moglie Mona Juul, ambasciatrice norvegese, viene anch’essa dalla covata Onu. Ha lasciato tutti i suoi incarichi dopo l'indagine per corruzione legata all’eredità milionaria lasciata da Epstein a lei e a tutta la famiglia.
Nella mole di documenti rilasciati dal Doj, il nome del diplomatico francese Fabrice Aidan ricorre almeno 200 volte. L’alto funzionario tra il 2010 e il 2017 ha scambiato centinaia di mail con Jeffrey Epstein e, proprio mentre lavorava all’Onu, gli ha regolarmente fornito informazioni, documenti e rapporti confidenziali delle Nazioni unite. Nel 2013 l’Fbi aveva allertato l’Onu di un’indagine che avrebbe potuto coinvolgerlo, ma Aidan è tornato in Francia senza essere toccato da alcuna accusa penale. La grande famiglia Onu ha partorito anche Joanna Rubinstein, ex funzionaria dell’Unhcr, l’agenzia dell’Onu per i rifugiati, che si è dovuta dimettere dalla presidenza dell’Unhcr Svezia dopo che i documenti hanno reso nota una sua visita sull’isola privata di Epstein. Ed era un funzionario Onu anche Bill Richardson, ex ambasciatore Usa presso le Nazioni unite ed ex governatore, democratico ovviamente, del New Mexico, nonché ministro dell’energia con Bill Clinton. Il suo nome compare nei registri di volo e in altri documenti relativi ai contatti politici di Epstein.
C’è poi tutto il filone Oms, agenzia per la salute dell’Onu, che lega il faccendiere pedofilo a doppio filo con Bill Gates: alcuni file indicano che Epstein usava le sue relazioni all’Onu, all’Oms e nei più prestigiosi atenei per promuovere i suoi controversi progetti sulla genomica umana e su tecnologie eticamente dubbie, oltre al progetto di una fondazione da 150 milioni di dollari, realizzata con JP Morgan e Gates per «fare soldi» (cit.) con la salute globale. Ciliegina sulla torta, le Nazioni unite che ora reclamano la Norimberga sulla vicenda Epstein, sono riuscite a ospitare Ghislaine Maxwell, compagna e complice di Jeffrey Epstein, ad almeno due eventi organizzati dall’Onu. Epstein mirava a utilizzare le Nazioni unite non solo come palcoscenico di prestigio, ma anche come strumento operativo per estendere la sua influenza geopolitica e proteggere le sue attività. Attraverso Aidan, il faccendiere pedofilo ha ricevuto per quasi otto anni briefing confidenziali del Consiglio di Sicurezza e aggiornamenti diplomatici sensibili sul Medio Oriente, accedendo anche a forum diplomatici d’élite, come il Sir Bani Yas Forum e per coordinare protocolli di alto livello con monarchi e funzionari stranieri. Sfruttava le istituzioni anche per facilitare il traffico di esseri umani e garantire l’impunità ai suoi associati. Finanziando lautamente figure come Rod-Larsen e l’International Peace Institute (Ipi), Epstein cercava inoltre di accreditare il proprio nome nei circoli progressisti più esclusivi.
A proposito di progressisti, Hillary Clinton ha definito le domande sui legami tra lei e suo marito con Epstein «un diversivo» per proteggere Trump e che i viaggi del coniuge a bordo dell’aereo del pedofilo fossero legati ai «progetti di beneficenza» per conto della Fondazione Clinton. «Noi non abbiamo nulla da nascondere», ha aggiunto. Peccato però che l’intensa frequentazione di Bill Clinton con Epstein risalgano a ben prima della nascita della Fondazione, istituita alla fine del mandato presidenziale di Bill. E, a differenza di quanto dichiarato dalla ex first Lady, i due coniugi, pur convocati a ottobre, poi a dicembre e infine il 13 e il 14 gennaio, non si sono mai presentati a testimoniare.
Tornando all’Onu, gli esperti hanno avuto l’ardire di sollecitare “indagini per determinare come tali crimini possano aver avuto luogo per così tanto tempo”: bisognerebbe chiederlo proprio a loro, visto che l’Onu è di fatto diventato l’ufficio privato del più famoso criminale del secolo.
Il mercato cripto segna un calo del 25% da inizio anno e quasi -40% su base annuale. La narrativa di Bitcoin come «riserva di valore» contro il «debasement» non ha in pratica retto più di tanto, mentre l’oro ha avuto la meglio. «Il Bitcoin non ha ancora dimostrato di poter agire da bene rifugio disconnesso dalle dinamiche di mercato», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, tra le più note società di consulenza finanziaria indipendenti del settore. «Al contrario, la crescente adozione di massa tramite Etf ed Etp lo ha reso meno decorrelato dagli asset speculativi».
Del resto, l’adozione via Etf o Etp amplia la platea, ma rende il prezzo più sensibile alle rotazioni sugli asset di rischio. A pesare è anche la leva. «L’eccessiva compiacenza di molti trader e l’aumento della leva finanziaria si sono ritorti contro alla prova dei fatti», continua l’esperto. «Quando il Bitcoin nelle scorse settimane ha sfondato alcune soglie chiave, sono scattate le liquidazioni automatiche: in sole 24 ore sono stati polverizzati oltre 2,1 miliardi di dollari in posizioni “long”. Una massa che, in fase di discesa, ha agito come benzina sul fuoco». La capitalizzazione totale è così scesa da 2,9 a 2,2 trilioni di dollari e Bitcoin è tornato verso 60.000 dollari, lontano dai 126.000 dell’ottobre 2025. Il caso Bithumb ha riacceso i dubbi: un «fat finger (errore umano di digitazione commesso durante l’inserimento di dati, ndr)», ha accreditato 2.000 Bitcoin a 695 clienti, scatenando la vendita del «regalo» e un flash crash locale (quando il prezzo diminuisce rapidamente in un periodo di tempo molto breve prima di entrare rapidamente in un periodo di recupero) fino a 55.000 dollari.
Nonostante il clima di «estrema paura», dagli Etf non emerge ancora un esodo istituzionale. «Da alcuni anni come SoldiExpert SCF inseriamo quote di Bitcoin in alcuni portafogli, ma solo per clienti che ne comprendono la volatilità estrema e lo vogliono espressamente», osserva Gaziano. «Nel nostro approccio, questa quota deve essere rigorosamente controllata e rivista mensilmente grazie a strategie dinamiche che si sono rivelate profittevoli e abbastanza protettive. Spesso la associamo ad asset come l’oro, che in questi mesi ne ha contenuto la discesa e anzi ha riportato in ampio guadagno la posizione complessiva. Le criptovalute, al di là di un certo storytelling settario e non disinteressato, restano, infatti, un asset riservato solo a chi ha un’elevata tolleranza al rischio (più volte in questi anni è arrivato a perdere oltre l’80% dai massimi) e, soprattutto, non è un posto dove andare a caccia di fortuna indebitandosi». Crescono così le soluzioni che combinano oro e Bitcoin, come ad esempio il Bitwise Diaman Bitcoin & Gold Etp, quotato anche a Piazza Affari (in Italia solo per professionali). Per Luke Deans (Bitwise Europe) vari indicatori collocano Bitcoin in un’area spesso compatibile con minimi di ciclo, ma la struttura resta difensiva e la liquidità limitata: possibile quindi nuova volatilità o consolidamento; Ethereum e Solana restano più sensibili al rischio.
Ci sono le notizie. Poi ci sono le smentite. E quando la smentita arriva con la puntualità di un comunicato redatto con diplomazia preventiva, significa che la notizia ha colpito nel segno. Il caso nasce da un titolo del Financial Times: Christine Lagarde potrebbe lasciare la guida della Banca Centrale Europea prima della scadenza naturale dell’ottobre 2027. Più semplicemente prima che la Francia entri nel frullatore delle presidenziali.
Da Francoforte rispondono che la presidente è «totalmente concentrata sulla sua missione». Formula notarile. I mercati fingono indifferenza: euro stabile, spread composti, rendimenti educati. Ma nelle stanze dove si tengono le chiavi dell’Eurotower, la partita sarebbe già cominciata.
La Bce dovrebbe essere indipendente. È scritto nei trattati. Ma l’indipendenza è spesso un concetto elastico. L’ipotesi che circola è politica prima ancora che monetaria: dimissioni anticipate di Lagarde per consentire a Emmanuel Macron e al cancelliere Friedrich Merz di scegliere il successore quando l’asse europeista regge ancora. Prima che Parigi diventi terreno di contesa elettorale. I sondaggi raccontano una storia che all’Eliseo leggono con crescente inquietudine. Potrebbe arrivare Marine Le Pen. Oppure, se le vicende giudiziarie dovessero complicarle la corsa, il suo delfino Jordan Bardella. In entrambi i casi, per Bruxelles e Francoforte si aprirebbe una stagione imprevedibile. Meglio chiudere ora le grandi nomine. Perché una vittoria lepenista non sarebbe solo un fatto francese: potrebbe rafforzare Afd in Germania, irrigidire gli equilibri e trasformare la politica monetaria in terreno di scontro identitario.
In questo quadro si inserisce un altro tassello: le dimissioni anticipate del governatore della Banque de France, François Villeroy de Galhau. Ufficialmente scelte personali. In realtà un modo per sistemare le caselle chiave prima che il calendario elettorale renda tutto più complicato.
Perché nel 2027 non scade solo Lagarde. Finiscono anche i mandati nel Comitato esecutivo di Philip Lane e Isabel Schnabel. Un pacchetto di nomine che richiede equilibrio geografico, politico e istituzionale. Berlino rivendica la guida dell’Eurotower. Il problema è che la presidenza della Commissione europea è già in mani tedesche con Ursula von der Leyen. Se un tedesco salisse alla Bce, si aprirebbe un vero terremoto istituzionale: compensazioni, pressioni, fino all’ipotesi — tutt’altro che peregrina — di dimissioni della stessa von der Leyen per riequilibrare il tavolo. Non è fantapolitica. È aritmetica comunitaria.
Esclusa, per prassi non scritta, un’altra nomina francese - Parigi ha già espresso Jean-Claude Trichet e Lagarde - e l’Italia in posizione defilata per effetto della turnazione, il campo si restringe. In prima fila c’è lo spagnolo Pablo Hernández de Cos, ex governatore del Banco de España e oggi direttore generale della Banca dei regolamenti internazionali. Poi l’olandese Klaas Knot, rigorista ma pragmatico, volto noto a Francoforte.
La Germania sogna il colpo grosso con Joachim Nagel, presidente della Bundesbank. Infine c’è la carta interna: Isabel Schnabel, membro dell’attuale Comitato esecutivo. Economista raffinata, voce autorevole, già considerata tra le più influenti dell’istituto. Una soluzione di continuità che garantirebbe stabilità, ma non risolverebbe il rebus geopolitico. Lagarde non commenta. Lo stesso silenzio con cui aveva accolto nei mesi scorsi l’altra bomba del Ft. Il quotidiano londinese aveva rivelato che il suo stipendio è quattro volte più alto di quello del presidente della Fed. Il mandato della Lagarde, iniziato nel novembre 2019 dopo l’accordo tra Emmanuel Macron e Angela Merkel, è stato un catalogo di emergenze: pandemia, guerra in Ucraina, inflazione all’11% post Covid, tassi portati da -0,5% al 4% in poco più di un anno e poi riaccompagnati verso il 2%. Qualche mese fa il suo nome era stato accostato al World Economic Forum dopo l’uscita di scena del fondatore Klaus Schwab. Anche lì, smentite. Ma quando le voci si ripetono, significa che qualcuno le coltiva.
E allora la domanda non è se Lagarde lascerà. È quando e a quale prezzo politico. Questa non è soltanto una storia di incarichi. È una partita sul controllo dell’architettura europea in una fase di transizione delicatissima. Se la Francia dovesse virare verso l’euroscetticismo, l’asse tradizionale che ha retto l’Unione vacillerebbe. La Bce, ultimo baluardo tecnocratico, diventerebbe terreno di scontro politico.
Alla faccia dell’indipendenza.








