Fa quasi spavento notare quanto del mondo di oggi avesse compreso e intravisto Joseph Ratzinger già nel 1958. Pubblicò quell’anno un intervento intitolato «I nuovi pagani e la Chiesa», ora ristampato nel volume antologico La fede del futuro. Il futuro della Chiesa, pubblicato da Cantagalli e impreziosito da un testo inedito. Quell’articolo del giovane teologo contiene già il cuore pulsante del pensiero ratzingeriano sulla «demondanizzazione».
Cioè un processo che, per quanto faticoso, la Chiesa ha bisogno di affrontare per rispondere con forza alle esigenze di questo tempo e per continuare al meglio la sua missione. Scandalosa, la demondanizzazione, eversiva quasi, soprattutto alla luce di quanto accaduto negli ultimi anni, con una Chiesa che ha cercato di inseguire il mondo, di adattarvisi per compiacerlo. Ratzinger ne illustrò il senso nel 2021 nel corso di una intervista concessa a Tobias Wintsel: «L’espressione demondanizzazione esprime la parte negativa del processo che mi sta a cuore», disse, «e cioè distaccarsi dalle parole e dalle strettoie di una data epoca per raggiungere la libertà e la vastità della fede.
Questo pensiero in sé mi divenne sempre più chiaro nel mio anno a Bogenhausen e l’ho esposto alla fine dei miei anni a Frisinga, nell’articolo “I nuovi pagani e la Chiesa”, ottenendo un’eco inaspettata. La mia esperienza durante l’anno a Bogenhausen mi aveva mostrato come per molti la fede si fosse ridotta a consuetudine, e anche come molte delle funzioni che riguardavano la struttura e la vita della Chiesa fossero esercitate da persone che non condividevano affatto la fede della Chiesa. Così la loro testimonianza in molti casi non poteva non apparire discutibile. Fede e incredulità erano spesso mescolate in un modo singolare e questo, prima o poi, sarebbe necessariamente emerso e avrebbe provocato un crollo che alla fine avrebbe sommerso la fede. Mi sembrava che occorresse una distinzione. Ma non si poteva né si doveva pensare a una nuova Chiesa di soli santi: che questo pensiero, così ricorrente nella storia, sia un sogno errato, puntualmente contraddetto dalla realtà, mi era chiaro».
Nel suo potentissimo articolo giovanile, Ratzinger illustrava brevemente alcuni dati di realtà. E cioè che la Chiesa nata dalle prime comunità cristiana era giunta, nel Medioevo, a coincidere con il mondo, regolandone tempi e modi. «Nel Medioevo però le cose già cambiarono per il fatto che Chiesa e mondo si identificarono e cosi in fondo essere cristiano non fu più una decisione personale, quanto piuttosto un dato politico-culturale», scriveva Ratzinger. «Ci si aiutò con il pensiero che Dio alla fin fine si era scelto proprio questa parte della terra; la specifica coscienza cristiana ora divenne, al contempo, una coscienza di elezione politico-culturale. Dio aveva scelto proprio questo mondo occidentale. Oggi è rimasta l’estrinseca sovrapposizione di Chiesa e mondo; la convinzione, invece, che in questo modo - nell’involontaria appartenenza alla Chiesa - si nasconde anche una speciale grazia di Dio, un’eterna realtà di salvezza, è caduta. La Chiesa è, come il mondo, un dato della nostra specifica esistenza occidentale e dunque, come quel particolare mondo a cui apparteniamo, un dato del tutto casuale. Quasi nessuno, perciò, crede realmente che da questo dato di fatto del tutto casuale di natura culturale e politica che si chiama Chiesa possa dipendere una specie di salvezza eterna. Per l’uomo occidentale la Chiesa più o meno è, di fatto, un mero pezzo di mondo assolutamente casuale: essa, proprio per la sua sovrapposizione con il mondo (che estrinsecamente si è mantenuta), ha perso la serietà della sua pretesa».
Questo è il dramma che la Chiesa cattolica vive ancora oggi. Come uscirne? Ratzinger non auspicava chissà quali svolte settarie. Allo stesso tempo, però, non addolciva la purga: «Alla lunga», spiegava, «non può essere risparmiato alla Chiesa di smantellare pezzo per pezzo la sua apparente sovrapposizione con il mondo e tornare a essere quello che è: comunità dei credenti. Di fatto la sua energia missionaria non potrà che crescere grazie a queste perdite esteriori: solo se smette di essere qualcosa di ovvio e a buon mercato, solo se ricomincia a presentarsi per quello che è, potrà raggiungere con il suo messaggio l’orecchio dei nuovi pagani che finora potevano cullarsi nell’illusione di non essere pagani. Naturalmente il ripiegamento da tali posizioni esteriori porta con sé anche la perdita di notevoli vantaggi, che l’attuale intreccio della Chiesa con la realtà pubblica senza dubbio produce. Si tratta di un processo che, con o senza la collaborazione della Chiesa, avanza da sé, e al quale si deve dunque adattare».
Insomma, partita come piccolo gregge, la Chiesa è arrivata in Occidente a identificarsi con il mondo. Ma «oggi questa sovrapposizione è solo un’apparenza che copre la vera natura della Chiesa e del mondo e in parte impedisce alla Chiesa la sua necessaria attività missionaria. Così presto o tardi, con o senza il consenso della Chiesa, si realizzerà, dopo il cambiamento di struttura interno, anche un cambiamento esterno in direzione del pusillus grex. La Chiesa deve fare i conti con questo dato di fatto in modo tale da procedere in modo più circospetto nella prassi sacramentale e nell’annuncio, da distinguere tra annuncio missionario e annuncio ai credenti; il singolo cristiano dovrà tendere in modo più deciso a una fraternità di cristiani e nello stesso tempo aspirare a dimostrare la sua vicinanza al prossimo non credente attorno a lui in un modo veramente umano e così profondamente cristiano».
In buona sostanza l’Occidente moderno è pagano, non più cristiano. Per questo la Chiesa dovrebbe demondanizzarsi proprio per risultare più efficace nel mondo. Non chiudersi, ma rafforzarsi, tornare a presentarsi come via di salvezza e non come una fornitrice di morale come tante. «Per il cristiano di oggi», notava Ratzinger, «è diventato inimmaginabile che il cristianesimo, più precisamente che la Chiesa cattolica possa essere l’unica via di salvezza; in questo modo l’assolutezza della Chiesa, e anche la serietà della sua pretesa missionaria, anzi tutte le sue esigenze sono diventate intrinsecamente discutibili».
Questo percorso iniziato nel 1958 è proseguito per tutta la vita di Ratzinger. Nel 1969 il futuro papa scriveva che «gli uomini di oggi percepiscono la forma della fede come un peso; ma allo stesso tempo sono animati dall’esigenza di essere credenti. [...] Proprio oggi, per quanto paradossale possa suonare, c’è una nostalgia della fede: è evidente che il mondo della pianificazione e della ricerca, del calcolo esatto e della sperimentazione da solo non basta. In fondo ci si vuole liberare da esso tanto quanto dalla vecchia fede, il cui contrasto con il sapere moderno la fa diventare un peso opprimente». «L’uomo che si vuole limitare alla conoscenza sperimentale in senso stretto», proseguiva Ratzinger, «cade nella crisi della realtà, di conseguenza perde la verità. C’è in lui il grido che chiede la fede e che l’attuale momento storico non riesce a sopprimere, ma anzi rende più drammatico. C’è il grido che domanda liberazione dal carcere del positivismo, e c’è naturalmente anche il grido di liberazione da una forma di fede che la rende un peso, invece di essere la forma della libertà».
Ed eccoci al nocciolo di tutte le questioni. Come fa la fede a tornare libera? Non temendo di annunciare la Verità. Non adattandosi al mondo, ma ribadendo ciò che lo trascende e resta sempre vero. In questo modo ci si libera dai condizionamenti terreni, dalle piccinerie di ogni giorno. Certo è una via impervia, perché può richiedere sacrifici (chi si presenta come annunciatore della verità non ha vita facile), ma è l’unica che abbia senso praticare. Annunciare la verità non significa, però, credersi eletti o illuminati. Anzi, vuole dire soprattutto riconoscere il bisogno di salvezza che si ha. La fede è questo: affidarsi fiduciosi a chi salva. E dunque atto fondamentale è la preghiera. «In termini generali la preghiera è l’atto religioso fondamentale», dice Ratzinger nel suo testo inedito del 2021. «È in qualche modo il tentativo di entrare concretamente in contatto con Dio. La peculiarità della preghiera cristiana sta nel fatto che si prega insieme a Gesù Cristo e al contempo si prega Lui. Gesù è in egual misura uomo e Dio e può così essere il ponte, il pontifex, che rende possibile superare l’abisso infinito tra Dio e uomo. In questo senso Cristo è, generalmente parlando, la possibilità ontologica della preghiera. Ma egli è poi anche la guida pratica alla preghiera». La preghiera è gesto fondamentale di «demondanizzazione»: rende la fede libera e viva, la disintigue dai rituali stanchi.
«La preghiera cristiana, in quanto pregare insieme a Gesù Cristo, è sempre ancorata nell’Eucaristia, conduce a essa e all’interno di essa. L’Eucaristia è la preghiera compiuta con tutto l’essere. Essa è la sintesi di critica al culto e di vero culto. In essa Gesù ha fatto suo il no al puro parlare e il no ai sacrifici animali e ha messo al loro posto il grande si della sua vita e della sua morte. Così l’Eucaristia rappresenta la definitiva critica al culto e al contempo il culto nel senso più ampio del termine. Lo hanno bene evidenziato i Padri, da un lato caratterizzando il paganesimo come consuetudo, come consuetudine, dall’altro caratterizzando il cristianesimo come un pregare». In un mondo divenuto pagano, non resta che la preghiera come via di salvezza. Consapevoli che nulla rende più liberi della verità.
Dopo aver duramente criticato lo statuto del Board of peace per Gaza, Bruxelles ha fatto dietrofront: la Commissione europea parteciperà alla riunione inaugurale come osservatore.
A rappresentare l’Ue giovedì a Washington sarà il commissario europeo per il Mediterraneo, Dubravka Suica. Nonostante le premesse di rito, ovvero che la Commissione «non sta diventando membro» del Board, il portavoce Guillaume Mercier ha comunicato che la partecipazione all’incontro è in virtù «dell’impegno di lunga data per l’attuazione del cessate il fuoco a Gaza, nonché per prendere parte agli sforzi internazionali per sostenere la ricostruzione e la ripresa postbellica a Gaza».
A fargli eco anche la portavoce della Commissione, Paula Pinho, che ha messo in primo piano il ruolo svolto da Bruxelles: «Siamo i più importanti donatori per Gaza e per la Palestina. Ed è in questo senso e in questo ruolo che andiamo alla riunione. Abbiamo le competenze necessarie. Disponiamo già di un importante sostegno finanziario». Pare però che a Bruxelles piaccia poco essere etichettata con il nome di «osservatore», termine usato anche da Reuters. «Preferiamo non parlare di osservatore» hanno detto fonti dell’Ue, che invece vogliono spiegare i due aspetti della presenza europea: non diventare membri, ma essere presenti «alle discussioni su Gaza».
La virata non è il risultato di un qualche cambiamento richiesto da Bruxelles e adottato dal Chair, ovvero Donald Trump, ma è l’ennesimo giro di valzer made in Ue. Il 23 gennaio, il presidente del Consiglio europeo, António Costa, aveva espresso «seri dubbi su diversi elementi dello statuto del Board of Peace» ovvero «il suo ambito di applicazione, la sua governance e la sua compatibilità con la Carta delle Nazioni unite». E invece ieri, pur ritenendo sempre critici questi aspetti, un portavoce della Commissione Ue ha reso noto che «l’Alto rappresentante, Kaja Kallas, è in contatto con i membri e, al Consiglio affari esteri, i ministri discuteranno con Nikolay Mladenov (l’Alto rappresentante del Board, ndr) di come l’Ue potrà contribuire».
La recente scelta del governo italiano di prendere parte al Board come osservatore non stona quindi con la linea europea. Lo stesso ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha dichiarato ieri: «Vogliamo essere protagonisti ma come osservatori, come lo sarà la Commissione europea». In tal modo non si è vincolati «all’articolo 9 dello statuto del Board» che «è in contrasto con la Costituzione». L’iniziativa, ha proseguito Tajani, si spiega con il ruolo svolto dall’Italia: «Lo facciamo perché abbiamo già dato molto per Gaza e continueremo a farlo, siamo tra i Paesi al mondo che ha dato di più. Siamo pronti a formare la nuova polizia gazawa e quella palestinese, siamo pronti a incrementare i nostri carabinieri a Rafah». Tra l’altro, l’inversione di Bruxelles è andata probabilmente oltre le aspettative del Quirinale, che si è voluto mantenere distante dall’acceso dibattito tra il governo e l’opposizione. Poco prima della svolta europea, il Corriere della Sera aveva fatto sapere che «non era stato il Quirinale a stoppare l’ingresso a pieno titolo dell’Italia nel Board per la ricostruzione di Gaza. E non sarà il Quirinale a impedire che Meloni accetti l’invito di Trump a partecipare come osservatore».
In questo contesto, le critiche dell’opposizione sembrano obsolete. «Mi chiedo fino a che punto Meloni voglia umiliare la tradizione diplomatica di questo Paese per non scontentare Trump» ha detto il segretario del Pd, Elly Schlein. Per i parlamentari M5s delle Commissioni esteri di Camera e Senato si tratta dell’«ennesimo atto di sudditanza di Meloni che degrada l’Italia a vassallo degli Stati Uniti e allontana il nostro Paese dal novero dei Paesi europei che contano». Peraltro, Tajani, al Corriere della Sera, ha risposto alle critiche: «Mi sembrano accuse senza senso. Allora anche la Commissione europea, che sarà presente con la responsabile del Mediterraneo Dubravka Suica, è asservita all’America? E Cipro che ha la presidenza di turno? Non capisco cosa ci sia da strepitare». Tra gli osservatori ci saranno infatti anche Cipro, la Romania e la Grecia, mentre la Germania sta valutando. Di certo il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, non sarà a Washington, ma una fonte del governo ha rivelato che «il cancelliere ha continuamente contatti con Meloni». Nel frattempo, ieri è stato organizzato un vertice a Palazzo Chigi tra il premier, Giorgia Meloni, Tajani, il vicepremier, Matteo Salvini e il leader di Noi moderati Maurizio Lupi. Il confronto, oltre al Board, ha riguardato le priorità dell’ultimo anno dell’esecutivo, la legge elettorale e il decreto energia. E nonostante non sia ancora noto chi rappresenterà l’Italia a Washington, se Tajani o Meloni, a fare da preludio alla riunione del Board saranno oggi le comunicazioni del vicepremier al Parlamento a cui seguiranno le votazioni.
Milano-Cortina, nona sinfonia d’oro con i pattinatori-jet. Inseguimento al top 20 anni dopo Torino
La nona sinfonia azzurra non può che essere una Corale. Anche Ludwig van Beethoven, che era sordo, sente il boato dei 6.000 nell’Oval di Milano-Rho, impazziti per l’oro delle frecce tricolori nell’inseguimento a squadre di pattinaggio, che impartiscono una lezione di potenza e stile ai campioni del mondo statunitensi. Davide Ghiotto, Michele Malfatti e Andrea Giovannini vanno a prendere il metallo più prezioso con una cavalcata di 3.200 metri che sa di rimonta, di tattica, infine di esplosione atletica. Nell’inseguire un sogno, e non solo le occasioni perdute, non ci batte nessuno. Il terzetto accelera a tre giri dalla fine, arrivando sul traguardo con 4’’51 (un’eternità) sugli americani annichiliti, praticamente stracciati. Terza la Cina.
Nono oro, 24ª medaglia, un exploit straordinario nell’Olimpiade più generosa della storia. Ed è orgoglio puro - alla faccia di chi continua a rosicare contro i Giochi - quello che ti assale quando vedi il tricolore salire affiancato dalla bandiera a stelle e strisce e dal vessillo cinese: le superpotenze sono dietro i ragazzi italiani. Ora a invidiarci sono gli altri e lo scettico blu può consolarsi con una battuta neorealista: a guardie e ladri siamo sempre i numeri uno. Vent’anni dopo l’impresa di Enrico Fabris, Matteo Anesi e Ippolito Sanfratello sul ghiaccio di Torino, ancora tre azzurri a dettar legge. Tre ori di specialità sono un’enormità, e in tribuna a esultare c’è Francesca Lollobrigida che ha incamerato gli altri due. La locomotiva della squadra è Ghiotto, di nome e di fatto, vicentino di 32 anni che cominciò con le rotelle e avvitò le lame sotto i pattini assistendo all’exploit di Fabris a Torino. «Ho provato a imitarlo, oggi posso dire di esserci riuscito». Fin qui era andato male, medaglia di legno nei 5,000 e solo sesto nei 10.000. Giovannini (32 anni) cominciò a pattinare sul lago ghiacciato di Baselga di Pinè (Trento), poi è venuto il resto, anche i titoli mondiali a Calgary e Hamar. Torna in gara sabato nella Mass Start, praticamente una tonnara. Il trentino Malfatti ha un anno di meno (a questi livelli l’esperienza non è mai un optional), ha calzato i pattini a 5 anni e non li ha più tolti.
Sono tutti figli sportivi di Maurizio Marchetto, considerato a 70 anni il guru del pattinaggio. È stato lui a inventare la squadra stellare in un contesto difficile: piste all’aperto, un freddo boia, lunghe trasferte soprattutto in Olanda per allenarsi come si deve. Pane e pattini. Spiega Giovannini: «Ho due bimbi, Enea e Celeste, che mi riconoscono alla Tv. Adesso mi dedicherò a loro. Ma questo sport è troppo figo, a 65 all’ora in curva ti dà l’ebbrezza della velocità». Lui è milanista sfegatato, è cresciuto col mito di Kakà e come premio extra andrà a San Siro a vedere il derby.
Pattini d’oro per uomini veloci, sci di bronzo per ragazze stravaganti. Lo è Flora Tabanelli, salita lunedì notte sul podio nel Freestyle big air, che significa un trampolino quasi ad angolo retto, evoluzioni pazzesche in volo e atterraggi da reparto di traumatologia. La diciottenne modenese, figlia di albergatori che gestiscono un rifugio sull’Appennino, ha conquistato pubblico e avversarie per la folle genialità. I suoi idoli sono Alberto Tomba, amico di famiglia, e il fratello Miro, eliminato nella prova maschile di Freestyle. Alcuni mesi fa Flora si era fratturata una gamba cadendo e nella rieducazione a Torino ha incontrato Federica Brignone: «L’ho vista lavorare e mi ha impressionato. Ha un’energia interiore incredibile, il suo esempio mi ha aiutato a tornare più forte di prima». Lei è dolce e semplice, niente a che vedere con la sexy star olandese Jutta Leerdam, che dopo aver vinto nel pattinaggio ha mostrato un reggiseno Nike che gli varrà un milione di compenso. A proposito di soldi, l’ucraino dello skeleton Vladi Heraskevych, squalificato per via del casco con le foto delle vittime sportive della guerra, è stato ricompensato con 200.000 euro dal proprietario dello Shakhtar Donetsk. Come se avesse vinto l’oro.
Dopo le medaglie, la delusione più scontata arriva dall’hockey: l’Italia torna a casa. Nei playoff l’ha eliminata la Svizzera (3-0) che avrebbe segnato più gol se non si fosse trovata di fronte Damian Clara, il gemello con i pattini di Gigio Donnarumma. Ha parato quasi tutto: 48 tiri su 51. A 21 anni il ragazzone di Brunico è stato scelto dalla squadra di Los Angeles, gli Anaheim Ducks di Nhl. È il primo italiano chiamato nel gotha dei pro americani. Usa e Canada corrono verso lo scontro stellare nella finale di domenica e a questo proposito c’è un’ipotesi che agita l’organizzazione: all’arena Santa Giulia potrebbe materializzarsi Donald Trump, tifosissimo dello sport più Maga d’America.
Oggi si gareggia per medaglie pesanti, forgiate dalla fatica di uomini e donne degli altopiani. Nella sprint a squadre del Fondo, Federico Pellegrino aspira al podio; nella staffetta femminile di biathlon, Lisa Vittozzi e Dorothea Wierer vogliono imitarlo. Nello slalom speciale donne Lara Della Mea (quarta in gigante) può essere la sorpresa, mentre la notte dello short track promette ovazioni: Pietro Sighel per la vendetta, Arianna Fontana in staffetta per la leggenda.
C’è una gara che non vince nessuno: la caccia alle introvabili mascotte Milo e Tina, i peluche simbolo dei Giochi. I rifornimenti latitano, si comincia a parlare di mercato nero e di contraffazioni. È il consueto effetto collaterale cinese-partenopeo del fascino italiano.
L’esperimento ha un nome in codice, Operazione Laser, e per quasi dieci anni, dal 2011, trasforma Los Angeles in un banco di prova continuo per la polizia predittiva. La scena si ripete ogni giorno. Un agente apre il «Chronic Offender Bulletin» generato da Gotham, il software che Palantir - l’azienda di Peter Thiel - ha fornito al comune di Los Angeles e che setaccia i database del dipartimento di Polizia in cerca di arresti, affiliazioni a gang, persino semplici contatti con gli agenti, e assegna un punteggio di rischio a centinaia di persone. Ne esce una lista quotidiana di nomi e volti. La direttiva è trovare questi individui, fermarli, interrogarli e, se serve, arrestarli. La base dell’intervento, in sostanza, è una stima di rischio calcolata dal sistema.
Il software di Palantir promette alla polizia ciò che finora apparteneva alla fantascienza e alle trame di film come Minority Report: usare l’analisi predittiva per scongiurare i reati prima che vengano commessi. L’idea arriva proprio dal racconto di Philip K. Dick del 1956, esploso poi con il film di Steven Spielberg del 2002. In quella storia tre precognitivi, Agatha, Arthur e Dashiell, fluttuano nel «Tempio», il cuore del dispositivo. Tom Cruise è John Anderton, capo della sezione PreCrime di Washington, e la sua squadra, guidata dalle visioni dei tre sensitivi, blocca gli omicidi giusto un attimo prima dell’atto arrestando i potenziali assassini. A Los Angeles il precog prende la forma di un algoritmo, Gotham. Il copione distopico immaginato da Dick, un apparato che sposta il bersaglio dalle azioni alle intenzioni, diventa un protocollo operativo di polizia, come detto, dal 2011. Anni dopo, diverse inchieste giornalistiche e la pressione dei gruppi per la difesa dei diritti civili mostreranno che i dati utilizzati sono spesso imprecisi e pieni di pregiudizi, e il programma verrà cancellato. Per un lungo periodo, però, la città californiana lo mette alla prova sul campo. [...]
Quando al Los Angeles Police Department (Lapd) viene presentata per la prima volta, la proposta di Palantir suona allettante. Il dipartimento firma un accordo e da lì nasce Operazione Laser. L’acronimo, Los Angeles Strategic Extraction and Restoration, dal tono quasi militare, dice tutto. Dall’intervento degli agenti dopo un crimine, si passa alla selezione preventiva dei soggetti ritenuti a rischio, «estratti» dal tessuto sociale prima che agiscano. Minority Report è realtà. Per evitare la trafila degli appalti pubblici con obbligo di trasparenza, Thiel e l’amministratore delegato Alex Karp donano Gotham al Lapd tramite la Los Angeles Police Foundation, un’associazione non profit. In tal modo, il software entra in servizio senza un vero dibattito pubblico. L’operazione parte come pilota nelle divisioni urbane con più reati, come la Newton Division, e negli anni successivi si allarga ad altre zone, Hollywood compresa.
L’architettura dell’Operazione LASER è un meccanismo di profilazione automatizzato. Un’inchiesta di «BuzzFeed News», basata su centinaia di pagine di documenti interni del dipartimento di Polizia losangelino, ha svelato la logica del sistema. Gotham funziona come un collettore di dati. Vi vengono riversati i classici dati «duri», come arresti e condanne, ma soprattutto, e per la prima volta, un universo di informazioni «soft», ambigue e discrezionali, come le note compilate dagli agenti durante i fermi per strada, le cosiddette «schede di intervista sul campo», che spesso non portano ad alcuna accusa formale. A queste si aggiungono le affiliazioni a gang, reali o presunte, e l’intera rete di contatti personali e familiari di un individuo. Il software aggrega questi frammenti, trasformando informazioni non verificate in fattori di rischio, e produce il suo verdetto. Il sistema è a punti, con regole che non saranno mai rese pubbliche. A ogni persona è attribuito un punteggio, una traccia digitale che ne orienta il destino. Un arresto per crimine violento vale cinque punti, l’affiliazione a una gang, anche solo presunta, altri 5, come anche essere in libertà vigilata. Ma il vero moltiplicatore è altrove: anche un fermo con identificazione in una «zona calda» della città aggiunge punti, innescando un circolo vizioso in cui la sorveglianza genera altra sorveglianza. Chi supera una certa soglia di punteggio viene etichettato automaticamente come chronic offender. Il nome, il volto, l’indirizzo, la patente, la targa dell’auto e l’intera rete di contatti finiscono nel grande database di Gotham. Una lista di proscrizione aggiornata giorno per giorno.
Qui emerge chiaramente il nodo che inceppa ogni sistema di polizia predittiva: Palantir presenta Gotham come strumento neutrale, basato solo sui dati. Il Lapd, a sua volta, descrive l’Operazione Laser come un programma infallibile, libero dai pregiudizi. I riscontri sul campo, però, raccontano altro. L’algoritmo non è imparziale, perché viene addestrato su dati che riflettono la storia del dipartimento. Per decenni, la polizia di Los Angeles ha concentrato controlli e arresti nei quartieri «difficili» a maggioranza nera e ispanica. Gotham assorbe quella storia e la riproduce. In pratica, non prevede il crimine, ma indica dove la polizia avrebbe in ogni caso continuato a cercare, catalogando persone - in stragrande maggioranza giovani maschi - dentro quelle comunità. Ne esce un circolo vizioso: Gotham rispecchia e amplifica i pregiudizi del Lapd, dando loro una patina di scientificità, perché i dati arrivano da anni di pattugliamenti concentrati nelle aree povere a rischio. Il software di Palantir finisce insomma per legare il crimine a certi codici postali e a determinati gruppi demografici. Così, le liste dei chronic offenders contengono gli stessi nomi; le pattuglie, guidate dalle indicazioni, tornano nelle stesse strade; nuovi fermi e arresti rientrano nel sistema e rafforzano le «previsioni». Risultato: la pretesa e sbandierata oggettività finisce per fare da alibi a una pressione continua e opprimente su comunità già marginalizzate.










