«Mentite a milioni di italiani: come Gianluigi Paragone ha smascherato il ceo di Intesa Sanpaolo in diretta su Porta a Porta». La notizia che ho bucato e che mi riguarda l’abbiamo trovata su Repubblica.it in un articolo di Giuseppe Colombo, ed è corredato da fotografie che sanciscono il mio epico duello televisivo con Carlo Messina.
L’articolo riporta non solo «lo scontro a Porta a Porta che ha lasciato l’ad di Intesa Sanpaolo senza parole» ma anche il mio suggerimento su «come la gente comune può finalmente riprendere il con dei propri soldi». Ora vi chiederete? Ma quando è andata in onda questa puntata di Porta a porta? E perché la notizia è sul sito di Repubblica.it mentre io, che pur collaboro con la Verità, non ho scritto una riga? Semplice, perché nulla di tutto questo è mai avvenuto realmente. È una notizia fake, una truffa che coinvolge inconsapevolmente alcuni giornalisti (per esempio, Milena Gabanelli) e che occupa banner pubblicitari di prim’ordine come nella homepage di Repubblica. Che ovviamente non può sapere della pubblicità truffaldina perché le pubblicità seguono la profilazione dell’utente.
A dirla tutta, ho finanche scarse speranze di venire a capo dei responsabili della truffa dopo l’esposto/denuncia che andrò a fare quanto prima: quando partono le denunce, questi lestofanti si cambiano i connotati, nel senso dei server e delle url di riconoscimento. Così fanno ripartire la giostra delle truffe.
Intanto mettiamo in chiaro che io non c’entro assolutamente nulla e che stanno rubando la mia identità: il Gianluigi Paragone che vedete raffigurato è creato dall’Intelligenza artificiale. Come Carlo Messina e come Bruno Vespa. Quindi io non ho avuto alcuno scontro negli studi di Porta a porta con il capo di Intesa SanPaolo e - soprattutto - la piattaforma di trading pubblicizzata per far fare un po’ di soldi ai risparmiatori è una colossale truffa! Detto questo, entriamo nei meccanismi del racconto: dalla creazione dell’evento mediatico (lo scontro in tv) al lancio della piattaforma di trading online come investimento a basso rischio. L’articolo fake con grafica tipo Repubblica fake, con foto fake per prima cosa inquadra i personaggi in una sceneggiatura verosimile: da una parte, un giornalista d’inchiesta (oggi tocca a me perché ho una pagina Facebook da quasi due milioni di followers ma domani potrebbe toccare a Maurizio Belpietro o a Mario Giordano o a Paolo Del Debbio), dall’altra il capo di una banca.
Trascrivo alcuni passaggi dell’articolo fake che non è di Repubblica ma di un sito cui il banner ti porta: «Alla fine della puntata, Messina aveva abbandonato lo studio. Bruno Vespa, trent’anni di dibattiti politici alle spalle, è rimasto senza parole. E milioni di telespettatori cercavano freneticamente su Google la piattaforma di investimento che Paragone aveva appena rivelato. Ecco cos’è successo», va avanti il finto racconto della finta puntata, «Bruno Vespa ha aperto con la domanda che tutti si pongono: “Con le bollette ancora oltre i 2.500 euro l’anno, i mutui che strangolano le famiglie e il costo di tutto - dalla spesa al carburante - che resta ostinatamente alto, cosa possono fare concretamente i cittadini italiani?”». L’articolo prosegue: «La risposta arrogante dell’ad Carlo Messina: “Capisco che siano tempi difficili. Ma i fondamentali di una sana gestione finanziaria non cambiano. Le famiglie devono gestire il bilancio familiare con attenzione, valutare un indebitamento strategico per beni che si rivalutano, e rivolgersi a consulenti finanziari qualificati per…”».
A questo punto entro in scena io, il fustigatore delle banche (e lo sono, per carità) con toni che iniziano ad alzarsi (caratteristica che non nego). «La voce di Paragone ha tagliato l’aria. “Indebitamento strategico? Le spiego io cos’è strategico, direttore”». E qui parto con un bel pistolotto sui guadagni dei manager e gli stipendi delle persone comuni: cose che penso e che ho commentato mille volte. La finta puntata col finto duello tra me e Messina finisce col pubblico in piedi, una standing ovation da stadio che poco si combina con il salotto di Porta a porta. Adunata la folla adorante, tutto è pronto per il mio annuncio Urbi et orbi: una piattaforma di trading online che, stando al mio endorsement falso, «l’establishment sta cercando disperatamente di tenere nascosta. Da tre anni a questa parte esiste una tecnologia: piattaforme di investimento basate sull’Intelligenza artificiale. E stanno facendo qualcosa di straordinario». Qui andrei in un brodo di giuggiole per questa piattaforma (di cui si fa il nome nell’articolo fake) che moltiplicherebbe i pochi investimenti delle persone, con un ingresso di 250 euro, un telefono e una procedura che «spiego» nei dettagli. Tutto falso e ingannevole. Si tratta di una truffa realizzata con l’Intelligenza artificiale, che usa mie battaglie (che confermo) a favore di una «soluzione» che chi mi conosce sa benissimo che mai avrei potuto sostenere perché considero queste piattaforme di trading online (idem il mercato dei Bitcoin e cripto valute) un modo per fregare soldi!
Allora, com’è possibile che Repubblica metta queste pubblicità nella sua homepage? Funziona così: un’azienda anonima (nell’Url dell’articolo fake si menziona tale «Woodupp») carica la pubblicità su un network pubblicitario internazionale. In questo caso si tratta di MediaGo, di proprietà del colosso cinese Baidu (il secondo motore di ricerca dopo Google), la quale distribuisce su molti siti, tra cui Repubblica, attraverso il fenomeno delle aste in tempo reale. Repubblica non sceglie e nemmeno sa di quella pubblicità; si limita a incassare la vendita dello spazio pubblicitario.
Si può fare qualcosa? Sì, iniziando a guardare dentro il sistema di questo genere di raccolta pubblicitaria, dove i pochi grandi operatori tipo Meta (i cosiddetti Ott, Over the top) rastrellano con modalità piratesche tutto il mercato lasciando le briciole agli altri. Lo fanno indisturbati perché vale sempre la rassegnata idea per cui il forte ha sempre ragione. Ne aveva parlato Marina Berlusconi, inascoltata. Domani ci torneremo.
Dal Sud America all’Europa, fino all’Asia e all’Oceania, il narcotraffico cambia rotte, usa nuove tecnologie e aggira i controlli. Il report di InSight Crime mostra un sistema criminale sempre più flessibile, globale e difficile da fermare.
Mentre gli Stati Uniti rilanciano una strategia sempre più aggressiva nella cosiddetta «guerra alla droga», il narcotraffico globale dimostra di essersi già spostato su un altro livello. Il report di InSight Crime sui sequestri di cocaina nel 2025 restituisce l’immagine di un sistema tutt’altro che in crisi: un mercato dinamico, flessibile e capace di adattarsi rapidamente alle pressioni degli Stati, modificando rotte, tecnologie e destinazioni.
Il primo dato da leggere con attenzione è la distribuzione dei sequestri. Circa la metà dei Paesi dell’America Latina e dei Caraibi registra un aumento, mentre l’altra metà segna una diminuzione. Non è una contraddizione, ma la prova di una trasformazione strutturale: il traffico non si riduce, si sposta. Ogni operazione di contrasto genera un effetto elastico che spinge le organizzazioni criminali verso aree meno controllate. È una dinamica ormai consolidata, che rende inefficace una risposta basata esclusivamente sulla repressione.
In questo scenario, la Colombia resta il cuore del sistema. Nel 2025 le autorità hanno sequestrato 445,9 tonnellate di cocaina, con un incremento del 59,4% rispetto alle 279,7 tonnellate dell’anno precedente. A queste si aggiungono altre 633 tonnellate sequestrate a livello internazionale con il supporto colombiano. Numeri che, più che indicare un successo, segnalano la scala del fenomeno. Il sequestro di 14 tonnellate in un solo container nel porto di Buenaventura rappresenta il più grande degli ultimi dieci anni e conferma la centralità della logistica marittima. Ancora più significativo è l’intercettazione di un narco-sottomarino telecomandato: un segnale che il traffico sta entrando in una fase di innovazione tecnologica avanzata, con l’obiettivo di ridurre i rischi e aumentare l’efficienza. Anche negli altri Paesi produttori emergono criticità profonde. In Perù sono state distrutte 55,6 tonnellate di droga, ma il fatto che il 70% sia classificato come «sostanze simili alla cocaina» solleva dubbi sulla qualità dei dati. L’eradicazione delle coltivazioni è salita a 34.200 ettari, rispetto ai 26.500 del 2024, con un’espansione significativa in aree sensibili come Ucayali e Huanuco. In Bolivia, i sequestri sono scesi a 17,1 tonnellate, ma il calo è in parte spiegato da un’anomalia statistica dell’anno precedente. In Venezuela, invece, i dati ufficiali parlano di 42,6 tonnellate sequestrate, ma la scarsa trasparenza impone cautela, mentre il controllo del traffico sembra passare sempre più nelle mani di gruppi locali.
Il baricentro operativo si sposta però nei Paesi di transito e nei grandi snodi logistici. L’Ecuador, con 75,9 tonnellate sequestrate sul territorio e 124 tonnellate in mare, conferma il suo ruolo strategico nelle rotte globali. Panama resta un passaggio obbligato, con 97 tonnellate sequestrate e operazioni di rilievo nelle acque del Pacifico. In Costa Rica, i sequestri sono aumentati del 72,4%, arrivando a 46,5 tonnellate, segno di un coinvolgimento crescente nelle catene del traffico. La logistica del narcotraffico si è ormai integrata con quella legale: container contaminati, rotte commerciali ibride e carichi mimetizzati tra merci regolari rendono sempre più difficile distinguere tra economia legittima e illegale. Un elemento trasversale è la corruzione. In diversi Paesi, dalle istituzioni locali fino ai livelli politici, emergono segnali di infiltrazione profonda. In Paraguay, casi giudiziari hanno coinvolto esponenti del potere politico; in Guatemala le organizzazioni criminali godono della protezione di funzionari pubblici; in Costa Rica un ex ministro della Sicurezza è stato arrestato per traffico di droga. Il narcotraffico non si limita a operare nei vuoti dello Stato: in molti casi riesce a condizionarne il funzionamento.
Sul fronte dei mercati di consumo, l’Europa si conferma il principale punto di arrivo. Il Belgio ha sequestrato 55 tonnellate di cocaina nel 2025, con un aumento del 25%, mentre la Francia ha registrato 31,3 tonnellate (+49%) e il Portogallo ha raggiunto un record di 25,6 tonnellate. Il porto di Anversa resta il principale hub, ma la pressione delle autorità sta spingendo i trafficanti a diversificare le rotte, puntando su scali minori e nuovi punti di ingresso. Le conseguenze sono visibili nelle città europee, dove la competizione tra gruppi criminali alimenta un’escalation di violenza.
Parallelamente, si rafforza l’espansione verso nuovi mercati. In Asia orientale e in Oceania si registrano sequestri record: 2,6 tonnellate in Corea del Sud e 7,8 tonnellate in Australia, con un aumento del 40%. Le rotte si allungano fino a 13.000 chilometri, collegando direttamente il Sud America a regioni finora marginali. È una scelta strategica: i cartelli cercano mercati meno saturi e più remunerativi rispetto a quello statunitense, dove i consumi restano stabili e i prezzi tendono a scendere. Proprio negli Stati Uniti si manifesta il paradosso più evidente. Nel 2025 sono state sequestrate 20,8 tonnellate di cocaina, in aumento rispetto alle 14,7 del 2024, nonostante l’intensificazione delle operazioni militari e dei raid navali. Il risultato è chiaro: la pressione aumenta, ma il flusso non si interrompe. Le organizzazioni criminali reagiscono spostando le rotte e adattando le modalità operative, dimostrando una capacità di resilienza superiore a quella degli apparati statali. Il quadro che emerge è quello di un sistema globale altamente efficiente. Il narcotraffico funziona come un mercato integrato, capace di innovare e di reagire in tempo reale. Gli Stati, invece, restano vincolati a logiche nazionali e strumenti spesso rigidi. Non è più solo una questione di sicurezza, ma uno scontro tra modelli organizzativi: da un lato strutture istituzionali lente e frammentate, dall’altro reti criminali flessibili, globali e tecnologicamente avanzate. La vera domanda, allora, non è quanta droga venga sequestrata. Ma quanta continui a passare.
C’è una parte importante del cattolicesimo democratico italiano che mostra sempre più segni di inquietudine rispetto al futuro politico del Paese.
In particolare, questo mondo ritiene che il cosiddetto «bipolarismo selvaggio» non possa essere la regola aurea del sistema politico italiano, e che per superarlo sia necessario affermare una vera e credibile «politica di centro», cui necessariamente serve un soggetto politico corrispondente.
Non avendo mai amato i partiti personali o del capo e non essendo affascinati dal «leaderismo», coloro che si ritengono eredi dalla miglior tradizione cattolico-popolare del nostro Paese, immaginano un luogo, o se si preferisce un contenitore politico, che sia autenticamente democratico, plurale, e riformista. Non un «centro» che sappia lucrare rendite di posizione giocando sugli equilibri politici, ma un soggetto politico dinamico, innovativo e moderno. Del resto, mano a mano che si consolida la leadership della Schlein dentro il Pd, diversi esponenti cattolici osservano che nel campo cosiddetto progressista la sinistra italiana nelle sue multiformi espressioni sta consolidandosi sempre di più e quindi un’area di centro democratica e riformista sarebbe del tutto fuori luogo e fuori spazio in quel campo politico. In questo contesto, quindi, i cattolici popolari vorrebbero contribuire ad aprire una nuova stagione politica in Italia, partendo da due presupposti: il primo è che questa cultura politica, con i suoi esponenti e i suoi dirigenti più rappresentativi, ha giocato un ruolo decisivo nei momenti più importanti della storia democratica italiana, e crede che il «centro politico» nel nostro Paese si identifichi prevalentemente con questo filone di pensiero. Il secondo elemento attiene direttamente al ruolo e alla funzione della cultura politica cattolica popolare e sociale, ed è la presa d’atto che, senza un sussulto di dignità e una nuova assunzione di responsabilità questa cultura rischia di decadere in un ruolo di puro gregariato e di marginalità nello scacchiere politico italiano. I cattolici popolari e sociali non vogliono ridursi ad essere «i cattolici indipendenti di sinistra» all’interno dei vari partiti di riferimento.
Queste considerazioni sono probabilmente alla base e stanno spingendo a muoversi la galassia del centro che guarda a sinistra, anche in vista delle prossime scadenze elettorali.
La data da evidenziare in rosso è quella del prossimo 16 maggio, quando all’Auditorium Antonianum di Roma, a due passi da San Giovanni in Laterano, si ritroverà gran parte del mondo cattolico democratico ex popolare, che dopo le convinte esperienze della Margherita e dell’Ulivo, ha proseguito, chi con entusiasmo e chi meno, aderendo al Pd, che tuttavia alcuni, oggi, cominciano a ritenere un luogo «scomodo». Il titolo dell’iniziativa è «Costruire Comunità» ed è il seguito ideale dell’appuntamento di un anno fa a Milano, a cui poi sono seguite altre iniziative. Ci sono però due elementi che rendono questo incontro più significativo rispetto ai tanti che si susseguono da mesi: il primo è il parterre delle organizzazioni che la promuovono. L’iniziativa nasce da Paolo Ciani, deputato eletto nelle liste del Pd sotto la sigla di Demos, realtà vicina alla Comunità di Sant’Egidio, e da Graziano Delrio, deputato del Pd, che di recente ha creato l’associazione Comunità democratica. Inoltre compaiono alcune realtà civiche territoriali di area cattolica: Basilicata Comune, la lista creata da Angelo Chiorazzo per le elezioni regionali; Campo Base, lista che ha eletto quattro consiglieri provinciali a Trento; e infine Per, associazione campana fondata nel 2020 da Nicola Campanile, già responsabile regionale dell’Azione Cattolica, uno dei principali animatori della cosiddetta Rete Trieste, network nato dopo la 50esima Settimana sociale della Chiesa italiana, a cui aderiscono mille amministratori locali di ogni parte d’Italia. Campanile, che alle elezioni regionali si era presentato da solo, è tra i promotori della Rete Civica Solidale nazionale, esperienza che raduna movimenti politici e civici di ispirazione cristiana e sociale. In sintesi, è un raduno che prova a chiamare a raccolta quel mondo cattolico - fatto di associazioni, movimenti, esperienze di liste territoriali - che ora fatica a trovare un riferimento. L’obiettivo è di riunire queste realtà che gravitano nel mondo dell’associazionismo cattolico. La domanda è: per andare dove? E, altro dettaglio non da poco, con chi.
La risposta a queste due domande la può dare la seconda differenza rispetto alle altre iniziative, e cioè la presenza confermata di Romano Prodi. Da tempo si dice che il Professore non abbia più rapporti splendidi con la segretaria del Pd. Dopo aver contribuito significativamente alla sua elezione, Prodi ha visto piano piano scemare la sua influenza: Elly non lo chiama più tre volte la settimana per chiedere consigli e la strada che il Pd sta prendendo, insieme ad altri soggetti, lo preoccupa perché lo porrebbero in una condizione marginale. Inoltre è consapevole che tutta questa attenzione verso la sindaca di Genova va verso la creazione di un «centro» che non corrisponde affatto alle tradizioni cattoliche popolari, ma alle mire di potere di Renzi e soci. Prodi è consapevole che con Schlein e Conte probabilmente non si vince e con la Salis lui stesso perderebbe una parte rilevante della sua influenza. Da qui il tentativo di dare una fisionomia più organizzata a un’area di centro cattolico-popolare, anche con un proprio candidato, che possa fortemente entrare in partita e condizionarne gli sviluppi. Ci riuscirà? Avrà il tempo necessario per questa impresa? Difficile dirlo, ma chi conosce bene il Professore, anche se ha sulle spalle 87 primavere, sa che tenterà fino all’ultimo.
Giorgia Meloni si presenta al Senato, per il «premier time», già sapendo che la diretta tv trasformerà questo rito parlamentare in una specie di super-talk televisivo.
Risposte già pronte, appunti, tono pacato: le uniche scintille le regala, manco a dirlo, lo scontro con Matteo Renzi, ormai (politicamente parlando) il nemico numero uno del premier. La Meloni, dopo il duello con il leader di Italia viva, arriva addirittura a dare ragione al capogruppo di Sinistra Italiana Peppe De Cristofaro, che ricorda in aula come l’emigrazione giovanile in Italia è diventata un fenomeno strutturale.
Renzi, dicevamo, provoca e attacca: «Lei, presidente, mi sembra una copia sbiadita rispetto all’inizio della legislatura. Lei ha perso un referendum costituzionale e si è dimessa, è stata sedotta e abbandonata da Trump, ha una maggioranza incapace di rispettare le critiche. Lei», incalza Renzi, «è un’altra rispetto a quattro anni fa. Di fronte alla crisi di Hormuz la proposta è la legge elettorale. È incredibile come in questo governo dei leader, quando c’è un problema, si licenzino i sottoposti. Se c’è uno come Giuli al governo, è colpa sua. Se anziché un governo sembra la famiglia Addams, non è colpa mia, li avete scelti voi». «La cosa interessante», replica Giorgia Meloni, «è che si invoca la presenza del presidente del Consiglio in aula praticamente ogni giorno per potersi confrontare sui temi della politica e ogni volta che si viene qui sono accuse e insulti. Quello che noi intendiamo fare in questo ultimo anno di governo è continuare una strategia che abbiamo messo in campo che era fatta sul piano economico sostanzialmente da tre scelte fondamentali: rafforzare i salari e il potere d’acquisto, incentivare le aziende che assumevano e che investivano e in più la scelta, che è anche economica, di sostenere le famiglie e la natalità. Vogliamo rafforzare», aggiunge il premier, «i meccanismi che abbiamo già introdotto per accrescere gli investimenti dei fondi pensione nell’economia reale italiana. Perché qualcosa non funziona se ci sono 260 miliardi di euro che vengono raccolti dagli italiani, dei quali 40 miliardi solamente sono investiti in Italia. È un altro tema sul quale stiamo lavorando, vogliamo lavorare». «Non ho offeso nessuno», precisa Renzi, «vi ho solo paragonato alla famiglia Addams. Ma l’unica che si potrebbe offendere è Morticia».
Al di là dei siparietti a uso e consumo del pubblico televisivo, molto articolata la risposta della Meloni al capogruppo di Forza Italia, Stefania Craxi, che ha posto l’accento sul Sud: «Dove per molti anni l’approccio era stato concentrato sui sussidi», rivendica Giorgia Meloni, «noi abbiamo preferito concentrare la nostra attenzione sugli investimenti, sul lavoro, sulle infrastrutture, sulla semplificazione. La Zes unica è l’esempio più concreto di questa strategia. Abbiamo ridotto i tempi burocratici, abbiamo accelerato le autorizzazioni, dato alle imprese regole chiare. Il risultato è che in due anni sono stati autorizzati, e in parte sostenuti, con crediti di imposta, oltre 1.300 investimenti, per un volume d’affari complessivo di circa 55 miliardi di euro e, chiaramente, rilevanti ricadute in termini occupazionali. A questo si aggiungono gli investimenti del Pnrr, ma anche la riforma delle politiche di coesione, il rafforzamento delle infrastrutture, dei porti, delle reti energetiche e della logistica, gli incentivi alla occupazione. I dati ci dicono che siamo sulla strada giusta. Lo abbiamo ricordato molte volte che in questi anni il Pil del Mezzogiorno è cresciuto più della media nazionale e l’occupazione al Sud è cresciuta più di quanto crescesse a livello nazionale».
Insiste sulla nuova legge elettorale il capogruppo del Pd, Francesco Boccia: «Preoccupatevi di salari e pensioni. Quando ci proponete un tavolo», argomenta Boccia, «fatelo sulla sanità visto che le liste d’attesa non sono diminuite, nonostante due decreti. Invece che chiederci un tavolo sulla legge elettorale, che riguarda solo il consolidamento del potere della sua maggioranza, si preoccupi di migliorare i numeri che le abbiamo illustrato e che lei non prende in considerazione e di risolvere i problemi delle imprese e delle famiglie italiane». Pronta la risposta della Meloni: «Ci sono molte differenze», sottolinea il presidente del Consiglio, tra il 2022 e oggi. Gli occupati sono «aumentati, la disoccupazione è scesa, lo spread oggi è a 75 punti, la Borsa italiana è a quasi 50.000 punti. Secondo Eurostat, la popolazione a rischio povertà è diminuita. Sul fronte fiscale non ci dobbiamo dire molto. Sul fondo sanitario ci sono 17 miliardi in più. Se l’Italia è oggi così disastrosa, in che condizioni si trovava quando noi l’abbiamo ereditata». Al capogruppo del M5s, Stefano Patuanelli, la Meloni rimprovera il Superbonus. Lui replica dicendo: voi lo avete prorogato per l’ultima volta. Nulla di nuovo sotto il sole.









