C’è un crimine che cresce senza fare rumore, che non lascia macerie visibili ma produce danni enormi, e che oggi è diventato uno dei pilastri dell’economia illegale globale. È la frode finanziaria, e il nuovo rapporto pubblicato da INTERPOL nel 2026 racconta con chiarezza come questo fenomeno sia ormai uscito dai confini del raggiro tradizionale per trasformarsi in una vera industria. I numeri aiutano a capire la dimensione: oltre 442 miliardi di dollari sottratti in un solo anno, un aumento delle segnalazioni del 54% e più di 1.500 casi internazionali gestiti dalle autorità. Ma la portata reale è ancora più ampia, perché una parte consistente delle frodi non viene nemmeno denunciata. Quello che colpisce non è solo la crescita quantitativa, ma il salto di qualità. Le truffe non sono più improvvisate, ma organizzate secondo modelli strutturati. Esistono reti criminali che operano come vere aziende, con ruoli precisi, competenze specializzate e una divisione del lavoro estremamente efficiente. C’è chi costruisce le piattaforme, chi contatta le vittime, chi gestisce i flussi finanziari e chi si occupa di far sparire il denaro. In questo sistema, la frode non è più un reato isolato, ma un ingranaggio centrale di una macchina più ampia che comprende riciclaggio, traffico di esseri umani e, in alcune aree, anche il finanziamento di gruppi terroristici. Non si tratta più soltanto di sottrarre denaro, ma di alimentare un circuito economico parallelo che sostiene e rafforza altre attività criminali. I proventi delle truffe vengono rapidamente reinvestiti, spostati attraverso circuiti opachi e utilizzati per finanziare reti sempre più strutturate. È per questo che oggi la frode viene considerata una delle principali minacce criminali a livello globale: non per la singola azione, ma per il ruolo strategico che svolge all’interno dell’ecosistema illegale.
A rendere tutto questo ancora più pericoloso è l’impatto dell’intelligenza artificiale. Le tecnologie generative hanno cambiato radicalmente le regole del gioco, abbattendo le barriere tecniche e moltiplicando le capacità operative dei criminali. Oggi è possibile clonare una voce con pochi secondi di registrazione, creare video falsi ma estremamente credibili, costruire identità digitali che sembrano autentiche e coerenti nel tempo. Questo consente di superare anche i livelli più avanzati di diffidenza e di sicurezza, colpendo sia i privati sia le organizzazioni. Le truffe diventano così più sofisticate e, soprattutto, più convincenti, perché riescono a simulare contesti reali: un dirigente che chiede un bonifico urgente, un familiare in difficoltà, un consulente finanziario affidabile. L’uso dell’IA consente inoltre di automatizzare interi processi: selezionare le vittime più vulnerabili, analizzarne il comportamento online, adattare il linguaggio e il tono della comunicazione, simulare relazioni nel tempo. Non è più necessario improvvisare: ogni fase può essere ottimizzata. Il risultato è un sistema capace di colpire un numero sempre maggiore di persone con una precisione crescente, riducendo al minimo gli errori e massimizzando i profitti. Le campagne possono essere replicate su scala globale, adattandosi a lingue, culture e contesti diversi. Non sorprende, quindi, che le frodi basate su queste tecnologie risultino molto più redditizie rispetto al passato: non solo perché colpiscono di più, ma perché lo fanno meglio, in modo più rapido e difficilmente individuabile.
Uno degli aspetti più inquietanti messi in evidenza dal report è l’esistenza di veri e propri centri organizzati dedicati alle truffe. Strutture che coinvolgono centinaia di migliaia di persone, spesso reclutate con l’inganno e poi costrette a lavorare per colpire vittime in tutto il mondo. Le persone coinvolte provengono da quasi 80 paesi, a dimostrazione di una globalizzazione completa del fenomeno. Si tratta di un modello che introduce una doppia dimensione di vittimizzazione: chi viene truffato e chi è costretto a truffare. Un sistema che intreccia criminalità economica e sfruttamento umano, rendendo il fenomeno ancora più complesso da affrontare. Anche le modalità operative si evolvono rapidamente. Le truffe via email, i falsi investimenti e le frodi legate alle criptovalute restano tra le più diffuse, ma sempre più spesso vengono combinate tra loro. Le relazioni sentimentali costruite online diventano uno strumento per guadagnare fiducia e spingere le vittime a trasferire denaro. Quando questo non basta, subentra il ricatto, spesso basato su immagini manipolate o generate artificialmente.
Il fenomeno è ormai trasversale. Il 77% dei leader aziendali globali segnala un aumento delle frodi, mentre il 73% dichiara di esserne stato colpito direttamente o indirettamente. Non si tratta più di casi isolati, ma di una minaccia che coinvolge imprese, professionisti e cittadini. E poi c’è il costo invisibile, quello umano. Le vittime spesso non denunciano per vergogna o senso di colpa. Subiscono isolamento, perdita di fiducia, danni psicologici che possono durare nel tempo. È una dimensione che raramente emerge nei numeri, ma che rappresenta una delle conseguenze più profonde del fenomeno. Le prospettive, secondo INTERPOL, sono chiare: il rischio è elevato e destinato a crescere nei prossimi anni. Le tecnologie sono sempre più accessibili, i modelli criminali facilmente replicabili e la capacità di adattamento delle organizzazioni illegali supera spesso quella delle istituzioni. Quello che si sta delineando è un nuovo scenario: una vera e propria economia parallela, invisibile ma potentissima, che sfrutta le stesse innovazioni del mondo legale e si muove con una velocità difficilmente contrastabile. La frode finanziaria non è più soltanto un reato economico. È diventata una piattaforma globale del crimine.
Dove vuole andare a parare Donald Trump? Qual è il suo progetto politico internazionale? Qual è la sua visione geopolitica globale? Come intende comportarsi e quali finalità intende raggiungere nella guerra scatenata in Iran insieme all’alleato Israele?
Ormai è complesso rispondere a queste domande e questo risulta particolarmente grave perché ne va degli assetti globali del pianeta. Ricordiamoci sempre che gli Usa sono ancora la prima e unica super potenza mondiale e, quindi, le azioni che fa l’America sul piano internazionale - soprattutto in assenza di istituzioni internazionali tali, non dico da governare, ma almeno da mediare le tensioni mondiali o regionali, Europa purtroppo inclusa - diventano centrali, e l’incertezza sul progetto che sottostà a queste azioni desta preoccupazioni piuttosto profonde. Lo scrivo su questo giornale, La Verità, che non si è mai strappata i capelli quando Trump, due anni fa, è stato eletto democraticamente e con una larga maggioranza degli elettori americani. Né, tanto meno, questo giornale ha pianto sui colpi infranti a quella mistura tanto banale quanto pericolosa che si chiama cultura woke: un’accozzaglia di idee con scarso, se non assente, spessore storico, debolissima infrastruttura teorica che si muove in senso contrario al senso di marcia del senso comune. Né ci siamo strappati le vesti sulla questione dei dazi. Ne abbiamo discusso, abbiamo criticato questa misura di politica economica internazionale dal punto di vista della sua efficacia. Però abbiamo anche rilevato e scritto che queste posizioni di Trump non emergevano dal nulla, ma erano anche frutto di politiche commerciali illegittime e sopportate per tanti anni, senza alcun intervento del Wto (l’Organizzazione mondiale del commercio), ad esempio da parte della Cina. Ma ora il discorso è diverso.
Ora Trump ha il dovere di spiegare, almeno agli alleati storici, all’Onu per quel che vale, ma soprattutto alla Nato, verso dove vuole andare e quale piano intende attuare, se veramente gli sta a cuore la transizione verso un regime democratico in Iran. Ci aspettiamo con urgenza una risposta di Trump su questo punto: non noi, ovviamente, ma se l’aspettano gli alleati ai quali, a giorni e a settimane alterne, chiede l’aiuto. Lo ha fatto recentemente per quanto riguarda lo Stretto di Hormuz e si è sentito rispondere dalla Nato che quella guerra non riguarda la Nato stessa. Altra cosa sarebbe se l’Iran attaccasse uno dei Paesi che aderiscono alla Nato in modo sostanziale, cioè con una guerra. In quel caso scatterebbe l’obbligo di osservanza dell’art. 5 dello Statuto della Nato che le impone, in questo caso specifico, di intervenire in difesa dello Stato attaccato. Ma questo è un altro scenario. Attualmente lo scenario riguarda direttamente gli Stati Uniti e Israele da una parte e l’Iran dall’altra.Altra cosa ancora sono gli aiuti a sostegno degli altri Paesi del Golfo, anche attraverso gli aiuti dell’Italia. Andando indietro solo di circa un anno, e cioè al 22 giugno 2025, ricordiamo l’operazione «Midnight Hammer» («Martello di mezzanotte»), ricordiamo l’attacco compiuto dalla United States Air Force e dalla United States Navy a tre impianti nucleari in Iran per ordine del presidente Donald Trump come parte della guerra Iran-Israele. Furono colpiti l’impianto nucleare di Natanz e il centro di tecnologia nucleare di Esfahan. Da parte statunitense si disse, allora, che la battaglia contro il nucleare iraniano era praticamente vinta. Poi si arriva all’operazione di attacco statunitense di quest’anno denominata «Operation Epic Fury» che, tra l’altro, ha risollevato il dibattito sui poteri di governo del presidente in assenza di una preventiva autorizzazione del Congresso. Ma anche per la sua illegittimità da un punto di vista del diritto internazionale riconosciuta anche dal presidente de Consiglio italiano Giorgia Meloni. Ha percorso tutta la storia, la discussione sul rapporto tra illegittimità di un’azione e giustizia della medesima quando un’azione prevede obiettivi ritenuti giusti, come l’abbattimento di una teocrazia islamica sanguinaria, tramite un’azione illegittima come è stata quella della rimozione di Maduro dalla guida del Venezuela. Ora Trump si trova impantanato in tre situazioni: Israele-Gaza, Russia-Ucraina, Iran, e a nove mesi dalle elezioni di Midterm che si svolgono ogni quattro anni, cioè dopo due anni dall’insediamento del nuovo presidente degli Stati Uniti.
Questa elezione riguarda 435 membri della Camera dei rappresentati e un terzo dei 100 membri del Senato (alternativamente 33 o 34). Trump si avvia a queste elezioni, secondo alcuni sondaggi, con il 60% degli americani che non sono a suo favore e con uno scarno 36-38% che rimane dalla sua parte. Il problema più serio è che i dubbi serpeggiano nella sua base di riferimento Maga (Make America Great Again). Le elezioni di metà mandato avranno un significato politico e si svolgeranno in un momento in cui, a meno che non avvengano cambiamenti radicali nel frattempo, la base elettorale dell’attuale presidente della prima super potenza mondiale non capisce, ed anzi è contraria, alla svolta dello stesso Trump che ha giocato la sua campagna elettorale anche sul fatto che non avrebbe promosso guerre, del resto in continuità con la tradizione repubblicana che non è mai stata guerrafondaia come talora lo è stata la tradizione democratica di quel Paese. Ma questi sono problemi interni al Paese presieduto da Trump che, certamente, non sono indifferenti per il mondo intero, ma che non sono il problema che ci preoccupa maggiormente in questo momento. Ora ci preoccupa capire dove Trump voglia arrivare in Iran, quali siano le azioni che intende apporre sul tappeto in ordine a una chiusura del conflitto e quali sono le idee per il dopo Khamenei figlio che ha sostituito, dopo pochi giorni, Khamenei padre. Questo è il punto sul quale ci concentriamo e aspettiamo una risposta che ad oggi è nebulosa, continuamente cangiante e che pone il mondo in una posizione di incertezza, anche economica, che potrebbe avere effetti devastanti.
Una voce nel deserto. Così appare Leone XIV nella descrizione che ne fa il presidente della Conferenza episcopale italiana, cardinal Matteo Zuppi. Uno che parla al vento, non proprio un complimento.
«Il Papa è purtroppo inascoltato. Ed è preoccupante che specialmente i cristiani non lo prendano sul serio, non lo sostengano pubblicamente, ancor più nelle scelte». Il tema è il ritorno della guerra. È questo il cuore dell’omelia che l’arcivescovo di Bologna ha tenuto ieri mattina nella cattedrale di San Pietro durante la messa prepasquale per le forze armate e la polizia. Un severo e generico richiamo ai fedeli con una singolare modalità lessicale, che non appartiene a un abile diplomatico come lui: la frase in negativo dedicata al Santo Padre.
«Non lo prendono sul serio». Riferito al pontefice e non a un barzellettiere, più che un’esortazione è un tentativo (neppure troppo subliminale) di delegittimazione pubblica che arriva dal numero uno dei vescovi italiani a meno di un anno dall’investitura di Robert Francis Prevost in Vaticano.
Anche perché durante i conflitti è sempre più complicato per la diplomazia in tonaca assumere un ruolo centrale di mediazione e di condizionamento dei leader cristiani. Le guerre c’erano con Karol Wojtyla (Jugoslavia, Kosovo, Iraq), c’erano con Joseph Ratzinger (Afghanistan, Libia, Medio Oriente) e c’erano con Jorge Bergoglio (Ucraina e Medio Oriente). Non risulta che si concludessero al primo Angelus.
L’ammonimento di Zuppi continua così: «Viviamo un tempo in cui si umilia il diritto internazionale. Lo si irride così da farlo apparire inefficace, ma senza questo la regola diventa forza. La voce di papa Leone raccoglie sempre quelle delle vittime, presenti e passate, e anche le attese degli uomini e le donne di buona volontà, e l’aspirazione che è davvero di tutti, che è quella della pace. Serve la Chiesa, voce libera, indebolita, ma che non smette di parlare del dialogo, dell’incontro; che non smette di seminare le premesse della pace. Per questo Leone ha chiesto ai responsabili: cessate il fuoco, si aprano percorsi di dialogo, la violenza non porta la giustizia, la stabilità e la pace».
Parlando alle forze armate aggiunge una riflessione sull’importanza della difesa: «Perché sia efficace, deve essere sempre accompagnata dall’intesa. La forza armata non è mai deterrente se non è accompagnata dal dialogo, dal confronto. La storia insegna, ma bisogna andare a lezione o bisogna almeno riguardarsi gli appunti, altrimenti ce la ricordiamo poco».
Finora il percorso di papa Leone e del cardinal Zuppi è stato parallelo: stima di facciata pur nelle differenze di provenienza e di percorso. Americano, agostiniano, moderato e con un solido passato missionario il primo; italianissimo, iperprogressista, devoto alla Comunità di Sant’Egidio e sostenitore dell’accoglienza diffusa il secondo, che faceva parte del cerchio magico di papa Francesco. E deve avere provato in moto di stupore (misto ad allarme) la scorsa settimana quando il cardinale Konrad Krajewski è stato «promosso» da Roma a Lodz.
Finora il pontefice e il presidente della Cei si sono educatamente ignorati. Leone non ha interferito negli obiettivi di Zuppi e Zuppi ha continuato serenamente a perseguirli.
L’esempio più noto è quello dell’ultima Assemblea Sinodale con l’approvazione del documento Lievito di pace e speranza redatto sotto la spinta del precedente pontefice e presentato ai vescovi per «una maggiore inclusività nella gestione dell’accompagnamento delle persone in situazioni affettive particolari» come gay e comunità Lgbtq+.
Finora il momento di maggior attrito è avvenuto nell’ottobre scorso sul tema della pedofilia nel clero. La Commissione pontificia pubblicò il rapporto annuale sulle politiche e le procedure per la tutela dei minori denunciando «una notevole resistenza culturale in Italia nell’affrontare gli abusi». Un siluro alla Cei di Zuppi che replicò con irritazione contestando i numeri e ritenendo che fosse «necessario integrare i dati del tutto parziali che sono stati offerti nel documento».
Papa Leone mise d’accordo tutti rilanciando la tolleranza zero: «Rinnovo il mio appello perché non ci sia tolleranza per qualsiasi forma di abuso nella Chiesa». Nervi scoperti su un dossier scottante perché, nonostante le sollecitazioni di Benedetto XVI e il motu proprio Come una madre amorevole di papa Francesco, l’omertà e i depistaggi delle diocesi non sono mai venuti meno.
Da allora fra Vaticano e Cei tutto è rimasto apparentemente tranquillo, sotto traccia. Fino allo strano e illuminante «i cristiani non lo ascoltano, non lo prendono sul serio» pronunciato ieri, destinato a riaprire una ferita sottocutanea.
Con un’ultima postilla. Il cardinal Zuppi era stato nominato da Bergoglio mediatore per l’Ucraina ed è andato più volte a Kiev, a Mosca e a Washington a perorare la causa della pace. Visti i risultati di quelle missioni, se c’è un alto prelato che parla al vento è lui.
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