I numerosi esponenti di sinistra che continuano a insistere sulle condizioni difficili della sanità italiana e che in colpano il governo per le liste di attesa smisurate e tutti i problemi che affliggono i nostri ospedali - problemi che di sicuro esistono e di cui troppi fanno le spese - prima di berciare inutilmente dovrebbero dare una scorsa alla robusta inchiesta pubblicata dall’Economist sull’ultimo numero ora in edicola.
Si tratta di un lungo e approfondito servizio in cui il settimanale britannico indaga le cause del collasso dei sistemi ospedalieri di varie nazioni occidentali. Le quali hanno sistemi sanitari molto diversi eppure presentano analoghe criticità (e già questo è un bel tema su cui ragionare). E la conclusione è chiara quanto drammatica: «Nei primi mesi del 2020, gli ospedali hanno sospeso le normali attività per liberare posti letto in previsione di un’ondata di pazienti affetti da Covid-19. La strategia si è rivelata utile in un momento di crisi. Ma, a distanza di diversi anni, sta diventando chiaro che tali misure hanno causato danni duraturi ai sistemi sanitari. [...] Dal ricovero alla dimissione, l’assistenza ospedaliera è ora più difficile da ottenere, richiede più tempo ed è di qualità inferiore. Il bilancio che ne deriva include morti evitabili. Quasi tutti ne sono colpiti: in 18 democrazie ricche, la soddisfazione per la qualità dell’assistenza sanitaria è diminuita drasticamente dopo la pandemia e rimane ben al di sotto della norma pre-pandemia. [...] Un numero record di malati e feriti semplicemente si arrende e lascia i pronto soccorso prima di essere visitato dal personale».
In buona sostanza, il modo in cui è stata gestita la pandemia ha procurato danni a lungo termine che ancora stiamo pagando, derivanti per lo più dal fatto - da noi ampiamente criticato - che l’intero sistema sanitario si è concentrato esclusivamente sul Covid trascurando tutto il resto. I risultati sono visibili: «Milioni di persone sono bloccate nelle liste d’attesa. I tempi di attesa per le protesi d’anca, per fare un esempio, erano superiori ai livelli pre-pandemia nel 2024 in nove degli 11 Paesi Ocse per i quali esistono dati. Il Canada è forse il più colpito. Il tempo di attesa mediano per il trattamento specialistico era di 29 settimane nel 2025, oltre un terzo in più rispetto al dato di riferimento del 2019, secondo il Fraser Institute, think tank di Vancouver. Questo è il secondo peggior risultato da quando è iniziato il sondaggio nel 1993, il record di 30 settimane è stato stabilito nel 2024. Il principale sindacato ospedaliero francese afferma che l’accesso all’assistenza sanitaria nel Paese sta subendo un deterioramento senza precedenti».
A quanto pare, dunque, il caso italiano non è certo isolato e i guai della nostra sanità, per quanto pesanti, non sono tra i peggiori in Occidente. Ma ecco un altro punto centrale che l’Economist mette in luce: «In molti Paesi le criticità degli ospedali sono viste come il prodotto di scelte politiche interne. Il governo britannico, come quello di Giorgia Meloni in Italia, è stato eletto in parte con la promessa di ridurre le liste d’attesa, gli elettori australiani hanno punito i politici per le ambulanze in ritardo fuori dal pronto soccorso; e in Francia, dove la carenza di personale ha costretto alla chiusura di alcune cliniche, si parla di déserts médicaux. Ma gli effetti a lungo termine della pandemia sugli ospedali sono uniformi in tutti i Paesi. Un articolo pubblicato a gennaio da Luigi Siciliani dell’Università di York e dai suoi coautori non rileva alcuna relazione tra le caratteristiche di un sistema sanitario, pubblico o privato che sia, e l’effetto del Covid sul suo funzionamento. La quantità di finanziamenti di un sistema, la sua capacità di posti letto e il numero di medici impiegati hanno avuto poca o nessuna relazione con i forti aumenti delle liste d’attesa per gli interventi chirurgici elettivi tra il 2020 e il 2023, che si sono verificati in tutti i Paesi».
Il fatto è che «gli ospedali sono sovraffollati nonostante dispongano di risorse adeguate. I finanziamenti per l’assistenza sanitaria sono ai massimi storici, al di fuori del periodo Covid. Dopo essersi stabilizzata negli anni 2010, la spesa nell’Ocse è salita a quasi il 10% del Pil in seguito alla pandemia. La spesa media pro capite in Europa è aumentata del 13% a prezzi costanti dal 2019. Ci sono anche più persone disposte ad aiutare. Gli ospedali hanno aggiunto quasi 140.000 posti di lavoro in America lo scorso anno, più di tutto il resto dell’economia. Le assunzioni da parte del Servizio sanitario nazionale inglese sono aumentate notevolmente: il suo organico è cresciuto del 25% dal 2019, arrivando a impiegare circa 1,4 milioni di persone, ovvero il 2% della popolazione».
Il dato sconcertante è che più si stanziano risorse, più alcuni sistemi sanitari sembrano andare peggio. Quali sono le cause di questo malfunzionamento? Sono varie e complesse, a quanto sembra.
«Gli ospedali, in quanto sistemi grandi e complessi, non si sono mai completamente ripresi. Una spiegazione risiede nella forza lavoro ospedaliera. Circa la metà della crescita dello scorso anno delle spese operative degli ospedali americani è derivata da fattori come i costi del lavoro, che sono cresciuti del 5,6% in termini nominali. Lo stress dell’era pandemica ha aumentato il turnover, poiché medici e infermieri si sono dimessi o sono andati in pensione anticipatamente. Coloro che sono rimasti hanno ridotto il loro “sforzo discrezionale” durante gli straordinari volontari che hanno aiutato i sistemi sanitari fragili, che subiscono un’impennata nei periodi di picco. Il burnout rimane elevato. Entrambi i fattori hanno creato un bisogno acuto di personale, e ha stimolato una grande campagna di assunzioni. L’effetto a catena è che gli operatori sanitari oggi sono meno esperti e forse meno produttivi. [...] Inoltre, sebbene medici e infermieri siano stati assunti rapidamente, in alcuni Paesi le assunzioni per altri lavori vitali per la produttività, come assistenti di sala operatoria e direttori ospedalieri, non hanno tenuto il passo. L’altra metà dei costi in rapido aumento deriva dall’avere più pazienti e pazienti più malati. Quattro fattori si applicano a tutti i Paesi ricchi: i tempi di attesa più lunghi hanno reso i pazienti più malati, i pazienti più malati richiedono più tempo per essere curati, i trattamenti più lunghi intasano la capacità, la capacità ridotta crea tempi di attesa più lunghi. È un circolo vizioso».
Il fatto di aver costretto, in tempi di pandemia, numerosi pazienti a rimandare le cure (cosa che si sarebbe potuta evitare con scelte politiche e gestionali differenti, e che è stata favorita dalla psicosi pandemica) ha creato una massa di malati più complicata da gestire. E l’intasamento non si è mai risolto del tutto. «Le lunghe attese per le cure hanno reso le condizioni dei pazienti più complesse. Alcune malattie, come i tumori, sono rimaste non diagnosticate più a lungo perché le persone hanno evitato ospedali e cliniche durante la pandemia. Inoltre, le popolazioni sono più anziane rispetto a prima della pandemia. Le malattie croniche, come malattie cardiache, cancro e malattie del fegato, sono in aumento come quota del carico di lavoro ospedaliero. I tassi di mortalità sono più alti rispetto a prima della pandemia».
In buona sostanza siamo di fronte a una cascata di problemi tutti correlati fra loro: «I pazienti che rimangono più a lungo occupano preziosi posti letto. L’occupazione dei posti letto è ulteriormente gonfiata da servizi di medicina generale inefficienti e case di cura per anziani sovraffollate, entrambi fattori che convogliano un numero crescente di malati e infermi negli ospedali».
Ovvio: non tutto dipende dal Covid. L’invecchiamento della popolazione produce conseguenze nefaste e appesantisce tutti i sistemi sanitari. Ma la gestione scriteriata della pandemia (il grande nodo che l’Economist si limita a lambire) ha fatto precipitare tutto molto più rapidamente del previsto. Chi di quella gestione è responsabile oggi, prima di parlare, dovrebbe farsi un nell’esame di coscienza. Per quel tipo di analisi, se non altro, non ci sono lunghe liste di attesa.
Milano centro. Notte fonda. Due turiste olandesi di 23 e 24 anni incrociano due stranieri. Uno è marocchino. Bevono qualcosa, fanno due chiacchiere, una passeggiata, si scambiano il contatto Instagram. Un contatto che diventa subito un elemento investigativo, perché consente di risalire a un’identità. Quando l’altro straniero ha lasciato il gruppo e sono rimaste sole con il marocchino lo scenario è cambiato.
La sequenza è finita in un verbale. Con una frase precisa: «Non c’era consenso». I carabinieri di via Moscova hanno identificato l’uomo e lo stanno cercando. L’ipotesi è di violenza sessuale e rapina. Perché il sospettato, che ha precedenti per rapina e lesioni, stando a quanto hanno raccontato le due ragazze, l’altra notte, dopo alcuni baci sarebbe diventato aggressivo. E quando hanno deciso di rientrare in albergo, in viale Zara, scelta dettata dalla paura e da una sensazione che si sarebbe fatta via via più netta, le avrebbe seguite. E raggiunte. In via Larga sarebbe scattata l’aggressione. Una direttrice centrale, coperta da sistemi di videosorveglianza che ora rappresentano il principale strumento di verifica. A una avrebbe strappato il cellulare che stava usando come navigatore, all’altra la borsa (dove c’era anche lo smartphone). «Non sapevo se stesse scherzando o se era serio», verbalizza una delle due olandesi. Entrambe hanno raccontato di essere state costrette a subire atti sessuali per riavere indietro ciò che era stato loro sottratto. La fuga arriva solo dopo una reazione disperata. Una delle due sarebbe riuscita a colpire l’uomo al volto (un dettaglio che viene considerato rilevante nella ricostruzione). È così che si liberano. Mancano pochi minuti alle 5 quando l’ambulanza le accompagna alla clinica Mangiagalli, al centro antiviolenza, dove vengono prese in cura dagli specialisti (il passaggio sanitario diventa parte integrante dell’indagine, per i rilievi e per la cristallizzazione delle condizioni delle due giovani). I carabinieri di via Moscova le hanno rintracciate ieri nell’albergo di viale Zara, dove hanno alloggiato nei giorni scorsi. Le invitano a seguirli in caserma. Le due ragazze formalizzano la denuncia, che finisce sul tavolo del pubblico ministero Alessandro Gobbis. Scatta la procedura del codice rosso. La ricostruzione della nottata, però, resta ancora parziale. Ci sono buchi temporali e geografici che gli investigatori stanno cercando di colmare. L’orario dell’incontro in piazza Duomo è indicato in modo approssimativo, così come quello dell’aggressione e della fuga (il tutto però deve essere accaduto in circa un’ora, ovvero tra le 4 e le 5). Le due olandesi erano arrivate a Milano a inizio settimana per qualche giorno di vacanza. Hanno trascorso la serata in un locale del centro di cui non ricordano il nome né l’indirizzo. Un vuoto che complica il lavoro degli investigatori. Che parte da piazza Duomo. Lì i militari hanno cercato i primi riscontri nelle immagini delle telecamere. Anche per rintracciare qualche testimone. Infine, c’è la presenza del secondo uomo, quello che inizialmente era con il gruppo e che poi si è allontanato. Non è ancora stato identificato. Ma capire chi sia, cosa abbia visto, quando e perché è andato via è un passaggio dell’indagine per nulla secondario. Rintracciarlo significherebbe aggiungere un testimone diretto della fase iniziale, quella ancora priva di elementi. L’unico dettaglio che le ragazze sono riuscite a fornire è che erano sedute su una panchina quando i due si sono presentati. Non in un’area periferica. In pieno centro. Dove ormai anche un incontro casuale può trasformarsi in rischio concreto. «Mi auguro che le autorità rintraccino al più presto il presunto autore», afferma il deputato di Fratelli d’Italia, vicepresidente della commissione Affari costituzionali della Camera ed ex vicesindaco delle giunte di centrodestra milanesi, Riccardo De Corato, che aggiunge: «Dalle denunce delle vittime sembrerebbe che il delinquente sia un marocchino, con precedenti. Siamo alle solite con pregiudicati liberi di girare e commettere violenze e stupri nel capoluogo lombardo». Poi il passaggio più politico: «Il cuore della città va presidiato maggiormente e costantemente dagli agenti di polizia locale, perché tutti i quartieri milanesi sono ormai presi d’assalto da delinquenti, malviventi e criminali e negli ultimi 15 anni, purtroppo, episodi come questi si verificano quotidianamente, sia nelle zone periferiche che in quelle centrali». Il caso non è sfuggito al leader olandese di Pvv, Geert Wilders, che ieri era a Milano per il raduno dei patrioti europei: «Non deve succedere più. Dobbiamo fermare l’immigrazione dai paesi islamici, basta, neanche uno, sono criminali che vogliono seguire la legge della sharia, dovrebbero essere espulsi dai nostri paesi».
Il cuore del cuore di Roma. Colorato e centrale, famoso e battuto, Trastevere sta vivendo il suo momento di gloria, tra tappa di rito a livello turistico e boom immobiliare, con la domanda che supera l’offerta e le quotazioni che volano alle stelle.
E pensare che in origine il rione «al di là del Tevere», questo il significo del termine, era visto con diffidenza: era considerato «senza infamia e senza lode», quasi bistrattato, ed era abitato e frequentato perlopiù da commercianti e bottegai, di certo non da figure altolocate e benestanti che oggi fanno a gara per conquistarsi un bilocale.
Contro ogni aspettativa, il cambio di passo, la svolta vera, complice quel pittoresco dedalo di vie e piazzette che, diventato simbolo della romanità, riesce a conservare fascino autentico e irresistibile.
Trastevere è da vivere più che da visitare, immergendosi nella sua atmosfera, respirando la sua vitalità, girando un po’ a caso, guidati più dal piacere del momento che dalla meta a tutti i costi. A dare l’idea, Piazza Santa Maria in Trastevere. Non solo è il centro del rione, ma ne tratteggia anche il carattere. Sanpietrini a terra, case del Seicento e del Settecento con facciate in tonalità calde, persiane in legno e balconi in ferro battuto, due antiche fontane decorative in marmo al centro, la Basilica sullo sfondo, con mosaici dorati del XIII secolo, portale sormontato da archi e colonne, campanile romanico con mattoni a vista e bifore, osterie e persone da tutte le parti. In coda nei ristoranti, sedute ai tavolini di bar e locali o sui gradini delle fontane, in piedi che passano, si fermano, fanno foto, si incontrano, telefonano, parlano. Sono turisti e romani di tutte le età e le nazionalità che, per un motivo o per l’altro, si incrociano in questa piazza, viva dalla mattina alla sera, quattro stagioni su quattro. Trastevere funziona così. Non lontano, la scena si ripropone in Piazza Trilussa, altro crocevia e ritrovo di romani e visitatori, tra musica improvvisata da studenti o musicisti con chitarra alla mano e aperitivi per strada. Tra le due piazze e tutto attorno, vie strette e vicoli, piazze e piazzette, costellati di botteghe artigiane, gallerie d’arte contemporanea, negozi vintage, osterie e locali. Da provare a colazione Checco er Carrettiere (www.idolcidichecco.it), garanzia per brioche, che a Roma chiamano cornetti, dolci e torte artigianali. A pranzo o a cena, invece, ci sono Tonnarello e Rugantino. Trattorie romane dove la tradizione è servita nel piatto in dosi e a costi che a Milano si sognano. Mentre per un aperitivo con vista, la Terrazza Parrasio è un indirizzo che non delude chi apprezza atmosfera rilassata e vista sui tetti di Trastevere. Trastevere che non finisce di incuriosire e conquistare con una serie di tappe ancora poco note. Come San Francesco a Ripa Grande, che custodisce e dà accesso alla stanza dove dormiva il Santo, tra la straordinaria e ultima scultura del Bernini, l’Estasi della Beata Ludovica Albertoni (1674), e la tomba di De Chirico. O come la Chiesa di Santa Cecilia che, alla sinistra del portone, vede un’insospettabile e malandata porticina in legno e un citofono. Suonando, si entra in un luogo surreale, un incrocio tra una sagrestia e un pianerottolo. Con tre euro, si sale in ascensore ad ammirare «Il Giudizio» del Cavallini, affresco capolavoro. Capolavoro di altro genere, l’Orto Botanico, ai piedi del Gianicolo. Vi si accede da una delle mille viette di Trastevere e apre a un’oasi di verde e tranquillità di 12 ettari, con serre in stile Liberty, piante giganti e sentieri silenziosi.
Proprio l’immersione all’Orto Botanico rientra nel ventaglio «Rome by Romans» di itinerari e attività proposto dal quattro stelle Trastevere Roma | UNA Esperienze (www.unaitalianhospitality.com) per rendere il soggiorno dei propri ospiti diverso. Fresco di restyling, l’albergo, oltre a comfort e servizio, punta su esperienze tipiche, mai scontate, come, appunto, il giro per l’Orto Botanico con laboratorio di acquerello, degustazioni in indirizzi speciali, incontri in atelier con artisti e artigiani locali. Si trova in posizione strategica, a dieci minuti scarsi a piedi da Santa Maria in Trastevere, in un palazzo d’angolo del XIX secolo che si sviluppa su sette piani, conta 94 tra camere e suite, e vanta un rooftop per aperitivi, cene e dopocena con vista su «la grande bellezza» di Trastevere.
Grave errore sottovalutare la follia e l’idiozia, soprattutto nei contesti sociali, politici e ideologici. La follia e l’idiozia non arrivano a manifestarsi se sono effettivamente tali, si disperdono prima, svaniscono nel loro caos entropico, si chiudono negli angoli dai quali il pensiero reso meccanismo malfunzionante non riesce a uscire.
Una recente inchiesta di Fox News ha svelato che la California del governatore Gavin Newsom ha deciso di finanziare tramite Medi-Cal procedure di cambio di sesso per immigrati irregolari e senza tetto, definendo tale iniziativa un’emergenza che le tasse dei cittadini devono coprire. Mentre emergono sempre nuovi studi sui danni delle transizioni e si contano sempre più sentenze di risarcimento per chi si è pentito delle cure per il «cambio di sesso», mentre i tassi di detransizione tra i giovani sono in continua crescita, mentre viene documentata l’assenza di benefici misurabili dei bloccanti puberali e si affermano le comorbilità psichiatriche non risolte, le strutture californiane per il cambio di sesso addirittura riconfigurano la propria offerta ampliandola alle marginalità sociali estreme sino ad arrivare a coprire il cosiddetto «gender care» senza limiti di status di cittadinanza per 1,7 milioni di persone.
Sono centinaia di migliaia i sedicenti «migranti trans» che arrivano a San Francisco per accedere gratuitamente a interventi di varia natura, non solo chirurgica o ormonale ma anche di semplice supporto psicologico esteso a tempo indeterminato. Tale situazione complessiva ravvisa vari elementi di apparente follia, dal considerare prioritario il cambio di sesso nei confronti della mancanza di un alloggio o di cibo, al fatto di impostare il welfare di uno Stato sul costante premio all’immigrazione irregolare, sino al ritenere irrilevante il deficit mostruoso del bilancio dello Stato destinato ormai al default. Gavin Newsom è dunque un folle o esiste una spiegazione per tutto ciò? E in generale questo tipo di decisioni, anche se non portate all’estremo come in California, sono da considerarsi sintomi di distacco dalla realtà, come nel caso del funzionario della Casa Bianca che rubava le valigie, oppure esiste un modo per spiegare quanto succede? Il sindaco di Marsiglia, Benoît Payan, che dice che criticare la Sharia dovrebbe essere un reato mentre criticare il Vangelo è un atto di emancipazione, è pazzo, sta facendo campagna elettorale per Bardella o esiste un preciso motivo che spinge questi esponenti di vertice della sinistra globalista a imboccare la strada della contraddizione palese?
Per capire questo mistero dobbiamo pensare che l’immigrazionismo non miri ad alcuna «società ideale» basata sul meticciato o sul «superamento delle differenze», ma a fornire materia prima a un parastato gramsciano che vive di welfare, sanità, Ong, fondi condizionali e «lotta all’odio». Un parastato interamente retto su personale politicamente motivato che ha ormai raggiunto dimensioni enormi per ampiezza d’ambito, numero di addetti e costi complessivi; un vero e proprio Stato parallelo che si occupa di funzioni primarie per impieghi di bilancio e che, se sommato al Terzo settore inteso in senso ampio, alla cultura e al sistema scolastico a tutti i suoi livelli, lavora sulla base di sinergie ideologiche.
E se gli apparati dello Stato, ancor prima e ancor più dei vertici politici che in questa visione complessiva appaiono come secondari, sono saldamente controllati, il personale impiegato è in continua espansione e le iniziative di contorno incessantemente finanziate dagli enti locali, rimane una sola variabile assolutamente decisiva, irrinunciabile e sulla quale si fonda tutto: la materia prima, vale a dire ciò che Martin Heidegger a proposito degli effetti della Tecnica sull’uomo chiamava «riduzione a Bestand» cioè riqualificazione degli esseri umani a «magazzino» o «carburante».
Le politiche no border in California non hanno come fine l’integrazione o la soluzione dell’«emergenza gender» tra i senzatetto, ma la fornitura di materia prima a cliniche che altrimenti chiuderebbero per calo di domanda causata dal cambio dell’immaginario collettivo. E questo schema - qui messo alla prova da circostanze estreme - vale per ogni momento di «assurdità» applicata alla politica. L’Unione europea, ad esempio, ha appena presentato l’Anti-Racism strategy 2026-2030 dichiarando l’antirazzismo «priorità assoluta», strutturale e trasversale, superando persino i temi energetici ed estendendo l’approccio di sorveglianza a pensiero ed espressione ad ogni ambito «sensibile».
Appare di oggettiva evidenza che, proprio mentre si ipotizzano i razionamenti di carburante, ribadire la priorità della lotta ai «meme razzisti online» non è indice di follia politica ma anche qui di necessità. L’Ue ha la necessità di ribadire la centralità degli apparati sorti attorno al tema del «contrasto al razzismo» perché prioritario è giustificare il numero di addetti dedicati al tema, l’indotto legale e burocratico e i fondi stanziati per sostenere l’apparato. Si comprenderà così che se è vero che senza benzina le auto non vanno è allo stesso modo vero che senza materia prima anche gli apparati di gestione ideologica della società si bloccano. In fondo si sta parlando degli stessi meccanismi.










