L’incubo dei cristiani in Africa non finisce mai e in queste ultime settimane rapimenti e omicidi sono cresciuti in maniera esponenziale. La Nigeria è stata l’epicentro della maggior parte delle violenze dei terroristi islamici che hanno colpito in molti stati della nazione federale africana. Abuja ha sempre avuto problemi nelle aree settentrionali a maggioranza musulmana dove Boko Haram, un’organizzazione terroristica nativa della Nigeria, colpiva indiscriminatamente con assassinii e rapimenti, soprattutto di giovani studentesse da convertire all’Islam.
Oggi Boko Haram si è divisa e la parte originaria ha preso il controllo delle rive del lago Ciad, mentre un grosso gruppo secessionista si è unito allo Stato Islamico, nel network chiamato Iswap (Islamic State of Wesr Africa). Anche al-Qaeda ha fatto proselitismi in Nigeria ed ha iniziato a colpire con forza da ottobre 2025 con i combattenti del Gruppo di Sostegno all’Islam e ai Musulmani (Jama'at Nusrat al-Islam wal-Muslimin-JNIM).
Uccisioni, saccheggi, incendi e rapimenti sconvolgono ormai anche le regioni centrali, a maggioranza cristiana, dove chiese e complessi parrocchiali sono diventati un obiettivo primario. L’offensiva più violenta ha colpito gli stati di Kwara e Kaduna, due aree che erano state solamente sfiorate dal jihadismo, ma che dimostrano come il fenomeno sia ormai incontrollabile. L’ultimo episodio, avvenuto pochi giorni fa, ha visto il rapimento di una trentina di persone nel villaggio di Kugir, al confine fra Kaduna e il territorio federale della capitale Abuja, compreso il catechista dello locale chiesa di San Giuseppe e la moglie al settimo mese di gravidanza. Il giorno precedente un gruppo di uomini armati aveva rapito 11 persone, compreso un sacerdote, uccidendone altre 3, nell’area del governo locale di Kajuru, una serie di crimini confermati dall’arcidiocesi cattolica di Kafanchan che ha dichiarato che il rapito è padre Nathaniel Asuwaye, parroco della Chiesa della Santa Trinità di Karku.
Il 4 febbraio nel villaggio di Woro, nello Stato di Kwara, si è verificato uno dei peggiori attacchi della storia nigeriana, con la strage di 174 persone, massacrate a colpi di mitra per le strade della cittadina, dove i gruppi armati hanno anche incendiato abitazioni e negozi, devastando totalmente il villaggio. Woro era abitato in prevalenza da musulmani ed i terroristi erano arrivati il giorno precedente con l’obiettivo di reclutare nuovi adepti. Al rifiuto della popolazione locale di arruolarsi sono tornati massacrando tutti, accusandoli di essere degli infedeli. «Non esiste nessun altro paese nel quale 10 persone vengono uccise il lunedì, 50 il martedì, 100 rapite il mercoledì. E questo continua ogni settimana. Come può un Paese andare avanti in questo modo? Come può essere ignorato?». Lo sfogo di monsignor Matthew Hassan Kukah, vescovo di Sokoto, fotografa in pieno una situazione fuori controllo che vede il gigante africano sempre più preda del terrorismo islamico. In Nigeria nel 2025 sono state quasi 4000 le vittime per motivi di fede, stando all’ultimo rapporto di Open Doors, con la nazione africana che si conferma l’epicentro mondiale delle violenze contro i cristiani, rappresentando il 70 per cento del totale globale.
La Nigeria rientra tra gli stati con un livello estremo di persecuzione e negli ultimi mesi si sono moltiplicati i rapimenti di sacerdoti, fedeli e studenti. Il presidente statunitense Donald Trump a dicembre scorso ha ordinato una serie di attacchi aerei sugli stati di Sokoto e Zamfara, nel nord del paese, che sono stati condotti con missili droni su aree diverse, anche a centinaia di chilometri di distanza l’una dall’altra, concentrandosi sui cosiddetti santuari jihadisti, scelti in collaborazione con l’esercito nazionale. Il tycoon americano aveva minacciato interventi ancora più corposi se fossero continuati gli attacchi contro i cristiani e gli islamisti sembrano quasi averlo preso come una sfida, scatenando la peggior offensiva da anni.
Trump accusa il governo locale di non fare nulla per difendere la minoranza, anche se il presidente Bola Tinubu ha più volte garantito personalmente un rafforzamento delle misure di difesa. L’esercito nigeriano ha inviato un battaglione di forze speciale da dispiegare sul territorio e dare la caccia ai terroristi, ma le truppe di Abuja si sono rivelate sempre inadeguate allo scontro. Washington ha concordato l’invio di quello che in gergo si chiama dispositivo ridotto, cioè una task force di una decina di consiglieri militari, che già in questi giorni verranno affiancati da un primo contingente di 200 soldati americani inviati per addestrare l'esercito nigeriano nella lotta contro il terrorismo. Questi uomini dovranno aiutare le forze locali ad individuare bersagli per attacchi aerei mirati tramite l'uso dell'intelligence, ma non saranno coinvolti direttamente in operazioni di combattimento. Almeno in questa prima e convulsa fase.
Bufera per le parole del ministro. Però gli ultrà del No dimenticano che perfino la toga (oggi contro la Riforma) paragonò il sistema correntizio alla criminalità organizzata.
Il Fronte del No al referendum pensava di avere fatto 1-1. Dopo la bufera causata dalle parole pronunciate dal procuratore di Napoli Nicola Gratteri sugli elettori del Sì «indagati» o legati a centri di potere come la «massoneria deviata», ieri, i nemici della riforma hanno cercato di pareggiare il conto utilizzando un’intervista rilasciata dal Guardasigilli Carlo Nordio al Mattino di Padova.
Per il ministro, Gratteri «avrebbe superato tutti i limiti della decenza». E sulla presunta precisazione del procuratore è stato ancora più duro: «Peggio el tacon del sbrego. Un’uscita di senno. Ripeto che è necessario l’esame psico attitudinale e psichiatrico non solo per chi entra in magistratura, ma anche per chi sta per uscirne».
Quindi il Guardasigilli ha demolito il sistema delle correnti con un esempio efficace: «Il giudice “terzo e imparziale” quando ci sono le scelte di carriera chiama il vostro accusatore (il sostituto procuratore, ndr) e gli dice: “Caro amico, ti ricordi di me? Mi dai il tuo voto?”. E il pm fa la stessa cosa: “Dai il voto al mio amico?”. E voi vi affidereste serenamente a una giustizia così? È una consorteria autoreferenziale che solo il sorteggio può eliminare». Ed eccoci alla frase che ha creato più scompiglio: «Il sorteggio rompe questo meccanismo “para-mafioso”, questo verminaio correntizio come l’ha definito l’ex procuratore antimafia Benedetto Roberti, poi eletto con il Pd al Parlamento europeo. Un mercato delle vacche».
Se ai lettori queste possono sembrare parole di buon senso, sappiano che, ieri, hanno scatenato un putiferio. Infatti sono state numerosissime le reazioni furibonde dettate alle agenzie da politici e magistrati.
Da Bari la segretaria del Pd Elly Schlein, in Puglia per una manifestazione a favore del No, ha dichiarato: «Questa mattina ci siamo svegliati con un’intervista del ministro Nordio che assimilava i magistrati ai mafiosi». E, severa, ha aggiunto: «E io credo che sia inaccettabile. Pretendiamo che Giorgia Meloni prenda le distanze da quello che in campagna elettorale il suo ministro ha detto, dimostrandosi ancora una volta inadeguato al suo ruolo e che lui si scusi». Non è stato da meno, sui social, il presidente del M5S Giuseppe Conte: «Il ministro Nordio addirittura accosta il funzionamento della giustizia con tutti i giudici che ci lavorano a dinamiche “para-mafiose”. Succede dopo che per giorni la maggioranza ha gettato fango su Gratteri, un magistrato che rischia la vita per la lotta contro le mafie, nonostante avesse ben chiarito il suo pensiero». Anche l’ex premier ha invocato pentimenti: «Dovrebbero solo chiedere scusa ai tanti che lavorano nel nostro sistema di giustizia, alla memoria dei tanti giudici che hanno perso la vita per combattere la mafia, quella vera». Quindi ha invitato a fermare il governo, votando no.
Sulla stessa linea i vertici di Avs: Nicola Fratoianni ha parlato di «nuova inaccettabile e sgangherata esternazione di Nordio» e si è chiesto che cosa abbiano «fatto di male gli italiani per meritarsi un simile ministro della giustizia», mentre il suo gemello diverso Angelo Bonelli ha definito il Guardasigilli «indecente».
Ovviamente non l’ha toccata piano nemmeno il sindacato delle toghe, l’Associazione nazionale magistrati: «Il ministro Nordio ha deciso di avvelenare i pozzi accusando i magistrati di usare metodi para-mafiosi, paragonando l’elezione dei componenti del Csm ai comportamenti della criminalità organizzata», si legge in un comunicato. Con cui vengono subito gettati nell’agone politico i martiri della causa: «Le sue parole offendono la memoria di chi ha perso la vita per lottare contro la mafia nella storia d’Italia e mortificano il lavoro di chi, sul territorio, ogni giorno, mette a rischio la propria incolumità personale per contrastare la criminalità organizzata, a difesa della collettività».
A questi signori bisognerebbe ricordare che Giovanni Falcone, che era stato uno dei fondatori della corrente dei Verdi, nella corsa al Csm era stato «tradito da qualche Giuda», per dirla con le parole di Paolo Borsellino. Il capogruppo di Fratelli d’Italia Galeazzo Bignami ha accusato Schlein e Conte e tutto il campo largo di cercare «maldestramente di distrarre l’attenzione dalle gravissime dichiarazioni del procuratore Gratteri», mentre altri suoi compagni di partito e di coalizione hanno estratto dal cilindro il pm Nino Di Matteo, «che il Pd e la sinistra tutta hanno preso come modello» ha sottolineato la deputata di Fdi Alice Buonguerrieri. Paladino del No, magistrato noto, al pari di Gratteri, per la lotta alla mafia e per l’essere, a sua volta, stato condannato a morte dalle cosche, nel 2019 ha fatto dichiarazioni praticamente sovrapponibili a quelle di Nordio.
L’occasione era stata la presentazione dei programmi dei 16 pm che si erano candidati alle elezioni suppletive del Csm del 6 e 7 ottobre di sette anni fa. I discorsi «elettorali» furono pronunciati pochi giorni prima, il 15 settembre, davanti all’assemblea (con diretta streaming) di quell’Anm che oggi tanto si scalda. I 16 «competitor» erano in lizza per i due posti rimasti liberi dopo l’inchiesta di Perugia sul cosiddetto caso Palamara che aveva sconvolto Palazzo Bachelet.
Di Matteo, giacca grigia e camicia azzurra senza cravatta, si alzò e davanti al leggio precisò di «non essere mai stato iscritto a una corrente e di non essere intenzionato a farlo in futuro» e pronunciò queste parole durissime sullo stato di salute della magistratura: «In questi ventotto anni e in particolare questa è la mia convinzione negli ultimi quindici anni è cambiata la magistratura stanno riuscendo purtroppo a cambiare il Dna anche di molti giovani magistrati è come se fossimo pervasi da un cancro che lentamente si sta espandendo e mettendo in pericolo tutto il corpo. I sintomi a mio parere sono evidenti: la burocratizzazione, legata a una logica perversa delle “carte a posto” e dei numeri, delle statistiche; la gerarchizzazione degli uffici; il collateralismo politico che si manifesta nel privilegiare scelte di opportunità piuttosto che di doverosità; una degenerazione clamorosa del correntismo». E qui, immaginiamo, fece saltare più di un collega sulla sedia: «Oggi», disse, «è così purtroppo, ce lo dobbiamo dire colleghi e non servono espressioni timide rispetto a questo fenomeno, l’appartenenza ad una corrente o a una cordata di magistrati è diventata l’unica possibilità di sviluppo di carriera e di tutela nei momenti di difficoltà, di isolamento e di pericolo che il nostro mestiere inevitabilmente ci presenta, un criterio molto vicino purtroppo alla mentalità e al metodo mafioso». Avete letto bene. Disse che l’appartenenza alle correnti seguiva logiche mafiose e puntualizzò di essersi candidato «per dare una spallata al sistema». Ma nel video di quel giorno, che i lettori possono vedere sul sito della Verità, nell’immediatezza, nessuno alzò la voce per protestare, Di Matteo non venne interrotto, anzi poté proseguire il suo discorso tranquillamente.
Le correnti progressiste, che oggi marciano a braccetto con Di Matteo nella campagna referendaria, impiegarono qualche ora a reagire. Dopo la lettura dei giornali, Md diffuse un comunicato che paventava «un’inaccettabile equiparazione tra la scelta di appartenenza dei singoli magistrati ai gruppi associativi dell’Anm e l’affiliazione a gruppi criminali mafiosi» e definiva quelle di Di Matteo «dichiarazioni generiche “a effetto”», ma non gli contrapponeva i magistrati uccisi dalle cosche. Ancora più sfumato il comunicato della corrente Area che si limitò a definirsi «colpita» da «chi è arrivato a equiparare il consenso elettorale a quello mafioso».
Nelle elezioni del 5 e del 6 ottobre 2019, Di Matteo prese una messe di voti, ben 1184 voti, risultando eletto e secondo solo ad Antonio D’Amato.
Il pm della trattativa Stato-mafia, da dentro il Palazzo, non arretrò di un passo e, il 14 giugno 2020, rilasciò alla Repubblica un’intervista in cui ripropose esattamente gli stessi concetti espressi nove mesi prima: «Lo dissi, lo ridirei e lo affermo anche oggi e cioè che privilegiare nelle scelte che riguardano la carriera di un magistrato il criterio dell’appartenenza a una corrente o a una cordata di magistrati è molto simile all’applicazione del metodo mafioso».
L’anno successivo, sulla 7, intervistato da Andrea Purgatori, andò oltre e attaccò, oltre alle correnti «le cordate» che si formano intorno a toghe «particolarmente autorevoli», cordate formate «da ufficiali di polizia giudiziaria e da esponenti estranei alla magistratura» e ribadì: «La logica dell’appartenenza è molto simile alle logiche mafiose». Un argomento ripetuto pure nel libro scritto con Saverio Lodato, I nemici della Giustizia. Come abbiamo ricordato nelle scorse ore anche Gratteri in passato non ha usato giri di parole per attaccare il correntismo. Ma oggi, sia lui che Di Matteo, non di certo due toghe progressiste, sono diventati funzionali alla buona battaglia per il No al referendum e per questo le loro uscite anti sistema sono finite nel dimenticatoio.
Si tende a pensare che l’unico problema del freddo invernale sia la bassa temperatura e che, di conseguenza, ogni volta che si accende il riscaldamento l’unico problema possibile sia risolto. Ahinoi, così non è. Possono esserci anche problemi a causa del riscaldamento, invece, problemi derivanti dal monossido di carbonio, la cui inalazione dipende sovente da un riscaldamento difettoso.
Come spiega il ministero della Salute, il monossido di carbonio è tra i più rilevanti inquinanti prodotti dalla combustione. Si tratta di un gas. Un gas incolore, inodore, insapore, non irritante e, soprattutto, tossico. Si capisce che se non ha colore, non ha odore, non ha sapore e non irrita può diventare difficile accorgersi di starne inalando oltre la soglia di tolleranza. Altro elemento negativo è che senza ventilazione adeguata il monossido di carbonio può raggiungere concentrazioni elevate negli ambienti in cui si trova. Per le sue caratteristiche già viste, il monossido di carbonio può quindi essere inalato in modo subdolo, impercettibile, fino a raggiungere nell’organismo concentrazioni letali.
Il monossido di carbonio presente nell’aria degli ambienti confinati proviene principalmente dal fumo di tabacco e da fonti di combustione non dotate di idonea aspirazione, come radiatori portatili a kerosene e a gas, caldaie, scaldabagni, stufe a gas, caminetti e stufe a legna. Una delle più comuni cause di intossicazione da monossido di carbonio, infatti, dipende dalle vecchie stufe a gas liquido tenute in ambienti dove non si area a sufficienza. Nel caso di combustione incompleta di qualsiasi materiale organico contenente carbonio, in presenza di scarso contenuto di ossigeno nell’ambiente, il monossido di carbonio si può accumulare.
Il monossido di carbonio, però, non esiste solo negli ambienti confinati: esso può anche provenire dall’esterno, in primo luogo, per esempio, quando il locale si trova annesso ad un garage o ad un’autofficina o in prossimità di strade con intenso traffico veicolare. Le fonti antropiche (cioè non naturali, causate dall’uomo) esterne di monossido di carbonio sono costituite principalmente dagli scarichi degli autoveicoli, dagli impianti di combustione non industriali e in quantità minore dagli altri settori come l’industria e altri trasporti, per esempio treni e aerei. Non ci pensiamo mai, ma più che love is in the air dovremmo dire che il carbonio is in the air cioè è nell’aria. La concentrazione di monossido di carbonio nell’atmosfera è variabile ed ha anche una funzione positiva, contribuendo a formare l’ozono a livello del suolo. Fonti naturali di monossido di carbonio sono i vulcani, oppure reazioni fotochimiche nella troposfera. E poi viene prodotto dall'uomo, come già detto, anche accidentalmente. Ma come avviene?
Si crea monossido di carbonio in seguito a reazioni di combustione in, spiega Wikipedia, «difetto di aria». Significa che l’ossigeno presente nell’aria non basta per convertire tutto il carbonio in anidride carbonica, anche detta biossido di carbonio e, di conseguenza, una parte si converte in monossido di carbonio, il gas tossico. Succede anche all’esterno, negli incendi boschivi, per esempio: nei punti più interni dell’incendio ci sarà più monossido di carbonio. All’esterno, quindi, il monossido di carbonio è pericoloso in caso di incendi, esplosioni e qualunque altro evento che lo concentri (poi, naturalmente, si disperderà, diminuendo la sua concentrazione per metro d’aria). Al chiuso, per ovvie ragioni, in presenza di monossido di carbonio ad alta percentuale per metro d’aria si è più in pericolo.
In Italia le statistiche ufficiali più recenti riportano 500-600 morti l’anno, di cui circa i 2/3 per intossicazione volontaria. Tali cifre sicuramente sottostimano la vera entità del fenomeno poiché molti casi di intossicazione, soprattutto quelli accidentali o i casi non mortali, non vengono correttamente diagnosticati e registrati. Si stimano circa 6.000 ricoveri per intossicazione non letale, anche queste cifre sarebbero sottostimate perché non tutti i casi di intossicazione sono correttamente diagnosticati. Insomma, ci troviamo di fronte ad un pericolo da conoscere meglio per combatterlo, in primo luogo prevenendolo.
Quando il monossido di carbonio in casa inizia ad essere pericoloso?
In Italia, il limite di legge per il monossido di carbonio (CO) nell’aria ambiente, finalizzato alla protezione della salute umana, è stabilito dal D. Lgs. 155/2010 in 10 mg per metro cubo. Si tratta della media massima giornaliera su otto ore. Il limite di 10 mg/m³ corrisponde a circa 8,6 ppm (parti per milione). Per ambienti indoor (abitazioni), i livelli normali sono tra 1 e 4 ppm, mentre situazioni di pericolo si raggiungono a concentrazioni molto più alte (es. 520 ppm o 1000 ppm). In presenza di processi di combustione, quali sistemi di riscaldamento e di cottura o di fumo di tabacco, e inadeguata ventilazione, le concentrazioni interne possono superare quelle esterne.
Durante l’inverno nelle abitazioni possono verificarsi concentrazioni superiori a quelle esterne e livelli elevati si riscontrano più frequentemente in edifici vecchi. Da 10 a 30 ppm è una bassa concentrazione, ma comunque restarci esposti a lungo può causare sintomi lievi come mal di testa, affaticamento, vertigini, nausea, confusione. Il monossido di carbonio inalato si lega con l’emoglobina, una proteina presente a livello dei globuli rossi e deputata al trasporto dell’ossigeno, formando la carbossiemoglobina (COHb). Giunto nel sangue, attraverso gli alveoli polmonari, il monossido di carbonio entra in competizione con l’ossigeno per il legame con l’emoglobina e lo vince. Il legame tra monossido di carbonio ed emoglobina è molto più stabile di quello che quest’ultima ha con l’ossigeno, pensate, circa 200, 300 volte in più. Il monossido di carbonio si appropria dello spazio altrimenti riservato all’ossigeno e impedisce il normale trasporto dell’ossigeno ai tessuti periferici. Questo meccanismo si chiama ipossia e determina effetti tossicologici di diversa entità. Il monossido di carbonio intossica in questa maniera. Il livello di carbossiemoglobina può aumentare, appunto, in caso di esposizione a fumi di combustione, all’inquinamento atmosferico e anche al fumo di sigaretta, che sempre combustione è. I valori normali di carbossiemoglobina nei non fumatori sono dallo 0 all’1,5%. Nei fumatori possono essere dal 5 al 10%. Per concentrazioni ambientali di CO inferiori a 5 mg/metro cubo, corrispondenti a concentrazioni di COHb inferiori al 3%, non si hanno effetti apprezzabili sulla salute, negli individui sani, mentre in pazienti con affezioni cardiache, anche basse concentrazioni possono provocare una crisi anginosa. A concentrazioni maggiori, dal 10 al 25% di carbossiemoglobina, intossicazione di grado dal moderato al severo, si verificano cefalea, confusione, disorientamento, capogiri, visione alterata, nausea e vomito. Livelli di carbossiemoglobina superiori al 30% in genere provocano dispnea da sforzo, dolore toracico (nei pazienti con coronaropatia) e confusione. Livelli più alti possono causare sincope, convulsioni e obnubilamento del sensorio. In genere, quando i livelli sono > 60% si manifestano ipotensione, coma, insufficienza respiratoria e decesso. La severità delle manifestazioni cliniche da intossicazione da CO dipende dalla sua concentrazione nell’aria inspirata, dalla durata dell’esposizione e dalle condizioni di salute delle persone coinvolte. Particolarmente suscettibili sono gli anziani, le persone con affezioni dell’apparato cardiovascolare e respiratorio, le donne in stato di gravidanza, i neonati ed i bambini in genere.
Molto si è discusso sull’esistenza di un quadro di intossicazione cronica da CO. In alcuni soggetti esposti per lungo tempo all’assorbimento di piccole quantità dell’inquinante, è stata descritta una sintomatologia caratterizzata da astenia, cefalea, vertigini, nevriti, sindromi parkinsoniane ed epilettiche, aritmie, crisi anginose.
«Toga non mangia toga». Vogliono farci credere che la riforma Nordio sia un attentato all'indipendenza della magistratura, ma la realtà è molto più concreta. Il vero scontro non è sulla libertà, ma sull'impunità.








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