Per fortuna, poco più di un anno fa, il Comune di Brescia aveva presentato uno studio, commissionato all’università della città, sulla violenza delle baby gang. Il report, frutto del lavoro di due anni, era intitolato «Aggregazioni giovanili e spazi urbani» e tracciava, tra le altre cose, l’identikit dei giovani che, tra il 2022 e il 2024, stavano (e stanno ancora, nonostante la giunta cittadina si ostini a dire il contrario) creando non pochi problemi a Brescia.
Gang di giovani così descritti dal documento: persone «prevalentemente di sesso maschile al cui interno spiccano soggetti con abbigliamento sportivo (scarpe da ginnastica, borsello/marsupio a tracolla), capelli rasati ai lati/ricci parte superiore, principalmente di etnia egiziana o nord africana (c.d. maranza)». Vengono snocciolati dati e tabelle in cui per esempio si osserva come le segnalazioni di stranieri per violenza sessuale, tra il 2022 e il 2023, siano molto più alte rispetto a quelle degli italiani. E questo, val la pena sottolinearlo, nonostante i primi siano molti di meno. Ma non solo. In un altro grafico appare come il 57 per cento degli indagati sia di cittadinanza straniera, in particolare marocchina, tunisina ed egiziana. Nonostante i dati, secondo il report non ci sarebbe una vera emergenza, ma si tratterebbe principalmente di un problema di percezione. Bene. Applauso del Pd durante la presentazione in consiglio comunale. «Le baby gang non esistono», aveva esultato Roberto Omodei, capogruppo del Partito democratico.
Accade però che la realtà, ancora una volta, abbia smentito questa retorica che tende a minimizzare un problema che c’è ed è evidente. Lo scorso 3 giugno, un ragazzo di poco più di vent’anni che ha chiesto l’anonimato perché ancora scosso, decide di andare allo stadio per vedere Brescia-Ascoli. La sua è un’abitudine. Il calcio gli piace e, ancora di più, vederlo giocato dal vivo. La partita finisce con un pareggio. Il giovane lascia lo stadio per andare a prendere la macchina e, come racconta alla Verità, «quando arrivo al parcheggio dell’In’s mi trovo davanti un gruppo di circa sei o sette ragazzi di colore (immagino nordafricani), che mi fa una domanda veramente a caso sulla partita. Rispondo, ma continuo a camminare dicendo di essere di fretta». Poi il registro cambia. «All’improvviso uno di questi ragazzi si avvicina e mi mette il braccio sulle spalle. Arrivano anche gli altri, che mi sfilano il telefono dalle mani e iniziano a colpirmi con continui pugni in faccia. A partire da quel momento ho fatto tanta fatica a vedere, visto che l’occhio si era gonfiato moltissimo».
Il ragazzo cade. «Mi chiedono il portafogli mentre continuano a picchiarmi e a tenermi bloccato; me lo sfilano dalla tasca e mi tirano dei calci in faccia. Continuano così mentre mi chiedono di sbloccare il telefono, cosa che non ho fatto, e che ha fatto sì che continuassero a picchiarmi».
Il gruppetto se ne va. Resta solo un nordafricano che continua a chiedere il pin. Il povero ragazzo non glielo dà. Lo straniero riconsegna il telefono, nella speranza che venga sbloccato, ma il ferito prova a scappare. Non c’è niente da fare però. «Mi ha preso dal cappuccio del giubbotto e mi ha dato ancora pugni in faccia. Ricado a terra e mi minaccia di spaccare telefono se non lo sblocco». A questo punto, il nordafricano se ne va. Il giovane si rialza a fatica e, fortunatamente, incontra un ragazzo che conosce e che chiama i soccorsi. «Al pronto soccorso, carabinieri, polizia e infermieri mi hanno detto che situazioni del genere si verificano spesso. Ci sono rimasto male», confessa il ferito. Che ci tiene però anche a precisare che ha molti amici «marocchini e algerini, ma questa volta è andata così».
Prognosi di 30 giorni e volto tumefatto. Non una questione di percezione, ma di realtà. Di sangue e botte. Non è un caso che Carlo Andreoli, consigliere comunale di Fratelli d’Italia a Brescia, sia intervenuto su questo fatto chiamando in causa chi governa la città: «Ciò che fa davvero rabbrividire è che coloro che amministrano questa città abbiano, per oltre un anno e mezzo, minimizzato queste situazioni. Esponenti della Giunta hanno sostenuto per mesi, anche pubblicamente, che “non esistono bande giovanili in città”, arrivando persino a commissionare uno studio, con l’Università degli studi di Brescia, che certificasse l’inesistenza del fenomeno. Ma è normale tutto questo? Perché negare una realtà che è sotto gli occhi di tutti? Nessuno ha la bacchetta magica per risolvere problemi complessi ma se si continua a nascondere la polvere sotto il tappeto, lanciando proclami ideologici e deliranti come l’inesistenza di questi fenomeni, come potremo mai affrontarli e risolverli?».
Ancora una volta la realtà ha battuto l’ideologia. E, ancora una volta, lo ha fatto al prezzo del sangue.
Sala si accorge che esistono i pm politicizzati. Travaglio attacca la Procura generale di Milano per l’ok alla grazia per la Minetti. Eppure lui, Ranucci e la Berlinguer, con la causa intentata da Cipriani al tribunale di New York, rischiano di lasciarci le penne.
La sinistra, improvvisamente, ha scoperto che i magistrati fanno politica. Solo che stavolta a dirlo non è un garantista accusato di voler delegittimare i giudici. Il protagonista dell’invettiva è Beppe Sala, il sindaco simbolo del progressismo urbano (disinvolto, per le toghe), il volto moderato della sinistra Ztl, della Milano europeista, green e radical chic.
Ieri se ne è uscito con un «c’è una parte della Procura che fa politica». E ha aggiunto che la candidatura dell’ex procuratrice aggiunta meneghina Tiziana Siciliano nella lista civica collegata a Massimiliano Lisa ne sarebbe «una solida dimostrazione». Se queste parole fossero provenute da destra sarebbero state bollate come attacco alla magistratura o eversione verbale. Ma a parlare, questa volta, non è il nemico storico delle Procure. È uno di casa, cresciuto dentro quella cultura politica che da sempre considera la magistratura quasi una forma superiore di moralità pubblica. Da una parte c’è l’inchiesta sui presunti favori nelle concessioni della Galleria, con ipotesi di turbativa d’asta e corruzione per la concessione di spazi commerciali ed eventi (con otto indagati tra imprenditori, funzionari comunali e della Sovrintendenza), dall’altra c’è il candidato sindaco Massimiliano Lisa, ideatore del museo Leonardo3 che ha sede proprio in Galleria. È l’imprenditore che contrasta il Municipio davanti alla magistratura amministrativa e autore dell’esposto da cui è partita l’indagine. Da tempo è in causa con il Comune per gli spazi che occupa e che secondo l’amministrazione sono in subconcessione (che sarebbe vietata dal contratto). Il Tar ha dato ragione al Comune, ma l’imprenditore continua a sostenere di essere vittima di un trattamento ingiusto e chiede trasparenza sulle concessioni.
«Io non faccio mai di tutta l’erba un fascio, non lancio accuse, porto rispetto a tutte le istituzioni, anche alla Procura, però evidentemente c’è una parte della Procura che fa politica», afferma Sala. E per dimostrare la sua tesi tira in ballo un’ex toga: Tiziana Siciliano, già procuratore aggiunto a Milano, pronta a scendere in campo proprio accanto a Lisa. Con il referendum sulla riforma della magistratura alle spalle Sala, però, si accorge solo ora degli sconfinamenti delle toghe. La ex pm ha spiegato di non ricordare dell’esposto di Lisa e di avere preso contatti con l’imprenditore solo all’inizio di questo anno. «Ogni giorno che passa resto sempre più perplesso», ha commentato Sala aggiungendo, a proposito dell’esposto, di avere «qualche dubbio» rispetto alla spiegazione della Siciliano. E ha lanciato una stoccata: «Ma una pm così esperta, che ha avuto un ruolo apicale in Procura, si candida con una persona che conosce poco, senza fare alcuna verifica? Ecco questo è incomprensibile». Il sindaco, insomma, sembra insinuare che dietro quell’alleanza politica possa esserci qualcosa di più di una semplice convergenza amministrativa. La replica di Lisa è arrivata immediatamente: «Il sindaco non riesce a concepire che due persone possano incontrarsi, condividere un programma per la città, stimarsi e impegnarsi insieme senza secondi fini, patti segreti o trame nascoste». Poi l’affondo politico: «Questo dice molto di Sala e del suo modo di vedere la politica. Sostiene che la candidatura della ex pm Siciliano dimostrerebbe che una parte della Procura fa politica. C’è un piccolo problema, Sala sembra sostenere che le inchieste sull’urbanistica fossero mosse da finalità politiche per delegittimarlo. Eppure questa fuga di notizie, che ha portato sui giornali il mio nome e quello della Siciliano invece di quelli degli indagati, avrebbe dovuto semmai favorire lui, non danneggiarlo». Infine riporta il discorso sul terreno della campagna elettorale: «Milano ha bisogno di risposte su sicurezza, degrado, casa e trasparenza. Non di teorie che si smentiscono da sole o di complotti immaginari. Io continuerò a occuparmi dei fatti. Lascio volentieri ad altri i romanzi». Ma l’indagine sulla Galleria non è l’unica ad aver messo dei carboni ardenti sulla strada percorsa dall’amministrazione Sala (che ha frignato più di una volta al deflagrare delle attività investigative). Arriva dopo quelle su presunti abusi edilizi e sulla vendita dello stadio di San Siro. Un clima pesante, da fine impero amministrativo. «Sull’urbanistica chiediamo troppo poco ai costruttori, sulla Galleria chiediamo troppo... è un po’ difficile così», sostiene ora il primo cittadino a proposito delle inchieste. E in parte il governatore lombardo Attilio Fontana gli dà ragione: «Io sono d’accordo nel dire che in questi ultimi anni la magistratura sta facendo alcune scelte che lasciano un po’ perplessi. Quella di Sala è una delle ipotesi». Il leader della Lega e vicepremier Matteo Salvini, invece, non pensa «che ci siano strategie politiche e complotti giudiziari». E, sorpreso, afferma: «Di solito è la sinistra a sostenere che siamo noi a evocare golpe giudiziari». Alla fine però ritiene «che la pm non andrà lontano alle elezioni».
Causa Cipriani, tremano i televolti di sinistra
Per una volta Marco Travaglio ha dovuto fare una cosa poco travagliesca: prendersela con i magistrati. La sera del 4 giugno, a Otto e mezzo su La7, il direttore del Fatto quotidiano ha scelto lo scontro frontale con la Procura generale di Milano, dopo il comunicato con cui l’ufficio guidato da Francesca Nanni ha scritto che le notizie di stampa sul caso Minetti «non corrispondono al vero». Travaglio ha parlato di «diffamazione» e ha annunciato che, se la Procura non farà marcia indietro e non chiederà scusa, sarà il Fatto a denunciarla. Dal tribunale milanese ieri non è arrivata alcuna comunicazione. Del resto, la polemica, ormai, non è più solo televisiva. Mentre il giornale difende la propria inchiesta e promette nuovi sviluppi, nei giorni scorsi Giuseppe Cipriani ha aperto anche il fronte americano: una causa a New York che può coinvolgere Fatto quotidiano, Report ed È sempre Cartabianca. Se il contenzioso andrà avanti, la partita rischia di diventare molto più costosa di un confronto in studio. La richiesta americana da oltre 250 milioni di dollari non viene presentata come una cifra simbolica. Secondo la difesa, è stata calcolata dai legali statunitensi sul valore del marchio, sul volume d’affari e sul danno reputazionale per il gruppo Cipriani. Il punto è che non si parla solo del danno personale a Minetti e Cipriani, ma del possibile pregiudizio a una realtà internazionale dell’ospitalità e della ristorazione. Il marchio, secondo stime commerciali non ufficiali, vanterebbe ricavi annui intorno ai 657,9 milioni di dollari. La questione potrebbe diventare rilevante anche per la nostra pubblica amministrazione. Se Report dovrà difendersi a New York, nella pratica il conto legale potrebbe finire sulla Rai, perché Report è un programma Rai. Se poi dovessero essere chiamati in causa anche Sigfrido Ranucci o singoli autori, la copertura dipenderebbe da manleve, contratti e assicurazioni. In caso di condanna della Rai, pagherebbe la Rai; in caso di condanna personale dei giornalisti, bisognerà vedere se l’azienda li coprirà o se riterrà la condotta fuori dal perimetro della tutela.
Sempre su La7 Travaglio ha poi allargato l’attacco al Quirinale, accusato di aver affidato la verifica alla stessa Procura generale che aveva già espresso il parere favorevole sulla grazia a Nicole Minetti. «Hanno chiesto all’oste se il vino è buono», ha detto. Poi il passaggio su Sergio Mattarella: «Secondo me, Mattarella è un amante del pericolo», ha aggiunto, definendolo «uno spericolato» e «un amante del brivido», nonostante la sua fama di uomo prudente. Nel ragionamento del direttore del Fatto, il Colle avrebbe corso un rischio politico e istituzionale affidandosi allo stesso ufficio che aveva seguito l’istruttoria originaria sulla grazia. La linea di difesa del Fatto è chiara: la Procura generale non avrebbe potuto liquidare come false le notizie pubblicate senza ascoltare direttamente le fonti del giornale, a partire dalla massaggiatrice Graciela De Los Santos Torres. Ma la Procura non stava celebrando un processo penale: doveva verificare se quelle notizie modificassero i presupposti della grazia. Per questo, spiega nel comunicato, non è stata disposta una rogatoria internazionale: il trattato di cooperazione penale tra Italia e Uruguay serve ad acquisire prove in un procedimento penale, mentre qui si trattava di un accertamento diverso.
Non solo. La Procura scrive di avere delegato accertamenti a Carabinieri e Interpol e conclude che le notizie di stampa «non corrispondono al vero». In particolare, le accuse della massaggiatrice sui presunti festini con droga e sesso risultano smentite da numerose dichiarazioni raccolte sia in sede difensiva sia dai Carabinieri da persone informate sui fatti: per verificare quel racconto sarebbero state sentite decine di persone. Anche la credibilità della fonte è diventata oggetto di scontro. Il racconto iniziale la presentava come una persona legata da vent’anni alla tenuta di Cipriani ma secondo la difesa, invece, i documenti dimostrerebbero che il rapporto di lavoro durò pochi mesi, non vent’anni. È qui che si giocherà una parte della partita: non solo se la donna sia stata ascoltata, ma se il suo racconto regga davanti a contratti, presenze, spostamenti e testimonianze raccolte. Il comunicato della Procura concentra le smentite poi sugli altri punti principali: sull’adozione non emergono irregolarità; il legale morto in Uruguay era il legale del minore, favorevole all’adozione, non quello dei genitori biologici; il quadro clinico del bambino, in cura al Boston Children’s Hospital, è confermato; per la coppia non risultano pendenze o indagini in Uruguay e Spagna. Nel frattempo, i legali di Minetti e Cipriani - Antonella Calcaterra, Emanuele Fisicaro e Paolo Siniscalchi - hanno già annunciato richieste risarcitorie per oltre cinquanta articoli del Fatto quotidiano, per la puntata di È sempre Cartabianca del 28 aprile e per quella di Report del 3 maggio. In Italia il terreno potrà essere quello della diffamazione a mezzo stampa e del risarcimento del danno. Resta il profilo più delicato, quello del minore. Il diritto di cronaca sulla grazia esisteva, ma non imponeva di rendere riconoscibile un bambino adottato, né di esporne storia personale, condizioni cliniche, cure o rapporti con la famiglia biologica. Se sono stati pubblicati il nome del minore o elementi capaci di identificarlo, la questione potrà essere valutata sul piano deontologico, civile e, nei casi più gravi, anche penale. È il punto più pesante. Ciò che oggi resta online può essere ritrovato domani dallo stesso bambino. La notizia era la grazia a Minetti; il minore, secondo i legali, non doveva diventare il centro del racconto.
Colpita da una raffica di aspre critiche, va a fondo la riforma per la medicina generale voluta dal ministro della Salute. L’ennesimo flop di Orazio Schillaci si traduce in un nulla di fatto per le oltre 1.000 Case di comunità finanziate con 2 miliardi di euro del Pnrr e che devono essere a regime entro l’estate, ma ancora non si sa con quale personale.
Le parole del sottosegretario alla Salute, Marcello Gemmato, erano state un chiaro segnale dell’affossamento: «Fratelli d’Italia resta contraria all’ipotesi di far diventare medici di famiglia e pediatri di libera scelta dipendenti pubblici, la via prioritaria non può che essere la convenzione, confermando l’obiettivo di rendere operative le Case di comunità, anello fondamentale per ottenere una sanità territoriale sempre più capillare e a misura di cittadino e per proseguire con forza il lavoro di riduzione delle liste d’attesa, valorizzando i buoni risultati ottenuti dal governo Meloni», aveva dichiarato a metà maggio. L’intesa tra sindacati, ministro e presidenti delle Regioni non è mai stata raggiunta e quella riforma, che avrebbe dato un senso al mandato di Schillaci (travolto più da accuse di inefficienza che da apprezzamenti), rischia invece di essere il suo più macroscopico fallimento.
Il ministro della Salute ha voluto intervenire sull’autonomia e il ruolo dei medici di famiglia, scatenando un duro confronto politico e sindacale. Sotto attacco è il cuore del provvedimento, il cosiddetto doppio binario dell’assistenza primaria. Medici di medicina generale che possono continuare a operare in convenzione con il Servizio sanitario nazionale (Ssn), però con regole riviste, oppure scegliere la dipendenza pubblica fermo restando che anche i convenzionati devono garantire una presenza nelle Case di comunità, con un impegno minimo settimanale.
La disciplina convenzionale nazionale ipotizzata prevede, infatti, lo «svolgimento di una quota programmata di attività nelle Case della comunità», con una remunerazione pure riformata, rispondente alla «necessità di una tariffa nazionale per assistito e di una revisione complessiva dei criteri di remunerazione sia per i medici del ruolo unico sia per i pediatri di libera scelta, al fine di rendere più uniforme il servizio sul territorio nazionale». «È una riforma fatta senza i medici e senza i cittadini: inefficace, inutile e dannosa», l’ha definita Filippo Anelli, presidente della Fnomceo, la Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri. Aveva aggiunto: «Il problema delle Case di comunità non sono i medici di famiglia, è che in questi tre anni non si è deciso quali servizi erogare e soprattutto non si sono messe le risorse per assumere tutte le professionalità mancanti».
Snami, il sindacato nazionale autonomo medici italiani, aveva detto «no a un ruolo unico che indebolisce la convenzione e no a un modello che trasformi il medico di famiglia in un prestatore orario dentro le Case della comunità».
Erano solo alcune, delle critiche contro una riforma pensata da Schillaci d’intesa con la Conferenza delle Regioni. Ieri, Silvestro Scotti, segretario della Federazione italiana medici di medicina generale (Fimmg), che aveva preannunciato uno sciopero in mancanza di intese raggiunte, ha detto che «la riforma sulla medicina generale avrebbe fatto saltare il Ssn» e che «se una parte politica della maggioranza ha capito che era dannosa, ne prendiamo atto con responsabilità».
In una nota, infatti, si è fatto sentire anche il dipartimento Sanità della Lega, dichiarando di aver «sempre espresso forti dubbi sulla riforma Schillaci delle cure primarie, impostata quasi esclusivamente sul cambio di tipologia contrattuale dei medici di famiglia e sull’obbligo di presenza nelle Case della comunità». La Lega aggiungeva: «Da oltre due anni abbiamo depositato al Senato un disegno di legge concreto e pragmatico che punta a valorizzare le aggregazioni tra medici per offrire più servizi ai cittadini, ridurre drasticamente la burocrazia che grava sui professionisti e rafforzare l’assistenza territoriale di base, evitando così di intasare ulteriormente gli ospedali. Crediamo che la salute dei cittadini si tuteli con soluzioni operative e di buonsenso, non con imposizioni ideologiche o modelli rigidi che rischiano di lasciare vuote le strutture finanziate dal Pnrr».
Lo scorso mese il ministro affermava: «Dobbiamo dare ai cittadini una sanità più moderna e più vicina», dichiarandosi fiducioso in un esito positivo degli incontri con le organizzazioni sindacali. «Spero in un rapido e sereno confronto su una riforma che è attesa da tempo», si augurava Schillaci. Nulla di fatto, la riforma si è arenata. «Non è stata fatta alcuna azione di lobbying da parte della categoria», ha tenuto a precisare Pina Onotri, segretario generale del sindacato medici italiani (Smi), «semplicemente è prevalso il buonsenso». Per Onotri la posizione dei mmg è chiara: «No alla retribuzione per obiettivi. Sì al rilancio della medicina dei servizi».
Perdona loro. Nel capolavoro di Giambattista Tiepolo, Sant’Agata allarga le braccia e alza gli occhi al cielo. Lo sta facendo anche adesso, mentre commenta con la dolente postura la decisione di una scuola siciliana di annullare la visita alla sua reliquia per paura dei ruggiti dell’Uaar. Sarebbe l’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti, infuriata anche solo all’idea che maestre e bambini dedichino mezza mattinata a un atto di cultura e devozione popolare millenario, nel nome di una delle sante più celebrate, raffigurate, pregate del mondo.
La faccenda è surreale e la crociata degli atei (ossimoro voluto) ha toni da Robespierre. Tutto comincia qualche giorno fa, quando il preside dell’istituto comprensivo (elementari e medie) «Federico De Roberto» di Zafferana Etnea, in provincia di Catania, decide di far partecipare la scuola alle celebrazioni di Sant’Agata, culminate con l’arrivo in paese di una reliquia (il braccio della santa) alla parrocchia di Santa Maria della Provvidenza, portata in pompa magna dall’arcivescovo Luigi Renna. L’evento, molto partecipato, si inserisce nel programma per il nono centenario della traslazione delle reliquie a Catania da Costantinopoli, dov’erano state trafugate quasi mille anni fa fra la disperazione generale, poiché Sant’Agata era ed è considerata nella tradizione cristiana la principale protettrice dalle eruzioni dell’Etna che balugina lassù.
Giusto o sbagliato, è così da sempre nel segno della storia e dell’identità. Ma vallo a spiegare agli atei, agli agnostici e agli Odifreddi boys che al solo sentire il nome di Cristo innalzano roghi, mentre su Maometto sono molto più distratti, non si sa mai. Tornando a Zafferana, il preside organizza la visita nei dettagli: le elementari con tulipano bianco, le medie con fazzoletto bianco. Ovviamente tutto facoltativo, chi non fosse interessato rimane in classe a seguire le lezioni. Ebbene, il numero uno dell’istituto non riesce neppure a divulgare la circolare. L’Unione degli atei, sezione di Catania, interviene preventivamente con una diffida, minaccia denunce per «violazione del principio di laicità delle scuole pubbliche» ed entra in modalità trincea permanente.
La santa patrona diventa un casus belli, il preside Salvatore Musumeci è costretto a tornare sui suoi passi e a revocare la circolare. Forse indotto dal silenzio accondiscendente delle istituzioni locali (il sindaco Salvatore Russo è un civico sostenuto dal Pd) e dalle stesse autorità religiose, da tempo più inclini ad appiattirsi sulle ragioni dei senza Dio piuttosto che difendere la fede. Così l’Uaar può cantare vittoria: «Quella decisione era illegittima. Gli atti di culto in orario scolastico sono infatti vietati, come chiarito da norme e sentenze, definitiva quella del Consiglio di Stato del 27 marzo 2017». Il crinale è impervio e la distinzione fra atto di culto in classe e gita in parrocchia a vedere una reliquia abbastanza evidente.
È curioso notare la muscolare alzata di scudi da parte di chi predica ogni tipo di libertà (tranne quelle degli altri) in nome di un laicismo che tende all’assolutismo. L’Uaar è famosa per le sue battaglie frontali contro la religione cattolica: lo sbattezzo, la lotta contro il crocifisso negli edifici pubblici, l’ora di religione, gli slogan provocatori sui bus. A Zafferana gli atei scatenati non si risparmiano neppure un dettaglio imbarazzante: «La visita non avrebbe nemmeno tenuto conto dei risvolti macabri, dato che l’oggetto esposto sarebbe il braccio del cadavere di Sant’Agata». Siamo al «cadaverino appeso fra due legnetti» televisivo di Adel Smith. C’è gente da 23 anni con lo sguardo nello specchietto retrovisore.
Con un dettaglio in più. Il progressista illuminato, impegnato a bollare come oscurantista il ministro Giuseppe Valditara dopo la decisione di non autorizzare in automatico le lezioni genderfluid a scuola, sembra del tutto silente riguardo al diktat imposto da un’associazione di parte all’esercizio della libertà altrui di partecipare a un evento popolare inserito da secoli nel contesto sociale del territorio. Il preside avrebbe potuto tenere duro ma deve avere fiutato l’aria. Nessuna intenzione di rimanere solo e con il cerino acceso in mano. Alla fine, si è limitato a precisare al quotidiano La Sicilia: «Nessuno ha imposto niente. Gli alunni che, a seguito del parere contrario dei genitori, non volevano partecipare alla visita sarebbero rimasti in classe a fare lezione, all’insegna della piena libertà». Parola sconosciuta ai liberal per decreto.
Così Sant’Agata, celebrata dalle processioni e dalle candelore in Sicilia e in tutto il mondo dove un emigrante abbia lasciato il seme della devozione, non può essere avvicinata dai bambini e dai ragazzi di Zafferana in orario scolastico. Mentre l’Etna distratto sta a guardare. La leggenda vuole che nell’antichità il vulcano abbia inghiottito Empedocle risputandone per sdegno un calzare. Era un filosofo pagano che si credeva un dio. Praticamente un ateo.










