Musk: reddito universale alto per aiutare i disoccupati dell'intelligenza artificiale
Ma Elon Musk è Beppe Grillo? Con un post a seguito di un’intervista video, ieri il genio e padrone di X ha sintetizzato una sua visione del futuro non inedita, ma ribadita in modo molto chiaro: «Un ALTO REDDITO universale (maiuscole nel testo, ndr) tramite assegni erogati dal governo federale è il modo migliore per gestire la disoccupazione causa dall’Intelligenza artificiale.
La combinazione di IA e robotica produrrà beni e servizi di gran lunga superiori all’aumento di offerta di moneta, quindi non ci sarà inflazione».
Poche righe delineano uno scenario possibile che sembra quasi rimandare al reddito di cittadinanza grillino, condito del vaticinio del fondatore di Tesla (e molto altro), nonché uomo più ricco del mondo. Come detto, lo spunto non è nuovo. Musk non è completamente assimilabile nel filone iper ottimista e sa che l’impatto tecnologico (di cui è come ovvio attore primario) sta già avendo effetti in termini di riduzione degli occupati. Quando parla di combinazione di IA e robotica, cita due filoni in cui è protagonista assoluto: già l’anno scorso aveva previsto un impiego in tempi relativamente rapidi dei suoi robot Optimus nelle fabbriche delle sue automobili elettriche. Difficile immaginare che in un’azienda sempre più robotizzata gli impiegati aumentino: da qui il problema, in capo a 5-10 anni, di come gestire probabili masse di esuberi nei Paesi sviluppati. E non solo operai, ma anche - e soprattutto - colletti bianchi, investiti da software in grado di fare il loro lavoro più rapidamente e senza ferie, maternità, problemi di salute, permessi, aspettative. Soprattutto: senza salario. In questo momento molti di loro sono pagati - benino - per addestrare un’IA che potrebbe sostituirli a breve.
In Italia, il Crisp della Bicocca ha provato a fare una stima dell’impatto dell’IA sui settori professionali calcolando la cosiddetta «esposizione» di compiti specifici del lavoro (detti «task») ad applicativi realizzati con Intelligenza artificiale. Il sito è Terminator economy, e i risultati non sono tranquillizzanti. Come i ricercatori del Crisp, Musk non si rifugia nel ritornello della ricollocazione/formazione del personale «sostituito». Il patron di Starlink ha in mente da anni, uno scenario ardito, tra il distopico e l’idilliaco. Nella biografia scritta da Walter Isaacson e tradotta in Italia da Mondadori (Elon Musk, 2024), è riportata la seguente frase: «Bisognerà forse istituire un reddito universale. E lavorare potrebbe diventare una libera scelta». Su questo, gli va riconosciuta coerenza. Nel futuro di Musk i Paesi sviluppati conosceranno forti aumenti dell’indicatore che da lustri catalizza l’attenzione degli economisti di tutto il mondo: la produttività. Tecnicamente, il valore della produttività si calcola con il rapporto tra il valore aggiunto di una produzione e le ore lavorate per realizzarla. Se prendiamo per buono l’assunto sull’impatto combinato di IA e robotica, non è sbagliato immaginare che, aumentando il numeratore (ad esempio con procedure industriali meccanizzate in modo impeccabile) mentre cala il denominatore (ad esempio con un progetto, uno spot, un testo realizzati in pochi secondi anziché in settimane), la produttività schizzi verso l’alto. Seguiamo la profezia dell’inventore di Grok: un’industria che evolva verso uno scenario robotizzato, lecite inquietudini fantascientifiche a parte, produrrebbe beni e servizi tali da eccedere strutturalmente la domanda perché si produrrebbe di più, meglio e più in fretta. Problema: se nessuno lavora, chi compra?
Qui si fa strada la soluzione di Musk, che in realtà è concettualmente piuttosto diversa dal reddito di cittadinanza. L’idea non è quella di un sussidio di sussistenza ma di un reddito «alto» (una «giusta mercede»? Ma di cosa?), erogato direttamente dai governi in un ambiente economico caratterizzato da eccesso costante di produzione (che metterebbe al riparo dall’inflazione figlia di restrizioni nell’offerta). Più ricchezza prodotta significa anche più raccolta fiscale, ma non per forza più vendite, come detto. Verrebbe da dire che tale reddito servirebbe anche a guidare una domanda non certo trainata dai salari. È difficile non registrare un paradosso tra la logica ultra liberista dell’imprenditore globale (ma che deve comunque parte dei ricavi smodati ai contratti col pubblico, Pentagono in testa) e l’invocazione di una misura a carico della collettività. Tuttavia, la distanza dalla logica del reddito «grillino» c’è: non si tratta di garantire la pace sociale evitando gli assalti ai forni, ma di fronteggiare il rischio di un mondo senza lavoro spaccato tra un manipolo di padroni che governino le macchine, un piccolo esercito di ingegneri che le programmino, un vasto secondo mondo di residui lavoratori manuali e uno sterminato esercito di inoccupati.
Se il futuro renderà davvero il lavoro un’opzione, sarà insieme un ritorno a ciò che ha preceduto quello che Hilaire Belloc chiamava lo «Stato servile» e un tuffo in un futuro incognito in cui trovare un senso al nostro posto nel mondo potrebbe diventare di colpo drammaticamente problematico. Basta chiedere a un quarantenne disoccupato: bastano i soldi a placare il desiderio di significato? La Rerum novarum di Musk, col suo stile allucinato e rapsodico, è abbozzata. In attesa di quella cui starebbe lavorando Leone XIV, in mezzo a catastrofismi e disinteresse, non si vede granché d’altro.
Maxi multa dell’istituto di statistica alla società che deve raccogliere le informazioni: una sua rilevatrice avrebbe falsificato i questionari. Così è passato il concetto che il «patriarcato» sia un costume italiano.
«Se torturi i dati abbastanza a lungo confesseranno ogni cosa». La citazione di Ronald Coase, vecchio premio Nobel per l’Economia, rimane un baluardo contro la pretesa infallibilità del «data journalism», totem fideistico già messo a dura prova da certi deliri durante la pandemia, determinati da committenti interessati (case farmaceutiche), forzature sociologiche, condizionamento delle masse. Ma non avremmo mai immaginato di doverla aggiornare aggiungendo un quarto elemento di diffidenza: la falsificazione dei dati.
È ciò che è accaduto all’Istat, che ha inflitto una maxi multa alla società Csa research perché una o più ricercatrici avrebbero inventato le risposte ai questionari sui femminicidi in Italia.
La faccenda sarebbe grottesca se non fosse seria: le irregolarità sono state verificate e hanno indotto l’Istituto nazionale di statistica a sanzionare una delle agenzie che hanno in appalto le rilevazioni. Per la cronaca, Csa ha presentato controdeduzioni che non hanno convinto l’Istat e la multa è stata confermata. Lo ha rivelato Fanpage, che ha sottolineato come a fine 2025 sono stati pubblicati solo dati parziali, riguardanti la violenza di genere sulle donne italiane, risultato di questionari telefonici. Mancavano quelli relativi alle straniere, per lo più immigrate. Un approfondimento obiettivamente più complicato perché necessitava di interviste in presenza, con appuntamenti e riscontri. «Parte di queste interviste sarebbero state inventate. Almeno una rilevatrice avrebbe finto di recarsi a casa di quelle donne, compilando lei stessa le risposte alle domande». Si tratta di più questionari, con il rischio di falsare il campione.
Tutto ciò non cancella il problema ma ne definisce il perimetro e l’attendibilità, gettando un’ombra anche sul prestigio dell’Istat, che ogni anno (esattamente da un secolo, fu fondato nel 1926) fotografa lo stato di salute del nostro Paese attraverso un reticolo di informazioni dettagliate sulla società italiana per cogliere e interpretare i cambiamenti nella vita quotidiana, nell’economia, negli orizzonti sociali dentro un mondo in continua evoluzione. Spesso il monitoraggio è stato utile per pianificare investimenti, per orientare scelte politiche. E anche per condizionare decisioni strategiche mai del tutto metabolizzate, come la negazione dell’inflazione galoppante quando uscimmo dalla lira per entrare nell’euro. Era un convincimento granitico della galassia prodiana, confermato dall’Istat ma smentito dalla percezione del cittadino medio mentre si toccava il portafoglio.
Le interviste dell’Istat sono sempre state considerate una Bibbia di numeri, hanno occupato le prime pagine dei giornali, hanno dato il là ad articolesse sociologiche, hanno determinato la benedizione di buoni e cattivi. «Ce lo dice l’Istat» nei decenni è stato soppiantato solo dal «Ce lo chiede l’Europa». Falso. Risposte inventate da ricercatori pigri. Parliamoci chiaro, fare di tutto un’erba un fascio è sbagliatissimo e non è questo il caso. Anche perché l’Istituto nazionale di statistica presieduto da Francesco Maria Chelli si è difeso con due capisaldi: «l’organizzazione del lavoro è responsabilità dell’appaltatore» e una volta scoperto l’inganno Istat ha fermato tutto decidendo la multa.
Lo scivolone attribuito a Csa research (centro con sede a Firenze, specializzato in ricerche di mercato, sondaggi d’opinione e analisi socioeconomiche) non può essere ignorato. E nelle pieghe del problema se ne evidenziano altri. Il primo riguarda la residenza delle donne straniere, che a detta delle ricercatrici spesso non coincidevano con quelle indicate negli elenchi perché alcune anagrafi comunali non erano aggiornate. Con ricerche da intelligence per trovarle. Il secondo problema è relativo all’argomento: la violenza di genere. In alcuni casi le addette entravano in abitazioni dove gli uomini si rifiutavano di allontanarsi durante le intervista, di fatto condizionando le risposte di mogli, figlie e sorelle. Testimonianza comune: «Le donne apparivano chiaramente in condizioni di vulnerabilità». Una rilevatrice ha commentato a Fanpage: «In varie occasioni mi sono trovata in situazioni che mi hanno provocato non solo forte disagio, ma mi hanno fatto sentire in pericolo».
Tutto questo con un ulteriore deficit, quello economico: ogni intervista viene pagata 28 euro lordi, con spostamenti fino a 50 chilometri di distanza e la necessità di tornare più volte dal potenziale intervistato per trovarlo a casa. Alla fine qualcuno ha deciso di prendere la scorciatoia e di compilare i questionari a chilometro zero buttando giù una serie di X e di risposte inventate. Sulla base delle quali sono stati dipinti scenari immaginifici e lanciati allarmi circostanziati sul «patriarcato tossico», guarda un po’ tutto italiano.
- Dalla prima esibizione della Sosat al Castello del Buonconsiglio alla nascita del Coro della Sat, il racconto di una tradizione nata come atto di impegno sociale e di resistenza e diventata patrimonio universale. Il 25 maggio il concerto commemorativo.
- Un itinerario che attraversa le epoche, dalla città romana ai sentieri del 1915.
- Una passeggiata fra natura, chiostri, palazzi e avanguardie del Novecento.
Lo speciale contiene tre articoli
En trentin el se lamenta. Di trentini i bega. Tre trentin i fa en coro: un trentino si lamenta. Due trentini litigano. Tre trentini fanno un coro. Si sa: i detti popolari colgono a volte più verità di quanto faccia la storia scritta sui libri. Sono istantanee che non hanno bisogno di essere troppo spiegate.
«Tre trentini fanno un coro»: sì, in Trentino-Alto Adige si canta e non per hobby, ma per costruire identità. «Far sentire la propria voce», da espressione comunemente utilizzata, diventa così intenzione programmatica. Del resto l’arte è il mezzo per eccellenza per veicolare messaggi in modo efficace. Il canto come racconto di un intero territorio: non semplice mezzo di aggregazione, bensì patrimonio vivo, memoria da trasmettere alle nuove generazioni, oralità pura, in contrapposizione con la tecnologia. La coralità alpina è nata circa un secolo fa e, da allora, è espressione dei sentimenti e delle aspirazioni del popolo all’interno del quale è germogliata. A dar vita a questo genere sono stati il coro della Sosat (Sezione operaia società alpinisti tridentini) e quello della Sat (Società degli alpinisti tridentini). Entrambi eseguono elaborazioni di canti popolari, anche di altre regioni italiane. Sono canti di montagna, ruvidi e «maschi».
Il 2026 è l’occasione per celebrare un importante traguardo centenario. Questa espressione musicale nacque infatti nel 1926, cinque anni dopo la fondazione della Sosat a opera di Nino Peterlongo. L’associazione aveva l’obiettivo di far avvicinare le classi operaie alla montagna e alle attività alpinistiche, fino a quel momento appannaggio delle classi più abbienti. Fu sempre Peterlongo a radunare un gruppo di amici accomunati dalla passione per la musica e il canto e a dare vita al primo coro di montagna. Amici che partecipavano alle gite proposte dalla Sezione, diventando presto «quei che canta» (quelli che cantano), uno dei motivi principali per l’iscrizione e la partecipazione di un numero sempre maggiore di persone.
Il Coro della Sosat si esibì per la prima volta nel 1926, all’interno del Castello del Buonconsiglio. Era un coro composto da giovani, molto emozionati per l’accoglienza ricevuta: alla fine il paravento che li separava dal pubblico cadde per mostrarne i volti. A colpire il pubblico e, soprattutto, alcuni tra i maggiori esponenti della musica italiana fu proprio la qualità dei brani, delle voci e delle armonizzazioni prodotte da quello che di primo impatto poteva sembrare un gruppo improvvisato. Dieci anni dopo la sua nascita, in pieno fascismo, la Sosat venne commissariata perché non omologabile alle organizzazioni di massa allora in voga. Nino Peterlongo fu esautorato e molti soci si dimisero; ma non i coristi: loro decisero - forse inconsapevolmente - che il canto era un atto di resistenza mascherato. Il gruppo di amici uscì definitivamente dall’anonimato quando fu invitato a esibirsi a Roma, all’interno di un programma dell’Eiar (Ente italiano per le audizioni radiofoniche), che venne trasmesso in diretta a Trento da due altoparlanti posti in Piazza d’Arogno, dove si radunarono moltissime persone. Quattro anni dopo i primi tre dischi. Nel 1938 il Coro della Sosat dovette cambiare nome per via delle leggi speciali, che imponevano l’eliminazione del termine «operaio». Nacque quindi il Coro della Sat, che andò avanti al di là di tutte le difficoltà istituzionali che si frapponevano tra arte e politica.
Il 1945 fu l’anno della rinascita: Nino Peterlongo, chiamato dal sindaco di Trento Gigino Battisti, tornò per rifondare la Sosat. Da quel momento i cori divennero due: quello della Sezione operaia e quello della Sat, riavviato dai quattro fratelli Mario, Aldo, Enrico e Silvio Pedrotti. Nel tempo si moltiplicarono i grandi nomi della scena musicale, intrecciati a quelli dei coristi, da Franco Sartori ad Arturo Benedetti Michelangeli, da Renato Dionisi ad Andrea Mascagni. Nel 1963 la tradizione si articolò ulteriormente con la nascita della federazione Cori del Trentino, che ad oggi conta oltre 200 cori e più di 6.000 associati.
Alle ore 20.00 del 25 maggio, presso l’Auditorium Santa Chiara di Trento, sarà possibile partecipare al concerto celebrativo dei Cori Sosat e Sat. Il 6 giugno, invece, dalle 18.00 alle 19.30, si terrà in piazza Duomo l’esibizione del Gruppo King’s Singers. Le voci bianche dei bimbi chiuderanno l’evento.
Un itinerario che attraversa le epoche, dalla città romana ai sentieri del 1915

Il mausoleo di Cesare Battisti a Trento
Trento è perfetta per il trekking urbano: qui si possono percorrere itinerari diversi per lunghezza e difficoltà. Si può scegliere tra proposte classiche - che toccano luoghi iconici quali piazza Duomo o il quartiere verde delle Albere - e camminate tematiche, che raccontano una Trento insolita e al di fuori dei soliti circuiti. Si può optare per i tracciati che conducono nei luoghi legati al Concilio di Trento o per i sentieri sterrati sulla Marzola o sul Sorass, dove si trovano trincee risalenti alla Prima guerra mondiale. C’è poi una Trento sotterranea, l’antica Tridentum, che racconta duemila anni di storia attraverso 1.700 metri quadrati di città romana, una zona restituita al pubblico a conclusione degli scavi effettuati tra il 1990 e il 2000. Strade di pietra, resti di mura e di abitazioni rendono lo Spazio archeologico sotterraneo del Sas una zona tanto nascosta quanto sorprendente. Imperdibile la Villa Romana d’Orfeto, residenza signorile risalente al I secolo d.C., resa ancor più prestigiosa dal mosaico policromo della sala di rappresentanza, raffigurante Orfeo nell’atto di suonare la lira e incantare le belve. Un trekking breve e scorrevole è quello che collega il Castello del Buonconsiglio e il Parco naturale Doss Trento, piccola e amata collina sulla riva destra dell’Adige. Una vera e propria passeggiata naturalistica è quella che porta al rifugio Bindesi, che regala una vista mozzafiato sulla Valle dell’Adige. Un luogo scelto anche dagli escursionisti più esperti, che si arrampicano sulla «Palestra dei Bindesi». Gli appassionati di arte possono rifarsi gli occhi nel nuovo spazio espositivo di Trento, che racconta la storia locale dalla Prima guerra mondiale agli anni Settanta. «Oltre il traguardo» è invece la mostra ospitata al Muse - Museo delle Scienze di Trento, che illustra le sfide dello sport da un punto di vista scientifico.
Una passeggiata fra natura, chiostri, palazzi e avanguardie del Novecento

Piazza Rosmini a Rovereto
Conoscere le città a partire dai dettagli, evitando le classiche visite proposte nelle guide di viaggio: da maggio a dicembre sarà possibile farlo sia a Trento che a Rovereto, grazie a una serie di trekking urbani pensati per tutti, da vivere al seguito di una guida o facendo da sé grazie all’ausilio di mappe e app. Percorsi che permettono di entrare nella storia in modo leggero, seguendo fili che vanno oltre la mera conoscenza didattica. Se Rovereto è definita «l’Atene del Trentino», ci sarà più di un motivo: la quantità di musei e di palazzi, la presenza di un castello e la grande Campana dei Caduti rendono infatti la città un luogo di pregio storico-artistico, a maggior ragione perché incastonata tra alcuni dei gruppi montani più belli al mondo.I percorsi di trekking urbano proposti sono sette e coprono una grande varietà di interessi. Ce n’è uno che segue il filo di seta e si snoda tra musei, rogge e filatoi. A organizzarlo è la fondazione Museo civico, che narra la storia di questo prezioso materiale e il suo legame con la città. Rovereto è anche chiostri affrescati, antichi oratori e chiese monumentali: grazie a questo percorso di trekking urbano si entra in una Rovereto sacra, meno conosciuta. Gli amanti della storia a tutto tondo possono optare per «Il kilometro delle meraviglie», un racconto urbano a cielo aperto che parte dal Museo della Città e conduce verso il Museo storico italiano della guerra di Rovereto. Ci troviamo infatti a pochi chilometri dal fronte austro-italiano. Se accanto al portale d’ingresso di Palazzo Todeschi-Micheli una targa ci ricorda che il tredicenne Mozart venne qui ospitato dal barone Todeschi nel 1769, all’imbocco di corso Bettini se ne trova una che racconta il passaggio di Goethe durante il suo viaggio in Italia. Una serie di itinerari panoramici dedicati a Depero racconta ciò che ispirò la sua arte, dai semplici vicoli agli Altipiani Cimbri, dalla Vallagarina alle sponde del Garda. Meritano una visita la sua Casa d’Arte e il negozio affiancato da due cariatidi, disegnate dal maestro del Futurismo italiano.
Nonostante la tregua in corso tra Israele e il Libano, l’Unifil è stata presa ancora di mira. L’attacco, sferrato nel Sud del Paese dei cedri, ha colpito un contingente della forza di peacekeeping, uccidendo un soldato francese, mentre altri tre risultano feriti.
A renderlo noto è stato il presidente francese, Emmanuel Macron: «Il sergente capo Florian Montorio del 17° reggimento del genio paracadutista di Montauban è caduto questa mattina nel Sud del Libano durante un attacco contro l’Unifil. Tre dei suoi fratelli d’arme sono feriti e sono stati evacuati». Nel pomeriggio, Parigi ha poi rivelato che due caschi blu sono in gravi condizioni. Secondo il capo dell’Eliseo «tutto lascia pensare che la responsabilità di questo attacco ricada su Hezbollah», e per questo «la Francia chiede che le autorità libanesi arrestino immediatamente i responsabili e si assumano le proprie responsabilità».
L’appello è stato accolto dal presidente del Libano, Joseph Aoun: dopo aver parlato al telefono con Macron, ha dato «istruzioni alle autorità competenti di indagare immediatamente su questo incidente e di accertare le responsabilità, sottolineando che il Libano non lesinerà gli sforzi nel perseguire i responsabili». Dall’Italia sono intanto arrivate parole di cordoglio. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, oltre a «condannare l’uccisione» del soldato francese, ha scritto su X: «A nome del governo e mio personale esprimo solidarietà e vicinanza alla Francia, alle sue forze armate e alla famiglia del caduto in missione di pace». Guido Crosetto, invece, al Tg1 ha dichiarato che «fa parte della tattica di Hezbollah non consentire che la tregua si rafforzi», aggiungendo che la missione Unifil «non ha più senso nelle attuali condizioni».
Stando a quanto rivelato dal ministro della Difesa francese, Catherine Vautrin, il casco blu francese «è stato vittima di un’imboscata da parte di un gruppo armato a distanza ravvicinata» nella regione di Deir-Kifa. A rivelare ulteriori dettagli è stata l’Unifil su X: il contingente «stava sgombrando munizioni esplosive lungo una strada nel villaggio di Ghanduriyah per ristabilire i collegamenti con le posizioni isolate» della missione, quando «è stata colpita da fuoco di armi leggere». Come già detto da Macron, anche l’Unifil ha affermato che «la valutazione iniziale indica attori non statali, (presumibilmente Hezbollah)» come responsabili. Dall’altra parte, il gruppo terroristico ha negato il proprio coinvolgimento.
Quello contro la missione Onu non è stato l’unico attacco. Le Idf hanno comunicato di aver eliminato, in due raid, diversi membri di Hezbollah colpevoli di aver «violato gli accordi di cessate il fuoco». Le Forze di difesa israeliane hanno spiegato che «una cellula terroristica ha violato gli accordi di cessate il fuoco e si è avvicinata alle forze in modo da costituire una minaccia immediata, durante le loro attività nel Libano meridionale, a Sud della linea di difesa avanzata». Nell’altro incidente, sempre a Sud della «linea di difesa avanzata», è stato preso di mira un tunnel di Hezbollah dopo che le Idf avrebbero scoperto alcuni terroristi che stavano entrando.
Parallelamente alla situazione di massima tensione sul campo, procedono i preparativi di Beirut per le prime trattative dirette con Tel Aviv. Stando a quanto riferito dall’ufficio presidenziale, Aoun ha condotto insieme al primo ministro, Nawaf Salam, «una valutazione della fase successiva al cessate il fuoco e degli sforzi in corso per consolidarla». Chi boicotta è Hezbollah, secondo cui le trattative sono «un fallimento» e si tratta di «negoziati di sottomissione». Pur sostenendo di essere disponibile a «coordinarsi» con il governo libanese, un alto funzionario della milizia ha puntualizzato: «Non in questo modo che porta alla resa». Quanto a Israele, secondo la Cnn si sta preparando a imporre «la linea gialla»: nell’area sotto il controllo militare israeliano sarà vietato il ritorno dei residenti.










