Un altro punto a favore di Luca Palamara. Ieri, nell’udienza davanti al giudice di Perugia, Natalia Giubilei, la difesa dell’ex presidente dell’Anm ha chiesto la revoca del patteggiamento e la Procura guidata da Raffaele Cantone ha espresso parere favorevole, visto che il fatto che gli era stato contestato non è più considerato illecito a seguito della riformulazione del reato di traffico di influenze. Il giudice si è riservato di decidere. Ma Palamara è già pronto a tornare in campo.
«Per quanto mi riguarda, il punto di partenza resta uno e uno solo: arrivare a una definitiva chiarezza della mia vicenda giudiziaria in sede penale e potermi presentare davanti al Consiglio superiore della magistratura con un certificato penale illibato, come è mio diritto. E se mi presenterò con un certificato illibato a Palazzo Bachelet non comprendo su quali presupposti io non possa ottenere anche il mio rientro in magistratura», ragiona con La Verità dopo l’importante udienza.
Sono mesi che l’ex ras della corrente di Unicost attende di poter lavare l’onta della radiazione che ha colpito solo lui, anche se in quel Sistema di spartizione delle nomine erano coinvolte decine di altri magistrati, molti dei quali ancora in auge.
«Alla luce di tutti gli sviluppi registrati in questi anni, è inevitabile che io vada fino in fondo per capire - e far capire - per quale ragione la decisione di rimozione adottata nei miei confronti possa ancora ritenersi attuale. Molti dei presupposti che avevano sorretto quella scelta appaiono oggi radicalmente modificati, se non completamente superati, proprio alla luce degli atti processuali e delle ricostruzioni giudiziarie successive». Infatti la valanga era partita con una gravissima accusa di corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio ed era collegata a una presunta mazzetta da 40.000 euro che si era poi dimostrata inesistente.
Alla fine le accuse erano state ridimensionate e si erano ridotte al reato di traffico di influenze, una fattispecie quasi completamente svuotata dall’intervento della maggioranza. Da qui le recenti mosse di Palamara: «Per questo ho chiesto la revoca dei patteggiamenti e la rilettura complessiva della mia vicenda. Infatti, quando la verità emerge, non può restare confinata nel solo perimetro del processo penale, ma deve riflettersi anche sul piano disciplinare», ci dice. Parole misurate che, però, annunciano un piano clamoroso. Quello di un ritorno in grande stile: «Io sono pronto a rientrare in magistratura», ammette. «Ma prima occorre verificare se la mia rimozione regga ancora di fronte a ciò che nel frattempo è emerso, oppure se sia stata, come credo, superata dai fatti, dalle nuove acquisizioni e dalle stesse decisioni giudiziarie. Su questo andrò fino in fondo, senza timori e senza alcuna riserva: ristabilire la verità non è solo un mio diritto, è un dovere verso l’istituzione e verso tutti coloro che credono nella giustizia». Il linguaggio felpato dell’ex presidente dell’Anm lascia intendere che, pur di raggiungere l’obiettivo, è pronto a cambiare strategia: niente più libri di denuncia o interviste abrasive, ma solo ricorsi in punta di diritto per raggiungere la sospirata meta della riabilitazione. Dovesse ottenerla, potrebbe trovare una magistratura radicalmente trasformata dalla riforma voluta dal governo. Una nuova realtà in cui difficilmente potrebbe ripetersi un altro caso Palamara, a causa del depotenziamento delle correnti e dell’introduzione del sorteggio per individuare i membri dei Csm.
Oggi è attesa anche la sentenza d’Appello per il pm Stefano Fava che è stato condannato in primo grado a 5 mesi per accesso abusivo alla banca dati della Procura. Si tratta di una ricerca che Fava non ha mai negato e che riguardava atti di un procedimento in cui l’accusa era rappresentata dall’allora procuratore aggiunto di Roma, Paolo Ielo. All’epoca Fava e Ielo avevano avuto dei contrasti sulla gestione di alcuni indagati e Fava riteneva che il suo superiore potesse avere dei conflitti di interessi.
Il sostituto procuratore generale, Paolo Barlucchi, ha chiesto l’assoluzione ritenendo che il fatto non sussista, dal momento che la condotta illecita «non può essere riferita ad atti che ancora non si conoscevano» e che, quindi, non potevano essere stati ricercati in modo strumentale.
Dopo l’udienza di mercoledì scorso c’è stata un po’ di maretta. Infatti, Fava era accusato anche di essere l’istigatore di un altro accesso abusivo, ma il cancelliere che lo aveva realizzato, Antonio Russo, ha raccontato di non ricordare richieste del pm indagato e, durante il processo del 2022, ha spiegato, però, che due giorni prima aveva interrogato il database su richiesta della Guardia di finanza che cercava notizie sullo stato di un altro procedimento di Ielo in fase di definizione e che riguardava un militare delle Fiamme gialle, tale Alessandro Serrao.
La difesa di Fava, nella discussione di mercoledì scorso, ha sostenuto che la Procura fosse a conoscenza di tale informazione, potenzialmente favorevole all’indagato, prima delle dichiarazioni in aula di Russo e che non l’avesse depositata agli atti. Il pm Mario Formisano, in una nota inviata al procuratore Cantone, ha rivendicato che sino alla testimonianza di Russo in aula anche lui ignorava la «richiesta di aggiornamenti» presentata dalla Gdf, mentre era a conoscenza del fatto che la posizione di Serrao fosse stata stralciata e che questa notizia era contenuta in un’informativa che gli era stata inviata da Ielo il 25 giugno del 2019, nota regolarmente depositata in atti.
Ma perché Formisano ha scritto al suo capo? Perché pensa di essere stato calunniato dalla difesa di Fava, che lo avrebbe accusato di avere «conosciuto, occultato o, comunque, non messo a disposizione una prova in favore dell’imputato». Formisano ritiene che «si tratti di un’affermazione destituita di fondamento» e che «uno studio sufficiente degli atti del procedimento - depositati e messi a disposizione integralmente - avrebbe fatto sì che la difesa non muovesse un’accusa infondata».
Cantone ha inviato la nota al procuratore generale Sergio Sottani, il quale, «considerata la delicatezza degli aspetti evidenziati nella nota» di Formisano, ha chiesto di «presenziare all’udienza» di replica prevista per oggi. Ma, contemporaneamente, ha domandato un rinvio della stessa per poter leggere con la dovuta attenzione le trascrizioni dei verbali di udienza.
Ieri, al momento di mandare in stampa il giornale, la Corte non aveva ancora comunicato la propria decisione.
Ieri pomeriggio l’offensiva israeliana sull’Iran ha visto una violenta accelerata con un attacco a Qom, città sacra del Paese. Aerei e droni dell’aeronautica israeliana (Iaf) hanno colpito l’edificio del Consiglio dove l’Assemblea degli Esperti, composta da 88 membri, si era riunita per votare il nuovo leader supremo dell’Iran.
All’interno si trovavano i religiosi chiamati a eleggere la Guida Suprema. Il fatto stesso che l’organo incaricato della successione si sia riunito in una fase di massima esposizione militare evidenzia una falla nei meccanismi di sicurezza: la convocazione in una sede nota e simbolica suggerisce un apparato informativo in evidente difficoltà e pesantemente infiltrato da Israele. Poco prima dell’attacco, su X era apparso un messaggio in lingua persiana attribuito al Mossad: «Non importa chi verrà scelto oggi; il suo destino è già stato decretato. Solo la nazione iraniana sceglierà il suo prossimo leader».
Il bilancio è ancora provvisorio, ma ci sarebbero molti morti e feriti. Tuttavia, l’agenzia ufficiale iraniana Tasnim ha smentito che fosse in corso la votazione: «La notizia del regime sionista circa l'attacco alla riunione degli esperti della leadership e del Consiglio direttivo ad interim è falsa. In quel momento non c’era nessun incontro del genere e queste voci sono un’operazione psicologica per creare un senso di vuoto di potere nel Paese», ha assicurato Tasnim mentre Donald Trump ha confermato l’attacco: «C’è stato un altro attacco alla nuova leadership. Sembra sia stato piuttosto sostanziale».
Successivamente le Forze di Difesa Israeliane hanno annunciato di aver lanciato una nona ondata di attacchi su Teheran. In Iran sono state segnalate esplosioni nella capitale e, secondo i media istituzionali, anche nelle città di Raj, Shiraz e Fawah e secondo media iraniani attacchi aerei hanno colpito anche l’aeroporto Mehrabad di Teheran. In contemporanea, il portavoce persiano delle Idf, il tenente colonnello in congedo Kamal Pinhasi, ha diramato un ordine di evacuazione per chi si trovava nella zona industriale di Hakimiyeh: «Nelle prossime ore, le Idf opereranno nell’area».
L’escalation del pomeriggio si è innestata su quanto avvenuto nella notte tra lunedì e martedì, quando l’aeronautica militare israeliana aveva già colpito e smantellato alcune strutture all’interno del complesso dirigenziale del regime iraniano nel cuore di Teheran. Secondo le Idf, l’operazione è stata condotta sulla base di «informazioni precise» raccolte attraverso un lungo processo di intelligence. Nel mirino sono finiti l’ufficio presidenziale, l’edificio del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, il luogo di ritrovo del più alto organo decisionale in materia di sicurezza, l’istituto per l’addestramento degli ufficiali militari e altre infrastrutture considerate chiave.
La risposta iraniana non si è fatta attendere. Nel pomeriggio dodici persone sono rimaste ferite nel centro di Israele a causa della caduta di detriti provenienti da un missile intercettato. Tra i feriti, una donna di 40 anni in condizioni moderate per una ferita alla testa e altre undici persone con lesioni lievi. La polizia di Tel Aviv ha accusato Teheran di aver impiegato bombe a grappolo contro aree civili. «Gli impatti causati hanno ferito civili e provocato danni», ha affermato il comandante Haim Sargaroff. L’Idf aveva poco prima confermato l’utilizzo di submunizioni nell’ultima ondata di lanci verso il centro del Paese.
Sul fronte settentrionale la tensione è cresciuta ulteriormente. Già ieri mattina l’esercito israeliano ha annunciato che proprie unità hanno assunto posizioni «offensive avanzate» nel Libano meridionale, con l’obiettivo dichiarato di creare «un ulteriore livello di sicurezza per i residenti del nord di Israele». Le forze sono entrate in territorio libanese per consolidare una fascia di difesa rafforzata lungo il confine. Nelle stesse ore Hezbollah ha lanciato 15 razzi verso le alture del Golan e cinque verso l’Alta Galilea, oltre a due droni intercettati sopra la Galilea occidentale. Da lunedì le Idf hanno colpito più di 160 obiettivi dell’organizzazione nel Libano meridionale, tra cui centri di comando e postazioni utilizzate per condurre attacchi verso Israele. In un’operazione condotta dalla Marina nella zona di Beirut è stato eliminato Reza Khuza’i, indicato come capo del reparto armamenti di Hezbollah e capo di stato maggiore del corpo libanese della Forza Quds iraniana. «Khuza’i è stato il braccio destro del comandante del Corpo d’Armata del Libano ed era considerato un attore chiave nel rafforzamento delle capacità di Hezbollah», hanno dichiarato le Idf, aggiungendo che «era responsabile della comunicazione tra l’organizzazione terroristica Hezbollah e il regime iraniano».
Nel quadro dell’escalation, la leadership di Hezbollah resta un obiettivo dichiarato di Israele «Siamo determinati a eliminare la minaccia rappresentata da Hezbollah e non ci fermeremo finché questa organizzazione non sarà disarmata», ha detto il capo di Stato maggiore israeliano, Eyal Zamir. Il ministro della Difesa Israel Katz ha spiegato: «Il primo ministro Benjamin Netanyahu e io abbiamo autorizzato le Idf ad avanzare e ad assumere il controllo di ulteriori posizioni strategiche in Libano, al fine di prevenire attacchi alle comunità israeliane di confine». E ha aggiunto: «Abbiamo promesso sicurezza alle comunità della Galilea, e la manterremo». In serata pero’ sono di nuovo suonate le sirene nel centro di Israele in seguito a lanci di razzi dal Libano che sono stati intercettati.
L’intelligenza artificiale efficienterà il mondo della consulenza finanziaria, non lo distruggerà. Sono le parole di Massimo Doris, presidente di Assoreti (e amministratore di Banca Mediolanum) che ieri ha presentato alla stampa i grandi risultati ottenuti nel 2025 dai professionisti della consulenza. Il manager ha dichiarato di non essere «preoccupato» per l’impatto che questa tecnologia avrà sul settore del risparmio gestito. «Non sono assolutamente preoccupato per il settore», ha detto, spiegando però che chi degli attori del comparto non punterà sull’Ia «nei prossimi anni andrà in grossa difficoltà o scomparirà». Insomma, per Doris l’Ia non sarà «disruptive» per il risparmio gestito, ma sicuramente porterà a un cambiamento. Del resto, ha ricordato, «l’evoluzione è costante e continua. Ogni tanto c’è un gradino, come nel 2000 quando arrivò Internet. All’epoca doveva far saltare per aria il mercato. In parte lo ha fatto, ma non come si pensava, tanto è che le banche tradizionali non sono scomparse, pur essendo cresciute meno». In pratica, secondo l’attuale numero uno di Assoreti e Banca Mediolanum, «l’Ia migliorerà l’efficienza degli istituti e anche dei consulenti finanziari».
Doris ha anche ricordato che, con la difficile situazione geopolitica che i mercati stanno attraversando, il 2026 potrebbe essere non positivo quanto lo è stato il 2025 per le reti di consulenza finanziaria. Le società del settore potrebbero, infatti, registrare «un calo, ma sarà lieve». Da una parte dovranno salire gli investimenti in Ia, ma al tempo stesso «dovrebbe tutto diventare più efficiente come costi e servizio, in modo da sopportare il calo dei margini in atto». Certo, il presidente di Assoreti si è detto più preoccupato per i cambi di normative, «cosa che incide molto sui costi del settore».
Ciononostante, il mondo della consulenza finanziaria ha archiviato un 2025 da incorniciare. Secondo i dati diffusi dall’associazione, il comparto dell’intermediazione finanziaria ha raggiunto «oltre mille miliardi di patrimonio complessivo, la parte del leone nella raccolta e oltre la metà degli iscritti all’albo della consulenza finanziaria ha meno di 35 anni».
Nel dettaglio, nel 2025 il patrimonio complessivo seguito dalle banche-reti associate ad Assoreti è arrivato a 1.007 miliardi di euro: più che raddoppiato rispetto ai 434 miliardi del 2015 (+132%). La raccolta netta annua ha toccato un nuovo massimo storico, pari a 60,8 miliardi. «Un risultato che consolida il ruolo centrale della consulenza nell’allocazione della ricchezza delle famiglie», ha sottolineato Doris, aggiungendo che nell’ultimo decennio il patrimonio sotto consulenza è aumentato mediamente dell’8,4% l’anno, con un passo cinque volte superiore rispetto a quello stimato per gli altri operatori del mercato del risparmio. Questa dinamica ha portato le banche-reti a rappresentare oggi il 24,8% delle attività finanziarie delle famiglie italiane, in crescita di oltre dieci punti percentuali rispetto al 2015.
Questi risultati hanno contribuito anche ad avvicinare nuove generazioni alla professione, percepita come un’opportunità lavorativa attrattiva. A conferma di questo, l’anno scorso i consulenti con meno di 35 anni hanno costituito il 57,5% dei nuovi iscritti: una quota più che raddoppiata nell’arco di dieci anni.
Nel corso della presentazione, Massimo Doris ha anche voluto puntate l’accento su un dato che fa riflettere. Negli ultimi dieci anni, la consulenza finanziaria ha generato circa il 90% della raccolta netta dei fondi comuni aperti. Nel periodo 2016-2025 il contributo delle banche-reti è risultato quindi di gran lunga superiore a quello degli altri intermediari, a conferma della funzione strategica dei consulenti nel convogliare il risparmio verso soluzioni gestite e diversificate. In uno scenario segnato da volatilità dei mercati e inflazione, la consulenza ha, insomma, svolto un ruolo di stabilizzazione, guidando le decisioni dei risparmiatori e promuovendo una maggiore disciplina di investimento.
Insieme a Massimo Doris, alla presentazione era presente anche Marco Tofanelli, segretario generale di Assoreti. «La consulenza finanziaria è un’infrastruttura di crescita e uno stabilizzatore sociale che collega i bisogni individuali e familiari agli obiettivi economici e sociali del Paese», ha detto Tofanelli ricordando che «negli ultimi cinque anni sono stati raccolti complessivamente quasi 260 miliardi, di cui oltre il 92% investito sui mercati».
«Le politiche della California interferiscono in modo sostanziale con il diritto dei genitori di educare i propri figli». È una bocciatura molto pesante, quella che lunedì sera la Corte suprema degli Stati Uniti, in una decisione presa a maggioranza - 6 a 3 - sul caso Mirabelli v. Bonta, ha inflitto al comparto scolastico californiano. Che è stato silurato perché non solo scavalcando le famiglie, ma tenendole pure all’oscuro, favoriva il «cambio di sesso» dei minori. Da un lato non informando di tali intenzioni dei loro figli papà e mamma e, dall’altro, impiegando disinvoltamente pronomi non corrispondenti al sesso biologico degli stessi.
L’intera vicenda aveva avuto inizio nel 2023 quando, presso il Tribunale del distretto meridionale della California, due insegnanti avevano fatto causa chiedendo un’esenzione dalle politiche pro gender, come appunto quelle dei cognomi, riguardanti i loro allievi. Da parte sua, il distretto scolastico si era difeso asserendo che la legge - così come interpretata dal Procuratore generale della California e dal dipartimento dell’Istruzione - imponesse l’attuazione delle politiche contestate. A quel punto, gli insegnanti hanno fatto causa anche ai funzionari statali e, accanto a loro nel processo, si sono aggiunte delle famiglie; tra queste, meritano di essere ricordati i coniugi John e Jane Poe, che in breve hanno appreso che la loro figlia era intenzionata a «cambiare sesso» solo dopo che la stessa, all’inizio dell’ottavo anno di scuola, era stata ricoverata per tentato suicidio.
Solo allora, infatti, i signori Poe avevano scoperto da un medico che la figlia soffriva di disforia di genere e che a scuola si presentasse come un maschio: nessuno - tanto meno gli insegnanti ai colloqui di classe - aveva detto loro nulla. Di qui una class action che le famiglie, assistite dalla Thomas More Society, hanno intentato contro lo Stato della California. Nel dicembre 2025 il giudice distrettuale degli Stati Uniti Roger Benitez, alla luce del primo e del quattordicesimo emendamento, ha così dichiarato incostituzionale il regime di transizione segreta della California. La Corte d’Appello per il Nono Circuito ha però subito fermato questo pronunciamento, motivo per cui i ricorrenti - assistiti da un team legale della Thomas More composto dagli avvocati Paul Jonna, Peter Breen, Jeff Trissell, Michael McHale e Christopher Galiardo - sono ricorsi alla Corte suprema. Che, come si diceva in apertura, ha dato ragione alle famiglie, che d’ora in poi non dovranno più essere tenute all’oscuro delle condizioni dei loro figli in materia di disforia di genere.
L’avvocato Paul Jonna, poc’anzi citato, ha definito questo come un «momento di svolta» per i diritti dei genitori in America. Il legale ha altresì sottolineato come la Corte suprema abbia chiarito in termini inequivocabili che non sia possibile effettuare una transizione di un bambino all’insaputa di un genitore, stabilendo un precedente storico che smantellerà tali politiche in tutto il Paese. Di tenore analogo il commento di un altro avvocato, Peter Breen - che è anche vicepresidente della Thomas More Society -, secondo cui, dopo questo verdetto, si è messo in luce come lo Stato della California avesse di fatto costruito «un muro di segretezza» tra genitori e figli. Ora però la Corte suprema ha abbattuto quel muro, ha aggiunto Breen, secondo cui questa è una vittoria del diritto dei genitori di crescere i propri figli come meglio credono. Una lezione di diritto e di civiltà che, anche alle nostre latitudini, non sarebbe male ripassare.









