Il fondatore di Slow food e dell'università di Pollenzo ha trasformato il mangiare in un gesto civile. Luci e ombre di un'eredità che non si può dimenticare.
Che tristezza quando il cibo viene ridotto a mero carburante da consumare il più in fretta possibile, spesso senza neanche pensarci, per tornare subito a fare altro.
No, il cibo rappresenta molto di più: identità, cultura, memoria. Carlo Petrini — per tutti «Carlin», nato a Bra nel 1949 e lì scomparso il 21 maggio scorso — lo aveva capito prima di chiunque altro. Quando nel 1987 fondò Slow Food, il mondo correva vertiginosamente tra le fauci spalancate dei fast food e dei supermercati globali, nemici di tutto ciò che l’Italia enogastronomica è sempre stata ed è tutt’oggi. Lui comprese per primo il pericolo, con grande lungimiranza, e disegnò una chiocciola, simbolo della «tranquillità produttiva». Quella chiocciola finì per diventare il simbolo di Slow Food, l’associazione internazionale che promuove il diritto al piacere e a un cibo buono, pulito e giusto per tutti.
Figlio di un ferroviere e di una maestra, Petrini non proveniva certo dalla borghesia gastronomica. Proveniva invece dall'Arci (Associazione ricreativa culturale italiana), uno dei più importanti movimenti di promozione sociale in Italia. Il cibo, per Carlin, è arrivato dopo la politica (era un fervente comunista e iscritto al partito), ma quest’ultima non è mai scomparsa dal suo pensiero enogastronomico. D’altronde, come sosteneva lui, «il cibo è politica». Slow Food, il magnum opus petriniano, nacque nel 1987. Il manifesto, pubblicato sulla rivista del Gambero Rosso, suonava come una vera e propria dichiarazione di guerra: «La nostra difesa deve cominciare dalla tavola. Contro l'imbarbarimento del Fast Life. Contro coloro, e sono la gran parte, che confondono l’efficienza con il frenetico, esaltiamo la cultura materiale». Parole che allora sembravano eccentriche, per molti fuori tempo e fuori luogo, ma che negli anni si sono rivelate sempre più profetiche.
Se Slow Food è la sua impresa più conosciuta e celebrata, quella più durevole (e forse anche la più nobile) è l'Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, fondata nel 2004. La prima al mondo a trattare il cibo come disciplina accademica interdisciplinare, intrecciando storia, antropologia, ecologia ed economia. In precedenza, la gastronomia non era considerata seriamente, era stata a lungo ritenuta una materia da ignoranti, ubriaconi frequentatori di osterie o cuochi da quattro soldi che avevano scelto quella strada solo perché non erano abbastanza intelligenti o motivati per fare qualcosa di meglio. Petrini, al contrario, è riuscito a restituire la giusta dignità a una disciplina (e alle professioni legate a essa) nella quale la nostra nazione è un’eccellenza assoluta a livello mondiale, frutto di millenni di storia e cultura indimenticabili. Pollenzo, in poco più di vent’anni, ha formato 4.000 laureati provenienti da ben 100 paesi: numeri che raccontano una scommessa vinta e stravinta. Fino alla ciliegina sulla torta, una delle massime soddisfazioni di Carlin: quando, nel 2017, lo Stato italiano ha finalmente istituito la Classe di Laurea in Scienze Gastronomiche, atto di legittimazione tardivo ma dovuto. Nel restituire la dignità che spettava al cibo, Petrini aveva trasformato il gastronomo in una figura civile, non in un gourmet da salotto che non sapeva nemmeno da dove venissero i prodotti che cucinava.
Petrini è stato un uomo straordinario, che si è guadagnato l’immortalità nel cuore di tutti i gastronomi per aver salvato la vera tradizione italiana del cibo. Eppure, ogni visione, se portata all'estremo, finisce per tradire se stessa. Con Terra Madre – la rete internazionale nata nel 2004 e diffusa oggi in oltre 160 paesi – Petrini cedette mestamente alla seduzione dell'internazionalismo. Il movimento che era nato per difendere il particolare, il locale, il radicato, finì per abbracciare un universalismo alimentare che somigliava in tutto e per tutto a ciò che per anni aveva combattuto: un'altra forma di omologazione, solo in apparenza più gentile nelle intenzioni, ma in realtà altrettanto livellante e deleteria negli effetti. La virata mondialista e terzomondista di Slow Food ha spesso sacrificato la specificità dei territori italiani sull'altare di una solidarietà globale astratta, perdendo di vista quella «cultura materiale» che il manifesto originario esaltava con forza e lucidità.
Ed è significativo che sia stato il governo Meloni – un governo di destra – a ricordare nel modo più consapevole l'eredità politica e culturale di Petrini, a dimostrazione di un personaggio talmente straordinario da travalicare l’ideologia ed essere riconosciuto da tutti come motivo di orgoglio nazionale. Il presidente del Consiglio lo ha giustamente definito «tra i primi a promuovere il concetto di sovranità alimentare e a difendere il diritto al cibo di qualità per tutti, valorizzando il legame tra identità, territorio e tradizioni». Un giudizio che tocca il nucleo più autentico del pensiero petriniano - quello delle origini, prima che Terra Madre aprisse le porte al conformismo progressista. La «sovranità alimentare» non è un concetto di destra né di sinistra: è la presa di coscienza inappuntabile che ogni popolo abbia il diritto di nutrirsi secondo la propria storia e la propria tradizione.
Ipocrisia: «Simulazione di buoni sentimenti, di buone qualità e disposizioni». Così la Treccani ci aiuta a descrivere il comportamento dell’Europa, che con il volto buono inneggia agli eroi ucraini e con la mano santa attinge al portafogli per sostenere la loro resistenza all’invasore russo, ma intanto foraggia la guerra di Vladimir Putin.
Nonostante i venti pacchetti di (inutili) sanzioni già approvati e il ventunesimo in arrivo, forse entro la fine del mese.
L’ultimo capolavoro di ambiguità riguarda le petroliere fantasma. Il giorno dopo la spacconata di Emmanuel Macron, che fa incetta di gas liquefatto di Mosca mentre pubblica su X il video dell’abbordaggio di un tanker della flotta ombra dello zar, Politico ha informato che le navi della Federazione riescono ancora a utilizzare coperture assicurative riconducibili ai mercati finanziari europei.
La testata cita le analisi di una società d’intelligence, Deft9 solutions, e le dichiarazioni del coordinatore della commissione dell’Eurocamera per l’Industria, la ricerca e l’energia, Ville Niinistö. Secondo l’onorevole finlandese, le imbarcazioni clandestine si servono di intermediari e persino di «organizzazioni bancarie europee e occidentali», per garantire le coperture miliardarie necessarie alle decine e decine di traversate con cui trasportano il greggio sotto embargo. Gli esperti anonimi parlano di «1.700 navi che effettuano continuamente viaggi di andata e ritorno e hanno bisogno ogni volta di un’assicurazione». In Russia, però, mancano le risorse. E allora, ha scritto Politico, «attraverso accordi di riassicurazione», cioè vere e proprie assicurazioni sulle assicurazioni, «strutture assicurative secondarie e altri prodotti finanziari», parte del rischio «starebbe tornando nei marcati finanziari europei».
Non è facile risalire alle compagnie coinvolte in questo sistema di scatole cinesi - anzi, vista la situazione, è il caso di chiamarle matrioske. Il fatto è che, fuori dall’ipocrisia dei palazzi di Bruxelles, c’è un Vecchio continente che ha ancora bisogno di procurarsi combustibili fossili per mandare avanti l’economia. Specie nel bel mezzo di una congiuntura globale così complicata. Lo dimostrano le cifre sciorinate dal Center for research on energy and clean air (Crea): la gran parte del greggio di Putin si muove su petroliere ombra, oppure su natanti colpiti dalle sanzioni di Usa, Ue, Regno Unito, Canada e Australia, tutti capaci di eludere il tetto ai prezzi, fissato ufficialmente per limitare gli incassi con cui, poi, il Cremlino finanzia la sua guerra contro l’Ucraina.
Tra i Paesi che fanno il doppio gioco figurano, in realtà, anche quelli guidati dai leader più moralisti. Fino a un paio di mesi fa, ad esempio, il campione di import di Gnl russo era Pedro Sánchez; ad aprile, la Spagna è stata surclassata dalla Francia di Macron, che prende d’assalto i barili di contrabbando, forse perché non ne ha bisogno, però ha sborsato 413 milioni di dollari in 30 giorni per il gas liquido, a fronte dei 363 del Belgio e dei 181 di Madrid. Nel frattempo, la Slovacchia e l’Ungheria, alla faccia dell’avvento di Péter Magyar, benedetto da Ursula von der Leyen, comprano sia metano russo via gasdotti, sia petrolio. Dunque, non stupisce che, come hanno spiegato alcune fonti a Politico, dal ventunesimo pacchetto di sanzioni siano già stati espunti i provvedimenti diretti a interrompere i meccanismi di cooperazione tra Mosca e l’Occidente che resistono alle barriere.
Per di più - a proposito di ipocrisia - nel momento in cui l’Ue appare irrevocabilmente votata alla desertificazione industriale in nome della transizione ecologica, la flotta ombra dello zar, con cui in un modo o nell’altro nel Vecchio continente si continua a fare affari, rappresenta un’autentica minaccia ambientale: le navi sono vecchie ferraglie, scarsamente manutenute e a elevato rischio di naufragio. Anche perché gli ucraini non si fanno scrupolo a bersagliarle. Un paio di precedenti riguardano da vicino l’Italia: a febbraio 2025, un tanker era stato danneggiato da un’esplosione davanti alle coste liguri; lo scorso marzo, una metaniera, la Arctic Metagaz, era finita in balia delle correnti marine al largo di Malta, in seguito a un attacco di droni. A due passi dalla Sicilia. Sarebbe davvero il colmo se, a pagare per questi incidenti, alla fine, fossero compagnie o istituti di credito europei.
Può ben darsi che il momento favorevole alla Russia si stia esaurendo: le fonti di profitto si sono assottigliate, le truppe sono impantanate, le forze armate di Volodymyr Zelensky reagiscono con bombardamenti in profondità, specie sulle raffinerie. Ma se Mosca non indietreggia nel Donbass, è anche grazie al nostro paradossale contributo. Putin non poteva avere un nemico migliore di noi.
«Abbiamo sempre agito nella direzione di aggravare le sanzioni verso chiunque si definisca imprenditore, ed è invece un delinquente, compia atti di sfruttamento verso i lavoratori e continueremo in questo senso». Lo ha detto il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, commentando la strage avvenuta ad Amendolara, in Calabria, nella quale quattro persone sono morte carbonizzate.
«Purtroppo il caporalato non è un fenomeno di questi giorni e i dati numerici ci dicono che come fenomeno non si sia aggravato, ma di fronte a queste situazioni continueremo ad inasprire le sanzioni e aumentare i controlli. I lavoratori vanno rispettati tutti, italiani e immigrati».
Il ministro ha aggiunto: «È stata l’illegalità diffusa che ha permesso, anche rispetto all’immigrazione clandestina, di trovare sacche delle quali hanno approfittato gli sfruttatori. Con i decreti flussi si prevede invece l’applicazione della civiltà».
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