La guerra può essersi fermata sui campi di battaglia, ma la partita strategica è appena cominciata. Mentre la tregua annunciata tra Stati Uniti e Iran ha congelato almeno temporaneamente le operazioni militari, a Washington cresce una preoccupazione diversa: impedire a Teheran di ricostruire l'apparato militare pesantemente colpito dagli attacchi americani e israeliani. È questo il tema centrale di un nuovo studio pubblicato dal Center for strategic and international Studies (Csis), uno dei più influenti think tank statunitensi, che analizza nel dettaglio ciò che l'Iran ha perso, ciò di cui avrà bisogno per tornare operativo e soprattutto come l'Occidente potrebbe tentare di ostacolarne la rinascita.
Secondo il rapporto, il danno subito dalla Repubblica Islamica è significativo. Le immagini satellitari esaminate dagli analisti mostrano la distruzione di gran parte della flotta navale convenzionale iraniana, il danneggiamento di basi strategiche come Bandar Abbas, Bushehr e Bandar Anzali e la compromissione di importanti infrastrutture industriali e cantieristiche. In diversi casi le navi affondate o gravemente danneggiate avrebbero addirittura bloccato gli accessi ai porti militari, creando un ostacolo logistico che potrebbe rallentare la ricostruzione stessa del Paese.
Anche il comparto missilistico ha subito contraccolpi importanti. Sebbene gran parte degli impianti sia protetta da strutture sotterranee e la reale entità dei danni resti difficile da valutare, gli attacchi hanno colpito siti produttivi per missili balistici e da crociera, fabbriche di propellente e sistemi mobili di lancio. Sul fronte dei droni, arma diventata centrale nella strategia militare iraniana e nelle esportazioni verso gli alleati regionali e la Russia, le stime riportate dal rapporto indicano una perdita di circa il 60% dell'arsenale disponibile prima del conflitto. Per gli analisti americani la priorità immediata di Teheran sarà dunque quadrupla: liberare i porti ostruiti, ripristinare gli impianti industriali, ricostituire le scorte di droni e rafforzare le capacità asimmetriche dei Pasdaran, in particolare motoscafi veloci, droni navali e sistemi destinati a operare nello Stretto di Hormuz. In altre parole, l'Iran potrebbe scegliere di rinviare la ricostruzione di una marina convenzionale e puntare invece su strumenti meno costosi ma estremamente efficaci per minacciare il traffico marittimo internazionale. Il vero nodo, però, riguarda gli approvvigionamenti. Il rapporto sostiene che l'industria militare iraniana, nonostante i progressi compiuti negli ultimi anni verso una maggiore autosufficienza, continui a dipendere dall'estero per una vasta gamma di componenti e tecnologie. Dalle macchine utensili a controllo numerico utilizzate per la produzione di missili e droni ai componenti elettronici, dai motori navali alle apparecchiature per i test industriali, gran parte di ciò che serve a Teheran arriva ancora attraverso reti commerciali internazionali. Ed è qui che entra in gioco la Cina.
Gli autori del rapporto identificano Pechino come il principale candidato a sostenere la ricostruzione militare iraniana. Non necessariamente attraverso la vendita diretta di armamenti, ma fornendo macchinari industriali, componenti elettronici, motori, sistemi di test e attrezzature necessarie per riattivare la produzione. Secondo il CSIS, la tecnologia cinese potrebbe non raggiungere sempre gli standard qualitativi europei o giapponesi, ma sarebbe comunque più che sufficiente per soddisfare gran parte delle esigenze militari iraniane.Il documento evidenzia inoltre come la Cina sia già diventata negli ultimi anni il principale fornitore di macchine utensili CNC destinate all'Iran, sostituendo progressivamente aziende europee penalizzate dalle sanzioni. Parallelamente, numerose componenti per droni e sistemi elettronici continuano ad arrivare attraverso società cinesi o attraverso reti commerciali che transitano da Hong Kong. Ma la ricostruzione non dipenderà soltanto dai fornitori. Saranno decisive anche le rotte commerciali.
Per oltre un decennio gli Emirati Arabi Uniti hanno rappresentato il principale hub di riesportazione verso l'Iran. Secondo i dati citati dal rapporto, il 95% delle esportazioni non petrolifere emiratine verso Teheran era costituito da merci provenienti originariamente da altri Paesi. Tuttavia gli attacchi iraniani contro il territorio degli Emirati durante il conflitto del 2026 rischiano di compromettere questo rapporto privilegiato. Abu Dhabi avrebbe già chiuso la propria ambasciata a Teheran e valutato misure restrittive contro interessi iraniani presenti nel Paese.
Per questo motivo gli analisti americani individuano due nuove direttrici strategiche: il Pakistan e il Mar Caspio. Islamabad avrebbe già autorizzato il passaggio di merci destinate all'Iran attraverso i propri porti e il proprio territorio, offrendo a Teheran un corridoio terrestre alternativo meno vulnerabile alle attività di controllo occidentali. Parallelamente, Russia, Azerbaigian, Kazakistan e Turkmenistan potrebbero trasformarsi nei nuovi nodi logistici di una rete commerciale che attraversa il Mar Caspio e raggiunge direttamente i porti settentrionali iraniani, aggirando il Golfo Persico e le aree dove la presenza navale americana è più forte. La conclusione del rapporto è chiara. Per Washington la guerra contro l'Iran non si conclude con la cessazione dei bombardamenti. La vera sfida sarà impedire che la Repubblica Islamica riesca a ricostruire rapidamente le proprie capacità militari sfruttando la rete globale di forniture commerciali. Per riuscirci, gli Stati Uniti vorrebbero applicare a Teheran lo stesso modello utilizzato contro Mosca dopo l'invasione dell'Ucraina: controlli più severi sulle riesportazioni, pressione diplomatica sui Paesi di transito, monitoraggio delle società di copertura e coinvolgimento diretto delle aziende occidentali nella prevenzione dell'elusione delle sanzioni. In sostanza, il prossimo confronto tra Iran e Occidente potrebbe non essere combattuto con missili e droni, ma con container, componenti elettronici, macchine industriali e rotte commerciali. Una guerra silenziosa, destinata però a influenzare gli equilibri del Medio Oriente per molti anni.
Silvia Salis non meriterebbe risposta, ma ci sforziamo per dovere di cronaca. La sindaca di Genova, ieri, dopo che per giorni i suoi più stretti collaboratori, gli organizzatori dei tre concerti di Olly e i media avevano mantenuto un ostinato silenzio sulla Concertopoli denunciata dalla Verità, ha deciso di fare il suo show.
L’opposizione in Consiglio comunale ha provato a evitare di concederle il palcoscenico e ha ritirato l’interrogazione sul tema della concessione dello stadio Luigi Ferraris al cantante genovese. Ma non è bastato. La prima cittadina ha sparato le sue cartucce (a salve) sui social.
La cosa sorprendente (si fa per dire) è che tutti i mezzi di informazione che avevano censurato la nostra inchiesta hanno subito dato conto delle parole della sindaca. In prima fila, ovviamente, Il Secolo XIX, che dopo aver nascosto la notizia per giorni, ha subito sparato: «Lo stadio gratis per Olly? La sindaca Salis: “Notizia falsa, anzi ci rifaranno pure il manto erboso”». In pratica i media hanno dato conto della smentita a una notizia che non avevano mai riportato. La Salis, da par suo, ha mescolato le carte e ci ha attaccato sapendo che tutti i suoi collaboratori, per giorni, hanno evitato di rispondere alle nostre domande. Nel video i suoi tratti sono abbastanza duri e tradiscono un certo nervosismo. Che non deve stupire. Il motivo è presto detto: ieri Matteo Renzi l’ha lanciata come propria candidata alle primarie del Campo largo, rimarcando l’importanza dell’esperienza che l’ex vicepresidente del Coni sta facendo a Palazzo Tursi. «Se dovessero esserci le primarie del centrosinistra voterei Salis tutta la vita» ha dichiarato l’ex premier. «Se non ci sarà, sogno comunque una persona che ha fatto o sta facendo l'esperienza di sindaco». Purtroppo per lei (e per i genovesi) la prova da prima cittadina della Salis si sta rivelando estremamente deludente e non solo per i risultati nel settore della (mancata) sicurezza.
In questi giorni il personale del Comune di Genova ha indetto lo stato di agitazione: tutti i settori e tutte le sigle sindacali unite. Una cosa che non si vedeva da 20 anni. I lavoratori lamentano carichi di lavoro intollerabili (compresa la Polizia locale, ma non solo), tagli agli organici (con 570 posti eliminati), gestione fallimentare degli straordinari (92.000 ore accumulate), mancate risposte politiche alle loro istanze. I dipendenti sono pronti al blocco degli straordinari e a negare i cambi turno. Di fatto si rischia la paralisi dei servizi della macchina comunale. Tutto questo con la sindaca dei diritti, che ha fatto del «salario minimo» la propria bandiera. Ed ecco così che la Salis prova a cambiare argomento: «Nei giorni scorsi c’è chi ha provato a buttare fango sul successo di un grande evento, molto importante per Genova: il ritorno, dopo 22 anni, di un concerto nel nostro stadio Luigi Ferraris. C’è chi ha sostenuto che il Comune di Genova avrebbe dato lo stadio gratis per il concerto di Olly. Mettiamo subito le cose in chiaro: è una notizia completamente falsa» ha scandito la sindaca in uno dei suoi soliti video senza contraddittorio, recitati davanti al gobbo amico. «Non c’è stata nessuna concessione gratuita da parte del Comune. L’affitto dello stadio è stato un accordo strettamente privato tra gli organizzatori dell’evento e chi gestisce lo stadio, cioè la società Luigi Ferraris, formata da Genoa e Sampdoria». Quindi ha precisato: «E vi dirò di più: chi ha organizzato il concerto si farà carico del rifacimento del prato. Invece di costruire polemiche sul nulla, parliamo dei fatti. Tre serate di musica, oltre 90.000 persone, più della metà arrivate da fuori Genova. Voglio ringraziare Olly e tutto il suo staff per aver creduto nella nostra città e per aver superato tutte le difficoltà logistiche che, da 22 anni, tenevano lontani i concerti dal nostro stadio». Bene, brava, bis.
Peccato che nei giorni scorsi Corriere della sera e La Stampa, dopo aver parlato con Ferdinando Salzano, patron della Magellano, una delle società organizzatrici dell’evento, abbiano espressamente parlato di concessione gratuita in cambio di rizollatura da 250.000 euro. Rizollatura che è il minimo sindacale per chi ottiene un campo da gioco per uno o più concerti ed è chiamato a restituire il bene nelle stesse condizioni in cui lo ha ricevuto. Succede così in tutte le città d’Italia.
Per meglio comprendere il nocciolo della questione basta dare un’occhiata alla foto in questa pagina: dopo il trittico di concerti di Olly è come se sul prato di Marassi fossero passati gli Unni di Attila. Quindi l’organizzazione sta facendo solo il suo dovere. La Luigi Ferraris, contattata ieri dalla Verità, ha confermato l’esistenza dell’accordo. Abbiamo così appreso che il produttore ufficiale dell’evento risulta essere la Magellano srl, il local promoter la Rst srl. La stessa Rst ha firmato l’accordo con la Luigi Ferraris srl per l’utilizzo dell’impianto e i servizi e la riconsegna è prevista per il 26 giugno. Il 29 inizieranno i lavori per il manto erboso e lo stadio dovrebbe essere pronto per il 10/15 luglio. La Luigi Ferraris per ragioni di riservatezza contrattuale non ci ha riferito l’importo esatto dell’accordo, ma, a quanto risulta alla Verità, il costo fisso complessivo, rifacimento del prato compreso e altri lavori di ripristino (per esempio alcune barriere sono state spostate, diventando uscite di sicurezza), dovrebbe ammontare a meno di 500.000 euro, a cui vanno aggiunti gli importi variabili sui servizi garantiti dalla Luigi Ferraris srl che devono essere ancora calcolati poiché sono a consuntivo. La rizollatura dovrebbe costare tra i 250.000 euro e i 300.000 (più 300 che 250), costo medio per un cosiddetto «prato armato» (composto da erba naturale con sotto uno strato di sintetico) e, quindi, se si pensa anche alle altre operazioni di ripristino, il vero e proprio «affitto» è una fetta davvero modesta del prezzo pagato. Una scelta su cui non può non avere pesato la ferrea volontà dell’amministrazione comunale, proprietaria dell’impianto, di portare la «grande musica» nello stadio genovese.
Resta da capire perché la Salis abbia impiegato una settimana prima di rispondere alle nostre domande sul costo della concessione e perché né le tre società organizzatrici, né il vicesindaco Alessandro Terrile, né il consigliere delegato agli eventi Lorenzo Garzarelli, di Avs, abbiano accettato di rispondere ai quesiti inviati dal nostro giornale. Un silenzio assordante che è stato rotto solo dalla Salis in prima persona, come se l’argomento fosse troppo scottante per affidare ad altri le spiegazioni. Quindi dopo aver taciuto per giorni la sindaca parla di fango e notizia del tutto infondata, rischiando seriamente una denuncia per diffamazione. Esattamente una settimana fa, dopo esserci presentati, avevamo scritto a Garzarelli: «Non riusciamo a sapere quanto abbiano pagato la Rst e Olly per affittare il Ferraris. Ci può aiutare? Grazie per la cortese attenzione». Lo stesso giorno avevamo scritto al vicesindaco Terrile: «Ci può dire quanto abbia pagato Olly o la Rst o chi per loro per il noleggio dello stadio?». Stesso discorso con tutti e tre gli organizzatori: Salzano, Alessandro Orlando e Nicolò Sasso. Risposta? Un silenzio di tomba.
La nostra curiosità nasceva dal fatto che la Rst aveva vinto il bando per l’organizzazione del Capodanno genovese e che il Tar ha giudicato tale assegnazione irregolare. Motivo per cui ha ordinato di rifare la gara. Il Comune ha chiesto la sospensione della decisione e in cambio ha promesso di non dare più affidamenti diretti per eventi simili sino alla decisione definitiva del Consiglio di Stato.
Insomma, una situazione quanto meno ingarbugliata su cui abbiamo provato a fare chiarezza senza ottenere la minima collaborazione da parte di chi gestisce la Cosa pubblica e dovrebbe fare della trasparenza il proprio faro. Certo colpisce vedere che, durante i concerti di Olly, i titolari della società (la Rst) che avrebbe prevalso nella gara per lo show di fine anno a causa dell’estromissione d’imperio della ditta concorrente (che aveva fatto l’offerta più favorevole), siano finiti nei post del consigliere delegato agli eventi Garzarelli, di fatto l’organo politico che detta la linea sul settore «panem et circenses» con cui distrarre il popolo dai quotidiani disastri amministrativi della giunta. Garzarelli, sui social, ha pubblicato le foto con i due organizzatori amici (Orlando e Sasso) e ha scritto: «Grazie ai lavoratori che hanno permesso tutto questo. Un grazie speciale ad Ops eventi e a tutto l’ufficio Eventi del Comune (i cui vertici componevano la commissione aggiudicatrice bocciata dal Tar, ndr), se oggi siamo qui a gioire per questo successo è merito loro». Una corrispondenza di amorosi sensi che poco si adatta al rapporto tra committente pubblico e aggiudicatario privato.
Sarebbero tante le domande a cui la Salis dovrebbe rispondere e a cui non risponderà mai. Tanto le basta fare un video senza contraddittorio per veicolare attraverso i giornali amici solo la sua versione.
«L’industria non sedeva ai tavoli istituzionali». L’ha dichiarato Massimo Scaccabarozzi, già presidente di Farmindustria e di Janssen Italia (gruppo Johnson & Johnson), ieri in audizione alla commissione parlamentare d’inchiesta sull’emergenza Covid. Ha aggiunto: «Non ho mai saputo il prezzo del vaccino Janssen, pur essendo il presidente della filiale italiana».
Le affermazioni del manager confermano ancora una volta come sui vaccini la Commissione europea abbia seguito una strategia che accentrava ogni decisione e potere d’acquisto, tenendo nascosti procedure e contratti. «Sui vaccini non facevamo nulla, nemmeno abbiamo visto i dossier, è stato fatto tutto a livello europeo», ha proseguito Scaccabarozzi, ribadendo più volte di essere stato praticamente all’oscuro di quello che si decideva a Bruxelles e veniva imposto ai Paesi membri, senza che qualche governo si ribellasse.
Dichiarazioni che anche oggi risultano sconcertanti, in quanto rilasciate dall’ex numero uno dell’associazione delle imprese farmaceutiche, che si è fatta un punto d’onore dell’avere rapporti con il mondo scientifico-sanitario «regolati da un codice deontologico a oggi tra i più rigorosi». «Non sapevamo le quantità di vaccini destinati all’Italia, nemmeno ci occupavamo della distribuzione, i vaccini erano recuperati alla frontiera dall’esercito», dice oggi il manager.
Eppure, l’8 luglio 2021, in occasione dell’assemblea pubblica di Farmindustria, nella sua relazione Scaccabarozzi affermava: «La collaborazione avviata in Italia con il ministro della Salute, Roberto Speranza, con la Commissione europea e più in generale con tutti i Paesi occidentali porterà nel mondo circa 11 miliardi di dosi dei vaccini contro il Covid-19 entro il 2021 [...] grazie ad una intuizione del ministro Speranza, oggi facciamo parte di un circuito di prenotazione europeo che, seppur ingiustamente criticato, ha fatto sì che nessuno in Europa rimanesse indietro rispetto ad altri».
Non solo, esprimeva apprezzamento nei confronti delle autorità regolatorie, come Aifa, «che hanno attivato dinamiche di lavoro nuove e senza precedenti. A cominciare dalla rolling review attuata dall’Ema che ha permesso di seguire passo dopo passo lo sviluppo della ricerca verificando sicurezza ed efficacia dei vaccini. Con un confronto continuo con le aziende assolutamente innovativo».
Non è dello stesso parere Maurizio Federico, dirigente di ricerca presso l’Istituto superiore della sanità (Iss), che nella successiva audizione ha portato all’attenzione la quantità di eventi avversi post vaccino Covid ignorati, e l’assenza della farmacovigilanza attiva nel nostro Paese.
Il virologo ha citato diversi studi, che negli anni hanno confermato la certezza e la complessità del problema effetti collaterali. Perfino i ricercatori di Moderna, pur con un database costituito su segnalazioni passiva e su una finestra di 21 giorni, dopo due anni di osservazioni «nel 2024 riportarono decine di migliaia di morti, e soprattutto miocarditi e pericarditi significative tra gli effetti collaterali», ha dichiarato l’esperto.
Per poi aggiungere: «Un anno prima un gruppo dell’Iss aveva pubblicato una revisione con dati presi dalla letteratura scientifica su miocarditi e pericarditi, e per questo subirono un’ispezione e un “procedimento disciplinare interno” da parte dell’Iss». Con una nota, Lucio Malan presidente dei senatori di Fratelli d’Italia e componente della commissione Covid ha evidenziato la gravità di quanto accaduto: «Chiediamo di approfondire la circostanza evocata dal dottor Federico, per fugare i dubbi - legittimi - che il provvedimento dell’Iss sia stato un ammonimento affinché certi studi sugli effetti avversi dei vaccini non intralciassero la campagna vaccinale in corso».
L’intervento del dirigente di ricerca è stato molto articolato. Dall’affermare che «non ha senso porre delle finestre temporali arbitrarie sugli effetti collaterali, ponendo delle limitazioni, perché la realtà biologica è altra cosa», alla «pericolosità» dei vaccini a mRna. «Persistono a livello di linfonodi e di altri tessuti della persona più di 30 giorni dopo la vaccinazione. Almeno fino a 60 giorni dopo il secondo inoculo. Altri studi hanno dimostrato una permanenza maggiore».
La Spike vaccinale «può avere un effetto tossico direttamente sulle cellule del miocardio» e dal 2022 si sa che questi vaccini Covid «sono potentissimi a creare un’enorme quantità di anticorpi, che però vanno a riconoscere proteine del nostro corpo, quindi possono innescare fenomeni di autoimmunità che restano stabili. Non sono facili da combattere».
La capacità della proteina Spike di creare problemi al sistema immunitario, è una delle questioni «mai affrontata in maniera metodica e controllata dalla governance italiana», ha sottolineato il ricercatore, benché i vaccinati in Italia siano almeno 40 milioni e gli mRna «possono in qualche modo influenzare la crescita delle cellule tumorali».
Dura la sua critica: «Va bene metter in commercio questi vaccini, in una situazione di emergenza, ma un ministero della Salute doveva istituire una vigilanza attiva dal primo giorno. È un vulnus gravissimo, le responsabilità politiche sono pesanti», osserva Federico.
Tra le considerazioni conclusive ha ricordato: «Nel nostro istituto c’è un centro delle malattie rare, molto efficiente. Perché tutte le persone che sono state colpite effetti avversi non meritano la stessa attenzione che hanno le persone con malattie rare? Hanno dato fiducia allo Stato eppure si sono sentiti abbandonate, non ottengono risposte». Infine l’amarezza: «Ho mandato almeno tre volte al ministro della Salute una proposta per avviare studi a livello nazionale sugli effetti collaterali del vaccino Covid. Nemmeno mi ha degnato di una risposta».
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