Dagli ori di Federica Brignone e della «mamma volante» Francesca Lollobrigida ai gesti di fairplay nel biathlon, dai trionfi storici alle lacrime dei delusi, passando per dediche a chi non c'è più, sprint improvvisati per l'ultimo posto e persino un cane lupo in pista. L'Olimpiade diffusa è stata un mix di momenti indimenticabili.
Si sono concluse ieri, con la maestosa cerimonia dell'Arena di Verona, le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026. Un successo per l'Italia sotto tutti i punti di vista: non solo sportivo, con il quarto posto nel medagliere e ogni record precedente spazzato via, ma anche logistico, organizzativo, economico e se vogliamo anche politico. Ma è stata soprattutto l'Olimpiade degli atleti, delle imprese, delle gioie e, talvolta, dei dolori. Dei gesti di fairplay e delle storie dietro ogni medaglia. Momenti indimenticabili che rimangono nella storia.
Tra i fotogrammi più belli lasciati in eredità da Milano-Cortina 2026, impossibile non cominciare da Federica Brignone. La Tigre di La Salle si è presentata a questi Giochi con mille incognite, dubbi e preoccupazioni legate alle sue condizioni fisiche, dopo il grave infortunio subito il 3 aprile 2025 - a meno di un anno dall'appuntamento a cinque cerchi - durante una gara di gigante ai campionati italiani Assoluti all'Alpe Lusia nelle Dolomiti. Quel giorno la diagnosi fu tremenda: frattura scomposta del piatto tibiale, della testa del perone della gamba sinistra con rottura del legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro. Le lacrime, l'operazione, la riabilitazione, un secondo intervento e il tempo che scorreva inesorabilmente come un countdown verso l'inizio dell'Olimpiade casalinga, quella che ogni atleta sogna di vivere da protagonista, a maggior ragione se coltiva legittime ambizioni di medaglia per pedigree e talento. Quel talento unito alla tenacia e alla fiducia in se stessa, ma anche alla pazienza e a un'incredibile forza mentale, che hanno permesso a Federica Brignone non solo di presentarsi ai blocchi di partenza di Milano-Cortina, ma anche di farlo da assoluta regina delle nevi, con i due magnifici ori conquistati nello slalom gigante e nel supergigante di quella domenica 15 febbraio che entra di diritto nella storia dello sport azzurro.
Un po' come era successo nel 2021, quando il 1° agosto, anche quel giorno era domenica, ai Giochi di Tokyo arrivarono nel giro di 16 minuti le due incredibili medaglie d'oro vinte da Gianmarco Tamberi nel salto in alto e da Marcell Jacobs nei 100 metri. Otto giorni fa, invece, a Milano-Cortina è andata esattamente così: alle 14.28 Federica Brignone conquista il secondo oro della sua Olimpiade. Alle 14:59 la coppia dello snowboard cross formata da Michela Moioli e Lorenzo Sommariva vince l'argento. Alle 15:15 una leggendaria Lisa Vittozzi sale sul gradino più alto del podio nell'inseguimento del biathlon. 47 minuti di pura adrenalina e goduria sportiva per i nostri colori.
A proposito del biathlon, dalla disciplina che riunisce lo sci di fondo con il tiro a segno con la carabina, è arrivato uno dei momenti più belli e apprezzati, caratterizzato da un enorme gesto di fairplay. Durante una prova che vedeva impegnata proprio Lisa Vittozzi, l'avversaria francese Julia Simon ha perso un bastoncino e dargliene uno di scorta è stato proprio il coach azzurro a bordo pista. E che dire dell'arrivo fianco a fianco, tra gli applausi, ad Anterselva di due colossi biathlon come l'italiana Dorothea Wierer e la tedesca Franziska Preuss, giunte all'ultima danza sulla neve. Sempre nell'inseguimento del biathlon, ma al maschile, toccante ed emozionate è stato il momento in cui il francese Emilien Jacquelin, dopo aver tagliato il traguardo al terzo posto e aver conquistato la medaglia di bronzo, ha dedicato il successo a Marco Pantani indicando l'orecchino che gli era stato regalato dalla mamma del Pirata e la bandana che porta in segno di omaggio al ciclista scomparso nel 2004. Nella mass start, invece, scena pazzesca quella che ci hanno regalato l'italiano Nicola Romanin, il francese Fabien Claude e l'americano Campbell Wright. Questi ultimi due, fuori dalla zona medaglia e nelle ultime posizioni, si fermano a pochi metri dal traguardo per aspettare l'azzurro. I tre si allineano, confabulano un paio di secondi e danno vita a uno sprint con una volata sul rettilineo finale per evitare l'ultima posizione.

Tra le emozioni intense vissute a Milano-Cortina c'è senz'altro quella vissuta da Federico Tomasoni che dopo l'argento conquistata a Livigno nello ski cross ha mostrato il sole disegnato sul suo casco e dedicato la medaglia a Matilde Lorenzi, la sua fidanzata scomparsa il 28 ottobre 2024 dopo una terribile caduta sugli sci.
Storie di sport che si intrecciano a momenti di vita che ognuno di noi può sentire più o meno vicino e farci vivere l'evento oltre la pura competizione sportiva. Come per esempio il primo oro nella storia dei Giochi invernali per il Brasile conquistato da Lucas Braathen e l'emozione dello sciatore appena finita la gara nella telefonata in vivavoce con una leggenda mondiale di questo sport come Alberto Tomba che si congratula e lui che si commuove. Nello sport, il momento che separa un'atleta da un trionfo a una sconfitta può essere invisibile, incalcolabile, ed è quel preciso istante in cui si realizza di non avercela fatta. È quanto è accaduto ad Atle Lei MCGrath. Lo sciatore norvegese, nella prima manche dello slalom maschile, si trovava a condurre in testa davanti a tutti. Aveva la medaglia d'oro praticamente in pugno. Poi sul più bello si è trovato a fare i conti con un errore che gli è costato quattro anni di duro lavoro e sacrifici: l'inforcata, l'uscita fuori pista e il sogno che svanisce mentre tutto il mondo ti osserva e una reazione tanto impulsiva quanto significativa: l'urlo, il lancio al cielo dei bastoncini, i parastinchi slacciati e la camminata solitaria veso il bosco per trovare un rifugio lontano dalle telecamere e fare i conti con se stesso. «Volevo prendermi un po' di tempo per me» - ha raccontato dopo la gara - «Non conosco nessun altro sport in cui ci sia una distanza così breve tra la cosa più bella che puoi realizzare e la cosa peggiore che puoi vivere». Lo stesso ha vissuto il fenomeno mondiale del pattinaggio artistico, Ilia Malinin. L'americano di origini uzbeke, si era presentato come favorito assoluto ma nella finale olimpica non ha performato come avrebbe potuto e voluto e ha chiuso con un deludente e inaspettato ottavo posto. Un flop che lo straordinario pubblico del Forum di Assago ha saputo mitigare con una calorosa standing ovation durante l'esibizione al Galà del 21 febbraio e a cui il fenomeno del salto quadruplo ha risposto con le lacrime. Emozionante anche la vittoria di Elana Meyers-Taylor che alla quinta partecipazione ai Giochi e all'età di 41 anni ha vinto la medaglia d'oro nel mono-bob e ha festeggiato abbracciando i suoi due bimbi, nati entrambi sordi prematuri e uno con la sindrome di Down, ai quali ha comunicato attraverso il linguaggio dei segni la frase: «La mamma ha vinto».
Tra i momenti più divertenti e suggestivi nell'album dei ricordi di Milano-Cortina 2026 va inserito senza alcun dubbio Nazgul. Il bellissimo cane lupo che ha invaso la pista di Tesero durante la gara di qualificazioni dello sprint femminile a squadre e ha tagliato il traguardo davanti agli sguardi increduli e divertiti degli spettatori e delle atlete.
Alex Karp. Il filosofo «prestato» alla Silicon Valley che teorizza l’alleanza tra Stato e industria
Alexander Karp è uno dei dirigenti tecnologici più singolari della sua generazione. Amministratore delegato e co-fondatore di Palantir Technologies, Karp si distingue dagli altri big della Silicon Valley per un percorso formativo e culturale interamente radicato nelle discipline umanistiche e giuridiche. La reductio ad silicium, in altre parole, è certamente ingenerosa nei confronti di un soggetto molto distante dagli stereotipi del nerd occhialuto e un po’ sfigato genio dei computer.
Bill Gates, per fare un nome, ha mollato l’università di Harvard al terzo anno e non si è mai laureato, rapito da codici e personal computer. Karp invece, dopo la laurea all’Haverford College e il dottorato in giurisprudenza a Stanford (dove conosce Peter Thiel, futuro investitore e cofondatore di Palantir), sceglie di proseguire gli studi in Germania, attratto dal rigore della teoria sociale europea. Completa un dottorato di ricerca in filosofia a Francoforte, sede della celebre Scuola filosofica e della teoria critica. La sua tesi in teoria sociale, Aggression in der Lebenswelt (Aggressione nel mondo della vita), è una sorta di dialogo critico con le categorie di Jürgen Habermas, padre della teoria dell’agire comunicativo ed erede ancora vivente della Scuola di Francoforte.
Sull’interesse per la teoria critica europea ha certo influito l’ambiente culturale di provenienza di Karp, figlio di un pediatra ebreo di Filadelfia e di una madre afroamericana artista, entrambi attivisti progressisti radicali.
Certo non sfugge la contraddizione tra questa estrazione culturale di stampo liberal e la fondazione da parte di Karp di un’azienda, Palantir, diventata un pilastro tecnologico della difesa e dell’intelligence statunitense. Ma Karp rifiuta, per sé, la definizione di imprenditore, preferendo definirsi un «osservatore sociale», che utilizza la tecnologia come strumento per difendere i valori democratici.
Karp, in più occasioni, ha manifestato una posizione di rottura rispetto alla cultura predominante dei colossi tecnologici californiani. Secondo il ceo di Palantir, la Silicon Valley soffre di una forma di elitarismo tecnocratico che la porta a disinteressarsi delle sorti delle democrazie occidentali, preferendo concentrarsi su mercati globali o su prodotti di consumo marginali. L’accusa alle aziende Big Tech è di aver creato una sorta di bolla morale, dove l’innovazione è fine a sé stessa e slegata dalle responsabilità civili e militari.
Il suo ingresso nel settore tecnologico avviene nel 2003, quando partecipa alla fondazione di Palantir insieme a Peter Thiel e ad altri imprenditori provenienti dall’esperienza PayPal (quella che, con poco felice locuzione, viene chiamata in gergo PayPal Mafia, di cui fa parte anche Elon Musk). L’azienda nasce anche sull’onda emotiva degli attentati dell’11 settembre 2001, per dare al governo gli strumenti per distillare informazioni disperse ma disponibili.
Fin dalla nascita, quindi, Palantir non si propone come azienda orientata al mercato di massa, tutt’altro. Il modello scelto è invece quello della collaborazione con governi e istituzioni pubbliche, attraverso piattaforme software destinate all’integrazione e all’analisi di enormi quantità di dati.
Nei primi anni di attività, l’azienda ottiene contratti con agenzie governative statunitensi, tra cui strutture legate alla sicurezza e alla difesa. Questo orientamento segna una linea di demarcazione netta rispetto alla cultura dominante della Silicon Valley, tradizionalmente focalizzata su prodotti destinati al grande pubblico e su modelli di business fondati sulla pubblicità, sui social o sulle piattaforme.
Karp ha più volte chiarito che questa scelta non nasce da un’opportunità contingente ma da una convinzione precisa. In vari interventi pubblici ha sostenuto che la neutralità tecnologica sia un’illusione e che le infrastrutture digitali siano inevitabilmente inserite in un contesto politico. Sembra difficile dargli torto, su questo punto.
Secondo le sue dichiarazioni, le democrazie occidentali devono mantenere il controllo sulle tecnologie strategiche per non perdere terreno nella competizione globale. Il lessico utilizzato da Karp nei suoi interventi pubblici è quindi molto distante da quello consueto nel mondo delle start-up. Nei suoi discorsi compaiono riferimenti espliciti alla difesa dell’Occidente, al ruolo dello Stato moderno, alla responsabilità delle istituzioni democratiche. In più occasioni ha affermato che le imprese tecnologiche non possono sottrarsi alle implicazioni politiche delle proprie attività. Un discorso che alle Big Tech non piace moltissimo.
Su questi argomenti il miliardario ha pure scritto un libro, The technological republic, pubblicato nel 2025 e scritto insieme al giornalista Nicholas W. Zamiska. Il testo sostiene che negli ultimi decenni si sia creata una frattura tra industria tecnologica e Stato, e che tale separazione abbia indebolito la capacità delle democrazie di affrontare sfide geopolitiche complesse. Karp dice in sostanza che la collaborazione tra settore tecnologico e apparati pubblici deve essere considerata una componente storica imprescindibile dello sviluppo occidentale.
Nel libro e in recenti presentazioni pubbliche, Karp ha indicato la competizione con potenze autoritarie come elemento centrale del nuovo scenario internazionale. In questo contesto, la capacità di raccogliere e analizzare dati viene descritta come una risorsa strategica comparabile alle infrastrutture tradizionali di difesa. Una specie di ombrello nucleare digitale, insomma.
Anche sul piano personale, Karp ha mantenuto un profilo diverso rispetto ai boss tecnologici più coccolati dai mass media. Dichiara di non identificarsi con la cultura libertaria che ha caratterizzato una parte della Silicon Valley a partire dagli anni Novanta, quella dell’Internet gratis e libero per tutti, in parole semplici.
Nel corso del tempo, questa impostazione ha contribuito a fare di Karp, che conduce anche una vita privata piuttosto ritirata, un esponente di pensiero che concepisce l’impresa come attore inserito in un sistema istituzionale più ampio. La sua azienda viene presentata non come semplice fornitore di software, ma come una sorta di snodo tra tecnologia, sicurezza e potere pubblico. All’atto pratico, certo, si tratta in fondo di ricchi contratti con il governo. Ma non solo: la gestione e l’analisi di masse enormi di dati comporta in sé una responsabilità politica e su questo Karp ha certamente ragione.
La figura di Alexander Karp si colloca dunque fuori dagli schemi tradizionali della Silicon Valley, anche se per questa serie di articoli ce lo abbiamo ricondotto. La sua formazione filosofica, l’influenza europea e quella dei genitori, il linguaggio politicamente esplicito e la scelta di lavorare con istituzioni statali ne fanno un caso atipico nel panorama dei grandi leader tecnologici contemporanei. In un settore dominato da nerd, ingegneri e imprenditori orientati al mercato di massa, Karp è un soggetto che si è collocato al centro del rapporto (sovra)strutturale tra tecnologia e Stato.
Normalmente, lo sporco è il polo negativo e il pulito è quello positivo. «Ora sì che sei bello pulito, Fido!» dice la proprietaria del cane al cane quando va a prenderlo dal servizio lavaggio cani, mentre prima di portarcelo non gli diceva: «Ah, come sei bello lercio e puzzolente, Fido, devo cambiarti nome in Fetore!». Si pensi anche al film intitolato Brutti, sporchi e cattivi del regista Ettore Scola, ambientato in una baraccopoli capitolina: i protagonisti non sono solo brutti, non sono solo cattivi, sono anche sporchi. Indicativo è pure il fatto che l’attributo dell’essere sporco è spesso affiancato a un altro attributo negativo.
Esempio. L’interista grida al compagno opposto di tifo: «Sporco milanista!», accusandolo di essere negativo in quanto milanista e l’essere milanista è talmente negativo da necessitare di un rafforzativo negativo, che può essere «brutto», «disgraziato», «infame», «vigliacco» e così via, fino a «sporco». La sporcizia emblematizza la negatività tanto quanto la bruttezza estetica, le tribolazioni esistenziali, l’attitudine a fare la spia, la viltà e quindi, agli occhi dell’interista, essere milanista è una colpa tanto grave da poter essere rafforzata da un ulteriore stigma accusatorio. Anche la spiegazione della combinazione «sporco» più «caratteristica odiata» non univoca, ma doppia, regge. Il doppio insulto, scollegato rispetto al precedente, «Sei sporco e milanista», comunque si basa sull’attribuzione di un giudizio morale negativo all’essere sporco e, anche se solo simbolica, di un valore negativo ovvero un disvalore al portatore di sporcizia. Insomma, è più che assodato: se volete offendere qualcuno dategli dello sporco, simbolico o reale. Essere tacciati di pulizia, invece, vuol dire essere puri: «Your clothes are clean and your mind is productive» cantava Paul Weller con gli Style Council in quella che è - faremo una confessione pulita - una delle canzoni d’amore preferite di chi scrive, Speak like a child. Ancora, «Hai il cuore pulito come appena nevicato» cantava Eugenio Finardi nella canzone Patrizia. I proverbi traboccano di trionfi della pulizia: «Chi è pulito è bello», non sempre è vero, è pieno il mondo di racchioni puliti, tuttavia si può pensare che anche se non sono belli da guardare sono, almeno, puliti. Un altro: «La pulizia costa poco e molto vale»: verissimo. Un altro ancora: «Non importa che l’abito sia fino, purché sia pulito». Qui concordiamo: un brutto vestito pulito è certamente migliore di uno bello ma sporco.
Ci sono però dei casi in cui il polo positivo rappresentato dal pulito porta con sé qualcosa di negativo. Accade quando l’esercizio della pulizia non è virtuoso come sarebbe se fosse equilibrato, ma è un’attività ansiosa e ossessiva determinata dalla nevrosi di cui si è lievemente o del tutto ammalati. Dopo che la tv inglese ha dedicato loro un programma tv che in lingua originale si intitolava Obsessive Compulsive Cleaners e che in Italia è stato tradotto come Malati di pulito, li conosciamo popolarmente con questa denominazione. Da un punto di vista psichiatrico, il termine tecnico non è però «malati di pulito», che fa il verso ad altre frasi costruite sulla specificazione dell’oggetto della mania come, per esempio, «morti di fama» per intendere, un po’ simpaticamente, quelli che per arrivare al successo venderebbero anche la madre. I rupofobici soffrono molto, da un certo punto di vista, e no, non sono persone bizzarre che come una ha la passione degli scacchi, be‘ quelli ce l’hanno dei mocio lavapavimenti. No. Quelli sono semplici appassionati pulitori. I veri e propri rupofobici sono sofferenti portatori di una sorta di condanna, di una coazione a ripetere una prassi «igienizzante» che non basta mai e che il giorno dopo ricomincerà di nuovo. Sono i Sisifo del disinfettante: ogni giorno maneggiano la pezzetta imbibita di detergente per pulire con tutte le loro forze per poi... ricominciare uguale il giorno dopo. E quello dopo ancora e così via, sempre uguale, per l’eternità. A meno che un trattamento psicoterapeutico non interrompa il ciclo. Ciò che li guida, infatti, a pulire come instancabili ossessionati non è l’effettiva ed oggettiva condizione igienica di, per esempio, la casa. Il rupofobico non pulisce i pavimenti una volta a settimana, è capace di pulirli una volta ogni ora. O del proprio corpo. Il rupofobico non si lava le mani dopo essere andato in bagno, se le lava anche più volte di continuo, continuamente, per tranquillizzarsi, non perché le abbia davvero sporche. La parola rupofobia deriva dall’unione della parola greca rùpos che vuol dire sporcizia, sudiciume e fobia da phobos che significa paura. Attualmente la rupofobia è considerata da alcuni un disturbo d’ansia, da altri un disturbo ossessivo compulsivo. Va detto che alcuni considerano tutti i disturbi ossessivo compulsivi forme d’ansia e altri no, li considerano questioni psicopatologiche diverse. I gradi di afflizione di questa fobia possono essere diversi e andare da una leggera ansia all’idea di toccare qualcosa di sporco al disagio che porta a pensare continuamente allo sporco e a come evitarlo. Nel caso della «semplice» ansia, non si pensa continuamente allo sporco e l’ansia sopraggiunge solo se ci si trova in una situazione non percepita come igienica. Oppure, nella vita quotidiana che naturalmente contempla anche un rapporto continuo con la pulizia propria, della propria casa e, in generale, dei luoghi frequentati fuori casa, si opta sempre per azioni di controllo dell’eventuale sporco: si va dal lavarsi ben bene e con compiacimento le mani quando necessario all’evitare con compiacimento che tranquillizza ed evita l’ansia di bere il caffè nelle tazzine del bar chiedendolo in bicchiere usa e getta, dallo sgridare la persona che prende la frutta e la verdura al supermercato senza guanti come se stesse facendo chissà che di chissà quanto grave all’evitare di toccare cani o gatti considerandoli fonti di sporcizia, dall’iniziare a pulire appena arrivati a casa dal lavoro con una dedizione e un vigore eccessivi al non sopportare l’idea di accumulare i piatti durante una cena con ospiti e dunque all’andare a lavarli, abbandonando la tavola, dopo ogni portata, dal costringere tutti gli abitanti della casa, per primi sé stessi, a lasciare le scarpe fuori per «igiene» all’evitare di andare al ristorante perché nessuno lì impone ai clienti di togliersele e quel pavimento è una miniera a cielo aperto di sozzume. Si parla, insomma, sempre di eccessiva attenzione a non «sporcarsi», a non sporcare, a non trovarsi in mezzo allo sporco, a non far vivere a lungo lo sporco se crearlo è inevitabile, ma comunque non siamo ancora nel campo dell’ossessione, quanto piuttosto in quello del controllo, non simpatico nemmeno questo, ma comunque un filo meno disagevole, per sé e per gli altri, del disturbo ossessivo compulsivo. L’idea di controllare lo sporco che ci può essere addosso e intorno a noi, respingendolo con vigore e compiacimento ci identifica e tranquillizza il rupofobico ansioso.
Nel caso del disturbo ossessivo compulsivo, invece, la paura irrazionale dello sporco diventa un’ossessione. Il rupofobico ossessivo è un ossessivo-compulsivo la cui ossessione è la sporcizia e la cui compulsione è pulire e pulire e pulire per allontanare l’ossessione. Il disturbo ossessivo-compulsivo è un disturbo psicopatologico cronico e invalidante che si configura come una incontrollata manifestazione nella mente di chi ne soffre di ossessioni e conseguenti compulsioni percepite da chi soffre di Doc, questo l’acronimo, come unica possibilità risolutiva (ovviamente così non è, anzi è più o meno il contrario). Le ossessioni sono pensieri e impulsi involontari, che procurano disagio a chi le vive nella sua mente. Le compulsioni, complementari alle ossessioni, non sono pensieri ma azioni percepite come idonee a evitare che si presenti o almeno a diminuire o eliminare l’angoscia derivante dalle ossessioni. In tutti i casi, comunque, sia che si manifesti con ansia, sia che si palesi come un disturbo ossessivo compulsivo, la rupofobia è una paura irrazionale e patologica dello sporco. Il rupofobico può avere attacchi di ansia e attacchi di panico anche solo pensando allo sporco e si calma pulendo. Il rupofobico può evitare i luoghi molto frequentati, dal bar alla spiaggia passando per i mezzi pubblici, perché disgustato dall’idea di stanziare in luoghi non puliti come vorrebbe lui. Può creare rituali di pulizia e di difesa dallo sporco, non solo in casa, lavando continuamente sé stesso e gli ambienti domestici, ma può esportarli anche fuori di casa. Si pensi a chi, dopo il Covid, andava in giro con guanti e masherine, anche doppi, anche guidando in auto da solo. Un equilibrato rifiuto dello sporco è corretto, un’esagerazione cela un problema.
Nella specie umana, la menopausa rappresenta un fenomeno biologico peculiare, caratterizzato dalla cessazione della fertilità femminile in età relativamente precoce rispetto alla durata complessiva della vita. Questo evento, unico tra i primati, suggerisce un vantaggio legato alla cosiddetta «ipotesi della nonna» (grandmother hypothesis). Secondo tale teoria, la perdita della capacità riproduttiva consentirebbe alle donne anziane di investire risorse, tempo ed energie nella sopravvivenza e nel benessere della prole e dei nipoti, incrementando così il benessere complessivo del gruppo familiare. I nonni, liberati dagli oneri della genitorialità diretta, svolgono un ruolo essenziale nel lungo periodo di dipendenza tipico dell’essere umano, contribuendo alla cura, alla trasmissione culturale e alla coesione sociale. In situazioni di difficoltà, possono sostituire i genitori, garantendo continuità affettiva e supporto educativo, elementi cruciali per la sopravvivenza e lo sviluppo equilibrato della specie.
I nonni sono meglio di un orfanatrofio di Stato, e i nonni sono gratis, non costano un centesimo all’esausto contribuente italiano. C’è un paradosso italiano di quelli che fanno sorridere solo chi non ne è coinvolto: per «salvare» i bambini dal disagio, li si toglie alla famiglia causando un trauma atroce e irreversibile, un’attivazione cronica degli ormoni da stress che sulle lunghe distanze causeranno problematiche fisiche. Per inciso, l’assistenza ai bambini che li assiste mediante deportazione (unico termine corretto che indicare un bambino prelevato da un istante all’altro, spaccando i suoi legami con la mamma, il papà, i nonni, i fratellini se ne ha, gli amichetti che sicuramente aveva) è un affare che sottrae fiumi di denaro agli esausti contribuenti italiani per investirli in dolore, traumi non superabili e bambini chiusi di notte a chiave in una stanza dove la mamma non può raggiungerli anche se li sente piangere disperati, come la mamma dei bimbi della casa del bosco.
L’assistente sociale deve saper riconoscere i segnali di disagio, individuare le cause reali dei problemi e proporre soluzioni concrete, non limitandosi a gestire l’emergenza. Togliere un bambino alla propria famiglia non può e non deve essere lo strumento privilegiato d’intervento. La sottrazione deve rappresentare l’ultima ratio, dopo aver esaurito ogni tentativo di recupero del contesto familiare originario. Gli assistenti sociali, sulla carta, dovrebbero essere il perno di un sistema di sostegno, non di sottrazione. Dovrebbero entrare in punta di piedi nelle vite ferite, e provare, nei limiti del possibile, a guarirle. Invece, troppo spesso, il «progetto» che viene attuato è la rimozione del piccolo paziente, non la cura della malattia. Parliamo delle famiglie oggettivamente fragili, non quindi la famiglia del bosco che era solidissima e non aveva bisogno di niente. Molte famiglie fragili non sono irrecuperabili. Hanno solo bisogno di qualcuno che le aiuti a respirare, a capire, a ripartire. Una madre spaesata, un padre in difficoltà non si risanano con una sottrazione. Si accompagnano, si sorreggono, si educano. Ed è qui che il sistema mostra il suo essere patogeno: si distrugge la famiglia sprofondando sia i genitori che il bambino in un’angoscia senza possibilità di risoluzione. Il bambino è spostato altrove. «Altrove», molto spesso, significa una casa famiglia, un orfanatrofio statale, con cibo statale, una qualche cooperativa che fornisce cosiddetti educatori che si alternano nei turni e per i quali i bambini sono lavoro. I bambini vi trascorrono mesi, talvolta anni, con lo sguardo perso dietro finestre protette da sbarre, in nome della sicurezza, naturalmente. Ma chi li protegge dal senso di abbandono? Chi restituisce loro la voce, l’odore, la lingua dei propri cari? Una creatura umana stabilisce il senso del proprio valore attraverso le attenzioni che padre e soprattutto madre elargiscono. Ove queste attenzioni non ci siano perché le assistenti sociali impediscono visite, telefonate, consegna di regali anche per Natale, la fede in sé stesso del bambino si spegne per sempre, spesso diventa docile e malleabile, in caso contrario ci sono sempre gli psicofarmaci.
Molte volte i disagi genitoriali non derivano da cattiva volontà, ma da difficoltà economiche, sociali, relazionali o psicologiche che possono essere affrontate con un sostegno mirato. Quando una madre o un padre non riescono temporaneamente a garantire tutto ciò che serve al figlio, la prima strada da percorrere dovrebbe essere quella della famiglia allargata: nonni, zii, parenti disponibili e idonei. È meglio un bambino accolto da una nonna affettuosa, dinamica e collaborativa, anche sotto monitoraggio, che uno sradicato dal proprio ambiente e affidato a estranei, spesso costretto a un percorso psichiatrico o educativo forzato. Le reti familiari sono, o dovrebbero essere, una risorsa preziosa e, in molti casi, possono offrire al minore continuità affettiva, identitaria e culturale. O, meglio, potrebbero offrire continuità se fossero prese in considerazione.
I regolamenti regionali sul tema degli affidi e della tutela dei minori parlano di «progetti personalizzati di intervento». Un progetto, tuttavia, non può consistere nella mera sottrazione del minore. Salvare un bambino da una situazione di disagio non significa isolarlo, ma rimuovere le cause del disagio stesso. Gli assistenti sociali, in base alle norme vigenti, possono disporre l’affido ai nonni senza dover ricorrere automaticamente a un iter giudiziario complesso, quando questo risponde all’interesse superiore del minore. È fondamentale, inoltre, non estendere le carenze genitoriali dei genitori ai nonni, colpevolizzandoli per eventuali conflitti familiari. Le tensioni, inevitabili in ogni nucleo, vanno gestite con equilibrio, distinguendo le responsabilità e cercando di ricomporre il dialogo. Un litigio tra madre e nonna, per quanto spiacevole, non può essere considerato motivo sufficiente per allontanare un bambino dal suo mondo. Meglio un dissidio temporaneo tra familiari che il vuoto che spesso accompagna la vita in una casa famiglia.
Il problema degli affidi e delle adozioni in Italia non è nuovo. I casi sono circa 25.000 ogni anno. Le origini di questa situazione risalgono al 1993, quando fu istituita la figura professionale dell’assistente sociale con il compito di sostenere le famiglie in difficoltà. Tuttavia, quella riforma nacque in un periodo politicamente instabile e con tempi troppo brevi per una reale costruzione di un sistema solido. In Italia, ogni governo dispone di pochi anni di mandato e troppo spesso le riforme vengono avviate, modificate o abbandonate senza una visione di lungo periodo. Creare una legge «per il bene dei bambini» non basta: bisogna prevedere come le norme verranno applicate nella realtà quotidiana, anticipare gli effetti e garantire continuità formativa agli operatori. Gli assistenti sociali devono ricevere preparazione, aggiornamento e supervisione costanti, come avviene nei Paesi scandinavi, da sempre modelli d’eccellenza nel campo del welfare. Solo così potranno diventare veri mediatori del benessere familiare, non semplici esecutori di provvedimenti. Rifondare l’assistenza sociale significa quindi rimettere al centro la persona, la famiglia e la comunità, adottando un approccio umano, competente e proattivo. Perché ogni bambino ha il diritto di crescere circondato dall’affetto dei suoi cari, non dietro le sbarre di una finestra di casa famiglia. Imperdibile su questo argomento è il libro di Cinzia Battistini Diritto alla verità, un caso di affido a Fandogna. Un libro che racconta una storia dolente con una documentazione formidabile e che interessa tutti, non solo addetti ai lavori, non solo genitori, ma ogni singolo cittadino.










