Anni di residenza e di attesa per un alloggio popolare? Poco importa. Il migrante del Bangladesh in Italia da qualche anno con moglie e figli a carico ha la precedenza. E a Bologna, dove già un alloggio su quattro è assegnato a stranieri, per i cittadini italiani le case popolari potranno diventare un vero e proprio miraggio.
Specialmente se si seguiranno le indicazioni dell’assessore regionale alla Casa, Giovanni Paglia, storico punto di riferimento in Emilia-Romagna di Sinistra italiana, che da qualche settimana invita i sindaci della sua regione a non applicare il criterio della residenzialità.
Un invito fatto con tanto di circolare e che prende spunto dalla Regione Toscana dove lo scorso gennaio, la Corte costituzionale ha messo uno stop al criterio che prevedeva punteggi più alti per la residenza pregressa, a scapito quindi di situazioni di bisogno (presenza di disabili, numero di minori o anziani presenti nel nucleo, livello di povertà eccetera). Una norma troppo in odore di «prima gli italiani» secondo le associazioni Asgi e L’Altro diritto O.d.v. che hanno presentato il ricorso contro la Regione convinte che fosse discriminatoria nei confronti degli stranieri, più in difficoltà degli italiani nel maturare requisiti di lunga residenza in quanto più esposti alla mobilità lungo lo Stivale. La Consulta ha dato loro ragione ma sebbene la questione riguardi solo la Regione Toscana, Paglia ha colto la palla al balzo per chiedere anche ai Comuni di tutta l’Emilia-Romagna di adeguarsi e quindi ignorare criteri volti a privilegiare la cosiddetta storicità della presenza, come residenza anagrafica o prestazione lavorativa continuativa di almeno un componente del nucleo familiare nell’ambito territoriale di riferimento del bando. «Consiglio a tutti i Comuni, i cui regolamenti non sono in linea con quanto deciso dalla Corte costituzionale, di aggiornare i loro regolamenti, osserva Paglia. «Chiunque si trovi in graduatoria potrebbe già da oggi appellarsi al Tar per vederla iscritta, uno scenario da evitare».
Un appello che rischia di sdoganare definitivamente la linea del «prima gli stranieri» in una vera e propria guerra tra poveri visto che la presenza degli autoctoni vede un progressivo calo nelle assegnazioni.
Se nel 2023 gli italiani rappresentavano il 76% del totale, dopo un anno, erano già scesi al 75%. Particolarmente «interessante» la situazione di Reggio Emilia dove gli stranieri hanno ottenuto addirittura il 40% del totale degli alloggi popolari, mentre più del 30% a Piacenza. Anche a Bologna le cifre sono importanti con il 28% di presenze, leggermente sopra la media regionale del 25%.
Dati che arrivano in risposta a una interrogazione sugli alloggi Erp, di Edilizia tesidenziale pubblica, avanzata da Marta Evangelisti, capogruppo di Fratelli d’Italia in Regione. E che risultano particolarmente allarmanti anche per la già bassa disponibilità di alloggi. Solo 642 quelli sistemati o recuperati nel 2024 di cui 145 appartamenti in provincia di Bologna. Ben 29.887 invece le famiglie in attesa di cui 9.852 solo nel capoluogo, pari a circa un terzo della intera domanda regionale.
«Emerge un’utenza sempre più fragile e una cronica carenza di alloggi disponibili rispetto alla domanda, con la provincia di Bologna al centro della crisi abitativa regionale», commenta Evangelisti alla Verità.
«È evidente che servono dei correttivi e un cambio di passo a livello regionale se si vuole invertire la tendenza». Clausole di garanzia che molti Comuni invece respingono da tempo e risultano già perfettamente in linea con la Corte. Come a Bologna e Imola dove Acer, l’Azienda casa dell’Emilia-Romagna, assicura che la storicità della residenza non attribuisce più punteggio da tempo.
Unica nota dissonante quella di Ferrara, dove il sindaco della Lega Alan Fabbri, aveva utilizzato il criterio della residenza proprio come escamotage per invertire il trend regionale e assegnare gli alloggi popolari in prima istanza agli italiani. Contro il quale si era scagliato lo stesso Paglia, che oggi invece rivendica il trionfo di un principio di equità
«La storicità della residenza non è associata allo stato di bisogno. È semmai la storicità di uno stato di bisogno ad attribuire punteggio». E a proposito di condizioni di fragilità, gli stranieri sono certamente in cima alle classifiche con gli ultimi dati Istat impietosi, i peggiori degli ultimi dieci anni. Più di 1,8 milioni in povertà assoluta, praticamente uno su tre. «Solo» il 6,2% invece gli italiani nelle stesse condizioni. Praticamente una battaglia già persa in partenza. Sempre che di «battaglia» si possa davvero parlare.
Massimo D’Alema mi aveva già convinto che fosse giusto votare Sì al referendum. Se lui è contrario, mi ero detto dopo aver letto le sue motivazioni a favore del No, c’è un motivo in più per approvare la riforma della giustizia messa a punto dal ministro Nordio. In questi giorni ho però trovato altre tesi a sostegno del Sì nelle parole di chi ha deciso di votare No. Per esempio, dopo aver letto l’intervista di Mario Monti al Corriere della Sera ho capito quanto siano pretestuose le ragioni di chi si oppone alla separazione delle carriere.
Il senatore a vita, già noto per aver guidato il governo nella stagione compresa fra la fine del 2011 e l’inizio del 2013, dice che voterà No a tutela dello Stato di diritto. Accodandosi alla vulgata degli Enrico Grosso, secondo i quali se passasse la legge sarebbero addirittura in pericolo le vite degli italiani, l’ex presidente del Consiglio sostiene che con la riforma lo Stato di diritto ne risulterebbe indebolito. Perché? La risposta dell’ex rettore della Bocconi non è chiarissima. Il senatore a vita parla di smottamenti, di frane, di geologi e di protezione civile, per dire che separare le carriere minerebbe l’equilibrio fra i poteri dell’esecutivo e quelli dell’ordine giudiziario. Ovviamente Monti non cita alcunché di concreto, ma spiega che oltre al testo (dove ovviamente non c’è alcuna traccia di quanto temuto dall’ex premier) c’è il contesto, ovvero gli scontri che negli anni si sono susseguiti tra magistratura e governo. Dunque, ignorando il merito ha deciso di bocciare la legge. Non per punire il governo, ma perché più poteri all’esecutivo lo preoccupano. E dove sono questi poteri, visto che la magistratura continuerà ad essere autonoma e indipendente? Dove si trova traccia di uno smottamento che un domani potrebbe trasformarsi in una frana a favore del governo? Monti non lo dice. Certo, è abbastanza sorprendente che il richiamo agli equilibri fra poteri e la difesa dello Stato di diritto venga da un signore nominato commissario straordinario da Angela Merkel e Nicolas Sarkozy, con il supporto di Giorgio Napolitano. Quando come uno scolaretto si presentò al cospetto dei vertici di Bruxelles dicendo di aver fatto i compiti a casa, lo Stato di diritto non pareva la sua principale preoccupazione. Fattosi nominare senza un’elezione e scavalcando sostanzialmente il Parlamento, l’ex rettore diede una stangata agli italiani che ancora se la ricordano e non certo nel rispetto della Costituzione.
Ma a convincermi che sia giusto votare Sì, oltre ai due pezzi da novanta fra i politici più simpatici di cui l’Italia disponga, sono stati anche quelli che un tempo la stampa progressista avrebbe definito «nani e ballerine». Come ad ogni elezione, pur senza minacciare di lasciare l’Italia in caso di sconfitta (peccato), uno dopo l’altro l’esercito di comici e attori politicamente impegnati in quanto professionalmente disimpegnati sono scesi in campo. Alessandro Bergonzoni, uno che invece di far ridere fa piangere, ha spiegato che «il verso che hanno preso le cose non è né quello di un uccello, né tantomeno il verso di un poeta». Dunque? «No cera? No vara? No stradamus? No vella? No taio? No vanta? No strano? No biliare? No mignoli? No vizio? No tare? No minare?». No, semplicemente No comprendo.
Elio Germano, quello che si lagna se tagliano i contributi ai suoi film: «Ma… no. No. No, no. No, no, no, no, no, no. No, no, no. Nooo! None! N-O! N-E! No! No, no, no, no… Nooo! Nooo! No, no, no, no, no…Eh no! No! No. No. No, eh. No». Argomentazioni forti, insomma. Che ricordano quelle di un bambino di tre anni quando fa i capricci.
Enzo Iacchetti, il nuovo Che Guevara del piccolo schermo: «Sono nato nel dopoguerra. E sono figlio della Costituzione. La libertà del nostro popolo è garantita dai Padri costituenti che l’hanno approvata il 22 dicembre 1947. La nostra Carta è “la più bella del mondo”: non si tocca per far comodo solo agli uomini di potere» . Il fedayn di Mediaset ovviamente non sa che la Costituzione è già stata cambiata una ventina di volte.
Max Paiella: «No, signora No». Sì, hanno proprio toccato il fondo. Peggio di così non si può fare. Ma c’è una consolazione: ogni volta che attori, comici e intellettuali si schierano, gli elettori fanno il contrario. Dunque, sono di buon auspicio.
Luisa Battisti ha 60 anni, fa l’infermiera a Roma. Ha raccontato a Fuori dal Coro come, senza saperlo, si è ritrovata in un matrimonio poligamo. Ma non solo: racconta anche come si sia trovata sola davanti a un processo di radicalizzazione avvenuto in Italia. «Pensavo che da due culture diverse potesse nascere un arricchimento», dice oggi.
L’uomo di cui si innamora è un cittadino egiziano, musulmano: due anni di fidanzamento, viaggi in Egitto, l’accoglienza calorosa della famiglia di lui. Una fede moderata, nessun segnale d’allarme. Il matrimonio arriva al Cairo, con rito civile in ambasciata. Prima, però, c’era stato il matrimonio orfi, un’unione temporanea che permette alla coppia di dormire insieme senza violare le norme religiose locali. «È un matrimonio riservato solo alle occidentali», spiega Luisa. «Per loro non è un matrimonio serio».
Appena la coppia si trasferisce in Italia, le cose sembrano funzionare. Lui prova a integrarsi, frequenta amici e famiglia di lei. «Il venerdì andava alla Grande Moschea di Roma, ma nel rispetto reciproco». Poi, qualcosa cambia.
«Ha iniziato a frequentare altri connazionali conosciuti qui e ha cambiato moschea», racconta la donna. «Dalla Grande Moschea è passato alle moschee di Magliana e Centocelle». Luoghi di culto abusivi, garage o magazzini, dove predicatori improvvisati diffondono interpretazioni radicali dell’islam, in lingua araba. E senza supervisione. La trasmissione Fuori dal Coro ha più volte denunciato il fondamentalismo promosso nelle moschee abusive di Roma, mostrando voci di fedeli che parlano di conquistare l’Italia, di un Corano che chiede di combattere gli infedeli. «Questi imam improvvisati li istigano contro di noi, contro il nostro mondo. Tornava indemoniato, dicendo che dovevo convertirmi perché ero una peccatrice, che noi occidentali siamo immorali, che viviamo sotto il potere di Satana».
E in poco tempo le richieste del marito diventano imposizioni: niente prosciutto, niente vino, niente costume al mare (nonostante si fossero conosciuti proprio in costume, al mare), niente capelli sciolti e niente jeans. «Durante il Ramadan non potevo nemmeno farmi vedere in casa in mutande o reggiseno perché lui avrebbe peccato. Mi diceva che dovevo coprirmi, che ero un’infedele».
Ogni volta che lei rifiuta la conversione, lui si irrigidisce di più. Così arriva la violenza: «Mi ha messo le mani al collo più volte. Voleva strozzarmi perché se non riusciva a piegarmi io lo avrei mandato all’inferno».
Luisa specifica che l’uomo si è radicalizzato in Italia: «Se fosse stato così in Egitto, non lo avrei mai sposato. È cambiato qui, frequentando certe moschee».
A un certo punto lui annuncia di voler tornare momentaneamente in Egitto «per riflettere». Luisa accetta, senza immaginare cosa stia accadendo. «In quel periodo è andato a sposare una sua connazionale. L’ha portata in Italia incinta». Lo scopre solo dopo, quando lui, ormai in regola con i documenti grazie al matrimonio con lei, le comunica di avere un’altra moglie e un figlio. «Mi ha proprio detto: io ho vinto, con le tue leggi ti ho fregata!».
E dopo il danno, anche la beffa: i figli della seconda moglie finiscono sul suo stato di famiglia. «Per l’Italia lui era sposato con me, quindi quei bambini risultavano anche miei. È stato surreale. Come se quest’altra donna non esistesse». Poiché in Italia un secondo matrimonio non può esistere se il primo è ancora valido, per la magistratura la seconda moglie era come fosse un’amante. Ma i figli, paradossalmente, sono comunque comparsi nello stato di famiglia di Luisa: perché lui risultava ancora suo marito, nonostante le denunce. A quel punto le consigliano di fare testamento: se le fosse successo qualcosa, il marito e i figli avuti con la seconda moglie sarebbero stati considerati tutti suoi eredi.
Luisa denuncia ancora: ai carabinieri, all’ufficio cittadinanza, ma è già tardi: «Lui ha ottenuto comunque la cittadinanza italiana. Io portavo prove su prove, ma non è servito a nulla. All’ambasciata italiana in Egitto mi è stato detto di lasciare perdere, mi chiedevano: ma tu vuoi metterti contro l’islam, da sola?».
La mancanza di controlli sui matrimoni contratti all’estero, la mancanza di comunicazione tra ambasciata e tribunali, falle di un sistema che ha permesso al marito di Luisa di ottenere ogni beneficio: «Oltre la cittadinanza italiana, con quel figlio e anche con i figli avuti subito dopo ha ottenuto pure i bonus bebè». Non solo la poligamia, che in Italia costituisce reato punibile fino a cinque anni di carcere, secondo Luisa ci sarebbero anche i margini di truffa ai danni dello Stato.
E poi, altre minacce di morte: «Mi ripeteva di lasciare perdere o mi avrebbe fatto sgozzare». L’uomo però la passa liscia, ottiene dallo Stato anche la cittadinanza per la moglie che non parla l’italiano e indossa il niqab.
Mentre Luisa paga un prezzo altissimo: anni di processi, energie fisiche, mentali ed economiche. E la rinuncia che pesa più di tutte: la maternità. «Io non ho voluto figli perché sarebbero stati istruiti all’islam, senza possibilità di scelta. I figli sono di proprietà del padre, secondo lui».
L’uso strumentale dell’Italia come porta d’ingresso per l’Europa è un elemento costante nelle denunce contro l’islam radicale e l’intento è dichiarato: «mi ripeteva che era inutile ribellarmi. Tanto con le pance delle loro donne, che fanno figli qui, l’Europa sarebbe diventata l’Eurabia. Secondo lui è scritto nel Corano, l’islam conquisterà l’Europa». Luisa cita Oriana Fallaci e aggiunge amaramente: «Aveva ragione lei».
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