Credo che la lettura dei giornali di ieri sia sufficiente a far comprendere quale rischio corrano gli italiani nel caso in cui a Palazzo Chigi tornasse il centrosinistra. Sfogliando i quotidiani di domenica, infatti, mi sono imbattuto in rapida successione in un articolo di Mario Monti sul Corriere della Sera, in un’intervista a Giuseppe Conte sulla medesima testata e in un’intervista a Romano Prodi sulla Stampa.
Tre ex premier che all’improvviso, dopo la sconfitta del centrodestra al referendum, riemergono dal passato. Inutile dire che, nonostante le differenti età, nessuno dei tre è rassegnato al passo indietro. Prodi ha 86 anni, Monti 83, Conte 61, ma tutti muoiono dalla voglia di tornare protagonisti, magari anche con un incarico da padri della patria, ovvero da presidente della Repubblica. Fare il capo dello Stato è piacevole, non si deve fare campagna elettorale, non si hanno responsabilità, si stringono tante mani e si fanno discorsi ovvi, con il risultato che si gode sempre, anche quando si fanno prediche inutili, di buona stampa.
Che il trio Lescano di cui sopra coltivi ambizioni per il prossimo futuro, ovvero per le elezioni del 2027, è evidente. E ognuno ha infatti la propria ricetta per il rilancio e tutti e tre la offrono gratis, sperando poi che al momento opportuno i vincitori si ricordino e siano riconoscenti. L’ex rettore della Bocconi, con un profondo editoriale sul quotidiano di via Solferino, ha spiegato che Giorgia Meloni, dopo la brutta botta del litigio con Trump (brutta poi, perché? Il presidente americano le ha fatto un favore, dato che nessuno ora la potrà accusare di essere una cheerleader del tycoon), deve fare uno scatto. Verso che cosa? Verso l’America o l’Europa, oppure investire su ricerca e sviluppo? No, lo scatto consiste nel cooperare con l’opposizione. In pratica, l’ex premier suggerisce una bella ammucchiata, come ai tempi in cui, senza alcun mandato elettorale, lui fu scelto da Giorgio Napolitano per fare i compiti a casa, vale a dire per stangare gli italiani. Naturalmente, patrocinare un governo di unità nazionale ha i suoi vantaggi, perché significa tenersi buoni tutti e al momento dell’elezione del nuovo inquilino del Quirinale non avere nemici può essere d’aiuto.
Giuseppe Conte invece è Giuseppe Conte, ovvero lo sconosciuto professore che un bel giorno dell’estate 2018 vinse alla lotteria e senza esperienza politica alcuna fu proiettato a Palazzo Chigi. Nell’intervista ad Aldo Cazzullo, l’ex premier si presenta come un miracolato di padre Pio, studente squattrinato che per tirare a campare è stato costretto a piccoli lavoretti (in pratica dava ripetizioni, mica scaricava cassette di frutta al mercato). Conte si sente un predestinato, ma anche un dispensatore di miracoli: infatti sul Corriere racconta della mamma che grazie al reddito di cittadinanza ha potuto comprare una bistecca ai figli e del pensionato che finalmente ha acquistato gli occhiali. Nell’intervista si presenta come un moderato, che politicamente ha oscillato fra Ciriaco De Mita e i radicali (non proprio la stessa cosa), ma a colpire è la riprova che, nonostante abbia trascorso tre anni a Palazzo Chigi, di economia non capisce nulla. Infatti insiste a dire che un euro investito in edilizia ne restituisce uno e mezzo allo Stato. Conte evidentemente si crede Gesù e pensa di essere capace di moltiplicare pani, pesci ed euro come Nostro Signore.
Quanto a Prodi, il professore esorta a mettere insieme un’armata Brancaleone come la sua, quella con cui nel 1996 vinse le elezioni. Ovviamente dimentica di dire che trent’anni fa al centrosinistra riuscì l’impresa perché la Lega corse da sola dopo le manovre di Oscar Luigi Scalfaro, mentre nel 2006 sconfisse il centrodestra per soli 24.000 voti e con lo straordinario contributo dei consensi che all’improvviso spuntarono in Campania e all’estero. Quanto fosse fragile comunque il successo dell’Ulivo è testimoniato dalla durata dei governi del Professore, cioè quanto un gatto in autostrada.
Comunque, vedere insieme sulle pagine dei principali giornali sia Monti che Prodi e Conte, credo sia uno spot per convincere gli elettori a tenerci stretto quel che abbiamo. Del Professore non si possono dimenticare l’eurotassa, né le privatizzazioni o il disastro dell’introduzione dell’euro. Di Monti restano a futura memoria sia gli esodati sia la super stangata dell’Imu. E per quanto riguarda Conte, c’è solo l’imbarazzo della scelta: dal reddito di cittadinanza al Superbonus, dai lockdown alle mascherine, senza dimenticare i banchi a rotelle. Insomma, se si vogliono vincere le prossime elezioni basta mostrare i loro volti, con la scritta «a volte ritornano».
I numerosi esponenti di sinistra che continuano a insistere sulle condizioni difficili della sanità italiana e che in colpano il governo per le liste di attesa smisurate e tutti i problemi che affliggono i nostri ospedali - problemi che di sicuro esistono e di cui troppi fanno le spese - prima di berciare inutilmente dovrebbero dare una scorsa alla robusta inchiesta pubblicata dall’Economist sull’ultimo numero ora in edicola.
Si tratta di un lungo e approfondito servizio in cui il settimanale britannico indaga le cause del collasso dei sistemi ospedalieri di varie nazioni occidentali. Le quali hanno sistemi sanitari molto diversi eppure presentano analoghe criticità (e già questo è un bel tema su cui ragionare). E la conclusione è chiara quanto drammatica: «Nei primi mesi del 2020, gli ospedali hanno sospeso le normali attività per liberare posti letto in previsione di un’ondata di pazienti affetti da Covid-19. La strategia si è rivelata utile in un momento di crisi. Ma, a distanza di diversi anni, sta diventando chiaro che tali misure hanno causato danni duraturi ai sistemi sanitari. [...] Dal ricovero alla dimissione, l’assistenza ospedaliera è ora più difficile da ottenere, richiede più tempo ed è di qualità inferiore. Il bilancio che ne deriva include morti evitabili. Quasi tutti ne sono colpiti: in 18 democrazie ricche, la soddisfazione per la qualità dell’assistenza sanitaria è diminuita drasticamente dopo la pandemia e rimane ben al di sotto della norma pre-pandemia. [...] Un numero record di malati e feriti semplicemente si arrende e lascia i pronto soccorso prima di essere visitato dal personale».
In buona sostanza, il modo in cui è stata gestita la pandemia ha procurato danni a lungo termine che ancora stiamo pagando, derivanti per lo più dal fatto - da noi ampiamente criticato - che l’intero sistema sanitario si è concentrato esclusivamente sul Covid trascurando tutto il resto. I risultati sono visibili: «Milioni di persone sono bloccate nelle liste d’attesa. I tempi di attesa per le protesi d’anca, per fare un esempio, erano superiori ai livelli pre-pandemia nel 2024 in nove degli 11 Paesi Ocse per i quali esistono dati. Il Canada è forse il più colpito. Il tempo di attesa mediano per il trattamento specialistico era di 29 settimane nel 2025, oltre un terzo in più rispetto al dato di riferimento del 2019, secondo il Fraser Institute, think tank di Vancouver. Questo è il secondo peggior risultato da quando è iniziato il sondaggio nel 1993, il record di 30 settimane è stato stabilito nel 2024. Il principale sindacato ospedaliero francese afferma che l’accesso all’assistenza sanitaria nel Paese sta subendo un deterioramento senza precedenti».
A quanto pare, dunque, il caso italiano non è certo isolato e i guai della nostra sanità, per quanto pesanti, non sono tra i peggiori in Occidente. Ma ecco un altro punto centrale che l’Economist mette in luce: «In molti Paesi le criticità degli ospedali sono viste come il prodotto di scelte politiche interne. Il governo britannico, come quello di Giorgia Meloni in Italia, è stato eletto in parte con la promessa di ridurre le liste d’attesa, gli elettori australiani hanno punito i politici per le ambulanze in ritardo fuori dal pronto soccorso; e in Francia, dove la carenza di personale ha costretto alla chiusura di alcune cliniche, si parla di déserts médicaux. Ma gli effetti a lungo termine della pandemia sugli ospedali sono uniformi in tutti i Paesi. Un articolo pubblicato a gennaio da Luigi Siciliani dell’Università di York e dai suoi coautori non rileva alcuna relazione tra le caratteristiche di un sistema sanitario, pubblico o privato che sia, e l’effetto del Covid sul suo funzionamento. La quantità di finanziamenti di un sistema, la sua capacità di posti letto e il numero di medici impiegati hanno avuto poca o nessuna relazione con i forti aumenti delle liste d’attesa per gli interventi chirurgici elettivi tra il 2020 e il 2023, che si sono verificati in tutti i Paesi».
Il fatto è che «gli ospedali sono sovraffollati nonostante dispongano di risorse adeguate. I finanziamenti per l’assistenza sanitaria sono ai massimi storici, al di fuori del periodo Covid. Dopo essersi stabilizzata negli anni 2010, la spesa nell’Ocse è salita a quasi il 10% del Pil in seguito alla pandemia. La spesa media pro capite in Europa è aumentata del 13% a prezzi costanti dal 2019. Ci sono anche più persone disposte ad aiutare. Gli ospedali hanno aggiunto quasi 140.000 posti di lavoro in America lo scorso anno, più di tutto il resto dell’economia. Le assunzioni da parte del Servizio sanitario nazionale inglese sono aumentate notevolmente: il suo organico è cresciuto del 25% dal 2019, arrivando a impiegare circa 1,4 milioni di persone, ovvero il 2% della popolazione».
Il dato sconcertante è che più si stanziano risorse, più alcuni sistemi sanitari sembrano andare peggio. Quali sono le cause di questo malfunzionamento? Sono varie e complesse, a quanto sembra.
«Gli ospedali, in quanto sistemi grandi e complessi, non si sono mai completamente ripresi. Una spiegazione risiede nella forza lavoro ospedaliera. Circa la metà della crescita dello scorso anno delle spese operative degli ospedali americani è derivata da fattori come i costi del lavoro, che sono cresciuti del 5,6% in termini nominali. Lo stress dell’era pandemica ha aumentato il turnover, poiché medici e infermieri si sono dimessi o sono andati in pensione anticipatamente. Coloro che sono rimasti hanno ridotto il loro “sforzo discrezionale” durante gli straordinari volontari che hanno aiutato i sistemi sanitari fragili, che subiscono un’impennata nei periodi di picco. Il burnout rimane elevato. Entrambi i fattori hanno creato un bisogno acuto di personale, e ha stimolato una grande campagna di assunzioni. L’effetto a catena è che gli operatori sanitari oggi sono meno esperti e forse meno produttivi. [...] Inoltre, sebbene medici e infermieri siano stati assunti rapidamente, in alcuni Paesi le assunzioni per altri lavori vitali per la produttività, come assistenti di sala operatoria e direttori ospedalieri, non hanno tenuto il passo. L’altra metà dei costi in rapido aumento deriva dall’avere più pazienti e pazienti più malati. Quattro fattori si applicano a tutti i Paesi ricchi: i tempi di attesa più lunghi hanno reso i pazienti più malati, i pazienti più malati richiedono più tempo per essere curati, i trattamenti più lunghi intasano la capacità, la capacità ridotta crea tempi di attesa più lunghi. È un circolo vizioso».
Il fatto di aver costretto, in tempi di pandemia, numerosi pazienti a rimandare le cure (cosa che si sarebbe potuta evitare con scelte politiche e gestionali differenti, e che è stata favorita dalla psicosi pandemica) ha creato una massa di malati più complicata da gestire. E l’intasamento non si è mai risolto del tutto. «Le lunghe attese per le cure hanno reso le condizioni dei pazienti più complesse. Alcune malattie, come i tumori, sono rimaste non diagnosticate più a lungo perché le persone hanno evitato ospedali e cliniche durante la pandemia. Inoltre, le popolazioni sono più anziane rispetto a prima della pandemia. Le malattie croniche, come malattie cardiache, cancro e malattie del fegato, sono in aumento come quota del carico di lavoro ospedaliero. I tassi di mortalità sono più alti rispetto a prima della pandemia».
In buona sostanza siamo di fronte a una cascata di problemi tutti correlati fra loro: «I pazienti che rimangono più a lungo occupano preziosi posti letto. L’occupazione dei posti letto è ulteriormente gonfiata da servizi di medicina generale inefficienti e case di cura per anziani sovraffollate, entrambi fattori che convogliano un numero crescente di malati e infermi negli ospedali».
Ovvio: non tutto dipende dal Covid. L’invecchiamento della popolazione produce conseguenze nefaste e appesantisce tutti i sistemi sanitari. Ma la gestione scriteriata della pandemia (il grande nodo che l’Economist si limita a lambire) ha fatto precipitare tutto molto più rapidamente del previsto. Chi di quella gestione è responsabile oggi, prima di parlare, dovrebbe farsi un nell’esame di coscienza. Per quel tipo di analisi, se non altro, non ci sono lunghe liste di attesa.
Dopo lo scontro a distanza, Trump corregge il tiro sul papa per non incrinare il rapporto con l’elettorato cattolico in vista delle Midterm. Leone respinge le letture politiche del suo discorso e prende le distanze dalle polemiche.
Giovedì, il presidente americano ha ammorbidito i toni per quanto riguarda il pontefice. «È molto semplice. Non ho nulla contro il papa. Non ho intenzione di litigare con lui», ha affermato, per poi aggiungere: «Il papa può dire quello che vuole e io voglio che dica quello che vuole, ma posso non essere d'accordo». «Il papa deve capire che questo è il mondo reale. È un mondo brutto. Ma per quanto riguarda il papa e il dire quello che vuole, può farlo. Sono sicuro che il papa sia una brava persona. Non l'ho incontrato, ma non sono d'accordo con il papa, se il papa permettesse all'Iran di avere un'arma nucleare», ha continuato.
Sabato, è stato invece Leone a gettare acqua sul fuoco. «Si è diffusa una certa narrazione, non del tutto accurata, a causa della situazione politica creatasi quando, il primo giorno del viaggio, il presidente degli Stati Uniti ha rilasciato alcune dichiarazioni su di me», ha detto. «Gran parte di ciò che è stato scritto da allora non è altro che un commento su commento, nel tentativo di interpretare quanto è stato detto», ha proseguito, sostenendo che il suo discorso del 16 aprile, interpretato dalla stampa come critico nei confronti della Casa Bianca, «era stato preparato due settimane prima, ben prima che il presidente commentasse su di me e sul messaggio di pace che sto promuovendo». «Eppure», ha aggiunto, «è stato interpretato come se stessi cercando di dibattere nuovamente con il presidente, cosa che non è affatto nel mio interesse».
Insomma, dopo le tensioni, sembrerebbe che entrambi i leader stiano cercando una sorta di distensione. Trump è il primo ad averne bisogno. Criticando duramente il papa, il presidente rischia innanzitutto di alienarsi quel voto cattolico che, nel 2024, aveva invece nettamente vinto. Trump non può permettersi un simile scenario, soprattutto in vista delle Midterm novembrine. In secondo luogo, la Casa Bianca deve fare anche attenzione al 2028: JD Vance e Marco Rubio, entrambi cattolici, sono infatti i principali possibili contendenti per la nomination presidenziale repubblicana. Inoltre, sul fronte dem, uno dei nomi più forti è un altro cattolico, come il governatore della California, Gavin Newsom. Infine, con il suo aspro attacco al papa, Trump ha rischiato indirettamente di rafforzare quei settori filocinesi che, nella Chiesa cattolica, erano usciti sconfitti dal conclave dell’anno scorso. Settori che di certo non hanno appoggiato Leone e da cui il pontefice ha a sua volta necessità di guardarsi con estrema attenzione.
«Non ho difficoltà a dire che Trump si sta comportando come un criminale».
Professor Franco Cardini, suppongo che la sua sia un’iperbole?
«Ma quale iperbole. Per decenni abbiamo dato del criminale a persone che spesso se lo meritavano, ma qualche volta no. E certamente la parola va usata con prudenza».
E stavolta, dopo gli attacchi inediti al Papa e al governo italiano?
«Trump è, almeno formalmente, l’uomo più potente del mondo, il capo di un impero che dai tempi della guerra di Corea perde tutte le guerre, ma che resta pur sempre un impero. E per come si sta muovendo, i casi sono due: o ha bisogno della visita di un medico - ma di uno bravo - oppure è un perfetto criminale, perché fa e dice cose che sono obiettivamente criminose».
A cosa si sta riferendo?
«Non si può accettare, con tutto il beneficio dell’ignoranza che si può accordare a chiunque, che lui dica di essere capace di spazzare via l’intera civiltà persiana. Lui non sa quello che dice: la civiltà persiana è una delle più grandi del mondo. Parla di mettere a ferro e fuoco quasi tutta la Mesoamerica e tutti i Caraibi, e nello stesso tempo continua a far circolare quelle grottesche immagini di lui che pianta la bandiera stellata sul territorio groenlandese».
«Il Papa è un debole». «Il Papa deve capire». «È stato eletto grazie a me». Da storico e intellettuale attento al presente, mi dica se le frasi del presidente Trump contro il Papa hanno mai avuto un precedente, anche andando indietro nei secoli?
«Un potere secolare che abbia parlato del Papa in quei termini? Mai successo nella storia. Mettersi contro il pontefice in un momento come questo non è un gesto paragonabile a quello che può aver fatto Enrico IV nell’undicesimo secolo, o Federico II, e nemmeno Napoleone nel Settecento. Quando c’era la lotta per le investiture gli imperatori parlavano del Papa, e qualche volta dicevano che era un eretico degno delle fiamme dell’inferno, ma non accompagnavano mai queste qualifiche con osservazioni del tipo: “Il Papa dovrebbe occuparsi soltanto di morale”».
In effetti è ciò che ha detto il vicepresidente Vance.
«Ma lui si rende conto di quello che dice? Sa cosa vuol dire “la morale”? La morale è qualcosa che nella vita politica moderna investe qualunque cosa: fare o non fare una guerra è fondamentalmente un fatto morale. Forse alla Casa Bianca pensano che la morale riguardi solo le pratiche sessuali? Trump crede che il Papa dovrebbe amministrare le mutande di ciascuno di noi, e limitarsi a quello».
Sia Meloni che Schlein hanno condannato l’attacco di Trump, in difesa di papa Leone XIV, e anche del governo italiano. È stata una reazione doverosa?
«Un sussulto di amore per la patria che non si vedeva da tempo. Mi sono piaciute entrambe, perché una volta tanto si sono ricordate dell’Abc della vita politica e, diciamolo pure anche se è un termine inflazionato, della democrazia. Un leader politico non è al servizio del suo partito, e tantomeno della sua rete di amici e sostenitori, bensì al servizio della nazione».
Auspica per l’Italia una linea diversa sul piano internazionale, mentre l’incontro a tre Meloni-Macron-Starmer sancisce una possibile «missione pacifica» in Iran?
«Bisogna che si metta da parte l’inveterato occidentalismo - letto da destra e da sinistra - e si colga il momento per ristabilire un minimo di dignità nei rapporti con la superpotenza americana. In questo momento, dopo averci raccontato tante balle sulla società iraniana - retta da un sistema problematico, ma coesa e vitale - sarebbe politicamente opportuno chiedere agli Usa un po’ di rispetto in più. La politica è anche questa».
Che fine farà la Nato?
«È una delle tante domande sul tavolo. La Nato ci ha difeso dai comunisti ieri, ma oggi da che cosa dovrebbe difenderci? E già che ci siamo, parliamo del vero verme nella mela: le Nazioni Unite, oggi assolutamente inutili perché paralizzate da veti incrociati, assolutamente antigiuridici. L’Onu va rifondata».
Come ha reagito il mondo cristiano statunitense di fronte agli attacchi di Trump al Papa?
«Trump si sta alienando le simpatie dei cattolici, ma cerchiamo di andare a vedere cos’è davvero il cristianesimo americano. Ci sono i tradizionalisti, che odiavano Francesco e non amavano Benedetto. Ma ci sono anche gli estremisti, e mi riferisco a quelle scene grottesche che abbiamo visto in televisione: la benedizione a Trump impartita da certi strani figuri. È strano che questi signori non vadano in giro vestiti come il Ku Klux Klan: sarebbe stata una sfilata interessante».
Era la preghiera collettiva dei pastori evangelici nello studio ovale. Nel frattempo, la consigliera spirituale del presidente, aderente al cosiddetto «Prosperity Gospel», dice che «Trump è stato tradito come Gesù».
«È una delle tante piccole chiese, chiesuole, le sette più strampalate, i cascami del cristianesimo americano - che però sono cascami di lusso, perché rappresentano ambienti ricchissimi e influentissimi. Questi gruppi incitano Trump ad andare avanti, e lo finanziano. Anche se forse Trump di finanziamenti non avrebbe bisogno, perché quando un bancarottiero diventa anche capo di Stato fa sì che le casse si riempiano d’oro».
Però possiamo dire che i credenti americani non seguono Trump nella sue dichiarazioni oltranziste degli ultimi giorni?
«Il grosso dei cristiani americani, davanti a questo cumulo di menzogne e di follie, sta reagendo. Ma ribadisco che non bisogna sottovalutare la mina vagante del cristianesimo fondamentalista perché, ripeto, non è fatta solo di sottoproletari che si rotolano per terra quando cantano i predicatori: ci sono anche fior di finanzieri e tecnocrati a guidarli».
Che giudizio dà delle prime file trumpiane, Rubio e Vance?
«Per il momento Rubio sembra ben intenzionato a fare sì che i suoi parenti, amici e collaterali si reimpossessino di Cuba, e forse si accontenteranno di quella. Poi c’è Vance, che potrebbe riservarci un cattolicesimo americanista e bellicista. Non mi sembra un personaggio rassicurante».
Guardando le immagini «provvidenziali» postate recentemente da Trump, in cui si vede il presidente in veste di guaritore miracoloso, che cosa profetizza?
«Quando la politica assume certi aspetti - che noi chiamiamo estremistici - finisce per forza di cose con il tracimare nel fanatismo apocalittico. È una vecchia storia che ci portiamo dietro da duemila anni».
Quale storia?
«Ogni cinque minuti ci diciamo che arriva l’Apocalisse, che poi però non arriva mai. Arriva la peste nera, arrivano i mongoli, ogni volta supponiamo di essere giunti alla fine dei tempi. E invece i tempi proseguono».
E oggi?
«Oggi effettivamente la corsa vorticosa della tecnologia in questi ultimi anni può far pensare di essere prossimi alla fine. A pensarci bene, è più ragionevole pensarlo adesso che non nel Cinquecento, quando c’era qualcuno che identificava l’Anticristo con l’imperatore Federico II».
E Trump si inserisce in questo filone?
«La storia insegna almeno questo: che le potenzialità distruttive dell’essere umano tecnologicamente attrezzato ed economicamente avido come l’homo occidentalis sono davvero impressionanti. E quindi in questo senso Donald Trump - dopo aver rovinato le sue élite, dopo aver rovinato il suo Paese, che ha bisogno di essere aiutato perché si stava già rovinando da solo - potrebbe anche rovinare l’intero genere umano. In questo senso, fa bene a comportarsi da apocalittico».
Il capo della resistenza anti Trump è diventato papa Prevost?
«Dopo gli scossoni del pontificato di Francesco, era sorta l’esigenza di un mite equilibratore. Per questo in principio avevo soprannominato papa Leone “sua mediocrità”, perché ha dovuto a lungo tacere, o parlare in sordina, e intavolare discorsi che sembravano un po’ la scoperta dell’acqua calda. Ma nel momento in cui Trump si è scollegato dalla realtà, Leone XIV ha agito da vero agostiniano: si è ricordato dell’attivismo politico, che consiste nella soggezione dei laici al potere ecclesiastico, quando ci sono momenti particolari in cui l’autorità spirituale deve far sentire la sua presenza. Stavolta il Papa ha parlato forte e chiaro: è stato diretto e ragionevole nello stesso tempo».










