L’importante è non perdere la bussola.
Soprattutto per un boy scout che affronta la vita con lo strumento in tasca. Per orientarsi meglio sul pianeta genderfluid con lampi di woke, più intricato della Foresta Nera, l’associazione ha deciso di aggiungere ai suoi princìpi anche quello denominato «identità di genere e orientamento sessuale». Significa che per gli educatori «la tendenza affettiva non può costituire un criterio di esclusione nel discernimento che le Comunità capi sono chiamate a esercitare quando una persona adulta chiede di entrare per svolgere un ruolo educativo». Traduzione: apertura totale al mondo gay e trans, in linea con i parametri sociali di oggi.
Il passo è legittimo, neppure nel corpo dei Marines sono più tollerate le discriminazioni e la legge «Dont ask, dont tell» (quella che impediva a omosessuali e bisessuali di dichiararlo) è stata abolita da Barack Obama 16 anni fa. Il passo è legittimo ma va contestualizzato. Non si sa come la pensi il fondatore Robert Baden-Powell, il generale inglese che nel 1907 varò il movimento dei ragazzi-esploratori. Ma questo conta poco, è già un successo che in nome della Cancel culture alcuni squatter londinesi (i filosofi) coadiuvati da docenti di Oxford molto progressisti (la manovalanza) non abbiano gettato nel Tamigi una sua statua.
Più interessante sapere da dove arriva il colpo d’ala, qualcuno direbbe «la fuga in avanti». Non dall’Associazione mondiale, non da Scouting America, non dall’italiano Corpo nazionale giovani esploratori (laico). Arriva dall’Agesci, l’associazione guide cattoliche che ha avvertito l’urgenza di codificare la svolta sull’identità di genere. Una spinta singolare, visto che la dottrina cattolica sul tema è molto prudente e la polemica sugli orientamenti sessuali degli educatori (anche lì) continua ad agitare le acque vaticane. Dove la lobby gay è potente e dove papa Francesco incrinò la cupola di San Pietro con la frase: «C’è già troppa frociaggine». Era una risposta alla richiesta di ammettere candidati omosessuali nei seminari e il pontefice ribadiva in romanesco il suo No senza incenso.
La faccenda è delicata anche perché - esattamente come per le problematiche oratoriane con certi sacerdoti - gli educatori dei boy scout hanno a che fare continuamente con allievi minorenni. A esplorare sentieri, a montare tende canadesi, ad affacciarsi su panorami immortali in divisa (camicia azzurra con fazzolettone rosso e bermuda blu) si comincia da Lupetti e Coccinelle a otto anni. L’Agesci ritiene di avere tutto sotto controllo e ha tirato dritto. Lo spiega il documento che istituzionalizza la novità. «L’Agesci ha maturato la convinzione che nel profilo del capo cristiano educatore l’orientamento affettivo e l’identità di genere non possono costituire un criterio di esclusione». Questo perché «la pedagogia dell’accoglienza, radicata nella quotidianità del nostro servizio educativo, rende imprescindibile promuovere percorsi volti al superamento di sentimenti e atteggiamenti omo-lesbo-bi-trans-fobici».
La riflessione era partita nel Consiglio generale del 2022, che aveva dato mandato ai vertici operativi «di avviare percorsi capaci di creare spazi e occasioni di ascolto rivolti alle persone Lgbtqia+ - capi, ragazzi e ragazze, presenti o già usciti dall’associazione - così come alle comunità dei capi, alle famiglie, alle zone e alle regioni, raccogliendo da tutte le parti riflessioni e testimonianze». In questi casi non è difficile virare nella sociologia. Del resto lo scautismo non si limita a valorizzare dettami fisici, ma anche spirituali e morali. Quindi ecco che «sono emerse storie di sofferenza, silenzi e allontanamenti dovuti a pregiudizi, mancanza di strumenti o linguaggi non rispettosi». Da qui il convincimento che l’orientamento sessuale non poteva più essere tra i criteri di scelta delle guide.
Non è il primo adeguamento nella storia del movimento, che oggi conta su 60 milioni di adepti in 200 Paesi del mondo. Nel 1966 la parola «boy» è stata fatta sparire per aprire anche all’universo femminile che premeva per condividere e trasmettere gli insegnamenti universali. Il Metodo Scout di fatto è un codice di valori sul principio dell’«imparare facendo», che delinea la crescita personale degli individui tramite la concretezza del fare a supporto e traino dell’insegnamento teorico.
È il nobile intento di una comunità planetaria, che nei decenni ha visto aumentare il prestigio e ha saputo metabolizzare con il sorriso della saggezza la feroce battuta di George Bernard Shaw: «Gli scout sono bambini vestiti da cretini, guidati da cretini vestiti da bambini». Sciocchezze. Allora zaino in spalla e si parte. Come diceva il fondatore Baden-Powell: «Guardate lontano, e anche quando credete di star guardando lontano, guardate ancora più lontano». Oltre l’orizzonte potreste anche vedere il Gay pride e salire su un carro accanto a un trans in tanga che si crede la Madonna. No problem, basta non dimenticare la bussola.
Volodymyr Zelensky è già costato 200 miliardi. E ora scatta il prestito da 90. Ma, per favorire Friedrich Merz, Bruxelles apre a Kiev mentre ci vieta l’uso di soldi nostri per il caro energia.
Però, se per la Germania c’è solo da guadagnare, per l’Italia c’è solo da perdere e, dunque, il disegno è da respingere in blocco, perché se l’Ucraina diventasse membro della Ue saremmo cornuti e pure mazziati.
Cominciamo col dire che finora Kiev è costata all’Europa una montagna di miliardi e, siccome il nostro Paese è tra i contributori netti, ossia versa nelle casse di Bruxelles più soldi di quelli che riceve, una parte di quel denaro l’abbiamo pagata noi, cioè i contribuenti italiani. E se passasse il piano tedesco, saremmo ancora noi a sostenere la ricostruzione e l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione. Oltre all’assegno di 200 miliardi che la Ue ha già staccato, oltre a quello di 90 che presto staccherà, dovrà aggiungere molte altre decine di miliardi. Nessuno infatti si può illudere che sarà Mosca a finanziare la ricostruzione, né che i soldi arrivino dagli States: Trump lo ha già fatto capire e ha già stretto l’accordo sulle terre rare che più gli interessava.
L’aspetto più paradossale della proposta del cancelliere di latta (così lo chiamano in patria, dove il consenso è ai minimi) è che a Kiev, pur senza diritto di voto, sarebbe concesso ciò che a un Paese fondatore come l’Italia non è consentito, cioè di non rispettare alcun parametro di bilancio. A noi fanno la predica e minacciano sanzioni nel caso i conti pubblici sforino il limite dello zero virgola. Mentre con l’Ucraina - che tecnicamente, se non fosse sostenuta dai fondi europei (cioè nostri) sarebbe fallita - non si chiude un occhio ma tutti e due. Da anni neghiamo l’ingresso nella Ue alla Serbia e ad altri Paesi, ma con Kiev siamo pronti a srotolare i tappeti rossi. Inoltre, quella dei conti non sarebbe la sola eccezione. L’Europa pretende che gli Stati, oltre a soddisfare determinati parametri di bilancio, rispettino anche alcune regole democratiche, come elezioni, libertà di stampa, diritti delle opposizioni, lotta alla corruzione. E come si fa con un Paese dove la democrazia è sospesa dalla legge marziale, non si vota da tempo e l’opposizione, se non piace a Zelensky, non ha diritto di rappresentanza, mentre l’apparato statale è zeppo di ladri? Come si può accogliere a braccia aperte uno Stato che vieta l’espatrio ai propri cittadini che hanno l’età per essere mandati al fronte? Anche un bambino capirebbe che non puoi far entrare in pace un Paese che è in guerra, perché significherebbe portare dentro casa un conflitto. Ma a Merz tutto ciò importa poco. Al cancelliere, che è riuscito nell’incredibile opera di far scavalcare la sua Cdu dal partito di destra Afd, importa di salvare la poltrona con un incredibile gioco di prestigio, ovvero rilanciare un’economia in crisi con la ricostruzione dopo la guerra.
L’ingresso dell’Ucraina, oltre alle incongruenze e ai probabili costi, avrebbe anche un secondo effetto. Kiev ha una importante produzione agricola e domani, se facesse parte della Ue, avrebbe diritto a ricevere i fondi che oggi vengono divisi fra i principali Paesi dell’Unione. In pratica, la torta dei soldi Ue, che già oggi non riesce a soddisfare le esigenze degli agricoltori, dovrebbe essere divisa con il nuovo ospite che, viste le dimensioni della sua produzione, rischia di prendersi la fetta più grossa. Insomma, avete capito. Così come su gas e bollette il sostegno a Kiev non è stato gratis (ricordate la celebre frase di Mario Draghi, «si tratta di scegliere tra pace e aria condizionata»?), così fare entrare l’Ucraina nella Ue e consentirle di beneficiare dei finanziamenti a sostegno della propria economia non sarebbe indolore, bensì una mossa che verrebbe pagata da contribuenti e produttori.
In altre parole, Merz vuole applicare la solita ricetta würstel e crauti, dove noi però saremmo il würstel. Non so voi, ma io di finire nel piatto della Germania non ho alcuna voglia.
C’era una volta l’Europa.
Adesso ce ne sono almeno due. C’è quella della Londra multietnica e multiculturale, con il 15% di residenti musulmani e con il sindaco Sadiq Khan, di origini pakistane, islamico, che posta sui social le sue foto del pellegrinaggio alla Mecca. E c’è quella dell’Ungheria che difende le sue radici cristiane. Anche costringendo il nuovo premier, Péter Magyar, quello che doveva riportare il sereno nei burrascosi rapporti con l’Ue dei laicisti militanti, a rimangiarsi la proposta di modificare la Carta fondamentale della repubblica, purgandola dai riferimenti alla «cultura cristiana».
Il mayor della City, sui social, si è detto «davvero onorato e fortunato per aver potuto praticare lo Hajj», il pellegrinaggio musulmano nella città santa, che tutti i fedeli devono compiere almeno una volta nella vita. «Alhamdulliah», ha scritto Khan: «Sia resa grazia a Dio». «Lo Hajj», ha continuato il sindaco laburista, in carica da dieci anni, «è un viaggio che genera un profondo cambiamento nella vita e che simboleggia eguaglianza, unità e la nostra umanità collettiva. Lo Hajj, nella sua sostanza, simboleggia l’umiltà, il perdono e la rinascita attraverso il miglioramento di sé. Ovviamente», ha promesso Khan, «ricorderò tutti i bisognosi di Londra e del mondo nelle mie preghiere e nelle mie due», le suppliche personali che i credenti rivolgono ad Allah.
Nulla di strano, nulla di riprovevole: il primo cittadino della capitale britannica non ha mai fatto mistero della propria appartenenza religiosa e non ha certo reso la città meno liberale, meno laica e meno gay friendly per il fatto di essere un seguace di Maometto. La sua visita alla Mecca è piuttosto l’emblema di una trasformazione demografica e culturale del Regno Unito. Ed è un episodio che arriva a pochi giorni dalla bizzarra cerimonia di insediamento del collega di Birmingham, la seconda città più popolosa del Paese: il Lord mayor, Zaker Choudri, di origini pakistane come Khan, si è portato in Consiglio comunale un officiante islamico, che ha deliziato l’assemblea intonando una litania. Sono fotografie di una grande metamorfosi; istantanee di una sottomissione che, per usare una formula adesso tanto di moda, non abbiamo visto arrivare. Non c’è stato bisogno di jihad, men che meno di attentati. È successo e basta, sotto i migliori auspici della politica progressista, che ci catechizzava sull’urgenza di spalancare i confini, di allargare gli orizzonti, di diventare inclusivi e di abbandonare le nostre mentalità chiuse e passatiste.
Quello della globalizzazione, tramutatasi nel grimaldello di un colonialismo al contrario, non è però l’unico modello possibile. La musica cambia parecchio, se da Londra ci si sposta più a Est. Stesso continente, altro mondo. In terra magiara, infatti, le petizioni popolari da oltre 40.000 firme e le proteste di Fidesz, il partito dello sconfitto Viktor Orbán, che comunque occupa 52 seggi in un Parlamento tutto sbilanciato a destra, hanno costretto Tisza, lo schieramento del nuovo primo ministro, a rinunciare a una delle sue promesse elettorali. Ossia, rimuovere un paragrafo che era stato aggiunto alla Costituzione, nel 2024, dall’Ufficio per la protezione della sovranità, anch’esso in predicato di essere abolito, che recita: «È dovere di tutti i corpi dello Stato proteggere l’identità costituzionale e la cultura cristiana». Magyar in persona ha dovuto farsi garante di una modifica all’emendamento abrogativo, la cui paternità, peraltro, spettava a suo cognato, il deputato Márton Melléthei-Barna.
Il premier non avrà perso il sonno per questo: nella foga di celebrare il rientro di Budapest nei ranghi europeisti, si dimentica troppo spesso che Magyar non è certo la colonna ungherese del campo largo. È un conservatore, già esponente di Fidesz, con una vita privata chiacchierata per via di presunte soperchierie sulla ex moglie, impegnato in un’opera di «de-orbanizzazione» del Paese, funzionale più all’obiettivo di dargli un’impronta personale che rispondente ad autentiche prese di posizione etiche.
Gli eurocrati potranno consolarsi con un’altra retromarcia, stavolta rispetto agli strappi di Orbán: il Parlamento magiaro, infatti, ha bloccato le procedure di ritiro dalla Corte penale internazionale, avviate dal precedente esecutivo, in polemica con l’incriminazione di Benjamin Netanyahu.
L’Ungheria non è l’unico Stato, nella parte orientale del Vecchio continente, ad aver mantenuto vivi i riferimenti al fondamento religioso della civiltà europea. Il preambolo della Costituzione polacca, ad esempio, riconosce «il ruolo del cristianesimo nel preservare la nazione». La Carta slovacca rivendica «l’eredità spirituale di Cirillo e Metodio», gli «apostoli degli slavi», i due fratelli bizantini, evangelizzatori delle regioni storiche di Pannonia e Moravia e inventori dell’alfabeto glagolitico. In modo più generico, la Repubblica Ceca allude alla «ricchezza spirituale» della sua cultura. Tali richiami hanno già provocato frizioni con le istituzioni Ue, fedeli - loro sì, in un senso paradossalmente e fanaticamente religioso - al principio della laïcité. D’altronde, quando Giorgia Meloni, durante una manifestazione del centrodestra a Roma, nel 2019, si permise di definirsi «cristiana», venne fuori un putiferio. Perché c’è Europa ed Europa. C’è l’Europa di chi si vergogna della Storia da cui proviene. C’è l’Europa di chi ne va fiero. E c’è l’Europa di chi occupa con il Corano il vuoto lasciato dal nichilismo. C’è l’Europa di San Francesco, che provava a convertire il Sultano. E c’è l’Europa dei volenterosi, sul piede di guerra con la Russia e felici dei loro sindaci che cantano insieme ai muezzin e vanno in pellegrinaggio alla Mecca. Non è nemmeno un’Europa islamizzata. È solo un’Europa che non crede più in niente.
Quante volte sentiamo ripetere che bisogna ascoltare i giovani?
Dopo ogni episodio di violenza, il ritornello è il medesimo: non li stiamo abbastanza a sentire. C’è persino chi rinuncia a sporgere denuncia dopo avere subito un pestaggio, come i professori di Parma che ritengono «più educativo» evitare le vie legali agli studenti che li hanno presi a cinghiate sghignazzando. E allora apriamo bene le orecchie e ascoltiamo che cosa ci dicono alcuni di questi ragazzi. Anzi, basta sentirne uno solo, che però può facilmente fungere da rappresentante di una generazione. Parliamo di Adam Sayf Viacava, classe 1999, in arte Sayf. Musicista, trombettista, rapper, è arrivato secondo al festival di Sanremo dopo Sal Da Vinci, e si è distinto per un tormentone nemmeno troppo banale, anzi ricco di sprazzi di intelligenza. Sayf parla bene, è garbato e sa essere profondo. Ha successo, e sa esprimersi con diversi linguaggi. Soprattutto, però, Sayf è rappresentativo non solo dei giovani italiani ma soprattutto dei cosiddetti «nuovi italiani», le seconde e terze generazioni, magari nate in Italia da genitori stranieri o giunte qui durante l’infanzia. Sayf in realtà è un caso un po’ particolare: è figlio di un padre italiano e una madre tunisina.
Proprio a Sanremo ha voluto abbracciarla davanti alle telecamere, con un po’ di emozione e un pizzico di italica ruffianeria. Poco importa. Quel che conta è che egli sa che cosa significhi vivere sospeso tra due culture, essere un «italiano ma anche». È lui stesso a dirlo, e questo basta a smentire tutti i fenomeni che, nei talk show televisivi, se la prendono con la destra accusandola di volere «la purezza del sangue». È inutile cercare scuse: la cultura sarà pure liquida, ma è un liquido denso, che non si assorbe e non si elimina facilmente. Ed è ovvio che chi arriva da fuori o cresce in una famiglia con usi e costumi - per dire - magrebini sia diverso da chi è italiano di antico conio. È un fatto, non un'opinione.
Sayf dimostra di esserne conscio. Lo fa parlando a Gianluca Gazzoli nel podcast Bsmt. Il conduttore gli domanda: «Le tue origini, come sono state vissute? Non mi ricordo se l’hai detto in un’intervista. Oggi essere di seconda generazione può essere una cosa figa, una cosa diversa. Magari invece in passato era un po’ più penalizzante, quando eri piccolino». Sayf per tutta risposta sorride. «Prima magari era più figo essere metà inglese. Era diverso», dice. «C’è da dire che io non ho la faccia dello stereotipo del tunisino, quindi non l’ho mai patita tanto. Grazie a Dio non ho mai subito il pregiudizio diretto, quello basato esclusivamente sul canone estetico. L’ho subito magari nel tempo perché avevo i rasta, dalle forze dell’ordine, perché magari sei preso di mira, “ha i dread e si fuma le canne”. Però non l’ho mai subito direttamente. Quindi nel senso mi sono salvato». E fin qui è il solito discorso sulle difficoltà a essere accettato. Ma poco dopo Sayf sorprende. «Da piccolo mi vergognavo di sta cosa qua tanto. Infatti anche litigavo con mia madre, ma da bambino le dicevo: ma siamo in Italia, dobbiamo parlare italiano. Non ho mai voluto imparare a leggere l’arabo, a scrivere l’arabo, perché mi vergognavo, perché non era una cosa vista bene. Perché poi nei telegiornali i terroristi erano tutti arabi... Perché non so, sei diverso, ti stai accollando di essere diverso e in quel momento avevo un po’ l’idea di poter scegliere in realtà, perché mio padre è italiano, mia madre è tunisina e quindi è come dire: da che parte stai? Giù in Tunisia che magari ti chiedono: ma tu ti sentivi italiano o più tunisino?». A modo suo, Sayf chiarisce la tensione che inevitabilmente e drammaticamente queste generazioni vivono. Sei italiano o tunisino? Non è una domanda razzista, è un dubbio che si pone chi è sospeso fra due mondi. Del resto in Tunisia lui ci ha passato molto tempo: «Sempre, da quando sono nato a sei mesi ero in Tunisia, ho tutti i parenti da parte di mia madre, sono cresciuto anche un po’ giù, non so come dire». Ed ecco la parte più suggestiva del discorso. Sayf spiega che cosa faccia scattare la molla identitaria. Essere tunisino, per lui che non voleva parlare arabo, a un certo punto «è diventato un motivo di orgoglio... Anche per tutto quel peso che uno si porta dietro, di sentirsi un emarginato, di sentirsi uno di quelli sotto la soglia di povertà. [...] Allora, per riscatto, ancora di più prende valore dire “no ma invece io sono anche tunisino”». Ecco il punto. Da bambino che vuole essere italiano passa a ragazzo che si sente orgogliosamente tunisino. Perché? Per riscatto. Perché non gli piace come si trova. Per aver qualche cosa di diverso e più figo. È una scappatoia identitaria: l’Italia mi delude? Posso diventare altro, perché in fondo lo sono. Ed è così che l’assimilazione diventa impossibile. In alcuni casi, l’adesione all’altro diventa odio per l’Italia e l’Europa, diventa violenza e sopraffazione. È la realtà dell’immigrazione sul lungo periodo: ascoltate bene Sayf.









