Giusto il tempo di una tregua olimpica e in Italia riparte quella che un po’ prosaicamente è stata definita la saga del «pezzotto». Cloudflare, il colosso tech a stelle e strisce che garantisce velocità e sicurezza alle connessioni di una fetta importante dell’internet globale (supporta il 40% delle aziende Fortune 500) contro l’Agcom. Secondo quello che risulta alla Verità, infatti, nelle prossime ore, già domani, la multinazionale guidata da Matthew Prince presenterà ricorso al Tar contro la sanzione (multa da 14 milioni di euro) che, parola di cofondatore, sarebbe stata presa senza «un giusto processo» e «per conto di una cricca di élite mediatiche europee scollegata dalla realtà».
È così? Per capirlo bisogna tornare indietro di qualche puntata, in una «serie» che ne ha già mandate in onda diverse. Tutto nasce infatti dal proliferare di siti pirata e accessi irregolari agli eventi, soprattutto le partite di calcio, a pagamento.
L’Autorità garante delle comunicazioni e la Lega Calcio avevano chiesto mesi fa a Cloudflare di deindicizzare i trasgressori e fornire i dati relativi ai clienti che le provano tutte per bypassare illegalmente gli abbonamenti. Insomma, stoppare le piattaforme abusive.
Detta così, può sembrare un’operazione banale e condivisibile, il punto è che bloccare o censurare un’applicazione non rientra tra le attività della società californiana che anzi preferisce tenersene ben lontana. Seguendo le indicazioni Agcom, sarebbero i provider stessi a fermare i contenuti segnalati da privati senza nessuna supervisione giudiziaria. Insomma si prenderebbero tutta la responsabilità della scelta. Cloudflare -così spiegano dal quartier generale di San Francisco - subirebbe, come altre aziende del settore, un potente disincentivo economico a investire in Italia: cosa che, si suppone, un governo sia interessato a evitare.
Senza contare che, se dovesse cedere al pressing dell’authority italiana, la piattaforma americana sarebbe sommersa da richieste analoghe in arrivo da mezzo mondo.
Non solo. C’è anche una questione tecnica dirimente. L’operazione chiesta a più ripresa dall’Agcom agisce sugli indirizzi IP e non solo sui domini e quindi mette a rischio anche siti e app che lavorano nel pieno rispetto delle regole. Come ne uscirebbe la reputazione di una delle azienda leader per la connettività globale?
Senza dimenticare che l’ammontare stesso della multa è considerato sproporzionato. In Italia, Cloudflare gestisce infrastrutture critiche per e-commerce, piattaforme di servizi digitali e siti istituzionali, certo, ma le entrate nel Belpaese non superano gli 8 milioni. Una sanzione pari all’1% del fatturato mondiale appare oggettivamente fuori scala.
Per questo a gennaio, a multa fresca, Prince aveva minacciato di interrompere i servizi di sicurezza informatica pro bono da diversi milioni di dollari assicurati all’Italia, compresi quelli per le allora imminenti Olimpiadi di Milano-Cortina. Si era rischiato un incidente geopolitico con tanto di coinvolgimento di Elon Musk e del vicepresidente americano Vance. Ma poi i toni si sono placati. C’è stata una sorta di tregua olimpica che, adesso, a Giochi conclusi, termina ufficialmente con l’annuncio della presentazione del ricorso al Tar.
Oltre ai punti di merito visti prima la multinazionale Usa dovrebbe anche ricordare che a fine 2025, il Consiglio di Stato aveva ordinato all’Agcom di condividere i documenti su cui si basa il sistema Piracy Shield. Parliamo della piattaforma online gestita dalla stessa authority che ha l’obiettivo di bloccare in tempo reale i siti web e gli indirizzi IP che trasmettono illegalmente eventi sportivi in diretta. Quelli che Cloudflare, appunto, avrebbe dovuto segnalargli.
Ecco, secondo i manager sella società di San Francisco, quell’ordinanza non è mai stata rispettata. Anzi. Cloudflare avrebbe potuto consultare solo un numero assai limitato di atti esclusivamente attraverso legali esterni. Dove? Per la sede sarebbero stati scelti gli uffici distaccati dell’authority a Napoli e comunque con la supervisione di funzionari della stessa agenzia. Una sorta di corsa ad ostacoli.
Perché un comportamento così ostativo? Come è stata possibile una tale mancanza di trasparenza? Per giunta con la necessità di avere dei controllori all’atto della consultazione? Anche per questo in California, la decisione di fare ricorso al Tar è sembrata praticamente obbligata.
Milano, Roma, Torino: si saldano le manifestazioni di Potere al popolo, Usb, antagonisti, pro Pal. La protesta anti-Usa si fonde con quella anti- riforma: nella capitale bruciata una foto di Meloni e Nordio. Conte e Grosso costretti a prendere le distanze. A fuoco immagini di Trump e bandiere di Israele.
I più pacati scandivano «governo Meloni dimissioni» o «cacciamo il governo dei fascisti guerrafondai», esibendo striscioni sui quali avvertono: «Non ci arruoliamo». Poi a comando saltellavano, intonando «chi non salta è un fascista», sulle note di Bella ciao, cercando goffamente di fare il verso alla premier che saltava con il ministro degli esteri, Antonio Tajani, lo scorso novembre in chiusura dell’intervento al comizio dei big del centrodestra a Napoli, mentre la folla intonava «Chi non salta comunista è».
Ma la violenza che percorre manifestazioni come quella del Comitato No sociale, ieri a Roma, dove ai presunti pacifisti si mescola ogni genere di attivisti avvolti in kefiah e sventolando pure la bandiera di Hezbollah, ha portato subito a bruciare con fumogeni due immagini. La prima, che raffigurava il presidente del Consiglio mentre teneva a guinzaglio e con la museruola il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, recava la scritta «No al vostro referendum».
Sulla seconda fotografia, con la stretta di mano tra Meloni e il premier israeliano Benjamin Netanyahu, era scritto: «No al vostro genocidio, 75.000 civili uccisi, 2 milioni di sfollati». I manifestanti saranno denunciati per vilipendio delle istituzioni, anche attraverso l’analisi delle immagini registrate dalla Scientifica.
In piazza a Roma, Milano e Torino c’era un po’ di tutto, da Potere al popolo a collettivi studenteschi come Osa e Cambiare Rotta; da Movimento migranti e rifugiati di Napoli a No Ponte Calabria; da Global movement to Gaza a Unione democratica arabo palestinese; da Moschea Omar a Emilia por Cuba passando per Strasaffica e via con le sigle che fremono per avere visibilità. Tra i cartelli, «Giù le mani dall’Iran», «Nessuna base, nessun soldato. Fuori l’Italia dalla Nato» e anche «No al colonialismo». Dimostranti hanno esibito uno striscione con scritto «Contro le aggressioni imperialiste. Difendere Cuba socialista». L’Associazione nazionale magistrati è intervenuta sulla violenza di quelle fotografie strappate e del messaggio devastante che gesti simili vogliono trasmettere. «Esprimiamo la nostra solidarietà alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e al ministro della Giustizia Carlo Nordio per quanto accaduto al corteo di Roma. Il nostro invito ad abbassare i toni nel corso di questa campagna referendaria è sempre valso e sempre varrà per chiunque e a prescindere dai propri orientamenti personali e collettivi», ha fatto sapere.
Solidarietà è stata espressa dal presidente del Comitato Giusto dire No, Enrico Grosso. «Pensare che bruciare le immagini di Nordio e Meloni sia un atto che contenga un qualche senso è quanto di più distante dal nostro modo di intendere questa campagna referendaria», ha detto. Ed è stato costretto a pronunciare parole di condanna anche Giuseppe Conte, presidente M5s: «Questo governo deve andare a casa con la forza delle idee e della democrazia, non a colpi di odio e violenza. Mancano una manciata di giorni all’appuntamento del referendum, a chi scende in piazza oggi (ieri per chi legge, ndr) e nei prossimi giorni dico: continuiamo a spiegare e ribadire le ragioni del No democraticamente». Ringrazio di cuore chi ha manifestato la sua solidarietà, in particolare il presidente del Comitato per il No, Enrico Grosso, e l’Anm. Auspico anche io che nei prossimi giorni il dibattito si mantenga nei termini indicati da Sergio Mattarella, con pacatezza e lealtà, sui reali contenuti. Naturalmente questi eccessi aggressivi, lungi dall’intimorirmi, mi sollecitano a proseguire con sempre maggior determinazione e vigore», ha dichiarato Nordio.
Il corteo romano, partito da piazza della Repubblica, si era concluso a piazza San Giovanni dove zainetti rosa e fagotti bianchi cosparsi di petali volevano ricordare le 175 bambine della scuola elementare Shajareh Tayyebeh in Iran, uccise da un missile americano nel primo giorno di bombardamenti. Manifestazioni che si dichiarano contro la violenza, eppure la fanno entrare. Come è accaduto ieri a Milano, dove alcuni manifestanti hanno bruciato una bandiera di Israele lungo un corteo partito dall’Arco della Pace con lo slogan «Contro guerra imperialista e sionismo». Promosso da realtà antagoniste nell’ambito della tre giorni di eventi per ricordare Davide Cesare, «Dax», ucciso nel 2003 da militanti di estrema destra, è stato il pretesto per occupare ancora una volta il Palasharp. Anche a Torino, nel corteo regionale per la Palestina, sotto una pioggia battente è stata bruciata la bandiera di Israele.
Ieri Meloni ha rilanciato sui social un video in cui il costituzionalista (ed ex parlamentare del Pd) Stefano Ceccanti spiega le ragioni del Sì al referendum. «Il professor Ceccanti, sicuramente non tacciabile di essere un mio sostenitore o elettore, spiega in pochi secondi perché votare Sì al referendum. Un invito ad andare oltre appartenenze politiche e contrapposizioni ideologiche, guardando semplicemente al merito del quesito».
Il Comune di Bologna, guidato dal sindaco Matteo Lepore, per combattere la piaga della diffusione di una droga micidiale come il crack distribuisce pipette sterili nella logica di diminuire il danno. Il Comune di Torino fa lo stesso. Nel capoluogo del Piemonte «l’emergenza in questo momento si chiama crack.
Attualmente non abbiamo dei protocolli strutturati su come contrastare la diffusione del crack e la sua dipendenza, perché ha un percorso totalmente diverso dall’eroina… Una delle ipotesi che si sta sviluppando e che si sta attuando è almeno la distribuzione delle pipette sterili». Così Claudio Cerrato, capogruppo Pd in Consiglio comunale. «L’insicurezza ha due fattori chiave, dipendenza da crack e reiterazione dei reati. Un approccio integrato di salute pubblica e inclusione sociale… Questa cosa», ha aggiunto, «aiuta almeno nell’evitare la diffusione di alcune malattie e dall’altra serve per un tentativo di aggancio degli operatori». Così «noi abbiamo proposto questo genere di approccio all’Asl in maniera più forte, perché dopo che hai sgombrato la Gondrand, se non agganci in qualche modo», il rischio è la «recidiva» di reati. La distribuzione di pipe, ha confermato, «è tra le politiche di riduzione del danno…».
A me questo tipo di approccio, più che una politica di riduzione del danno mi pare una politica che non scardina l’origine del danno e cioè lo spaccio del crack. Se non lavori su quello, tutto il resto, anche nelle migliori intenzioni, non va verso la soluzione del problema. Sarebbe stato come distribuire siringhe sterili a coloro che si facevano, o si fanno, gli eroina per evitare il diffondersi di contagi e di malattie come, ad esempio, l’Aids. Inoltre, l’altra strada è quella di aiutare quelli che ci sono cascati già. E per questo ci sono le comunità di recupero. In Emilia-Romagna non mancano. È legittimo che qualcuno non sappia esattamente di cosa si tratta e allora conviene spiegarlo utilizzando ciò che è scritto sul sito della comunità di San Patrignano, che è proprio in Emilia Romagna. «Il crack è una sostanza stupefacente stimolante, derivata dalla cocaina, nota per la sua elevata capacità di indurre dipendenza rapida e per gli effetti devastanti sulla salute fisica e psichica. Diffusosi a partire dagli anni ottanta, si presenta sotto forma di piccoli cristalli (“rocce") che vengono fumati, producendo un caratteristico scricchiolio (in inglese crackling) quando scaldati… Viene fumato utilizzando apposite pipe di vetro o, spesso, strumenti di fortuna (lattine, bottiglie)… Fumatolo, il principio attivo raggiunge il cervello in pochi secondi, provocando un intenso effetto euforico, di benessere e un’accelerazione del pensiero. L’effetto è estremamente intenso ma breve, durando dai 3 ai 15 minuti, seguito da un brusco calo che spinge al consumo compulsivo. Il consumo prolungato porta a forte aggressività, stati paranoici, allucinazioni e sintomi simili alla schizofrenia... Il crack può causare arresti respiratori e cardiaci, ictus, infarto e morte per overdose (spesso bastano 800 mg). Inoltre, l’uso di pipe improvvisate causa lesioni orali (ustioni, vesciche, ulcere) e aumenta il rischio di trasmissioni di malattie infettive… A differenza della cocaina aspirata, il crack crea una compulsione neurobiologica immediata e fortissima… Il suo costo relativamente basso e la rapidità dell’effetto lo rendono attraente, coinvolgendo spesso fasce di popolazione vulnerabili, giovani e giovanissimi. Il crack è una sostanza illecita, il cui consumo comporta gravissimi rischi sanitari e sociali. La dipendenza da crack richiede un intervento specialistico e un percorso di disintossicazione».
Se a capire queste cose non ci arriva l’intelligenza naturale, si può ricorrere a quella artificiale andando su Google e digitando il termine crack. Non occorre essere specialisti della materia, o occorre solo fare uso di una dotazione anche medio bassa di materia grigia. Infatti, come sopra detto, la dotazione di pipette sterili può avere l’effetto positivo di evitare lesioni orali trasmissioni di malattie infettive. Punto. Nient’altro. Si dirà che questo non è poco perché si può evitare nel male il peggio, ma è francamente una consolazione magra e sterile. Il crack non è distribuito da soggetti soprannaturali e invisibili. Si conosce la rete di distribuzione e, ove non la si conosca, non è difficile individuarla. O si spezza quella o il crack continuerà a diffondersi ad una velocità impressionante per i due motivi citati: costa poco e crea una dipendenza quasi immediata. Come si può pensare che distribuendo delle pipetta sterili si attenui il danno? Quale danno? Quello delle infezioni. Ma qui l’infezione è lo spaccio e coloro che lo fanno vanno tolti dalla circolazione e nel frattempo occorre aiutare quelle persone che sono cadute in questa dipendenza e che da sole non possono assolutamente uscirne. Vanno curate da specialisti, vanno seguite e vanno, possibilmente, portate via da quella vita così come succede nelle comunità di Recupero di cui abbiamo parlato.
Ci siamo dilungati nella spiegazione di cosa sia questa droga bestiale e di quali siano le conseguenze fisiche, purtroppo molto veloci, che hanno sul corpo e sul cervello delle persone. La distribuzione delle pipette, lo ripeto: anche nel caso delle migliori intenzioni, non è certo il punto di partenza per debellare questo fenomeno infernale. Con le fiamme dell’inferno non si lotta con dei secchi d’acqua.
Continua la faida tra il governatore della Liguria Marco Bucci e il direttore del Secolo XIX Michele Brambilla. Quest’ultimo ha accusato il primo di avere pubblicato una loro chat privata, Bucci ha ricordato che ad autorizzarlo era stato pubblicamente il giornalista. Fatto sta che alla fine, in questa guerra fatta di accuse di schedature di giornalisti ritenuti dal politico autori di articoli orientati, è stato il direttore a pubblicare online quasi integralmente la sua chat con Bucci.
Un dialogo da cui emergono i messaggi critici del governatore per alcuni articoli, ma anche le risposte cortesi e di grande disponibilità del direttore. Per esempio è lo stesso Brambilla che, di fronte alla contestazione di parzialità da parte del sindaco di Sestri Levante (lamentela inoltrata da Bucci), ammette: «Ho parlato con Daniele Grillo […] dice che effettivamente prima, con il capo precedente, l’edizione era sbilanciata, ma adesso non più. Parlerà con il sindaco di Sestri […]». Poi offre spazio e rimarca che il suo mandato è di «essere imparziali e dare spazio a tutti». All’arrivo di Brambilla, Bucci si mostra molto fiducioso e scrive: «Faremo insieme una grande Liguria». Il giornalista cerca di mantenere buoni rapporti. Promette verifiche sugli articoli contestati e possibilità di repliche. Evita lo scontro. Un paio di mesi dopo essersi insediato, scrive al governatore: «Se vuoi ci sentiamo e ti segnalo un paio di persone che potrebbero fare qualcosa per la cultura». In un’occasione Bucci si complimenta per un articolo di fondo scritto da Brambilla («Hai fatto un ottimo lavoro»). Il direttore risponde con entusiasmo: «Grazie Presidente!!!!!». Quando Bucci si lamenta, le risposte sono diplomatiche: «Adesso leggo e ti dico»; «Oggi rimediamo, promesso»; «Segnala sempre»; «Ok, ne parlo con la redazione»: «Ho parlato con i miei, se vuoi ti dico». Tutte risposte che forse a un politico lasciano immaginare spazi di manovra. In un’occasione Brambilla annuncia: «Domani esce pezzo Cisl. L’ho titolato io». Risposta: «Grazie». Altro messaggio: «Dimmi quando puoi la prossima settimana che ti faccio l’intervistona di Natale (spero che tu abbia visto che abbiamo intervistato anche tutti i tuoi assessori… una paginata a testa)». Brambilla precisa che l’intervista uscirà in uno dei giorni in cui il quotidiano vende di più.
Di fronte alle lamentele di Bucci («Mi sembra un articolo completamente strumentale») per un pezzo riguardante le presunte pecche nei servizi dedicati alle persone senza fissa dimora, Brambilla rassicura Bucci: «Farò fare un servizio sul Massoero (un asilo notturno, ndr). La settimana prossima ci vediamo». Ma quando l’Ordine dei giornalisti scopre i «dossier» sugli articoli del Secolo preparati dallo staff di Bucci, scoppia il finimondo e tra i due protagonisti volano gli stracci. Con tanto di denunce e controdenunce (annunciate da Bucci). Ieri Brambilla ha picchiato duro sul suo giornale: «Marco Bucci ha passato il limite pubblicando senza chiedermi l’autorizzazione le mie chat con lui. Sono tra l’altro chat in cui, se uno le legge tutte, è chiaro che io protesto per le sue ingerenze». Quindi ha accusato il governatore di avere «mentito in qualità di presidente della Regione Liguria». Il motivo? Ha affermato di «non sapere nulla di un vademecum per le elezioni amministrative, cioè di un manuale di istruzioni su come il Secolo avrebbe dovuto seguire la sfida tra Silvia Salis e Pietro Piciocchi». E aggiunge: «L’unico che ne esce male è Bucci, che anche ieri ha perseguito il suo disegno di menzogna, sostenendo che io ero d’accordo con lui nel confezionare dossier contro i miei giornalisti». Il governatore ieri su Facebook ha controreplicato ad «accuse e insinuazioni» di Brambilla. Innanzitutto nega che i messaggi con il vademecum inviati dall’editore siano a lui riferibili: «Le chat […] non contengono in alcun punto il mio nome e in nessuna maniera possono essere a me attribuibili. Non rappresentano alcuna prova». Non basta: «I documenti apparsi in fotografia e menzionati (da Brambilla, ndr) non sono roba mia né del mio staff. Non so come possa aver dimostrato che sono i miei». Quanto all’autorizzazione alla pubblicazione delle chat quella, evidenzia Bucci, l’ha data lo stesso Brambilla «a mezzo stampa in data 12 marzo» e, quindi, per il politico, «lascia sbigottiti l’ennesima bugia» del giornalista, che, «per primo e senza alcuna autorizzazione, ha fatto pubblicare un messaggio […] attribuito» a Bucci. Per tutto questo il governatore fa sapere che, «a tutela dell’immagine di Regione Liguria», la vicenda anziché sui giornali, da adesso, verrà affrontata nelle aule giudiziarie. Ma da questa guerra senza esclusione di colpi tra il presidente di centrodestra della Regione e il principale quotidiano locale l’unica a trarre vantaggio saranno la sindaca Silvia Salis e la sua maggioranza.










