Non possono passare sotto silenzio le parole con cui il presidente del Consiglio europeo, il portoghese Antonio Costa, ieri ha presentato i lavori del vertice informale dei capi di governo dei 27 Stati membri: «La vera priorità è sbloccare i fondi privati, mobilitare i nostri risparmi per investire nelle nostre aziende e creare un ecosistema di investimento più dinamico e vivace».
Non è la prima volta che i vertici delle istituzioni europee si esprimono in questi termini e ogni volta che lo fanno, un brivido dovrebbe correre lungo la schiena non solo dei risparmiatori ma anche di tutti gli operatori del settore finanziario.
Perché questa dichiarazione – con gli obiettivi che si prefigge di raggiungere e gli strumenti che pensa di utilizzare – ha due immediate conseguenze: la prima è che i risparmiatori – quasi tutti, tranne quelli che tengono i contanti sotto il materasso – potrebbero essere presto interessati da un sistema di incentivi (o disincentivi) nelle scelte di allocazione dei loro risparmi, perché altrimenti continuerebbero a tenerli «bloccati»; la seconda è che, implicitamente, oggi il settore finanziario non sta facendo bene il suo mestiere, che è proprio quello di consentire al risparmio di fluire verso gli investimenti di qualsiasi natura (reale o finanziaria). Significa ammettere che il mercato mobiliare europeo non funziona, cioè non riesce a prezzare adeguatamente il rischio e a investire in iniziative ad alta redditività.
Ma, soprattutto quest’ultima, è una conclusione che fa a pugni con la realtà. Perché è sotto gli occhi di tutti la profondità dei mercati mobiliari europei, la relativa liquidità e numerosità degli strumenti ivi quotati. Certamente, non siamo nell’ordine di grandezza del mercato Usa, ma ognuno ha le Borse che si merita, nel senso che sono le imprese che fanno i mercati finanziari, in un circolo virtuoso che si autoalimenta.
Se, ormai da 25 anni, la Ue è il luogo in cui politiche di bilancio restrittive hanno demolito il pilastro della crescita costituito dagli investimenti pubblici, quale volete che sia il risultato in termini di crescita, occupazione, produttività e dimensioni dei mercati finanziari? Oppure qualcuno a Bruxelles crede davvero che sia sufficiente inventarsi uno strumento finanziario che incentivi o (ma non vorremmo dare idee pericolose) addirittura costringa la famosa casalinga di Voghera a investire nelle azioni della start-up appena sorta all’angolo dietro casa, abbandonando il suo Bot o un deposito bancario?
A questo proposito, in Italia è passato sotto silenzio ciò che sta accadendo in Spagna, dove a dicembre il ministero dell’Economia ha avviato una consultazione pubblica per creare un conto di risparmio e investimento destinato ai privati, con l’obiettivo di spostare oltre 1,2 miliardi di euro dai depositi a bassa remunerazione verso strumenti come azioni, obbligazioni e fondi di investimento. L’iniziativa segue l’input della Commissione e del rapporto Draghi e mira a semplificare regole, costi e fiscalità per i piccoli investitori, favorendo il finanziamento dell’economia. Una consultazione che ha visto però le grandi banche opporsi decisamente alla proposta del ministro Carlos Cuerpo, nel fondato timore di perdere commissioni significative.
Perché se gli intermediari finanziari hanno un senso – e lo hanno – è quello di gestire professionalmente il rischio, ponderandolo e frazionandolo adeguatamente. Se manca la «materia prima» (imprese profittevoli e appetibili per il mercato) non è certo colpa degli intermediari e la soluzione non è quella di introdurre nuovi strumenti.
E la «materia prima» manca – facendo un’analisi in prospettiva – anche e soprattutto perché l’economia della Ue e, ancor più, dell’Eurozona, si è fondata sulla compressione della domanda interna e dei salari, come più volte è stato costretto ad ammettere anche Mario Draghi. In un mercato in cui languono i consumi e gli investimenti, quali prospettive di reddito possono offrire le imprese e quindi, quali flussi di investimento possono attrarre, quando altrove nel mondo si corre a velocità ben superiore? In questo modo, mentre negli ultimi 25 anni in Cina e Usa è partito un salto tecnologico di proporzioni epocali – con investimenti pubblici e privati nell’ordine di migliaia di miliardi – nella Ue abbiamo piombato le ali sia dei primi che dei secondi. Per detenere solo un triste primato: quello della decarbonizzazione.
Anziché prendere atto di questa (mortifera) dinamica, i vertici delle istituzioni europee continuano a propalare slogan privi di senso. Perché anche i tanto decantati Eurobond sono una foglia di fico che va spazzata via, non solo per motivi giuridici ma soprattutto finanziari. Infatti - ammesso e non concesso che il problema sia solo quello del finanziamento degli investimenti – la sostenibilità di un debito si basa sulla capacità dell’emittente di ripagare interessi e capitale. E se la Ue non ha una rilevante capacità fiscale propria e quindi sono gli Stati membri a garantire le emissioni di Eurobond con la loro capacità fiscale, che differenza c’è tra un’emissione di Bruxelles ed una di Roma, visto che pro-quota garantisce sempre il contribuente italiano? Nessuna. La differenza c’è soltanto quando quei titoli vengono acquistati dalla Bce. Tutto qua.
- Mr Bce: «L’economia peggiora». L’ex capo del Pd: «One market act contro Trump». Il premier li liquida: «Grazie per i dossier». Ora però la linea la danno lei e Merz.
- Madrid frigna: «Esclusi dal pre-vertice». Palazzo Chigi: «Dal leader spagnolo nessuna protesta». E il presidente francese mendica un punto stampa con Berlino.
Lo speciale contiene due articoli
Nel progetto di Giorgia Meloni (e Friedrich Merz) per cambiare l’Ue, rafforzando il Consiglio e quindi restituendo poteri agli Stati nazionali, non sembra esserci molto spazio per i sermoni degli eurosaggi. «Non credo che esista una figura del genere», ha tagliato corto il presidente del Consiglio ieri, quando le hanno chiesto se Mario Draghi o Enrico Letta potessero diventare inviati speciali di Bruxelles per la competitività. «Stanno fornendo un contributo molto importante», ha detto, «si parte dai loro rapporti e penso che siano stati entrambi preziosi». Per il premier, però, i predecessori a Palazzo Chigi non potranno avere un incarico ufficiale. Coperti di onori da una burocrazia di elefanti, sì; ma a decidere non sarà chi ci ha traghettato dove siamo, eppure pretende di impartire lezione su come diventare una superpotenza.
Licenziati ancor prima di essere assunti, Draghi e Letta, invitati al vertice informale nel castello belga di Alden Biesen, hanno comunque avuto la possibilità di pontificare di nuovo, dispensando, dinanzi alla platea dei Ventisette, soluzioni su come salvare l’Europa dal baratro. Come se fossero stati passanti o spettatori. Come se non avessero contribuito al suo declino.
Per la verità, stavolta i padri nobili sono stati più sintetici del solito. Mr Bce ha parlato solo un quarto d’ora («almeno», riportavano alcune agenzie, con una sottile sfumatura semantica). Ha lanciato un monito - stando a quanto riferito da un funzionario Ue - sul «deterioramento del panorama economico», ha insistito sulla «necessità di ridurre le barriere nel mercato unico», ha deplorato «la frammentazione dei mercati azionari» e ha spronato a compiere «sforzi per mobilitare i risparmi europei», per ridurre «il costo dell’energia» e introdurre «una preferenza europea mirata in alcuni settori». In sostanza, l’agenda francese, che era apparsa da subito perdente rispetto all’asse Roma-Berlino. E che però, con lo zampino della Commissione, ha ottenuto di far includere in una bozza alcuni settori chiave per l’applicazione del «buy european». L’ex banchiere ha chiesto di insistere sugli investimenti e, d’altronde, benché ieri abbia biasimato le «soluzioni classiche», il piano che aveva vergato e illustrato ripetutamente prevedeva già lo stanziamento 800 miliardi. Chissà cosa ci dovrebbe essere di più classico che avere a disposizione una montagna di soldi e provare a farli fruttare. Il diavolo, semmai, è nei dettagli. Il punto, cioè, è sempre dove prendere i quattrini. E se «mobilitare i risparmi» significa ciò che sembra, non c’è da dormire sonni tranquilli.
Anche Enrico Letta ha concluso rapidamente il suo discorso, preceduto da un post dalle solite atmosfere trasognate: su X, ha dimostrato di stare veramente «sereno», pubblicando la foto di una coccinella. Un «buon segno», ha commentato. «Se non si riesce a lanciare una forte integrazione dei mercati finanziari», ha spiegato il fu segretario del Pd, «sarà impossibile essere sufficientemente competitivi». La sua proposta si sostanzia in un «One market act», basato «su tre punti verticali: energia, connettività e mercati finanziari, e tre fattori abilitanti». Essi, si badi bene, orizzontali. Prendete appunti, perché «questi tre punti verticali e orizzontali», ha aggiunto Letta, «compongono una matrice». Vi siete persi nell’algebra? L’idea è la seguente: «Rilanciare l’integrazione interna dell’Unione europea per rendere l’Europa più forte ed efficace». In ballo, ha proclamato il professore, c’è «la quinta libertà, del ventottesimo regime, della libertà di soggiorno e della coesione sociale e territoriale». L’accordo «di alto livello» per il mercato unico andrebbe concluso entro il 2028. E sarebbe «l’unica risposta efficace a ciò che Trump sta facendo contro l’Europa». Non pare facilissimo, senza una laurea in matematica. Di sicuro, pure il disegno di Letta pende più verso Parigi. E verso l’ossessione di Emmanuel Macron, in rotta con The Donald, di iniziare un confronto serrato con gli Usa.
Non a caso, al termine del summit, l’inquilino dell’Eliseo ha rivendicato di aver «aderito a questo programma di approfondimento del mercato unico presentato da Enrico Letta». Insignito - lo ricordiamo - della legion d’onore francese nel 2016.
Il contributo dei due italiani ha meritato il plauso del presidente del Consiglio Ue, Antonio Costa. «La tua impostazione ha offerto una prospettiva nuova alle nostre discussioni», ha scritto il portoghese a Draghi. Di Letta, il numero uno dell’assemblea dei capi di Stato ha lodato la «profonda competenza» e la «chiara consapevolezza della posta in gioco».
Il vento soffia in una direzione precisa, ormai. Dietro la tesi della Meloni, per cui il Consiglio dovrebbe dettare alla Commissione «cose chiare da fare», c’è un profondo cambio di rotta. Un superamento dell’unanimità che non equivale a esautorare i membri riottosi, ma riporta in auge le intese strategiche tra grandi. Mettere in comune poche cose importanti, con meno regole asfissianti. Formalmente, un passo indietro; sostanzialmente, un passo avanti. Il nome - se definirla, alla Macron, «cooperazione rafforzata» - conta poco. Dopodiché, resta sempre un Meloni per cui Draghi e Letta sono l’«orgoglio italiano»: Marco. Senatore pd.
Sánchez e Macron fanno le vittime
Ci sarebbe voluta Raffaella Carrà che gli cantava «Pedro, Pedro, Pedro, Pedro, Pè, praticamente il meglio di Santafè», così magari il signor Sánchez si sarebbe rabbonito. Anche Giorgia Meloni ha il caschetto biondo, ma il piglio è assai diverso. Al suo omologo spagnolo, che si lamentava d’esser stato escluso dal pre-vertice organizzato al castello di Alden Bisen, ha fatto notare che piantare una grana non valeva la pena.
Tutto è nato perché nella riunione formalmente nelle mani del presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, ma in realtà messa su da Italia, Germania e Belgio con ospite d’onore Mario Draghi - che ha fatto la solita reprimenda caduta nel vuoto - hanno partecipato 19 Paesi più la baronessa Ursula von der Leyen, con Emmanuel Macron nella parte dell’imbucato. El Pais, che è di fatto l’house organ della Moncloa, ha detto che Sánchez c’è rimasto molto male e che questo genererà attriti con il governo italiano. Sánchez ha tenuto il punto: allo spagnolo non piacciono i pre-vertici prima del Consiglio europeo perché a suo dire sono divisivi e ha fatto l’offeso con l’Italia. Le cose però stanno assai diversamente. La posizione di Madrid è incompatibile con le idee di Berlino. Sánchez anche ieri ha fatto sapere che lui è d’accordo con Macron - sono due debolezze che s’illudono di essere forza - sulla necessità del debito comune e spinge perché si vada in direzione del «buy european» che la Commissione cerca di varare per mettere una pezza ai disastri del Green deal. Questo «buy european» vuol dire che su una serie di prodotti ci dev’essere una quota percentuale di componenti fabbricate in Europa stabilita per legge. Il sospetto che hanno alla Moncloa è che l’Italia abbia tenuto fuori dal pre-vertice Madrid proprio per non dispiacere a Merz.
Ma Palazzo Chigi ha dato una pronta risposta: «Nel corso del colloquio, con il presidente Meloni, il presidente Sánchez non ha sollevato alcuna questione in merito al mancato invito alla riunione di coordinamento svoltosi nella mattinata prima dell’avvio dei lavori al Castello di Alden Biesen».
L’enigma spagnolo però rimane perché non si è capito se al nuovo pre-vertice previsto verso fine marzo Sánchez si presenterà o meno. Ci sarà invece Emmanuel Macron, che come detto si è imbucato all’ultimo con in testa le stesse idee di Sánchez: rilanciare gli eurobond e inventarsi i pannelli solari (insieme a molte altre cose) Dop a denominazione di origine europea. Friedrich Merz lo ha squadrato tra lo scetticismo e la compassione e gli ha risposto che di debito comune non se ne parla. Anche gli irlandesi hanno provato a fare la voce grossa. Il premier, Micheál Martin, ha espresso perplessità riguardo al pre-vertice da cui è stato escluso. Gli hanno fatto notare che il suo giudizio lo metteva in una posizione scomoda e lui è rientrato nei ranghi confermando la fiducia ad Antonio Costa e sostenendo che la cosa importante era occuparsi della competitività europea. Difficile, se le cose stanno così, che gli appelli di Mario Draghi ed Enrico Letta all’Europa superpotenza abbiano un qualche effetto.
Portatore di grandeur si sente ancora Emmanuel Macron («il colloquio con Putin non sarà a breve», ci ha tenuto a specificare) che prende spunto dal mediano di mischia dei «bleu» che disputano il sei nazioni di rugby (l’Italia neppure con la palla ovale è più la cenerentola e questo ai francesi non piace) e ha cominciato a sgomitare per entrare nel pre-summit. Una volta beccato lo strapuntino ha cominciato a concionare chiedendo a gran voce il debito comune per far crescere l’Ue. Merz ha fatto capire che non era tema sul tavolo, ma siccome Macron ha insistito per far vedere che non poteva stare ai margini, il cancelliere tedesco gli ha concesso un punto stampa franco-germanico. L’inquilino dell’Eliseo ha affermato: «Condividiamo un sentimento d’urgenza: l’Europa deve agire con chiarezza. La priorità è una reazione anzitutto a brevissimo termine che consiste nel mettere in atto tutto ciò su cui siamo d’accordo; dobbiamo andare veloci e avere decisioni molto concrete entro giugno». Quali siano è ancora tutto da scoprire perché nelle pretese del presidente francese c’è un bouquet di proposte sufficientemente confuso. Quasi che lo avesse tirato fuori dalla borsa all’ultimo quando i buttafuori lo hanno lasciato entrare. L’Eliseo propone che le batterie green siano assemblate nell’Unione mentre per il pannelli solari «l’inverter e il collettore solare termico devono avere origine nell’Unione». Alla faccia della deregolamentazione! A Macron, che ha visto precipitare la produzione auto francese sta molto a cuore che «le apparecchiature di fornitura per veicoli elettrici, le apparecchiature di fornitura di elettricità a terra e le apparecchiature di fornitura per il trasporto elettrico aereo debbano avere origine nell’Unione». A tutto concedere, si può allargare il perimetro a dei fedeli alleati. Ma anche su questo Merz ha fatto finta di non sentire. Morale: hanno protestato i due leader che più traballano nei loro Paesi. A conferma che più che un’idea federale ieri in Belgio si è visto il profilo di un’Ue che mette d’accordo nazioni forti, a cominciare da Italia e Germania.
La quiete dopo la tempesta. Dopo la sbornia di giovedì, con gli ori che ancora luccicano al collo di Federica Brignone e Francesca Lollobrigida e l’argento di Arianna Fontana, la decima giornata dei Giochi invernali in corso a Milano-Cortina ha portato all’Italia una sola nuova medaglia, la diciottesima di questa Olimpiade casalinga, e qualche delusione.
L’emozione più grande l’ha regalata Michela Moioli, protagonista di una vera e propria impresa che rispetto a quelle firmate dalla Tigre di La Salle o dalla Freccia bionda - per chi non lo sapesse sono i soprannomi da battaglia di Brignone e Fontana - ha da invidiare soltanto il colore del metallo. Perché anche qui siamo in presenza di qualcosa di epico. La trentenne di Alzano Lombardo ha conquistato un bronzo insperato nello snowboard cross, completando con coraggio una rimonta che resterà nella memoria, non solo della disciplina che si svolge sulla tavola, ma dello sport in generale. Sulla pista di Livigno, Moioli ha dovuto recuperare dallo svantaggio nei confronti delle avversarie ben due volte: prima in semifinale, superando la francese Lea Casta e l’austriaca Pia Zherkhold, poi nella big final, dove ha ripreso e superato la svizzera Noemie Wiedmer negli ultimi metri, fino a scavalcarla sul terzo gradino del podio. Podio completato dall’australiana Josie Baff, medaglia d’oro, e dalla ceca Eva Adamczykova, argento. E dire che l’avventura olimpica della campionessa azzurra non era iniziata sotto i migliori auspici. Una caduta in allenamento, pochi giorni prima della gara, aveva messo a rischio la sua partecipazione. «Quando sono stata portata in elicottero a Sondalo ho pensato che i miei Giochi fossero finiti perché ero bella rintronata dalla caduta. Ieri che c’era la gara dei maschi sono stata tutto il giorno sul divano morta. E mi sono detta «Io domani come cacchio faccio», però ho una capacità di recupero notevole. Ho una squadra fortissima che mi ha aiutato in tutto e anche il Coni e l’Esercito. Comunque, è sempre la forza del cuore quella che fa la differenza ogni volta», ha raccontato Moioli mostrando le ferite ancora fresche sul suo volto a causa del trauma facciale riportato. «Sono così, tocco il fondo e risorgo come una fenice. Stavolta l’ho fatto con la faccia distrutta».
Se la gioia dell’atleta bergamasca ha illuminato la giornata di ieri, il biathlon maschile ha riservato invece una delusione per Tommaso Giacomel. Il trentino, tra i favoriti della 10 chilometri sprint, ha chiuso ventiduesimo a 1’43» dall’oro vinto dal francese Quentin Fillon Maillet. «Ho fallito, credo che questa fosse la gara più adatta a me e ho fallito. Sono molto deluso. Arrivare qui da favorito o comunque tra i favoriti e poi performare così male è una cosa che mi fa molto arrabbiare. Sinceramente non ho idea di cosa ho sbagliato. Non è finita, però la gara di domenica è già compromessa con il risultato di oggi», ha commentato Giacomel, visibilmente provato. I compagni di squadra Lukas Hofer, Nicola Romanin ed Elia Zeni hanno chiuso rispettivamente tredicesimo, sedicesimo e oltre la cinquantesima posizione, mentre le altre due posizioni sul podio restano saldamente nelle mani dei norvegesi Vetle Sjåstad Christiansen e Sturla Holm Laegreid. L’altra amarezza per i nostri colori è arrivata nel tardo pomeriggio dal pattinaggio di velocità maschile, dove i due azzurri Riccardo Lorello e Davide Ghiotto hanno chiuso la gara dei 10.000 metri fuori dal podio. Una delusione soprattutto per Ghiotto, che si avvicinava alla «gara dei re - così viene definita la competizione più combattuta e ambita del panorama del ghiaccio olimpico - da favorito e recordman mondiale su questa distanza, oltre che vincitore di tre titoli iridati consecutivi.
Dal ghiaccio della pista lunga di Rho Fiera, dove si svolgono le gare di pattinaggio di velocità, a quello dell’Arena Santa Giulia. Nemmeno l’hockey maschile può gioire: la nazionale allenata dal ct finlandese Jukka Jalonen ha affrontato alla pari la Slovacchia, ma ciò non è bastato per evitare la seconda sconfitta (3-2) nel torneo olimpico dopo quella patita all’esordio contro la Svezia.
In una giornata «povera» di medaglie, uno dei momenti più suggestivi per il pubblico italiano presente sugli spalti è arrivato nel corso della 10 chilometri sprint di biathlon. Il francese Emilien Jacquelin, grande tifoso di Marco Pantani, ha corso con l’orecchino che gli era stato regalato dalla famiglia del campione romagnolo e, in uno dei passaggi più intensi della gara, ha lanciato la bandana proprio come faceva il Pirata prima delle sue volate in salita.
Uno studio condotto negli Stati Uniti nel 2022 mostra il peso crescente e opprimente che la scuola esercita sugli studenti. Secondo i dati, grazie alla scuola, una larga maggioranza degli studenti americani considera gli Stati Uniti un Paese sistemicamente razzista: si parla diffusamente di «privilegio bianco» e di convinzioni inconsce negative nei confronti dei neri. Affermazioni come «l’America è costruita su terra rubata» vengono presentate come verità acquisite, incontrovertibili, assolutamente certe, come il fatto che due più due faccia quattro. Anzi, molto più certe: lo Stato dell’Oregon ha imposto ai suoi docenti un corso di «aggiornamento» per «spiegare» come l’unicità del risultato in matematica (due più due fa quattro, fa solo quattro e fa sempre quattro), è da considerarsi una forma di «suprematismo bianco». Sul due più due che fa quattro possiamo discutere, sul suprematismo bianco, no. Queste tesi non emergono da un libero confronto di idee, ma vengono apprese a scuola senza contraddittorio, calate dall’alto come dogmi. Teorie discutibili vengono così trasmesse senza discussione a giovani che appartengono alla civiltà occidentale, educandoli non alla conoscenza critica della propria storia, ma al disprezzo di sé.
Il processo non è recente. Già nel 1963, sei anni prima del Sessantotto, l’Università di Stanford abolì il corso di Storia della civiltà occidentale. In Italia, il disastro è cominciato nel Sessantotto, che però è eterno, sembra non essere mai finito. L’idea del professore politicamente neutrale appare da decenni una delicata contraddizione in termini: «professore di sinistra» non è più una categoria sociologica, ma una normalità data per scontata. Antonio Gramsci teorizzò la necessità di occupare i gangli del potere - magistratura, scuola, spettacolo, giornalismo - e Palmiro Togliatti lavorò perché quella strategia diventasse realtà. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: l’egemonia culturale si è trasformata in senso comune e il dissenso è percepito come una colpa morale. Anche come colpa mortale.
Sergio Ramelli è stato ucciso e ancora si irride la sua morte. La storia di Sergio Ramelli è una di quelle che mettono a disagio perché non si lasciano archiviare con una formula. Non è una «tragica fatalità», non è un «clima di tensione», non è nemmeno un «errore». È una storia semplice e proprio per questo intollerabile: un ragazzo di 18 anni ucciso a colpi di chiave inglese per un tema scolastico scritto «male», o forse scritto troppo bene, o semplicemente scritto. Ramelli non era un personaggio con un qualche peso politico, non era un capo, non era nulla di particolarmente pericoloso. Era uno studente. Ma negli anni Settanta nell’Italia che custodiva il più potente Partito comunista del mondo occidentale, bastava poco per diventare colpevoli: bastava non essere dalla parte giusta. La sua colpa fu di pensare fuori dal perimetro consentito. Il suo tema esprimeva concetti su cui si poteva e si può essere d’accordo o meno, ma era senza dubbio un tema molto ben argomentato.
Nei tempi decenti i temi potevano essere solo sull’analisi de L’Infinito di Giacomo Leopardi o sulla figura di don Abbondio. In tempi ignobili i temi sono di «attualità», vale a dire di politica, vale a dire di indottrinamento, perché il tema di Ramelli era comunque un ottimo tema e prese un’insufficienza, dimostrando che la libertà di opinione millantata dalla nostra costituzione è, insieme a «La legge è uguale per tutti», uno spettacolare esempio di umorismo involontario. E l’insufficienza è ancora il meno. La scuola, che avrebbe dovuto proteggerlo, lo segnalò. La politica, che avrebbe dovuto ignorarlo, lo marchiò. La violenza, che non aveva bisogno di molte giustificazioni, fece il resto. Sergio Ramelli morì dopo settimane di agonia. Ne dà una dolente testimonianza sua madre, che giorno dopo giorno gli tenne la mano sperando in un miracolo che non venne, mentre sui muri e sui ciclostili si sghignazzava per l’agonia e la morte del suo ragazzo. E per molto tempo, più della sua morte, fece rumore il silenzio. Un silenzio educato, responsabile, quasi morale, quello degli educati moralmente superiori, quello dei responsabili, perché alcune vittime disturbano l’educato e sempre etico arredamento ideologico. E allora si preferisce non nominarle, come certi parenti imbarazzanti alle cene di famiglia.
La storia di Sergio Ramelli non insegna nulla, dicono. Ed è proprio questo che fa paura. Insisto: un buon professore - come un buon magistrato - dovrebbe essere qualcuno di cui è impossibile indovinare le idee politiche. Non perché non ne abbia, ma perché non le manifesta nel suo lavoro e rinuncia persino a esibirle nello spazio pubblico, consapevole che la sua imparzialità, come la virtù della moglie di Cesare, deve essere al di sopra di ogni sospetto. Dove l’imparzialità è al di sotto di ogni sospetto, prendiamo atto che la moglie di Cesare è di facili costumi. Magistrati ufficialmente schierati arricchiscono la giurisprudenza di sentenze indubbiamente creative, mentre professori apertamente schierati stigmatizzano e deridono non solo idee politiche diverse dalle loro, ma anche posizioni etiche e religiose tradizionali. Il cristianesimo «forte» viene trattato come un residuo imbarazzante: dalla condanna dell’aborto come omicidio alla considerazione dell’cosiddetta omosessualità come peccato, ogni visione non conforme viene liquidata come segno di spregevole arretratezza morale. Per inciso: anche in epoca di pandemia Covid non pochi professori hanno manifestato pubblicamente la loro perplessità per gli studenti non inoculati e li hanno indicati al pubblico ludibrio come potenziali untori. I professori che non si sono inoculati sono stati sospesi senza stipendio e i loro colleghi lo hanno trovato giustissimo, vista la mancanza di una qualsiasi forma di solidarietà. Quando poi sono rientrati, questi docenti non hanno potuto subito insegnare: c’era il rischio che insegnassero la libertà e il coraggio. Sono stati rinchiusi negli sgabuzzini e nei sottoscala a contare i ragni. Così la scuola, da luogo del sapere, diventa spazio di rieducazione. E il professore imparziale resta, appunto, una creatura mitologica.
A chiarire la natura profonda di questo processo è stato il filosofo francese Jacques Ellul. Nel suo libro Propaganda, Ellul spiega che il mezzo più potente di indottrinamento nelle società moderne non è la propaganda esplicita dei regimi totalitari, bensì quella silenziosa e pervasiva delle democrazie avanzate, una propaganda che «educa». Secondo Ellul, la scuola rappresenta lo strumento privilegiato di questo meccanismo, perché non solo in non pochi casi arrotondi la realtà, per cui, ad esempio, le decine di milioni di vittime del comunismo sono scomparse, ma perché seleziona i quadri mentali attraverso cui le nozioni vengono interpretate. L’indottrinamento moderno non consiste nel dire cosa pensare, bensì nel delimitare ciò che è pensabile. Una volta interiorizzati certi presupposti morali e ideologici, il soggetto crede di ragionare liberamente, mentre in realtà si muove all’interno di un recinto invisibile. Ellul sottolinea come l’educazione sia particolarmente efficace proprio perché rivolta ai giovani, quando le difese critiche non sono ancora formate e l’autorità dell’istituzione scolastica gode di una legittimazione quasi sacrale. Ciò che viene insegnato a scuola non viene percepito come opinione, ma come evidenza, non come ideologia, ma come neutralità scientifica. È in questo modo che la propaganda diventa totalizzante: quando smette di apparire come tale. Applicata al contesto contemporaneo, l’analisi di Ellul illumina con precisione inquietante il funzionamento della scuola odierna. Non si tratta più di discutere la storia, ma di giudicarla; non di comprenderla, ma di condannarla. L’Occidente non è studiato come civiltà complessa, contraddittoria e plurale, bensì come colpevole originario da decostruire. E lo studente non è chiamato a formarsi un’opinione, ma a espiare. Solo odiando l’Occidente e spaccando la testa di Sergio Ramelli o del poliziotto che cerca di proteggere Torino guadagnerà l’innocenza. In questo quadro, il pluralismo non è assente per caso: è strutturalmente incompatibile con l’obiettivo. Perché, come Ellul avvertiva, la propaganda più riuscita è quella che riesce a presentarsi come educazione morale. E la scuola, da luogo del sapere, diventa così il più efficiente laboratorio di conformismo spietato. Sia coloro che hanno spaccato le ossa del cranio di Sergio Ramelli, che quelli che hanno tentato di spaccare quelle del poliziotto aggredito a Torino, sono studenti: frutti di una scuola ideologizzata, quindi, per definizione, una scuola cattiva, anzi pessima, l’ultimo baluardo della mai veramente defunta Unione sovietica. È la scuola che ha armato con la chiave inglese o il martello.










