L’ultima arringa di Lagarde: adesso rinfaccia agli altri i difetti dell’Unione europea
Christine Lagarde giura al Wall Street Journal che terminerà il suo ottennio a capo della Bce, iniziato nel 2019, smentendo la versione del Financial Times: il quotidiano britannico la dava in uscita anticipata, per consentire a Friedrich Merz ed Emmanuel Macron - soprattutto a Emmanuel Macron - di individuare il suo successore all’istituto di Francoforte prima delle presidenziali francesi del 2027, sulle quali incombe lo spettro della vittoria della destra.
Non sarebbe certo il primo favore che la presidente della Banca centrale, in teoria al di sopra degli interessi della nazione di provenienza, concede all’inquilino dell’Eliseo: a ottobre, La Verità documentò il massiccio acquisto di titoli transalpini, nonostante l’esplosione del deficit al 5-6% del Pil. Una mossa che ha consentito a Parigi, in una fase tesissima, di limitare i danni alle finanze pubbliche. Mario Draghi, per dire, non era stato altrettanto comprensivo con l’Italia: nel 2018, in vista della legge di bilancio targata Lega-5 stelle, per la quale si prevedeva un rapporto deficit/Pil al 2,4%, il predecessore di Lagarde bloccò la compera dei Btp, lasciando impennare lo spread. Intanto, stando alla ricostruzione di Bloomberg, la Francia si appresta a varare una finanziaria con deficit al 5%, alla faccia dei piani per sistemare i conti. Arriverà una letterina di richiamo, tipo quella che Jean-Claude Trichet e l’inossidabile Draghi indirizzarono al governo Berlusconi nel 2011?
Lagarde, per sua stessa ammissione, ci tiene a mantenere i glutei tonici. Pare che il marito apprezzasse. Non c’è modo di verificarlo, ma se la signora ha una cosa tosta, quella di sicuro è la faccia. Non si spiega altrimenti la sua prolusione alla Columbia Law school di New York, dove, nella notte italiana tra giovedì e venerdì, ha accettato il Wolfgang Friedmann memorial award 2026. «Sentiamo parlare molto di un “nuovo ordine mondiale”», ha argomentato, «ma il cosiddetto nuovo ordine non è nuovo: è un ritorno a vecchi schemi di coercizione e mercantilismo. Non è mondiale, perché la maggior parte dei Paesi non lo vuole. E non è un ordine, perché rappresenta piuttosto l’assenza di uno». Da che pulpito: e l’ordine europeo che cosa è stato?
Di coercizione e mercantilismo, nel Vecchio continente se ne intendono. Tutta l’architettura dei trattati Ue è stata congegnata per consolidare l’imperialismo economico tedesco, imperniato sul surplus commerciale e sull’abbassamento del costo del lavoro - traduzione: compressione di diritti e retribuzioni - pur di rendere competitive le merci esportate dalla Germania. Non a caso, è sullo squilibrio nella bilancia dei pagamenti che si è consumato l’attrito con gli Stati Uniti. Anche prima della guerra dei dazi con Donald Trump, che per il tycoon si complica alla luce della bocciatura rimediata alla Corte Suprema, l’asimmetria aveva irritato le amministrazioni americane.
Favola per euroscettici? Mica tanto. A dicembre 2024, lo ammise persino Draghi, criticando la «preferenza» delle élite europee per «una costellazione economica […] basata sullo sfruttamento della domanda estera e sull’esportazione di capitale con bassi livelli salariali». Un modello che l’ex banchiere centrale giudicava «non più sostenibile». È da quella forzatura che è nata l’austerità. Ed è dall’austerità che hanno tratto linfa i vituperati movimenti populisti e sovranisti, che oggi, complice l’immigrazione incontrollata, a sua volta leva per l’ulteriore compressione dei compensi più risicati, vengono accusati di mettere a repentaglio la tenuta dell’Ue. È poco onesto additare la pagliuzza nell’occhio degli altri (Trump, che almeno punta a rivitalizzare la domanda interna), avendo ignorato per anni la trave nel proprio.
In pieno spirito revisionista, Lagarde ha fornito una versione tutta sua dei fatti: «Il sistema internazionale» di cui si osserva il tramonto, ha dichiarato alla platea della Grande Mela, «non è stato un’imposizione dei forti sui deboli: è stato costruito nel corso dei secoli da Paesi grandi e piccoli insieme e ha garantito risultati straordinari, dalla riduzione delle guerre tra Stati all’espansione del commercio globale e alla diminuzione della povertà». La tesi, quindi, è che l’ordine emerso dal secondo conflitto mondiale fosse una specie di prodotto spontaneo, il risultato di una dinamica naturale, quasi la condizione di default dell’umanità. Un’opzione neutrale. È il vecchio trucco della tecnocrazia per legittimarsi: presentare sé stessa quale esito di un processo razionale, orientato dalla sua verità intrinseca e oggettiva e non da una marca ideologica. Spiace: sono falsità.
Non era neutrale la scelta di somministrare a tutti gli Stati membri dell’Unione la disciplina ordoliberale, stratagemma con cui trasferire ricchezza dal Sud al Nord, dalle colombe ai falchi. Non era neutrale la sistematica demolizione del welfare. Non era neutrale il progressivo smontaggio della democrazia in nome dei «parametri», delle raccomandazioni della Commissione e delle missive della Bce. E non è neutrale la crociata verde della banca sotto la stessa Lagarde, anche se viene coperta dal velo della scienza e dalle ricerche che proverebbero, come conseguenza degli eventi meteo, il rischio di choc finanziari per i Paesi già esposti sui mercati.
«La storia», ha pontificato ieri la numero uno dell’istituto di Francoforte, «dimostra che un semplice equilibrio di potenza tra rivali può durare a lungo, ma quando crolla il prezzo è altissimo». Meglio preservare il vecchio squilibrio di potenza? Sì, se è grazie a esso che si comanda... E per farlo, ha ammonito la funzionaria francese, occorre realizzare delle riforme «con realismo, ambizione e cooperazione». «Se vogliamo che tutto rimanga com’è», ha chiosato Lagarde citando Il Gattopardo, «bisogna che tutto cambi». Le avranno spiegato che quello non era un motto positivo?
Mentre sindacati, associazioni, comunisti col Rolex e personaggi del mondo dello spettacolo moltiplicano gli appelli per chiedere di non sgomberare Spin Time, la maxi occupazione abitativa all’Esquilino sostenuta anche da don Bolletta, l’elemosiniere di papa Francesco, cardinale Konrad Krajewski, che nel 2019 riattaccò personalmente i contatori che erano stati sigillati dal fornitore (lasciando il suo biglietto da visita per firmare il gesto), i giudici della Seconda sezione civile del tribunale di Roma condannano il ministero dell’Interno al pagamento di oltre 21 milioni di euro per «l’illegittima occupazione del fabbricato a far data dal 12 ottobre 2013» e per «la mancata esecuzione di un provvedimento giudiziario di sequestro preventivo e di quelli amministrativi di sgombero». È il cortocircuito perfetto tra piazza e giustizia.
Una tenaglia tagliente che stringe fino a produrre ferite milionarie. La Investire Sgr Spa, società che gestisce il Fip (Fondo immobili pubblici) e che è proprietario dell’edificio occupato, un colosso di cemento di dieci piani e 21.000 metri quadrati, ex sede dell’Inpdap, ha dimostrato in Tribunale di averle tentate tutte: «Denunce e querele alla Procura, l’invio di numerose diffide ed esposti alle amministrazioni competenti, l’attivazione di un giudizio dinanzi al giudice amministrativo per ottenere l’inclusione dell’immobile nel Piano di sgombero predisposto dalla prefettura». E tutte le iniziative, riassumono i giudici, sono andate a segno: «Il tribunale aveva emesso, il 31 marzo 2020, il sequestro preventivo» e dopo le diffide e un ricorso al Tar il prefetto aveva inserito lo sgombero dell’immobile al nono posto degli interventi prioritari, «in ragione del rischio per l’incolumità e la salute pubblica, delle criticità strutturali e igienico-sanitarie e delle implicazioni per l’ordine pubblico». Altro che «esempio» di inclusione, come è stato presentato di recente da una cordata guidata dal regista Leonardo Di Costanzo (che ha raccolto 800 adesioni del calibro di Marco Bellocchio, Barbara Bobulova, Francesca Comencini, Niccolò Fabi, Pierfrancesco Favino, Matteo Garrone, Alessandro Gassman, Elio Germano, Sabina Guzzanti, Nanni Moretti e Vittoria Puccini), in cui convivono 25 nazionalità e dove la dispersione scolastica è pari a zero. Ma la propaganda non è entrata nel procedimento giudiziario. C’è entrato invece un passaggio decisivo: su richiesta del pubblico ministero, il 31 marzo 2020 viene disposto dal gip il sequestro preventivo dell’immobile. Un provvedimento che è rimasto sulla carta.
La sentenza lo precisa in modo netto: «Non risulta mai eseguito l’ordine del giudice». Ed è a quel punto che si è aperto il fronte della responsabilità. Secondo il tribunale, «non rientra nel potere discrezionale della pubblica amministrazione stabilire se dare o meno attuazione a un provvedimento dell’autorità giudiziaria». L’inosservanza di quel dovere «integra una condotta colposa generatrice di responsabilità».
Presidenza del Consiglio e ministero dell’Interno hanno eccepito un difetto di giurisdizione del giudice ordinario. Che è stato respinto. Perché, spiegano i giudici, «viene in rilievo un diritto soggettivo nei cui confronti la pubblica amministrazione deve esercitare un’attività vincolata». Non c’è discrezionalità politica. C’è un obbligo giuridico. E spetta al tribunale civile occuparsene. La presidenza del Consiglio, però, viene estromessa: «La domanda (di risarcimento, ndr) nei confronti della presidenza del Consiglio deve essere dichiarata inammissibile». Ma sul ministero dell’Interno il giudizio è diverso. Il tribunale gli accolla «l’inadempimento all’obbligo legale di intervento ai fini del rilascio dell’immobile». Non solo. Viene riconosciuta anche una violazione delle «regole di correttezza e buona fede».
Sul piano del risarcimento la sentenza richiama un principio consolidato: nel caso di occupazione illegittima, «la perdita del godimento» del bene integra un danno emergente risarcibile, da compensare con il «valore locativo di mercato del bene quale equivalente economico». Il danno, insomma, è la perdita concreta dell’utilità economica dell’immobile. La bolletta, e questa volta don Krajewski non arriverà in soccorso, ammonta a 21.182.118 euro per il danno, 206.932 euro per ogni mese dal dicembre 2025 fino alla liberazione dell’immobile (siamo già a 2.897.048 euro) e 150.00 euro per il mancato guadagno relativo alle sei annualità successive al 2025. Non mancano le rivalutazioni varie e le spese legali: 108.394 euro. E mentre i giudici escludono attenuanti «rappresentate dall’impossibilità di eseguire quanto disposto dall’autorità giudiziaria a fronte della mancata indicazione di soluzioni alloggiative alternative da parte degli enti locali», l’amministrazione Gualtieri, che aveva avanzato l’idea di acquistare l’immobile dal fondo di Investire Sgr per riqualificarlo, sembra sparita. Gli esponenti della Chiesa, invece, continuano a frequentare il casermone, dove per le iniziative del Giubileo sono già passati monsignor Baldassarre Reina, vicario generale della Diocesi romana, e don Mattia Ferrari, il cappellano della Ong Mediterranea saving humans dell’ex tuta bianca Luca Casarini. La sentenza contiene anche un ultimo passaggio: «È vero che l’occupazione illecita, e quindi il reato è stato posto in essere da soggetti terzi», ma il «danno conseguente deve essere imputato al ministero dell’lnterno». L’unico a pagare. Anche questa volta.
Dopo le macerie lasciate in eredità dalla Champions League, l’Inter reagisce e batte il Lecce al Via del Mare, certificando la fuga verso lo scudetto con un +10 provvisorio sul Milan, al momento prima e realisticamente unica inseguitrice della capolista. La Juventus crolla in casa con il Como e dà seguito a una striscia di risultati negativi che dura da inizio febbraio - quarta sconfitta nelle ultime cinque partite, terza consecutiva - e rischia di veder aumentare la distanza dal quarto posto.
È vero, sulla carta i bianconeri avevano un impegno più complicato rispetto a quello dei nerazzurri, ma la squadra di Luciano Spalletti sembra essere sprofondata in una crisi irreversibile, evidenziata in maniera netta dai lariani, bravi e concreti a imporsi 2-0 allo Stadium, dove di fatto non c’è mai stata partita. Dopo un primo tentativo di Yildiz respinto da Butez, al minuto 11 è arrivato infatti l’episodio che ha indirizzato l’incontro: McKennie sbaglia un retropassaggio, Douvikas intercetta e serve Vojvoda sulla destra. Il kosovaro rientra su Cambiaso e calcia sul primo palo sorprendendo Di Gregorio, tutt’altro che impeccabile.
Come sottolineato nel post partita da Spalletti, la Juve si è ritrovata a incassare gol al primo tiro in porta degli avversari per la tredicesima volta in stagione: «Così è chiaro che dopo ci sono delle difficoltà», ha ammesso il tecnico di Certaldo, «perché poi tenti di riprendere la partita con le pressioni individuali». Ed è stato esattamente con questo atteggiamento che i bianconeri hanno tentato di raggiungere un Como che viaggia sulle ali dell’entusiasmo e che a differenza di altre volte ha saputo chiudere il match con il raddoppio in contropiede al minuto 61 di Caqueret. Per la Juventus la sconfitta contro la squadra di Cesc Fàbregas rischia di avere ora conseguenze sia sul piano emotivo che su quello del raggiungimento del minimo obiettivo stagionale rappresentato dalla qualificazione alla prossima Champions. Il quarto posto occupato dalla Roma è adesso distante un punto, ma i giallorossi avranno, domani sera alle 20.45 all’Olimpico contro la Cremonese, la possibilità di allungare. Tuttavia, gli uomini di Spalletti devono guardarsi le spalle: sia dal Como, che con i tre punti portati via dallo Stadium si sono rifatti sotto nella lotta per l’Europa che conta e inseguono i bianconeri a un punto; sia dalla risalita dell’Atalanta, settima a -4 dalla Juve e in campo domani pomeriggio contro il Napoli.
A proposito di lotta Champions, lo stesso Fàbregas prova a mantenere alta la concentrazione di tutto l’ambiente: «La Champions? Per noi non è importante, magari possiamo dirlo tra 2-3 anni», ha spiegato dopo la vittoria di Torino, «ora dobbiamo stare calmi e continuare a crescere per far diventare il Como sempre più forte». E se per la competizione europea più importante si profila una bagarre fino alla fine del campionato, per lo Scudetto pare esserci spazio soltanto per l’Inter. I nerazzurri, dopo il brutto scivolone di mercoledì in Norvegia con il Bodø/Glimt e in vista della gara di ritorno in programma martedì a San Siro, hanno ripreso la marcia verso il tricolore con un 2-0, non senza difficoltà, sul campo del Lecce. I salentini hanno costretto l’Inter a una partita sporca arroccandosi in difesa e resistendo per oltre un’ora: 24 tiri totali, di cui ben 9 nello specchio della porta per l’Inter, un palo colpito da Pio Esposito, un gol annullato per fuorigioco a Dimarco, a certificare un predominio offensivo netto prima della rete stappa match firmata da Mkhitaryan al minuto 75 e del punto esclamativo messo dal colpo di testa di Akanji all’82’.
Questione di caschi. C’è chi li usa per ripararsi la testa e chi lascia che i valori che trasmettono entrino nelle calotte craniche e arrivino fino al cuore. Così Simone Deromedis, con il casco dedicato ad Ayrton Senna, conquista l’oro. E Federico Tomasoni, che indossa un copricapo con il sole del suo amore, fa suo l’argento. Poi alza occhi e braccia al cielo per ricordare la slalomista azzurra Matilde Lorenzi, deceduta due anni fa in un incidente durante un allenamento in Val Senales. Era la sua fidanzata. È la forza del destino, è ancora una volta un podio azzurro nell’Olimpiade più italiana di sempre. Anche nel Freestyle skicross, dentro la bufera di Livigno, riusciamo a fare la differenza; c’è la sensazione che in queste due settimane avremmo battuto in voracità e determinazione pure un orso polare.
Il capolavoro del trentino Deromedis vale il decimo oro, il suo è un dominio. Quando è certo del trionfo si volta ad abbracciare Tomasoni, baffi e pizzetto da D’Artagnan, felice per sé e per la fondazione Sole in nome della sfortunata Matilde. Il bergamasco deve aspettare il fotofinish per essere sicuro di avere sopravanzato di un centimetro lo svizzero Alex Fiva. Poi il guerriero di Castione della Presolana esplode di gioia. «Le favole esistono. È stato emozionante immaginare questo momento realizzarsi. Lei mi ha aiutato a concentrarmi, a non pensare ad altro, a salire su questo podio che avrebbe potuto essere suo». Oro e argento in una specialità inventata 15 anni fa per aumentare il peso specifico dei Giochi invernali e accontentare le esigenze televisive. Qualcuno obietta che non è una Libera, non è uno Slalom, le gobbe non sono gobbe e i salti non sono salti. Quello che non è lo skicross lo sappiamo. Oggi abbiamo scoperto quello che è: uno spettacolo capace di regalare emozioni infinite.
Se i metalli preziosi arrivano dalla montagna, il bronzo matura in pista. La solita pista, quella dello Speed skating a Rho Fiera, dove il finanziere trentino Andrea Giovannini s’inventa una rimonta assurda dopo una mass start di Pattinaggio nervosissima e va in medaglia battendo addirittura il fenomeno americano Jordan Stolz. Troppo lontani l’olandese Jorit Bergsma (oro) e il danese Viktor Thorup (argento). Quando arriva in fondo, l’azzurro si mette le mani sul casco come a dire: cosa ho lasciato per strada. «È proprio così, le gambe andavano, c’erano i presupposti per una giornata ancora più speciale». Per Giovannini, che da ragazzo pattinava sul lago ghiacciato di Baselga di Pinè, è il secondo podio dopo l’oro in staffetta.
Tricolore, inno, lacrime. È lui a lenire la delusione per la medaglia di legno di Francesca Lollobrigida, la nuova Lollo nazionale dal sorriso che stende. Ormai stanca e appagata, la mammina di Ladispoli si fa intrappolare nel gruppone, non riesce a dispiegare le ali nella voliera colorata e quando si scrolla di dosso le avversarie è tardi: Marijke Groenewoud (Olanda), Lise Blondin (Canada) e Mia Manganello (Usa) sono irraggiungibili. Francesca si arrende ma è ugualmente in paradiso con due ori. Riassunto delle due settimane con il piccolo Tommaso in braccio: «È stato incredibile, ho sentito la spinta degli italiani. Sono sulle nuvole». I trionfi sul ghiaccio milanese consentono all’Olanda di superare l’Italia nel medagliere dietro a Norvegia e Stati Uniti, pure a parità di ori con noi (10).
Potrebbe andare meglio nel Biathlon ad Anterselva, dove Dorothea Wierer trova le condizioni ideali per chiudere la carriera con un exploit storico nella mass start con Lisa Vittozzi. L’altoatesina va perfino in testa, poi sbaglia al poligono e finisce quinta. Il dominio è francese: Oceane Michelon e Julia Simon non fanno prigionieri, signore della fatica e della cattiveria agonistica, più vicine a personaggi di Emmanuel Carrère che alle mollezze parigine di Emmanuel Macron.
La giornata è lunga e comincia male: alla partenza della 50 km di Fondo non si presenta l’italiano numero uno, anch’egli all’ultimo valzer: Federico Pellegrino è rimasto a letto per un attacco influenzale e le speranze azzurre vanno a zero. La gara è una passerella norvegese: tre sul podio, con l’incoronazione definitiva di Johannes Klaebo, sei prove, sei medaglie d’oro. Niente da fare neppure nella durissima staffetta mista di sci alpinismo a Bormio, con l’inedita coppia marito e moglie, Michele Boscacci-Alba De Silvestro. Mentre lei guadagna posizioni, lui le perde. Mentre lei recupera su Francia, Spagna e Svizzera, lui proprio non ce la fa a tenere il passo. Alla fine gli azzurri sono quinti, stasera letti separati.
Oggi il Team Italia chiude bottega con il bottino più clamoroso di sempre: 30 medaglie, 10 ori, nazioni ricche come Francia, Germania, Austria, Svezia, Canada alle spalle. Quasi impossibile aumentare i podi nella 50 km di Fondo donne e nel Bob a 4, a meno di un miracolo di Patrick Baumgartner sulla meravigliosa pista di Cortina, dove oggi si sono ribaltati senza conseguenze i bolidi di Austria, Francia e Trinidad.
Prima della passerella finale all’Arena di Verona davanti al premier Giorgia Meloni, i Giochi chiudono con la finale più attesa: Stati Uniti-Canada di hockey. Spettacolo puro che non riguarda noi ma riguarda tutti.










