Per Matteo Renzi è diventato un mantra. «I salari reali durante il governo Meloni sono peggiorati dell’8% rispetto al governo Draghi», afferma il leader di Italia viva. Una dichiarazione che merita un’analisi approfondita per separare la propaganda dalla realtà, incrociando i dati Istat e la dinamica dei contratti collettivi nazionali di lavoro.
Per salario reale non si intende la cifra che compare in testa alla busta paga (quella è il salario nominale) ma il potere d’acquisto effettivo, calcolato sottraendo l’andamento dell’inflazione alla crescita delle retribuzioni. L’affermazione di Renzi poggia su basi statistiche ma con una decontestualizzazione temporale. Nel 2022 l’inflazione ha toccato picchi dell’11,8% (nei mesi di novembre e dicembre) mentre i rinnovi contrattuali erano fermi. In quel momento, la perdita salariale reale ha registrato il livello più drammatico. Secondo i dati Istat e i rapporti dell’Oil (Organizzazione del lavoro), la perdita salariale reale nel 2022 è stata di circa il 6-7%. Per capire l’entità di questa cifra bisogna considerare il divario con l’inflazione che nel 2022 ha toccato l’8,1% con picchi, come detto prima, vicini al 12% a fine anno mentre le retribuzioni contrattuali medie sono cresciute di appena l’1,1%.
Questa forbice ha causato un crollo marcato del potere d’acquisto. Nel 2023-2026 si è assistito a una dinamica contraria. L’inflazione è bruscamente scesa e, in parallelo, si è rimessa in modo la macchina dei rinnovi contrattuali portando recuperi significativi in diversi settori industriali e dei servizi. Il rinnovo del comparto Commercio e terziario, che copre milioni di lavoratori, ha sbloccato aumenti significativi (240 lordi mensili a regime per il IV livello), così come l’Alimentare (280 euro in più). Nel secondo semestre 2025, sono stati recepiti dall’Istat 33 contratti collettivi nazionali, ovvero una platea di 4,7 milioni di lavoratori, il 37,1% del monte retributivo. A fine anno sono risultati in vigore per l’Istat 48 contratti che coprono 7,6 milioni di dipendenti, il 57,8%.
Secondo il report della Cisl sulla contrattazione collettiva nazionale, a dicembre scorso erano in attesa del rinnovo 5,5 milioni di lavoratori, il 42,2%. Guardando ai salari, le retribuzioni contrattuali lorde mostrano una perdita reale del 6,4% rispetto al 2019. Le retribuzioni di fatto lorde (che includono secondo livello, straordinari e indennità) riducono la perdita al -1,7%. Le retribuzioni nette che beneficiano del taglio del cuneo contributivo e delle detrazioni Irpef portano il divario reale per i redditi mediani a meno dell’1% rispetto al 2019.
L’altro elemento, infatti, che smentisce la narrazione di un impoverimento lineare durante il governo Meloni, è l’intervento sul cuneo contributivo. La trasformazione del taglio del cuneo in una misura strutturale per i redditi medio-bassi ha iniettato liquidità direttamente nelle buste paga dei lavoratori dipendenti. Questo beneficio, pur essendo di natura fiscale e non salariale in senso stretto poiché non incide sulla retribuzione lorda stabilita dai contratti, ha sostenuto il reddito disponibile delle famiglie in modo tangibile, agendo come ammortizzatore contro gli strascichi dell’inflazione passata.
Il taglio del cuneo contributivo agisce, infatti, sul netto in busta paga. I dati Inps 2025 mostrano che, per i redditi mediani, il gap residuo rispetto al 2019 scende a soli 0,5 punti su un’inflazione cumulata del 17,4%. Per i redditi bassi il gap è 2,9 punti. Secondo quanto riporta Trading economics, i salari medi annuali nominali sono aumentati a 33.148 euro nel 2024 rispetto a 32.450 euro nel 2023.
«Esaminando un grafico su dati di fonti nazionali che visualizza l’andamento dei salari orari reali, con l’indice 2005 fatto 100, emerge che tale indice è poco sopra 93 tra fine 2022 e inizio 2023 per arrivare a toccare un valore quasi 100 a fine 2025 che era il livello di salari nel 2005», spiega l’economista Domenico Lombardi, professore di pratica delle politiche pubbliche all’Università Luiss di Roma. «Ciò dimostra che durante il governo Meloni c’è stata una crescita dei salari orari reali che riflettono la stabilità macro fiscale dell’economia. Una crescita che si accompagna all’aumento dell’occupazione. L’indice dei salari orari reali è salito progressivamente nell’arco di tempo di questa legislatura in un contesto sostanzialmente difficile: con la Germania, nostro principale partner in economia stagnante, in una situazione geopolitica di crescente incertezza e nonostante la politica restrittiva della Bce nella prima parte del governo Meloni».
Il divario rispetto al 2005 è stato in gran parte colmato. «Nel governo Draghi c’è stata un’enorme flessione dei salari, passati da un indice indicato nel grafico di oltre 105 all’inizio della legislatura a 93 al termine», spiega Lombardi, sottolineando che «c’è ancora molto lavoro da fare. Pesa l’accresciuta incertezza internazionale e l’aggravarsi della crisi energetica».
Hai voglia a dibattere su quale futuro politico per l’Europa: fintanto che vince la logica del fanatico rispetto di regole contabili, non ci sarà alcuna evoluzione politica. E allora a quel punto tocca ai governi decidere che cosa fare: morire o sopravvivere negli interstizi che la globalizzazione apre. Meno male che qualcuno comincia ad aprire gli occhi e la bocca anche di fronte a platee finora sempre ossequiose.
Sentite cos’ha detto ieri al Festival dell’Economia di Trento Fabrizio Palenzona, chairman di Prelios Group: «L’euro è stato un salto nel buio che ci è costato carissimo: avevamo l’ambizione di stare insieme agli altri ma non abbiamo avuto una classe politica idonea per garantire un passaggio che non ammazzasse l’Italia, come poi è avvenuto». Mentre Palenzona ragionava a voce alta su euro e crisi dei partiti, proprio dalla Commissione europea arrivavano i dati sulle previsioni di crescita di primavera: la crisi penalizza particolarmente l’Italia, collocandoci ultimi per crescita economica e primi per debito pubblico. Si tratta di una doccia fredda? Non per noi, che più di una volta abbiamo criticato e alzato la voce nei confronti del governo Meloni, senza pregiudizi di ostilità ma con l’atteggiamento di chi invitava l’esecutivo a rompere il gioco ordinato da Bruxelles e provare a impostare uno spariglio.
Se oggi siamo in questa condizione è anche perché non si è avuto il coraggio di cambiare lo schema, nonostante persino da fronti economici importanti - penso a Confindustria o a Coldiretti - giungessero inviti a non omologarsi acriticamente alle regole europee. Dovevamo dunque arrivare alla situazione limite dove comprare le armi parrebbe prioritario rispetto ad aiutare famiglie e imprese sul fronte dei rincari energetici. E dobbiamo ancora una volta sentire il sermone del solito Valdis Dombrovskis, pretoriano del fanatismo contabile anche rispetto ai risvolti delle guerre in Ucraina e in Iran: «Stiamo conducendo delle valutazioni per capire cosa si può fare nell’ambito del nostro quadro di bilancio. Ma ovviamente questo è collegato a un secondo punto importante: abbiamo meno margine di manovra di bilancio rispetto alla crisi precedente. Ciò richiede quindi prudenza fiscale, in particolare per i Paesi fortemente indebitati». Dombrovskis ci sta dicendo in poche parole che semmai ci daranno qualcosa si tratta di briciole e che comunque ce le farebbero pagare pesantemente. Dunque, se Meloni o Giorgetti o altri contano di restare all’interno della liturgia del Patto di stabilità, si preparino a spiegare agli italiani perché il governo fa poco o nulla per i cittadini.
L’altro giorno c’è stato un po’ di parapiglia per la minaccia di rivedere l’impegno di spesa del 5% per le armi? Bene: il governo risponda alla Commissione e al potente commissario con piglio del pirata. L’Italia non spende in armi, ma va a deficit per arginare l’impazzimento dei prezzi dell’energia. Bruxelles aggraverebbe la nostra posizione rispetto alla procedura di infrazione in corso? Beh, allora cominciamo a giocare tutti pesante, partendo dalla considerazione che tutti i Paesi dell’Unione sono sotto procedura di infrazione, e che quelli per disavanzo eccessivo sono nove, dato che all’ultimo giro è stata aggiunta la Finlandia. Se vogliono la prova muscolare, allora che lo sia fino in fondo, anche a costo di usare il diritto di veto per difendere gli interessi nazionali. A proposito di infrazioni, chi l’ha fatta franca è la Germania. Non è la prima volta che coi tedeschi la manica della Commissione si allarga, già era successo negli anni passati rispetto al mancato sanzionamento di Berlino per il prolungato surplus della bilancia commerciale, che non violando espressamente i Trattati non espone a sanzioni automatiche ma solo discrezionali, sebbene generi pesanti squilibri macroeconomici e asimmetrie di mercato, sempre a vantaggio della Germania.
Anche stavolta ai tedeschi viene risparmiata una procedura di infrazione per deficit eccessivo, nonostante le recenti manovre superino - nello stanziamento - significativamente il limite del 3% del Pil. Sarà il premio per gli investimenti massicci in armi, ossia la linea produttiva che riconverte le industrie in crisi? Certo che sì. La decisione a favore della Germania non è un passaggio politico neutro, quanto una indicazione precisa che parte da Bruxelles. E non è stata l’unica: pure il patto sui migranti ha ricevuto uno stop pesante, nel senso che è mancata l’intesa sul regolamento che dovrebbe disciplinare i rimpatri. Si tratta di un (altro) no contro l’Italia, uno dei Paesi che accoglie il maggior numero di migranti. La legge in questione, se approvata, avrebbe concesso ai Paesi la possibilità di inviare gli stranieri a cui è stato ordinato di lasciare il territorio dell’Ue verso quei «centri di rimpatrio» individuati in paesi extra-Ue: il modello Albania, per intenderci, contro cui si sono mosse alcune organizzazioni umanitarie. L’Europa la sta dando vinta a costoro.
Ricapitolando. Se l’Europa non vuole che i governi aiutino famiglie e imprese contro il caro energie, e non vuole nemmeno soluzioni rispetto alle espulsioni, cosa aspetta il governo italiano a essere pienamente sovranista? E rispondere a muso duro a Bruxelles, minacciando non solo di allargare il deficit ma anche di usare sistematicamente il potere di veto per far capire che a Roma non si scherza più? Qui c’è in ballo la sicurezza nazionale.
Quando Giorgia Meloni ha accolto il premier indiano con un «Welcome to Rome, my friend», accompagnandolo anche in una visita notturna al Colosseo, molti hanno letto la scena come una fotografia di cordialità personale. È anche questo, naturalmente. Ma ridurre la visita di Modi a una questione di chimica tra leader, selfie e diplomazia social significa non vedere il punto essenziale.
Dietro l’immagine c’è una scelta politica. Roma e Nuova Delhi stanno provando a costruire una relazione che tiene insieme industria, difesa, energia, porti, migrazione qualificata, tecnologie critiche e sicurezza marittima. Adnkronos ha colto bene il senso della giornata, presentandola non come un semplice bilaterale, ma come un appuntamento che «va ben oltre il protocollo diplomatico».
La dichiarazione congiunta firmata il 20 maggio parla chiaro. Italia e India hanno elevato il rapporto a Special Strategic Partnership, prevedendo incontri annuali tra i leader, un meccanismo guidato dai ministri degli Esteri per seguire il Piano d’Azione Strategico 2025-2029, e l’obiettivo di portare il commercio bilaterale a 20 miliardi di euro entro il 2029. Per l’Italia, questo passaggio arriva in un momento decisivo. L’Europa è stretta fra la guerra a Est, l’instabilità in Medio Oriente, la competizione con la Cina, il rapporto sempre meno scontato con Washington e la necessità di difendere le proprie catene industriali. In questo contesto, l’India non è più un mercato lontano, interessante ma periferico. È una potenza demografica, tecnologica, militare e marittima che si muove con crescente autonomia. È anche uno dei pochi Paesi capaci di parlare con l’Occidente, con il Golfo, con il Sud globale e con una parte del mondo che l’Europa spesso non riesce più a interpretare.
Il cuore della visita è l’Indo-Mediterraneo. Non come formula accademica, ma come geografia reale. L’Oceano Indiano, il Golfo, il Mar Rosso, Suez, il Mediterraneo e l’Europa sono ormai parte di un unico sistema di sicurezza e commercio. Se una crisi blocca Hormuz, se il Mar Rosso diventa impraticabile, se le rotte energetiche vengono minacciate, il problema non è asiatico o mediorientale. È italiano. Colpisce i porti, le industrie, i prezzi dell’energia, le esportazioni e la sicurezza nazionale.
Per questo l’IMEC, il Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa, è molto più di un progetto infrastrutturale. È la risposta politica alla frammentazione delle rotte globali. Roma e Nuova Delhi hanno ribadito l’impegno a cooperare sul corridoio e hanno incoraggiato un primo incontro ministeriale IMEC capace di compiere passi concreti già nel 2026. Reuters aveva anticipato che l’IMEC sarebbe stato uno dei punti centrali del vertice, insieme al commercio, agli accordi industriali e alla sicurezza nell’Indo-Pacifico. Qui l’Italia può giocare una partita vera. Non da spettatrice europea, ma da potenza mediterranea. Il Piano Mattei, se vuole essere qualcosa di più di una formula politica, ha bisogno di agganciarsi a una rete più ampia. India, Golfo, Africa orientale, Nord Africa e Mediterraneo sono il quadrante naturale nel quale Roma può trasformare la propria posizione geografica in leva strategica. Per farlo, però, serve pensare da Paese industriale, non da amministratore di emergenze.
La difesa è il secondo pilastro. La dichiarazione congiunta parla di una Defence Industrial Roadmap, con cooperazione tecnologica, co-produzione e co-sviluppo in settori come elicotteri, piattaforme navali, armamenti marini e guerra elettronica. È un punto di enorme importanza per l’Italia. Leonardo, Fincantieri e l’intero ecosistema della difesa italiana hanno davanti un’opportunità che non riguarda solo la vendita di sistemi, ma l’inserimento in una catena industriale con una delle maggiori potenze militari del XXI secolo. Non è un dettaglio che i due Paesi abbiano anche deciso di lanciare un Dialogo sulla sicurezza marittima. L’Italia è una nazione di mare che troppo spesso finge di essere solo una penisola amministrativa. L’India è una potenza dell’Oceano Indiano che guarda a Malacca, al Golfo, all’Africa orientale e al Mediterraneo come parti di una stessa competizione. Le due visioni possono incontrarsi perché entrambe partono da una realtà semplice. Chi controlla o protegge le rotte controlla una parte decisiva della sovranità economica.C’è poi il capitolo sicurezza. Modi e Meloni hanno condannato terrorismo ed estremismo violento, compreso il terrorismo transfrontaliero, e hanno richiamato l’attacco di Pahalgam dell’aprile 2025. Hanno anche accolto il lavoro della task force permanente contro il finanziamento del terrorismo e l’intesa tra Guardia di Finanza e Directorate of Enforcement indiana. È un segnale politico non banale. L’Italia, che conosce il rapporto fra criminalità organizzata, flussi finanziari opachi e vulnerabilità sociali, ha interesse a rafforzare una cooperazione di intelligence economica con l’India. Anche la migrazione, tema spesso trattato in Italia solo in chiave emergenziale, entra in una cornice più seria. La dichiarazione parla di mobilità per studenti, ricercatori e lavoratori qualificati, in particolare nei settori STEM, e di una specifica dichiarazione d’intenti per facilitare l’arrivo di infermieri indiani in Italia. Allo stesso tempo, i due governi discutono di contrasto alla migrazione irregolare, allo sfruttamento del lavoro e alla tratta. Questa è la strada giusta. Non retorica buonista, non chiusura cieca, ma migrazione legale, selettiva, qualificata e controllata.
La visita di Modi arriva dopo un tour che ha incluso Emirati Arabi Uniti, Paesi Bassi, Svezia e Norvegia. Non è una sequenza casuale. È la mappa di un’India che cerca tecnologia, energia, investimenti, sicurezza marittima e accesso ai mercati europei. Roma, se saprà leggere il momento, può diventare uno degli snodi europei di questa strategia. Se non lo farà, altri Paesi lo faranno al posto nostro.
La forza politica di Meloni, in questa partita, sta nell’avere compreso che l’interesse nazionale italiano non si difende solo a Bruxelles o a Washington. Si difende anche costruendo rapporti solidi con potenze che non chiedono all’Italia di rinunciare alla propria identità, ma di giocare con più ambizione. L’India di Modi è una di queste.
Il Colosseo, dunque, non è stato solo uno sfondo suggestivo. È stato il simbolo di due civiltà antiche che provano a parlarsi nel linguaggio duro del presente. Rotte, industria, energia, difesa, tecnologia, migrazione qualificata. Questa è la grammatica del nuovo rapporto Italia-India.
Il punto ora è capire se l’Italia saprà trasformare la visita in politica industriale, oppure se la lascerà evaporare nella solita liturgia delle foto ufficiali. Per una volta, Roma ha davanti una strada che non guarda solo al passato imperiale delle sue pietre, ma alla geografia concreta del potere futuro. E quella strada, oggi, passa da Nuova Delhi.
Sono questi i principali pilastri del piano industriale strategico quinquennale svelato ieri, durante l’Investor day, dal ceo di Stellantis, Antonio Filosa, ad Auburn Hills. Il piano al 2030 si poggia su investimenti pari a 60 miliardi di euro, 24 dei quali saranno dedicati a piattaforme, motori e tecnologie globali. La novità più significativa è il lancio, previsto per il 2027, di Stla One, un’architettura globale modulare progettata per riunire cinque diverse piattaforme «scalabili». In termini di prodotto, il gruppo prevede di lanciare 60 nuovi modelli entro la fine del decennio e di aggiornarne altri 50. Di questi nuovi modelli, 29 saranno completamente elettrici, 15 saranno dotati di tecnologie ibride plug-in o ibride a autonomia estesa e 39 includeranno motori a combustione o sistemi mild hybrid. Con questa strategia, Stellantis punta ad accorciare i cicli di sviluppo e ad avvicinarsi ai ritmi produttivi dei costruttori cinesi, in grado di immettere sul mercato nuovi modelli in meno di 24 mesi.
Ci sarà una vera e propria riorganizzazione dei marchi (numerosi) che sono nella pancia di Stellantis. E questo, come ha spiegato Filosa, per «evitare doppioni e massimizzare i rendimenti di ognuno». I marchi considerati «globali», e quindi sui quali il gruppo vuole puntare, sono quattro: Jeep, Ram, Peugeot e Fiat (che marchierà la 7 posti Grizzly e la Quattrolino, versione a quattro posti della Topolino). «Questi marchi, con una presenza multiregionale, sono la punta di diamante delle nostre iniziative globali di prodotto», ha dichiarato Filosa. A questi sarà destinato il 70% degli investimenti totali. Chrysler, Dodge, Citroën, Opel e Alfa Romeo, invece, sono stati considerati marchi «regionali»: sfrutteranno, cioè, le piattaforme globali esistenti, adattandole alle esigenze specifiche dei loro clienti per rafforzare il posizionamento e la differenziazione sul mercato. La gestione di Ds e Lancia, presenti maggiormente in Francia e Italia, sarà affidata rispettivamente a Citroën e Fiat e saranno sviluppati come marchi specializzati all’interno del gruppo. Capitolo a parte per Maserati: la gamma sarà ampliata con due nuovi modelli, del segmento «E», che arriveranno nei prossimi anni. Sarà un brand sempre più del lusso ma, per avere maggiori dettagli, si dovrà aspettare dicembre, quando ci sarà un focus di Stellantis dedicato esclusivamente al marchio del Tridente.
Da una parte, investe. Ma dall’altra, Stellantis taglia. E non poco. Il gruppo punta a ridurre il potenziale volume di produzione in Europa di 800.000 unità, passando dai 4,65 milioni di veicoli previsti per il 2025 a 3,85 milioni nel 2030 ma «con l’obiettivo di preservare i livelli occupazionali nel settore manifatturiero». La riorganizzazione che sarà attuata nei numerosi stabilimenti sparsi nel Vecchio continente è già chiara a Poissy, in Francia, dove terminerà la produzione di vetture e la fabbrica sarà convertita in un centro specializzato nella produzione di componenti e nello smantellamento di veicoli. Sugli impianti di Madrid e Saragozza in Spagna o di Rennes, sempre in Francia, si «giocherà» con le partnership annunciate per non perdere occupazione. In altre regioni, come negli Stati Uniti, il piano prevede che l’aumento della produzione consentirà di raggiungere l’80% di utilizzo della capacità industriale entro il 2030. Nel frattempo, in Medio Oriente e in Africa, la strategia mira a rafforzare la localizzazione della produzione, con l’obiettivo di raggiungere il pieno utilizzo della capacità produttiva entro lo stesso arco temporale.
Capitolo partnership: saranno rafforzate quelle con Leapmotor (di cui Stellantis detiene il 51%) per la distribuzione globale e la produzione in Spagna, la joint venture con Dongfeng per il mercato cinese ed europeo (produzione di modelli Jeep e Peugeot in Cina), e si stanno per concretizzare delle sinergie con Tata-Jaguar-Land Rover negli Stati Uniti. In Nord America, l’azienda punta ad aumentare il fatturato del 25% mentre nell’area dell’Europa allargata, il gruppo prevede una crescita del fatturato del 15%.
In tutto questo, nel nuovo piano industriale l’Italia si vede poco. Buone notizie arrivano per la fabbrica di Pomigliano d’Arco, dove è stato inoltre ribadito quanto annunciato, vale a dire la produzione di una nuova E-car che sarà in vendita a meno di 15.000 euro, in aggiunta alla Pandina. Melfi con la nuova C-Suv Alfa Romeo e l’impianto di Atessa, con il lancio produttivo della nuova generazione di Ducato, non dovrebbero avere problemi. Per Cassino (che chiuderà per ferie dal 3 al 16 agosto: lo stop interesserà per la prima volta anche i reparti Presse e Plastiche che, in genere, non erano interessati dal fermo della produzione), Termoli e Mirafiori c’è apprensione.








