Nel 2024, mentre il governo Meloni lasciava scadere la Decontribuzione Sud, Giuseppe Provenzano - ex ministro per il Mezzogiorno nel Conte II e padre politico di quella misura - tuonava da Repubblica.
Parlava di «furia ideologica e iconoclasta», di un «Sud condannato alla marginalità», di una norma bandiera smantellata per pura ostilità ideologica. «Stanno cancellando tutto», accusava, rivendicando il Piano 2030 come un’architettura coerente per il Mezzogiorno produttivo.
A distanza di quasi due anni, la Banca d’Italia ha pubblicato uno studio che vale più di mille dichiarazioni. Si intitola The effects of a large place-based reduction of social security employers’ contributions: the case of Decontribuzione Sud ed è firmato da cinque ricercatori dell’istituto. La conclusione è sobria e impietosa: la decontribuzione non ha creato occupazione. Non ha aumentato i salari. Non ha stimolato gli investimenti. Ha migliorato la liquidità delle imprese - cioè ha messo soldi in tasca agli imprenditori - ma non ha trasformato il tessuto produttivo del Sud.
Il cuore della polemica di Provenzano era questo: senza lo sgravio del 30% sui contributi sociali, le aziende meridionali avrebbero ridotto le assunzioni. La decontribuzione era presentata come lo strumento per «massimizzare l’impatto degli investimenti» e costruire un «Sud produttivo». I ricercatori di Bankitalia hanno analizzato l’effetto della misura su circa 140.000 piccole e medie imprese, usando un disegno a discontinuità geografica che confronta le imprese situate ai due lati del confine amministrativo Nord-Sud, per isolare l’effetto della policy dal boom edilizio post-pandemia e dalle assunzioni nel pubblico impiego. Il risultato è netto: effetto sull’occupazione pari a zero. Effetto sui salari medi: zero. Effetto sugli investimenti: anch’esso statisticamente indistinguibile da zero.
Lo sgravio ha ridotto i costi del lavoro di circa il 4,2% - in linea con le attese - e ha migliorato la redditività delle imprese. Ma quei margini in più non sono stati reinvestiti in macchinari, stabilimenti o nuovi dipendenti. Sono stati accumulati come riserva di cassa. Le imprese, di fronte a una misura rinnovata di sei mesi in sei mesi dalla Commissione europea nell’ambito dei cosiddetti Temporary Frameworks, hanno razionalmente scelto di non scommettere su di essa per pianificare il futuro. Hanno incassato, non investito.
L’aspetto più scomodo per chi ha gestito quella politica è che la decontribuzione è nata, come ricordava Provenzano, grazie alla trattativa con l’allora commissario Nicolas Schmit. Ma è nata con un difetto originale: il suo inquadramento come aiuto di Stato temporaneo l’ha condannata a una vita precaria, scandita da rinnovi annuali. Le imprese lo sapevano, e lo studio lo certifica: è stata proprio l’instabilità del quadro regolatorio - non la sua assenza - a vanificare gli effetti potenziali sulla crescita. Un incentivo che può sparire da un momento all’altro non può essere la base di una decisione di investimento pluriennale.
C’è un altro dato illuminante. Nonostante la generosità della misura - 41,7 miliardi stanziati su undici anni - la percentuale di lavoratori che ne ha effettivamente beneficiato si è fermata intorno al 60% degli aventi diritto. Il motivo principale non è la burocrazia generica: è la non conformità contributiva. Circa il 23% delle imprese del Sud, secondo i dati Inps citati nello studio, non è in regola con i contributi e non può quindi accedere alla misura. Il sommerso, il lavoro irregolare, l’economia informale hanno eroso dall’interno l’efficacia di uno strumento costruito per aziende che già funzionano secondo le regole.
Questo non è un fallimento della decontribuzione in sé: è la prova che interventi di fiscalità di vantaggio orizzontali - validi per tutti i datori di lavoro del Sud indipendentemente dal settore o dal progetto imprenditoriale - non riescono a raggiungere proprio quella parte del tessuto economico che ne avrebbe più bisogno, perché quella parte vive ai margini della legalità contributiva.
Insomma, la decontribuzione era, nelle parole di Provenzano, «un tassello della strategia in quattro pilastri». Ma lo studio di Bankitalia dimostra che quel tassello, nella sua applicazione concreta, non ha spostato di un millimetro gli indicatori che davvero contano per lo sviluppo: occupazione, salari, investimenti produttivi. Ha aumentato i profitti delle imprese già sane, ha lasciato fuori le micro-imprese irregolari, ha generato zero posti di lavoro aggiuntivi misurabili. Le Pmi beneficiarie hanno usato i risparmi per rafforzare la propria solidità finanziaria - scelta razionale, ma lontanissima dagli obiettivi prefissati.
Ah, per non dimenticare: da quando è stato mandato in soffitta il piano Provenzano gli occupati al Sud sono da record. Questo perché gli incentivi sono andati agli investimenti, non nelle tasche di qualcuno.
Manifestare per importare più schiavi e poi manifestare contro chi li tratta da schiavi. Anche questo è Made in Italy. Ed è la sintesi disarmante del corteo di Amendolara in provincia di Cosenza, dove Maurizio Landini trascina Elly Schlein e la sinistra unita nel più strumentale dei gesti, pur determinato dal più nobile dei motivi: portare umanità dove quattro braccianti sono stati arsi vivi dentro un minivan perché chiedevano di essere pagati.
Pakistane e afghane le vittime, pakistani i caporali (meglio dire gli assassini), italianissime le code di paglia che reggono lo striscione del giorno: «Mai più. Chi reclama i propri diritti non può finire così».
Giusto, ci mancherebbe. Ma sarà il ventesimo «mai più» dell’ultimo decennio, dai tempi del ministro e sottosegretario Teresa Bellanova (governi Renzi e Conte 2) e Nunzia Catalfo (governo Conte 2) che dicevano: «Il contrasto al caporalato è una priorità sociale». La rete criminale non è invisibile, è qualcosa di evidente e squallido, è uno schiaffo quotidiano alla dignità del lavoro e non può diventare - con la magia di un transformer - «indignazione» e «manifestazione» solo in presenza dei cadaveri. Con il rischio scontato di ammainare le coscienze una volta ammainate le bandiere.
Quelle rosse sventolano attorno a Landini, Schlein, Nicola Fratoianni (Avs), Pasquale Tridico in rappresentanza del Movimento 5 stelle, con il consueto contorno di associazioni come Libera e Anpi. Non manca nessuno, a sinistra si marcano a uomo. E il campo largo è senza dubbio più comodo di un campo di fragole e di ortaggi a tre euro in nero all’ora. «I lavoratori invisibili, le braccia nei campi dietro le quali si sostiene la nostra agricoltura, necessitano di rispetto e dignità, non di ferocia e barbarie», tuona Landini come se fosse arrivato da Marte. E ancora: «Serve una rivolta morale»
Dov’era fino a ieri il segretario della Cgil, vale a dire il più importante difensore dei lavoratori? A occuparsi di pro Pal, di diritti Lgbtq+, di droni russi; a organizzare «la rivolta sociale» contro il governo, a dare a Giorgia Meloni della «cortigiana di Trump» in Tv. Per questo, pronunciate alla stazione di servizio Ip (luogo della strage) davanti ai 5.000 fedelissimi calati su Amendolara, le sue parole stridono. Lui si chiama fuori: «Questa tragedia rappresenta un sistema sbagliato di fare impresa fondato sullo sfruttamento e sul caporalato. È il momento che tutti, uscendo dall’ipocrisia, dicano basta a questo sistema». Dicano, gli altri. Sembra che la cosa non lo riguardi.
Ad ascoltarlo in prima fila c’è Elly Schlein, segretaria di un partito che nei dieci anni al governo non ha fatto nulla per arginare il fenomeno, se non moltiplicarlo con i porti aperti e l’accoglienza diffusa, autentiche fabbriche di disperati destinati alla schiavitù del lavoro clandestino. Lady Pd punta direttamente sulle aziende: «Non si può solo parlare di caporalato ma di padronato. Allora bisogna prevedere il sequestro preventivo delle aziende che impiegano lavoratori sfruttati e vittime del caporalato». Qualcuno dovrebbe spiegarle che alcune inchieste sono arrivate fino alle cooperative, alle società di accoglienza, a opache associazioni-carrozzone specializzate nel drenare fondi pubblici, a chi campa sul business del migrante. Il dramma riguarda tutti, anche chi ha aperto le porte del Parlamento ad Aboubakar Soumahoro con gli stivali infangati e le Vuitton della moglie.
Non basta. Bisogna allargare l’orizzonte a livello nazionale per vedere i danni del grande abbraccio all’immigrazione voluto dalla sinistra con la benedizione della Chiesa. Landini, Schlein, Fratoianni, Conte: quando la maestra spiegava la legge di «causa ed effetto» avevano tutti la varicella. Importare disperati senza regole e fingere di non vedere che sono destinati alla schiavitù 2.0 è colpevole. Chi è fortunato finisce per pedalare sulle rotaie del tram a Milano con la borsa frigo sulla schiena per portare gli «udon con verdure e gamberi» ai fighetti radical che si puliscono la coscienza col «restiamo umani». Chi è meno fortunato viene intruppato nei maranza. Chi non ha neppure la forza di delinquere si ferma a raccogliere arance e ortaggi a tre euro al giorno, sempre che il caporale pakistano sia di buon umore.
Nessuno può impartire lezioni ad Amendolara, neppure nel giorno del lutto. Forse l’unico è don Giacomo Panizza che da anni con «Progetto Sud» si impegna a umanizzare il lavoro nella piana di Sibari. E oggi dice: «La manifestazione non basta. C’è bisogno di tutela dei diritti umani, di solidarietà sociale, di coesione territoriale e di contrasto allo sfruttamento. La vera domanda è un’altra: vogliamo occuparci di sfruttamento lavorativo soltanto quando produce morti oppure vogliamo costruire sistemi capaci di intercettarlo, contrastarlo e proteggere le persone prima? Una strage non nasce il giorno della strage».
«Basta morti e clandestinità», scandiscono i manifestanti. Slogan, solo vecchi slogan senza vergogna. Come «Abbraccia un cinese» prima della strage pandemica, come «abbraccia una nutria» prima della devastante alluvione in Emilia Romagna. Senza dimenticare un dettaglio: il progressista immacolato che oggi piange le quattro vittime arrivate dal mare, un mese fa ha applaudito alla grazia del Quirinale allo scafista Alaa Faraj, condannato a 30 anni per la morte di 49 persone trovate morte nella stiva. Il solito corto circuito dei buoni per decreto, che non s’accorgono di camminare - senza gli stivali di Soumahoro - dentro la palude.
Va bene che non ci sono più le mezze stagioni, ma partire a giugno con le ordinanze anti caldo e anticipare a fine agosto il rientro a scuola significa manomettere il calendario spostando l’estate indietro di un mese.
E se a farlo è, in autonomia, una delle Regioni traino del sistema economico del Paese, il caos è garantito e gli effetti collaterali imponderabili.
Eppure, deciso a sperimentare posizioni solipsiste anche a costo di farne pagare le conseguenze alle imprese del territorio, il presidente dell’Emilia Romagna, Michele De Pascale, ha deciso da un lato di fermare i cantieri nelle ore più calde ancor prima che arrivi il solstizio d’estate, dall’altro di assecondare l’assessore regionale alla Scuola, Isabella Conti, che vuole far tornare i ragazzi in classe già il 31 agosto senza aver tuttavia immaginato chi - esattamente - si occuperà di loro nei giorni aggiuntivi al calendario scolastico.
Così, in poche settimane, la placida regione rossa si è scoperta in rivolta contro le scelte di un governatore che - a contrario del suo predecessore - sembra aver molto chiara la traiettoria politica da seguire e forse un po’ meno i delicati equilibri economico-amministrativi che sorreggono - da sempre - il «sistema Emilia».
Ma andiamo con ordine: una settimana fa, al sopraggiungere dei primi caldi, la Cgil aveva lanciato uno dei suoi guanti di sfida - di quelli che servono per misurare il polso ai governatori - e aveva chiesto formalmente a De Pascale - e anche ad altri presidenti di Regione - di anticipare a subito l’intervento del blocco dei cantieri nelle ore centrali della giornata (lo stesso che l’anno scorso era entrato in vigore durante le ondate di calore).
De Pascale è stato tra i primi a rispondere «presente» e ha emanato il diktat con effetto immediato e con una solerzia che non è piaciuta per nulla alle realtà produttive chiamate a rispettare impegni e scadenze.
«Un’ordinanza non necessaria che rischia di produrre effetti pesanti», l’hanno definita le 14 associazioni di categoria del Tavolo regionale dell’imprenditoria - che riunisce tra gli altri Cia, Confagricoltura, Cna, Legacoop e Confcooperative - a cui si è unita anche Confindustria Emilia-Romagna, che non fa parte del tavolo ma ha sottoscritto la missiva.
L’ordinanza prevede il «divieto di lavoro in condizioni di esposizione prolungata al sole, dalle 12.30 alle 16, nei settori agricolo e florovivaistico, nei cantieri edili e affini, nonché nei piazzali della logistica» e la sua applicazione si basa sulle previsioni della piattaforma sperimentale «Worklimate» frutto di un progetto avviato dal Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr) e dall’Istituto per la BioEconomia (Ibe) che mettendo insieme una serie di previsioni meteo segnala le giornate da «bollino rosso» per i lavoratori. In quei giorni le imprese emiliano romagnole - a causa dell’ordinanza - saranno costrette a fermare i cantieri nelle ore più calde. «Il provvedimento è stato adottato con una fretta non necessaria e senza un reale recepimento delle osservazioni che le rappresentanze dell’impresa avevano avanzato», scrivono nella lettera le associazioni datoriali.
L’ordinanza inoltre, proprio per la sua natura regionale, «rischia di produrre interpretazioni disomogenee, ritardi operativi e ulteriori difficoltà», senza che «nel prossimo periodo siano previste temperature estreme».
Nel frattempo anche l’assessore Conti ci ha messo del suo per complicare la vita di chi, alle idee (illuminate o meno) dei politici deve poi dare gambe concrete. Noncurante degli avvertimenti e delle rimostranze, l’assessore ha lancia l’iniziativa «Scuole Aperte», un progetto sperimentale che porterà all’apertura delle scuole primarie dal 31 agosto in 42 Comuni dell’Emilia-Romagna. La «testardaggine» nell’applicazione, forse ancor più dell’idea in sé non è piaciuta a molti e ora a far presente con forza le conseguenze negative del progetto ci sono non solo i balneari (che temono di perdere clienti in un periodo ancora vivace a livello turistico) ma anche i presidi delle scuole - molto critici sui tempi - e la stessa Anci Emilia-Romagna che ha inviato una lettera all’assessora piuttosto critica.
A segnalarlo è il sito dedicato al settore Orizzintescuola.it che riporta il parere di diversi dirigenti scolastici secondo cui nel periodo previsto dalla Conti per le attività «il personale docente è impegnato nella preparazione del nuovo anno scolastico», il personale Ata è «assorbito dalle esigenze organizzative ordinarie» e la soluzione prospettata di «affidare le attività a educatori, operatori interni o soggetti del terzo settore richiede una pianificazione ancora tutta da definire».
De Pascale e Conti, però, nel tipico stile degli amministratori Pd, tirano dritto: «Capisco le preoccupazioni delle aziende, ma la salute viene prima di tutto», ha risposto il governatore a chi gli chiedeva di ripensare ai suoi propositi. «Sappiamo che è uno sforzo non banale, ma siamo convinti che ci siano le condizioni per riuscirci», gli ha fatto eco l’assessore alla Scuola.
Ispezioni governative e conferenze stampa addomesticate. A Genova, dopo l’omicidio in un parco cittadino di Pietro Alberto Paolo Signor per mano di un senegalese irregolare, Cissé Camara, il clima politico si è scaldato. La giunta progressista della sindaca Silvia Salis è andata in tilt alla notizia della verifica ordinata dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.
L’ex atleta olimpica e i suoi hanno incolpato il governo centrale e i giornali locali, dopo essersi premurati di scrivere che il cittadino africano «era regolarmente presente sul territorio nazionale», hanno dato ampio spazio alla senatrice e coordinatrice nazionale di Italia viva Raffaella Paita che, riprendendo uno scoop della Verità, ha chiesto, con un’interrogazione, spiegazioni proprio a Piantedosi sulla presenza in città dell’assassino con il permesso scaduto: «La coalizione di centrodestra non può scaricare la responsabilità sul Comune. Anzi sono io che interrogo il ministro Piantedosi, perché voglio sapere come mai questo soggetto si trovasse ancora a Genova visto che era stato fermato da polizia e carabinieri». Peccato che il capo del Viminale, come riportato dal nostro giornale, abbia già preso provvedimenti e ordinato un’ispezione.
Verifica che prenderà avvio nelle prossime ore. Sarà un modo per comprendere come sia stato possibile che Camara, dopo essere stato controllato dagli agenti in svariate occasioni, non sia stato trattenuto in un Centro di permanenza per il rimpatrio, nonostante i numerosi precedenti e il permesso di soggiorno scaduto. La linea di Piantedosi è quella di fermare i migranti irregolari pericolosi e di procedere sempre, previa convalida del giudice, con il trattenimento. Una strategia perseguita anche con il cosiddetto programma Oscar, avviato nel 2024. Perché, allora, non è stato applicato nel caso di Camara? L’ispezione, chiesta da Piantedosi in accordo con il capo della polizia Vittorio Pisani, consentirà di appurarlo. L’iniziativa rappresenta anche un indiretto promemoria a tutte le questure affinché non si ripeta più un caso come quello di Camara. Ma l’imminente verifica ha fatto perdere le staffe a un’altra esponente di Italia viva come la Paita e la stessa Salis (che seppur non iscritta è considerata un’«invenzione» di Matteo Renzi), ovvero l’assessora a Polizia locale e Sicurezza urbana Arianna Viscogliosi, già in giunta con il centrodestra. L’esponente della giunta, dopo che abbiamo dato la notizia dell’ispezione, è sbottata in Consiglio comunale: «Ma cosa fa il governo? Piantedosi ci manda gli ispettori per controllare chi? Sé stesso? Per controllare l’attività del Questore e della polizia di Stato? Siamo al paradosso… non lo sa lui come vengono gestite queste cose?».
Intanto la giunta, mentre nelle vie cittadine imperversano bande di maranza, spacciatori e rapinatori, si dà priorità surreali. La polizia municipale, da mesi, dà la caccia a chi deposita i rifiuti nel cassonetto sbagliato, ai cittadini che lasciano il finestrino dell’auto abbassato (una sorta di istigazione a delinquere punita dal Codice della strada) e ai padroni che portano in giro i cani senza la bottiglietta dell’acqua per diluire la pipì degli amici a quattro zampe. Sanzioni che ci si può aspettare a Lugano o a Singapore, non a Genova dove, a partire dai caruggi della città vecchia, strade e marciapiedi sono insudiciati dalle deiezioni dei cani e da rifiuti di ogni genere (ben lontani dai cassonetti monitorati con solerzia dai vigili). Non siamo in Svizzera, ma neppure in Veneto o in Trentino Alto Adige. Genova, seppur bellissima, è una città sempre più sgarrupata, anche perché a governarla è una prima cittadina troppo impegnata a farsi intervistare da rotocalchi patinati o a partecipare a eventi in giro per l’Italia. Il suo obiettivo è ottenere un’investitura come anti Meloni da tutto il campo largo. Ma la sua prima esperienza politica, da sindaca di Genova, lascia alquanto a desiderare e così per la conferenza stampa del primo compleanno della sua giunta ha stabilito regole di ingaggio che neanche a Pyongyang, in Corea del Nord. Con la benedizione della sezione locale dell’Ordine dei giornalisti.
L’11 giugno, dalle 10 alle 13, nel salone di rappresentanza di Palazzo Tursi, si autocelebreranno la sindaca, gli assessori e i consiglieri delegati. Nel comunicato inviato ai cronisti si legge: «Come concordato con l’Ordine dei giornalisti della Liguria (sic, ndr), ciascuna testata potrà rivolgere un massimo di due domande su tematiche che riguardano l’amministrazione della città». Nel documento i giornalisti vengono pregati di accreditarsi a uno specifico link, «indicando le tematiche su cui rivolgeranno le domande, entro lunedì 8 alle 18». Insomma, pochi quesiti e dichiarati prima, come in dogana. La sindaca, evidentemente, ha bisogno di farsi preparare le risposte per tempo, come un’Ambra Angiolini qualsiasi. Ma non a tutti è piaciuta l’idea della conferenza stampa preconfezionata e così il Comune ha provato, ieri, a fare una repentina marcia indietro, affidandosi questa volta a un dispaccio dell’organo di rappresentanza dei cronisti: «L’Ordine dei giornalisti della Liguria evidenzia che tutti i colleghi sono liberi di porre domande su temi e questioni che ogni collega ritiene più opportuno e che la richiesta (per chi lo vorrà) di anticipare gli argomenti (e non le domande) è stata fatta dal Comune soltanto per agevolare lo svolgimento della conferenza stampa, sia nei tempi che nella completezza delle risposte che verranno fornite ai cronisti presenti» è stato precisato ieri.
Siamo certi che i quesiti meno graditi saranno quelli riguardanti la sicurezza in città, dopo l’uccisione di Signor, avvenuta il 30 maggio scorso. Anche perché la giunta, come detto, sembra più preoccupata di punire i cittadini che non usano bene i cassonetti dell’immondizia che non di ripulire i parchi cittadini dai balordi. Già a inizio anno, i giornali avevano dato la notizia di cinque maxi multe da 1.000 euro. La già citata «assessora» Viscogliosi si è sperticata in elogi: «Ringrazio gli agenti per la dedizione con la quale, al termine di indagini molto elaborate, sono riusciti a rintracciare i responsabili. Ma il “boom” di sanzioni per comportamenti scorretti legati ai rifiuti è merito anche della cittadinanza che sempre più spesso, attraverso segnalazioni mirate al numero unico 112, ci aiuta a tutelare il decoro urbano e a ripristinare la legalità».
Il predecessore della Viscogliosi, Antonino Gambino, ex esponente di Fdi, commenta: «In questo primo anno di amministrazione Salis le priorità della polizia locale non sono più state il presidio del territorio e il contrasto ai reati predatori, ma l’incremento delle sanzioni, in particolare quelle per abbandono rifiuti ed errato conferimento nei cassonetti, scaricando, per calcolo propagandistico, tutta la responsabilità per l’incremento del degrado e dell’insicurezza su questore e prefetto, in quanto rappresentanti del governo. Le tanto decantate politiche sociali sono ferme al palo e non stanno dando nessun frutto tangibile. L’unico risultato, ormai sotto gli occhi di tutti, è un aumento esponenziale dei senzatetto per strada e dello spaccio e del consumo di droga alla luce del sole». La capogruppo della Lega in Consiglio comunale, Paola Bordilli, ricorda un’altra mossa della maggioranza: «Due giorni dopo l’omicidio di Villetta Di Negro, ha annunciato in pompa magna i controlli sulla pipì dei cani, come se quella dovesse essere la priorità della polizia municipale». Il decoro urbano come prima voce del programma, mentre bande di giovani stranieri terrorizzano la cittadinanza quasi nell’indifferenza generale e la gente viene ammazzata per strada. «Siamo in piena emergenza, come dimostra il tragico omicidio di Signor», continua Bordilli. «A Genova il livello di sicurezza si è pericolosamente abbassato: lo gridano cittadini e commercianti esasperati, ma il sindaco non ascolta, distratta come è dalle sue ambizioni nazionali».
Un esempio chiaro della confusione che regna sotto la Lanterna è offerto dalla vicenda della darsena genovese, tra il Museo del mare e l’Acquario. Qui attraccano i pescherecci, ma soprattutto spacciano i pusher. Tanto che spesso si trovano pacchetti di droga nelle reti dei pescatori. Per mesi la Lega ha proposto di portare avanti i piani di bonifica già avviati dalla giunta di centrodestra. Di fronte all’evasività della giunta il consigliere del Carroccio, Alessio Bevilacqua, ha chiesto alla commissione preposta di fare un sopralluogo serale per verificare la situazione. Ma il presidente del Consiglio comunale, il dem Claudio Villa, ha fatto sapere di non poter accogliere la richiesta «per la necessità di assicurare condizioni di sicurezza adeguate per tutti i partecipanti». Insomma, neppure una delegazione di politici e tecnici, magari scortata dalla polizia municipale, ha la garanzia di non correre pericoli nel centro di Genova in orario serale. Una notizia che non farà piacere ai genovesi che amano passeggiare verso il tramonto nella zona del Porto antico.
Alla fine, minacciando un consiglio comunale monotematico, la Lega ha ottenuto per venerdì prossimo almeno un sopralluogo diurno. Il bilancio della Bordilli su un anno di giunta della Salis è desolante: «Siamo di fronte al nulla, perché come sindaco non è pervenuta. Per dodici mesi abbiamo visto solo la campagna elettorale di un’aspirante candidata premier. Un anno fatto di reel, immobilismo e narrazioni distorte della realtà, lontane dai bisogni reali dei cittadini. Quando c’è stato l’omicidio di Villetta Di Negro, come capita spesso, era fuori città e ha liquidato la tragedia con il solito scaricabarile, dopo il lancio del martello, la sua nuova e inaccettabile specialità. Forse è il caso di ricordarle che il dramma è avvenuto in un parco pubblico comunale, uno di quei giardini che la giunta ha blindato in vista dell’arrivo degli Alpini, trattati come Unni. Mentre gli sbandati vengono lasciati liberi di dormirci e spacciare. Genova merita un vero amministratore, non una passante». Per questo, giovedì, urgono domande vere per la sindaca. Ma difficilmente se ne sentiranno. E, se ci saranno, ne siamo certi, mancheranno le risposte.










