Enrico Gallucci, responsabile dell’ufficio «clemenze» del Colle: la sentenza della Consulta del 2006 «ha spostato il baricentro decisionale» al Quirinale, «imponendo al capo dello Stato l’esame e la valutazione di ogni pratica».
Fino a una settimana fa Sergio Mattarella era il custode massimo della Costituzione e dall’alto del Colle vigilava con massimo scrupolo sugli atti parlamentari e le decisioni del governo. Dopo il caso Minetti, invece, il capo dello Stato è all’improvviso diventato un uomo senza poteri e senza strumenti, costretto a firmare un provvedimento di grazia sulla base delle informazioni farlocche fornitegli dal ministro della Giustizia. Qualche giornalista trasformatosi in portavoce del presidente, forse nel tentativo di soffiare il posto a Giovanni Grasso che il compito di portavoce del Quirinale lo fa benissimo, si è perfino spinto a dire che Mattarella non ha strumenti per approfondire le richieste di clemenza che gli vengono inviate.«Non può certo incaricare i corazzieri», è stata l’obiezione. Carlo Nordio, secondo qualche genio, pur non avendo poteri sui provvedimenti che competono al capo dello Stato, avrebbe invece dovuto inviare alla ricerca di Minetti e compagno gli agenti della penitenziaria, sottraendoli ai normali turni nelle prigioni di Stato.
Purtroppo, la grande stampa ancora una volta non ha perso l’occasione per dimostrarsi asservita al Quirinale. Così come cercò di minimizzare le frasi del consigliere speciale della Difesa che, pur lavorando a fianco del presidente, si augurava uno scossone per mandare a casa Giorgia Meloni, e come ha provato a intestare le medaglie olimpiche non agli atleti ma al Colle, ora cerca di proteggere Mattarella da un affaire che rischia di comprometterne l’immagine. Siccome però il nostro mestiere è non berci le frottole che dall’alto si vorrebbero propinare all’opinione pubblica, ecco dunque il resoconto di quel che è accaduto.
Anzitutto, sarà il caso di chiarire che al momento contro Minetti ci sono solo voci e nessuna accusa. Nonostante le insinuazioni, l’ex igienista dentale ha effettivamente adottato un bambino gravemente malato. C’è un decreto del tribunale di Venezia che recepisce una sentenza del giudice di Maldonado, città sudamericana a breve distanza dalla costa atlantica. Il bambino era stato abbandonato dai familiari ed è cresciuto in un orfanotrofio fino a che l’ex consigliera regionale lombarda e il compagno non ne hanno richiesto l’affidamento e, successivamente, l’adozione. La Verità ha preso visione della decisione dalla magistratura uruguaiana e nel testo si descrive la condizione sociale e fisica del bambino e si dà conto del fatto che la famiglia naturale non se ne occupa. Che questo non corrisponda al vero, come alcuni insinuano, lo vedremo, ma al momento che il minore sia una scusa, usata per ottenere la grazia, o che sia stato sottratto ai legittimi genitori, come qualcuno lascia intendere, è tutto da dimostrare, perché per sostenere le accuse non bastano le voci anonime - come nel caso della «fonte» che avrebbe spifferato di un viaggio di Carlo Nordio nel ranch di Cipriani e Minetti -, servono le prove.
Ma a prescindere da quel che ha fatto o fa l’ex igienista dentale, resta il tema del ruolo di Mattarella che ora, dopo le polemiche, è stato declassato non a custode puntuto della Costituzione, ma a semplice notaio, che sottoscrive atti decisi da altri.
In realtà, come ha scritto ieri Ermes Antonucci sul Foglio, il Quirinale non può chiamarsi fuori dal caso Minetti. E a ribadirlo è lo stesso magistrato che tuttora dirige l’ufficio grazie della presidenza della Repubblica. Otto anni fa, dopo 12 anni trascorsi sul Colle, Enrico Gallucci ha scritto il capitolo di un libro («Costituzione e clemenza») in cui spiega non solo l’iter delle domande di grazia, ma anche il supporto al capo dello Stato che viene offerto dal dipartimento da lui guidato nell’esame e nella valutazione di tutte le pratiche di clemenza. Grazie a questo importante contributo - ricorda Gallucci - sia Giorgio Napolitano che l’attuale presidente hanno negato la firma a provvedimenti che avevano ottenuto il via libera della Procura e anche del ministro della Giustizia. Insomma, il capo dell’ufficio che si occupa delle misure in favore dei condannati, otto anni fa certificava che il presidente della Repubblica non è un passacarte, che controfirma decisioni prese da altri. Il capo dello Stato, dunque, avrebbe rifiutato la firma per motivi sia «di natura procedurale» sia «per un dissenso di merito».
Così viene spontanea una domanda: perché fino a qualche settimana fa Mattarella era un presidente attivo, capace di fermare un provvedimento di grazia o di opporsi a un decreto, e poi all’improvviso viene trasformato in un notaio distratto, che può essere buggerato da un ministro?
Ripeto quello che ho scritto ieri: in questa vicenda il Colle non ce la racconta giusta. Prima procede spedito cancellando le condanne di Minetti. Poi, quando il caso deflagra, ingrana altrettanto velocemente la retromarcia, provvedendo a cancellare le impronte lasciate sui fascicoli della strana storia. Una volta si diceva: c’è un giudice a Berlino. E i giornalisti? Speriamo non siano quelli che vanno in tv a dire che una fonte accusa Nordio, senza però specificare né chi sia la fonte né quando il ministro della Giustizia abbia preso parte alla rimpatriata. Stiamo verificando, ha detto Ranucci dopo aver sganciato la bomba. Ma le verifiche non vanno fatte prima di aver fatto esplodere la notizia?
Totalmente fuori dal radar dei grandi media internazionali l’isola caraibica di Haiti rimane in una situazione drammatica, dove le gang restano padrone del paese. Il rappresentante speciale delle Nazioni Unite per Haiti ha annunciato che una nuova forza multinazionale per combattere le bande criminali sarà dispiegata gradualmente nei prossimi mesi.
Questa Forza di Repressione delle gang inizierà a sostituire l'attuale Missione multinazionale a supporto della polizia haitiana, con l'obiettivo di ristabilire l’ordine e soprattutto il monopolio della forza da parte del governo di Port au Prince. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato un nuovo dispiegamento di 5.500 fra soldati ed agenti di polizia ed il primo contingente formato da 400 militari provenienti dal Ciad è già arrivato ad Haiti.
Il Palazzo di Vetro sembra finalmente voler fare qualcosa per aiutare la nazione caraibica, che ormai da cinque anni è in mano alla criminalità organizzata. La missione precedente, formata da poliziotti provenienti dal Kenya, non era mai stata finanziata ed attrezzata in maniera adeguata e gli agenti africani erano stati ininfluenti nella battaglia per il controllo della capitale. Dal Ciad in totale dovrebbero arrivare 1500 uomini, un contingente delle forze armate articolato in due battaglioni di fanteria. Ad Haiti le bande armate controllano circa il 75% della capitale Port-au-Prince, approfittando del collasso istituzionale seguito all’uccisione del presidente Jovenel Moïse ed al crollo dello stato. La polizia haitiana non riesce più a difendere nemmeno i quartieri governativi e vive asserragliata nelle caserme, dove subisce continui attacchi. Questa missione delle Nazioni Unite deve anche affrontare il problema di ricostruire un’entità statale che in questi anni è andata completamente persa. Le forze armate inviate potranno aiutare la popolazione, ma non saranno assolutamente sufficienti a garantire una transazione democratica per questa nazione che ha vissuto moltissime crisi nella sua travagliata storia.
Ad Haiti lo stato infatti non esiste più: da mesi i trasporti pubblici sono sospesi, i rifiuti non vengono raccolti ed i salari non vengono pagati. La maggioranza della popolazione è al limite della sopravvivenza e nel 75% dei quartieri della capitale sono le gang ad amministrare la vita quotidiana degli abitanti. Nonostante questa situazione le Nazioni Unite hanno espresso un giudizio positivo sul nuovo esecutivo guidato da Alix Didier Fils-Aimé, che sta faticosamente cercando di garantire una certa continuità dello Stato, sostenuta dal Patto nazionale per la stabilità, un accordo firmato da un grande rappresentanza della società civile. Anche il fatto che il governo abbia potuto ricominciare a riunirsi nella capitale, dopo tre anni, è visto come un fatto positivo. Le organizzazioni internazionali denunciano però una situazione umanitaria in rapido peggioramento con circa 1 milione e mezzo di persone sfollate che vivono in campi profughi o presso famiglie ospitanti, mentre si stima che entro la fine del 2026 circa 6,5 milioni di haitiani avranno bisogno di immediata assistenza umanitaria.
Stando a un recente rapporto, tra dicembre e febbraio oltre 2.400 persone sono state uccise, molte delle quali sospettate di essere membri di bande criminali, mentre la polizia sta cercando di intensificare le operazioni arruolando molti giovani disoccupati. Secondo il rapporto del BINUH (United Nations Integrated Office in Haiti), si registra un aumento del 23% degli omicidi rispetto al periodo precedente, con operazioni contro le bande criminali che hanno causato la morte di almeno 158 civili e il ferimento di oltre 100.
Lo scorso anno, più di 9.000 persone sono state uccise ad Haiti, e il paese registra un tasso di omicidi pari a 76 ogni 100.000 abitanti, uno dei più alti al mondo. A dicembre dovrebbe tenersi il primo turno delle elezioni, ma tutto resta estremamente aleatorio. Intanto il Primo ministro haitiano Alix Didier Fils-Aimé ha affermato che il governo di transizione «resta pienamente impegnato ad aiutare Haiti a uscire da questa crisi» e ha sottolineato che intende aumentare il numero di agenti di polizia e soldati, ribadendo che «lo Stato sta riprendendo il posto che gli spetta di diritto ed Haiti non perirà».
Come usare un sommergibile nucleare per trasportare una cassa di fucili del secolo scorso. Se si mettono in fila le date e i modi della concessione della grazia all’ex consigliere regionale di Forza Italia, Nicole Minetti, salta all’occhio la notevole sproporzione tra la caratura del personaggio e le cautele, la riservatezza e la rapidità adottate dal Quirinale per cancellare la sua condanna.
Il tutto in un contesto istituzionale profondamente cambiato dal 2006 e che ha portato, non a caso, a far sì che il dicastero di Via Arenula restasse solo «ministero della Giustizia» anche nella dizione ufficiale, avendo perso ogni competenza sui provvedimenti di grazia.
L’igienista dentale del San Raffaele, paracadutata nel 2010 al Pirellone con Forza Italia nel listino bloccato, è sempre stata di poche parole. Si è dimessa nel 2012, sull’onda dello scandalo Ruby, e di lei gli stessi compagni di partito ricordano solo, a parte l’avvenenza, il fatto che non parlava con i giornalisti ed era sempre marcata da un addetto stampa. Accusata dai pm milanesi di essere una sorta di «regista» del Bunga Bunga milanese di Silvio Berlusconi, in realtà non era certo l’unica figura di questo tipo, ma ha praticamente pagato per tutti. In due processi distinti, Minetti ha preso nel complesso tre anni e 11 mesi. Nel 2022 viene disposta l’esecuzione cumulata con misure alternative al carcere. Secondo il Fatto Quotidiano l’esecuzione non è mai cominciata: Minetti aveva chiesto l’affidamento ai servizi sociali, e l’udienza per decidere era stata fissata a dicembre dello scorso anno. All’inizio del 2025, però, ha presentato la domanda di grazia che oggi è al centro dello scandalo.
In tutti questi anni, la Minetti ha mantenuto il suo tradizionale riserbo e non concede interviste. Con un’unica, sostanziale, eccezione. A metà settembre del 2024, sul mondadoriano Chi, allora diretto da Alfonso Signorini, esce un bel servizio fotografico che la ritrae per le strade di Milano con un bimbo. Il settimanale parla di una vita da «mamma di lusso», tra «Ibiza, Monte Carlo e New York» con «il suo fidanzato Giuseppe Cipriani». Nessun riferimento all’Uruguay, dove Cipriani ha una villa spettacolare e dove avviene l’adozione contestata.
La nuova Nicole in versione mamma premurosa è dunque sdoganata, fotografie alla mano. Il 27 luglio 2025, l’avvocato Antonella Calcaterra scrive al Quirinale, Ufficio Grazie, e chiede clemenza per la sua assistita. Nel giro di soli dieci giorni, il responsabile dell’ufficio, il magistrato Enrico Gallucci, gira la documentazione al ministero. Qui, per le verifiche di rito, possono servire anche uno o due anni. Invece per l’ex badante di Ruby Rubacuori bastano poche settimane. È come se il nome Minetti non dicesse più nulla, o dicesse troppo, e il 9 gennaio di quest’anno, dopo soli quattro mesi e con l’estate in mezzo, arriva anche il semaforo verde della Procura generale di Milano. Il provvedimento di clemenza viene firmato da Sergio Mattarella il 18 febbraio. E resta segreto. Pare perché essendoci di mezzo un minore non si volevano speculazioni. Sarà, ma intanto il sommergibile ha concluso la missione con successo. Minetti eviterà anche i lavori socialmente utili e continuerà la sua silenziosa esistenza.
Questa grazia fantasma non poteva che materializzarsi in un programma tv che si chiama Chi l’ha visto. Succede quasi due mesi dopo, a metà aprile, quando il conduttore del programma Rai, Federico Ruffo, annuncia sui social la grazia alla Minetti «per motivi umanitari». Nessuno obietta alcunché, perché il Colle ha sempre ragione, mentre il Fatto Quotidiano comincia a indagare sulla contestata adozione in Uruguay nella generale riprovazione dei giornaloni, in veste di Igienisti del Quirinale. Fino alla svolta di tre giorni fa: il Colle fa intendere di essere stato ingannato da qualche misteriosa entità e chiede un’indagine severa a Via Arenula. Così, gli stessi Igienisti del Quirinale cavalcano lo scandalo e lo girano interamente contro il governo di Giorgia Meloni.
E qui, la faccenda si fa un po’ più tecnica, ma non meno interessante. Chi decide veramente i provvedimenti individuali di clemenza? Il capo dello Stato, non c’è dubbio. Lo dice la Costituzione e lo spiega bene una sentenza della Consulta (la numero 200) del 2006, che afferma: «La titolarità sostanziale del potere di grazia compete al presidente della Repubblica». In forza di questa sentenza, il vecchio ministero di Grazia e Giustizia è andato in soffitta e al Quirinale, da vent’anni, c’è un apposito ufficio, affidato al magistrato Gallucci. Che ieri, interpellato dal Foglio, non si è minimamente nascosto dietro un dito e ha detto: l’attività istruttoria spetta al ministero, «ma l’affermazione circa la titolarità presidenziale del potere sostanziale di concedere la clemenza individuale ha spostato il baricentro decisionale sulla presidenza della Repubblica, imponendo all’ufficio di supporto al capo dello Stato l’esame e la valutazione di tutte le pratiche di grazia». E così, da un lato le grazie le decide il capo dello Stato, ma la Costituzione sancisce sempre la sua irresponsabilità politica. Insomma, questa sentenza del 2006 è davvero un piccolo capolavoro.
Adesso, dopo lo scandalo, sono in corso tutte quelle «verifiche» e quelle «indagini accurate» che non sono state fatte di fronte a quel sommergibile inarrestabile. Alla fine, chissà che anche il regista Paolo Sorrentino non debba rimettere mano al suo film La Grazia. Sperando che il nuovo titolo non diventi La Trattativa.
Svolta Garlasco: Sempio in Procura. Per gli inquirenti a uccidere Chiara è stato solo lui
Colpo di scena clamoroso nella nuova indagine sul delitto di Garlasco. L’indagine a carico di Andrea Sempio per l’omicidio di Chiara Poggi, trovata morta nella villetta di famiglia il 13 agosto del 2007, non è più in concorso con ignoti, o con Alberto Stasi, il fidanzato della vittima, condannato come unico esecutore del delitto nel 2014.
È la novità contenuta nell’invito a comparire redatto dalla Procura di Pavia per l’amico del fratello della ventiseienne uccisa, convocato dai pm per il 6 maggio. La modifica del capo di imputazione verosimilmente è legata anche alla trasmissione alla Procura generale di Milano di un’informativa utile a presentare un’eventuale istanza di revisione per l’allora fidanzato di Chiara Poggi, unico condannato in via definitiva a 16 anni di reclusione per il delitto.
La notizia ha spiazzato i legali dell’indagato: «Stiamo valutando i passi più opportuni per la nostra strategia difensiva, tenendo conto del fatto che per la seconda volta dall’inizio dell’inchiesta Andrea viene convocato ma senza che gli atti delle indagini siano stati depositati», ha spiegato l’avvocato Angela Taccia, che assiste Sempio assieme al collega Liborio Cataliotti, dopo la notifica di una convocazione per l’interrogatorio da parte dei pm di Pavia. Da quanto si può intuire, Sempio potrebbe, come già fatto in un precedente interrogatorio, decidere di avvalersi della facoltà di non rispondere, poiché le indagini non sono state ancora chiuse con il deposito di tutti gli atti.
Va detto che una convocazione dell’indagato a pochi giorni dalla probabile chiusura delle indagini non è un fatto abituale.
Ma a ben vedere la mossa della Procura guidata da Fabio Napoleone si inserisce perfettamente nel solco delle ultime mosse di magistrati di Pavia.
Il 23 aprile scorso, infatti, poche ore dopo che le agenzie avevano battuto la notizia del deposito alla Procura generale di Milano dell’esposto di una giornalista che rappresenterebbe ipotesi di tentativi di manipolazione delle indagini, era filtrata anche l’indiscrezione che il giorno successivo era previsto un incontro tra il procuratore di Pavia Fabio Napoleone e la procuratrice generale di Milano Francesca Nanni, proprio sull’indagine Garlasco. A quanto era emerso il colloquio, sarebbe stato chiesto da Napoleone per parlare in particolare del possibile giudizio di revisione della sentenza di condanna a 16 anni che Alberto Stasi sta finendo di scontare.
Uno scenario confermato dopo l’incontro tra la Nanni, la sua vice e avvocato generale, Lucilla Tontodonati, e il procuratore Napoleone. Il quale da oltre un anno, assieme all’aggiunto Stefano Civardi e alle pm Valentina De Stefano e Giuliana Rizza, sta lavorando alla nuova inchiesta sul delitto di Garlasco. Su input dei difensori di Stasi era stata disposta una nuova consulenza tecnica relativa al Dna isolato sulle unghie della vittima per poi ottenere, più di un anno fa, la riapertura dell’inchiesta con una imputazione abbastanza singolare: Andrea Sempio avrebbe ucciso Chiara in concorso con il condannato Stasi e con altri. Un escamotage, a detta di tanti esperti, per procedere con gli accertamenti delegati ai carabinieri e alla fine approdare a qualcosa che è più di una ipotesi. E la novità di oggi sembra confermare che si trattasse proprio di un escamotage.
Sta di fatto che dalle nuove indagini sarebbe emerso uno scenario ben diverso da quello restituito dalla sentenza passata in giudicato nel 2015: la mattina del 13 agosto 2007 nella villetta di Garlasco non c’era Stasi ma Sempio con altri complici. Complici che poi, con ulteriori verifiche, sono stati «sbianchettati» lasciando come unico responsabile l’amico del fratello di Chiara.
«Nelle prossime settimane riceveremo una informativa su quello che è stato fatto dalla procura di Pavia» aveva spiegato la dottoressa Nanni, in un punto stampa convocato al termine del colloquio con Napoleone, aggiungendo che ovviamente la prima cosa da fare sarà studiare le carte. «Non sarà uno studio né veloce né facile» ma un’analisi attenta, anche per valutare «se chiedere ulteriori atti». Dopo di che, probabilmente tra qualche mese, si deciderà «se eventualmente proporre una richiesta di revisione. Nessuna dichiarazione», ha ripetuto la pg, «prima di studiare e capire come stanno le cose».
Qualora ci fossero gli estremi, la proposta di revisione dovrà passare attraverso i giudici d’appello di Brescia, e poi, in caso di ricorso della parte civile, che è fermamente convinta della colpevolezza di Stasi, anche attraverso quelli della Cassazione.









