Sono trascorsi 65 anni dal giorno in cui Oriana Fallaci diede alle stampe Il sesso inutile, un saggio in cui raccontava la condizione della donna in alcuni Paesi intorno al mondo. Il primo capitolo di quel libro era dedicato a una sposa bambina. La descrizione della cerimonia colpisce, perché da inviata dell’Europeo Fallaci fece un resoconto vivido di quel matrimonio tra una ragazzina e un adulto. «Non mi accorsi subito che fosse una donna perché da lontano non sembrava nemmeno una donna: sembrava un oggetto privo di vita o un pacco fragile e informe che uomini vestiti di bianco conducevano verso l’uscita».
Quel pacco privo di vita era una bambina che andava sposa a un musulmano, a Karachi, in Pakistan. Aveva gli occhi chiusi, per non vedere un marito che non aveva mai visto. Il coniuge l’aveva scelta guardando una fotografia e gli era piaciuta. Lei, la bambina, «teneva la testa appoggiata ai ginocchi e si capiva finalmente che era una donna poiché da tutto quel rosso incrostato d’oro e d’argento uscivano due piedi minuscoli, con unghie dipinte di rosso e la pianta dipinta di rosso. Tra i ginocchi, poi, penzolava una mano ed anche la mano era minuscola, con unghie dipinte di rosso. Piangeva. E a ogni singhiozzo le spalle si alzavano e si abbassavano come il singulto di un animale ferito. Era molto piccola, così raggomitolata per terra. Così piccola che veniva voglia di fare qualcosa per lei: come aiutarla a scappare».
Ribadisco: il saggio di Oriana Fallaci risale a 65 anni fa. Ma da allora nulla sembra essere cambiato. Nei Paesi musulmani spesso le donne vanno in sposa a uomini che nemmeno conoscono. A decidere chi debba essere il loro marito sono i genitori e se le figlie si ribellano rischiano di finire sottoterra, come è capitato a Saman e a Hina. Assassinate dai parenti perché rifiutavano un matrimonio combinato. Non in Pakistan, ma in Italia. E proprio a Brescia, dove una giovane di vent’anni fu sgozzata dal padre e sepolta in giardino perché rifiutava le nozze, la trasmissione condotta da Mario Giordano su Rete 4 è andata a chiedere agli imam se sia giusto che un adulto di 30 o 40 anni sposi una bambina di nove. Le risposte date all’inviato di Fuori dal coro sono state agghiaccianti. Per i capi religiosi della comunità islamica di Brescia è normale che una minorenne venga costretta a sposarsi con un uomo molto più anziano di lei. La legge in tutto il mondo civilizzato vieta i matrimoni di bambine con persone adulte e punisce anche i rapporti sessuali con minorenni, ma gli imam interpellati dal giornalista del programma di Giordano non sembrano turbati dal divieto. «È il Corano a consentirlo» si giustificano, aggiungendo che il profeta prese una sposa che aveva appena 12 anni. Secondo loro, il matrimonio è una cosa buona e giusta e per legalizzarlo, registrandolo ufficialmente, è sufficiente aspettare che la «moglie» compia 18 anni, in mondo da non disturbare la legge. «È una cosa bella» commentano senza sapere di essere registrati quando l’inviato dice di aver sposato una ragazzina di 12 anni. Però, quando il giornalista rivela la sua identità e non nasconde più la telecamera, la versione si fa più prudente. All’improvviso gli imam che prima lodavano il matrimonio fra bambine e adulti, promuovendolo quasi si trattasse della sublimazione di un’unione tra uomo e donna, dicono di non sapere nulla delle spose bambine. Di fronte alla cinepresa non rivendicano più le nozze con minorenni obbligate a sposare degli sconosciuti per decisione dei genitori. A microfoni aperti diventano rispettosi della legge.
Ma è evidente che dietro la cautela ufficiale esiste una realtà inquietante, non molto diversa da quella raccontata 65 anni fa, dopo un viaggio a Karachi, da Oriana Fallaci. Si tratta di pedofilia islamica, minorenni costrette a sposare uomini che non conoscono quando ancora sono in età per giocare con le bambole. Per gli imam è sufficiente la loro prima mestruazione per trasformarle in spose da offrire a uomini molto più vecchi di loro. «È scritto nel Corano» insistono. «Sono passati milletrecento anni da quando Maometto parlò nel caldo deserto d’Arabia» scriveva nel 1961 la più famosa giornalista italiana «e sebbene qualcosa di nuovo succeda tra le donne dell’Islam, la stragrande maggioranza dei suoi fedeli continuano a rispettarne le leggi come se il tempo si fosse fermato». Ecco, il servizio di Fuori dal coro dimostra che non è cambiato niente da allora. Anzi, convinti di parlare in privato, gli imam spiegano che a nove anni le bambine sono pronte per diventare spose. Scriveva sempre Oriana: «C’è molto sole sui Paesi dell’Islam: un sole bianco , violento che accieca. Ma le donne musulmane non lo vedono mai: i loro occhi sono abituati all’ombra come gli occhi delle talpe. Dal buio del ventre materno esse passano al buio della casa paterna, da questa al buio della casa coniugale, da questa al buio della tomba». Ecco, è ciò che pensano quegli imam. Non a Karachi, ma a Brescia. E noi glielo lasciamo pensare e probabilmente fare.
Era il 24 febbraio del 2025 e il premier, Giorgia Meloni, incontrava a Palazzo Chigi il Presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohamed bin Zayed Al Nahyan. Il capo del governo descriveva l’incontro come una «giornata storica», come «la prima visita di Stato» dell’Emiro di Abu Dhabi nel Belpaese. Evidenziava la firma di 40 intese bilaterali, facendo capire però che il meglio dovesse ancora arrivare: siamo nel pieno di un «work in progress», perché dei partner potenzialmente lontani hanno deciso di «condividere un importantissimo pezzo del loro cammino insieme».
Quelle che un anno fa potevano sembrare delle dichiarazioni «pompose» e di «circostanza», le iniziamo a capire meglio solo adesso. O meglio le capiremo meglio tra qualche settimana (aprile-maggio) quando verrà presentato il nuovo piano casa che vedrà coinvolta la nostra Cassa Depositi e Prestiti con alcuni dei principali fondi internazionali compreso, come anticipato dal Messaggero, Mubadala, la società statale degli Emirati Arabi Uniti.
Sotto la regia di Confindustria, che dovrebbe avere un ruolo consultivo anche nell’individuazione delle aree geografiche dove realizzare il progetto, si prevede infatti di creare nei prossimi 10 anni circa 100.000 abitazioni, tra strutture familiari e immobili di piccolo taglio, che potrebbero coinvolgere tra le 250.000 e le 300.000 persone.
L’obiettivo è duplice: da un lato raggiungere a prezzi calmierati tutta quella fascia di popolazione che pur non versando in una condizione di povertà o difficoltà, non riesce ad acquistare casa. E dall’altra fare da argine all’impazzimento dei costi nelle città a più alta densità lavorativa (da qui l’importanza del ruolo di advisor di Confindustria). Parliamo di Milano, Roma, Venezia (soprattutto per gli studenti), Genova, Firenze, Napoli ma non solo. Perché nel progetto che comunque è ancora in fieri dovrebbero entrare anche centri di media dimensione.
Centrale il coinvolgimento dell’associazione degli industriali e del presidente Emanuele Orsini che avrebbe avuto un ruolo importante nell’individuare in Mario Abbadessa l’uomo giusto per portare avanti un piano che prevede forti agganci con gli investitori internazionali. E chi meglio del manager che arriva da 10 anni alla guida di Hines, una nella principali società immobiliari al mondo?
Come senior managing director & country head Hines Italy, Abbadessa ha chiuso operazioni per circa 10 miliardi di euro con un focus importante su studentati, abitazioni per anziani, giovani coppie e logistica urbana. Milano l’epicentro, ma anche Bologna, Firenze e da poco Roma con un’attenzione particolare ai data center per l’Ia. Insomma la figura ideale anche per i rapporti con fondi internazionali e fondi pensione che potrebbero essere centrali nel progetto per la casa con Cdp. Tanto per capirci, nel capoluogo lombardo il colosso immobiliare americano ha gestito la riqualificazione della Torre Velasca e la rigenerazione dell’ex Trotto di San Siro con la costruzione di circa 700 appartamenti a canone convenzionato che copriranno circa 3.000 persone.
Il nuovo progetto prevede la nascita di un fondo immobiliare chiuso costituito da Cdp, Mubadala Investment e altri soggetti che sono in procinto di siglare accordi vincolanti. Il capitale iniziale raggiungerà quota 10 miliardi e con la leva (cioè l’indebitamento) raddoppierà a quota 20.
Nonostante il coinvolgimento di Cassa Depositi e Prestiti, si tratta di un progetto che avrà un preponderante coinvolgimento dei privati. Di Mubadala si è detto, ma chi è vicino al dossier evidenzia come ci siano diversi investitori internazionali con lo stesso standing del fondo sovrano degli Emirati Arabi che contribuiranno con risorse molto rilevanti.
E qui torniamo al ruolo fondamentale del presidente del Consiglio nell’intrecciare relazioni internazionali che hanno creato un rapporto di fiducia con interlocutori che non sempre hanno visto nell’Italia un partner amico.
Da chiarire che il progetto che vede come protagonista Cassa Depositi e Prestiti e il fondo sovrano degli Emirati Arabi Uniti non ha nulla a che vedere con il famoso piano casa di cui più volte ha parlato il ministro dei Trasporti Matteo Salvini che invece sarà finanziato soprattutto con fondi pubblici e punterà su quella che viene definita edilizia popolare.
Parliamo di due strategie che viaggiano in parallelo e che avranno anche target ed evidentemente protagonisti differenti.
La chiamano la «signora dei codici» perché Isabella Tovaglieri fa della sua passione giuridica - è uno degli avvocati più affermati nel panorama italiano - una sorta di carburante per la politica. Sta a Strasburgo, eletta con un profluvio di preferenze per il secondo mandato, nel gruppo dei Patriots, i «Patrioti». Parola che a lei piace molto perché da leghista considera le patrie, i territori e le comunità i «luoghi» della vera azione politica. E con questo spirito ha vissuto le fasi del voto sul trattato del Mercosur senza il timore di rompere un accordo politico nazionale: lei ha difeso gli interessi degli agricoltori e dei territori. Ma ora c’è un’altra sfida lanciata sul piano legale dalla Commissione che, incurante del voto dell’Eurocamera che ha rimandato i trattati alla Corte europea, vuole attuare l’accordo in via provvisoria. Ecco cosa ne pensa l’avvocato delle cause difficili: no al Green deal, no al velo islamico, no al Nutriscor, ai grilli e alla carne coltivata. Ma no anche a chi vorrebbe, sull’altare dell’export senza se e senza ma, sacrificare il valore agricolo.
La Lega è soddisfatta per il rinvio dell’accordo col Mercosur alla Corte di giustizia dell’Unione europea, con sede in Lussemburgo: quali sono i motivi?
«La Lega è sempre stata al fianco degli agricoltori e dei consumatori, senza accettare compromessi sul rispetto della reciprocità degli standard produttivi e sulla sicurezza alimentare. L’accordo con il Mercosur introduce quote a dazio zero o agevolato su una serie di prodotti agricoli “sensibili” che possono destabilizzare alcune filiere agricole. Ricordiamoci che parliamo di mercato interno europeo, ormai non ci sono veri confini nazionali sui problemi di mercato. Mi preoccupa soprattutto la quota a dazio zero di 60.000 tonnellate di riso. L’Italia, primo produttore europeo di riso, sarebbe la più colpita, anche alla luce del fatto che da anni combatte contro la concorrenza sleale del riso asiatico».
Confindustria ha criticato chi si è opposto al Mercosur. Che cosa risponde?
«La Lega è e resta il partito che difende l’industria e la manifattura, pilastri fondamentali dell’economia italiana ed europea, ma allo stesso tempo ritiene inaccettabile che lo sviluppo delle relazioni commerciali internazionali avvenga a scapito di settori altrettanto strategici come l’agricoltura e l’allevamento, già fortemente sotto pressione a causa dell’aumento dei costi di produzione. Il vero nemico dell’industria oggi non è certo la Lega ma Bruxelles, con le sue sciagurate politiche green che stanno portando alla deindustrializzazione del continente. Contro queste politiche ideologiche lottiamo da anni e siamo riusciti a portare a casa degli effettivi miglioramenti: penso al recente voto sulla Due Diligence, che ha smontato questo provvedimento assurdo. Difendere l’industria con serietà e concretezza è possibile, anche senza dover abbandonare l’agricoltura».
All’Eurocamera i partiti di governo sono andati in ordine sparso. Questo crea divergenze in seno all’alleanza?
«La vera questione da indagare non è la posizione della Lega, che è sempre stata coerente sul Mercosur, ma la scelta di una parte significativa della maggioranza del Parlamento europeo di votare contro Usrula von der Leyen».
Come spiega il cambiamento di atteggiamento del nostro governo sull’accordo Mercosur? Ci sono stati davvero quei radicali miglioramenti o si è scambiato il sì al Mercosur con un prolungamento del Pnrr e un’uscita dalla procedura d’infrazione per deficit eccessivo?
«Immagino che quella del governo sia stata una valutazione del Mercosur su un tavolo di diversi dossier. La cronaca degli eventi delle ultime settimane in ambito internazionale non lascia dubbi. Ho apprezzato il lavoro del nostro esecutivo nella trattativa finale e non parlerei di uno “scambio” quanto, piuttosto, di una fiducia su una serie di impegni di von der Leyen: dalla proposta sull’utilizzo per l’agricoltura di alcune economie del prossimo bilancio pluriennale europeo agli impegni per rafforzare i controlli doganali. Elementi positivi, che stanno però ancora nella penna dei legislatori europei, sottoposti a una trattativa che si preannuncia sofferta tra Parlamento e Consiglio. Avremmo preferito un vero concetto di reciprocità degli standard nel testo dell’accordo, piuttosto che i soli elementi di salvaguardia che, sulla carta, si attivano quando il mercato è già minacciato o sono ancora da circostanziare».
Si è data molta importanza alla parte agricola del trattato, ma dentro ci sono altre questioni cruciali: il litio dell’Argentina ora in mano ai cinesi come il petrolio, e c’è la necessità della Germania di smaltire le auto che non vende più in Europa. La Von der Leyen si è costruita un alibi per mascherare il vantaggio che concede ai tedeschi?
«È evidente che i Paesi europei a vocazione manifatturiera sono più favorevoli rispetto a quelli con un’importante tradizione agricola. Un accesso privilegiato alle terre rare, unito alla possibilità di aumentare le esportazioni, fa indubbiamente gola alle potenze industriali. Tuttavia, l’accordo può essere penalizzante per un Paese come l’Italia che ha la fortuna di essere peculiare sia nel suo comparto industriale che in quello agricolo».
È vero che la Von der Leyen ha cercato in tutti i modi di ignorare, anzi di scavalcare il Parlamento?
«Riteniamo che il comportamento della Commissione non sia stato sempre corretto ed è anche per questo motivo che abbiamo promosso la richiesta di parere alla Corte di Giustizia, insieme a una mozione di sfiducia della Commissione. Von der Leyen ha infatti preso in giro sia gli agricoltori che l’Eurocamera: prima della fine dell’anno era stato promesso che l’accordo non sarebbe entrato in vigore prima della ratifica del Parlamento, tuttavia, all’inizio di quest’anno, quando si è deciso di procedere alla firma dell’accordo, tale impegno è venuto meno».
Il voto sul Mercosur ha diviso i parlamentari per nazioni. È un duro colpo alla narrazione anti-sovranista?
«Tutti i gruppi politici si sono spaccati, tranne i Patrioti che, a parte qualche astensione, sono rimasti uniti. Ma il dato più sorprendente è il voltafaccia delle forze politiche che si definiscono più europeiste: oltre 100 eurodeputati tra socialisti, popolari e liberali hanno votato insieme a noi, sconfessando la retorica europeista per tutelare le proprie economie nazionali, rivelandosi di fatto sovranisti a tutti gli effetti».
Si è avuta l’impressione che la Von der Leyen abbia cercato di chiudere il Mercosur come risposta antagonista a Donald Trump. Non c’è un eccesso di retorica sui benefici effettivi di questo trattato?
«Trump c’entra poco con il Mercosur, in quanto l’Europa sta negoziando l’accordo dal 1999. Piuttosto la politica Usa sui dazi può aver dato una patente di urgenza all’intesa, ma si tratta di un aspetto comunicativo e non sostanziale. Sui vantaggi che deriveranno dall’accordo potrebbe esserci un eccesso di ottimismo: come hanno evidenziato anche alcune analisi della Commissione europea, l’intesa rischia di accentuare la vulnerabilità di alcuni comparti strategici, senza benefici tangibili per l’intero sistema produttivo, tanto che la sua entrata in vigore dovrebbe portare a un aumento risibile del Pil nell’Ue, stimato allo 0,1%».
Ci si preoccupa dei dazi americani, ma nulla si dice dell’offensiva commerciale cinese arrivata in Europa a un surplus commerciale di circa 400 miliardi di euro. Nessuno se ne preoccupa?
«Noi ce ne siamo preoccupati, eccome. Come componente della commissione Industria ho fatto diversi interventi in Aula e presentato più di un’interrogazione sulla penetrazione economica della Cina in Europa, mettendo in guardia Bruxelles dalle proprie politiche miopi e autolesioniste. Non posiamo infatti prendercela con l’aggressività di Pechino quando, con il Green deal, abbiamo favorito il suo surplus commerciale, spalancando le porte del continente all’invasione di auto elettriche, batterie e pannelli solari. Ma ciò che è più grave non è che la nostra bilancia commerciale sia totalmente squilibrata, ma che Pechino abbia accesso a un numero crescente di settori chiave, vitali per la nostra autonomia strategica».
Pare che anche in Sudamerica ci sia dello scontento sul trattato Mercosur: le multinazionali della soia non sopportano i pur blandi vincoli ambientali Ue. È così?
«In generale, i sistemi produttivi ai due lati dell’oceano sono molto diversi. Un delta che è ulteriormente aumentato con le norme ambientali europee degli ultimi anni e, in generale, con l’iper-regolamentazione di Bruxelles sulle imprese. Anche su quelle agricole. Sappiamo che solo una parte relativa degli operatori dei Paesi del Mercosur è in grado di soddisfare questi standard e ci preoccupano molto le dichiarazioni dei rappresentanti governativi di quei Paesi sulle clausole di salvaguardia, vissute come quasi come un inutile orpello piuttosto che come impegni ai quali allinearsi».
Che giudizio dà della von der Leyen e della sua Commissione?
«Il rinvio del Mercosur alla Corte di Giustizia è una grande sconfitta per Von der Leyen, che ha investito gran parte del suo capitale politico per chiudere questo accordo ed è stata sconfessata proprio da quelle forze che l’hanno sostenuta per due mandati. I nodi stanno venendo al pettine e le politiche sconsiderate di questa Commissione, dalla direttiva case green allo stop al motore endotermico, fino alla corsa al riarmo, stanno dimostrando tutta la loro criticità e pericolosità. Noi della Lega abbiamo sempre fatto un’opposizione coerente, non per partito preso, ma perché siamo consapevoli che, senza un cambio di rotta, l’Europa rischia di implodere, travolta dalla globalizzazione, dall’instabilità geopolitica e soprattutto dall’incapacità dei suoi governanti».
Parla dalla sua casa di Alexandria, a pochi chilometri da Washington, mentre la città è ricoperta da una coltre di neve di due metri e fuori la tempesta non accenna a calmarsi. Il generale Keith Kellog è stato inviato speciale per la Casa Bianca in Ucraina fino al 31 dicembre 2025. Lui conosce bene Trump e, prima di iniziare questa intervista, ci tiene a sottolineare che il presidente degli Stati Uniti non va temuto, ma capito.
Generale, è appena tornato da un’altra città innevata, Davos. Dopo il forum, c’è stato il primo trilaterale Usa-Russia-Ucraina. Trump ha detto: “Ho risolto otto guerre. Un’altra arriverà presto”: la pace in Ucraina è vicina?
Vorrei iniziare dicendo che il presidente Trump ha sempre voluto porre fine alla guerra. Lui è un uomo pacifico e, conoscendo il numero di vittime sui campi di battaglia, donne e i bambini uccisi negli attacchi terroristici, scuole e ospedali bombardati, Trump non vuole altro che tutto questo finisca. Dal febbraio 2025, gli ucraini a Gedda, in Arabia Saudita, hanno concordato un cessate il fuoco completo e globale: anche loro comprendono quotidianamente gli orrori della guerra, sono stanchi e vogliono che tutto questo finisca. Putin, dopo i colloqui a Mosca con Steve Witkoff e Jared Kushner, ha continuato a discutere di cambio di regime e di aspirazioni territoriali. Witkoff a Davos ha affermato che c’è solo una questione irrisolta per raggiungere un accordo e arrivare alla pace. Tuttavia, una delle due parti non vuole questo accordo, e non si tratta di opportunità economiche, ma di libertà, sovranità e soprattutto di una pace giusta e duratura. Quindi, purtroppo, mi sento di dire che non siamo vicini alla pace.
La questione irrisolta è la cessione del Donbass: è un sacrificio che l’Ucraina può fare?
Il fulcro dell’accordo di pace sono le garanzie di sicurezza realistiche che questa volta, a differenza di Budapest, Minsk e Istanbul, forniscano all’Ucraina risposte adeguate e rapide per contrastare la minaccia russa. E, soprattutto, che queste garanzie siano ratificate da un trattato approvato dal nostro Congresso. Con queste condizioni, il popolo ucraino potrebbe accettare di modificare i propri confini territoriali: tuttavia è necessario comprendere che l’articolo 73 della Costituzione richiede un referendum ucraino per farlo. Ci sono stati negoziati anche per la creazione di una zona demilitarizzata come quella esistente oggi tra Corea del Nord e Corea del Sud e, più recentemente, è stata sollevata anche la questione di una zona di libero scambio economico, eventualmente controllata da terzi. A mio parere, la linea di contatto è congelata. Ogni parte dovrebbe arretrare di 15 chilometri, creando una terra di nessuno di 30 chilometri (la gittata della maggior parte dell’artiglieria), così sia Ucraina sia Russia potrebbero proclamare la vittoria e mettere fine a questa guerra.
Lei è un generale, ha vissuto molte guerre, tra cui quella del Vietnam. Sarà una pace duratura o rischia di essere solo fumo negli occhi dei russi, pronti ad attaccare di nuovo in men che non si dica?
Torniamo alle garanzie di sicurezza. Se gli Stati Uniti forniscono armi, addestramento, supporto di intelligence e sorveglianza e la Coalizione dei Volenterosi schiera gli uomini sul campo in punti chiave dell’Ucraina, trasformando gli 800.000 uomini dell’esercito ucraino nella Sparta d’Europa, allora sì, la pace potrebbe durare. Una volta stabilito un cessate il fuoco è estremamente difficile ricominciare. Le truppe di entrambe le parti verrebbero smobilitate e tornerebbero a casa, a una vita pacifica e normale. Le perdite della Russia in questa guerra sono catastrofiche. Oltre 1,2 milioni, milioni di morti e feriti con scarsissimi successi sul campo di battaglia. I progressi si misurano in metri e non in miglia, e la resilienza del popolo ucraino, che subisce attacchi notturni di missili e droni, e il freddo mortale senza riscaldamento ed elettricità, dimostra la loro forza. Allora perché Putin dovrebbe volerci riprovare e fallire di nuovo? Putin deve capire che non sta vincendo questa guerra, che il grande impero sovietico non esiste più, e concentrarsi maggiormente su come tornare a far parte della famiglia delle Nazioni per il bene del suo Paese e del suo popolo.
Può spiegare perché Zelensky ha «rimproverato» l’Europa? Dopotutto, l’Ue è sempre stata vicina all’Ucraina, fornendo armi e denaro...
Dopo 4 anni di guerra e 90 miliardi di dollari di aiuti dall’Europa, il presidente Zelensky si chiede perché non siano state arrestate più petroliere russe, perché l’Europa non stia bloccando la fornitura di componenti europei per i missili russi e non stia creando un forte esercito europeo. Le sanzioni non vengono applicate, l’Europa continua ad acquistare petrolio dalla Russia e ad alimentare la macchina da guerra. L’Europa vuole assistere e proteggere l’Ucraina, ma non è completamente unita. Credo che quello che stia cercando di dire Zelensky è che dopo un anno dal forum di Davos, nulla è cambiato veramente. Le sue città vengono attaccate quotidianamente, ma soprattutto i suoi cittadini stanno morendo. Putin deve temere l’Europa, non solo Trump.
Dopo giorni di altissima tensione, Trump ha dichiarato che non attaccherà la Groenlandia. Sembra che un accordo sia stato raggiunto. L’Europa si è arresa agli Stati Uniti?
Il Segretario Generale della Nato Mark Rutte ha discusso con il presidente Trump sulle possibili soluzioni alla questione della Groenlandia. Groenlandia e Danimarca hanno continuato a dichiarare che questa è una loro decisione. Non si tratta, tuttavia, di una questione nuova. L’interesse degli Stati Uniti per la Groenlandia risale al XIX secolo, quando l’allora Segretario di Stato William H. Seward, reduce dall’acquisto dell’Alaska dai russi nel 1867, lanciò l’idea di acquistare la Groenlandia e l’Islanda dalla Danimarca. Nel 1946, dopo la Seconda guerra mondiale, il presidente Harry Truman offrì alla Danimarca 100 milioni di dollari in oro per l’isola, sebbene la Danimarca respinse l’offerta. Trump espresse pubblicamente per la prima volta il suo interesse per l’acquisto della Groenlandia durante il suo primo mandato nel 2019, paragonando un potenziale acquisto a un «grande affare immobiliare». Ma l’idea è stata rapidamente bocciata dalle autorità groenlandesi e danesi, che hanno insistito sul fatto che l’isola non fosse in vendita. Le implicazioni per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti sono enormi. Il Golden Dome, che proteggerebbe noi e l’Europa dagli attacchi con missili balistici intercontinentali, deve essere affrontato. Questo è un passo positivo per gli Stati Uniti, ma anche per la Nato. Il presidente Trump ha espresso chiaramente l’uso negativo della forza militare, che avrebbe dovuto allentare la tensione e il calore delle discussioni. È necessario trovare rapidamente un coordinamento e una soluzione praticabile alle sue preoccupazioni. Trump non è una persona paziente, ma sono certo che si troverà una soluzione che soddisfi entrambe le parti. Il primo ministro Meloni si è espresso molto chiaramente su questo punto e si è rifiutato di inviare truppe italiane in Groenlandia per una presunta difesa. È fiduciosa che la comunicazione sia la strada da seguire ed ha ragione.
Poi c’è l’altro fronte: Gaza. L’Unione europea non ha ancora aderito al Peace Board. La tensione sulla Groenlandia ha danneggiato le relazioni tra Unione europea e Stati Uniti?
In un certo senso sì, ma anche questo passerà. Il primo ministro Meloni ha dichiarato che, nella sua attuale configurazione, all’Italia è vietato dalla Costituzione di aderire al Peace Board. La situazione di Gaza è al centro dell’attenzione dell’amministrazione e verrà risolta.
Canada, Venezuela, ora Groenlandia... alcuni accusano Trump di tendenze imperialiste. Ma può spiegare cosa ha in mente il Presidente degli Stati Uniti?
Il presidente Trump è la persona più attiva che io conosca, e posso assicurarle che ha sempre a cuore l’America e i suoi cittadini in ogni sua azione. Quest’ultima «Strategia per la sicurezza nazionale» pone l’accento sull’emisfero occidentale, il nostro emisfero, per garantire la sicurezza del nostro Paese. La sua politica di frontiera ha ripulito il flusso di immigrazione illegale dal nostro confine meridionale in tempi record. Con la sua azione per rimuovere Maduro dal narcotraffico negli Stati Uniti e la distruzione delle navi che trasportavano fentanyl e altre droghe illecite nel nostro Paese, il presidente sta salvando innumerevoli vite. Con questa mossa Trump ha impedito a Russia e Cina di operare in quell’area e di creare minacce alla nostra sicurezza nazionale.
In qualità di inviato speciale della Casa Bianca in Ucraina, ha seguito i negoziati con Mosca. Può spiegarci cosa significa negoziare e trattare con Putin?
Inizialmente, sono stato designato Inviato Speciale per la Russia e l’Ucraina. Il 29 gennaio 2025, ho informato il presidente del mio piano per porre fine a questa guerra. Durante il briefing, Trump ha stabilito che si sarebbe occupato lui in prima persona della Russia e che io avrei dovuto concentrarmi su Ucraina ed Europa. In seguito, si è scoperto che, dopo la mia nomina, la Russia si è opposta a un soldato della Guerra fredda come negoziatore, insinuando che le mie azioni sarebbero state contrarie alle idee massimaliste russe. Per quanto riguarda Putin, non dimentichiamo che è un agente del Kgb nel profondo e che le tattiche negoziali russe sono discussioni senza fine per mettere in ginocchio l’avversario. Pertanto, tutti i miei colloqui si sono svolti con la leadership politica e militare ucraina, che è sempre stata disposta a sostenere e ad accogliere la posizione degli Stati Uniti. Le ultime informazioni provenienti dagli Emirati Arabi Uniti lo scorso fine settimana riguardano la completa capitolazione della regione del Donbass e il congelamento della linea di contatto lungo Kherson e Zaporizhia. L’Ucraina non accetterà e nemmeno noi dovremmo. Vorrei concludere recitando una citazione attribuita a Winston Churchill: «Si può sempre contare sugli Stati Uniti per fare la cosa giusta, dopo che hanno provato tutto il resto».










