Lettera del premier alla Von der Leyen: «La clausola non valga solo per la Difesa». Niet di Bruxelles.
Giorgia Meloni chiede formalmente alla Commissione Ue di estendere anche alle spese per fronteggiare la crisi energetica la possibilità di derogare ai vincoli del Patto di stabilità. Altrimenti, argomenta il presidente del Consiglio, «sarebbe molto difficile per il governo spiegare all’opinione pubblica» la scelta di destinare soldi all’acquisto di armi, mentre mancano risorse per alleviare il peso delle bollette o abbassare il prezzo della benzina.
La posizione del governo italiano era nota da tempo, ma ieri la Meloni ha compiuto un passo ufficiale inviando una lettera al presidente della Commissione, Ursula von der Leyen. «L’Italia ritiene necessario estendere temporaneamente il campo di applicazione della National escape clause già prevista per le spese di difesa anche agli investimenti e alle misure straordinarie necessarie per fronteggiare la crisi energetica, senza modificarne i limiti massimi di scostamento già previsti», si legge nella missiva. «In assenza di questa necessaria coerenza politica, sarebbe molto difficile per il governo spiegare all’opinione pubblica un eventuale ricorso al programma Safe alle condizioni attualmente previste». Il riferimento è al piano di prestiti Ue per gli investimenti nella Difesa.
Una prima risposta è arrivata in serata da un portavoce della Commissione, Olof Gill: «La posizione della Commissione non è cambiata. Abbiamo presentato agli Stati membri una gamma di opzioni a loro disposizione per affrontare l’attuale crisi energetica» e tra queste non c’è la clausola di salvaguardia. Ma la chiusura non è netta: «Osserviamo l’evoluzione della situazione».
Piantedosi: «Disagio psichiatrico». E la sinistra si butta subito a dare la colpa al governo che «trascura la salute mentale». Ma la strage di Modena non è (solo) il gesto di un folle: dietro c’è il disastro della mancata integrazione.
Ci vogliono far credere che il marocchino autore della strage di Modena sia un povero disadattato, un disoccupato che all’improvviso una mente persa nei meandri della malattia mentale ha spinto a compiere un gesto folle. Quasi che lo squilibrio psichico sia qualche cosa di consolatorio, rispetto alla scoperta che, pure in Italia, ci siano lupi solitari in grado di compiere atti terroristici alla guida di una semplice autovettura.
Non conosco i profili psichiatrici degli attentatori che hanno colpito in Spagna, Francia, Germania, Belgio, Gran Bretagna e Svezia. Ma spesso, leggendo i resoconti delle indagini, mi sono imbattuto in figure che lamentavano una scarsa integrazione e un disagio. Giovani e meno giovani, arrivati dal Nordafrica o dal Medioriente, altri nati e cresciuti in Paesi europei, alcuni anche con un’istruzione europea, ma tutti animati da un sordo rancore contro quell’Occidente che li ha accolti e che ha dato loro un sistema di welfare, li ha mantenuti, curati, istruiti.
È trascorso quasi mezzo secolo dall’introduzione della legge Basaglia con cui sono stati aboliti i manicomi, ma non i matti. I reparti psichiatrici sono stati sostituiti dai centri di igiene mentale, che hanno il compito di seguire sul territorio quanti manifestano segni di squilibrio. Come funzioni il servizio abbiamo spesso avuto modo di sperimentarlo, basta ricordare il caso del pazzo che in piazza Gae Aulenti, a Milano, ha accoltellato alla schiena una donna che neppure conosceva, ma che purtroppo per lei ha avuto la sventura di passare sotto il palazzo di un’istituzione finanziaria simbolo della capitale economica italiana.
Tuttavia, se da un lato ci rendiamo conto che non basta chiudere un manicomio per risolvere il problema di persone pericolose per sé e per gli altri, il caso di Salim El Koudri, figlio di immigrati marocchini, nato e cresciuto in provincia di Bergamo prima di trasferirsi vicino a Modena, ci dice qualche cosa di più della semplice constatazione che una legge non può cancellare il disagio mentale. Perché l’autore della strage di sabato pomeriggio non è un semplice malato di mente come ci vogliono far credere per ridurre il problema a un folle fuggito al sistema di sorveglianza e cura. El Koudri non ha preso il coltello o il piccone per colpire degli sconosciuti, come è accaduto anni fa a Milano, quando Adam Kabobo uscì una mattina e ammazzò tre passanti. Il 31enne laureato in Economia (e dunque, avendo superato gli esami, probabilmente capace di intendere e volere) è salito a bordo della sua autovettura e come i terroristi che hanno colpito in Spagna, Francia, Germania, Belgio e Svezia ha guidato il veicolo contro la folla, cercando di investire quante più persone possibile. Ha accelerato quando ha raggiunto l’area pedonale, in un pomeriggio di sabato, ben sapendo che a quell’ora il centro di Modena sarebbe stato densamente frequentato, e ha invaso il marciapiede, per cercare di fare una strage. E poi, una volta schiantatosi contro una vetrina, ha cercato di accoltellare chi tentava di fermarlo. No, non è il comportamento di un matto. I pazzi fanno cose che non hanno senso, come colpire una donna sconosciuta. Ma nel caso del marocchino di Modena, c’è del metodo nella sua follia. Un metodo che richiama le stragi che hanno insanguinato l’Europa negli ultimi vent’anni. Non so se El Koudri si fosse radicalizzato. Se fosse seguito da qualche predicatore. Gli inquirenti al momento non hanno trovato alcun movente religioso per il suo gesto. Ma, a prescindere da questo, si capisce che a guidarlo è stato l’odio verso chi lo ha accolto. Infatti, c’è già chi è pronto a sostenere che la colpa di quanto accaduto è riconducibile alla mancata integrazione. El Koudri andava seguito di più e aiutato di più. Si evocano i servizi sociali, i posti di lavoro, l’integrazione, quasi che a guidare la Citroën contro la folla non ci fosse lui, ma la tanto vituperata società, trucco sociologico per concludere che alla fine siamo noi a dover fare l’esame di coscienza.
Io ricordo solo quel ragazzo di Torino a cui un altro marocchino tagliò la gola. La vittima aveva la colpa di avere dipinta in faccia la felicità. E le vittime di Modena di che cosa hanno colpa? Forse di non aver capito che qualcuno ci ha dichiarato guerra e di non essersene, come noi, ancora accorte.
Trump e la Cina, la crisi iraniana, il ruolo dell’Europa. Federico Rampini analizza con La Verità le sfide attuali, riassunte nel suo ultimo libro, Pane e cannoni. Un mondo in guerra e le sue nuove regole (Mondadori).
Commercio e guerra sembrano fusi in un unico campo di battaglia. Quando si è infranto il sogno della globalizzazione pacifica?
«L’Età dell’Oro della globalizzazione, per le élite del World Economic Forum di Davos, i loro ideologi, i tecnocrati e i media succubi di quel conformismo, è finita solo per colpa di quel mascalzone di Donald Trump. Basta che se ne vada, e potremo tornare nel Giardino dell’Eden. Nella realtà per vasti ceti sociali non è mai esistito quel mondo di favole che doveva arricchirci tutti. Le crisi di rigetto della globalizzazione si susseguono nei decenni. Alcune erano state gestite con robuste dosi di protezionismo da altri due presidenti repubblicani, Nixon negli anni Settanta e Reagan negli anni Ottanta. Altri scossoni formidabili arrivarono con la crisi del 2008 e la pandemia. Sullo sfondo, da almeno vent’anni sta crescendo un macro-squilibrio insostenibile: la Cina ha usato le regole del commercio mondiale contro di noi, ha calpestato quelle regole quando voleva, ha inseguito un modello mercantilista accumulando avanzi commerciali destabilizzanti. In un certo senso ha replicato i modelli di altri dragoni asiatici come Giappone e Corea del Sud. Ci ha aggiunto però una scala dimensionale ben superiore, un’ostilità geopolitica all’Occidente, e un’aspirazione autarchica: con Xi Jinping la Cina vuole dominare sia le industrie mature e tradizionali sia quelle più avanzate, vuol essere indispensabile al resto del mondo ma non vuole dipendere da nessuno».
La visita a Pechino di Donald Trump è stata segnata da dichiarazioni distensive. Sotto i convenevoli, la distanza resta?
«Più che distanza, si tratta di rivalità sistemica. È una situazione che i leader di turno possono gestire passando da una tregua all’altra, da un compromesso precario all’altro, in un equilibrio instabile, cercando di evitare il peggio. Di quel vertice però colpisce un altro aspetto. Un anno prima in Europa molti fantasticavano che per reagire ai dazi di Trump bisognava costruire una grande alleanza Ue-Cina, preludio a un nuovo ordine globale. Sciocchezze ridicole. Per la Cina, l’America è l’unica superpotenza che conta, chiunque ne sia il presidente. Xi Jinping capisce i rapporti di forze, come Trump. E stima il capitalismo americano, proprio quello che Bruxelles demonizza e cerca di punire. Trump può anche essere un idiota agli occhi di Xi, ma la delegazione di capitalisti che lo accompagnava a Pechino per Xi incarna la forza strutturale dell’America. Quella che manca all’Europa, dove statalismo e anticapitalismo sono ideologie ubique e paralizzanti. È sconcertante che gli europei debbano imparare da un comunista cinese ad apprezzare la forza del capitalismo Usa».
Che significato ha il corteo di miliardari che ha seguito Trump?
«Si possono anche definire come la lobby filo-cinese in America. In passato hanno tutti realizzato ottimi affari in Cina, alcuni ci riescono ancora oggi, malgrado la crescente chiusura protezionista del mercato cinese. Certi super-capitalisti al seguito di Trump, soprattutto quelli di Big Tech, considerano la Cina una rivale temibile dalla quale però non bisogna perdere i contatti: nella gara dell’intelligenza artificiale è un bacino di talenti a cui attingere, è un laboratorio di innovazione quasi alla pari con la Silicon Valley. In ogni caso quei capitalisti non sono mai stata l’Oligarchia che veniva demonizzata in Europa. Se fossero degli oligarchi, cioè se comandassero loro, non ci sarebbero stati né i dazi né le restrizioni all’immigrazione. I grandi capitalisti sono globalisti, odiano il protezionismo».
Su Taiwan la distanza resta.
«Circoleranno molte versioni - e un bel po’ di fake news - su quel che Trump e Xi si sono detti su Taiwan nella porzione più riservata del vertice. Ma le parole contano fino a un certo punto. Taiwan è una spina nel fianco della Repubblica Popolare dalla fine della guerra civile nel 1949, quando sull’isola si rifugiò la destra nazionalista sconfitta. Ma è diventata un imbarazzo ben più grave per la nomenclatura comunista da quando Taipei ha realizzato due miracoli: è diventata una liberaldemocrazia rispettosa dei diritti umani; e una superpotenza tecnologica con una leadership nei microchip. Per l’America difendere Taiwan ha un senso, ma rischiare una guerra per questo diventa sempre più temerario ad ogni anno che passa, visto il riarmo cinese. Il dilemma è antico, non nasce certo con Trump quella che è stata definita l’ambiguità strategica degli Usa in quest’area. Una corrente di realpolitik, con seguaci anche al Pentagono, aprì un dibattito molti anni fa sull’opportunità di mollare Taiwan al proprio destino. Il problema è l’effetto-domino che questo avrebbe su Giappone e Corea del Sud».
Intanto la situazione in Iran sembra destinata ad avvitarsi.
«Una difficoltà è capire che tipo di regime iraniano abbiamo di fronte, qual è la sua solidità reale, se è compatto, e quali sono i prezzi che può pagare. Questa guerra è impopolare in America quasi quanto in Europa però non lo è affatto in quel mondo arabo (le monarchie sunnite del Golfo) che preme su Trump perché vada in fondo, almeno quanto preme Netanyahu. Ad annebbiare l’analisi contribuisce l’odio dilagante verso Trump. Nella mia memoria personale questa non è certo la prima guerra impopolare negli Stati Uniti. Vivevo in California nel 2003 quando venne invaso l’Iraq e San Francisco era percorsa di cortei pacifisti con le foto di Bush con i baffetti alla Hitler. Ma è la prima guerra dove fin dal primo giorno i due terzi dei media Usa tifavano per la vittoria degli ayatollah. E di conseguenza decretarono che l’America aveva perso a priori».
I critici parlano di un Trump che ha perso il suo raziocinio.
«Non sono in grado di entrare nella sua testa. So di sicuro che Biden era ben più logoro, e l’omertà di molti media nascose il suo declino, scrivendo una pagina poco onorevole nella storia del giornalismo americano. Ciò che mi rassicura è che la democrazia americana rimane intatta a 250 anni dalla nascita. I nemici di Trump – cioè a questo punto la maggioranza degli americani – hanno avuto dalla loro una maggioranza dei media, gran parte della magistratura. Molte azioni di Trump sono state bloccate dai tribunali del suo Paese. Altre sono vanificate quotidianamente dal federalismo, perché nella vita di tutti i giorni un cittadino americano sente molto di più le azioni del suo sindaco e del suo governatore, anziché del presidente».
In Ucraina la fine del conflitto è imminente? E soprattutto: ci sarà un vincitore?
«Vincitori, è presto per dirlo. Al primo posto tra gli sconfitti c’è il popolo russo. Ha subito perdite catastrofiche, in cambio di che cosa? Con la sua paranoia farneticante sul presunto accerchiamento di una Nato assai inoffensiva, Putin prima ha spinto nelle braccia della Nato due nazioni neutrali ma ben armate come Svezia e Finlandia, poi ha svegliato dal letargo geopolitico la Germania che inizia a riarmarsi. La Russia non è mai stata attaccata dall’America né dalla Nato, invece nel Novecento fu invasa per ben due volte dalla Germania. Aver spaventato i tedeschi fino al riarmo è l’errore geopolitico più disastroso che un leader russo potesse fare. Il suo popolo ne pagherà le conseguenze a lungo. Così come l’abbraccio con la Cina sarà il preludio alla colonizzazione della Russia, che stava molto meglio finché aveva rapporti normali con l’Occidente».
Quanto preoccupa la «normalizzazione» del discorso nucleare?
«La nuova guerra fredda è una realtà, annunciata nel 2007 dal discorso di Putin a Monaco, nel 2008 dalla prima delle sue guerre di aggressione, contro la Georgia. A loro volta i dirigenti comunisti cinesi adottarono un linguaggio esplicitamente antioccidentale dal 2008, in occasione della crisi di Wall Street. L’America cominciò ad aprire gli occhi solo verso la fine del secondo mandato Obama, con una revisione della loro analisi sulla Cina. Nel 2015 era arrivato al potere Xi Jinping, aveva abbandonato il linguaggio conciliante, declamava la sua teoria sul declino dell’Occidente, e con il piano Made in China 2025 aspirava a una supremazia tecnologica con evidenti ricadute in campo militare. In quanto al riarmo nucleare, è un grave pericolo ma non nasce oggi. La proliferazione che allargò il club atomico a India e Pakistan fu la prima tappa. La seconda fu l’irresponsabile aiuto della Cina alla Corea del Nord, che non avrebbe l’atomica senza Pechino».
È possibile per gli europei avere una difesa comune, senza prima possedere istituzioni politiche e centri di comando in comune?
«Infatti per il momento constato che il riarmo europeo comincia, ma su basi nazionali: è un riarmo tedesco, polacco, scandinavo, baltico. La Germania lo sta usando, come prima di lei fecero Usa Cina Israele, anche come strumento di politica industriale. Aiuti di Stato e sussidi tornano alla grande, purtroppo in questa corsa Berlino ha una capacità di spesa che mette in difficoltà i partner europei».
Infine, l’Italia. Quale ruolo dovrebbe giocare il nostro Paese?
«Forse Trump ha fatto un favore a Giorgia Meloni, dopo i suoi attacchi immagino che diventi più facile per lei difendersi dalle accuse di servilismo verso l’America. Ma non credo che l’opinione pubblica italiana voglia davvero giocare un ruolo internazionale. Altrimenti si darebbe i mezzi per farlo, a cominciare dagli investimenti nella difesa e nella sicurezza nazionale».
Dopo il blitz Usa in Nigeria e la rivendicazione dell’uccisione di Abu-Bilal al-Minuki, considerato il numero due globale dello Stato islamico, Washington punta a rafforzare la cooperazione con Abuja contro il jihadismo in Africa.
«Questa sera, su mio ordine, le coraggiose forze americane e le forze armate nigeriane hanno portato a termine in modo impeccabile una missione meticolosamente pianificata e molto complessa», ha dichiarato il presidente americano, venerdì sera, su Truth. «Abu-Bilal al-Minuki, numero due dell'Isis a livello globale, pensava di potersi nascondere in Africa, ma non sapeva che avevamo fonti che ci tenevano informati sulle sue attività. Non potrà più terrorizzare la popolazione africana né contribuire a pianificare operazioni contro gli americani. Con la sua eliminazione, l'operazione globale dell'Isis è notevolmente ridimensionata», ha aggiunto, per poi concludere: «Grazie al governo della Nigeria per la collaborazione in questa operazione».
«Per mesi abbiamo dato la caccia a questo importante leader dell'Isis in Nigeria che uccideva i cristiani, e lo abbiamo ucciso, insieme a tutta la sua banda», ha affermato il capo del Pentagono, Pete Hegseth. «Daremo la caccia a chiunque voglia fare del male agli americani o ai cristiani innocenti, ovunque si trovino», ha proseguito. Dal canto suo, il presidente nigeriano, Bola Tinubu, ha reso noto che al-Minuki è stato ucciso insieme a «diversi suoi luogotenenti, durante un attacco al suo complesso nel bacino del lago Ciad». «La Nigeria apprezza questa collaborazione con gli Stati Uniti per il raggiungimento dei nostri obiettivi di sicurezza comuni», ha anche affermato.
Era lo scorso Natale, quando Trump ordinò un attacco contro l’Isis in Nigeria. Un’operazione, quella dello scorso dicembre, che gli Stati Uniti effettuarono in coordinamento con il governo Abuja. Il che segnò una distensione con la Nigeria. A novembre, Trump aveva infatti designato quest’ultima come «Paese di particolare preoccupazione» a causa della situazione in cui versa la locale comunità cristiana. In quell’occasione, aveva anche ventilato l’ipotesi di mobilitare le forze statunitensi in loco, irritando non poco il governo di Abuja. Tuttavia, da dicembre, sembra che Stati Uniti e Nigeria abbiano inaugurato una proficua collaborazione nel contrasto al jihadismo. Il che, per Trump, ha un triplice significato.
Innanzitutto, l’obiettivo primario è quello di aumentare la sicurezza internazionale arginando il terrorismo islamista. In secondo luogo, sul fronte geopolitico, la Casa Bianca punta a rafforzare l’influenza statunitense sul continente africano, per fronteggiare la competizione di Cina e Russia. Infine, sul piano interno, la lotta all’islamismo e la difesa dei cristiani rappresentano notoriamente due dei capisaldi del movimento Maga.










