A breve Mario Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour condannato per aver sparato a tre rapinatori, uccidendone due e ferendo il terzo, dovrà dire addio a ogni suo bene. La sua casa e i soldi guadagnati in una vita da lui e dalla sua famiglia serviranno a pagare i parenti dei rapinatori, i quali hanno chiesto un indennizzo del valore di 3,3 milioni e il tribunale ha già concesso loro una provvisionale esecutiva di 780.000 euro, cui si devono aggiungere decine di migliaia di euro di parcelle degli avvocati. Le famiglie dei banditi, del resto, si sono costituite in massa: madri, figli, sorelle, fratelli e conviventi. In totale 15 persone, tutte a rivendicare un risarcimento per la morte dei loro cari, che, impegnati in una rapina, sono stati inseguiti da Roggero.
Il gioielliere avrebbe dovuto lasciarli scappare anche se avevano minacciato con una pistola moglie e figlia e legato quest’ultima. Invece di affrontare, a sua volta con un’arma, i criminali, forse avrebbe dovuto alzare le mani in segno di resa. Probabilmente i delinquenti gli avrebbero svaligiato il negozio, ma almeno si sarebbe risparmiato non soltanto una condanna a 14 anni di carcere ma pure di finire sul lastrico a 71 anni. Invece questo è ciò che sta accadendo dopo che la Corte d’Appello ha sostanzialmente confermato la sentenza di primo grado, riducendo in parte la pena. Oltre a finire in carcere nel caso in cui la Cassazione confermasse il giudizio, Roggero si vede costretto a pagare i parenti di chi lo voleva rapinare. Nonostante il perito nominato dalla Procura abbia ritenuto che quel giorno, dopo essere stato vittima di altre rapine violente e dopo aver visto la moglie e la figlia in pericolo, la sua capacità di intendere e soprattutto di volere si sia alterata fino al punto da renderla «grandemente scemata», Roggero deve risarcire i famigliari di chi ha rovinato la sua vita e quella della sua famiglia. Non solo i parenti, ma anche le conviventi, le quali evidentemente hanno diritto a essere indennizzate nonostante non siano legalmente coniugate.
Ricordo che anni fa, alla compagna di una vittima dell’attentato di Nassirya fu negato ogni risarcimento perché non era sposata. Ma quella era appunto la donna che aveva trascorso anni al fianco di un uomo ucciso durante una missione umanitaria in Iraq, non la convivente di un rapinatore. E nemmeno la figlia di una convivente.
Vi sembra tutto assurdo? Beh, tenetevi forte: il risarcimento andrà anche al patrigno di uno dei rapinatori, per la sofferenza patita. Ma soprattutto andrà pure a uno dei tre banditi, quello ferito e costituitosi parte offesa mentre è detenuto presso la casa di reclusione di Chiavari. Il componente del terzetto scampato all’assalto alla gioielleria di Grinzane Cavour, oltre a un’invalidità parziale, di fronte ai giudici ha lamentato un danno biologico e chiesto un risarcimento di 250.000 euro.
Insomma, tutti in fila per riscuotere da Roggero. Il quale ha già sborsato 300.000 euro e aggiungendo il resto deciso dal tribunale, oltre alle parcelle legali delle parti avverse e pure quelle per la sua difesa, ha visto bruciare più di 1 milione di euro. Ora tocca alla casa, ai terreni e a un edificio comprato negli anni. Dopo il pignoramento (il sequestro cautelare dei beni immobili è stato disposto subito) si procederà all’asta. Ma questo non è che l’inizio, perché con la vendita dell’abitazione della famiglia i parenti dei rapinatori riscuoteranno la cosiddetta provvisionale, cioè la somma stabilita dai giudici in via provvisoria, perché poi probabilmente seguirà la causa civile, per ottenere il resto di quei 3,3 milioni rivendicati dai familiari dei banditi.
Vi sembra giusto? A me no. Io credo che risarcire i parenti di un rapinatore, cioè di colui che accetta il rischio di uccidere o di farsi uccidere, sia sbagliato. Ne ho scritto anche a proposito della condanna del vicebrigadiere Emanuele Marroccella, il quale è stato condannato a indennizzare anche lontani parenti che vivono all’estero (in tutto 13). Se il loro congiunto non avesse cercato di rubare, ferendo un carabiniere, nessuno gli avrebbe sparato. Insomma, lo avete capito: la reazione a un crimine non può trasformare una vittima in un bancomat.
L’ombrello delle polizze catastrofali, che avrebbe dovuto riparare le aziende dai rovesci metereologici, fa acqua da tutte le parti. Il maltempo continua a imperversare nel Sud Italia e si cominciano a fare i conti dei danni e di quanto il governo dovrà stanziare. Un ennesimo salasso, anche con il rischio che chi è assicurato non riceva nulla, perché la normativa contiene numerose lacune. «A cominciare dal fatto che le mareggiate non rientrano nelle coperture previste.
Può sembrare strano, considerata l’estensione delle nostre coste e che fenomeni del genere, quindi, andrebbero annoverati tra le calamità. Eppure, nella normativa c’è questo vuoto che espone le aziende al rischio di non aver nessun rimborso dalle assicurazioni, anche dopo essersi impegnate economicamente per tutelarsi da possibili disastri. È prevista la copertura contro le inondazioni ma non contro le mareggiate», spiega il presidente di Confesercenti, Nico Gronchi.
Una dimenticanza nella preparazione della norma prevista dalla legge di Bilancio 2024? Eppure, il governo ha puntato sul meccanismo delle polizze catastrofali come strumento per evitare che il costo dei danni ricada prevalentemente sul bilancio pubblico, considerata la frequenza dei fenomeni naturali estremi nel nostro Paese. La norma, lo ricordiamo, prevede l’obbligo, per le imprese, di stipulare una polizza per i danni causati da sismi, alluvioni, frane, inondazioni ed esondazioni. Le aziende che non si assicurano contro eventi catastrofali perdono l’accesso a contributi pubblici, agevolazioni e incentivi fiscali. Quindi è una misura strategica che, però, «arrivata al primo banco di prova, rischia di fallire», afferma Gronchi.
Le scadenze per dotarsi di una polizza sono state scaglionate: 31 marzo 2025 per le imprese grandi con oltre 250 dipendenti, 30 settembre 2025 per le medie aziende (da 50 a 250 dipendenti), mentre per tutte le micro e piccole imprese l’obbligo era stato posticipato al 31 dicembre 2025. Il Milleproroghe ha poi spostato l’obbligo a fine marzo prossimo per alcune categorie come la ricezione e il turismo, cioè alberghi, bar e ristoranti. «Si può quindi creare la situazione paradossale che in un immobile danneggiato ci siano differenti trattamenti; magari c’è un negozio che è stato obbligato a sottoscrivere una polizza mentre un bar aveva il tempo per farlo fino a fine marzo. È una norma che ha svariate incertezze», afferma Gronchi, sottolineando che «molte imprese hanno difficoltà ad avere i preventivi dalle assicurazioni. Abbiamo un pezzo di imprese senza copertura assicurativa perché la scadenza della sottoscrizione è stata spostata in avanti, mentre altre che non riescono a capire se, pur avendo una polizza, saranno o meno coperte, dal momento che i danni sono da mareggiate e non da inondazioni».
Le problematiche non finiscono qui. Il presidente di Confesercenti evidenzia il rischio che «chi non ha polizza non possa avere accesso a eventuali aiuti pubblici. La normativa dice che, in caso di catastrofe ambientale, l’impresa non assicurata non potrà richiedere ristori o contributi per la ricostruzione. In pratica l’imprenditore dovrà ripagare i danni mettendo mano al proprio portafoglio. Non solo. Senza polizza, l’azienda è considerata fragile e questo può portare al rifiuto di prestiti da parte delle banche o a tassi d’interesse più alti».
Confesercenti si è mossa per dare un aiuto alle aziende in difficoltà. «Abbiamo attivato un plafond complessivo di 2,5 milioni per prestiti agevolati destinati alle imprese siciliane, calabresi e sarde per gestire l’emergenza». L’intervento più strategico è nella lettera che Gronchi ha inviato al premier Giorgia Meloni, nella quale chiede di spostare al 30 giugno la scadenza dell’obbligo di sottoscrizione di una polizza. «Servirebbe a superare le incertezze. Abbiamo bisogno di tempo per far in modo che il meccanismo funzioni. L’Italia è territorio fragile e senza lo strumento delle polizze catastrofali, che affianchino l’intervento dello Stato, non si va da nessuna parte. In Sicilia ci sono oltre 1.000 imprese concentrate tra Messina e Catania colpite dal ciclone Harry, con danni per 750-800 milioni. Senza contare i danni al patrimonio pubblico».
Poi c’è il capitolo delicato degli stabilimenti balneari, le strutture più danneggiate. «Avendo le concessioni scadute e con l’incertezza dell’esito della direttiva Ue Bolkestein, sono penalizzate dalle banche perché il loro futuro è incerto e potrebbero avere difficoltà nell’accesso al credito».
In questo caos c’è anche il fronte delle assicurazioni. Al pressing del governo per spingerle a rimborsare le imprese danneggiate, l’Ania, richiamando la legge, sottolinea proprio quanto evidenziato dalla Confesercenti, ovvero che le mareggiate e i danni provocati dal vento restano fuori dalla lista degli eventi coperti dalle polizze. A meno che le imprese non abbiano sottoscritto polizze più ampie di quelle obbligatorie, includendo anche le mareggiate, non c’è possibilità di ricevere i rimborsi.
Quelli di Avs dicono che, «con le ricette di Matteo Salvini in tema di sicurezza, l’Ice sarebbe già in Italia». Per il momento ci sono i militari di «Strade sicure». Il giorno dopo l’annuncio del potenziamento del presidio di Termini e del Colosseo, con l’impiego di altri tre blindati e 12 uomini, Giorgia Meloni è andata alla stazione di Roma «a ringraziare i nostri militari impegnati a difesa della sicurezza dei cittadini». «Altro che depotenziamento di “Strade sicure”», ha scritto su Instagram, dove ha pubblicato una sua foto con i soldati, accanto ai Puma dell’esercito. Il suo intervento pone fine alla querelle sorta nel centrodestra sui fondi del riarmo: il vicepremier leghista e Guido Crosetto avevano bisticciato a proposito del rifinanziamento della missione di pattugliamento delle città. Il leader del Carroccio chiedeva di stanziare più soldi per quella che per gli arsenali; e il ministro della Difesa parlava di «polemica inutile», poiché i soldi c’erano già.
Ma soprattutto, quello del premier è un segnale politico all’opposizione. La quale invoca più polizia nello stesso momento in cui denuncia la «deriva securitaria» del governo. Incartandosi sul caso degli agenti americani dell’Ice alle Olimpiadi. Il sindaco del capoluogo lombardo, Beppe Sala, ha escluso che parteciperà alla manifestazione di protesta di domani, citando impegni istituzionali. Però, ha aggiunto, «quello che dovevo dire sull’Ice credo di averlo detto, l’idea che sul nostro territorio ci sia questa milizia non mi va». Persino Antonio Guterres, segretario Onu, si è preoccupato: «La sovranità dell’Italia sia rispettata». Ansia mal riposta. Salvini, ieri, ha precisato che «ci saranno due tecnici civili nelle sale operative, quindi non ci saranno poliziotti americani per le strade di Milano, di Cortina, di Bormio». Perciò Antonio Tajani ha definito «inutile fare manifestazioni per tre funzionari che vanno al consolato». Per non sbagliare, +Europa, a Roma, ha anticipato gli attivisti di Pd, Cgil, Anpi e compagnia che si ritroveranno Milano: ieri, con i fischietti, i radicali si sono messi a rumoreggiare davanti l’ambasciata Usa di via Veneto.
Anche Giovanni Donzelli di Fdi, sentito da Rai Radio 1, ha ricordato che «in Italia ci sono leggi ben chiare e ci sono le nostre forze di sicurezza», quindi al personale dell’Ice è preclusa la possibilità di «fare cose come le vediamo negli Stati Uniti». Non dovesse bastare, mercoledì prossimo, alle Camere, il titolare del Viminale, Matteo Piantedosi, terrà un’informativa sullo scandalo montato come la panna dai progressisti. «Il governo ha dato subito disponibilità a riferire», ha sottolineato il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani. Maurizio Lupi, di Noi moderati, ha riconosciuto che, dopo i chiarimenti sulle attività degli agenti Usa, «continuare con le polemiche è assurdo e dimostra solo la loro strumentalità». «Voglio che ci sia sicurezza», si è limitata a commentare Daniela Santanchè, ministro del Turismo. «Più sicurezza, più libertà». Eppure, nella maggioranza qualcuno continua a borbottare. L’azzurra Letizia Moratti, ai microfoni di Sky, pur ribadendo che «l’Ice non avrà nessun ruolo rispetto all’operatività, che è un compito esclusivo dello Stato italiano», ha fatto sapere che reputa «inopportuno» l’intervento di un «corpo dedicato alle tematiche che riguardano l’immigrazione».
L’opposizione non molla l’osso. Alessandro Onorato, assessore ai Grandi eventi di Roma, ha detto di ritenere «una provocazione» la presenza dell’Ice. La stessa formula usata, in un’intervista alla Stampa, da Romano Prodi. Nicola Fratoianni la considera «assolutamente folle». La capogruppo renziana in Senato, Raffaella Paita, ha chiesto all’esecutivo di «puntare i piedi con gli Stati Uniti», giacché l’invio dei membri dell’agenzia è «squalificante per il Paese».
Sarebbe stato peggio ritrovarsi i pasdaran, che l’Ue si appresta a qualificare come terroristi. Tajani, ieri, ha confermato che non è previsto il loro arrivo. «La stessa ambasciata dell’Iran», ha rilevato il titolare della Farnesina, «ha smentito». Nessun problema, invece (e giustamente), per i consulenti per la sicurezza della polizia criminale tedeschi, i quali, come ha comunicato il Comitato olimpico della Germania, saranno «collegati tramite funzionari presso le rappresentanze in Italia con le autorità locali».
La controversia sugli americani, intanto, rischia di estendersi al di là delle Alpi: si è appreso che il colosso tecnologico francese Capgemini ha siglato un contratto con l’Ice, che comunque, ha specificato l’azienda, è «oggetto di un ricorso».
Massimiliano Romeo, capogruppo della Lega in Senato, ha rivendicato le «priorità» della destra: «Scendere nelle piazze», anziché «per protestare contro l’eventuale presenza dell’Ice alle Olimpiadi, per la tutela delle forze dell’ordine», che grazie al pacchetto Sicurezza non saranno indagate «automaticamente quando si difendono nell’espletamento del loro dovere».
Per Milano, in fondo, rimane valido il dato statistico: è più probabile che un cittadino finisca conciato per le feste da una delle «risorse» libere di scorrazzare per la metropoli, che per mano di uno scherano di Donald Trump.
Nessuna mediazione. Gli attivisti del centro sociale Askatasuna hanno respinto le richieste del prefetto di Torino di sfilare in un unico corteo indetto contro lo sgombero avvenuto il 18 dicembre scorso. «Avreste dovuto pensarci prima», hanno replicato, confermando i tre cortei che marceranno sotto lo slogan «Ci riprenderemo la città». Partiranno dalle stazioni ferroviarie di Porta Nuova e Porta Susa e a Palazzo Nuovo, sede delle facoltà umanistiche, confluiranno in piazza Vittorio Veneto, in centro città, per poi ripartire in un unico serpentone. E proprio per l’occupazione di Palazzo Novo, ieri, il ministro dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini, ha avuto un colloquio telefonico con la rettrice dell’Università, Cristina Prandi, alla quale ha espresso forte preoccupazione per le condizioni di sicurezza degli ambienti coinvolti, assicurando alla rettrice il pieno supporto del Ministero per affrontare una situazione definita inaccettabile: «L’università non è e non diventerà mai un centro sociale, è uno spazio di libertà e dialogo non di violenza».
Oltre 200 realtà provenienti da tutta Italia hanno aderito alla piattaforma lanciata il 17 gennaio dall’assemblea nazionale compresi i radicali torinesi che, per Askatasuna ma contro la violenza saranno in piazza, stesi a terra. «Non sappiamo ancora con esattezza quali saranno i percorsi, perché abbiamo bisogno di un po’ di tempo per definire alcuni dettagli tecnici», ha spiegato Michele, portavoce di Askatasuna. «Sicuramente il corteo passerà nelle prossimità del quartiere Vanchiglia e del centro sociale sgomberato, per poi concludersi in Regio Parco».
Un percorso che il Comitato per l’ordine e la sicurezza aveva definito «un’articolazione complessa» e da qui la richiesta, respinta, di una rimodulazione che «contemperi il diritto di manifestare pacificamente con le esigenze dei cittadini e dei numerosi visitatori attratti dalle giornate prefestiva e festiva, caratterizzate da eventi sociali, sportivi e culturali». Ma gli autonomi hanno respinto la proposta, sottolineando: «Abbiamo di fronte un governo che, in linea con un indirizzo politico dichiaratamente securitario, repressivo e intrinsecamente razzista, interpreta sistematicamente il conflitto sociale come un ostacolo da neutralizzare. Non è un problema di ordine pubblico, è l’opposizione sociale che rompe gli argini e si prende lo spazio che le spetta».
Intanto, ieri all’alba, la Digos ha effettuato perquisizioni a casa di due attivisti di Aska. Sequestrati alcuni indumenti per accertarne un eventuale utilizzo in occasione della manifestazione del 20 dicembre contro lo sgombero del centro sociale, da cui sono scaturiti disordini e scontri.










