Poco più di un anno dopo aver lanciato in pompa magna il piano per fare dell’Europa un continente dell’Intelligenza artificiale, l’Unione europea ne ha già ridimensionato il pilastro infrastrutturale. Le gare d’appalto per la costruzione di data center che dovrebbero aprirsi (forse) a luglio riguarderanno impianti più contenuti, quattro centri con almeno 25.000 GPU e tre con almeno 40.000 processori nella prima fase.
Molto lontani dalle cinque strutture colossali da 100.000 chip ciascuna, immaginate in partenza. Il contributo pubblico europeo nella prima fase scenderà fino a un massimo di 1 miliardo di euro, una frazione dei 4,1 miliardi che Bruxelles aveva promesso in una proposta precedente, mentre i finanziamenti per la seconda fase restano subordinati al bilancio comunitario 2028, ancora in fase di negoziazione.
Per misurare la portata della frenata conviene tornare all’entusiasmo dell’aprile 2025, quando la Commissione presentava l’AI continent action plan come la mossa capace di trasformare i punti di forza europei in acceleratori dell’Intelligenza artificiale.
I numeri sbandierati erano imponenti, dai 200 miliardi di euro per spingere lo sviluppo dell’IA attraverso l’iniziativa InvestAI ai 20 miliardi per finanziare fino a cinque gigafactory, e poi una rete di diciannove AI factory appoggiate sui supercalcolatori europei.
Il piano prometteva di costruire un’infrastruttura di calcolo su larga scala in grado di addestrare modelli complessi a un livello senza precedenti, e di assicurare all’Unione la leadership nella frontiera dell’IA. Sul versante delle infrastrutture digitali, il Cloud and AI development act doveva almeno triplicare in cinque anni la capacità dei data center europei, con una clausola che già allora suonava sospetta, ovvero «priorità ai data center sostenibili».
Il contorno di tutto ciò è il pacchetto sulla sovranità tecnologica, pensato per ridurre la dipendenza europea da Stati Uniti e Asia nei semiconduttori, nell’Intelligenza artificiale e nel cloud. Il Cloud and AI development act, ripreso in quella sede, mirava a obbligare i governi a conservare i dati critici su servizi cloud controllati nell’Unione, in un mercato dove i tre operatori americani Amazon, Microsoft e Google detengono oltre il 70%. Sul fronte dei chip, la riedizione del Chips act fissava un fabbisogno di 120 miliardi di euro di investimenti pubblici e privati entro il 2035, con uno stabilimento per la produzione di semiconduttori da 30 miliardi. Insomma, come sempre a Bruxelles, Much ado about nothing.
Il ridimensionamento europeo è il prodotto di due problemi. Il primo è lo stesso limite che ha già fatto fallire altri programmi industriali, cioè l’entità e la rapidità dei fondi. Il Chips act del 2022 puntava a raddoppiare la quota europea nella produzione mondiale di chip portandola al 20% entro il 2030, ma la stessa Corte dei conti europea stima che il continente ne controllerà appena il 12%, e nel frattempo Intel ha congelato i cantieri in Polonia e Germania mentre Berlino ha dirottato 3 miliardi di aiuti al settore verso strade e ponti. A questo si aggiunge la sproporzione delle risorse, perché un singolo investimento privato come quello annunciato da SoftBank in Francia, fino a 75 miliardi di euro, vale da solo più dell’intero programma europeo. Le incertezze su tempi e dimensioni hanno raffreddato l’interesse di consorzi importanti come quello del gruppo Schwarz in Germania, e diversi candidati hanno cominciato a riconsiderare la partecipazione proprio mentre le strutture finanziabili si rimpicciolivano.
Sul secondo versante c’è il nodo energetico e ambientale. La Commissione punta a triplicare la capacità dei data center, ma la rete elettrica non è pronta, l’espansione delle infrastrutture procede a rilento e i piccoli reattori nucleari modulari arriveranno comunque tardi. In assenza di rete e di accumuli sufficienti (cioè un volume enorme) l’unico combustibile capace di colmare il divario nel breve periodo resta l’odiato gas, con un ritorno che già negli Stati Uniti ha spinto gli ordini di nuovi impianti termoelettrici ai massimi degli ultimi 25 anni. Affidarsi soltanto a solare ed eolico con le batterie per nutrire la fame di energia dei data center significa accettare dei rischi enormi che nessuno in realtà vuole accollarsi.
Il commissario all’Energia Dan Jørgensen ripete che i data center sono benvenuti soltanto se contribuiscono alla transizione, sostenendo le rinnovabili e recuperando il calore di scarto, e i gruppi ambientalisti invitano la Commissione a tenere il punto contro l’idea di bruciare altro gas per i profitti del settore. Se è così, è evidente che la partita è già chiusa. Pretendere energia rinnovabile per ogni data center significa perdere tempo, aumentare i costi e i rischi di instabilità mentre i concorrenti avanzano.
Resta sullo sfondo la usuale e ben nota contraddizione tutta dell’Unione. Lo sviluppo dell’Intelligenza artificiale e dei data center, con i consumi elettrici e la continuità di alimentazione che richiede, non è compatibile con i tempi e i vincoli del Green deal. O, se si vuole, i tempi e i vincoli del Green deal non sono compatibili con la corsa europea all’Intelligenza artificiale. È il vecchio trilemma dell’energia che ripresenta il conto, perché sicurezza degli approvvigionamenti, accessibilità dei costi e cosiddetta sostenibilità ambientale non si lasciano massimizzare insieme. Chi pretende di tenere fermi tutti e tre i vertici finisce per sacrificarne almeno uno, senza ammetterlo. Aggiungendo la pretesa di sovranità tecnologica, Bruxelles si è caricata di un’equazione che non ha soluzione. Il ridimensionamento di questi giorni rischia di essere soltanto il primo di una lunga serie.
Ormai è praticamente ufficiale. La giunta di Silvia Salis ha concesso a titolo gratuito lo stadio Luigi Ferraris per i tre concerti genovesi di Olly. In cambio, come da consuetudine per le esibizioni dei cantanti negli stadi d’Italia, le società che hanno prodotto lo spettacolo, la capofila Magellano, emanazione della Friends & partner di Ferdinando Salzano, la Rst e la Ops, dovranno occuparsi della rizollatura del prato rovinato dalla presenza dei fan.
Ma questo è il requisito minimo per la concessione dei campi di calcio.
In compenso Olly ha risparmiato circa 180.000 euro, dal momento che Genoa e Sampdoria pagano circa 60.000 euro per ogni partita che disputano dentro al Luigi Ferraris. E la sindaca Salis si è goduta il concerto da invitata speciale, con tanto di foto in camerino con l’artista, ovviamente postate a tutto spiano sui social, la specialità della casa.
Ieri, dopo avere letto i nostri articoli, la consigliera comunale Anna Orlando, della lista Vince Genova, ha presentato un’interrogazione a risposta immediata per la prossima seduta del Consiglio comunale con questo oggetto: «Chiarimenti in merito alla concessione gratuita dello stadio Luigi Ferraris per i concerti di Olly, nonché riguardo ai precisi accordi con il promoter dell’artista e con la società organizzatrice dei tre concerti».
Contattata dalla Verità, la consigliera, storica dell’arte ed esperta di organizzazione di eventi, precisa: «L’opposizione ha il dovere di fare tutto ciò che è possibile presso le sedi preposte per chiarire se effettivamente lo stadio (quindi uno spazio di proprietà pubblica perché del Comune) sia stato ceduto gratuitamente al promoter del cantante o alla società che gestisce l’evento patrocinato dal Comune. Se così fosse, sarebbe grave: da un lato, è un modo per abbassare i costi dell’organizzazione, che coinvolge nuovamente la Rst events, che nei mesi scorsi ha vinto una gara giudicata irregolare dal Tar; dall’altro, implicherebbe un mancato incasso da parte del Comune che potrebbe, dunque, anche costituire un danno erariale. In ogni caso sono necessari un chiarimento e una quantificazione dell’ipotetico indotto che potrebbe aver motivato tale scelta. Si tratta di questioni molto serie, poiché riguardano le finanze pubbliche».
Intanto due delle ditte che hanno contribuito alla realizzazione dei concerti al centro delle polemiche, la Rst e la Ops, continuano a farla da padrone in città. Nonostante, come abbiamo già raccontato, siano praticamente ditte con strutture particolarmente leggere.
Entrambe svolgerebbero il ruolo di promoter della Friends & partner a livello locale.
E a ottobre hanno ottenuto dal Comune 736.000 euro per l’organizzazione del Capodanno, con l’impegno dell’amministrazione a dargli ulteriori incarichi per il successivo triennio.
le strane quote
Ma la vittoria è arrivata dopo l’esclusione, bocciata dal Tar, della Duemilagrandieventi per cui lavorava Nicolò Sasso, dal 2025 unico dipendente e socio al 45 per cento della Rst.
Sasso ha ottenuto le quote circa due settimane dopo l’aggiudicazione del bando e dopo aver portato i Pinguini tattici nucleari a Genova, sempre grazie alla collaborazione con la F&p di Salzano.
In sostanza Sasso con 4.500 euro ha comprato il 45% di una società che a fine ottobre aveva quasi 80.000 euro di utile. Quindi ha fatto un investimento che, sulla carta, gli è valso un guadagno secco di 36.000 euro e una resa dell’800%. «Non è facile trovare chi ti concede di entrare in società regalandoti di fatto 31.500 euro», commenta un commercialista contattato dalla Verità. Ma evidentemente i buoni uffici di Sasso sono stati premiati.
Jessica Nicolini, fondatrice insieme con l’ex governatore Giovanni Toti della società di comunicazione Philia associates, ieri, ha voluto attribuire il merito del concerto di Olly a Sasso e Orlando.
La Nicolini ha scritto sui social: «Se vi siete divertiti è merito di questi due qui». E ha postato le loro foto con lei. Nei giorni scorsi aveva anche intervistato Sasso sulla riapertura dello stadio di Genova ai grandi concerti.
I due eroi di giornata, pur parlando malvolentieri con i giornali dei loro affari, si divertono a scherzare su vicende che potrebbero presto non interessare solo il Tar, ma anche la Corte dei conti e, forse, persino la Procura della Repubblica.
Sasso ha pubblicato una storia su Instagram dal Ferraris e l’ha intitolata «Concertopoli», come la nostra prima puntata sugli affari poco chiari della Rst e della Ops.
segnali in codice?
Orlando è stato più criptico e ha citato una canzone di Olly: «Tutti sanno tutto, tutti parlano, tutti millantano».
Quelli che stanno in silenzio sono loro. Che al Ferraris sono di casa, come Olly e la Salis. Tutti ultrà della Sampdoria.
Sasso la domenica si siede in tribuna autorità a fianco dei dirigenti blucerchiati, Orlando lavora come addetto alla regia a fianco di Samuele Maragliano che fa lo speaker. Quest’ultimo ha anche presentato il Capodanno e il recente concerto di Rds. Il filo blucerchiato lega il gruppo anche alla Nicolini, figlia dell’ex capitano sampdoriano Enrico, e ai ristoratori stellati Marco Visciola e Carlo Barile. Che avrebbero gestito il catering nella lounge sotto il palco durante il concerto di Capodanno.
Maragliano è figlio di un dipendente comunale che lavora nell’ufficio Grandi eventi, diretto da Monica Bocchiardo e dove opera anche Pietro Toso, responsabile della struttura Eventi culturali, Spettacolo, Edu-Entertainment. Bocchiardo e Toso sono in ottimi rapporti sia con Orlando che con Sasso.
Anche se la giostra degli eventi in questo periodo non può girare a pieno regime. Il Comune, per evitare di dover rifare subito la gara ritenuta «irregolare» per l’organizzazione del Capodanno, ha «espressamente assunto l’impegno di non procedere medio tempore all’affidamento diretto di servizi analoghi» al Concertone di fine anno. Ma la stella di Orlando (ex promoter di discoteche e ideatore del festival di musica tecno First) e Sasso sembra tutt’altro che oscurata. I due hanno appena presentato, con a fianco la Salis, anche la seconda edizione dell’Altraonda festival che, tra giugno e luglio, avrà come ospiti Bresh, Sayf, Emma, Fiorella Mannoia, i Negramaro, i Litfiba e gli Ex-Otago.
Il consigliere delegato ai Grandi eventi del Comune, Lorenzo Garzarelli, ha definito una «fortuna avere organizzatori così sul territorio genovese, perché permettono di riposizionare la città su un panorama dal quale, volente o nolente, Genova si era un po’ allontanata».
lacrime amare
Anche la Salis ha mostrato il medesimo entusiasmo. Sarà per questa grande apertura di credito che Sasso si starebbe, come si dice a Roma, ad allarga’. Secondo una ricostruzione fatta da più fonti il 6 dicembre scorso la titolare della Golden sabre agency, Cristina Lodi, mentre prendeva un aperitivo in piazza Colombo, sarebbe scoppiata in lacrime dopo aver ricevuto una telefonata di Sasso. La ragazza, scossa, avrebbe raccontato alle amiche, con cui era al tavolo, che il socio di Rst e Ops le aveva detto che la sua presenza non era gradita dalla giunta Salis né alla conferenza stampa, né all’evento di Capodanno (presentato anche dalla sua assistita Serena Garitta), in quanto mesi prima era stata candidata in Consiglio comunale per la Lista Civica di Bucci.
La donna avrebbe risposto in modo concitato, minacciando Sasso di avvertire il governatore Marco Bucci. Quindi, avrebbe confidato alle amiche la presunta risposta dell’imprenditore. Una frase tipo questa: «Se fai una cosa del genere non lavorerai più a Genova. Tu, i tuoi ragazzi e la tua società».
La Lodi, presentata da Forbes Italia tra le 100 donne Leader del 2024, contattata dalla Verità, ha commentato: «Non voglio parlare di quanto accaduto con Sasso e non ho mai voluto strumentalizzare l’episodio, riferendolo al governatore. Le dico solo che conosco personalmente da anni Silvia Salis e non la ritengo capace di tali bassezze. Sia io che il mio socio Aldo Montano, dopo quella telefonata, abbiamo immediatamente contattato la sindaca che in maniera molto carina e cordiale ha risolto questo spiacevole equivoco e ho potuto presenziare tranquillamente sia alla conferenza stampa che allo show di Capodanno a fianco della mia artista».
Ieri sera abbiamo chiesto un commento a Sasso su questo episodio. Al momento di andare in stampa non ci aveva ancora risposto. Forse preferisce fare lo spiritoso sui social.
Dagli altari alle polveri: è bastato un clic di Tulsi Gabbard, direttore uscente dell’Intelligence nazionale americana (Odni), per affossare definitivamente la reputazione di Anthony Fauci (storico consulente scientifico di sette presidenti Usa).
A seguito della pubblicazione di 400 pagine di documenti declassificati «che rivelano», ha spiegato Gabbard, «come il dottor Fauci abbia usato milioni di dollari dei contribuenti americani per finanziare pericolose ricerche nel laboratorio di Wuhan, collaborato con elementi politicizzati nell’Intelligence Usa per nascondere la verità sulle sue azioni e sulle origini del Coronavirus» e «danneggiato un presidente eletto (Trump, ndr) limitando l’accesso alle informazioni: è ora che il popolo americano sappia la vera storia», ha chiosato Gabbard, sottolineando che l’ex consulente scientifico presidenziale ha «mentito al Congresso». «Grazie Tulsi per aver documentato il ruolo di Fauci nel più grave crimine della storia dell’umanità», ha commentato il ministro della Salute Robert F. Kennedy.
Un epilogo inglorioso per l’ormai pensionato Fauci, la cui fama aveva raggiunto l’apice in pandemia, varcando anche i confini: l’allora ministro della Zalute, Roberto Speranza (Pd), figura chiave della gestione Covid nel governo Pd-M5S, aveva sostenuto la sua nomina come consulente del BioTecnopolo di Siena a fianco del gran visir dei vaccini, il professor Rino Rappuoli. Il legame con il nostro Paese, sua terra d’origine, era stato suggellato a maggio 2021 quando, su iniziativa del presidente Sergio Mattarella, lo scienziato italo-americano aveva ricevuto la massima onorificenza nazionale, quella di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al merito della Repubblica italiana. Ma il timbro dell’Intelligence Usa sui Fauci files ha spazzato via tutto.
I lettori della Verità conoscono bene la vicenda, raccontata sul nostro giornale sin dal 2021 dopo la pubblicazione di alcune mail delle istituzioni pubbliche (il suo Niaid, il Nih di Francis Collins, l’Fda, il Dipartimento di Stato, l’Hhs-Dipartimento della Salute Usa, i Cdc e altre agenzie federali) acquisite grazie ai Foia (richieste di accesso agli atti, ndr) presentati dal Partito repubblicano di Donald Trump al Congresso assieme ad altre associazioni civiche americane.
Il quadro accusatorio è fitto e ricco di dettagli: è ormai dimostrato che lo scienziato ha autorizzato il finanziamento, insieme con le autorità cinesi, del laboratorio di Wuhan per milioni di dollari dei contribuenti americani. A Wuhan è stata sperimentata la ricerca gain-of-function («GoF»), controverso metodo di ricerca scientifica che prevede la manipolazione dei virus per renderli più trasmissibili o pericolosi per l’uomo. In America era stata vietata e poi definanziata da Trump, Fauci avrebbe aggirato la moratoria sovvenzionando proprio chi, con ogni probabilità, ha causato la fuoriuscita del virus dal laboratorio scatenando il Covid, scrive l’Odni. A Wuhan, in effetti, alcuni ricercatori Usa e cinesi, ben prima dello scoppio della pandemia, stavano lavorando su un progetto nominato «Defuse», che prevedeva la creazione artificiale di un nuovo Coronavirus dalle caratteristiche identiche al Sars Cov-2. Una volta uscito dal laboratorio di Wuhan, Fauci ha fatto il possibile per nascondere la verità: un clamoroso esempio è l’articolo «The proximal origin of Sars Cov-2», pubblicato su Nature, su suo input, il 17 marzo 2020, in cui gli scienziati a lui vicini hanno sconfessato l’ipotesi della fuga da laboratorio (ricevendo, subito dopo la pubblicazione del paper, lauti finanziamenti dal Niaid). Eppure a gennaio 2020, come emerge dalle email, avevano sostenuto che l’origine naturale era «praticamente impossibile».
L’elemento più grave che emerge dai documenti declassificati, anche questo anticipato anni fa sulla Verità, è la collaborazione con i servizi segreti americani: Fauci ha lavorato con alti funzionari «politicizzati» dell’intelligence Usa, è l’accusa di Gabbard, che ha evidenziato che la ricerca da lui promossa ha «causato danni incommensurabili e innumerevoli vite perse». I documenti, si legge sul sito dell’Odni, «evidenziano il ruolo diretto di Fauci nell’influenzare e manipolare le valutazioni dell’Intelligence Usa sul Covid». «Chiederemo aiuto alla Cia», si legge in una mail di luglio 2021. L’obiettivo era «non causare problemi con la Cina», scrivevano allora gli scienziati e soprattutto, ha dichiarato Gabbard, foraggiare le ricerche collegando strettamente questi esperimenti agli interessi finanziari delle «grandi aziende farmaceutiche nello sviluppo di vaccini universali del valore di miliardi di dollari». Follow the money, come sempre.
I funzionari dell’Odni hanno anche registrato un’«atmosfera di intimidazione» contro chi avesse osato smentire la narrazione ufficiale sulle origini del Covid.
Fauci era stato ascoltato dalla commissione Covid per due giorni e un totale di 14 ore di testimonianza e, riferì all’epoca il presidente Brad Wenstrup, aveva pronunciato la frase «non ricordo almeno 100 volte». L’Odni lo accusa oggi di aver «mentito sotto giuramento nel 2024»: «La corrispondenza pubblicata oggi», si legge, «contraddice direttamente la sua testimonianza. In quell’udienza è stato ripetutamente chiesto a Fauci se avesse mai parlato di ricerca con Fbi, Cia, Dia o qualsiasi altra agenzia (…) Lui ha ripetutamente schivato le domande, per poi affermare, mentendo, “che io sappia, non sul Covid”».
Ora, se il suo braccio destro David Morens è stato arrestato lo scorso 28 aprile con l’accusa di aver «fatto sparire» i messaggi per sfuggire ai controlli (rischia decenni di carcere), a Fauci non toccherà la stessa sorte: nelle sue ultime ore in carica come presidente degli Stati Uniti, Joe Biden gli ha concesso un provvedimento di grazia onnicomprensivo per proteggerlo da possibili future incriminazioni relative ai 10 anni precedenti. I repubblicani hanno contestato la validità dell’atto. Gabbard ha rilasciato altri documenti declassificati, ma nessuno, a quanto pare, pagherà.
Il Mondiale perde il primo allenatore italiano: Montella e la Turchia eliminati dopo due partite
Il Mondiale che vede assente l'Italia ma non gli allenatori italiani, perde il primo pezzo azzurro. Nella notte in cui il Brasile di Carlo Ancelotti ha trovato il riscatto battendo 3-0 Haiti, dopo il deludente pareggio dell’esordio contro il Marocco, la Turchia di Vincenzo Montella è costretta a salutare il torneo dopo appena due partite. La sconfitta per 1-0 subita contro il Paraguay, seguita a quella per 2-0 contro l’Australia, vale l’eliminazione matematica della nazionale ottomana, nonostante manchi ancora una partita per completare il girone. Un girone che vede gli Stati Uniti, prossimi avversari della Turchia, primi a punteggio pieno con 6 punti. Appaiate al secondo posto Australia e Paraguay a quota 3. Ciò significa che la Turchia, pur vincendo la terza partita, potrebbe al massimo agganciare una tra le due, restando comunque in svantaggio negli scontri diretti e senza possibilità di rientrare tra le migliori terze.
Un flop imprevisto alla vigilia per una Nazionale che tornava a disputare la fase finale di un Mondiale dopo 24 anni e che Montella aveva portato al torneo con un percorso di qualificazione solido culminato con il palyoff vinto contro il Kosovo. Poi, in pochi giorni, il crollo. Due sconfitte, tre gol subiti e, soprattutto, zero segnati, tradotti in una sensazione costante di sterilità offensiva che neppure il volume di gioco riesce a nascondere. Il dato più volte sottolineato dal tecnico italiano dei 62 tiri in due partite (30 contro l'Australia e 32 contro il Paraguay), da solo non può bastare per giustificare l'eliminazione precoce della Turchia dallla rassegna iridata. In tanti si aspettavano che le stelle, da Calahanoglu a Guler passando per Yildiz, potessero trascinare la Nazionale guidata da Montella, ma così non è stato. Lo juventino, più di tutti, si è presentato in condizioni fieiche non ideali.
Contro il Paraguay, la partita si è complicata subito: vantaggio sudamericano con Galarza dopo appena due minuti e poi una gara rimasta in equilibrio numerico solo a metà, visto il rosso ad Almiron per il nuovo intervento disciplinare legato alla mano sulla bocca, introdotto in questo Mondiale per contrastare episodi di comportamento antisportivo. Anche in superiorità numerica, però, la Turchia non è riuscita a trovare il gol. Il tema che accompagna l’eliminazione è proprio quello della produzione offensiva senza finalizzazione. Montella lo ha ribadito anche nel post partita, insistendo sul volume di gioco e sulle occasioni create. Dall’altra parte, però, resta il dato più semplice: nessuna rete segnata in 180 minuti. Per Montella il futuro sulla panchina della Turchia appare ormai segnato. Il Mondiale si chiuderà comunque con la partita contro gli Stati Uniti, ma il ciclo sembra destinato a interrompersi subito dopo. In Turchia si parla già di un possibile cambio in panchina, con l’ipotesi di un profilo esperto per ripartire, mentre per il tecnico italiano si aprono scenari diversi, anche legati al campionato turco, con il Fenerbache che pare intenzionato a puntare sull'Aeroplanino.
Se per Montella il Mondiale si chiude in anticipo, per Carlo Ancelotti il percorso con il Brasile prosegue invece con segnali più incoraggianti. Dopo il pareggio all’esordio contro il Marocco, il 3-0 contro Haiti ha riportato i verdeoro in testa al girone e soprattutto ha dato una risposta sul piano del gioco. La partita si è indirizzata già nel primo tempo. Il Brasile ha mantenuto il controllo del possesso e ha costretto Haiti a una fase difensiva molto bassa e fisica. Il primo gol arriva su una situazione sporca in area, con Vinicius protagonista e Matheus Cunha l’ultimo a deviare in rete. Poco dopo arriva anche il raddoppio dello stesso Cunha, con una conclusione di sinistro che chiude di fatto la gara già prima dell’intervallo. Il terzo gol, firmato da Vinicius su assist di Paquetà, conferma un Brasile più fluido rispetto all’esordio, anche se non mancano le note negative - come l'infortunio muscolare a Raphinha - e va sottolineato come la caratura dell'avversario che aveva di fronte non era minimamente paragonabile.
Ancelotti ha espresso soddisfazione per la prestazione complessiva, sottolineando soprattutto il miglioramento rispetto alla gara d’esordio e la necessità di continuare su questa linea. Il Brasile, ora primo nel girone, guarda già alla sfida con la Scozia, decisiva per il primo posto.
Nel quadro generale del Mondiale, resta ancora in gioco Fabio Cannavaro con l’Uzbekistan. Dopo la sconfitta all’esordio contro la Colombia, la seconda partita del girone K contro il Portogallo diventa un passaggio obbligato. Una gara complicata, per non dire proibitiva, in programma martedì alle 19 italiane, che dirà se la squadra potrà restare agganciata alla competizione o se seguirà la Turchia fuori già nella fase a gironi. Per gli allenatori italiani, questo Mondiale sta già tracciando due traiettorie diverse: quella interrotta di Montella e quella ancora aperta, ma già più solida, di Ancelotti. E in mezzo, in attesa, quella di Cannavaro.










