Esultate popoli: Michele Emiliano ha trovato una poltrona. Non è proprio quella che desiderava, gli amici lo descrivono come «furibondo e ferito», nemmeno un vassoio di cozze pelose per festeggiare. Però, ecco, l’ex governatore potrà consolarsi con uno stipendio di tutto rispetto: 130.000 euro l’anno, oltre 10.000 euro al mese, per fare il consigliere giuridico del nuovo presidente della Puglia, Antonio Decaro. Il quale Decaro, per altro, si prende come consigliere a 130.000 euro l’anno colui che ha cercato in tutti i modi di far fuori dalla Regione: non l’ha voluto come consigliere, non l’ha voluto come assessore, però non può fare a meno dei suoi consigli tanto da pagargli 10.000 euro e passa al mese. Non è fantastico? Ma così, intanto, almeno un risultato positivo lo si è ottenuto: finalmente si può potrà varare la giunta della Puglia, bloccata da 52 giorni nell’attesa di sapere quale poltrona sarebbe stata assegnata a Emiliano. Quando si dice la politica a servizio dei cittadini.
La storia di Emiliano negli ultimi mesi è più triste di quella di Calimero. Lo hanno respinto tutti, manco fosse il pulcino piccolo e nero. In principio, infatti, l’ex governatore, in carica già da dieci anni, sperava di avere il terzo mandato. Gli hanno detto di no, altrimenti Decaro non si sarebbe candidato. Allora ha sperato di avere un posto in lista come consigliere regionale. Gli hanno detto di no, altrimenti Decaro non si sarebbe candidato. Allora è intervenuti il segretario del partito, Elly Schlein, e ha convinto Emiliano a fare un passo indietro, buono buono, in cambio della promessa di un posto da assessore. Poi, però, alle elezioni Decaro ha ottenuto un sacco di voti, si è sentito forte e ha deciso che, Elly o non Elly, promesse o non promesse, lui Emiliano in giunta non lo voleva. Ci ha messo 50 giorni per farglielo digerire (e nel frattempo ha tenuto tutta la Regione bloccata), ma poi ce l’ha fatta. L’altro giorno lo ha chiamato e gli ha detto: «Non sarai assessore ma solo consulente giuridico». O mangi ‘sta minestra o salti la finestra. Emiliano ha sbuffato, ha protestato, s’è arrabbiato. Ma poi ha mangiato la minestra. Anche perché di minestre da 130.000 euro l’anno non ce ne sono tante altre in giro, almeno per lui.
E qui viene il punto ancor più divertente di tutti gli altri. A Emiliano, infatti, la poltrona serve non solo per avere uno stipendio (non da poco) in attesa delle prossime elezioni politiche nazionali, ma anche per non dover tornare a lavorare. Come è noto, infatti, l’ex governatore è tutt’ora un magistrato in aspettativa: fa politica da oltre vent’anni, è stato dieci anni sindaco, dieci anni governatore, ha militato attivamente nel Pd addirittura candidandosi come segretario, ma non ha mai mollato la toga. Checco Zalone insegna: mai lasciare il posto fisso. Ora gli è stata promessa una candidatura alle prossime elezioni politiche nazionali (per quello che valgono, come si è visto, le promesse nel Pd). Ma le elezioni si terranno tra un anno e mezzo: se nel frattempo non avesse un incarico pubblico, Emiliano dovrebbe tornare in magistratura. Per questo, per quanto «furibondo e ferito», ha accettato quell’incarico. Sempre meglio che lavorare. Non è detto che basti: la parola finale, infatti, spetta al Csm, l’organo di autogoverno dei magistrati. Sarà Consiglio superiore della magistratura a dire se fare il «consulente giuridico» del presidente Decaro sia un incarico abbastanza importante per prolungare l’aspettativa. Abbiamo il sospetto che dirà di sì, ma in ogni caso non preoccupatevi troppo per il futuro di Emiliano: è già stato pensato il piano B. Nel caso il parere del Csm fosse negativo, potrebbe infatti fare l’assessore di un Comune pugliese, scelto a caso. Magari verrà estratto a sorte, chi lo sa. Oppure lo si sceglierà nel collegio dove poi dovrebbe essere candidato alle politiche, così da rendere il tutto ancor più trasparente.
Non è meraviglioso? C’è un pm di Bari che 22 anni fa si è candidato per diventare sindaco di Bari (come se già questo, di per sé, fosse normale), poi diventa governatore della Puglia, fa politica per tutto questo tempo senza mai smettere di essere magistrato e poi, pur di non tornare in magistratura, accetta di fare il «consulente giuridico» del governatore che gli ha dichiarato pubblicamente guerra, e in ogni caso, pur di avere una poltroncina, si candida pure a fare l’assessore di un Comune a caso, scelto nel mazzo. Tutto perfetto. Compreso il fatto che solo così si riesce a varare la giunta regionale altrimenti bloccata in attesa di trovare il posto giusto per Emiliano. Ditemi se non è chiaro il messaggio che esce da questa storia: quello che conta, nelle istituzioni, non è risolvere i problemi dei cittadini. Piuttosto risolvere i problemi di un ex governatore. Poi si lamentano se la gente non va più a votare.
Le incredibili parole del cugino dell’uomo pugnalato per legittima difesa fanno capire come per questa gente il crimine sia diventato la normalità. Intanto il giornale dei vescovi attacca il governo che cerca di rimediare.
«Era un tipo normale, come tutti, era lì per lavorare come fanno tutti». Ovvio. Tutti scassiniamo le porte delle villette e freghiamo l’argenteria mentre i proprietari sono fuori casa. Tutti, una volta beccati mentre stiamo svaligiando l’appartamento, invece di alzare le mani, arrendersi o scappare, reagiamo aggredendo a pugni in faccia chi ci ha sorpresi. Tutti poi abbiamo una fedina penale lunga un metro e ce ne andiamo a spasso con complici che ci scaricano in strada, lasciandoci davanti al pronto soccorso prima di darsela a gambe levate. Sì, Adamo Massa, il rom ucciso durante un tentativo di furto a Lonate Pozzolo, era proprio un tipo normale, che faceva quello che fanno tutti. «Rubare era il suo lavoro», ha spiegato il cugino.
Capisco che i parenti stretti piangano il defunto. Capisco anche che siano addolorati per quei bambini rimasti orfani. Ma sostenere che il sinti ucciso fosse un tipo normale, che si aggirava fra le casette di periferia per lavorare, come fan tutti, mi risulta difficile. I precedenti penali dimostrano piuttosto che non era un rapinatore improvvisato. Secondo i carabinieri faceva parte di un sodalizio criminale strutturato, specializzato in furti e rapine di anziani, colpiti nelle loro abitazioni. Pare che di volta in volta si spacciasse per tecnico del gas, oppure per uomo delle forze dell’ordine. Convinceva le vittime a farlo entrare in casa dove, una volta dentro, svaligiava i poveretti di gioielli e risparmi per poi darsi alla fuga con la refurtiva. Quando nel 2018 i militari dell’Arma lo agguantarono, durante le perquisizioni trovarono mezzi con targhe contraffate, sirene e lampeggianti, radio ricetrasmittenti per ascoltare le comunicazioni della polizia, parrucche, casacche e divise. Ma soprattutto scovarono 25.000 euro in contanti, frutto dell’attività criminale, che era talmente ben avviata da disporre di una specie di garage-camerino, dove la banda preparava i colpi, predisponendo la sceneggiata per raggirare i malcapitati.
Insomma, il suo lavoro – quello rivendicato dal cugino - consisteva nel truffare e derubare le persone. «Perché? Perché me l’hanno ammazzato»,” ha chiesto la madre. La risposta è nella fedina penale del rom. Perché ha provato a svaligiare una villetta pensando che non ci fosse nessuno e invece si è trovato davanti un giovane. Avrebbe potuto arrendersi, oppure scappare, invece ha colpito il padrone di casa con una gragnola di pugni, provocandogli anche una ferita alla testa. E la vittima, invece di soccombere davanti all’aggressione, impugnava un coltello e lo ha usato per difendersi. «Non è giusto», ha detto il cugino di Adamo Massa, quello secondo cui il rapinatore era un tipo normale, che era lì, a Lonate Pozzolo, per lavorare. «Non è giusto essere ammazzati». Certo, siamo d’accordo, ma non è giusto nemmeno rubare e aggredire le vittime che non ci stanno a vedersi svaligiare la casa. E purtroppo, come da tempo cerchiamo di spiegare, è il delinquente che entrando in un’abitazione o in un negozio per saccheggiarli si assume il rischio di una reazione. Non può essere la vittima a salire sul banco degli imputati. È il criminale a mettere in pericolo la vita dei derubati prima ancora che la propria. E se ci scappa il morto la colpa non può che essere unicamente del balordo.
Le giustificazioni dei parenti di Massa, tuttavia, mettono in luce un aspetto che non si può e non si deve sottovalutare. Nei campi rom c’è chi pensa che rubare sia un lavoro. E che la reazione, anche violenta, a una rapina non sia contemplata: la vittima deve subire, non certo reagire. Ed è altrettanto evidente che troppo spesso i campi rom sono centri di illegalità, luoghi dove la legge non esiste e dove i malviventi godono dell’impunità. A loro di sicuro non tolgono i bambini perché non hanno il bagno in casa. Nelle loro baracche possono nascondere ogni cosa e nessuno ne chiede conto. Di recente, un turista straniero a cui avevano rubato la valigia, grazie a un Gps ha individuato l’accampamento in cui era finita, ma i vigili non hanno potuto recuperarla, come se il campo godesse del privilegio dell’extraterritorialità. Sì, è tutto incredibile, come solo in questo Paese può accadere. Rubare è rivendicato, nel silenzio generale, come un lavoro. Le baracche dei rom sono inviolabili. Le donne possono borseggiare a piacimento senza finire in galera, i figli vengono cresciuti nell’illegalità. E quando il governo, per garantire la sicurezza dei cittadini, vara un pacchetto di misure per combattere la criminalità, il giornale dei vescovi vi si mette contro. I titoli di Avvenire ieri sembravano quelli del Manifesto, con accuse di incostituzionalità e di criminalizzazione del dissenso. Poi uno si domanda perché le chiese si svuotino e perché gli elettori si buttino a destra.
Si chiama Arctic Endurance, Resistenza artica, ma diventa «Farsa artica». Si tratta dell’esercitazione svolta in Groenlandia in questi giorni. Dura solo tre giorni e per ora vi partecipano 31 soldati: 13 tedeschi, 15 francesi e tre svedesi. Anzi, da lunedì addirittura arriverà pure «un ufficiale dal Belgio», come ha annunciato il vicepremier, Maxime Prévot. Tutti insieme dimostreranno agli orsi polari che avrebbero la necessaria prontezza contro una qualsiasi minaccia di annessione. Scopo fallito, dal momento che i militari europei sono meno di tre squadre di calcio. Per loro sarà un weekend lungo a -30°C, che comunque a Donald Trump, che ieri ha minacciato dazi per chi non appoggia gli Usa, un messaggio lo manda: alcune nazioni alleate hanno deciso di fare un’azione senza gli States per dissuaderli.
Sai che paura, vien da dire, anche se dovessero arrivare altri militari da Regno Unito, Norvegia, Finlandia e Paesi Bassi. La mossa è talmente ridicola che la Danimarca ha deciso di invitare gli Stati Uniti stessi, per paura che si arrabbino. Dunque il no del nostro governo è coerente. Apriti cielo: gli eurosinistri gridano alla paura italiana di disturbare Trump, soprattutto Romano Prodi, il quale a Piazzapulita ha dichiarato che lui manderebbe «qualche migliaio di soldati». Come in una gara: arrivare, montare, smontare e rientrare, da far invidia alle Giovani Marmotte in gita ai Corni di Canzo. Nel frattempo il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha avuto un dialogo «positivo e cordiale» con Marco Rubio su tutti i territori caldi, «dal Venezuela all’Iran, da Gaza all’Ucraina, fino alla Groenlandia». Mentre è giusto che il ministro della Difesa, Guido Crosetto, si rifiuti di inviare i nostri Alpini, anche se raccomandati dalla Stampa come i migliori per svolgere il gelido compito. Semmai, parecchi italiani sarebbero felici di mandare in Groenlandia Prodi, anche solo perché capisca l’effetto che fa sparare certe freddure. Lui una ragione ce l’ha: accusare l’Europa unita (creatura sua), di «non saper prendere decisioni». Meno male, pensiamo noi, anche se di concreto c’è che le richieste di Trump, dalla proposta di acquisto ai propositi di voler controllare la Groenlandia, sono passate per minacce alla sovranità di quel territorio e hanno spinto pure il Canada a dispiegare militari in varie località, a partire da Nuuk. Washington non vorrebbe solo che la regione fosse sotto la sovranità di un alleato Nato, bensì disporne liberamente, così sui giornali è stata alimentata una tensione tra alleati che finisce per far perdere di vista la presenza crescente di russi e cinesi in una regione troppo vicina all’Occidente.
Nessuno può impedire a un gruppo di nazioni di organizzare un tale evento, tuttavia, Crosetto ha ribadito la necessità che questa esercitazione fosse svolta col coordinamento Nato. Il ministro aveva detto: «Cosa fanno 100, 200 o 300 soldati di qualunque nazionalità? Sembra l’inizio di una barzelletta». Figuriamoci 31 «pellegrini» spediti lassù da personaggi evidentemente meno freddolosi che guerrafondai. Come l’Italia anche la Polonia, il cui primo ministro, Donald Tusk, ha avvertito che un intervento militare Usa in Groenlandia sarebbe «un disastro».
Nella pratica fare prove di schieramento significa arrivare, installare e mettere in funzione centri di comando e controllo, attivare reti di collegamento, simulare attacchi e organizzare reazioni, quindi smontare e tornare a casa. Chissà se i fortunati 31 ci riusciranno, mandati a fare un’inutile corsa al freddo tanto apprezzata da Prodi. La decisione di effettuare questa esercitazione, forse confidando in una partecipazione ampia, era stata presa dopo l’incontro tra le autorità groenlandesi, danesi e statunitensi riunite a Washington per discutere della futura gestione del territorio conteso, un incontro dagli esiti tutt’altro che positivi, tanto che il ministro degli Esteri danese, Lars Lokke Rasmussen, aveva dichiarato che non era stato raggiunto alcun accordo concreto. Certamente questa figuraccia e tre giorni di finta guerra non cambieranno le idee di Trump, intanto però il presidente francese, Emmanuel Macron, motivando la presenza simbolica della Francia, ha detto che Parigi deve «stare al fianco di uno Stato sovrano per proteggerlo», appunto la Danimarca, e ha annunciato che nei prossimi giorni manderà nell’area altre forze terrestri, marittime e aeree, senza specificare quante né perché. Ad arrivare da Parigi a Nuuk sono stati, invece, dei diplomatici: il 6 febbraio aprirà il primo consolato francese in Groenlandia, ufficio che gestirà la presenza dei circa 20 cittadini francesi che si sono stabiliti lì. Fanno parte della popolazione che vive nella regione, circa 58.000 persone, un decimo degli abitanti della provincia di Monza e Brianza, in uno spazio grande sette volte l’Italia. Almeno offriranno ai 31 qualcosa di caldo.
- Ursula von der Leyen in Paraguay a firmare l’accordo capestro che spalanca l’Europa agli alimenti sudamericani: «Valido anche senza unanimità». Monta la rabbia a Strasburgo, giovedì mozione di sfiducia alla Baronessa.
- Ok alla Tunisia per l’export di olio (raddoppiato) fino a 100.000 tonnellate. Né dazi né controlli. Turbativa di mercato: in Italia crolla il prezzo dell’extravergine.
Lo speciale contiene due articoli
Grossi guai in Paraguay: Ursula von der Leyen svolazza in Sudamerica per firmare il famigerato Mercosur, l’accordo commerciale di libero scambio dei Paesi dell’Ue con Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay. I presagi sono funesti: il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, ha disertato il previsto trilaterale di ieri a Rio con Von der Leyen e il presidente Luiz Inácio Lula da Silva, principale negoziatore dell’accordo, per un ritardo di 12 ore dell’aereo che avrebbe dovuto portarlo in Brasile. Costa sarà però oggi ad Asunción, in Paraguay, dove avverrà la cerimonia della firma.
Una firma tracciata sull’acqua: siamo di fronte, infatti, all’ennesima forzatura della Commissione europea, con la Von der Leyen che va a sottoscrivere un accordo che non è stato ancora ratificato né dal Parlamento europeo né da nessuno dei Parlamenti nazionali, ma solo dal Coreper, il comitato dei rappresentanti permanenti del Consiglio, certo nominati dai governi ma pur sempre semplici diplomatici, tra l’altro con il «no» di Francia, Austria, Ungheria, Polonia e Irlanda. Non si comprendono i motivi di tale ennesimo strappo alle regole, considerato che di questo accordo si discute da più di 20 anni.
Forzatura su forzatura, l’accordo contiene una postilla secondo la quale anche se uno dei quattro Paesi del Mercosur rinviasse o stoppasse la ratifica, l’accordo varrebbe lo stesso per gli altri firmatari. Tra deroghe, postille e codicilli, però, su questo accordo incombe la mozione di censura contro la Von der Leyen, presentata dal gruppo dei Patrioti per l’Europa proprio sull’argomento Mercosur. La mozione, che sarà votata giovedì 22 gennaio dalla plenaria di Strasburgo, difficilmente sarà approvata, ma qualche brivido per la Von der Leyen, che non sarà presente in aula, non manca. Sulla carta, a favore della censura voterebbero solo i Patrioti, gruppo del quale fa parte la Lega, e il M5s (il gruppo The Left, del quale fanno parte i pentastellati, non si è espresso con chiarezza). Hanno dichiarato il voto contrario, invece, Popolari, Socialisti, Verdi e Liberali, mentre Ecr, il gruppo del quale fa parte Fratelli d’Italia (che voterà contro la mozione di censura), lascerà libertà di voto, e già qui si scorge qualche crepa, considerato che il gruppo stesso è molto numeroso e in altre occasioni si è diviso al suo interno.
Problemi in arrivo anche tra i Popolari: mentre il cancelliere tedesco Friedrich Merz è in aperto conflitto con la Von der Leyen, ieri Politico.eu ha avvertito che anche tra i Popolari spagnoli serpeggia il malcontento: il presidente del Partito popolare spagnolo, Alberto Núñez Feijóo, da sempre sostenitore dell’intesa, ha lasciato intendere un cambio di rotta durante un comizio del partito lo scorso fine settimana, quando, di fronte alle proteste degli operatori del settore agricolo, ha dichiarato che «gli agricoltori spagnoli hanno ragione». Alberto Nadal, vicesegretario per gli Affari economici del Partito popolare spagnolo, è stato più chiaro attraverso un post su X in cui ha affermato che il partito «sosterrà l’accordo Ue-Mercosur solo se saranno garantite le garanzie e rafforzati i controlli alle frontiere». Tra gli stessi Socialisti sono in molti a non tollerare più la non-politica della Von der Leyen, fatta di continue promesse non mantenute e di numerosi accordi con i gruppi di destra. Censura o no, il Parlamento europeo dovrà comunque ratificare l’accordo nel giro di un paio di mesi, e in quella sede anche gli europarlamentari di sinistra che non voteranno la mozione di censura perché presentata dai Patrioti, ma che sono contrari all’accordo, potranno esprimersi con un bel «no».
Un altro problema per Ursula potrebbe arrivare dalla mozione firmata da 140 eurodeputati, che propone il ricorso alla Corte di giustizia Ue per verificare la conformità del Mercosur ai trattati europei: se fosse approvata, occorrerebbe aspettare il giudizio dell’Alta corte prima di procedere con l’iter.
A proposito di deroghe, trattati stracciati e regole allegramente ignorate, ieri il Financial Times ha rivelato che a Bruxelles stanno architettando il modo per far entrare l’Ucraina nell’Unione europea sorvolando allegramente sulle rigidissime prescrizioni che regolano la materia. Per aderire alla Ue, lo ricordiamo, un Paese deve soddisfare requisiti stringenti: stabilità democratica, rispetto dei diritti umani, economia di mercato funzionante, magistratura indipendente, rispetto delle minoranze e via dicendo. L’Ucraina avrebbe così un canale privilegiato rispetto a Paesi che hanno chiesto di aderire da anni e aspettano che vengano valutati i requisiti: Moldavia, Georgia, Albania, Macedonia del Nord, Montenegro, Serbia, Bosnia ed Erzegovina e Turchia.
I cervelloni di Bruxelles avrebbero in mente una «adesione light» per Kiev: l’Ucraina entrerebbe a far parte dell’Unione ma senza diritto di voto nei vertici dei leader e nelle riunioni ministeriali.
Ancora uno strappo alle regole: se davvero questa idea diventasse realtà, i trattati europei potrebbero essere definitivamente mandati al macero.
Altra beffa: ci invade l’olio tunisino
Parma chiama, Vittoria risponde con la voce dei trattori che gridano contro Bruxelles, e a dare manforte, dalla Toscana alla Puglia, si agitano gli olivicoltori. Nel mirino di chi fatica la terra, nel giorno in cui Ursula von der Leyen, incurante dell’opposizione di cinque Paesi e di forti perplessità del Parlamento europeo, va a firmare in Paraguay il Mercosur di cui pare si sia almeno convinta a non chiedere l’immediata e provvisoria attuazione, ci sono le concessioni che l’Europa sta facendo al resto del mondo e che mettono in ginocchio le nostre produzioni.
Se giovedì a protestare erano i pescatori che devono difendersi dai regolamenti europei che limitano la loro attività, mentre consentono alle barche nordafricane di fare catture ovunque, stavolta tocca a chi produce olio di oliva. Il centro della protesta sono due territori fondamentali nella produzione olearia italiana: la Puglia, che nonostante la xylella resta la prima regione d’Italia per quantità, e la Toscana, che ha il brand più forte sui mercati internazionali.
A innescare la protesta dei produttori di extravergine sono due fatti. Il primo: è ormai scontato - la decisione è stata di fatto presa ieri anche se la ratifica ci sarà nelle prossime settimane - il sì di Bruxelles alla richiesta della Tunisia di raddoppiare fino a 100.000 tonnellate l’export verso l’Europa del suo olio a dazi zero. La Tunisia punta a diventare il secondo produttore mondiale con 500.000 tonnellate (l’Italia è ferma a 300.000) dietro la Spagna che supera il milione. Questo crea un’immediata turbativa di mercato perché ha già abbassato le quotazioni dell’extravergine a un livello insostenibile per chi produce in Italia.
Nelle ultime quattro settimane, con l’immissione sul mercato della nuova produzione, il prezzo è sceso del 20%, non si va oltre in Puglia alla quotazione - certificata dall’Ismea - di 3,20/4,50 euro al litro. Una causa è sicuramente dovuta alla massiccia importazione dalla Tunisia da cui è già arrivato il 38% in più di prodotto, ma ora con la richiesta, di fatto accettata, di raddoppiare il quantitativo spedito in Europa senza dazio la situazione si fa ancora più critica.
Per contro, i produttori toscani che pure spuntano prezzi molto più alti - siamo attorno ai 9,35 euro in linea con le quotazioni della Sicilia - sono costretti a rivolgersi quasi esclusivamente al mercato estero perché la grande distribuzione in Italia vende a scaffale a 5,90 euro di media offrendo olio spagnolo e olio tunisino. Il crollo dei prezzi dell’olio - quello tunisino arriva sotto i 4 euro, ma per gli olivicoltori del Cap Bon (è il cuore della coltivazione nordafricana), significa un guadagno di quasi il 50% visto che il costo di produzione sta attorno ai 2 euro - ha indotto proteste durissime anche in Grecia. C’è un secondo capitolo che alimenta la protesta ed è quello dell’assenza di controlli sugli oli da oliva d’importazione e segnatamente su quello nordafricano.
Secondo un rapporto della Corte dei Conti europea, nel biennio 2023/24, nessun carico di olio di oliva è stato sottoposto a esami e controlli nei principali punti di arrivo. In particolare questo riguarda la Spagna che importa tantissimo avendo in mano i più noti marchi italiani. Oggi il mercato dell’olio è infatti in gran parte controllato dagli imbottigliatori. Per quanto riguarda i test - denunciano Coldiretti e Unaprol - «mentre oltre il 90% dell’olio prodotto nell’Ue è sottoposto a controlli rigorosi, il restante 9% di olio estero entra senza adeguate garanzie per produttori e consumatori». È il tema delle clausole di salvaguardia e di reciprocità che è uno dei punti più critici del Mercosur.
Ieri di nuovo è stato messo sotto accusa dagli agricoltori aderenti al Copeo e al Cra, che hanno mobilitato a Parma oltre 300 trattori sfilando per la città che è rimasta bloccata per ore e «assediando» l’Efsa, che è l’autorità europea di controllo sugli alimenti e ha sede nella città ducale e a Vittoria, dove è stato presidiato l’ingresso del mercato ortofrutticolo. Tra due giorni si replica in tutta Italia e il 20 a Strasburgo.









