A che gioco gioca l’Arabia Saudita? Negli ultimi giorni, sono emersi degli elementi interessanti sulla linea di Riad in riferimento al dossier iraniano: elementi che potrebbero avere delle ripercussioni geopolitiche significative.
Secondo Axios, durante un recente incontro a porte chiuse a Washington con dei think tank e delle organizzazioni ebraiche, il ministro della Difesa saudita, Khalid bin Salman, avrebbe detto che, qualora Washington non attaccasse l’Iran, ciò rafforzerebbe il regime degli ayatollah. «A questo punto, se ciò non accade, non farà altro che rafforzare il regime», avrebbe, in particolare, affermato. Eppure, a livello ufficiale, il regno ha costantemente auspicato una de-escalation nella crisi iraniana, arrivando a negare agli Stati Uniti di usare le loro basi e il loro spazio aereo per effettuare un eventuale atto militare contro la Repubblica islamica.
Come si spiega questa contraddizione? Non lo sappiamo, anche se non si può del tutto escludere che Riad voglia tenere il classico piede in due scarpe. Da una parte, l’asse che ha rafforzato negli scorsi mesi con la Turchia porta inevitabilmente Mohammad bin Salman a dirsi contrario a un intervento armato americano contro il regime khomeinista. Ricordiamo infatti che Ankara si sta spendendo molto per dissuadere la Casa Bianca dall’attaccare la Repubblica islamica. Non dobbiamo inoltre dimenticare che bin Salman e Recep Tayyip Erdogan hanno trovato finora delle significative convergenze sul dossier siriano e su quello palestinese.
Dall’altra parte, però, i sauditi non hanno mai cessato di temere le ambizioni nucleari di Teheran. Proprio questa paura li accomuna principalmente a Israele. Non si può quindi affatto escludere che, dietro le quinte, a bin Salman non dispiacerebbe troppo un nuovo attacco di Washington contro i siti atomici iraniani. Il che potrebbe contribuire a spiegare la posizione espressa, a porte chiuse, dal ministro della Difesa saudita. Del resto, sarà un caso, ma, nelle stesse ore in cui Axios diffondeva questa rivelazione, una fonte riferiva all’Afp che la Turchia non aderirà al patto di sicurezza sottoscritto da Riad e Islamabad. Eppure, nelle scorse settimane, sembrava probabile che Ankara vi avrebbe preso parte.
Non è dato sapere, al momento, se le due questioni siano collegate. Ma non si può neppure del tutto escludere che la Turchia sia irritata dalla linea ambigua dei sauditi sull'Iran. Guarda caso, domenica, un alto funzionario di Riad ha definito «false» le rivelazioni di Axios. «L'Arabia Saudita sostiene gli sforzi per trovare una soluzione pacifica a tutte le questioni controverse tra Stati Uniti e Iran attraverso il dialogo e mezzi diplomatici», ha specificato la fonte, parlando con il quotidiano Al-Sharq Al-Awsat.
All’interno della magistratura sta nascendo dal basso una fiera opposizione a quel fronte del No che punta a far deragliare la riforma della giustizia promossa dal Governo. La campagna referendaria è entrata nel vivo e c’è chi ha deciso di ribellarsi a messaggi come quello di Rocco Maruotti che, da segretario generale dell’Associazione nazionale magistrati, è arrivato ad associare gli insensati omicidi commessi dagli agenti dell’Ice a Minneapolis alla nostrana proposta di separazione delle carriere tra toghe requirenti e giudicanti. Ma c’è pure chi, in modo altrettanto infelice, ha denunciato che contro i magistrati si starebbero usando metodi da polizia del G8 di Genova, mentre, a Torino, gli agenti venivano picchiati a sangue.
E così, per provare a contrastare tali bugie, sono ufficialmente scesi in campo 51 «Magistrati per il Sì» con un documento breve, ma tosto che appoggia la riforma e, soprattutto il sorteggio: «Liberi da condizionamenti, ci dissociamo pubblicamente dal merito e dai toni delle posizioni maggioritarie dell’Anm. Dichiariamo la nostra adesione alla riforma. La piena indipendenza della magistratura e dei singoli magistrati, compromessa dalla degenerazione correntizia, è garantita solo dal sorteggio secco dei consiglieri dei Csm», si legge nel testo. L’iniziativa è stata promossa da Carmen Giuffrida, giudice presso il Tribunale per i minorenni di Catania, e tra i firmatari 40 toghe in servizio e 11 in quiescenza.
Ci sono giudici della Cassazione (il presidente di sezione Giacomo Rocchi, e i consiglieri Giuseppe Cricenti e Luciano Varotti), consiglieri togati del Csm (Andrea Mirenda), procuratori di città come Parma e Varese (Alfonso D’Avino e Antonio Gustapane), membri del comitato direttivo centrale della stessa Anm (Natalia Ceccarelli), pm di numerose Procure italiane (Giuseppe Bianco, da tempo attivo sul fronte del Sì, Francesco Bretone, sostituto pg a Bari, Anna Gallucci, Annalisa Imparato, Marco Mansi, Giorgio Milillo, Federico Moleti, Massimo Russo, pm presso il Tribunale dei minorenni di Palermo, e Gennaro Varone). Non mancano i giudici di primo e secondo grado, compreso qualche presidente di sezione: Giuseppe Cioffi, Daniele Colucci, Edoardo D’Ambrosio, Giovanni Genovese, Arminio Salvatore Rabuano, Nicola Saracino, Gianluca Sarandrea, Benedetto Sieff, Maura Stassano, Marco Tamburrino, Anna Maria Torchia e Massimo Vaccari. Tra questi segnaliamo anche Clementina Forleo, consigliere di Corte d’Appello a Roma ed ex coraggiosa gip dell'inchiesta sulle scalate bancarie Unipol-Bnl, e Andrea Paladino, in prima linea durante «Mani pulite» e oggi trasferito a Vercelli. Non mancano gli ex magistrati ordinari passati alla giustizia tributaria come Paolo Itri. Tra i firmatari pure gli ex pm Antimafia e antiterrorismo Antonio Rinaudo e Catello Maresca, autore di diversi libri sulla camorra, oggi distaccato presso la Commissione bicamerale questioni regionali.
Al comitato sono convinti che arriveranno molte altre adesioni e che la maggioranza silenziosa che non si riconosce nella campagna per il No troverà in questo gruppo un valido megafono per far sentire la propria voce.
Si tratta di uno degli alimenti più buoni e al contempo eleganti che possiamo mettere nel piatto, appartiene al genere di crostacei decapodi della famiglia delle Palinuridae e alla specie Elephas, dunque il suo nome zoologico è Palinurus elephas. Che, tradotto, diventa aragosta mediterranea, aragosta spinosa comune, aragosta spinosa europea o, più semplicemente, aragosta.
Troviamo tutti questi riferimenti all’Europa e al Mediterraneo perché questo crostaceo vive nei fondali del Mediterraneo e dell’Oceano Atlantico orientale. Se nel mondo umano le differenze di genere sono sempre più osteggiate, a livello di aragoste persistono: le femmine vivono nelle parti più basse dei fondali, insieme ai piccoli, per stare più in sicurezza, i maschi salgono più su. Nel Mediterraneo, oltre alla Elephas, vivono anche altre due specie del genere Palinurus che a quella sono molto simili, la Palinurus mauritanicus. Abita fondali più profondi della Elephas, da 180 a 600 metri, e presenta un colore molto più vicino al rosa, tant’è che è detta aragosta rosa. O aragosta atlantica perché si trova un po’ oltre il Mediterraneo, nelle acque dell’Irlanda Sud occidentale. C’è poi la Palinurus regius il cui colore, invece, vira verso il verde.
Proprio in questo periodo, il Mediterraneo ospita le nuove aragoste. La riproduzione della specie, infatti, avviene a fine estate e poi in inverno nascono le larve, che subito si spostano verso il fondale. Le aragoste che vivono «nel seminterrato» hanno tutte una tonalità più vinaccia. È l’emocianina che, all’alto livello mantenuto solo finché si sta in profondità, conferisce una colorazione viola all’emolinfa. Quando l’aragosta sale, il viola scompare. L’aragosta mediterranea non si può pescare dall’1 gennaio al 30 aprile, quindi in questo periodo si trova di allevamento.
Siamo abituati a parlare della longevità della tartaruga, ma anche l’aragosta non scherza. Anche in questo caso il motivo è squisitamente biochimico e dipende dalla telomerasi, un enzima che ripara le parti terminali dei cromosomi a ogni replicazione cellulare, quindi l’aragosta non invecchia in senso stretto perché il loro organismo non declina con l’avanzare dell’età, anzi l’aragosta diventa ancora più fertile più passa l’età: è biologicamente immortale. L’aragosta, dunque, non muore per invecchiamento, ma alla fine non è letteralmente immortale. I motivi per cui muore, di solito, sono lo stress del cambio di carapace, la contrazione di infezioni, gli incidenti. Proprio come noi quando moriamo prima che di vecchiaia.
Lo psichiatra rabbino Abraham Twerski ha trasformato l’evento del cambio di carapace, l’esoscheletro rigido che protegge l’aragosta, in una profonda metafora: «L’aragosta è un animale soffice, molle, che vive all’interno di un guscio rigido. Questo rigido guscio non si espande. E allora come fa l’aragosta a crescere? Beh, con la crescita dell’aragosta, quel guscio diventa estremamente limitante. E l’aragosta si sente sotto pressione e a disagio, così si nasconde sotto una roccia per proteggersi dai pesci predatori. Si libera del guscio e ne produce uno nuovo. E con il tempo e la crescita, anche questo guscio diventa scomodo, così torna sotto la roccia e ripete. E l’aragosta ripete questo processo più volte. Lo stimolo che permette all’aragosta di crescere nasce da una sensazione di disagio. Ora, se le aragoste avessero dei dottori, non crescerebbero mai perché, al primo segnale di disagio, l’aragosta andrebbe dal dottore a prendersi un Valium o un antidolorifico. E si sentirebbe bene. Non si libererebbe mai del proprio guscio. Quindi credo che sia ora di capire che i momenti difficili sono anche i momenti di crescita maggiore. E se mettiamo a buon uso le avversità, possiamo crescere grazie ad esse». L’aragosta cambia guscio fino a circa 25 volte nei primi 5-7 anni di vita, poi da adulta lo cambia una volta l’anno.
Mangiare carne di aragosta fa bene, 100 grammi di aragosta fresca forniscono soltanto 85 calorie, così ripartite: il 75% da proteine, il 20% da lipidi, il 5% da carboidrati. Se consideriamo l’aragosta bollita, abbiamo circa 107 calorie ogni 100 grammi e, in dettaglio: 20,2 g di proteine, 76,1 g di acqua, 1,3 g di carboidrati di cui zuccheri solubili 1,3 g, 2,4 g di lipidi (inclusi 85 mg di colesterolo e acidi grassi omega 3, 0,102 g di omega 3 Epa, 0,068 g di omega 3 Dpa e 0,068 di omega 3 Dha). A livello di micronutrienti, emergono 350 mg di fosforo, 74 mg di calcio, 41 mg di ferro, 22 mg di magnesio, 2,75 mg di zinco, 0,5 mg di rame, vitamina A in tracce, 68 µg di selenio.
All’aragosta vengono riconosciute proprietà protettive nei confronti del diabete, dell’obesità, di patologie cardiocircolatorie e di rischio di ipercolesterolemia (il suo consumo migliora i livelli di colesterolo nel sangue). Ciò dipende dalla presenza di omega 3, acidi grassi essenziali che devono essere introdotti con l’alimentazione e aiutano il cuore, la circolazione, la gestione dei grassi e del metabolismo, ma anche il cervello, migliorando le funzioni cognitive e risultando, per alcuni, antidepressivi, oltre a contrastare l’infiammazione cronica. Il selenio è un altro elemento importante che troviamo nell’aragosta, utile al corretto funzionamento dell’organismo, in particolar modo della tiroide. Utili anche rame e ferro (ferro eme, cioè quello animale, ricordiamolo, diverso da e migliore di quello non eme che si trova nei vegetali), utili a tutti e soprattutto gli anemici.
Per quanto riguarda le limitazioni al consumo, innanzitutto l’aragosta può essere fonte di allergia: contiene la proteina tropomiosina, una proteina allergenica che può dar luogo a reazione allergica alimentare anche grave. Inoltre, nella polpa dell’aragosta, come in quella di ogni animale del mare di lunga vita, ci può essere un’alta concentrazione di mercurio, perciò non deve essere mangiata con troppa frequenza. L’aragosta, per questi motivi, è generalmente sconsigliata in gravidanza.
Ha fatto notizia poche settimane fa lo stop del governo laburista inglese alla pratica culinaria consolidata di bollire le aragoste vive. Pochi giorni prima dello scorso Natale, il governo guidato dal laburista Keir Starmer ha pubblicato un documento programmatico dal titolo Strategia per il benessere animale in Inghilterra. È il secondo passo dopo l’Animal welfare act che, nel 2022, aveva esteso a tutti i vertebrati, molluschi cefalopodi e crostacei decapodi lo status di esseri senzienti in grado di provare dolore, occasione in cui, però, il governo conservatore aveva accantonato le valutazioni sul rapporto tra capacità di percepire sofferenza e bollitura da vivi di cefalopodi e crostacei decapodi.
Col laburista Keir Starmer tutto è cambiato e ci si è impegnati a impedire la bollitura da vivi di aragoste, granchi, gamberi, scampi, polpi e calamari con una legge futura che dovrà anche stabilire quali metodi di uccisione prima del consumo siano i più adatti al benessere animale. Altrove, nel mondo, sono stati già stabiliti criteri di uccisione o stordimento. Per esempio in Svizzera, dal 2018, è obbligatorio, prima di cuocere, stordire aragoste e astici mediante shock elettrico o «distruzione meccanica del cervello». C’è anche il «decidi da te»: Charlotte Gill, chef titolare del famoso ristorante nel Maine Charlotte’s legendary lobster pound, usa la cannabis, legale nello Stato americano, per stordire e rilassare le aragoste prima di calarle in acqua bollente.
In Italia, non abbiamo una normativa nazionale che vieti la bollitura dell’aragosta viva. Solo alcune locali, come nella città di Parma, dove è in vigore lo stordimento o la morte prima della bollitura. E anche sulle modalità di conservazione prima della vendita abbiamo indicazioni e relative interpretazioni non univoche. Negli anni, in alcuni casi si sono avute condanne per maltrattamento di animali o per detenzione di animali in condizioni incompatibili con la loro natura e produttive di gravi sofferenze, in altri casi ci sono state, al contrario, sentenze di assoluzione per inesistenza di reato o assenza di pena per tenuità del fatto per aver esposto aragoste (e astici) con chele legate, sul ghiaccio, in acquario (anche l’acquario secondo alcuni non imita alla perfezione le condizioni di vita in acqua di questi animali).
A ottobre 2023 la Corte suprema di Cassazione ha assolto un ristoratore romano, denunciato nel 2019 da una guardia zoofila per maltrattamento animale, per i crostacei tenuti sul ghiaccio con le chele legate come fanno praticamente tutti i ristoranti: il benessere dei crostacei, ha stabilito il Palazzaccio, non può essere perseguito a discapito della sicurezza alimentare. In un altro caso, sempre la Cassazione aveva condannato un altro ristoratore 5.000 euro di multa per aver conservato i crostacei vivi sul ghiaccio.
Percorrere la Via Francigena oggi non è cercare un mito medievale, ma attraversare il Paese com’è davvero: borghi vivi e paesi che si svuotano, servizi essenziali, tappe semplici. Un cammino che alterna bellezza e normalità e racconta l’Italia senza filtri.
Attraversare l’Italia a piedi lungo la Via Francigena non significa inseguire un mito medievale né fare trekking panoramico tra eccellenze selezionate. Significa entrare dentro il Paese reale seguendo una linea antica che oggi funziona come una radiografia: mostra ciò che tiene, ciò che si svuota, ciò che prova a reinventarsi. È un viaggio geografico prima che simbolico. E proprio per questo sorprende.
La Francigena non collega solo luoghi: collega condizioni diverse. In pochi giorni si passa da aree iper-turistiche a paesi dove l’unico bar è anche alimentari e punto di ritrovo. Chi cammina impara presto che la bellezza non è continua ma intermittente. Un tratto magnifico può essere seguito da chilometri ordinari. È la somma che fa il viaggio.
In Piemonte e Valle d’Aosta la dimensione è ancora alpina: salite, silenzi, villaggi compatti. Qui la logica è semplice: tappe meno lunghe, strutture piccole, prenotazioni consigliate. Ad Aosta c’è l’HB Aosta Hotel & Balcony SPA, comodo hotel vicino al centro, se si desidera spazio e comfort dopo giorni di cammino. Per cena, trattorie senza fronzoli dove mangiare zuppe, formaggi locali o polenta con la fontina. Un nome: Hostaria del Calvino, ambiente semplice ma curato. Energia vera per il giorno dopo.
Scendendo verso la pianura lombarda il paesaggio cambia tono. Argini, risaie, rettilinei lunghi. Qui la difficoltà non è il dislivello ma la distanza tra i servizi. Conviene pianificare dove dormire. A Pavia una scelta affidabile per i camminatori è il B&B Civico 1, vicino al centro e con un ottimo rapporto qualità - prezzo. Perfetto per i camminatori. Per mangiare, l’Osteria del Matto: ambiente informale e piatti lombardi autentici, ideale per una cena rilassata dopo una lunga camminata.
È entrando in Toscana che il cammino incrocia l’immaginario collettivo. Colline, cipressi, pievi isolate. Ma anche qui la realtà è meno patinata di quanto si pensi: accanto agli agriturismi curati restano borghi con servizi ridotti e case chiuse. La differenza è che il paesaggio sostiene lo sguardo.
San Gimignano è una delle tappe più ambite. Qui dormire è facile, ma conviene uscire di qualche centinaio di metri dal centro storico per prezzi più umani. Il Camping Boschetto di Piemma è molto usato dai camminatori: bungalow, camere semplici, lavanderia, atmosfera informale. Per mangiare, meglio evitare i locali attaccati alle piazze principali e cercare trattorie frequentate la sera dai residenti: cucina toscana solida, porzioni vere. Un nome su tutti: l’Osteria delle Catene, rustica e accogliente, apprezzata per piatti come lo stracotto al Chianti e i taglieri locali.

A Monteriggioni la sosta è breve ma suggestiva. Qui molti pellegrini dormono all’Ostello Contessa Ava dei Lambardi, storico punto tappa della Francigena: spartano ma perfettamente inserito nel percorso. Cena semplice, spesso condivisa con altri camminatori. È uno di quei luoghi dove il viaggio si fa concreto.
Siena rappresenta invece una pausa urbana. Qui si può alzare leggermente il livello del comfort: piccoli hotel o B&B nel centro storico permettono di riposare davvero. Come il B&B Siena In centro, un bed and breakfast accogliente nel cuore della città, comodo per raggiungere le principali attrazioni, ma in una zona meno caotica. Per mangiare bene senza cadere nel turistico, consigliamo l’Osteria Il Carroccio, dove chiedere i classici: pici al ragù, ribollita o Fiorentina.
Proseguendo verso sud, San Miniato è una tappa intelligente per spezzare il percorso. L’Ostello San Miniato è molto usato dai pellegrini: posizione strategica, costi contenuti. Qui vale la pena fermarsi a cena nell’Osteria L’Upupa e provare i prodotti (quando è stagione) legati al tartufo: non marketing, ma tradizione radicata.
Nel Lazio il paesaggio torna più ruvido, meno addomesticato. Ed è proprio qui che la Francigena mostra l’Italia interna senza filtri. I paesi sono meno scenografici ma più veri. I servizi esistono, ma vanno cercati.
Viterbo è una delle soste migliori. Il quartiere medievale di San Pellegrino ripaga della fatica. Per dormire, molti scelgono il B&B Orchard: centrale e molto apprezzato per la sua elegante semplicità. A tavola qui conviene puntare su ristoranti di cucina laziale tradizionale fuori dalle zone più turistiche: zuppe di legumi, carne locale, vino della zona. L’Antica Taverna è un nome affidabile.
A Montefiascone la vista sul Lago di Bolsena è una delle sorprese del percorso. Diverse strutture accolgono pellegrini; molti scelgono piccoli affittacamere familiari lungo il tracciato. Per mangiare, le trattorie con cucina di lago offrono pesce locale a prezzi ancora accessibili: un buon cambio dopo giorni di cucina di terra.
Avvicinandosi a Roma aumentano i camminatori stranieri e l’atmosfera diventa più internazionale. Ma la logica non cambia: chi arriva a piedi cerca luoghi funzionali, non hotel di lusso. Ostelli e guesthouse lungo l’ingresso nord della città sono le scelte più pratiche per chi vuole arrivare fino in centro camminando.

La Francigena insegna una cosa semplice: il viaggio a piedi non ha bisogno di essere romanzato. Ha bisogno di essere organizzato con buon senso. Prenotare dove dormire almeno un giorno prima. Verificare i giorni di chiusura dei ristoranti nei paesi piccoli. Portare sempre con sé acqua e qualcosa da mangiare. Non perché sia avventura, ma perché molti territori funzionano ancora su ritmi locali, non turistici.
Ed è proprio questo il valore del percorso oggi. Non offre un’Italia finta, ma una sequenza di territori che stanno cercando equilibrio tra accoglienza e sopravvivenza. Il passaggio dei camminatori genera micro-economie: una stanza affittata, un pranzo, una colazione. Non salva un borgo, ma contribuisce a tenerlo vivo.
Chi parte pensando di trovare solo poesia rimane spiazzato. Chi parte per vedere davvero il Paese, invece, trova molto di più. La Via Francigena non seleziona il bello: lo alterna al normale, al fragile, al quotidiano. Ed è proprio questa alternanza a restituire un ritratto onesto dell’Italia.
Percorrerla oggi è un modo concreto per capire dove stanno andando le aree interne, cosa resta dei borghi, quali economie minime funzionano ancora. Si dorme in posti semplici, si mangia dove mangiano gli abitanti, si attraversano paesi che non si mettono in scena. Non è un’esperienza spirituale né eroica. È un viaggio lungo un Paese reale.
E alla fine, più che le singole tappe, resta la continuità: chilometri di Italia non filtrata, dove il turismo non è spettacolo ma passaggio. Dove il viaggiatore non consuma un luogo, lo attraversa. E attraversandolo, lo vede per quello che è.









