Nonostante il pressing ostinato della senatrice Antonella Zedda (Fdi), la testimonianza resa in commissione Covid da Beppe Ippolito, direttore scientifico dell’Istituto romano Spallanzani ed ex membro Cts in pandemia, ha convinto poco sotto il profilo della chiarezza e della trasparenza.
Il punto più critico dell’audizione ha toccato la vicenda della mancata validazione dei tamponi, dai quali dipendeva la libertà di circolazione degli italiani. Questa dinamica si è tradotta, tra il 2020 e il 2021, in un vero «sequestro burocratico» per centinaia di migliaia di cittadini asintomatici o clinicamente guariti.
«I tamponi», ha spiegato Zedda alla Verità, «prima di essere utilizzati dovevano essere valutati con marcatura CE e poi validati. L’ente a cui l’allora governo aveva assegnato il compito di effettuare questo iter sui tamponi era l’istituto Spallanzani. Nel corso di diverse sedute della commissione Covid ho chiesto a più auditi se questo compito fosse stato assolto dallo Spallanzani. Ebbene, le risposte che ho ricevuto sono state evasive, le più gettonate “non so” o “non era di mia competenza”. Giovedì lo abbiamo chiesto, di nuovo, al dottor Ippolito, il quale ci ha confermato in modo chiaro che la validazione non è stata effettuata dallo Spallanzani e ha affermato che la validazione non fosse necessaria», ha osservato Zedda, «ma questa è una risposta a sua discrezione e non secondo la normativa europea che invece prevedeva una previa validazione scientifica dei tamponi. Tuttavia, se anche avesse ragione Ippolito, cioè se non fosse stata necessaria, per quale motivo Giuseppe Conte e Roberto Speranza, il Gatto e la Volpe dell’epoca Covid, hanno scritto nero su bianco nelle ordinanze che i tamponi andassero validati e che a farlo dovesse essere lo Spallanzani? Delle due l’una: o il governo Pd-M5s, guidato da Conte, anche in questo caso, ha scelto senza ascoltare la scienza, oppure la validazione andava compiuta, come da norma, e di fatto sono stati processati sul popolo italiano più di 180 milioni di tamponi privi di lasciapassare scientifico. Dunque, in tal caso, la libertà degli italiani di poter vivere anche all’aria aperta, di poter uscire dall’isolamento coatto era appesa al responso di dispositivi non idonei. È un fatto gravissimo, che testimonia ulteriormente la gestione sgangherata dell’emergenza Covid da parte del governo Conte 2», ha concluso Zedda.
Sui monoclonali, la replica di Ippolito ha assunto i toni della sfida. La commissione Covid sta investigando sulle 10.000 dosi di anticorpi offerti, a ottobre 2020, dalla multinazionale Eli Lilly tramite il virologo Guido Silvestri della Emory University di Atlanta, rifiutate dall’Italia con la motivazione formale che mancava ancora l’approvazione dell’agenzia europea del farmaco Ema. «Cacciate le carte!», ha urlato in aula l’ex Ds dello Spallanzani negando l’accusa di presunto «killeraggio» contro i monoclonali e respingendo l’idea di poter essere accusato sulla base delle testimonianze, per quanto reiterate, di Silvestri: «Il dottor Silvestri può dire ciò che vuole, lo posso anche denunciare», ha provocato Ippolito. È però agli atti una email del 30 ottobre 2020 in cui il virologo si lamentava esplicitamente con Ranieri Guerra e Gianni Rezza del «comportamento di Giuseppe Ippolito» e, citando Andrea Antinori, della «assurdità delle sue obiezioni scientifiche» (Ippolito, in audizione, le ha definite «perplessità») dato che «questo sabotaggio poteva favorire un certo business».
Il business in effetti c’era: l’ente privato Toscana life sciences (Tls), creatura del Pd e di Montepaschi, si aggiudicò tra il governo Conte e il governo Draghi un investimento dello Stato del 30% delle sue quote per 15 milioni di euro, per produrre qualcosa che un’altra azienda aveva offerto, mesi prima, gratis. Senza contare che «Tls all’epoca non sapeva neanche da chi farli produrre, i monoclonali», ha confermato lo stesso Ippolito. E negli stessi mesi in cui le autorità sanitarie coordinate da Speranza temporeggiavano anche semplicemente sull’uso degli antinfiammatori e del cortisone (rappresentava una possibile utilità», ha confermato anche Ippolito), in Italia morivano tra le 23.000 e le 25.000 persone. Per non parlare del danno erariale, perché le dosi di monoclonali furono poi acquistate dallo Stato a caro prezzo.
Lo scontro politico si è acceso dopo le dichiarazioni della senatrice Pd Ylenia Zambito, inciampata in un palese scivolone informativo: l’esponente dem ha infatti affermato che il quotidiano La Verità sarebbe di proprietà del senatore leghista Antonio Angelucci. Zambito ha negato l’esistenza di rapporti con Tls, sorvolando però sul suo attivismo a tutela dei progetti scientifici guidati da Rino Rappuoli (direttore scientifico della Fondazione Biotecnopolo di Siena e coordinatore del Mad lab - Monoclonal antibody discovery - presso Tls). La parlamentare ha contestato i ritardi nei finanziamenti destinati a farmaci (vaccini e monoclonali) sviluppati da Rappuoli, figura di riferimento del distretto biomedico toscano di area Pd, tra Siena e Pisa (ateneo, quest’ultimo, dove Zambito insegnava), la cui attività si è spesso incrociata nel tempo con le amministrazioni dem. Si aggiunge inoltre la sua partecipazione a simposi su farmaci e biotecnologie che vedono il pieno coinvolgimento dell’ecosistema scientifico di Tls.
Per fortuna, poco più di un anno fa, il Comune di Brescia aveva presentato uno studio, commissionato all’università della città, sulla violenza delle baby gang. Il report, frutto del lavoro di due anni, era intitolato «Aggregazioni giovanili e spazi urbani» e tracciava, tra le altre cose, l’identikit dei giovani che, tra il 2022 e il 2024, stavano (e stanno ancora, nonostante la giunta cittadina si ostini a dire il contrario) creando non pochi problemi a Brescia.
Gang di giovani così descritti dal documento: persone «prevalentemente di sesso maschile al cui interno spiccano soggetti con abbigliamento sportivo (scarpe da ginnastica, borsello/marsupio a tracolla), capelli rasati ai lati/ricci parte superiore, principalmente di etnia egiziana o nord africana (c.d. maranza)». Vengono snocciolati dati e tabelle in cui per esempio si osserva come le segnalazioni di stranieri per violenza sessuale, tra il 2022 e il 2023, siano molto più alte rispetto a quelle degli italiani. E questo, val la pena sottolinearlo, nonostante i primi siano molti di meno. Ma non solo. In un altro grafico appare come il 57 per cento degli indagati sia di cittadinanza straniera, in particolare marocchina, tunisina ed egiziana. Nonostante i dati, secondo il report non ci sarebbe una vera emergenza, ma si tratterebbe principalmente di un problema di percezione. Bene. Applauso del Pd durante la presentazione in consiglio comunale. «Le baby gang non esistono», aveva esultato Roberto Omodei, capogruppo del Partito democratico.
Accade però che la realtà, ancora una volta, abbia smentito questa retorica che tende a minimizzare un problema che c’è ed è evidente. Lo scorso 3 giugno, un ragazzo di poco più di vent’anni che ha chiesto l’anonimato perché ancora scosso, decide di andare allo stadio per vedere Brescia-Ascoli. La sua è un’abitudine. Il calcio gli piace e, ancora di più, vederlo giocato dal vivo. La partita finisce con un pareggio. Il giovane lascia lo stadio per andare a prendere la macchina e, come racconta alla Verità, «quando arrivo al parcheggio dell’In’s mi trovo davanti un gruppo di circa sei o sette ragazzi di colore (immagino nordafricani), che mi fa una domanda veramente a caso sulla partita. Rispondo, ma continuo a camminare dicendo di essere di fretta». Poi il registro cambia. «All’improvviso uno di questi ragazzi si avvicina e mi mette il braccio sulle spalle. Arrivano anche gli altri, che mi sfilano il telefono dalle mani e iniziano a colpirmi con continui pugni in faccia. A partire da quel momento ho fatto tanta fatica a vedere, visto che l’occhio si era gonfiato moltissimo».
Il ragazzo cade. «Mi chiedono il portafogli mentre continuano a picchiarmi e a tenermi bloccato; me lo sfilano dalla tasca e mi tirano dei calci in faccia. Continuano così mentre mi chiedono di sbloccare il telefono, cosa che non ho fatto, e che ha fatto sì che continuassero a picchiarmi».
Il gruppetto se ne va. Resta solo un nordafricano che continua a chiedere il pin. Il povero ragazzo non glielo dà. Lo straniero riconsegna il telefono, nella speranza che venga sbloccato, ma il ferito prova a scappare. Non c’è niente da fare però. «Mi ha preso dal cappuccio del giubbotto e mi ha dato ancora pugni in faccia. Ricado a terra e mi minaccia di spaccare telefono se non lo sblocco». A questo punto, il nordafricano se ne va. Il giovane si rialza a fatica e, fortunatamente, incontra un ragazzo che conosce e che chiama i soccorsi. «Al pronto soccorso, carabinieri, polizia e infermieri mi hanno detto che situazioni del genere si verificano spesso. Ci sono rimasto male», confessa il ferito. Che ci tiene però anche a precisare che ha molti amici «marocchini e algerini, ma questa volta è andata così».
Prognosi di 30 giorni e volto tumefatto. Non una questione di percezione, ma di realtà. Di sangue e botte. Non è un caso che Carlo Andreoli, consigliere comunale di Fratelli d’Italia a Brescia, sia intervenuto su questo fatto chiamando in causa chi governa la città: «Ciò che fa davvero rabbrividire è che coloro che amministrano questa città abbiano, per oltre un anno e mezzo, minimizzato queste situazioni. Esponenti della Giunta hanno sostenuto per mesi, anche pubblicamente, che “non esistono bande giovanili in città”, arrivando persino a commissionare uno studio, con l’Università degli studi di Brescia, che certificasse l’inesistenza del fenomeno. Ma è normale tutto questo? Perché negare una realtà che è sotto gli occhi di tutti? Nessuno ha la bacchetta magica per risolvere problemi complessi ma se si continua a nascondere la polvere sotto il tappeto, lanciando proclami ideologici e deliranti come l’inesistenza di questi fenomeni, come potremo mai affrontarli e risolverli?».
Ancora una volta la realtà ha battuto l’ideologia. E, ancora una volta, lo ha fatto al prezzo del sangue.
Domanda da un milione di euro: il vino fa bene o male al cuore? Abbiamo sottoposto il quesito - papale papale - all’Intelligenza artificiale, IA per gli amici. Ecco la risposta: «Questa è davvero la domanda da un milione di euro, il dilemma che fa litigare cardiologi, ricercatori e appassionati di vino da decenni».
Solo da decenni? Ma se è dall’inizio della mitica storia della vigna e del vino che sono nati i pro e i contro il «sangue dell’uva», come il vino è definito nella Bibbia (Genesi, 49, 11-12).
All’indomani della prima vendemmia di Noè dopo il diluvio (Genesi, 9), il Gran patriarca diventato agricoltore e viticoltore, dopo aver spremuto il succo dei primi grappoli, bevve e ribevve quel vino novello fino a ubriacarsi, a spogliarsi completamente nudo nella sua tenda, a essere rispettosamente ricoperto con un mantello dai figli Sem e Jafet che camminarono all’indietro pur di non vedere la nudità del padre e mancargli di rispetto. Noè, passata la sbornia, maledì Cam, il terzo figlio, il quale, avendolo visto nudo era andato a strombazzare la notizia ai fratelli. «Schiavo degli schiavi sarà per i suoi fratelli!», lo bollò Noè. Una maledizione che costò cara ai poveri discendenti africani di Cam: fu presa a pretesto dai negrieri per giustificare per secoli la tratta degli schiavi.
Sia il Vecchio Testamento sia il Nuovo, a differenza di molte teorie scientifiche moderne, non condannano il vino, ma l’uso sconveniente che ne fa l’uomo. «Il vino è beffardo, la bevanda alcolica è turbolenta; chiunque se ne lascia sopraffare non è saggio». Tra la Bibbia e il Vinitaly di Verona, edizione 58 (2026), ci sta tutta la storia dell’umanità aggrappata ai tralci di quell’alberello stortignaccolo e tozzo di vitis vinifera, vite che oggi si mostra ordinata in moderne spalliere come i soldati alla parata del 2 giugno, lungo le coste, nelle pianure, sui declivi delle colline, sui fianchi delle vallate e ancora più su fino all’alta montagna dove la vite tocca il cielo dopo aver toccato il mare. Vitigni eroici, li chiamano. Lungo questa linea storica millenaria c’è di tutto e di più: la Genesi, il salmo 104, il profeta Isaia, le nozze di Cana, l’Ultima cena. Ci sono il vino farmaco degli antichi Egizi, il vino filosofo dei Greci, Ippocrate, Galeno, i monaci benedettini, Santa Ildegarda, il Rinascimento, Galileo Galilei, i proverbi, la saggezza popolare, la poesia, Khayyam, Pablo Neruda, Giuseppe Verdi con il «Libiamo ne’ lieti calici», il paradosso francese, il resveratrolo, la dieta mediterranea, l’Organizzazione mondiale della sanità, l’Europa che tratta il vino alla stregua delle sigarette («Nuoce gravemente alla salute»), il ricercatore Silvio Garattini e l’immunologa padovana Antonella Viola («Vade retro vino»), il nutrizionista Giorgio Calabrese e il docente universitario di chimica biologica Fulvio Ursini che predicano in tutto il mondo, su basi altrettanto scientifiche, contro l’inutile e, a loro giudizio, dannoso neoproibizionismo.
«Benedici il Signore, anima mia», inneggia il salmo 104 che canta la grandezza di Dio e gli splendori della sua Creazione. Al verso 15 leggiamo: «Il vino che allieta il cuore dell’uomo; l’olio che fa brillare il suo volto e il pane che sostiene il suo vigore». Non è forse, con millenni d’anticipo, la triade dei cibi sui quali poggia la dieta mediterranea? Il profeta Isaia (25, 6) predice il banchetto che il Signore preparerà per tutti i popoli: «Un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti». E conclude il versetto rimarcando: «Di cibi succulenti, di vini raffinati».
Riprenderemo la galoppata storica ma, visto che parliamo di grasse vivande e vini eccellenti, saltiamo qualche millennio per planare nel 1992, anno in cui la rivista scientifica The Lancet pubblicò uno studio di due ricercatori francesi, Serge Renaud e Michel de Longeril. Epidemiologo il primo, cardiologo il secondo, avevano constatato come i francesi, nonostante le pappate di burro, di formaggi grassissimi tipo Reblochon, Camembert, Brie, il consumo di foie gras, di lardo e compagnia butirrosa, fossero meno colpiti dall’infarto e dalle malattie cardiovascolari di altri popoli che, come loro, amavano cibi pieni di grassi saturi. Ohibò, si chiesero i due scienziati, come può accadere questo? Qual è l’armatura, la difesa che i francesi hanno e altri popoli no? Credettero di individuarla nel vino rosso. I francesi amanti di Borgogna, Bordeaux, Beaujolais e altri tannici prodotti di «sangue dell’uva», conclusero Renaud e Longeril, trovavano protezione nel resveratrolo, un polifenolo con qualità antiossidanti, antinfiammatorie, protettore cardiovascolare che, potenziando le sirtuine - sono gli enzimi della longevità - riduce l’invecchiamento delle cellule. Tanta roba, per usare un brutto modo di dire oggidì in voga.
Il paradoxe français scatenò la corsa all’acquisto dei vini rossi anche in Italia dove non sono mai mancati i grandi vini granati, di grande corpo, taluni ancora più ricchi di resveratrolo di quelli d’Oltralpe. Per esempio, il veronese Amarone che, nascendo dalle uve appassite della Valpolicella - Corvina, Corvinone, Rondinella - succhia dalle bucce quantità industriali di resveratrolo. Altri vini italiani primatisti di sostanze antiossidanti sono il Sagrantino, la Croatina, l’Aglianico, il Primitivo, il Perricone siciliano. Naturalmente, paradosso o no, valgono sempre le solite raccomandazioni: consumo consapevole, preferire il vino rosso al bianco, fratello pallido e smunto di polifenoli, berlo durante i pasti, non assumerlo come medicina. Il vino è cultura? Allora godetevelo così, cari buongustai, magari abbinandolo a buoni piatti.
Il paradosso durò poco, suppergiù una dozzina d’anni. Intorno al 2000 avanzò l’ipotesi che le statistiche dei due francesi fossero sbagliate. Non truccate, ma male impostate e male interpretate: non era solo il vino, ma i cibi freschi, mediterranei, lo stile di vita ad aiutare il cuore, le arterie e gli altri vasi sanguigni dei cugini gallici. Prove in laboratorio con i topi dimostrarono che il resveratrolo, in un bicchiere di rosso, non era sufficiente a scongiurare le malattie cardiache: per avere antiossidanti in misura ideale dal vino, uno dovrebbe bere una damigiana di Amarone o di Nero d’Avola o di Barolo al giorno. E qui casca l’asino: i danni sarebbero infinitamente più gravi dei vantaggi. Cosa accadde dopo il 2000? Tutti a dare addosso al vino. L’Oms, Organizzazione mondiale della sanità, ricorda che l’alcol etilico è cancerogeno, che l’abuso dell’alcol può provocare ipertensione, aritmie cardiache. Scienziati e ricercatori, vedi i citati Garattini e Viola, che raccomandano: «Nemmeno una goccia».
Finisce così? Aboliamo il vino per tutta la vita per vivere, come sottolineava argutamente lo scrittore Cesare Marchi, «un’esistenza da ammalati per morire sani»? Cancelliamo dai libri della saggezza popolare proverbi come «Carne fa carne, vino fa sangue»? E ancora: «L’acqua divide gli uomini, il vino li unisce»? E pure l’assennato: «Pane finché dura, ma il vino a misura». E magari aboliamo anche il saggio motto veneto rivolto agli uomini che invecchiano: «Quando la barba la tira al grisin, lassa la dona e butate al vin». Cancelliamo dal Vangelo il miracolo delle nozze di Cana dove Gesù trasformò 600 litri di acqua in ottimo vino? O, Dio ci scampi, l’offerta che Cristo fa agli Apostoli nell’Ultima cena (Matteo 26, 27-28) porgendo loro il calice del vino: «Bevetene tutti perché questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti in remissione dei peccati»?
No, nessuna rinuncia, nessun brano evangelico ritoccato a cancellato. Sulla vigna, la vite e il vino la ricerca e il dibattito sono ancora aperti. Perfino la Società europea di cardiologia riconosce che un moderato consumo di vino, in una dieta giusta (come la mediterranea) e con un sano stile di vita e di attività fisica, vanno bene. Cardiologi, epidemiologi illustri consigliano: «Due bicchieri di vino rosso al giorno per gli uomini e uno per le donne sono associati a un minor rischio di malattie e mortalità cardiovascolari». La storia tra il vino e il cuore continua.
Le temperature record e le estati sempre più lunghe stanno cambiando abitudini, consumi e persino le condizioni in cui si svolgono le attività sportive. Nelle competizioni di corsa e marcia, il caldo è diventato un avversario sempre più difficile da affrontare, al punto da costringere gli organizzatori a programmare partenze all’alba e gli atleti a utilizzare dispositivi refrigeranti come gilet, bracciali e cappellini tecnici.
È da questa nuova realtà climatica che nasce Climasandal, l’ultima innovazione sviluppata da Geox e presentata dal presidente Mario Moretti Polegato. Un progetto che punta a trasferire nel segmento dei sandali la stessa filosofia che ha reso celebre nel mondo la «scarpa che respira», invenzione che ha dato origine a uno dei marchi italiani più riconosciuti nel settore delle calzature, grazie alla possibilità di forare la suola delle scarpe, garantendone allo stesso tempo traspirabilità e impermeabilità. Il resto è storia. Oggi, dopo quel leggendario esordio, Geox scrive il successivo capitolo delle calzature che respirano.
«Oggi siamo qui per ripetere quel successo grazie al lavoro di una squadra di giovani innovatori», ha dichiarato Polegato, sottolineando il ruolo centrale della ricerca e della formazione nella strategia dell’azienda. «L’innovazione è la leva per competere sui mercati globali», sostiene da sempre. Fondato da Polegato, il gruppo Geox ha chiuso il 2025 con ricavi pari a 608,7 milioni di euro e circa 2.200 dipendenti a livello globale. L’Europa rappresenta il primo mercato dell’azienda con il 47,8% del fatturato, mentre l’Italia pesa per il 29,4%. Oltre il 70% del giro d’affari viene realizzato fuori dai confini nazionali, confermando la forte vocazione internazionale del marchio.
Il nuovo prodotto nasce da una riflessione sulle conseguenze dei cambiamenti climatici. I tecnici Geox hanno analizzato il comportamento del piede durante la camminata nei periodi più caldi dell’anno e studiato le soluzioni presenti sul mercato internazionale. Da questa attività è emersa l’esigenza di introdurre un sistema capace di migliorare la freschezza del piede senza ricorrere a componenti elettroniche o sensori.
La risposta è una tecnologia meccanica che sfrutta il movimento naturale della camminata. Ventilated Cushioning System: è questo il nome dell’inedita tecnologia capace di offrire alla calzatura un rinnovato modo di respirare. All’interno del sandalo è stata inserita una pompa posizionata nell’area del tallone che, a ogni passo, comprime l’aria e la convoglia attraverso una rete di canalizzazioni fino alla parte anteriore della calzatura. Il flusso viene rilasciato alla base delle dita in modo graduale, generando una sensazione di freschezza continua e non invasiva.
Per amplificare l’efficacia del sistema, Geox ha sviluppato anche una nuova suola ultraleggera, con un peso inferiore del 40% rispetto a quello di una tradizionale suola da sandalo. Un elemento particolarmente rilevante in una categoria di prodotto che rappresenta uno dei segmenti più importanti del mercato estivo delle calzature e che, secondo l’azienda, non ha conosciuto negli ultimi anni innovazioni tecnologiche significative.
Dietro il progetto c’è un percorso di formazione che coinvolge le scuole tecnologiche interne di Geox. «Abbiamo insegnato ai nostri giovani ricercatori a comprendere i bisogni delle persone e a distinguere ciò che è essenziale da ciò che è superfluo», ha spiegato Polegato. Un approccio che, secondo il presidente, fa parte del Dna aziendale e rappresenta una leva competitiva fondamentale in una fase economica globale caratterizzata da forte pressione sui consumi e crescente difficoltà nel generare innovazione di prodotto. Per Geox, Climasandal rappresenta un’ulteriore evoluzione del modello di business costruito negli anni attorno all’innovazione tecnologica e alla valorizzazione dei brevetti tanto che l’intero progetto è stato protetto da brevetti internazionali già estesi nei principali mercati mondiali. Per Geox il Climasandal rappresenta non soltanto un nuovo prodotto, ma anche una conferma della capacità dell’azienda di trasformare ricerca scientifica e proprietà intellettuale in vantaggio competitivo.
«Mi sento fiero di far parlare il mondo della nostra nuova tecnologia», ha affermato Polegato. «E sono altrettanto fiero di continuare a stimolare i giovani verso la ricerca, l’innovazione e la cultura del brevetto».
Il lancio del Climasandal arriva in un momento in cui la capacità di differenziare l’offerta attraverso contenuti tecnologici e innovazione proprietaria è sempre più decisiva per la competitività delle imprese. Una sfida che Geox intende affrontare puntando ancora una volta sul binomio che ne ha segnato la storia: ricerca applicata e tutela della proprietà intellettuale. Da qui l’appello di Polegato a rafforzare il sostegno alla ricerca e all’innovazione. «La proprietà intellettuale, la formazione e la capacità di innovare sono elementi decisivi per il futuro delle imprese e del Paese», ha concluso il presidente, indicando nella collaborazione tra aziende, giovani e istituzioni uno dei fattori chiave per la crescita del sistema produttivo italiano.










