L’attività diplomatica degli Stati Uniti e dei Paesi europei ruota attorno alla riapertura dello Stretto di Hormuz, ma procede su due binari paralleli. Stando a quanto rivelato da Axios, Washington e Teheran starebbero discutendo la possibilità di un cessate il fuoco in cambio della riapertura del canale marittimo.
I tre funzionari americani che hanno svelato la posta in gioco non hanno però chiarito se il confronto sia portato avanti dai diretti interessati o tramite i mediatori. Anche il presidente americano, Donald Trump, ha collegato la tregua all’apertura dello Stretto, sottolineando che «il regime iraniano ha chiesto agli Stati Uniti un cessate il fuoco» e la richiesta verrà considerata dalla Casa Bianca «quando lo Stretto di Hormuz sarà aperto, libero e sgombro». Il tycoon si è poi sentito telefonicamente con il principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman, informandolo «sui colloqui per una possibile tregua». Bloomberg ha anticipato che Trump, nel discorso serale alla Nazione, andato in onda dopo la chiusura del giornale, avrebbe circoscritto la durata del conflitto, sostenendo che gli Stati Uniti usciranno dall’Iran nell’arco di due o tre settimane. Con Reuters invece Trump si è limitato a dire: «Ce ne andremo presto e se sarà necessario torneremo per colpire in modo mirato».
Ma la versione dell’amministrazione americana non coincide per ora con quella di Teheran su diversi fronti. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha infatti dichiarato che le affermazioni del tycoon sulla richiesta del cessate il fuoco sono «false e infondate». Poco prima, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha negato che ci siano trattative in corso, pur ammettendo sia i contatti con il Pakistan sia di ricevere «messaggi dall’inviato americano Steve Witkoff». Riguardo allo Stretto di Hormuz, i pasdaran non avrebbero alcuna intenzione di cedere: hanno ripetuto che resta chiuso ai «nemici» del Paese. A essere accolto con favore, secondo la Tass, sarebbe invece l’eventuale ruolo della Russia come mediatore.
Oltre all’amministrazione americana, anche nel Vecchio continente si cerca una soluzione per la riapertura del canale. E secondo i media inglesi, la questione sarà affrontata oggi nel vertice virtuale di leader europei e non, ospitato dal premier britannico, Keir Starmer. Si tratterebbe di una sorta di «coalizione di Hormuz» che prevede la presenza dei 35 Paesi firmatari della Dichiarazione di Londra sullo Stretto, tra cui l’Italia, la Francia, la Germania, l’Olanda e il Giappone. E se la lista include la partecipazione di alcuni Paesi arabi del Golfo, i grandi assenti sono gli Stati Uniti. Le valutazioni della riunione verteranno sulle «misure politiche e diplomatiche sostenibili per il ripristino della libertà di navigazione nello Stretto e per la ripresa del transito di merci vitale». Fermo restando che le eventuali iniziative cominceranno solo dopo «la cessazione delle ostilità».
Ad accettare l’approccio più interventista di Trump sarebbero invece gli Emirati Arabi Uniti. Secondo il Wall street journal, Abu Dhabi si sta preparando a sostenere Washington e gli alleati ad aprire con la forza lo Stretto. Tra l’altro, il capo della compagnia petrolifera nazionale Adnoc, Sultan Ahmed Al Jaber, ha commentato che il blocco del canale rappresenta «un’estorsione economica globale» e ha quindi invitato «il mondo ad agire insieme per proteggere il libero flusso di energia».
Nel frattempo, proseguono i bombardamenti contro il regime. I raid israeliani, a detta dell’agenzia iraniana Fars, hanno colpito di nuovo l’acciaieria di Isfahan. E secondo Teheran, sarebbe stata attaccata la fabbrica farmaceutica di Tofigh Daru nella capitale iraniana, con «le unità produttive e il dipartimento di ricerca e sviluppo della fabbrica» che sarebbero state «completamente distrutte». Le Idf, nel pomeriggio, hanno annunciato nuovi attacchi. E gli alleati americani hanno iniziato a far volare i bombardieri B-52 nei cieli iraniani. Pare peraltro che ci sia Washington dietro il raid sull’ex ambasciata americana a Teheran, diventata un museo dopo l’occupazione nel 1979.
Dall’altra parte, i Paesi di Golfo hanno affrontato nuovi raid iraniani. Il Qatar è stato attaccato da tre missili da crociera: uno di questi ha colpito la petroliera Aqua 1, noleggiata da QatarEnergy, che si trovava nelle «acque territoriali settentrionali». L’equipaggio è stato tratto in salvo, mentre sarebbero stati registrati dei danni al di sopra della linea di galleggiamento. Per i pasdaran, che hanno confermato l’attacco, la petroliera sarebbe invece israeliana. In Kuwait, per la settima volta è stato colpito l’aeroporto internazionale. Negli Emirati, un cittadino del Bangladesh è stato ucciso dalle schegge di un drone intercettato. Ma l’attacco missilistico più intenso è piombato su Israele. Un vettore con una testata a grappolo è precipitato nel centro del Paese, causando danni a Rosh Haayin e Petah Tikva. Le sirene sono scattate anche ieri sera, con milioni di persone che hanno trovato riparo nei rifugi sotterranei.
L’operazione punta a ripetere l’agguato a Gennaro Sangiuliano, ministro della Cultura costretto alle dimissioni per una vicenda privata, anzi privatissima. Ricordate Maria Rosaria Boccia, l’«imprenditrice» campana improvvisamente assurta al ruolo di femme fatale che rovinò la carriera di colui che si era intestato il compito di mettere ordine nei finanziamenti statali al circolo di registi e attori politicamente impegnati? Bene, anzi male: ci risiamo.
Questa volta l’innesco della bomba che rischia di far saltare il ministro dell’Interno e di dare una botta al governo si chiama Claudia Conte. Giornalista, conduttrice, opinionista, nel suo profilo Linkedin si definisce impegnata sui temi del contrasto alle mafie e del bullismo adolescenziale. E fin qui nulla da dire. Però poi, intervistata da Money.it, non sui temi della difesa dei diritti umani o su quelli dell’economia, a una domanda sul suo rapporto con il ministro Piantedosi si è lasciata sfuggire, fra un sorrisino e l’altro, di non poter negare una relazione. Apriti o cielo! Relazione? È bastato poco e la frase ha fatto il giro delle redazioni e anche delle sezioni. In particolare quella di Avs, la sinistra che tra i suoi parlamentari europei annovera Ilaria Salis e il suo assistente nella camera da letto di un albergo romano. Abituati a rovistare tra le lenzuola, i compagni del duo Bonelli-Fratoianni si sono subito scatenati, trasformando il caso in un affaire di Stato.
L’obiettivo è chiaro: fare fuori Piantedosi con una faccenda privata, così come si è fatto con Sangiuliano. Una volta dimessosi si è scoperto che il ministro della Cultura non aveva nulla di cui rimproverarsi, se non di essere incappato in una relazione clandestina. Nessun danno erariale, nessuna rivelazione di segreto di Stato sul G7 della Cultura, nessun incarico retribuito dai contribuenti. Ma tutto ciò si è scoperto dopo, quando ormai l’uomo che voleva mettere ordine nei finanziamenti pubblici dei cinematografari di regime era già stato fatto fuori. Ora ci riprovano. Lo scalpo di Piantedosi sarebbe un successo da esibire contro chi vuole mantenere ordine e sicurezza in questo Paese. Colpire lui è un po’ come colpire la strategia che punta a fermare gli sbarchi, le Ong, il traffico di migranti, le Onlus che campano con il business degli extracomunitari. Affondare Piantedosi significa affondare la linea di una difesa dei confini, dare un’altra botta al governo e ipotecare seriamente le prossime elezioni.
Ovviamente non siamo stupiti. In passato si è fatto fuori Silvio Berlusconi ricorrendo a faccende private, privatissime, che nulla avevano a che fare con la gestione del Paese. La storia come sappiamo ritorna. E stavolta non punta sul presidente del Consiglio, ma su uno dei ministri più apprezzati. Un tecnico a cui nessuno finora ha saputo imputare alcunché, tranne forse, di aver frequentato una donna. Un’accusa che, evidentemente, per una sinistra convertita alle teorie gender è una colpa gravissima.
L’Europa paga il prezzo della sua ideologia energetica, mentre l’India sceglie la realtà
Da quando è iniziata la guerra con l’Iran, i numeri parlano chiaro. Il gas europeo è aumentato fino all’85 per cento, il petrolio di oltre il 50 per cento. In Italia, dove il gas determina il prezzo dell’elettricità, le bollette hanno iniziato a salire quasi automaticamente. Il carburante ha superato i 2,3 euro al litro in autostrada. Il governo è dovuto intervenire con un taglio di 25 centesimi per contenere il diesel sotto i 1,90 euro.
Questa non è una sorpresa. È la conseguenza logica di un sistema costruito per funzionare in condizioni ideali, ma incapace di reggere uno shock geopolitico.
La situazione si è aggravata ulteriormente quando il Qatar, pilastro delle forniture di GNL europee, ha dichiarato force majeure dopo i danni subiti dalle sue infrastrutture. Secondo Reuters, il 17 per cento della capacità di esportazione di GNL è stato colpito. Per l’Italia significa perdere, almeno in parte, un flusso che copre quasi il 10 per cento del fabbisogno nazionale.
È in questo contesto che Giorgia Meloni è volata d’urgenza in Algeria. Un viaggio che ha il sapore della necessità più che della strategia. L’Algeria oggi copre circa il 30 per cento del gas italiano. Ma il punto non è dove si va a cercare il gas. Il punto è perché bisogna correrci all’ultimo minuto.
Qui emerge la differenza con l’India.
New Delhi non è meno esposta. Il 40 per cento del suo petrolio passa da Hormuz e il Qatar rappresenta oltre il 40 per cento delle sue importazioni di GNL. Eppure, i prezzi interni non sono esplosi. Reuters ha riportato che i prezzi alla pompa sono rimasti sostanzialmente stabili anche con il petrolio sopra i 100 dollari al barile.
Non perché il problema non esista. Ma perché lo Stato ha deciso di assorbirlo.
L’India controlla i prezzi, diversifica le forniture, utilizza leve fiscali e mantiene un mix energetico che include ancora una quota rilevante di produzione domestica. Ha già ridotto le forniture industriali di gas per proteggere i consumatori e ha attivato misure d’emergenza per garantire il GPL a oltre 300 milioni di famiglie.
Non è un sistema perfetto. Ma è un sistema che regge.
L’Europa, invece, fa l’opposto. Espone famiglie e imprese alla volatilità dei mercati globali e interviene dopo, con misure tampone. Bruxelles propone tagli temporanei alle tasse sull’energia, aiuti di Stato e qualche aggiustamento tecnico. Ursula von der Leyen ha parlato di maggiore flessibilità e di un fondo da 30 miliardi legato all’ETS.
Sono cerotti su una frattura.
Il problema è strutturale. Il prezzo dell’elettricità continua a essere legato al gas. Quando il gas sale, tutto sale. Un sistema efficiente in tempi normali diventa una macchina di trasmissione della crisi quando il contesto cambia.
Ed è qui che il nodo politico diventa inevitabile.
Meloni lo ha detto chiaramente. Le politiche verdi europee, così come sono state concepite, rischiano la “desertificazione industriale”. Non è una posizione isolata. Insieme ad altri leader europei, ha chiesto una revisione del sistema ETS, un’estensione delle quote gratuite oltre il 2034 e una transizione più graduale.
Non si tratta di negare la transizione energetica. Si tratta di riconoscere che una transizione che rende l’Europa più fragile nei momenti di crisi non è sostenibile, né economicamente né politicamente.
Nel frattempo, l’India si muove. Sta cercando nuove forniture di GNL fuori dal Medio Oriente. Ha aperto canali con nuovi partner, inclusa l’Argentina, che ha firmato accordi preliminari per esportazioni fino a 10 milioni di tonnellate annue. Non è ancora una realtà operativa, ma è una direzione strategica chiara.
Diversificare. Intervenire. Proteggere.
L’Europa, invece, resta intrappolata tra obiettivi climatici rigidi, mercati liberalizzati e divisioni interne. Il risultato è un sistema che funziona finché tutto va bene e cede quando serve davvero.
La crisi di Hormuz non è solo una crisi energetica. È una crisi di modello.
Da una parte c’è chi considera l’energia una questione di sicurezza nazionale. Dall’altra c’è chi la tratta come un esercizio regolatorio.
Il prezzo di questa differenza oggi si paga alla pompa, in bolletta e, soprattutto, nella competitività dell’intero sistema economico europeo.
Il governo ha trovato i fondi per le imprese e per i tagli alle accise fino alla fine di aprile
Il governo accelera sugli aiuti a imprese e famiglie. Sono stati ripristinate integralmente le risorse per Transizione 5.0 e aggiunti altri 200 milioni, portando a 1,5 miliardi i fondi destinati alle aziende che hanno investito in digitalizzazione ed efficientamento energetico. Secondo quanto emerso al termine del tavolo al ministero del Made in Italy con le associazioni imprenditoriali, la dote complessiva della misura supera i 4 miliardi di euro, mentre l’intero pacchetto Transizione 5.0, tra credito d’imposta e nuova versione triennale basata sull’iperammortamento, arriva a circa 14 miliardi.
«Abbiamo fatto il massimo sforzo possibile», ha detto il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso sottolineando che, oltre alla conferma integrale degli 1,3 miliardi già previsti per le imprese che hanno investito in digitalizzazione ed efficientamento energetico con Transizione 5.0, sono stati aggiunti ulteriori 200 milioni, per un totale di 1,5 miliardi. Il ministro ha anche ricordato che con il decreto fiscale è stato rimosso il vincolo del «Made in Europe», ampliando così la platea dei prodotti incentivati, e che la nuova Transizione 5.0, di durata triennale viene rafforzata di 1,4 miliardi, da 8,4 a 9,8 miliardi. Nel complesso Transizione 5.0, può contare su una dotazione di circa 14 miliardi. «Gli impegni saranno mantenuti, tutti coloro che hanno presentato domanda riceveranno quanto dovuto» ha precisato Urso.
Soddisfatta Confindustria. Il presidente Emanuele Orsini, ha apprezzato che, in un contesto geopolitico difficile, venga confermato il sostegno alle imprese. «Questa è la via giusta», ha detto, perché «gli imprenditori continuano a fidarsi delle istituzioni». Orsini ha evidenziato che la cifra di 1,5 miliardi consentirà di portare il credito d’imposta «dal 35% del decreto di venerdì al 90% per gli investimenti del piano e al 100% sui pannelli fotovoltaici». Il presidente di Confindustria ha poi rimarcato che si ricompone così quella frizione creata con il varo del decreto: «Questo smina una opacità che si era creata venerdì».
Il decreto sull’iperammortamento dovrebbe diventare operativo entro i primi dieci giorni di maggio. Si va ad aggiungere al decreto Bollette che essere attuativo a stretto giro. Orsini, allargando lo sguardo al contesto internazionale, ha ribadito che se il conflitto in corso dovesse protrarsi «l’Italia non può farcela da sola» e che servirà un intervento europeo, anche attraverso gli Eurobond.
Chiuso questo capitolo, il governo deve affrontare il nodo spinoso dell’aumento di benzina e gasolio, una corsa che sembra inarrestabile. Il 7 aprile prossimo scade il taglio delle accise sui carburanti. In anticipo sui tempi, quindi già nel prossimo Consiglio dei ministri previsto per domani, dovrebbe arrivare il prolungamento dei termini. La conferma di questo orientamento l’ha data il ministro degli Affari europei e del Pnrr Tommaso Foti, che ieri durante alla partecipazione a una trasmissione televisiva ha
Detto che prossimi giorni, «prolungheremo il taglio delle accise». Lo sconto di 25 centesimi, secondo le ipotesi potrebbe essere esteso fino al 30 aprile. Al ministero dell’Economia i tecnici sono al lavoro per trovare le coperture tenendo presente che la sottrazione di gettito impatta su una situazione dei conti pubblici minata dalle stime di crescita inferiori alle previsioni e con un deficit che il governo si è impegnato a far scendere sotto il 3% del Pil per evitare la procedura d’infrazione. Il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha avuto diversi colloqui con il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, per fare il punto sugli aspetti tecnici del prolungamento del taglio alle accise. Bisogna lavorare con il cesello per trovare le compensazioni.
Intanto le concessionarie autostradali hanno fatto partire l’iter che porterà prossimi giorni alla riduzione del prezzo di vendita dei carburanti di 5 centesimi il litro per 20 giorni. È stato così accolto l’appello del ministro dei Trasporti, Matteo Salvini al tavolo dello scorso 25 marzo. Salvini convocherà di nuovo compagnie petrolifere per evitare ulteriori speculazioni a danni di cittadini e imprese.
Quando fu deciso il taglio delle accise, i distributori non avevano provveduto subito ad aggiornare i listini, scatenando le rimostranze dei consumatori e l’intervento del governo per monitorare la situazione. Novità in arrivo per il settore agricolo con il credito d’imposta per il gasolio annunciato dal ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida. «È una misura fondamentale per dare ossigeno alle imprese duramente colpite dal balzo dei costi energetici legato al conflitto in Iran», ha detto il presidente di Coldiretti, Ettore Prandini. Dinanzi ai rincari del gasolio agricolo l’associazione del settore aveva presentato nei giorni scorsi un esposto a Procura e Guardia di Finanza per fare luce su eventuali speculazioni, allo scopo di tutelare gli agricoltori e i consumatori.










