Ovunque si cerchi di parlare di remigrazione scattano richieste di censura, intimidazioni e minacce. A Milano è prevista una manifestazione dei patrioti europei per sabato 18 e da giorni i centri sociali promettono di accerchiare l’evento e di togliere ogni spazio alla destra, cosa che però non sembra aver generato particolare sdegno o allarme: a parti invertite fioccherebbero comunicati stampa ed editoriali indignati, ma finché i toni minacciosi provengono da sinistra a quanto pare tutto va bene.
Nel frattempo a Bondeno, in provincia di Ferrara, si è tenuto un incontro promosso dal comitato remigrazione, e di nuovo tutti i progressisti si sono scatenati. Sono arrivate le immancabili richieste alle istituzioni di impedire l’iniziativa, la Cgil ha dato in escandescenze, è stato organizzato un presidio di protesta contro l’evento. Tutto legittimo, per carità: mai una volta, però, che qualcuno da sinistra scelga la via del dialogo e non quella dell’attacco frontale o del tentativo di oscuramento. Del resto i primi a dare l’esempio sono stati i parlamentari di sinistra che hanno fisicamente impedito la conferenza sulla remigrazione alla Camera dei deputati, gesto nobile che è costato cinque giorni di sospensione a 22 deputati, di cui dieci del Pd, otto del Movimento 5 stelle e quattro di Avs. Altri dieci deputati, di cui cinque del Pd e cinque del Movimento 5 stelle, si sono presi quattro giorni di sanzione. E sono ancora lì che gridano contro il fascismo e l’ingiusta punizione.
In estrema sintesi, secondo il pensiero buonista dominante, la remigrazione è tema proibito, proibitissimo. Anche se non prevede alcuna deportazione o discriminazione, bensì un aiuto economico agli stranieri per il rimpatrio volontario, cosa che per altro è già messa in pratica dall’Italia e da altre nazioni europee. In compenso, però, l’immigrazione di massa che continua a produrre morti, sfruttamento e disagi sociali può essere non solo promossa ma pure celebrata in ogni modo.
Piccolo esempio. Giusto un paio di giorni fa, nella prestigiosa sede della Radio Vaticana è stato presentato il Festival della Migrazione, in programma dal 5 al 15 novembre di quest’anno in varie città italiane. Per questa edizione il titolo sarà: «Donne migranti - Vite in movimento tra diritti, cittadinanza, lavoro e culture». Edoardo Patriarca, presidente dell’associazione che gestisce la kermesse, ha spiegato che «il Festival è un’esperienza che continua e un progetto culturale, sociale e politico diffuso sul territorio. Culturale perché tratta i temi del diritto alla mobilità, un’esperienza che è parte integrante della natura umana; sociale perché guarda alla realtà del nostro Paese così come è: multiculturale, multireligioso, multietnico, per costruire una convivialità delle differenze senza dimenticare le tradizioni. Politico, in quanto i flussi migratori sono un fenomeno strutturale che non deve essere affrontato con emergenza, barriere e paure, ma con politiche lungimiranti e orientate al futuro». Ecco, questa è la retorica che bisogna utilizzare quando si parla di immigrazione: bisogna celebrare il multiculturalismo, sostenere che agli sbarchi tocca abituarsi, spiegare che lo spostamento è un diritto. Mai che si faccia cenno a tutti gli orrori e le sofferenze che tale meccanismo produce. Del resto se si dovesse parlare del lato oscuro dell’immigrazione mica si potrebbero organizzare festival e altre belle iniziative con ricchi premi e cotillons. Sappiamo come funziona ormai da anni: la celebrazione delle migrazioni è divenuta essa stessa un business, e ci sono professionisti della propaganda che ne traggono sostentamento e beneficio.
Il Festival della migrazione, per altro, gode del sostegno di numerosi enti pubblici e privati. L’edizione 2025 è stata foraggiata dalla Regione Emilia Romagna e ha avuto il patrocinio di parecchi comuni emiliani, oltre a vantare la collaborazione di atenei prestigiosi: Firenze, Padova, Bologna, Ferrara. Poi ci sono gli immancabili aiuti di banche e fondazioni. Chiaro: basta accodarsi al pensiero dominante e arrivano fondi, spazi e applausi. Che i vari profeti dell’accoglienza usano a proprio vantaggio soprattutto per mandare messaggi politici.
Alla presentazione del festival migratorio, tanto per fare un esempio, ha preso la parola il presidente della Fondazione Migrantes, monsignor Giancarlo Perego, arcivescovo di Ferrara-Comacchio e Abate di Pomposa, che come ogni volta se l’è presa con il governo e pure con le autorità europee tra cui Frontex.
«L’azione di Frontex che doveva essere un’azione di supporto al soccorso, in realtà sta diventando di supporto a quegli accordi con la Libia e con la Tunisia e quindi ai respingimenti», ha detto, «mentre stiamo vedendo come il soccorso sia ancora un’emergenza grave. Così come emergenza grave sono mille morti in tre mesi che non si sono mai avuti dal 2017, quando erano 36.000 le persone che attraversavano il Mediterraneo. Lasciar morire la gente, come abbiamo visto in questo triduo pasquale, in mare è certamente un fatto vergognoso per la politica europea, ma anche per l’Italia». A parte che Frontex servirebbe a proteggere i confini europei e non ad altro, ci si chiede che bisogno ci sia di un festival della migrazione quando Perego e gli altri che la pensano come lui possono esternare il loro pensiero ogni giorno e praticamente ovunque. Se ne deduce che per la propaganda c’è sempre spazio. I problemi sorgono quando emerge un pensiero radicalmente alternativo come quello della remigrazione.
Daniele Calenda, ciociaro doc (è nato a Frosinone sessant’anni fa), entra in polizia nel 1987 come agente ausiliario. Nel 1995 diventa vicecommissario e due anni dopo entra nella Digos. Dirige quelle di Verona, Vicenza e Venezia, dove, sotto la sua guida, nel 2017 viene disarticolata una cellula jihadista di kosovari che stava progettando un attentato tra le calli.
Le indagini sull’attentato anarchico alla sede della Lega di Villorba (Treviso), nel 2018, portano all’arresto e alla condanna del noto anarchico spagnolo Juan Antonio Sorroche. Nel 2024, mentre coordina la Digos di Milano, viene promosso dirigente superiore e trasferito alla Direzione centrale della Polizia di prevenzione con i galloni di direttore del Servizio di contrasto all’eversione e al terrorismo interno.
Dottore, il 18 aprile la Lega ha organizzato una manifestazione per la remigrazione, ma il movimento antagonista annuncia le barricate per rendere impossibile l’evento. Siete preoccupati?
«Per ora non ci sono evidenze di rischi seri, ma è certo che è partito un tamtam per la mobilitazione. Nei prossimi giorni capiremo quale livello di allarme dovremo fronteggiare».
Anche nel fronte «remigrazionista» c’è qualche testa calda?
«Tale tematica, sino a oggi, è stata sostenuta in piazza, da Piacenza a Prato, da soggetti legati all’estrema destra, personaggi che monitoriamo, anche se con le sezioni che si occupano di “movimentismo” e non di terrorismo. Mentre quella del 18 sarà una manifestazione totalmente diversa, essendo organizzata da un partito di governo, la Lega, e dal suo leader».
Nell’estrema destra non registrate rischi eversivi?
«Non sono più gli anni ’70. Casapound, Forza nuova, il Veneto fronte skinheads, la Rete dei patrioti, sono gruppi che in piazza destano meno preoccupazione. È difficile che cerchino lo scontro con le forze dell’ordine. La nostra attenzione resta, comunque, massima, dal momento che non si possono escludere derive di natura eversivo-terroristica».
Nel 2023 alcuni militanti neofascisti hanno devastato la sede della Cgil…
«E la risposta dello Stato, come era giusto che fosse, è stata durissima».
Forse lo è meno quando i disordini vengono provocati da gruppi antagonisti, come i militanti del centro sociale torinese Askatasuna…
«Per quanto li riguarda, recentemente, c’è stato un evento che ha rappresentato un punto di non ritorno, un momento di rottura con la società civile».
A che cosa si riferisce?
«Dopo lo sgombero del 18 dicembre, deciso a seguito della violazione del patto di collaborazione e legalità siglato con il Comune, c’è stata la tumultuosa manifestazione di protesta del 31 gennaio. L’occupazione della redazione del quotidiano La Stampa e i gravi episodi di violenza urbana, tra cui l’incendio di un mezzo della Polizia e il selvaggio pestaggio subito da alcuni agenti, hanno determinato una cesura: oltre alle inevitabili condanne da parte del mondo politico, anche diversi centri sociali hanno cercato di marginalizzare Askatasuna per evitare altri sgomberi».
Con risultati concreti?
«Durante la manifestazione nazionale promossa dalla rete “No Kings” dello scorso 28 marzo a Roma, è apparsa evidente la volontà di isolare la componente di Askatasuna e di non concedergli la “testa” e, dunque, il controllo, del corteo, al fine di evitare violenze strategicamente controproducenti».
Quindi l’epoca di Askatasuna è finita?
«Non ne sarei certo. Nonostante il calo del consenso sociale, ha saputo internazionalizzare la propria agenda, anche grazie all’appoggio di antagonisti provenienti dall’estero, soprattutto dalla Francia, e ha assunto un ruolo centrale nella mobilitazione pro-Palestina».
Per due anni Askatasuna è stato il motore delle proteste contro gli accordi di cooperazione tra gli atenei torinesi e le istituzioni di ricerca israeliane...
«Forte di queste imprese continua a tenere le redini dell’antagonismo torinese e della battaglia No Tav in Val di Susa. I prossimi 24 e 25 aprile, in occasione della festa della Liberazione, è già prevista la loro adesione, attraverso lo “Spezzone Torino partigiana”, ai due cortei cittadini. Per quanto riguarda la Val di Susa, sono ripresi dallo scorso week-end di Pasqua i campeggi nei pressi dei cantieri dell’Alta velocità, organizzati dai collettivi studenteschi, l’ala giovanile di Askatasuna, sfociati negli ormai consueti danneggiamenti e scontri con le forze dell’ordine poste a presidio dei cantieri».
Veniamo agli anarco-insurrezionalisti: nelle ultime settimane si sono resi protagonisti di diversi sabotaggi alla rete ferroviaria in occasione delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina e ha destato scalpore la morte, avvenuta lo scorso 19 marzo, di Sara Ardizzone e del compagno Alessandro Mercogliano, uccisi dalla deflagrazione di un ordigno che stavano fabbricando…
«Nei giorni successivi, sui siti d’area anarchica sono stati pubblicati documenti che ne esaltavano le figure, definendoli “esempio luminoso dell’inestricabile connubio tra pensiero e azione che ispira l’anarchismo dei rivoluzionari fino all’ultimo istante della loro vita, e nella morte”».
I due stavano preparando un manufatto micidiale a pochi metri dal suo ufficio…
«Non sappiamo ancora che cosa contenesse la bombola, oltre alla polvere pirica. La Procura di Roma, che coordina le indagini, è in attesa dei risultati delle analisi. Ma riteniamo che l’obiettivo dell’attentato non fosse distante dal “laboratorio” improvvisato dentro a un cascinale abbandonato. Infatti, solitamente, per evitare inutili rischi di trasporto, i target sono vicini al luogo in cui vengono assemblate le “bombe” artigianali».
L’ordigno puntava a uccidere?
«Non possiamo dirlo con sicurezza. Di certo l’esplosione che ha ammazzato i due militanti è stata potente e, secondo noi, la coppia era pronta a colpire quella notte».
I bersagli eravate voi poliziotti?
«Lì intorno eravamo l’obiettivo più plausibile e, comunque, il giorno in cui è accaduto l’incidente non era una data qualsiasi. Era la settimana di mobilitazione annunciata dagli anarchici greci in onore di un loro compagno morto in circostanze analoghe. Mi riferisco a Kyriakos Ximitris, deceduto ad Atene il 31 ottobre 2024 mentre era intento a fabbricare un ordigno in un appartamento. E che ci sia un filo rosso che unisce estremisti italiani e greci è confermato da alcuni recenti attentati compiuti nella capitale ellenica».
Può essere più preciso?
«Il 2 aprile la nuova sigla “Cellule di azione diretta - Nucleo Alessandro Mercogliano/Sara Ardizzone” ha rivendicato gli attacchi incendiari realizzati il 25 marzo ai danni dell’abitazione del rettore del Politecnico di Atene e di un agente della polizia antisommossa, individuati come simboli della violenza repressiva. Nello scritto si esorta a moltiplicare “i focolai della resistenza dinamica” e armata, onorando “la memoria e le scelte dei nostri compagni caduti”. Non basta. In Grecia si stanno intensificando azioni esplosive o incendiarie ai danni di appartenenti alle forze dell’ordine, che, sovente, sono stati rivendicati con documenti che richiamano i due caduti italiani, oltre che i compagni greci».
La pratica violenta insurrezionale è stata codificata a inizio millennio dal documento programmatico della Federazione anarchica informale, diramato dopo l’«Operazione Santa Claus», che aveva preso di mira con bombe carta e ordigni personalità e istituzioni dell’Unione europea, a partire da Romano Prodi…
«Da allora è passata molta acqua sotto i ponti. L’apice di quella strategia è stato il 7 maggio 2012, quando Alfredo Cospito e il compagno Nicola Gai hanno gambizzato l’ad di Ansaldo Nucleare Roberto Adinolfi. È questo l’unico caso recente in cui gli anarchici hanno utilizzato un’arma da fuoco. Cospito, riconosciuto come ideologo della Fai, è stato condannato per terrorismo in via definitiva. Le parole d’ordine sue e dei suoi seguaci sono state subito chiare: “Agire qui e ora anche a costo della propria e altrui vita” e che “spargere il terrore tra gli uomini e le donne di potere è cosa buona e giusta”. Il messaggio è diventato presto globale e intorno ad esso si è coagulato il Fronte rivoluzionario internazionale, che ha attecchito in diversi Paesi, dalla Grecia (dove è nata la compagine terroristica della “Cospirazione delle cellule di fuoco”), alla Spagna, dalla Francia all’America latina. Ma oggi anche in Germania questo movimento si sta pericolosamente diffondendo».
La Fai esiste ancora?
«Non ce n’è più bisogno. L’internazionalizzazione della lotta è diventata irreversibile e l’attacco allo Stato è un franchising che chiunque può avviare da casa propria».
La violenza resta, però, il marchio di fabbrica…
«Il modus operandi prediletto rimane quello della “doppia o tripla bomba”, con deflagrazioni programmate a breve distanza tra loro: l’effetto voluto, detto call-back, è quello di colpire, anche in modo letale, gli operatori intervenuti sul luogo dell’attentato».
Cambiamo argomento: che cosa si sa dei foreign fighters italiani impegnati in Ucraina?
«Dal 2022 monitoriamo con attenzione le partenze verso il Donbass. I soggetti interessati, per lo più giovani tra i 20 ed i 40 anni, hanno orientamenti ideologici in prevalenza di estrema destra, ma sono partiti anche combattenti vicini agli ambienti dell’antagonismo. La maggior parte di quelli di estrema destra tende ad arruolarsi con gli ucraini, mentre quelli di estrema sinistra con i russi, che, però, godono anche delle simpatie di Forza nuova».
Di quanti «guerriglieri» stiamo parlando?
«Abbiamo quantificato in un’ottantina il numero dei combattenti/reclutatori e, a quanto ci risulta, di questi sono morti 10 filo-ucraini e quattro filo-russi. Quattordici, invece, sono rientrati in Italia».
Si parla tanto della fascinazione dei giovanissimi per il suprematismo bianco…
«È un fenomeno che prendiamo molto sul serio, anche perché negli Stati Uniti il gruppo The Base è stato riconosciuto come organizzazione terroristica. Tale ideologia attira, con i suoi simboli facili e i messaggi violenti, molti ragazzini che vengono coinvolti attraverso chat criptate come quelle di Telegram. Si formano in questo modo realtà virtuali magmatiche difficili da intercettare e in cui può germogliare il gesto insano di un minore. Per esempio il tredicenne che ha ferito alla gola l’insegnante ha usato metodi tipici dello “school shooting” di origine Usa, dalla diretta video al manifesto programmatico. Noi abbiamo fermato quasi una cinquantina di giovani che sembravano pronti all’azione. In questi casi tendiamo a intervenire il prima possibile e a coinvolgere le famiglie, nella maggior parte dei casi del tutto ordinarie, per evitare la realizzazione di azioni violente».
Analizzando questo campione che cosa avete notato?
«Che l’ideologia è una scusa. Il collante è la passione, stimolata dai videogiochi, per la violenza fine a sé stessa. Abbiamo scoperto ragazzini che avevano visto decine di volte filmati di sgozzamenti realizzati dall’Isis, come se fossero virtuali».
Dunque è vero che c’è una saldatura tra suprematismo ed estremismo islamico?
«Più che una saldatura, hanno un obiettivo comune. Infatti, razzisti e jihadisti hanno lo stesso nemico: gli ebrei».
L’antisemitismo è un elemento che aveva già unito nazisti e mondo arabo ottant’anni fa…
«È così e gli effetti di questi messaggi sulle menti dei giovanissimi sono imprevedibili».
Da quanto tempo si sta diffondendo questa epidemia?
«Purtroppo molti ragazzi sono stati “infettati” durante il lockdown, quando sono rimasti isolati per mesi nelle loro camerette».
Ultima domanda: in questo clima di conflitto sociale permanente c’è la possibilità di vedere rinascere formazioni terroristiche armate come le Brigate rosse?
«Con questo nome non credo. Quella stagione, con il passaggio ufficiale del marchio da una generazione all’altra e relativa benedizione, è finita per sempre. Ma il mondo marxista-leninista non ha smesso di ribollire. E noi restiamo in allerta».
A Gent un lampione emette, all’improvviso, lampi luminosi. Non è un cortocircuito, ma una gioiosa usanza locale. Nella piazza Sint Veerleplein quella luce, direttamente collegata all’ospedale di Maternità, avverte i passanti che un bambino è venuto al mondo.
Gent (in fiammingo) o Gand (in francese) è il capoluogo delle Fiandre orientali, seconda città del Belgio per numero di abitanti. Una località amena che seduce i visitatori ancor più quando i primi raggi di sole illuminano i canali fioriti e le architetture medievali. Ma è l’arte pittorica dei grandi maestri fiamminghi - da Jan van Eyck a Pieter Rubens, a Bruegel il Vecchio – ad attirare il pubblico internazionale.
Capolavoro assoluto l’Adorazione dell’Agnello Mistico dei fratelli van Eyck custodito in una teca nella Cattedrale di San Bavone. «L’Agnello Mistico segna l’inizio ed il coronamento della pittura fiamminga del Quattrocento», esordisce Stefano Zuffi, storico dell’arte. «È come la nascita di Atena dalla testa di Zeus. Un’opera complessa, emozionante, drammatica. Il racconto della storia dell’umanità: da Adamo ed Eva alla Gerusalemme Celeste. Può essere visto nel suo insieme, a colpo d’occhio, ma anche attraverso una infinita serie di dettagli. L’utilizzo della tecnica dei colori ad olio di lino e di noce consente una precisione esecutiva straordinaria».
Le vicende storiche del Polittico, tra furti e smembramenti, sono un romanzo. L’Agnello Mistico, terminato nel 1432 e composto da dodici pannelli di quercia, fu smontato una prima volta nel Cinquecento e nascosto nella torre della Cattedrale per sottrarlo all’iconoclastia della Riforma protestante. Dopo varie vicissitudini tra cui il trafugamento dei soldati di Napoleone, l’ultima avventura fu l’essere sepolto nel 1942 per ordine di Hitler in una miniera di sale. Fu ritrovato nel 1945 dai Monuments Men americani privo però di una pala. Dopo giorni di inutili ricerche, quando i militari stavano per rinunciare, uno di loro scivolò sotto il tavolo. E…s’accorse che era la pala mancante, capovolta e sostenuta da due cavalletti!
Un lieto fine che oggi è anche nell’ultimo, recente restauro del 2020 che ha restituito al Polittico lo stupefacente splendore delle tinte originali.
Il 2026, però, è l’anno dedicato alle artiste fiamminghe. Judith Leyster, Clara Peeters, Rachel Ruysch, Maria Sibylla Merian, Jenny Montigny: nomi poco noti ma assolutamente pari per capacità, originalità e valore ai celebri autori maschili. Lo stupore davanti a quei capolavori è grande. Dimostrazione evidente del versatile talento femminile oscurato per secoli al punto che i quadri venivano venduti con firme maschili. Falsificazioni storiche che ancora oggi fanno fatica ad emergere. Il Museo delle Belle Arti propone «Unforgettable», prima retrospettiva delle artiste dei Paesi Bassi tra il 1600 e il 1750 con prestiti della National Gallery di Washington. In autunno invece quello spazio è dedicato a Jenny Montigny, eccentrica e sorprendente pittrice di fine Ottocento. Il Museo, uno dei più antichi e prestigiosi del Belgio, accoglie 9.000 opere, di cui 600 in esposizione permanente, e propone uno sguardo completo sull’arte fiamminga dal Medioevo alla prima metà del XX secolo. Nell’ambito del progetto Flemish Masters in Situ sono stati poi anche individuati 105 luoghi dove ammirare i dipinti nel contesto originale.
Costruita sulla confluenza di due fiumi Gent vanta l’area pedonale più vasta del Belgio. Ideale da girare anche in bicicletta e punto di partenza per gite ed itinerari tra boschi e romantici tour in barca. Divertente immergersi nella movida locale tra pub, birrerie e botteghe artigianali dell’allegra città universitaria. La sera un'illuminazione scenografica, il «piano della luce», valorizza monumenti come il Castello dei Conti e il ponte San Michele offrendo scorci emozionanti.
Le Fiandre, situate nella parte nord del Belgio, sono una delle tre regioni amministrative del Paese insieme alla Vallonia e alla regione di Bruxelles capitale. Autentici gioielli sono anche Bruges, Leuven o Anversa. Una vera chicca il Giardino d’Inverno del Collegio delle Orsoline di Mechelen, in puro stile Art Nouveau. Siamo in pieno Novecento: soffitto e vetrate colorate, felci e sempreverdi creano un’atmosfera poetica. Info: www.visitflanders.com.
Cognome e nome: Galimberti Umberto. Monza, 2 maggio 1942. «Galimba» per i fan adoranti.
Soprattutto signore: «È uno dei filosofi che riscuotono maggiore successo con le donne, con punte incontrollabili di misticismo e di estasi anche tra le razionalissime professoresse democratiche, soprattutto quando nelle conferenze accenna - con ispirata espressione oracolare - a sconosciute essenze del pensiero greco», così Edmondo Berselli, che lo ha perculato in Venerati maestri (Mondadori, 2006), irridendo i pensatori alla Massimo Cacciari, come appunto l’«altro barbuto», Galimberti.
Psicologo. Psicanalista (dal 1979). Filosofo. Saggista. Giornalista.
«Uno dei nostri più ascoltati maître-à-penser» (Mario Baudino).
Macché, gli ha fatto eco Antonio Gnoli su Robinson del 5 aprile scorso, che a Galimberti ha dedicato un identikit al vetriolo.
Fin dall’incipit.
«Lo conosco da anni, come lo conoscono i nostri lettori (infatti - questo lo aggiungo io - Galimberti collabora dal 1995 con Repubblica, ndr). È un uomo generoso, dotato di un’empatia speciale. Tratti umani che aiutano a farne un intellettuale di successo». Empatia speciale.
Seconda bordata: «Ha un programma di appuntamenti - incontri, conferenze, dibattiti - semplicemente mostruoso. È sempre in viaggio». Semplicemente mostruoso.
Basta? No: «Ad attenderlo nei teatri e nelle piazze, la consueta folla di gente che lo ascolta e lo applaude e compra i suoi libri». La consueta folla di gente.
Per poi infilzarlo: Umberto, come gestisci il successo?
«Piuttosto lo subisco, convinto che un eccesso di abitudine ti trasformi in un ingranaggio. Perciò comincio a dubitare se tutto questo “darsi da fare” abbia o no un senso».
Parlando del suo ultimo volumetto, Le disavventure della verità (Feltrinelli, 2025), Galimberti osserva infine: «Tra un po’ non distingueremo più il vero dal falso e non ce ne importerà più».
Ahia! Qui il Franti che è in me si è detto: «Anche riconoscere ciò che è tuo da ciò che non lo è, non è parso sempre agevole», stante la vexata quaestio di una certa qual sua tendenza all’appropriazione non proprio debita di testi altrui (e all’ampio riciclo di materiale proprio, che è un peccatuccio veniale comune a molti).
Al tempo. Prima passiamo in rassegna la pars construens della sua biografia.
Seminarista per non pesare sulla famiglia (madre vedova, dieci figli), ne uscì a metà della seconda liceo, nonostante avesse come «prezioso compagno di banco» Gianfranco Ravasi, oggi cardinale teologo biblista (o magari proprio per questo, vai a sapere).
Nel 1965 laurea in filosofia alla Cattolica di Milano sotto la guida di Emanuele Severino.
Per 15 anni insegnante nei licei della provincia lombarda, poi si trasferisce a Venezia dove nel frattempo era andato a insegnare il citato Severino: «Riuscì a farmi ottenere il ruolo di assistente alla cattedra di Antropologia culturale».
All’università Ca’ Foscari di Venezia ha insegnato anche Filosofia della Storia, Psicologia generale e Psicologia dinamica.
All’attivo, una miriade di pubblicazioni, contributi, libri, tradotti financo in giapponese.
Un progressista.
Due anni fa, quando nel dì della festa di Liberazione Massimo Giannini pensò di chiamare alla Resistenza democratica e antifascista i suoi contatti Whatsapp, inaugurando la chat «25 aprile», (in un gioco di rimbalzi mi trovai intruppato pure io, cosa che non gradii: il consenso deve essere richiesto, altrimenti è violenza, come sostiene il #metoo), Galimba lo scorticò con parole di fuoco: «Caro Massimo hai avuto un’idea formidabile. Come al solito. Bravo». Come al solito.
Non risulta invece agli atti alcun commento quando Giannini disse addio alla sua creatura otto mesi dopo: «L’idea iniziale è irrimediabilmente perduta». Ah bella, ciao!
Di certo, una donna non ha subito il suo fascino intellettuale.
Anzi, le si gonfiò proprio la giugulare quando prese tra le mani L’ospite inquietante - Il nichilismo e i giovani (Feltrinelli, 2007): la ricercatrice e storica dell’antichità Giulia Sissa.
Che dopo un’inchiesta del Giornale, lo accusò di «prestito non dichiarato», a proposito di alcune somiglianze con un suo libro.
Galimberti: «Il mio libro è una raccolta di articoli, quelle pagine sono una rielaborazione di una recensione del 23 aprile 1999 che io scrissi parlando del suo Il piacere e il male - Sesso, droga e filosofia (Feltrinelli, 1999), in cui riassumevo ciò che diceva la professoressa Sissa».
La supercazzola non placò l’ira della medesima: «Galimberti, si scusi e basta!».
Dispiace che Galimberti sia seguito dalla nomea di essere un citazionista della citazione non dichiarata, «un frequentatore abituale di frasi altrui», come lo definì Marco Filoni per il sito del Fatto quotidiano del 21 settembre 2011, in un articolo intitolato Copio ergo sum, il catalogo del plagio.
Tanto che Pierluigi Battista, all’epoca vicedirettore del Corriere della Sera, gli indirizzò, il 9 giugno 2008, una lettera aperta dalle colonne del Corriere della Sera, ritrovabile anche nel suo libro I conformisti - L’estinzione degli intellettuali d’Italia (Rizzoli, 2010).
«Da anni si rincorrono voci che denuncerebbero una sua reiterata propensione a includere nei libri da lei firmati interi brani ricavati dal lavoro altrui, senza dichiararne l’origine».
Battista, a quello della già citata Sissa, aggiunge i nomi di Alida Cresti e Salvatori Natoli, tutti vittime di «una robusta opera di copia-e-incolla».
Evocando poi un precedente del 1986, «quando lei fu costretto a inserire una breve avvertenza, nella seconda edizione di un libro su Martin Heidegger, in cui ammetteva il fondamentale debito contratto a scapito di una ricerca del professor Guido Zingari».
Professore, lei che è «un apprezzato indagatore delle insondabili profondità dell’animo umano», ci aiuti a comprendere.
Perché «una volta può essere un’incidente, due una sfortunata coincidenza, ma quattro volte accertate delineano un metodo, una prassi, un’ossessione compulsiva. Non è una banale autocritica che le si chiede, ma un’illuminazione sulle oscurità che albergano nei recessi più nascosti dell’essere umano».
Reazioni del Nostro? Nada de nada.
Nel 2008, un’inchiesta del Giornale aveva ricostruito che due dei libri di Galimberti, presentati nel 1999 al concorso per il ruolo di professore ordinario alla Ca’ Foscari di Venezia, avevano «attinto», per dir così, ad altri autori.
La commissione giudicante non se ne accorse. Interpellato, il rettore spiegò: «Non ho, ora come ora, estremi per sollecitare il ministero, deve essere un professore del raggruppamento a farlo. Secondo me dovrebbe essere lo stesso Galimberti, nel suo interesse, a chiedere la convocazione di un giurì».
Finì che Galimberti fu dall’Università ufficialmente richiamato a volersi attenere alle corrette regole di citazione degli scritti di altri autori.
Ma la vera bestia nera di Galimberti è stato Francesco Bucci, dirigente della pubblica amministrazione e, nel tempo libero, divoratore di saggi.
Bucci prima (luglio 2020) gli ha fatto pelo e contropelo con un lungo articolo su L’indice dei libri del mese, titolo: Umberto Galimberti e il mito dell’industria culturale.
Poi (aprile 2011) ha mandato in stampa un suo documentato pamphlet, Umberto Galimberti e la mistificazione intellettuale (Coniglio editore).
Intervistato da Simona Maggiorelli per il settimanale Left del 13 aprile 2011, Bucci racconterà che per vedere il libro stampato aveva «bussato a molte porte», per quasi due anni.
Spiegherà che c’era da interrogarsi su come funzionasse l’industria culturale in Italia, con luminari che gli avevano confessato di aver letto qualche articolo di Galimberti, ma mai un suo libro.
Il primo dei quali sarebbe stato Eugenio Scalfari, «che gli ha accordato uno spazio enorme, una dilagante presenza su Repubblica».
Conformismo e pigrizia hanno fatto il resto, trasformando Galimberti in un intoccabile.
La riprova? La reazione di Ezio Mauro alle numerose email che Bucci gli ha scritto: «Benché non abbia mai avuto risposta, ho continuato a informarlo».
In compenso, gli arriva un cortese messaggio proprio da Galimba: «“Il Direttore mi dice che lei si lamenta del fatto che io riproduca testi già editi. Quando i temi sono più o meno gli stessi, e si è giunti a una riformulazione completa, è inutile rimetterci le mani”. Poi aggiungeva complimenti alla mia acribia di lettore concludendo con un: “Le prometto che non lo rifarò più”. Da rimanere basiti. Eravamo al surreale».
«I buoni artisti copiano, i grandi artisti rubano», massima forse scolpita da Pablo Picasso. Ispirato da Thomas S. Eliot: «I poeti immaturi imitano, i poeti maturi rubano».
Ad André Gide è stato invece attribuito l’aforisma, che io rimastico così: «Tutto quello che si doveva dire era già stato detto, ma siccome nessuno stava a sentire, ecco che bisognava ripetere di nuovo ogni cosa» (da Ruba come un artista - Impara a copiare idee per essere più creativo nel lavoro e nella vita di Austin Kleon, Vallardi 2013).
Del resto, «non c’è niente di nuovo sotto il sole», Bibbia, Ecclesiaste 1:19.
Amen.










