Nel giorno delle proteste contro il traffico sull’Autostrada del Brennero, attacco terroristico alle centraline Fs nel Veronese: bloccati pure i treni. I sospetti sugli ambientalisti «radicali» e sugli anarchici. Un’alleanza magari non voluta però ad alto rischio. E a Firenze Avs ed ecologisti tifano espressamente per l’esproprio delle case sfitte.
La conquista più importante dell’Unione europea è la caduta delle barriere. Nei Paesi che appartengono alla Ue non sono più necessarie le dogane e ogni cittadino può circolare liberamente, e anche le merci transitano senza ostacoli. Ma ai Verdi tutto ciò non piace. O per lo meno: a parole sono favorevoli all’unificazione e agli Stati Uniti d’Europa, ma poi in pratica vorrebbero limitare il flusso di auto e camion. Per questo, ieri, è stata chiusa l’autostrada del Brennero: 2.000 Verdi austriaci hanno inscenato una manifestazione bloccando il traffico sull’autostrada che congiunge il Nord Italia con il Nord Europa. Nonostante l’invasione della sede stradale fosse annunciata, una serie di famigliole di ritorno dalle vacanze nel nostro Paese e dirette a casa, in Germania e non solo, sono state costrette a invertire la marcia per trovare una sistemazione almeno per la serata di ieri. Ma cosa vuole chi protesta contro l’A22?
In pratica, vorrebbe che gran parte del traffico fosse dirottato altrove o che le merci transitassero su rotaia invece che su gomma. L’aspirazione ovviamente è legittima, perché il transito di migliaia di Tir (se ne calcolano almeno 6.500-7.000 al giorno, pari a 2,4-2,5 milioni di mezzi pesanti all’anno), oltre a intasare l’autostrada, genera sicuramente inquinamento.
Ma poi bisogna fare i conti con la realtà, e se i camion sull’A22 non piacciono non è che i treni che bucano le montagne siano poi accolti con gli applausi dagli stessi Verdi. Basta infatti rivolgere lo sguardo a Ovest per vedere l’opposizione che da anni impedisce la conclusione della linea ferroviaria che dovrebbe collegare l’Italia alla Francia, creando un corridoio per le merci.
In Val di Susa si combatte da anni una battaglia fra alcuni cosiddetti ambientalisti e le forze dell’ordine. Tutto all’insegna della difesa della natura e dell’inviolabilità della montagna. Sta di fatto che l’opera ha accumulato decenni di ritardo e ovviamente ha visto man mano lievitare i costi. Immaginate se qualcuno domani provasse ad aumentare il traffico merci via ferrovia lungo la rotta Brennero-Monaco. Prevedo già le barricate: e se questa volta sono scesi in autostrada in 2.000, in difesa dell’ambiente alpino, in caso di aumento della circolazione dei container su rotaia arriverebbe un esercito di contestatori, come è già accaduto in Piemonte.
Del resto, quando c’è da protestare ogni scusa è buona e dietro al verde spesso si nasconde il rosso antico: e se non si nasconde, si infila. Prendete quanto accaduto ieri. Il gruppo che ha bloccato l’A22 ha invaso la strada pacificamente, senza neppure fare troppo rumore e senza abusare della pazienza degli abitanti della zona. Tuttavia, al blocco autostradale qualcuno ha pensato bene di aggiungere anche il blocco ferroviario, appiccando un incendio a una centralina fondamentale per il traffico dei treni.
Risultato: anche la circolazione dei convogli è stata resa impraticabile. Per tutto il giorno né in auto né con un Frecciarossa è stato possibile raggiungere l’Austria, se non dopo gravi ritardi.
L’attentato, perché di questo si tratta, non è stato rivendicato e dunque è difficile capire se si tratti di qualche gruppo anarco-insurrezionalista o di qualche ultrà ambientalista. Ma poco importa, perché capita a volte che questi mondi si sfiorino e quando non si sfiorano c’è chi prova a inquinarli, contaminandoli in modo che dalla difesa della natura si passi all’offesa dell’ordine costituito.
Certi mondi - quello degli ambientalisti e quello dei comunisti duri e puri - dovrebbero invece essere ben distanti, per non nuocere alla causa dell’ecologia. Un esempio: la proposta lanciata da un esponente di Avs a Firenze, il quale parlando di crisi abitativa nel capoluogo toscano ha suggerito di requisire le case private. Un’idea che certo non ha nulla da spartire con episodi come quello della centralina di Verona, ma che è comunque da Stato socialista, dove la proprietà privata (difesa dalla Costituzione più bella del mondo) non è tutelata. Ma si sa, a certuni la carta su cui si regge la nostra Repubblica piace solo in determinate parti, mentre altre si preferisce dimenticarle.
Come dicevo, a volte gratti e sotto il verde spunta il rosso antico. Infatti, a Firenze, il gruppo Avs, alla sigla principale che significa Alleanza verdi e sinistra ha aggiunto «Ecolò», che allude all’ecologia ma contiene pure «co», che sta per comunisti.
- Il nuovo libro di Aresu racconta ai ragazzi (ma non solo) storia, volti e problemi intorno a Chatgpt & C. Dai padri fondatori dell’elettronica ai padroni della Borsa, dell’innovazione scientifica e della geopolitica.
- Nel volume di Warner le strategie e i motivi per cui la scrittura merita di resistere e sopravvivere al dominio delle macchine.
Lo speciale contiene due articoli.
QUELLI DI DARTMOUTH
John McCarthy (Stati Uniti, 1927-2011)
Tanto brillante nell’insegnamento della matematica - disciplina che ha trasmesso ai suoi studenti per quarant’anni all’Università di Stanford - quanto sgargiante nell’abbigliamento. Coniò l’espressione «intelligenza artificiale» e organizzò la prima conferenza sul tema, al college di Dartmouth nel 1956. Per lui, l’intelligenza umana era come un puzzle, fatta di molte tessere; sarebbe bastato insegnare a una macchina tutti i passaggi e le regole per completarlo per ottenere l’intelligenza artificiale.
Ray Solomonoff (Stati Uniti, 1926-2009)
Matematico geniale, sempre scarruffato, tra i partecipanti più assidui alla conferenza di Dartmouth. Per quanto i numeri fossero il suo elemento, era convinto che nella vita non tutto si potesse calcolare: l’incertezza era il suo tormento. Bisognava dunque insegnare alle macchine anche a dubitare. Così inventò la grammatica della probabilità, un sistema che assegna valori numerici alle parole e alle frasi, stabilendo qual è probabilità che vengano usate nella realtà.
Marvin Minsky (Stati Uniti, 1927-2016)
Matematico e informatico, docente per oltre cinquant’anni al Massachusetts Institute of Technology (MIT), dove fondò insieme a McCarthy un laboratorio dedicato all’informatica e all’intelligenza artificiale. Era ferrato nella fantascienza, tanto che fu consulente scientifico del film di Stanley Kubrick 2001: Odissea nello spazio.
Claude Shannon (Stati Uniti, 1916-2001)
Ingegnere, matematico e giocoliere, coordinò i lavori della conferenza di Dartmouth. Ricercatore nei Bell Labs, poi professore al Mit; padre della teoria matematica della comunicazione, la scienza che spiega come i messaggi possono viaggiare da un posto all’altro senza intrecciarsi né perdersi. Il nome del chatbot Claude si ispira a lui.
IL PRECURSORE
Alan Turing (Regno Unito, 1912-1954)
Matematico e logico straordinario, nonché esperto di crittografia. Decifrò Enigma, la macchina usata dai nazisti per cifrare le comunicazioni militari. Fu uno dei primi a porsi la domanda: «Le macchine possono pensare?». Per rispondere, ideò il cosiddetto test di Turing.
QUELLI DELLE RETI NEURALI
Warren Sturgis McCulloch (Stati Uniti, 1898-1969)
Di professione medico, per diletto poeta, nella vita reale geniale studioso. Invitato alla conferenza di Dartmouth, non si presentò quasi mai. Detestava chi ragiona a compartimenti stagni: per lui tutto era collegato. È il padre delle reti neurali artificiali, il primo a intuire che l’intelligenza artificiale doveva ispirarsi a quella umana, e dunque alla struttura del cervello. Era il gioco dell’imitazione.
Geoffrey Hinton (Regno Unito, 1947)
Formalmente psicologo, nella sua vita è stato di tutto e potrebbe riservarci ancora delle sorprese: falegname negli anni settanta, premio Nobel per la fisica nel 2024 con John Hopfield grazie alle sue scoperte fondamentali sulle reti neurali e l’apprendimento automatico. Sulla scia di McCulloch, si è concentrato - e tutt’oggi continua - a perfezionare le reti neurali artificiali. Ragionando profondamente, ha avuto un’intuizione: la nostra attività cerebrale è molto complessa, dunque le reti neurali artificiali devono essere profonde, cioè formate da vari strati (come le lasagne), ciascuno responsabile di elaborare informazioni con un diverso grado di profondità. Dice che il suo segreto è sapersi scegliere gli allievi: infatti, proprio grazie ai suoi studenti dell’Università di Toronto, Alex Krizhevsky e Ilya Sutskever, ha «scatenato» nel 2012 il Big Bang dell’intelligenza artificiale.
I VISIONARI
Fei-Fei Li (Cina, 1976)
La «madre della vista» dell’intelligenza artificiale, oggi professoressa di informatica a Stanford. Nata in Cina (il suo nome in mandarino significa «volare»), cresciuta fra i panda di Chengdu, a 16 anni si trasferisce a Parsippany, negli Stati Uniti. Là, come si confà al mondo americano, fonda la sua prima start-up: una lavanderia. Studia a Princeton, dove viene ammessa con suo immenso stupore, dato il suo inglese stentato. Il suo obiettivo era «far vedere» un gatto a un computer, e ci è riuscita, catalogando grazie al suo Imagenet 15 milioni di immagini in 22.000 categorie.
Alex Krizhevsky (ex Urss, 1986) e Ilya Sutskever (ex Urss,1986)
Entrambi informatici nati nell’ex Unione Sovietica emigrati in Canada con le loro famiglie, e allievi di Geoffrey Hinton. Sono balzati alle cronache scientifiche per aver vinto la gara lanciata da Fei-Fei, la Imagenet large scale visual recognition challenge (Ilsvrc). L’obiettivo era presentare l’algoritmo migliore per il riconoscimento delle immagini, e loro vinsero con Alexnet, un sistema che usava le reti neurali profonde e che consentì a un computer di riconoscere un gatto tra molti altri animali. Sutskever sarebbe diventato, qualche anno più tardi, uno dei fondatori di Openai, la casa madre di Chatgpt.
L’UOMO CON
IL GIUBBOTTO IN PELLE
Jensen Huang (Taiwan, 1963)
Ha creato Nvidia, l’azienda più grande al mondo per capitalizzazione, e oggi è fra gli uomini più ricchi del pianeta. Ma la sua storia comincia da lontano, e dal basso. Nato a Tainan, Taiwan, immigrato con i genitori in Thailandia, piombato a soli 9 anni nel bel mezzo del Kentucky senza conoscere l’inglese. Bullizzato, si è riscattato pulendo bagni, servendo hamburger alla tavola calda Denny’s e facendo cento flessioni al dì. Un giorno ha capito che le Gpu utilizzate per i videogiochi potevano essere usate per fornire potenza di allenamento e calcolo all’intelligenza artificiale. Da allora indossa un giubbotto in pelle. È il direttore d’orchestra dei «ragazzi di Taiwan», che costruiscono la struttura materiale dell’intelligenza artificiale.
IL GIOCATORE DI SCACCHI
Demis Hassabis (Regno Unito, 1976)
Ha cofondato l’azienda Deepmind, poi acquisita da Google, con un unico obiettivo: creare l’intelligenza artificiale generale, inizialmente per applicarla al gioco. Demis è prima di tutto uno scacchista superlativo, e infatti ha cominciato inventando un computer capace di battere il campione mondiale di scacchi. Poi ha deciso di dedicarsi a sfide più importanti, e ha vinto il premio Nobel per la chimica con John Jumper e David Baker nel 2024 per aver creato Alphafold, uno strumento in grado di predire la struttura delle proteine proprio grazie all’IA.
I DUELLANTI DI CHATGPT
Elon Musk (Sudafrica, 1971)
Arriva nella Silicon Valley per dei tirocini e da lì in avanti la sua carriera è un’accelerazione continua. Fonda e guida aziende molto diverse tra loro, tra cui SpaceX, che ha l’obiettivo di portare l’uomo su Marte, e Tesla, per diffondere le auto elettriche. È stato consigliere del presidente americano Donald Trump; quasi per gioco ha comprato Twitter, ribattezzandolo «X», e ha introdotto Grok, un chatbot simile a Chatgpt ma più irriverente. Genio o folle? Difficile dirlo.
Sam Altman (Stati Uniti, 1985)
È uno dei fondatori di Openai, la casa madre di Chatgpt, e uno dei pochi a esservi rimasto, anche se, nel 2023, è stato licenziato per alcuni giorni (non chiedetegli il perché). Non ha mai terminato la facoltà di informatica ma, a soli 19 anni, ha creato Loopt, un’app che permetteva di condividere con gli amici la propria posizione. Se oggi farlo vi sembra normale, è anche grazie a questo. È stato presidente di Y combinator, una sorta di palestra per start-up. Ha una qualità chiave: una grande visione commerciale e finanziaria.
I FRATELLI RESPONSABILI
Dario (Stati Uniti, 1983) e Daniela Amodei (Stati Uniti, 1987)
Due fratelli di origini italiane (il padre era toscano) che sembrano usciti da una storia di opposti che si completano: il sole e la luna, lo yin e lo yang. Dario ama i numeri, il calcolo infinitesimale e i problemi complicati: studia a Stanford, si laurea in fisica, specializzandosi in biotecnologie, prima di approdare alla Silicon Valley come sviluppatore. Daniela, invece, è attratta dalle parole, dalle storie: sceglie le materie umanistiche, si laurea in letteratura inglese e poi unisce il pensiero umanistico al mondo del business e dell’innovazione. Nel 2016 Dario entra in Openai, affascinato dall’idea di un laboratorio non profit che promette di sviluppare l’intelligenza artificiale tenendo al centro l’etica. Due anni dopo lo raggiunge anche Daniela. Con il tempo i due fratelli, d’accordo fra loro ma in disaccordo con la direzione dell’azienda, fondano Anthropic, una start-up dedicata alla ricerca e alla sicurezza dell’intelligenza artificiale, con un’idea chiara fin dal nome (rimettere l’essere umano al centro), ma sempre mossa da fini commerciali.
QUELLO DI DEEPSEEK
Liang Wenfeng (Cina, 1985)
È il fondatore di Deepseek, l’azienda cinese di intelligenza artificiale che ha una balena come logo e che, con la stessa irruenza, un bel giorno è comparsa sul mercato mondiale. Ha studiato informatica e ha fondato una società finanziaria, High-flyer, con cui ha ottenuto le risorse per il suo laboratorio di intelligenza artificiale, chiamato appunto Deepseek. Attraverso Deepseek ha voluto mostrare che i ricercatori cinesi, presenti in molte aziende tecnologiche degli Stati Uniti, possono ottenere ottimi risultati anche quando rimangono in Cina.
QUELLO DEI ROBOT
Jim Fan (Cina)
È un ricercatore trentenne di Nvidia e guida l’iniziativa sugli agenti IA, quei sistemi che non si limitano a risponderci, ma sanno anche fare delle cose. La sua missione è creare dei robot intelligenti tuttofare, capaci di muoversi nel mondo reale - immaginate robot che cucinano, camminano e non inciampano - e in quello virtuale, come giochi e videogiochi. Appassionato di visione artificiale, ha conseguito il dottorato allo Stanford Vision Lab sotto la supervisione di Fei-Fei Li. Nel 2016 è stato il primissimo stagista di Openai, quando Chatgpt era ancora fantascienza e nessuno immaginava che un giorno avrebbe quasi fatto i compiti al posto degli studenti.
Ma il bot non è tutto. Manuale di difesa per salvare l’umano
Nel suo famoso saggio Che cos’è l’arte, Tolstoj esprime lo scopo dell’esperienza artistica: «Risuscitare in sé stessi un sentimento già provato per trasfonderlo negli altri col soccorso di moti, di linee, di colori, di suoni, d’immagini orali: ecco il vero oggetto dell’arte».L’«arte» prodotta attraverso l’IA generativa può essere interessante o impressionante, ma senza nessun sentimento originale che crei l’impulso di creare, e perché mai, in mancanza di un’intenzione che guidi la creazione, dovremmo attribuirle un significato?Nel 2016, quando al regista di animazione Hayao Miyazaki, dello Studio Ghibli, vennero mostrate alcune immagini generate dall’IA nello stile di un suo film, il classico La città incantata, egli le definì: «un insulto alla vita stessa». Il rifiuto di Nick Cave di una «canzone» alla Nick Cave generata dall’IA, che definì una «grottesca contraffazione», mi sembra un atto di resistenza necessaria e di principio, se consideriamo l’intenzionalità e l’espressività umane al centro della creazione artistica. [...] Se davvero consideriamo la comunicazione e lo scambio di idee parte integrante della lettura, della scrittura e dell’istruzione, dovremmo opporci anche alla «necromanzia» digitale incorporata nell’interfaccia Khanmigo, che permette agli studenti di «chattare» con avatar che rappresentano personaggi storici, come Martin Luther King Jr o Thomas Jefferson. Evocare un Martin Luther King generato dall’IA, che risponda a domande sui diritti civili, potrà sembrare strano o futuristico ma, in termini di qualità e profondità delle conversazioni possibili, è decisamente inferiore al leggere le parole di King e reagirvi con idee personali. La nostra storia - i nostri pensatori, la nostra cultura - non è fissata per sempre. Viene riplasmata da ogni successiva intelligenza individuale che vi si confronti. [...] Tutto questo vale in particolare quando si tratta di come insegniamo a scrivere. La valutazione automatica degli scritti scolastici è diventata da decenni una sorta di miraggio per gli specialisti dell’apprendimento robotizzato, un problema fondamentale che, se risolto, aprirebbe la strada a una nuova comprensione non dell’istruzione, ma piuttosto di come funzionino gli algoritmi. I grandi modelli linguistici hanno cancellato tutti i precedenti tentativi, avendo dimostrato di poter generare plausibili risposte scritte, dietro suggerimenti minimi e del tutto diversi dal pre-addestramento richiesto dai precedenti approcci.Il Texas è passato a giudicare una quantità significativa degli scritti studenteschi ottenuti nei test valutativi servendosi di algoritmi. Gli studenti ottengono un buon punteggio se si avvicinano allo scritto giudicato in precedenza più che sufficiente. Consideriamo i valori soggiacenti a questa scelta: la scrittura non deve essere interessante, originale o comunicativa. Lo «scritto» migliore, secondo l’algoritmo, è quello che più assomiglia a quanto è venuto prima. Una ben misera griglia di valutazione, se lo scopo è trasformare i discenti in abili scrittori e in liberi pensatori.[...] Il mio giudizio definitivo sulle valutazioni e sulle stime algoritmiche della scrittura scolastica è semplice. Si scrive per essere letti. Ottenere che qualcosa che non sa leggere generi risposte alla scrittura è sbagliato. È un tradimento morale delle nostre responsabilità nei confronti degli alunni. Capisco benissimo le ragioni per cui si è tentati di delegare questo tipo di lavoro all’IA, soprattutto perché le ho vissute sulla mia pelle nella mia carriera d’insegnante - troppi studenti, tempo insufficiente, pressioni per ottenere risultati - però non sono altro che indici di problemi sottostanti che dovrebbero essere affrontati, invece di servirsi dell’IA per mascherarli.I grandi modelli linguistici sono meravigliosi risultati tecnologici che non c’entrano niente con la scuola e con le situazioni di apprendimento, quando si tratta di valutare o di dare giudizi sugli scritti degli studenti. Non possiamo chiedere ai ragazzi di comunicare con i lettori attraverso la scrittura facendo valutare il loro lavoro da qualcosa che non sa comunicare.
Un primo piatto abbondante, ma facile che potete fare anche in versione vegetariana e che si richiama ai sapori della primavera di montagna. Semplice e molto rapida questa pasta risolve in pochi minuti un pranzo o una cena con un sapore che invita a immaginare pascoli e prati di montagna.
Ingredienti – Un mazzetto di asparagi (meglio se di calibro ridotto) uno o due cipollotti di Tropea, 100 gr di speck (facoltativo) in due fette spesse, 100 gr di ricotta meglio se di mucca, 360 gr di pasta corta di semola di grano italiano, 4 o 5 noci, 4 cucchiai di olio extravergine di oliva, 4 cucchiai di Parmigiano Reggiano o Grana padano grattugiato, sale e pepe qb.
Procedimento – Mettete a scaldare l’acqua per la pasta, in una padella fate sudare lo speck che avrete ridotto a cubetti o a fiammifero, nel frattempo fate a rondelle gli asparagi salvaguardando intere le punte e tritate finemente la cipolla. Appena lo speck è diventato croccante toglietelo dalla padella e aggiungete l’olio extravergine di oliva, le cipolle e gli asparagi, fate stufare aggiustando di sale e pepe. Mettete a cuocere la pasta in acqua leggermente salata. Appena gli asparagi saranno morbidi ritirateli dalla padella e tenete da parte le punte: in un bicchiere da frullatore mettete gli asparagi, un paio di cucchiai di formaggio grattugiato e la ricotta. Passate al mixer fino a ottenere una crema.
Rimettete in padella speck e punte di asparagi scolate la pasta bene al dente saltatela in padella aggiungendo la crema di asparagi e ricotta (se serve aiutatevi con un po’ di acqua di cottura) portando la pasta a perfetta cottura e del caso aggiustando di sale e pepe. Servite con la granella di noci che avrete ottenuto dopo averle sgusciate e aver tritato grossolanamente al coltello i gherigli e una buona spolverata di formaggio grattugiato. Nel caso vogliate una versione vegetariana eliminate lo speck.
Come far divertire i bambini – Date loro il compito di guarnire il piatto con le noci.
Abbinamento – Abbiamo pensato a uno spumante metodo classico dei Monti Lessini da uva durella. In alternativa Sauvignon del Collio, Malvasia del Carso o Muller Thurgau della Val di Cembra.
La burocrazia uccide. Il 5 febbraio 2017 era sbarcato da clandestino a Vibo Marina. Tre settimane dopo, Camara Cissé, senegalese classe 1984, aveva chiesto asilo presso la questura di Lecco. L’anno dopo, il 27 settembre, la commissione territoriale di Milano/Monza glielo aveva negato. Il 30 ottobre 2019 è iniziato un interminabile contenzioso davanti alla giustizia italiana senza più aggiornamenti, che, sette anni dopo, è costato la vita a Pietro Alberto Paolo Signor, quarantottenne originario di Milano, in un parco del centro di Genova.
In questi anni, mentre era in attesa di regolarizzare la propria posizione, il senegalese ha deciso di segnalarsi per una condotta non proprio modello. È stato denunciato per rapina, furto, spaccio, ricettazione oltraggio, resistenza e violenza nei confronti di pubblici ufficiali. Un curriculum criminale di tutto rispetto che, però, non è bastato a farlo espellere.
Risultato? La morte di Signor, il quale, a sua volta, in passato era stato denunciato per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale. Al momento della richiesta, a Cissé era stato rilasciato un permesso temporaneo, rinnovabile fino alla conclusione della procedura. Che, nel caso del quarantaduenne africano, è diventata interminabile. Durante l’attesa, molti richiedenti vengono inseriti nel sistema di accoglienza, mentre Cissé è diventato un balordo di strada.
Davanti alla commissione territoriale, come tutti gli stranieri nella sua posizione, aveva dovuto raccontare la propria storia, spiegare le ragioni della fuga e rispondere alle domande dei commissari. Che, però, alla fine, hanno respinto la sua richiesta. Cissé ha impugnato il provvedimento davanti alla sezione specializzata del Tribunale competente, che in questo caso dovrebbe essere Milano. Quando il giudice conferma il rigetto, è possibile ricorrere in Cassazione (ma solo per contestare errori di procedura o di diritto). Per quanto riguarda Cissé, non è chiaro in quale fase si trovi il suo ricorso. L’unica cosa certa è che questa volta, come è già accaduto in passato, ci è scappato il morto. La vittima, la scorsa estate, aveva usufruito della mensa di Sant’Egidio, ma i volontari dell’associazione non lo ricordano come uno dei volti che si incontrano nei giri serali per la distribuzione di cibo e indumenti. Ancora ieri aveva pubblicato sul suo profilo Facebook un video musicale, una cosa che faceva pressoché ogni giorno: rapper americano o cantanti italiani. E fino a qualche tempo fa scriveva un blog di poesie e riflessioni a sfondo religioso ed esistenziale. Al momento, però, gli investigatori dell’Arma non sono riusciti a scoprire dove abbia passato le ultime notti. Infatti risulta residente in via alla Casa comunale 1, l’indirizzo virtuale istituito dal Comune di Genova per permettere l’iscrizione anagrafica alle persone senza fissa dimora.
Oltre ad amare la musica, Signor era appassionato di poesia, tanto da cimentarsi in sonetti che ha raccolto in una pubblicazione - il titolo è L’anima in poesia di Paps - che si può ancora trovare in diversi siti. Aveva anche studiato alla facoltà di Lettere e filosofia, a Trieste. Poi aveva cominciato a girare l’Italia. Ultima tappa a Genova, dove ieri mattina ha trovato la morte per mano di Cissé. Secondo la prima ricostruzione dei carabinieri del Comando provinciale di Genova, guidato dal colonnello Alessandro Magro, il cittadino senegalese, al culmine di una lite per futili motivi, ha colpito ripetutamente alla testa l’italiano, procurandogli una forte botta al volto e varie ferite che bisognerà accertare se siano state causate da cocci di bottiglia o da una lama. Quindi gli ha legato polsi e caviglie con indumenti che aveva nello zaino e lo ha trascinato in strada. Una ragazza ha visto la scena e ha chiamato il 112. Gli uomini dell’Arma, dopo la segnalazione, sono intervenuti in pochissimi minuti riuscendo a bloccare il presunto responsabile dell’aggressione mentre era ancora sul posto. Nelle telecamere di sorveglianza sono state trovate immagini che riprendono la lite e l’aggressione. Anche l’indagato, a chi lo ha fermato, non ha voluto spiegare il suo gesto. Cissé, alla vista dei militari, ha dato in escandescenza e si è scagliato contro di loro e, in stato di agitazione, è stato ricoverato presso l’ospedale San Martino, dove è stato piantonato in attesa del trasferimento nel carcere di Marassi. In serata, dopo il fermo, la polizia giudiziaria ha proceduto all’arresto e ha inviato gli atti in Procura.
Il parco dove è avvenuto il delitto, Villetta Di Negro, è stato chiuso per consentire al personale della scientifica dell’Arma di svolgere i rilievi. La ragazza che ha chiamato il 112 è stata portata in caserma e interrogata. È anche merito suo se l’omicida non è riuscito a nascondere il corpo senza vita di Signor. Gli inquirenti dovranno capire come mai, invece di scappare, l’africano abbia perso tempo a legare la vittima. Un errore che probabilmente gli ha impedito di far perdere le proprie tracce, anche se le telecamere del parco avevano ripreso l’omicidio. Villetta Di Negro è un piccolo gioiello ottocentesco con una scenografica cascata e il Museo d’arte orientale Chiossonem in stile razionalista, il tutto affacciato sulla Place de l’Etoile genovese, piazza Corvetto. Nonostante queste bellezze, da tempo il giardino pubblico è abbandonato al degrado e, nonostante la chiusura notturna, accoglie numerosi sbandati. «Sono più di due settimane che chiediamo, come minoranza del Municipio 1 Centro-Est, una commissione su Villetta Di Negro, perché la situazione di pericolo, tra spaccio e tossici, era già evidente e le preoccupazioni dei cittadini erano sotto gli occhi di tutti. In due settimane la risposta del presidente Simona Cosso è stata insufficiente. Oggi ci troviamo a commentare un omicidio nel pieno centro della città. Davvero bisognava arrivare a un morto per sperare di essere ascoltati?», hanno dichiarato i consiglieri di Vince Genova, lista civica di centrodestra. Il sindaco Silvia Salis ha risposto da una delle sue tante trasferte, questa volta in Puglia: «L’amministrazione comunale sta seguendo con grande attenzione gli sviluppi della tragica aggressione avvenuta questa mattina a Villetta Di Negro. In questi momenti, il mio pensiero va alla vittima e il mio ringraziamento va alle forze dell’ordine che, grazie al loro immediato intervento, hanno individuato e fermato subito il presunto responsabile e stanno ricostruendo la dinamica di una vicenda che ci colpisce profondamente».
Pochi mesi fa, per la prima volta in Italia, è stato realizzato un censimento nazionale delle persone senza fissa dimora in 14 grandi città. Genova si è segnalata per un non invidiabile record: qui la percentuale di persone costrette a dormire all’aperto ha raggiunto il 65,9%. Nel capoluogo ligure, guidato dalla prima cittadina che piace alla gente che piace, quasi due terzi dei senza dimora non trovano posto in una struttura. Uno di questi sfortunati ha trovato la morte in una mattina di fine maggio su una collinetta che quasi si affaccia su Palazzo Tursi, la nobile dimora dove ha la sua sede il Comune di Genova.









