Nei giorni in cui il Btp Valore si avvia a raccogliere in scioltezza 15 miliardi tra i piccoli risparmiatori, salta ancor più agli occhi la spesa per interessi per i 99 miliardi (che saliranno a 123 entro fine anno) di prestiti per il Pnrr.
Qualche giorno fa vi avevamo prudenzialmente parlato di 60 miliardi, ma applicando in modo certosino i tassi di raccolta sostenuti dalla Ue per le singole rate, il contatore è salito a circa 66,4 miliardi, spalmati tra agosto 2021, quando è stata incassata la rata di anticipo, e 2057, quando terminerà il rimborso delle ultime due rate che probabilmente incasseremo nel 2026. La seconda cattiva notizia è che quei 66 miliardi raccolti dalla Ue e girati all’Italia, hanno una scadenza media di 11 anni, ma il prestito erogato all’Italia ha una scadenza di 30 anni e quindi è esposto a variazioni dei tassi al variare dei tassi fissati dalla Bce. E lo scenario più probabile potrebbe essere un aumento.
Se queste sono le premesse, il risultato finale è quello di leggere sui comunicati che il Mef emette in occasione dell’incasso di ciascuna rata, un imbarazzante «da determinarsi», con riferimento al tasso d’interesse e al rendimento a scadenza. Questo perché la determinazione è rimessa ad un’intricatissima serie di calcoli che qui proviamo a spiegare. Mentre per comprendere i tassi delle emissioni di un Bot o di un Btp è sufficiente la scuola media. Immaginate una vasca con un rubinetto in cui la Commissione versa ripetutamente nel corso di un semestre i proventi delle emissioni di titoli; poi immaginate che durante quello stesso semestre gli Stati membri siano stati autorizzati a incassare una rata del Pnrr. A quel punto «l’acqua» viene prelevata, la vasca si svuota e si porta dietro per 30 anni il costo medio di tutte le emissioni versate in quella vasca, calcolato giorno per giorno. Il piano è strutturato in modo che tutte le «vasche» riempite ogni semestre (i cosiddetti comparti temporali) siano svuotate con precisione dai versamenti a favore degli Stati membri. Eventuali eccedenze o insufficienze sono colmate «travasando» dalle vasche relative ad altri semestri.
Compreso questo passaggio, il resto è tutto in discesa, ancorché umiliante per un Paese come l’Italia che non ha mai perso l’accesso ai mercati e che nel 2025 ha emesso in scioltezza 550 miliardi attirando investitori da tutto il mondo. Con l’enorme differenza di non dover rendere conto a Bruxelles della destinazione di quelle somme. Ogni rata ha un tasso di finanziamento iniziale che è il risultato della media di tutte le emissioni finite in ogni vasca, dai titoli a breve (entro i 12 mesi) a quelli a 30 anni, passando per tutte le scadenze intermedie.
E qui sorge un problema: poiché la durata media di quelle emissioni è di 11 anni e i rimborsi degli Stati membri partiranno dopo 10 anni dall’erogazione e si distribuiranno in quote costanti nei successivi 20 anni, la Commissione dovrà necessariamente rifinanziare i titoli in scadenza più volte fino al 2057, quando saranno conclusi tutti i rimborsi degli Stati membri. Ecco spiegato il perché al Mef non conoscono il tasso di interesse di ciascuna rata e quel tasso di 0,15% sulla prima rata è destinato a salire notevolmente, man mano che i titoli di quella «vasca» scadranno e la Ue dovrà rifinanziarli. Il tasso finale sarà noto solo quando sarà stato eseguito l’ultimo rifinanziamento dei titoli finiti nella vasca. E in 30 anni può accadere di tutto. Siamo quindi alla pietra dello scandalo: la Commissione ha insindacabilmente scelto una scadenza media nella raccolta dei fondi nettamente inferiore a quella della scadenza dei prestiti erogati, esponendo così i Paesi debitori a un rischioso tasso.
A questo punto arriva la nota obiezione secondo cui, a parità di scadenze, i tassi spuntati dalla Ue sul mercato dal 2021 sono stati leggermente inferiori a quelli dei nostri titoli di Stato, e quindi l’Italia ha risparmiato finanziandosi con la Ue, in confronto a quanto avrebbe pagato emettendo titoli pubblici. Obiezione respinta perché, premesso che nel 2025 la differenza si è quasi annullata, l’Italia avrebbe ben potuto scegliere di emettere titoli su una scadenza media diversa ed essere quindi meno esposta al rischio tasso o comprare delle coperture. Per esempio, l’Italia nel 2021 ha emesso 78 miliardi utilizzando Btp con scadenza 10, 15, 20 e 30 anni, con un tasso oscillante tra lo 0,80% del 10 anni e l’1,75% del 30 anni. Cosa avrebbe impedito all’Italia di raccogliere su scadenze altrettanto lunghe, quei 16 miliardi di anticipo ricevuti da Bruxelles e a un tasso così basso che oggi appare fantascienza, e chiudere là il conto degli interessi fino al 2057, peraltro con la Bce compratrice unica? Perché la Ue ha raccolto con scadenza media relativamente bassa, quando sapeva che i prestiti erano a 30 anni?
Ma il conto non finisce qua. Perché spuntano come funghi anche i cosiddetti costi di gestione della liquidità: poiché la Ue deve avere sempre una liquidità sufficiente per soddisfare le richieste di erogazione degli Stati membri, è costretta a raccogliere denaro in anticipo e tenerlo in attesa. Se, come è accaduto, le richieste di pagamento tardano ad arrivare, quella liquidità non solo non rende, ma in un contesto di tassi crescenti, diventa un costo, direttamente fatturato agli Stati membri (195 milioni solo nel primo semestre 2025).
Sempre convinti che consentire alla Commissione di giocare al «piccolo banchiere» - con l’Italia cliente quasi unico con i suoi 99 miliardi su 156 erogati - sia stato un buon affare?
Una circolare del Dipartimento di Pubblica sicurezza invita prefetti e questori a rafforzare la vigilanza sulle installazioni militari statunitensi presenti nel Paese. Con la crisi tra Stati Uniti e Iran torna l’attenzione sulle basi Usa in Italia: dove si trovano e quali regole ne disciplinano l’utilizzo.
L’inasprirsi della crisi in Medio Oriente e il rischio di un allargamento del confronto con l’Iran riaccendono i riflettori su una presenza militare che in Italia esiste da decenni ma che torna ciclicamente al centro del dibattito politico e strategico: le basi statunitensi sul territorio nazionale.
Nelle ultime ore il Dipartimento della Pubblica sicurezza ha invitato prefetti e questori a rafforzare la vigilanza attorno alle installazioni americane e ai siti sensibili collegati alla filiera militare. In una circolare interna, visionata dall’Ansa, si parla esplicitamente della necessità di aumentare i dispositivi di sicurezza non solo attorno alle basi Usa ma anche presso infrastrutture legate alla produzione e alla logistica bellica degli alleati. Il timore, spiegano gli apparati di sicurezza, è che l’escalation regionale possa riaccendere mobilitazioni antagoniste o antimilitariste, con possibili manifestazioni di protesta davanti alle installazioni considerate simbolo della presenza militare occidentale.
Il contesto internazionale rende la questione tutt’altro che teorica. Il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran ha riportato al centro della discussione il ruolo delle infrastrutture militari americane in Europa e nel Mediterraneo. Alcuni governi europei, come quello spagnolo e quello britannico, sono stati criticati da Washington per aver negato l’uso delle proprie basi nell’ambito delle operazioni contro Teheran. L’Italia, che ospita da decenni una presenza militare statunitense significativa, si trova invece in una posizione diversa: gli accordi bilaterali con Washington regolano in modo preciso l’utilizzo delle installazioni e prevedono procedure condivise tra i due Paesi.
Nel complesso sul territorio italiano vivono circa 13.000 militari statunitensi, distribuiti in una rete di infrastrutture che si estende dalla Sicilia al Friuli Venezia Giulia. Alcune sono basi operative vere e proprie, altre svolgono funzioni di supporto logistico, di comando o di comunicazione. Tra le più importanti c’è la Naval Air Station di Sigonella, in Sicilia, considerata uno degli hub strategici della marina statunitense nel Mediterraneo. Da qui decollano velivoli e droni utilizzati per missioni di sorveglianza e ricognizione su un’area che comprende Nord Africa, Medio Oriente e Mediterraneo orientale. Negli ultimi giorni il traffico di droni e aerei militari nella base siciliana è aumentato, soprattutto per attività di monitoraggio e supporto logistico.

Sempre in Sicilia si trova un’altra infrastruttura chiave, il sistema di comunicazione satellitare Muos di Niscemi, gestito dalla Marina americana e destinato a garantire collegamenti sicuri tra le forze armate statunitensi dispiegate in diverse aree del mondo. Più a nord, tra Pisa e Livorno, sorge Camp Darby, uno dei più grandi depositi di armamenti e materiali militari statunitensi fuori dagli Stati Uniti. Nato negli anni Cinquanta, il complesso rappresenta un nodo fondamentale della catena logistica americana in Europa e nel Mediterraneo, da cui possono partire rifornimenti destinati a operazioni militari in diversi teatri.
In Friuli Venezia Giulia la base aerea di Aviano ospita il 31st Fighter Wing dell’US Air Force, una delle principali unità operative americane presenti in Europa. L’infrastruttura è utilizzata congiuntamente dall’aeronautica italiana e da quella statunitense ed è stata spesso impiegata come piattaforma di supporto per operazioni Nato nei Balcani e in Medio Oriente. A Vicenza, invece, la caserma Ederle e il vicino complesso di Camp Del Din ospitano la 173ª brigata aviotrasportata dell’esercito americano, unità paracadutista impiegata in missioni che spaziano dall’Europa orientale all’Africa.
Altre infrastrutture completano la rete: il porto di Gaeta, che fornisce supporto logistico alle unità della Sesta Flotta statunitense nel Mediterraneo; Napoli, dove ha sede la Naval Support Activity e uno dei principali comandi operativi della Nato; e la base di Ghedi, in Lombardia, utilizzata per attività di supporto e stoccaggio di armamenti nell’ambito delle operazioni dell’Alleanza Atlantica.
La presenza americana in Italia non è il risultato di decisioni recenti ma affonda le radici nella scelta strategica compiuta dal Paese nel dopoguerra con l’adesione alla Nato. Il quadro giuridico che disciplina queste installazioni è complesso e in parte coperto da riservatezza. Il pilastro principale è il cosiddetto Accordo bilaterale sulle infrastrutture firmato nel 1954 tra Roma e Washington, spesso definito «accordo ombrello», che stabilisce le condizioni generali della presenza militare statunitense in Italia e il numero massimo di forze dispiegate. A questo si affiancano altri strumenti, come il Nato Status of Forces Agreement del 1951 e una serie di memorandum tecnici successivi.
Tra questi, il più noto è quello del 2 febbraio 1995, reso pubblico solo alla fine degli anni Novanta dopo la tragedia del Cermis. Il documento chiarisce la ripartizione delle responsabilità all’interno delle installazioni: formalmente il comando dell’installazione resta italiano, mentre il comandante statunitense mantiene piena autorità sul personale, sulle attrezzature e sulle operazioni americane. In caso di attività operative o movimenti significativi di mezzi e personale, la catena di comando statunitense deve informare preventivamente quella italiana, e eventuali divergenze vengono risolte attraverso le rispettive autorità nazionali.

In sostanza, le basi non possono essere utilizzate liberamente da Washington per operazioni militari offensive senza il consenso del governo italiano. Lo ha ribadito anche l’esecutivo nelle ultime ore. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha ricordato in Parlamento che le attività autorizzate riguardano principalmente operazioni Nato, addestramento e missioni operative non destinate al combattimento. «L’Italia non è in guerra e non è stata coinvolta», ha spiegato, aggiungendo che al momento non è arrivata alcuna richiesta di utilizzo delle infrastrutture italiane per azioni militari dirette.
Sulla stessa linea il ministro degli Esteri Antonio Tajani, che ha indicato la de-escalation come priorità diplomatica dell’Italia e dell’Unione europea. Il governo, ha spiegato, sta lavorando con gli alleati per evitare un allargamento del conflitto e favorire una soluzione politica.
Il dibattito sulle basi americane non è comunque una novità nella storia italiana. Episodi come la crisi di Sigonella del 1985, nata dal dirottamento della nave Achille Lauro, hanno dimostrato quanto delicato possa diventare il rapporto tra sovranità nazionale e presenza militare alleata. Più recentemente la questione è tornata ciclicamente al centro della discussione politica ogni volta che gli Stati Uniti hanno avviato operazioni militari in Medio Oriente.
Per ora, spiegano dal governo, non esiste alcuna richiesta formale da parte americana per utilizzare le basi italiane in operazioni contro l’Iran. Ma la nuova tensione internazionale e il rafforzamento delle misure di sicurezza attorno alle installazioni mostrano quanto queste infrastrutture continuino a rappresentare un elemento centrale nella strategia militare occidentale nel Mediterraneo e quanto il loro ruolo possa tornare rapidamente al centro della scena in caso di escalation.
Ecco #DimmiLaVerità del 5 marzo 2026. La nostra Mirella Molinaro ci rivela gli ultimi sviluppi dell'inchiesta sulla morte del piccolo Domenico.
Accade regolarmente da anni, con qualche rara eccezione sempre accompagnata da polemiche. Quando a compiere un reato è un immigrato, il più delle volte i media italiani evitano accuratamente di fornire (almeno nei titoli più visibili) indicazioni sulla sua nazionalità e il suo status.
La ragione è nota a tutti: con la scusa di combattere il razzismo si evita di far sapere ai lettori l’origine dei criminali, cosa che ovviamente non avviene quando il colpevole o presunto tale è un italiano o un europeo bianco. Il risultato è che talvolta si leggono titoli paradossali, in cui a compiere un furto, una aggressione o una molestia è semplicemente un «uomo», in alcun modo connotato. Se per caso si specifica la nazione di provenienza o se magari si sottolinea la condizione di clandestino del criminale, immediatamente piovono accuse di discriminazione e criptofascismo.
Va detto che problemi analoghi - dipendenti dal politicamente corretto che infetta la professione giornalistica - non sono presenti solo in Italia. Più o meno ovunque in Europa si trova traccia di simili imbarazzi a mezzo stampa quando a diventare protagonisti di fatti di cronaca sono gli stranieri. Ogni volta che si verifica un episodio anche solo lontanamente in odore di terrorismo, prima che siano rese note le generalità dei sospettati passano ore e ore. Le autorità tedesche in particolare sembrano tenacemente restie alle comunicazioni, o comunque lo sono state a lungo durante gli anni terribili in cui l’Isis imperversava.
In Svizzera, come ricorda il Corriere del Ticino, c’è stato un paio di anni fa un caso che ha sollevato particolari polemiche. Nel febbraio del 2024, un richiedente asilo iraniano di 32 anni armato di ascia e coltello ha preso in ostaggio 15 persone su un treno regionale vicino a Yverdon (Vaud). L’uomo era poi stato ucciso dalla polizia. Un episodio clamoroso che i giornalisti della Srf, la radiotelevisione franco-tedesca, raccontarono senza comunicare al pubblico la nazionalità e lo status dell’uomo armato. Le linee guida redazionali imponevano infatti di menzionare la nazionalità solo se «importante per la comprensione dell’accaduto». Un telespettatore, giustamente indignato, presentò un reclamo e gli organismi interni di controllo dell’emittente stabilirono che in effetti, in quella circostanza, i cronisti avrebbero dovuto fornire più informazioni sull’uomo che aveva creato il terrore sul treno.
Forse anche in virtù della figuraccia rimediata nel 2024, di recente la Srf ha deciso di modificare le linee guida e di menzionare la nazionalità di chi commette un crimine e di chi ne rimane vittima. Ma c’è molto di più: a settembre, il Consiglio nazionale svizzero - con 100 voti a favore, 84 contrari e 5 astensioni - ha approvato una proposta che prevedeva di rendere obbligatoria la comunicazione da parte delle forze dell’ordine della nazionalità degli autori di reati. Tale proposta è stata approvata ora (23 voti a favore, 16 contrari e una astensione) dal Consiglio degli Stati svizzero, cioè la Camera che rappresenta i vari Cantoni. In buona sostanza, d’ora in poi «nei comunicati di polizia, l’informazione deve includere età, sesso e nazionalità degli autori dei reati, degli indiziati e delle vittime, salvo che vi si oppongano motivi di protezione della personalità o che tali dati consentano di identificare persone». Insomma, le forze dell’ordine dovranno dire con chiarezza chi è l’autore di un reato, di conseguenza gli organi di stampa non potranno più fare finta di non saperlo, e qualora decidessero di omettere l’informazione saranno responsabili della propria scelta.
La proposta appena approvata è stata presentata da Benjamin Fischer (Udc) e, manco a dirlo, avversata dalla sinistra. Secondo Marco Chiesa, compagno di partito di Fischer «esiste un interesse pubblico a che la popolazione sia informata in modo veritiero, esauriente e trasparente sulla sicurezza pubblica, specie alla luce soprattutto delle ampie possibilità di partecipazione offerte dalla democrazia diretta. Questo vuol dire anche indicare l’età, il sesso e la nazionalità degli autori dei reati, di modo che i cittadini possano farsi un’idea dei fatti. Non si tratta di stigmatizzare chicchessia, bensì di attenersi ai fatti. L’opacità attuale e l’opportunismo politico non fanno che minare la fiducia della popolazione nelle istituzioni. La trasparenza invece rafforza il dibattito pubblico: per questo l’informazione deve essere completa». Difficile dargli torto.
Dato che la peste woke ormai è diffusa ovunque, però, anche in Svizzera c’è stato chi ha duramente criticato la proposta destrorsa. «I media hanno una responsabilità particolare, perché la loro copertura mediatica ha un grande impatto sulla percezione dell’opinione pubblica», ha detto al Corriere del Ticino Marianne Helfer, responsabile del Servizio per la lotta al razzismo (Slr). «La menzione frequente o non necessaria può rafforzare i pregiudizi, soprattutto se non vengono fornite informazioni comparabili». Fantastico: secondo la professionista dell’antirazzismo ogni volta che uno straniero commette un crimine bisognerebbe evitare di dirlo, oppure dirlo ma ricordare anche quanti crimini commettono gli autoctoni onde evitare di alimentare presunti pregiudizi.
La verità è che il fatto stesso che esista un dibattito su questo tema è assurdo e ridicolo. I media dovrebbero semplicemente raccontare i fatti come sono, senza preoccuparsi di proteggere questa o quella minoranza. Se a commettere un reato è uno straniero perché non si dovrebbe dirlo? La risposta a questa domanda è una sola: censurare la nazionalità di un criminale serve a difendere il sistema dell’immigrazione di massa. Bisogna evitare che la popolazione sappia che gli stranieri commettono crimini per fare sì che non si opponga all’ingresso di altri immigrati. Ecco perché la nuova norma svizzera è particolarmente importante: mette fine a decenni di ipocrisia e disinformazione, stabilisce che ai cittadini sia detta la pura e semplice verità. Se da queste parti avessimo un po’ di coraggio e onestà intellettuale, dovremmo prendere esempio.









