Oggi il Parlamento europeo vota a Strasburgo, in seduta plenaria, il rapporto finale sulla edilizia abitativa: si vuole contrastare il fenomeno della crescita dei prezzi delle case, tendenza che rende più difficile trovare un alloggio a buon prezzo. I giovani europei sono tra i più colpiti e spesso restano più a lungo a vivere con i genitori.
Per affrontare questa situazione, la Commissione europea ha nominato il suo primo Commissario per l’energia e gli alloggi e il Parlamento europeo ha creato una commissione speciale sulla crisi abitativa, con l’obiettivo di trovare soluzioni per case dignitose, sostenibili e accessibili in tutta Europa. Il lavoro prende spunto da un report sulla crisi abitativa in Europa disponibile sul sito internet del Parlamento europeo.
Detto ciò, sono due emendamenti di Ilaria Salis, la paladina delle occupazioni abusive, a far discutere. Insieme ad altri colleghi del gruppo The Left, la Salis ha presentato queste proposte di modifica: la prima «sottolinea la necessità di contrastare la criminalizzazione dell’occupazione di alloggi vacanti, in particolare di proprietà pubbliche e di proprietari con molteplici patrimoni residenziali, laddove tale occupazione sia effettuata da individui che non possono permettersi un alloggio ai prezzi di mercato prevalenti».
Il secondo emendamento di Salis & company «invita gli Stati membri ad attuare misure di protezione per le persone che non sono in grado di pagare l’affitto, tra cui il divieto di sfratti per mancato pagamento dell’affitto quando non è possibile fornire un’alternativa dignitosa; chiede misure di protezione speciali per garantire che i bambini non vengano sfrattati e l’istituzione di una moratoria europea sugli sfratti invernali».
La prode Ilaria quindi, avete letto bene, invita gli Stati membri a «contrastare la criminalizzazione dell’occupazione di alloggi vacanti», invece di contrastare le occupazioni, in barba ai diritti dei proprietari. Non solo: questo invito riguarda in particolare gli alloggi «di proprietà pubbliche e di proprietari con molteplici patrimoni residenziali», ma non specifica cosa significa «grandi patrimoni», accomunando di fatto chi possiede magari la propria abitazione, una casa al mare e una destinata ai propri figli, con i grandi immobiliaristi multimilionari.
Sono molteplici e documentati i casi di poveri cristi, pensionati, lavoratori, che si sono ritrovati con la casa di proprietà occupata abusivamente, e che non riescono a rientrarne in possesso (il governo guidato da Giorgia Meloni ha varato alcuni provvedimenti proprio per velocizzare gli sfratti in questi casi). Naturalmente, la proposta della Salis e dei suoi colleghi ha scatenato diverse reazioni, che La Verità ha raccolto: «Ilaria Salis», ci dice Carlo Fidanza, capodelegazione di Fratelli d’Italia-Ecr al Parlamento europeo, «non fa mistero di essere il principale sponsor di ogni tipo di illegalità. Abbiamo già respinto questi emendamenti in commissione e così sarà anche in plenaria. L’immunità che le è stata scandalosamente garantita per un cinico gioco politico contro Orbán, per fortuna non significa adesione alle sue folli posizioni». Sul piede di guerra anche la Lega: «Le proposte della Salis non stupiscono», commenta al nostro giornale l’eurodeputata del Carroccio Silvia Sardone, «il suo è il volto della sinistra estrema che considera l’illegalità quasi un vanto. Chi ha passato anni a sostenere le occupazioni abusive ora vuole farne un diritto. Il sogno della Salis e dei compagni è istituzionalizzare l’occupazione abusiva: d’altra parte i suoi amici dei centri sociali sono protagonisti in tutta Italia di abusi di questo tipo e quindi la Salis, loro riferimento in Parlamento, si spende per salvaguardare i delinquenti antagonisti. Noi ci opporremo in ogni modo a qualsiasi tentativo di questo tipo: le occupazioni sono un danno per le persone perbene, in difficoltà, che attendono un alloggio rispettando le leggi». Ci va giù dura anche l’europarlamentare della Lega Anna Cisint: «Legalizzare i ladri di case. Questa è la geniale proposta di Ilaria Salis e dei suoi colleghi della sinistra al Parlamento europeo. In sostanza», riflette la Cisint con La Verità, «se possiedi più di una casa, secondo loro, non hai più diritto ad alcuna tutela! Se qualcuno non paga l’affitto, beh pazienza, sei capitalista e quindi non puoi sfrattare proprio nessuno. D’altro canto Salis alle illegalità pare essere abituata: oggi siede su uno scranno europeo dopo essere diventata famosa nell’ambiente dell’estrema sinistra per essere stata accusata di aver malmenato, con lesioni potenzialmente letali, un manifestante che lei ha definito “fascista”. Non solo le sue sono proposte irricevibili», aggiunge Anna Cisint, «ma ovviamente in Parlamento faremo le barricate per non farle passare. Anche questa volta lei e i suoi sodali mostrano tutta la barbarie ideologica di chi trasforma il mancato rispetto della legge in un diritto da acquisire, a discapito di chi le regole, con sacrificio, le rispetta. Una vergogna istituzionalizzata».
Al di là del prezzo. E se iniziasse a scarseggiare il petrolio, da cui dipende il 70% circa dell’economia mondiale? I Paesi del G7 stanno valutando il rilascio coordinato di una parte delle riserve strategiche di greggio per contenere l’impennata dei prezzi sui mercati internazionali dopo l’escalation militare tra Stati Uniti, Israele e Iran. Secondo quanto riportato dal Financial Times, l’operazione potrebbe arrivare fino a 400 milioni di barili e verrebbe coordinata dall’Agenzia internazionale per l’energia. Finora almeno tre Paesi del gruppo, tra cui gli Stati Uniti, hanno espresso sostegno all’ipotesi, mentre la Ue - come al solito - deciderà oggi. Forse.
Nel complesso, i membri del G7 dispongono di circa 1,2 miliardi di barili di riserve strategiche. Il possibile rilascio avrebbe però un impatto limitato sui consumi globali. Con una domanda mondiale stimata tra 102 e 103 milioni di barili al giorno, 400 milioni di barili coprirebbero circa quattro giorni di fabbisogno globale. Tuttavia il dato più rilevante riguarda i flussi provenienti dal Golfo Persico: circa il 20% del petrolio mondiale passa attraverso lo Stretto di Hormuz. In questo scenario, una liberazione di 400 milioni di barili garantirebbe circa venti giorni di petrolio «sicuro», cioè sufficiente a compensare temporaneamente la quota di greggio che normalmente transita attraverso lo Stretto in caso di blocco delle spedizioni. Se però rilasci ora le riserve, cosa si fa se tra un mese Hormuz è ancora chiuso?
Con tutte queste ipotesi sul tavolo il prezzo del petrolio, Wti texano e Brent europeo, sembravano in giostra a Gardaland ieri. Partiti a quasi 120 dollari al barile, sono crollati sotto i 100 per poi risalire. In ogni caso la tendenza è rialzista, in assenza di novità dal fronte bellico, spinta dai timori di carenze legate alle interruzioni delle forniture dal Medio Oriente. Il blocco - o la riduzione - del traffico nello Stretto di Hormuz rappresenterebbe uno dei più gravi shock dell’offerta nella storia del mercato petrolifero. Secondo diverse stime, la chiusura della rotta comporterebbe una perdita di circa 20 milioni di barili al giorno, una quantità superiore a quella registrata nelle principali crisi energetiche degli ultimi decenni, come la guerra dello Yom Kippur del 1973, la rivoluzione iraniana del 1979 o il conflitto tra Iraq e Kuwait del 1990.
Alcuni produttori della regione hanno già iniziato a ridurre la produzione. Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita avrebbero rallentato i flussi, mentre le infrastrutture di stoccaggio locali stanno progressivamente raggiungendo la capacità massima. Gli analisti di JP Morgan stimano che nei prossimi giorni i tagli potrebbero superare i quattro milioni di barili al giorno. Finora nessun Paese ha interrotto completamente l’estrazione, ma diversi osservatori ritengono che la situazione possa peggiorare se le tensioni militari dovessero protrarsi. «Se i produttori al di fuori di Iraq e Kuwait fossero costretti a ridurre la produzione, la capacità di ripristinare rapidamente l’approvvigionamento pre-crisi diventerebbe sempre più limitata», spiegano gli analisti di Société Générale in una nota. «Il fattore tempo è quindi fondamentale: più a lungo persistono le interruzioni, maggiore è la probabilità che quelle che inizialmente sembrano interruzioni temporanee si trasformino in perdite di approvvigionamento più durature». E «gli Emirati Arabi Uniti sono probabilmente il prossimo produttore a rischio di interruzione della produzione, potenzialmente entro i prossimi cinque-sette giorni», scrivono. «Anche il Qatar è vulnerabile».
Se in Europa, come dicono a Bruxelles, «non c’è rischio di una imminente carenza di petrolio», in Asia, particolarmente esposta alle forniture provenienti dal Golfo, Corea del Sud e Thailandia hanno già annunciato tetti ai prezzi dei carburanti. Il presidente sudcoreano Lee Jae Myung ha parlato di un «peso significativo» sull’economia nazionale e ha promesso interventi rapidi per stabilizzare il mercato. In Thailandia il governo ha invitato la popolazione a non accumulare carburante e ha deciso di limitare temporaneamente il prezzo del gasolio per quindici giorni, mentre in alcune aree si sono già registrate code ai distributori. Anche altri Paesi stanno valutando misure straordinarie. Il Vietnam sta preparando la sospensione temporanea di alcune tasse sulle importazioni di carburante, mentre nelle Filippine il presidente Ferdinand Marcos Jr. ha annunciato l’introduzione di una settimana lavorativa di quattro giorni per parte degli uffici pubblici con l’obiettivo di ridurre i consumi energetici.
Pure negli Usa i prezzi dei carburanti sono in rally. E la Casa Bianca sta esaminando diverse opzioni per contenere l’aumento dei prezzi del petrolio. Secondo Reuters, tra le misure allo studio figurano la limitazione delle esportazioni statunitensi di greggio, l’intervento sui mercati dei future e la sospensione di alcune imposte federali sui carburanti. L’amministrazione starebbe inoltre valutando la possibilità di sospendere temporaneamente alcune norme del Jones Act, che impone il trasporto domestico di carburante su navi battenti bandiera americana.
Il presidente Donald Trump ha definito l’aumento dei prezzi del petrolio un «piccolo prezzo da pagare» rispetto all’obiettivo di neutralizzare la minaccia nucleare iraniana, mentre il segretario all’Energia Chris Wright ha sostenuto che le quotazioni dell’energia potrebbero ridursi se verrà ripristinata la sicurezza del traffico nello Stretto di Hormuz. Ok, ma quando sarà?
Dapprima, il raggio d’intercessione e grazia di Giovanni Battista Montini, papa Paolo VI (1897-1978), giunse negli Stati Uniti, nel 2001. Al quinto mese di gravidanza, una donna ebbe gravi problemi con il liquido amniotico della membrana fetale, con rischio di decesso del nascituro o malformazioni. I medici consigliarono l’aborto. Pregò Paolo VI, autore di Humanae Vitae (1968). Il bimbo nacque sano. Un miracolo. Quello per cui il Papa bresciano fu proclamato beato. Nel 2014 un’altra stilla piovve sul paese di Villa Bartolomea, 6.000 abitanti, nella pianura a Sud di Verona. A causa di un evento accidentale durante una villocentesi, Vanna Pironato, infermiera professionale ospedaliera, in stato di gravidanza, prese atto della fuoriuscita del liquido amniotico dalla membrana. Con il marito, Alberto Tagliaferro, impiegato in una finanziaria del settore auto, nato nello stesso anno della moglie, 1978, decise di proseguire la gestazione. Solo una carezza invisibile e taumaturgica poteva superare i limiti delle tecniche mediche e illuminare una situazione disperata. Amanda vide la luce nella notte di Natale, a Verona, sotto gli occhi quasi increduli del personale sanitario. Oggi ha 11 anni ed è una bimba sana e felice. Il miracolo che ha consentito la sua nascita è stato attribuito a Paolo VI, quello per cui la Chiesa cattolica l’ha dichiarato santo, nel 2018. Vanna e Alberto che, accanto ad Amanda, hanno altri due figli, Riccardo, 14 anni, e Luisa, 6, e vivono a Villa Bartolomea in un’abitazione a pochi passi da un giardino pubblico intitolato proprio a papa Montini, raccontano la loro straordinaria storia.
Quell’esame…
Vanna: «Ho fatto un’indagine pre-natale invasiva, la villocentesi. Si sono rotte le membrane che contenevano il liquido amniotico di Amanda. Dopo un paio di giorni è fuoriuscito».
Da quel momento il sacco amniotico ne è rimasto privo.
Vanna: «Sì, da allora è sempre rimasta senza liquido. Ero a 13 settimane, terzo mese. Sono andata al Pronto Soccorso di Legnago (Verona, ndr.) dove è stata per la prima volta pronunciata una parola che ha costellato tutta la gravidanza, cioè “questo è un aborto. Il cuore della bimba batterà ancora per poco tempo”».
Alberto: «Quel giorno ero a Bolzano e Vanna mi chiamò in lacrime. La prima cosa che feci in auto, nel viaggio di ritorno, fu quella di pregare, cosa lontana dalle mie abitudini dell’epoca perché, pur essendo cresciuto con un’educazione cattolica, nell’adolescenza-gioventù mi ero allontanato da Dio e dalla fede. Fu l’inizio di tante preghiere».
Cosa accadde poi?
Vanna: «Ricostituire la membrana è impossibile. Si possono fare amnio-infusioni. Le abbiamo fatte a Monza dalla dottoressa Patrizia Vergani, dalla 17ª-18ª settimana. C’era una piccola possibilità che la membrana si rimarginasse da sola. Fui dimessa, ma avevo dolori. Dovevo prendere antibiotici, anche perché la membrana rotta può causare la setticemia della madre, un’infezione generalizzata. Poi decidemmo di provare a Verona, a Borgo Roma. Scuotevano la testa, per dire che non c’era speranza. In un counseling ci dissero che in quelle condizioni non si sarebbe potuta formare nemmeno la prima cellula del polmone e quindi si sarebbe spenta da sola nella pancia. Quindi mi hanno proposto l’aborto terapeutico che, per legge, può avvenire fino a 22 settimane e 6 giorni di gestazione».
Perché decise di fare quella villocentesi?
Vanna: «La storia di Amanda nasce da una culla usata. Andai a comprarla in un paese vicino. Questa mamma me la diede come una cosa preziosissima. “È nuova, non ci ha mai dormito la bambina dentro, no, perché è morta, a tre mesi”. Aveva un problema del Dna, una trisomia del 13° cromosoma, incompatibile con la vita. Le proposero una interruzione della gravidanza e lei rispose “mai al mondo potrei pensare di uccidere la mia bambina”. Inizialmente pensai fosse una scelta egoistica che portava solo sofferenza. Sopra la culla c’era la medaglietta della Madonnina misericordiosa. Sono sempre stata credente ma mi ponevo domande. Poi capii che solo Dio può dare e togliere la vita».
Il responso dell’esame quale fu?
Vanna: «La paura di non avere un feto sano mi fece fare l’indagine prenatale, che altrimenti non avrei fatto. La risposta, che arrivò circa due settimane dopo, fu che il feto era sano. E poi non lo era più».
Alberto: «La rottura delle membrane è stata una conseguenza della villocentesi. Quando giunse il responso il patatrac era già avvenuto. Una delle complicanze, con probabilità dell’1-2%, di questo esame, è la rottura delle membrane».
Vanna: «L’ago preleva un villo coriale. Probabilmente, forse a causa di qualche colpo di tosse, ha rotto questo “palloncino” da cui è fuoriuscito il liquido. Da lì ospedali di Legnago, Monza, Roma. A fianco della via medica, quella spirituale. La mia amica, infermiera, mi disse “ho incontrato un ginecologo in corridoio, Paolo Martinelli, vi consiglia di pregare Paolo VI”, che non conoscevo. “Ha fatto un miracolo su un feto di 5 mesi e tu sei quasi a 5 mesi”. Aveva letto la notizia poco prima ed era devoto di Paolo VI, appena proclamato beato per questo miracolo».
Avete messo in pratica il consiglio…
Alberto: «Fin che andavano a Verona in ospedale, dove hanno consigliato l’aborto terapeutico, Vanna ha fatto una ricerca per capire dove andare a pregare. E lì abbiamo scoperto che Paolo VI era di Brescia, nato proprio lo stesso giorno, il 26 settembre, di mio fratello, anche lui si chiama Paolo. Allora proseguimmo verso il santuario della Madonna delle Grazie a Brescia, dove Paolo VI fece la sua prima messa. È stata la prima volta che abbiamo pregato insieme».
Nel santuario trovaste una preghiera di grazia. (Vanna ne mostra il testo). «Signore, la nostra povertà ci porta a chiedere il tuo aiuto. Si fa voce e interprete delle nostre richieste il papa Paolo VI [...]. Per sua intercessione concedi il tuo aiuto per ottenere la grazia di…».
Vanna: «Dopo aver recitato la preghiera abbiamo scritto Amanda».
Poi, cosa faceste?
Vanna: «All’ospedale di Legnago il primario disse “amnio-infusione”. Cercammo contatti per farla. È l’infusione di una soluzione di Nacl. Andammo, in treno, al Gemelli, a Roma. Ci dissero che dovevamo stare lì per quattro settimane oppure fare avanti e indietro. Ci diedero l’alternativa della dottoressa Vergani del San Gerardo di Monza, specializzata in gravidanze problematiche e amnio-infusione. Le mandammo una mail. Ci rispose subito. Ci aspettava per il lunedì successivo».
Al San Gerardo come andò?
Vanna: «Bisognava fare un’amnio-infusione la settimana per 8 settimane. La prima riuscirono a farla. La membrana era come un palloncino bucato. Stavo immobile per far rimanere il più possibile il liquido ma fuoriusciva subito. La seconda non andò bene, fu difficile trovare la bolla. Sentii Amanda muoversi. Si era messa in un modo in cui non fu più possibile far nulla».
Quindi tornaste a casa…
Vanna: «Tornammo affranti. Davamo la bimba quasi per perduta. Ma Dio voleva altro. Aborto sì, aborto no? Me lo chiedevo tutte le sere. Non posso dire che non ci ho mai pensato. Ma se avessi chiesto ad Alberto di portarmi, lui non l’avrebbe fatto. Nelle mie notti insonni ho instaurato un dialogo con Dio, un monologo, perché non rispondeva. Ma c’era, c’è stato, l’abbiamo capito dopo. Se ci fossimo fatti sopraffare dalla paura, e quindi dal demonio, perché il demonio è contro la vita, contro il matrimonio… Le leggi sull’aborto e il referendum sul divorzio sono nate sotto il papato di Paolo VI e per lui è stato un dolore immenso. Feci un’altra ecografia. A Borgo Roma a Verona consigliano un ricovero in attesa delle contrazioni. Una neonatologa mi disse: “La bimba nascerà, le affideremo solo cure compassionevoli”».
Alberto: «Questo significa accompagnarla alla morte».
A quel punto, cosa accadde?
Vanna: «Ero a 23 settimane e tre giorni, passato il termine per l’aborto terapeutico. Allora mi sono sentita libera di non scegliere più. Alzai la testa: “Adesso tocca solo a Te. Siamo nelle tue mani”».
Alberto: «Una sera Vanna aveva dolori fortissimi».
Vanna: «Ero a 26 settimane e quattro giorni. Al sesto mese».
Alberto: «Partiamo alle 3 di notte per Borgo Roma a Verona. Pioveva. Arriviamo alle 4. La bimba stava uscendo. Il primo figlio era nato col cesareo. Vanna lo chiese. Non prevedevano nemmeno la presenza del neonatologo. Ci fecero le condoglianze. “Signora, le evitiamo un taglio”. “Per la bambina non c’è niente da fare”».
Alberto, come ricordi quei momenti?
«Erano circa le 6-7 del mattino e io fuori della sala del Pronto soccorso ostetrico con davanti un presepe. Quella non era una notte qualsiasi, ma la notte di Natale. Pensai “forse non è un caso”. Passarono minuti interminabili. Dalla sala sentii: “Ecco, adesso è nata”.
Vanna: «Sentii che chiesero ad Alberto il nome. “Tagliaferro Amanda”. Pensavo dovessero compilare il certificato di morte».
Alberto: «Uscirono con la termoculla. Non sapevo se era viva o morta. La vidi con gli occhi aperti. Pensai: “È morta”. In realtà si stava guardando intorno. Pensai: “È viva, ce l’ha fatta!”». (Vanna mi fa vedere la foto con la bimba poco dopo la nascita. Le squilla il telefono. È Amanda: «Mi sono comprata qualcosa di utile per la scuola!»).
Vanna, come giunse la notizia alla Santa Sede?
«La notizia arrivò a Brescia. Don Pierantonio Lanzoni, il vicepostulatore della causa di Paolo VI, l’autore della preghiera di grazia, ci cercò. Ci convocarono. Portammo 990 pagine di fotocopie di cartelle cliniche. Analizzate da sette medici laici in Vaticano, decretando all’unanimità che la nascita di Amanda non è scientificamente spiegabile. Il miracolo in sé è stato dichiarato nella vita intra-uterina. Questo ha fatto sì che Paolo VI diventasse santo. La parte teologica è strettamente correlata all’Humanae vitae. Penso che Dio ci abbia usato come strumento».
In occasione dell’8 marzo Non una di meno intona cori da anni Settanta, precisando che le sedi dei pro life vanno incendiate «con loro dentro, sennò è troppo poco». Sono innumerevoli gli articoli su PubMed che testimoniano i danni, anche se in effetti basterebbero un buon libro di fisiologia e di patologia medica per chiarire il problema. La disidratazione rappresenta una condizione clinica determinata da un bilancio idrico negativo in cui la perdita di acqua supera l’introito. La letteratura scientifica sottolinea come anche modeste riduzioni dell’acqua corporea, pari all’1-2% del peso totale, siano sufficienti per alterare parametri fisiologici e cognitivi. La popolazione anziana, pediatrica, gli adolescenti, i lavoratori di lavori pesanti fatti all’aperto nei mesi estivi, gli atleti e i soggetti con patologie croniche costituiscono i gruppi maggiormente vulnerabili, ma ogni creatura umana sottoposta al danno della disidratazione, alla sofferenza della sete, subisce un danno. Le evidenze raccolte mostrano che la disidratazione non è un evento isolato ma un fattore di rischio trasversale in grado di incidere su performance, capacità decisionali, omeostasi cardiovascolare e funzione renale.
La funzione cerebrale è altamente dipendente dall’equilibrio idroelettrolitico. Studi clinici e sperimentali mostrano che la disidratazione anche lieve compromette processi cognitivi superiori quali attenzione sostenuta, velocità di elaborazione, memoria di lavoro e capacità decisionale. Sono state osservate alterazioni neurocomportamentali come irritabilità, calo della vigilanza e peggioramento dell’umore, attribuibili alla ridotta perfusione cerebrale e alle variazioni di osmolarità plasmatica. Chi rispetta il Ramadan aumenta il suo rischio di errore, per esempio causando l’incidente stradale che ti ammazzerà. La disidratazione aumenta l’aggressività e diminuisce l’autocontrollo. I violenti gesti di aggressione agli infedeli che osano mangiare e bere durante il Ramadan non sono solo dovuti all’intolleranza islamica. Sono anche l’espressione del banale odio che il sofferente prova per chi si è rifiutato di soffrire. La disidratazione media e grave può anche danneggiare neuroni portandoli a morte. I bambini, per via della maggiore superficie corporea e dell’immaturità dei sistemi di termoregolazione, presentano peggioramenti nelle prestazioni scolastiche e nelle attività complesse. Il tollerante di turno vi spiegherà che i bambini sono esentati dal Ramadan, e qui si arriva all’annoso problema: definisci bambino. Sono esentati dal Ramadan i bambini prepuberi, quindi una bambina di 10 anni che abbia già avuto le mestruazioni ha l’obbligo, e soprattutto hanno l’obbligo i postpuberi, cioè gli adolescenti, che vivono il periodo in cui si formano maggiormente sinapsi nel cervello, sinapsi che serviranno per tutta la vita. Un cervello disidratato forma meno sinapsi. Gli anziani manifestano rapidamente confusione mentale, riduzione dell’attenzione e destabilizzazione dell’equilibrio, con conseguenze potenzialmente severe come cadute e riduzione dell’autonomia funzionale, nella fiduciosa speranza che non stiano guidando. L’aumento dell’aggressività rende il periodo del Ramadan un periodo di violenza moltiplicata, qualsiasi tipo di violenza: da quella domestica alla rissa, dalla violenza politica al pestaggio anche mortale di animali domestici. La diminuzione dell’attenzione moltiplica incidenti stradali e incidenti sul lavoro. La disidratazione agisce direttamente sul volume plasmatico e sulla viscosità ematica. La diminuzione del ritorno venoso comporta una riduzione della gittata cardiaca, determinando un aumento compensatorio della frequenza cardiaca. Sotto condizioni di stress termico o di attività fisica intensa, la capacità dell’organismo di dissipare calore tramite sudorazione e vasodilatazione cutanea risulta compromessa. Questo porta a un incremento della temperatura corporea centrale e a un maggior rischio di sviluppare ipertermia e colpo di calore. La disidratazione influisce negativamente sulla performance fisica sia aerobica che anaerobica.
Deficit idrici pari al 2-3% determinano una riduzione significativa della resistenza, un aumento della percezione dello sforzo e un deterioramento della forza muscolare. Se uno fa il muratore e si trova su una scala, questo può diventare causa di incidente. La compromissione della termoregolazione contribuisce ulteriormente alla diminuzione della capacità di sostenere attività prolungate, con decrementi prestazionali documentati fino al 20-30%. Se uno è operaio alla catena di montaggio questo è un problema. Le attività che richiedono rapidità di esecuzione, potenza esplosiva o coordinazione fine, per esempio l’orefice o il chirurgo, risultano particolarmente sensibili alla perdita di liquidi a causa dell’aumento dello stress cardiocircolatorio e della riduzione della funzionalità neuromuscolare. Il rene è l’organo simbolo della vulnerabilità alla disidratazione. La riduzione della perfusione renale causa un calo della filtrazione glomerulare e un aumento del riassorbimento tubulare di acqua, con conseguente incremento dell’osmolarità urinaria. Questa condizione favorisce la formazione di calcoli renali per cristallizzazione dei sali e incrementa il rischio di danno renale acuto, soprattutto nei soggetti con comorbilità cardiovascolari.
La disidratazione cronica è stata inoltre associata a un potenziale peggioramento della progressione della malattia renale cronica, sebbene siano necessari ulteriori studi per chiarire i meccanismi patogenetici coinvolti. Il rischio aumenta sensibilmente negli anziani, che spesso presentano polifarmacoterapia (diuretici, Ace inibitori, Fans) e alterazioni dell’assetto ormonale responsabile dell’omeostasi idrica.
Gli anziani sono predisposti alla disidratazione per molteplici ragioni: ridotta percezione della sete, deficit cognitivi, mobilità limitata, assunzione di farmaci che alterano l’equilibrio idrico e patologie croniche. La disidratazione in questa fascia di popolazione può manifestarsi con ipotensione, confusione e aumentato rischio di ospedalizzazione. I bambini, invece, per la loro fisiologia, sviluppano più rapidamente alterazioni idriche significative e presentano un rischio maggiore di complicanze gravi in presenza di febbre, diarrea, vomito o attività fisica intensa. L’analisi integrata degli studi evidenzia come la disidratazione, anche lieve, sia associata a un insieme complesso di effetti sistemici in grado di compromettere funzioni cognitive, capacità fisiche, stabilità cardiovascolare e salute renale. La prevenzione della disidratazione attraverso un adeguato apporto idrico rappresenta un intervento semplice ma estremamente efficace nella riduzione della morbilità, soprattutto nelle popolazioni vulnerabili, a meno che non sia vietato per motivi religiosi. I bambini sotto la pubertà in teoria non dovrebbero partecipare al Ramadan; in realtà sempre più spesso il divieto viene esteso anche a quelli dai sette anni in su. Il Ramadan è obbligatorio per gli adolescenti, cioè dopo la pubertà, cioè in organismi in fase di accrescimento veloce, quando la disidratazione è particolarmente dannosa. L’adolescenza è, il periodo di massima esplosione di sinapsi, è una fase in cui le carenze hanno effetti gravi e non sempre reversibili.
Dato quanto sopra si pongono tre domande, che non sono un espediente retorico, ma vere domande che pretendono una risposta. Perché il Ramadan non è vietato? Un’attenzione alla salute pubblica talmente invasiva che obbliga ai vaccini, farmaci su cui ci sono molti dubbi, non vieta la disidratazione, situazione drammaticamente pericolosa e dannosa al di là di ogni ragionevole dubbio. Come è possibile che personaggi politici, religiosi, presidi, insegnanti, giornalisti e cosiddetti intellettuali, parola dall’etimologia sempre più impenetrabile, si congratulino con una pratica che frigge il cervello, prende a calci il cuore e fotte il rene, facciano raccomandazioni per non stressare i cervelli disidratati con interrogazioni e pretese di intelligenza che non può esserci in un cervello disidratato, salutino con tenerezza spesso dentro alle moschee una pratica disumana e pericolosa? Terza domanda: come è possibile che qualcuno creda che regole dannose per la salute, regole che sono sofferenza, danno, follia, incidenti, morte, infarto, ictus e insufficienza renale possano venire da Dio?










