Si scoprono patrioti europei solo quando alla Casa Bianca c’è un presidente di destra
Dopo le intemerate di Peppe Provenzano e Nicola Zingaretti, la stampa nostrana schiera il pezzo da novanta: l’intervista a giornali unificati (Repubblica e Corriere) al governatore dem della California, Gavin Newsom, che catechizza l’Europa contro il bullismo di Donald Trump: «È ora di reagire», incita sul quotidiano di via Solferino, «è ora di fare sul serio e smettere di essere complici». A stare «dritti e saldi», come chiede l’astro nascente della sinistra Usa, dovrebbe aiutarci Emmanuel Macron: Sandro Gozi, eurodeputato per il partito del presidente francese, invita a «seguire il suo esempio»; Repubblica racconta che «l’Eliseo guida la rivolta» contro l’imperialismo del tycoon; il Corriere gongola per la battuta sull’«occhio della tigre» di Macron, costretto a portare gli occhiali da top gun per un disturbo oculare.
«Riferimento al film di Rocky», osserva il foglio, «o forse anche a Georges Clemenceau, “la tigre” della prima guerra mondiale». Non è Napoleone, ma poco ci manca. Così, alla testa dell’Ue che «si ribella a Trump» (La Stampa), dovrebbe mettersi il leader più decotto dei 27 (dato che l’inglese Keir Starmer non sta più nell’Unione). Cacciato dall’Africa che neocolonizzava prima che il neocolonialismo diventasse peccato - peccato commesso da Trump, chiaramente. Sommerso da fondamentali economici disastrosi. Prigioniero della «permacrisi» dei suoi governi, per usare il neologismo caro a Ursula von der Leyen. Candidato a diventare il becchino della quinta Repubblica transalpina.
È questo l’effetto Groenlandia, che sarà probabilmente rinforzato dalle sberle del discorso di The Donald a Davos: l’Europa - recita il nuovo motto - deve recuperare la sua autonomia strategica dagli Stati Uniti. E sarebbe pure giusto: il patriottismo europeo non l’ha mica inventato ieri l’ex commissario Thierry Breton, che l’ha citato, inneggiando addirittura alla «resistenza»; è quello che i conservatori invocano da decenni. Purché, certo, l’Europa faccia l’interesse dei suoi popoli, esattamente come Trump fa l’interesse del suo. Ma dov’erano i fautori dell’indipendenza del Vecchio continente, quando l’Unione si accodava a Joe Biden sull’Ucraina? Erano drogati di guerra «per i nostri valori», tanto da diventare più pro Kiev di Washington e indubbiamente meno realisti degli americani, che alla fine hanno preferito congelare il fronte, piuttosto che puntare alla sconfitta della Russia.
Il disegno delle amministrazioni progressiste a stelle e strisce era chiaro fin da quando Victoria Nuland, portavoce del Dipartimento di Stato all’epoca di Barack Obama, fomentatrice di piazza Maiden, invitava cortesemente l’Ue a «fottersi». I dem Usa erano terrorizzati dal consolidamento di un partenariato euroasiatico, basato sulle forniture di gas a basso costo da Mosca e il cui perno era la Germania. Guarda caso, una delle prime conseguenze del conflitto nell’Est è stata il sabotaggio del Nord Stream. Risultato: costi energetici triplicati, bollette alle stelle, industria in panne, inflazione. Noi ci abbiamo aggiunto l’abituale masochismo, completando l’opera con la transizione ecologica. Il conto del divorzio dalle pipeline russe è stato salatissimo. E indovinate chi ne ha tratto vantaggio? Nel 2025, primo anno di Trump alla Casa Bianca, le importazioni da Oltreoceano di metano, per lo più sotto forma liquida, sono aumentate del 61%. E ora gli Stati Uniti sono il nostro secondo grossista, dietro la Norvegia. La quale, per dire, non sta nemmeno nell’Ue.
Dal Corriere apprendiamo che la Costituzione italiana ci vieta di partecipare al Board of Peace per Gaza, la bizzarra iniziativa con cui The Donald vorrebbe battezzare una specie di Onu parallela. Non si può, l’articolo 11 della Carta ci consente di entrare nelle organizzazioni internazionali solo «in condizioni di parità con gli altri Stati». Lo conferma il Quirinale, secondo via Solferino. Ed è sacrosanto. Ma dov’erano i fini giuristi e dov’era il Colle quando, nonostante lo stesso articolo 11 condanni la guerra «come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali», abbiamo mandato a Volodymyr Zelensky i missili a lungo raggio, sempre per la gioia di Biden? Eh, l’Ucraina si difendeva da un aggressore, ci ricordano. Già. E l’articolo 11 della Costituzione non esisteva, quando il governo D’Alema fece bombardare la Serbia per il «peacekeeping» della Nato, esaudendo i desideri di un altro progressista illuminato, Bill Clinton? Allora, Sergio Mattarella era vicepremier. Poi divenne ministro della Difesa. Eppure, le bandiere della pace ricomparvero solo allorché, nello Studio ovale, si accomodò un presidente di destra, George W. Bush, con le sue (scellerate) campagne in Afghanistan e in Iraq. Poi, nell’era di Obama, i predicatori dell’autonomia strategica europea sono tornati a sonnecchiare. Si saranno cullati sulla «utile finzione», come l’ha chiamata il premier canadese, dell’«ordine internazionale fondato sulle regole». «Sapevamo che la storia era in parte falsa», ha confessato nel suo «memorabile discorso» (Corsera) Mark Carney. E come mai hanno aspettato le mascalzonate di Trump per avvisarci?
Pensare che l’autonomia strategica avremmo potuto guadagnarla in anticipo, se avessimo ascoltato proprio quel puzzone. A Berlino comandava ancora Angela Merkel. Era il primo mandato del tycoon e lui pretendeva che ci assumessimo la responsabilità della nostra difesa. La reazione oscillò tra l’indignazione e il compatimento per i deliri di uno squilibrato. Adesso la Von der Leyen sprona l’Ue ad abbandonare «la sua prudenza tradizionale» e rincorre miliardi per alzare un muro di droni, ma fare anche incetta di navi rompighiaccio.
Sul Foglio, in nome della reazione orgogliosa alle umiliazioni americane, diventa un eroe persino il premier belga, Bart De Wever, che ha bacchettato il Vecchio continente: da «vassallo felice», lamenta, sta diventando «schiavo miserabile». Fino a poche settimane fa, però, De Wever era una spina nel fianco del sussulto europeo: temendo, a ragion veduta, conseguenze disastrose per il suo Paese, si è opposto alla confisca degli asset russi congelati, fino a far deragliare la proposta.
L’analista Nathalie Tocci si augura «azioni sufficientemente decise da comunicare alla Casa Bianca che c’è un prezzo da pagare per il bullismo». Il bazooka? Con il quale ci faremmo del male da soli? Il presidente della Confindustria francese, Patrick Martin, prega l’Europa di dire «stop a Donald Trump». L’inossidabile Matteo Renzi, su La 7, regala una perla da statista: «Non possiamo dire che in nome dell’alleanza con gli Stati Uniti ci spariamo sui piedi». Ecco: teniamolo a mente per quando, a Washington, tornerà un presidente di sinistra.
Il presidente americano striglia gli europei su immigrazione, green, farmaci e insiste: «Dovete darmi la Groenlandia. Non voglio usare la forza ma mi serve per la difesa nazionale ed è un bene anche per voi». Poi vede Rutte e annuncia lo stop ai dazi verso i Paesi europei. Intanto Lutnick fa il funerale alla globalizzazione e Ursula viene sconfitta sul Mercosur. Meloni frena sull’ingresso nel Board per Gaza.
È stata una giornata di tensione, quella di ieri, tra le due sponde dell’Atlantico. Mentre l’Europarlamento sospendeva indefinitamente la ratifica dell’accordo commerciale tra Stati Uniti e Ue, Donald Trump è intervenuto al Forum di Davos, tenendo un intervento battagliero in cui ha criticato i Paesi europei su svariati fronti. «Certi luoghi in Europa, francamente, non sono più riconoscibili», ha dichiarato. «Vorrei che l’Europa andasse bene, ma non sta andando nella giusta direzione», ha aggiunto, citando «l’aumento della spesa pubblica, l’immigrazione di massa incontrollata e le importazioni straniere senza fine». «Qui in Europa abbiamo visto il destino che la sinistra radicale ha cercato di imporre all’America», ha anche affermato. Trump ha poi criticato il Vecchio continente sulla questione energetica. «Grazie alla mia vittoria elettorale a valanga, gli Stati Uniti hanno evitato il catastrofico collasso energetico che ha avuto luogo in ogni nazione europea, che ha perseguito il “Green new scam”: forse il più grande imbroglio della Storia», ha dichiarato, storpiando il nome del Green new deal («scam», in inglese, significa infatti «truffa»). Sotto questo aspetto, l’inquilino della Casa Bianca ha messo nel mirino l’energia eolica e ha sottolineato come il ricorso alla tecnologia green aumenti la dipendenza da Pechino. «Più turbine a vento ha un Paese, più ci perde. Gli stupidi le comprano, ma la Cina vince», ha detto. Trump è poi andato all’attacco della Danimarca sulla questione della Groenlandia («un pezzo di ghiaccio in cambio della pace»). «La Danimarca è caduta in mano alla Germania dopo appena sei ore di combattimenti ed è stata totalmente incapace di difendere sia sé stessa sia la Groenlandia. Quindi gli Stati Uniti sono stati costretti a farlo e lo abbiamo fatto», ha tuonato, riferendosi all’invasione della Danimarca da parte del Terzo Reich durante la seconda guerra mondiale. Il presidente americano ha inoltre bollato Copenaghen come «ingrata», ribadendo di aver bisogno della Groenlandia per una necessità di «sicurezza nazionale strategica». Al tempo stesso, Trump ha però escluso l’uso della forza per acquisire l’isola più grande del mondo. «Non devo usare la forza, non voglio usare la forza, non userò la forza. Tutto ciò che gli Stati Uniti chiedono è un posto chiamato Groenlandia», ha dichiarato, senza tuttavia rinunciare a mettere sotto pressione gli europei. «Potete dire di sì e vi saremo molto grati, oppure potete dire di no e ce ne ricorderemo», ha infatti affermato, riferendosi all’acquisizione dell’isola. In questo quadro, il presidente americano ne ha anche approfittato per dare una bacchettata alla Nato. «Gli Stati Uniti sono trattati in modo molto ingiusto dalla Nato. Diamo così tanto e riceviamo così poco in cambio». Insomma, Trump non ha risparmiato dure critiche agli alleati europei. Ma il presidente americano, ieri, si è occupato anche di vari dossier internazionali, a partire della crisi ucraina. «Credo che ora siano arrivati al punto in cui possono unirsi e raggiungere un accordo», ha affermato, parlando di Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky. «Se non ci riescono», ha continuato, «sono stupidi. Questo vale per entrambi. E so che non sono stupidi. Ma se non ci riescono, sono stupidi». Ieri pomeriggio, la Cnn ha, in particolare, riferito che Trump dovrebbe incontrare oggi il presidente ucraino a Davos. Ma non è tutto. Oltre a sottolineare di avere un «ottimo rapporto» con il leader cinese, Xi Jinping, l’inquilino della Casa Bianca si è infatti espresso anche sul Medio Oriente, auspicando che Hamas proceda con il disarmo. «Se non lo faranno, saranno spazzati via. Molto rapidamente», ha affermato, per poi rivendicare gli attacchi statunitensi di giugno ai siti nucleari iraniani. «Erano molto vicini ad avere un’arma nucleare e li abbiamo colpiti duramente, e la distruzione è stata totale», ha detto. Tra l’altro, proprio ieri, il cardinal segretario di Stato, Pietro Parolin, ha reso noto che Trump ha invitato papa Leone XIV a entrare nel Board of peace per Gaza. Inoltre, sempre ieri, l’inquilino della Casa Bianca, a margine del Forum di Davos, ha avuto degli incontri con il presidente polacco, Karol Nawrocki, con quello egiziano, Abdel Fattah Al Sisi, e con quello elvetico, Guy Parmelin, oltre che con il segretario generale dell’Alleanza atlantica, Mark Rutte. Con quest’ultimo, Trump ha annunciato di aver raggiunto un accordo sulla Groenlandia che, se dovesse concretizzarsi, offrirebbe un’«ottima soluzione» per i Paesi della Nato e scongiurerebbe i nuovi dazi americani ai Paesi europei.Nel suo intervento in Svizzera, Trump ha parlato anche di questioni interne: ha definito Jerome Powell uno «stupido», rendendo noto che annuncerà presto la scelta del suo successore. La centralità è comunque spettata alla politica internazionale, con speciale riferimento, alle crescenti tensioni con gli alleati europei. In particolare, chi, nel Vecchio continente, sta tornando a premere per la linea dura nei confronti della Casa Bianca è Emmanuel Macron che, proprio ieri, Trump ha deriso per gli occhiali da sole con cui si era presentato martedì. Il presidente francese sta del resto cercando di spingere Bruxelles a ricorrere allo strumento anti coercizione: uno scenario che acuirebbe le fibrillazioni transatlantiche. Non dimentichiamo che il vicepremier cinese, He Lifeng, ha criticato i dazi statunitensi. E che l’inquilino dell’Eliseo ha rafforzato i legami con Pechino. In Svizzera sta, insomma, andando in scena uno scontro geopolitico particolarmente serrato. Tuttavia, spingendo sul pedale della linea dura con Washington - soprattutto su input francese - gli europei rischiano di finire tra le braccia della Cina. Il che non sarebbe uno scenario esattamente allettante.
«Ora la baronessa s’attacca al Trump». La battuta circolava ieri con divertita insistenza all’Eurocamera, e in più lingue: il voto con cui il Parlamento Ue ha deciso di rivolgersi alla Corte di giustizia dell’Unione europea affinché esprima un parere di legittimità sull’accordo col Mercosur rappresenta una doppia novità politica, oltreché una rivincita della rappresentanza democratica su Ursula von der Leyen. Ora il trattato resta congelato: il Parlamento potrà ratificarlo solo dopo la sentenza dei giudici e ci possono volere da uno a tre anni. A difenderlo resta il ministro dell’agricoltura Francesco Lollobrigida: «È un buon affare che tutela l’economia nazionale e noi lo abbiamo fatto cambiare. I rischi per i settori sensibili sono sovrastimati». È però un brusco risveglio dalla molta retorica che la presidente della Commissione ed Emmanuel Macron hanno sparso a Davos.
La baronessa è arrivata a proclamare beffarda verso Trump: «Col Mercosur l’Europa invia un messaggio potente al mondo: scegliamo il commercio equo al posto dei dazi». Solo che il messaggio, chissà per quanto, torna nel cassetto. Peraltro dall’altra parte dell’Atlantico sono già sorti serissimi dubbi se sia davvero conveniente commerciare così con Bruxelles. È una doppia novità politica perché ultradestra, ultrasinistra, verdi e una folta pattuglia dei liberali hanno votato insieme contro la «maggioranza Ursula» e soprattutto il Ppe ha avuto un’emorragia di voti: una cinquantina di eurodeputati popolari è andata in direzione ostinata e contraria agli ordini del gran capo Manfred Weber. Il quale aveva rampognato: «Ricordatevi che è un voto anti Trump». La seconda novità è che in questa Europa anti sovranismi i deputati dei cinque Paesi - più la Grecia - da sempre dichiaratisi contro il Mercosur - francesi, polacchi, irlandesi, ungheresi e austriaci - incuranti dei richiami di partito hanno detto no all’accordo. Anche tra gli italiani ci sono anomalie. Lega (entusiasta) 5 Stelle e Avs hanno votato a favore della mozione; contrari Fratelli d’Italia, Forza Italia e Pd.
Per la baronessa è un colpo durissimo. Si era spesa prima di partire per Davos con i big dei gruppi parlamentari: «Se non passa il Mercosur dite addio all’Europa come protagonista globale». Detto fatto. Alle 12.30 di ieri, con 334 voti a favore, 324 contrari e 11 astenuti, su una mozione proposta da Renew (i liberali macroniani) e dai Verdi (è stata respinta una mozione analoga presentata da Patriots, che è l’ala ultradestra: ha avuto solo 253 voti favorevoli) il Parlamento europeo ha inoltrato alla Corte di giustizia con sede in Lussemburgo un quesito specifico: se l’accordo col Mercosur e i conseguenti comportamenti della Commissione violano o meno i trattati dell’Unione. In particolare c’è un punto che è speculare a quanto sta avvenendo in Sudamerica. Il cartello della soia Cargill, Jbs, Dreyfus si è accorto che nel trattato ci sono troppi vincoli ambientali. Lo stesso vale per l’Argentina. Invece i parlamentari europei sono convinti che Ursula von der Leyen abbia svenduto il rigore normativo. Il portavoce della Commissione Olof Gill - il solo ad aprire bocca - ha dichiarato: «La Commissione si rammarica della decisione del Parlamento. Le questioni sollevate non sono giustificate, perché la Commissione le ha già affrontate in modo molto dettagliato». Gill nulla ha detto se si farà ricorso all’esercizio provvisorio. E la ragione c’è: Ursula von der Leyen oggi va di nuovo a giudizio. Il Parlamento vota la mozione di sfiducia alla Commissione proposta da Jordan Bardella (gruppo Patriots) e ora la baronessa non è tranquillissima. Come non lo sono né i popolari (che con Forza Italia dicono: «Inutili ritardi in un momento in cui c’è bisogno invece di scelte») né i socialisti («Ci rammarichiamo che non si possa avviare il controllo democratico a causa di queste tattiche dilatorie»).
In Italia esulta la Lega anche con Gian Marco Centinaio: «È una vittoria di chi, come noi, ha sempre detto che questo trattato non tutela le nostre imprese agricole, la salute dei consumatori, una concorrenza leale. Ora la baronessa sarà costretta a fermarsi». I 5 Stelle aggiungono: «È una nostra vittoria, degli agricoltori e una clamorosa sconfitta personale di Ursula von der Leyen e Giorgia Meloni». E l’Europa unita? Il ministro degli Esteri francese, Jean-Noel Barrot, sottolinea: «La Francia sa dire di “no” quando serve; la lotta continua per garantire la nostra sovranità alimentare». Gli risponde il cancelliere tedesco Friedrich Merz: «È una decisione deplorevole: l’accordo deve essere applicato in via provvisoria». Chi ha ragione di cantare vittoria è Ettore Prandini, presidente di Coldiretti. Martedì era alla testa di 10.000 agricoltori e migliaia di trattori e ora può sostenere: «È una risposta politica alle follie della presidente e della sua cerchia di tecnocrati; continuiamo la nostra battaglia per l’agricoltura». Sui cartelli c’era scritto: «Von der Leyen go home». Oggi c’è la sfiducia. Chissà che anche stavolta l’Eurocamera dia ragione ai contadini…
Lo ha dichiarato il responsabile giovani del Movimento per la Vita, Davide Rapinesi, a margine dell'evento del premio «Alessio Solinas» al Parlamento europeo di Strasburgo.










