Malgrado le difficoltà generate da fattori esterni come la crisi nello Stretto di Hormuz e il protrarsi del conflitto tra Russia e Ucraina, che impattano negativamente su gran parte dell’economia mondiale, per quanto riguarda l’Italia le cassandre del campo largo continuano a essere smentite dai numeri.
L’Istat ha diffuso ieri gli ultimi dati sulla produzione industriale. L’Istituto stima una crescita ad aprile dello 0,5% rispetto a marzo e su base annua dell’1,3%. Quindi, per il terzo mese consecutivo si registra un aumento congiunturale. A fare da traino i beni intermedi e quelli strumentali, mentre i dati sono negativi per l’energia e i beni di consumo. Decisamente positivi gli incrementi in ragione d’anno per la produzione di mezzi di trasporto (+17,8%), prodotti farmaceutici (+7,9%), macchinari e attrezzature di alcuni settori. In frenata, invece, il tessile abbigliamento, il legno, la carta e la stampa. Certo non sono cifre da record, ma danno il segno di una produzione industriale che prosegue nel suo cammino di recupero, sostenuta dagli investimenti in macchinari e nei settori più innovativi. In flessione invece la dinamica dei consumi, probabilmente legata all’aumento dei costi dell’energia che assorbe una parte più ampia dei redditi disponibili. Insomma, la traiettoria appare positiva. Da un confronto con l’Europa a 27 sul Pil del primo trimestre del 2026, mentre l’Italia mostra una crescita dello 0,3% rispetto ai tre mesi precedenti, l’Ue flette dello 0,1% e l’eurozona dello 0,2%.
Tinte in chiaroscuro caratterizzano anche la relazione che l’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) ha presentato alla Camera sulla politica di Bilancio 2026. Il rapporto illustrato dalla presidente Lilia Cavallari ha sottolineato come la nostra finanza pubblica appaia oggi più solida e credibile ma come sia chiamata, al tempo stesso, anche a fare i conti con le incertezze e le tensioni internazionali e alcuni problemi strutturali interni mai risolti. Secondo l’Upb, la gestione prudente della finanza pubblica negli ultimi anni ha fatto crescere la credibilità del nostro Paese, con un rapporto tra deficit e Pil in diminuzione e con il traguardo di scendere sotto il 3% che appare ormai a portata. Certo, però, si deve essere ben consapevoli dei rischi geopolitici globali e delle tensioni internazionali con cui si manifestano. L’ufficio parlamentare di bilancio conferma una crescita dello 0,5% quest’anno e dello 0,6% nel 2027. Ma i conflitti in essere e le tensioni commerciali che ne conseguono potrebbero ridurre la crescita del Pil italiano tra lo 0,3% (nel 2026) e lo 0,4% (nel 2027).
Un capitolo importante è quello dedicato al Pnrr, la cui implementazione è certamente per l’Italia e per il governo Meloni una indubbia storia di successo. Il piano nazionale di ripresa e resilienza è stato (e continua a essere) un autentico motore per la nostra crescita economica. L’impatto positivo sul Prodotto interno lordo italiano è stimato a circa l’1,8% per il 2026. La sfida è ora quella di trasformare davvero questi importanti fondi straordinari nelle riforme strutturali necessarie e in uno stabile rafforzamento della pubblica amministrazione. Allo stesso modo, ci sono elementi che nel lungo termine potrebbero minacciare la sostenibilità del sistema di welfare e, in particolare, della sanità pubblica. Si tratta dell’invecchiamento della popolazione, che richiede più cure e assistenza, degli effetti negativi dell’inflazione sul potere d’acquisto dei salari e il forte divario tra Nord e Sud. Tutti temi, questi, non da oggi al centro delle politiche di governo, come dimostrano anche i recentissimi rinnovi contrattuali del settore pubblico o le misure per gli investimenti nel Mezzogiorno, come la Zes unica.
D’altra parte, pur tra le difficoltà di quadro complessivo, a confortare sono i risultati nel mercato del lavoro. In aprile gli occupati sono cresciuti di 123.000 unità, pari a +0,5%. Il tasso di occupazione è aumentato dal 62,70% di marzo, al 63,10% in aprile, toccando il suo massimo storico: solo per dare un’idea, il minimo storico del settembre 2013 era invece del 54,20%. Gli occupati sono oltre 24 milioni (24.336.920). Il tasso di disoccupazione è sceso al 5,10% e anche quello giovanile, pur preoccupante, è diminuito di quasi un punto: siamo al 16,90% contro il 17,70% della rilevazione precedente. Finora, con il governo di centrodestra, sono stati creati quasi 1,2 milioni di posti di lavoro a tempo indeterminato, a un ritmo che sfiora i 1.000 nuovi occupati al giorno. Certamente c’è, come sottolinea l’Upb, una situazione non soddisfacente dei salari reali, anche se nel 2025 le retribuzioni contrattuali sono aumentate del 3,1%. Ma soprattutto va rilevato (si veda il grafico in pagina) che i salari orari reali, crollati nel biennio 2021-2022, poi dal 2023 ad oggi hanno visto un significativo recupero, per quanto la strada sia ancora lunga. L’ambizione è quella di continuare su questa via, evitando al tempo stesso rischi inflazionistici.
«Questo Paese, io per primo, ne ha abbastanza di guerre. Stiamo pagando anche come Paese, a livello economico, nelle nostre famiglie, nelle nostre aziende, un prezzo altissimo che non ha senso pagare». Ieri, a Palermo, dove ha partecipato alla Giornata della Marina militare, Guido Crosetto si è sfogato così, commentando gli ultimi sviluppi della guerra in Ucraina.
A quanto ammonti questo «prezzo altissimo», il ministro della Difesa non l’ha detto. Una stima accurata l’ha offerta il senatore leghista Claudio Borghi, sul suo sito personale. Il conto che l’Italia potrebbe ritrovarsi a saldare per l’aiuto a Kiev, qualora il Paese disastrato non ripagasse il debito che ha contratto con l’Ue, ammonta ad almeno 25 miliardi di euro. È un calcolo che anche La Verità aveva elaborato, lo scorso 17 dicembre, quando il Consiglio europeo aveva raggiunto l’accordo per l’ennesimo prestito da 90 miliardi. Quello bloccato dall’Ungheria di Viktor Orbán e ora riesumato dal successore, Péter Magyar, sempre a condizione che l’Ungheria non sborsi un centesimo.
Ma se l’impegno finanziario che incombe su Roma rispecchia la quota italiana di partecipazione al bilancio comunitario, intorno al 13%, le condizioni alle quali sono stati concessi i finanziamenti a Volodymyr Zelensky rispecchiano soltanto il tafazzismo dell’Unione europea.
La radiografia dei prestiti l’hanno fatta a gennaio due studiosi, Lukas Spielberger e Moritz Rehm, su Review of international political economy. Spulciando i documenti, hanno accertato che i tempi di restituzione dei denari saranno lunghi: ad esempio, l’Eu Ukraine facility, un pacchetto da 50 miliardi, prevede una scadenza a 35 anni e 10 anni di esenzione dall’inizio della restituzione del capitale. In parole povere - povere sul serio - gli europei, ammesso che Kiev sia nelle condizioni di onorare il debito, rivedranno le prime tranche solo nel 2033. Il fondo era nato già in modo un po’ opaco, con 5 miliardi di euro messi a disposizione dallo stesso Zelensky, 33 miliardi di obbligazioni emesse da Bruxelles, 9 miliardi e mezzo sotto forma di garanzie per prestiti da istituti di credito, come la Bei, e 2 miliardi e mezzo di provenienza… ignota.
L’orizzonte dei debiti si dilata ancora di più nel caso dell’Ukraine loan cooperation mechanism, del valore di oltre 18 miliardi: la scadenza passa da 35 a 45 anni. Considerando che il patto è di dicembre 2024, significa che non riavremo indietro il credito fino al 2069. «Giusto per capire la totale follia di un simile schema di finanziamento», ha scritto l’onorevole del Carroccio, «basti pensare che i prestiti del Fmi hanno scadenza di 8 anni e tasso di interesse pari al 7%, oltre a essere credito privilegiato». Il Fondo monetario, difatti, dev’essere rimborsato per primo, quando il beneficiario delle sue elargizioni si procura un po’ di liquidità.
Ad aggravare il quadro c’è che i nostri soldi sono serviti anche ad arricchire i funzionari ucraini corrotti: i famigerati bagni d’oro, la cerchia del presidente in mimetica se l’è pagati con i fondi distratti dall’agenzia per l’energia Energoatom, a sua volta sovvenzionata, per un totale di 600 milioni, da Euratom, l’agenzia Ue, e dalla Banca europea di ricostruzione e sviluppo. Quattrini cui si aggiungono i 25 miliardi di assistenza macrofinanziaria - i primi stanziati - e i 90 miliardi sbloccati con l’avvento di Magyar. Il totale degli aiuti concessi dal Vecchio continente, ottenuto sommando le varie voci indicate sul sito della Commissione, è arrivato a 204,8 miliardi. Al di fuori del bilancio ufficiale, poi, c’è l’Eu peace facility, riesumato su autorizzazione di Budapest: dapprima impiegato per compensare gli Stati membri che fornivano armi alla resistenza, Kaja Kallas ha appena proposto di utilizzare la sua dotazione da 6,6 miliardi per acquistare altri armamenti e per finanziare una missione di supporto a Kiev.
Crosetto ha ragione: «Dobbiamo porre rimedio nel più breve tempo possibile» a questo «conflitto nel centro dell’Europa». In primo luogo, affinché si smetta di morire. In secondo luogo, perché la si smetta di svenarsi.
Il guaio è che, sul lungo periodo, la prospettiva di ulteriori salassi diventa sempre più concreta. Il levantino Magyar ha accettato di incassare i finanziamenti europei negati a Orbán in cambio dell’assenso al percorso di integrazione di Kiev nell’Ue. Ieri, il Pd ha promosso una risoluzione alla Camera nella quale si chiede al governo di «adoperarsi, insieme ai partner europei, per garantire la prospettiva dell’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea». Nel partito, intanto, l’intervista di Goffredo Bettini al Corriere, reo di aver affermato che «la Russia è parte della storia europea» e che Bruxelles dovrebbe «prendere un’iniziativa di pace», ha creato scompiglio: Filippo Sensi ha detto che «un Pd che seguisse questa agenda filorussa» dovrebbe passare «sul mio cadavere», mentre Pina Picierno, fresca di addio al Nazareno, ha accusato i dem di non dissociarsi da posizioni «che sono anche quelle di Conte, di Salvini e di Vannacci».
Purtroppo, la maggioranza non si oppone alla traiettoria masochistica dell’Ue. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ieri ha ribadito: «Siamo assolutamente favorevoli all’ingresso dell’Ucraina», purché «rispetti i criteri di adesione». Quelli che il M5s, non proprio in sintonia con i dem, nonostante le rassicurazioni di Giuseppe Conte, raccomanda di «verificare», affinché la «membership» sia subordinata «all’adozione dell’acquis comunitario».
Chissà in che misura questi processi passeranno dal Parlamento. Borghi ha giustamente notato che, sebbene siano stati impegnati miliardi e l’Ue abbia persino emesso debito garantito dagli Stati membri (ieri l’esecutivo ha raccolto 8 miliardi per le sue «priorità politiche», inclusa quella di «sostenere finanziariamente l’Ucraina»), nulla è stato discusso in commissione Bilancio; men che meno votato dalle Camere. Al massimo, l’Europarlamento è stato chiamato a ratifiche sbrigative di accordi che erano stati già presi in Consiglio.
Si era detto che l’Ucraina combatte per i nostri valori. Tra essi, ci pare di ricordare, c’è anche la democrazia...
Al MART di Rovereto una grande monografica (fino al 27 settembre 2026) di oltre 150 opere ripercorre la vita e la carriera di Anselmo Bucci, artista e intellettuale raffinato, fra le figure più complesse e variegate del XX secolo.
Pittore inanzitutto. Ma anche incisore, scrittore , fine intellettuale e, soprattutto, uomo dal pensiero libero e indipendente, Anselmo Bucci (Fossombrone, 1887- Monza, 1955) si può definire un «paradosso del primo Novecento italiano» visto che, nonostante fosse una figura di spicco nel panorama artistico del tempo, il suo nome è rimasto in ombra rispetto a quello di altri artisti. Di Siron, Funi e Carrà per esempio, come lui legati al «Gruppo del Novecento », fondato nel 1923 da Margherita Sarfatti , ma ben più noti e celebrati di Bucci, che del Gruppo scelse il nome, ne scrisse il manifesto e ne condivise «il ritorno all’ordine Classico », ma che dal Gruppo se ne andò presto. E non certo per moda, ma per coerenza alle sue idee e al suo «modus vivendi», che lo portò a viaggiare fra l’Italia e la Francia, da Milano a Parigi, dove visse a Montmartre e a Montparnasse e dove conobbe Picasso e Modigliani. Libero e indipendente, artista di cultura e non di bandiera, Bucci era troppo europeo per restare prigioniero di una retorica nazionale e per questo rimase ai «margini », visto come « figura scomoda» invece che come «alternativa». Un’alternativa che il Novecento (inteso come Gruppo e come secolo) non ha saputo o voluto gestire, preferendo accantonare…. Ecco, la grande retrospettiva in corso al MART (curata da Beatrice Avanzi e Luca Baroni ), lungi dall’essere un «omaggio pietoso » a un dimenticato, vuole restituire a Bucci la sua giusta dimensione di uomo e di artista, smontandone l’ idea di figura marginale e secondaria.
La Mostra
Attraverso 150 opere, molte delle quali inedite, emerge tutto ciò che Bucci era e rappresentava: l‘Italia e l’Europa dei primi decenni del XX° secolo, le trincee e i campi di battaglia della Grande Guerra vissuta come «pittore di guerra » (Bucci partecipò da volontario al primo conflitto mondiale), la borghesia e i circoli intellettuali. Con straordinaria suggestione cromatica, sottile ironia e grande capacità di «leggere gli animi», Bucci ha realizzato ritratti di rara umanità e bellezza ( uno su tutti, presente in mostra, il «Ritratto di Rosa Rodrigo » - La Bella -, icona assoluta dello stie italiano degli anni ‘20) , anche quando , da osservatore impietoso della borghesia milanese, non risparmiava «ferocia critica» ai suoi soggetti. Curioso e attento a temi diversi, contrario alle rotture drastiche degli avanguardisti così come agli accademismi sterili, Bucci guardava ai maestri ottocenteschi piegandoli alla modernità nascente, alle luci e alla vivacità di Parigi e Milano, un po’ impressionista e un po’ futurista, senza essere né l’uno né l’altro, ma solo sé stesso. Nei suoi lavori, dai paesaggi agi interni, non c’è nostalgia ma analisi, la rappresentazione di una realtà che non è fotografica ma quasi « menzoniera», perché mediata dal punto di vista dell’artista, dal suo modo di sentire e vedere il mondo, che in Bucci è di un’originalità assoluta: basti pensare a L’ addio, uno straordinario olio su tela datato 1917 dove lo strazio materno per la perdita di un figlio è ricondotta a una dimensione intimista di rara bellezza. Figura poliedrica, Bucci ci ha lasciato anche una serie di disegni e incisioni di una capacità tecnica e libertà espressiva non comuni , carboncini dalla nervatura secca tipica di chi ha disegnato la guerra e rappresentazioni del mondo vegetale e animale, come le bellissime illustrazioni a punta secca del Libro della giungla di Kipling (alcune esposte i mostra).
Ma senza nulla togliere ad un percorso espositivo esauriente e pieno di fascino, che davvero apre il sipario su un artista meritevole di essere rivalutato e riscoperto «a tutto tondo» , fosse solo per quella radicata e fortissima coerenza che ha accompagnato e contraddistinto tutta la sua vita, vera chicca della mostra è la monumentale ( e mai terminata ) opera, restaurata per l’occasione e mai esposta prima in un museo, I Maschi, un grande dipinto di ispirazione mitologica raffigurante un gruppo di uomini intenti alla caccia che viene sopraffatto dalle Amazzoni, in una scena che allude simbolicamente al conflitto tra i sessi e rivela la fascinazione per il nudo maschile. I numerosi studi preparatori testimoniano una lunga elaborazione e permettono di seguire l’evoluzione del linguaggio dell’artista, dalla formazione parigina agli esiti più vicini al Novecento Italiano, offrendo un significativo esempio del suo metodo pittorico.
Chi ha passato gli ultimi tre anni a inseguire i miti della Silicon Valley e le promesse dell’Intelligenza artificiale, si è perso un altro monumentale rally dei mercati azionari. Molto più «locale». Un boom che non parla americano e non abita nel metaverso, ma ha radici solide nella vecchia Europa e, soprattutto, in Italia.
Negli ultimi tre anni, l’indice delle banche italiane ha messo a segno un clamoroso +274,85%, staccando nettamente l’indice settoriale europeo e surclassando colossi come JPMorgan e Bank of America.
Nel primo trimestre 2026 gli utili aggregati dei sei principali gruppi commerciali italiani - Intesa Sanpaolo, Unicredit, Mps, Banco Bpm, Bper e Credem - sono saliti del 4% su base annua, toccando 7,8 miliardi di euro in tre mesi, con un Roe di sistema stabilmente sopra il 15%. Il tutto mentre la discesa dei tassi Bce ha iniziato a limare il margine di interesse. La compensazione è arrivata dalle commissioni: +2,7% complessivo. Unicredit ha archiviato il miglior trimestre di sempre con 3,22 miliardi di utili, mentre Intesa Sanpaolo è salita a 2,76 miliardi. Commissioni sul risparmio gestito, fondi, certificati, polizze, credito al consumo e prestiti «garantiti»: è qui che si concentra il vero business.
«C’è una celebre massima finanziaria che dice “L’arte degli affari consiste nel fare affari con i soldi degli altri”, e le banche italiane la stanno applicando con rigore scientifico», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «Se l’America ha la tecnologia della Silicon Valley e il Medio Oriente ha i giacimenti di petrolio, l’Italia ha una ricchezza altrettanto preziosa, strategica e contesa: i risparmi dei cittadini». Secondo Gaziano, quando i tassi scendono, le banche italiane non puntano tanto sulla crescita organica all’estero o sull’efficienza tecnologica per ridurre i costi ai clienti. «Cercano di allargare il proprio territorio per “catturare” più conti correnti e patrimoni possibili attraverso le fusioni, espandendo il perimetro su cui applicare le commissioni di gestione e vendere i propri prodotti assicurativi e finanziari». La dimostrazione plastica arriva dal nuovo risiko bancario esploso con l’Opas da 30,6 miliardi lanciata da Intesa Sanpaolo su Mps. Se l’operazione andrà in porto, sommando Intesa, Mps, Mediobanca e la galassia Generali, nascerà un super-polo capace di controllare circa 2.000 miliardi di euro di ricchezza finanziaria complessiva dei clienti: conti correnti, fondi, certificati e polizze. «Ma c’è una differenza geopolitica profonda che i risparmiatori devono comprendere», osserva ancora l’esperto. «Mentre Ubs gestisce capitali sparsi in tutto il pianeta, il nuovo colosso di Carlo Messina, se realizzato, controllerebbe una montagna di denaro concentrata quasi interamente in Italia. È il trionfo della “fortezza Italia”: si diventa leader europei giocando al sicuro in casa».
Nel risiko bancario italiano, fino alle assemblee, tutto può ancora succedere.























