Caro generale Vannacci, che lei sia un uomo audace si sa. Per lei parla il suo curriculum. Dopo aver frequentato l’accademia militare di Modena e aver superato la selezione per accedere al corpo degli incursori dell’esercito italiano, il famoso 9° Col Moschin, ha praticamente partecipato a tutte le missioni estere più rischiose delle nostre forze armate: Somalia, Ruanda, Yemen, Afghanistan, Iraq. Già che c’era ha pure prestato servizio in Libia, durante le cosiddette Primavere arabe. Insomma, in 30 anni di carriera in divisa non si è fatto mancare niente. Se proprio devo trovare un appunto in un cursus honorum come il suo, diciamo che lei difetta un po’ nella diplomazia. Infatti, quando ha dovuto svolgere il ruolo di addetto militare presso l’ambasciata italiana a Mosca è durato poco. Del resto, che lei sia un tipo abituato a parlar chiaro e non a infiocchettare i discorsi per renderli più gradevoli lo ha dimostrato in diverse occasioni.
Da militare quando ha denunciato il pericolo di esporre i nostri soldati alla contaminazione dei proiettili in cui erano presenti particelle di uranio impoverito: siccome gli alti vertici non la seguirono nell’esposto, lei non ha avuto timore di scontrarsi con i superiori. E sempre indossando una divisa non ha tenuto la lingua a freno neppure quando le è venuto l’estro di scrivere un pamphlet che già nel titolo - Il mondo al contrario - prometteva di rovesciare la prospettiva con cui si guardano la politica e la società. Pochi avrebbero avuto il coraggio di scrivere un libro parlando in maniera schietta di immigrazione, di cancel culture, woke e lobby Lgbt. Per di più, da generale lei si è preso la libertà di mettere nero su bianco quel che pensava senza interpellare le alte sfere dell’esercito. Il che, considerando la sua formazione militare, è piuttosto sorprendente.
Io non so se lei avesse pianificato tutto, se cioè avesse progettato fin dall’inizio di scrivere un saggio per trasformarlo in un trampolino di lancio in politica. Né sono informato di un possibile aiuto esterno, come ogni tanto qualcuno lascia intendere.
Di certo c’è che quando uscì Il mondo al contrario nessuno ha pensato che fosse un manifesto e che preludesse a una sua discesa in campo. Ma lei, nonostante i tentativi di fermarla, ha tirato diritto, candidandosi al Parlamento europeo con la Lega.
Dopo le elezioni, ovviamente nessuno ha immaginato che lei potesse fare un partito. Molti hanno pensato che si sarebbe accontentato di quel che aveva conquistato, facendo man bassa di voti e strappando l’incarico di vicesegretario del partito di Matteo Salvini. Adesso però lei vuol fondare una sua formazione, anzi l’ha fatto e ieri è sceso da quello che ai tempi di Umberto Bossi era definito il Carroccio. D’ora in poi ballerà da solo. Anche questo si capisce: chi è abituato al comando non è certo intenzionato a dividerlo né a stare nelle retrovie. In fondo, lei è uscito dai ranghi quando la sistemarono in un bell’ufficio a Firenze a occuparsi di mappe geografiche e scartoffie. Dunque si figuri se io non comprendo che lei abbia voglia di combattere e di conquistare il potere come un tempo provava a espugnare certi avamposti. Però la politica non è un reggimento. E un partito non è un corpo di incursori che deve penetrare in territorio nemico. Probabilmente lei si sentiva isolato dentro la Lega, anche perché alcuni colonnelli avevano marcato il territorio, segnando la distanza che la separava dalla nomenclatura del partito. Si è sentito un corpo estraneo, un innesto rigettato, e dunque ha deciso di andare per la sua strada. Ribadisco: i motivi sono comprensibilissimi.
Tuttavia, mi preme dirle una cosa. Uscendo dalla Lega lei rischia di fare il gioco di quella sinistra che tanto detesta. Lo so che lei pensa di far crescere la sua nuova formazione ben oltre il 3 per cento che oggi i giornali le attribuiscono. Ho letto che mira addirittura al 20 per cento, cosa che io le auguro. Però, a prescindere da quanti voti lei potrebbe conquistare, il pericolo è che non vadano a unirsi a quelli raccolti dal centrodestra, ma si sottraggano all’attuale coalizione. Al che lei sarebbe libero di dire e fare ciò che vuole, senza più dover rendere conto a nessuno, ma a finire male sarebbe l’Italia se alle prossime elezioni si ritrovasse guidata da una maggioranza di sinistra o, peggio, da un governo tecnico. Nel passato, quando il risultato delle urne non è stato chiaro, il Quirinale ha affidato il mandato a un premier non eletto dal popolo e i risultati si sono visti. È per questo che a sinistra, pur non dichiarandolo, molti fanno il tifo per lei. Perché pensano che lei sarà un ottimo guastatore del campo avverso e immaginano che più spuntano formazioni diverse da mettere insieme e più sarà difficile tener unito il fronte. Insomma, sognano che lei faccia il Bertinotti di destra, che strappi e mandi a casa l’odiata Meloni.
Non so cosa ne pensi lei dell’attuale presidente del Consiglio. Può darsi che come altri elettori di centrodestra si aspettasse di più e che guardi ai risultati, sulla sicurezza, sull’immigrazione e pure sui rapporti con l’Europa con un po’ di delusione. Tuttavia, caro generale, non vorrei che per attaccare il fronte nemico lei aprisse un varco che consentisse alle forze avversarie di rompere l’accerchiamento. Di sicuro lei, in fatto di tattiche militari, è più bravo del sottoscritto, però se si parla di tattiche politiche, ovvero di voltafaccia e alleanze improbabili, credo di saperne più di lei. Basta pensare a Renzi, ovvero a colui che prima di pugnalare Letta alle spalle lanciò l’hastag #enricostaisereno. Prima ancora, il Bullo soffiò la poltrona di sindaco al suo mentore Lapo Pistelli, di cui era stato collaboratore, e poi, dopo aver dichiarato che avrebbe vigilato affinché il Pd non si alleasse con i 5 stelle, propugnò il patto che ci regalò un governo giallorosso, lo stesso che un anno e mezzo dopo liquidò per sostituire Conte con Draghi. Insomma, la politica è fatta di giochi di prestigio e, soprattutto, di giochi di potere, che hanno distrutto credibilità e fiducia. Ricorda quando sulla scena si affacciarono i 5 stelle, con il loro piano di aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno? Beh, adesso gli stessi che minacciavano di usare l’apriscatole, nella lattina ci si sono infilati e non hanno più intenzione di lasciarla. Erano membri di un movimento anti Casta e sono diventati la Casta. Ecco, io le auguro di avere successo, di conquistare molti elettori, ma mi auguro che lei non si presti alle manovre di chi sogna di rimandare a casa il centrodestra. Su queste pagine abbiamo svelato le mire di certi consiglieri del Quirinale, che per far vincere le prossime elezioni al centrosinistra sognavano una scossa. Io spero che lei non sia quella scossa. Soprattutto, spero che la sua avanzata, non significhi l’arretramento della coalizione e il ritorno di un altro democristiano di sinistra sul Colle. La presidenza della Repubblica è il fortino dei compagni. E la sinistra farebbe qualsiasi cosa per impedire che sia espugnato da un esponente del centrodestra. Anche allearsi con una parte di destra o magari usarla.
Detto ciò, auguri.
«Dovremmo cancellare il bambino dalla nostra vita, dal nostro amore. Hanno riconosciuto che siamo bravi genitori, che il piccolo con noi stava bene ma ormai “è troppo tardi”, perché Paolo è stato affidato a un’altra famiglia». Piange, Michela Maschietto, 57 anni, ex funzionaria della provincia di Treviso.
Il suo dolore non ha fine, non trova consolazione. Assieme al marito Mirco Simionato, 61 anni, ex direttore di Banca Intesa e attualmente consulente finanziario per Banca Mediolanum, nel giugno del 2021 si era vista sottrarre Paolo (nome di fantasia) per false accuse di maltrattamenti.
Lo avevano accolto nel 2017 a Mogliano Veneto (Treviso), sostenendo con amore e attenzione una creatura di 4 anni affetta da un lieve ritardo intellettivo e da qualche problema di coordinazione motoria. Hanno lottato, per riaverlo, per smentire accuse odiose quanto infondate. Solo lo scorso luglio, la Corte d’Appello di Venezia ha dato loro ragione dichiarando che «il comportamento dei coniugi Simionato e Maschietto […] aveva avuto esiti educativi positivi (relazioni dell’Ulss 2 e altri), Paolo si è ben inserito dentro il contesto famigliare della coppia affidataria; ha sviluppato un attaccamento sempre maggiore nei confronti di entrambe le figure che rappresentano un riferimento affettivo ricercato e rassicurante».
Tutto risolto? Niente affatto. Per il presidente della sezione minori della Corte, Rita Rigoni, il miglior interesse di Paolo era «il mantenimento della sua situazione attuale presso i nuovi affidatari». E tutte le accuse che hanno portato all’allontanamento di Paolo? «Vicende penali, relative al trasferimento del minore, connaturate alla particolare situazione verificatasi in allora, non appaiono attuali», dichiararono i giudici lo scorso luglio.
Il male fatto non viene condannato «e si parla del bene di Paolo. Ma quale continuità affettiva si è offerta a un bimbo fragile, rimasto quattro anni con la sua mamma, quattro anni con noi, due in comunità e quasi due con la nuova famiglia adottiva?», esclama Mirco. «Per noi era un figlio, l’abbiamo amato come fosse nostro», esclama la signora Michela. Domenica scorsa sono andati a Fuori dal Coro, a raccontare la loro sconcertante odissea con i servizi sociali della Ulss 2 Marca Trevigiana.
«Si è conclusa nel peggiore dei modi, siamo stati estromessi senza motivo dalla vita del bambino», dice la mamma. È devastata dal pensiero: «Avrà pensato che l’abbiamo abbandonato» e parla di «disumanità istituzionale». Una bruttissima storia è, quella della mancata adozione di Paolo e del cambio di famiglia affidataria. Praticamente abbandonato dai suoi genitori biologici, ai quali venne tolta la potestà genitoriale, Paolo entrò in casa Simionato il 7 settembre del 2017.
«Parlava poco, camminava con un po’ di difficoltà, per i suoi bisogni non era autosufficiente ma fece in fretta progressi. Sorrideva con gli occhi, era un bimbo meraviglioso. Per rispetto verso i suoi genitori ci facevamo chiamare per nome, non mamma e papà. Con quelle parole si rivolse a noi solo quando ci fu strappato», racconta Michela alla Verità.
A scuola il piccolo a volte è irruente, sbatte contro cose e persone «cadeva in continuazione, forse era affetto da iperattività». Dopo 2 anni, l’affido viene prorogato per altri due e il 13 maggio 2020 il Tribunale dei minori di Venezia conferma il mantenimento di Paolo, dichiarando che sarebbe pregiudizievole per il bambino l’interruzione di quel percorso.
Nel marzo del 2021, però, accade una cosa tremenda. «Una maestra di sostegno alla sua prima esperienza scrive che noi lo trattavamo con calci, pugni, docce fredde sottoponendolo a violenze fisiche e psicologiche. Tutto poi smentito dalla Ctu e dalla relazione dei servizi sociali di Padova. Ma quelle righe scritte a penna hanno determinato ogni cosa», spiega la signora.
Il direttore dei servizi sociali di Mogliano Veneto convoca la coppia, spiega che per Paolo verrà avviato un nuovo progetto di cui loro non ne faranno più parte. Il 6 giugno due assistenti sociali si presentano a casa Simionato, a poca distanza c’è l’auto dei carabinieri. «Il bimbo piangeva, non voleva andare via. Avrà pensato di aver fatto qualche cosa di male e che noi lo punivamo allontanandolo. Il pensiero mi strazia», ha sempre la voce rotta Michela. «Siamo stati zitti, senza fare scene, per il bene del piccolo» sottolinea Mirco. Lo potranno vedere tre volte, quell’estate, nella comunità di accoglienza, poi solo con una videochiamata di mezz’ora una volta la settimana.
A settembre 2021 presentano richiesta di adozione, ma non ottengono risposta. A giugno 2022 il Tribunale dei minori chiede loro di sottoporsi ad indagini e valutazione dei Servizi sociali per le adozioni dell’Ulss 6 Euganea e nel frattempo scoprono che per il bimbo è stato deciso l’affidamento ad altri, senza fare loro parola. «Ci hanno fatto tanti test, anche il Minnesota per identificare la presenza di sintomi psicopatologici. Siamo risultati idonei. Ma la valutazione rimane ferma presso il Tribunale dei minori di Venezia fino a fine 2023, quando viene emesso un decreto di inidoneità all’adozione, che noi impugniamo», spiega Simionato.
Tempi assurdi, lungaggini vergognose non certo per il bene del bambino. «Facciamo presente che c’erano due perizie contrastanti, quella in nostro favore della Procura di Treviso di fine 2021 (“è legato ai genitori e non ha subìto alcun tipo di violenza”) e quella scritta a mano da un giudice onorario del Tribunale di Venezia che nel 2023 dice che il bimbo “ha paura di noi”». Viene ordinata una terza perizia, presentata a luglio 2025 con le stesse conclusioni positive sulla idoneità della coppia.
Nello stesso mese la Corte d’Appello rigetta l’impugnazione con una motivazione che urla vendetta: i coniugi erano adeguati all’adozione avendo capacità genitoriale, ma ormai è passato troppo tempo e il bambino è in un’altra famiglia.
A che gioco sta giocando l’Iran? Quando ormai il processo diplomatico sembrava avviato, Teheran ha iniziato a porre degli ostacoli. Ieri, Axios ha riferito che la Repubblica islamica avrebbe chiesto di cambiare la sede dei colloqui di venerdì con gli Stati Uniti. In particolare, l’Iran vorrebbe che si tenessero in Oman, anziché a Istanbul, come precedentemente concordato. La stessa testata ha riportato che una tale richiesta potrebbe mandare a monte la ripresa dei negoziati, irritando Donald Trump e spingendolo di nuovo verso lo scenario dell’opzione militare.
Non solo. Sempre ieri, il Wall Street Journal ha riferito non solo che gli iraniani starebbero «minacciando di ritirarsi» dalle imminenti trattative ma anche che alcune loro motovedette armate si sono avvicinate a una petroliera statunitense nello Stretto di Hormuz: una manovra che lo stesso quotidiano newyorchese ha definito una «provocazione». Come se non bastasse, un caccia F-35 ha abbattuto un drone iraniano che, secondo Washington, si stava avvicinando «aggressivamente» alla portaerei statunitense Abraham Lincoln.
Insomma, non è che il clima complessivo appaia granché disteso. Fino a ieri mattina, fervevano i preparativi per il vertice di Istanbul, a cui dovrebbero (o avrebbero dovuto) partecipare venerdì l’inviato americano per il Medio Oriente, Steve Witkoff, il genero di Donald Trump, Jared Kushner, e il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi. Non solo. Al meeting erano stati invitati anche i rappresentanti di vari Paesi arabi: rappresentanti di cui Teheran avrebbe invece chiesto ieri l’esclusione, per limitare la discussione al solo tema del nucleare. La Repubblica islamica vorrebbe infatti evitare di affrontare la questione della propria strategia regionale: un dossier, quest’ultimo, che chiamerebbe ovviamente in causa il ruolo destabilizzatore dei suoi proxy. Il quadro è mutato più o meno nelle stesse ore in cui, ieri, Witkoff si stava incontrando con Benjamin Netanyahu a Gerusalemme.
Il faccia a faccia tra i due era stato chiesto dallo stesso premier israeliano che ha intenzione di coordinarsi con Washington prima dell’eventuale avvio dei negoziati tra americani e iraniani. In particolare, lo Stato ebraico vuole sincerarsi che gli Stati Uniti premano affinché Teheran ceda su tre punti: stop al processo di arricchimento dell’uranio, ferrea limitazione al programma balistico e rottura dei rapporti con i vari proxy. Inoltre, stando ad Axios, almeno fino al pomeriggio italiano di ieri, Trump, differentemente da Israele, sarebbe stato freddo rispetto all’ipotesi di un attacco militare contro la Repubblica islamica. Bisognerà però vedere se l’atteggiamento di ostruzione mostrato dall’Iran porterà il presidente americano a riconsiderare la sua posizione in merito. «L’Iran ha ripetutamente dimostrato che non ci si può fidare delle sue promesse», ha comunque dichiarato l’ufficio di Netanyahu, ieri, al termine del colloquio tra il premier israeliano e Witkoff.
Come che sia, almeno per il momento, Washington ha confermato che i colloqui con Teheran si terranno. «Ho appena parlato con l’inviato speciale Witkoff e questi colloqui, al momento, sono ancora in programma», ha affermato, nella serata italiana di ieri, la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt. «Il presidente Trump vuole sempre puntare prima sulla diplomazia, ma ovviamente per ballare il tango ci vogliono due persone», ha aggiunto, senza però escludere il ricorso a un attacco militare. «Il presidente, in qualità di comandante in capo, ha una serie di opzioni sul tavolo per quanto riguarda l’Iran», ha infatti precisato.
Non è del resto un mistero che l’inquilino della Casa Bianca voglia utilizzare la pressione militare per negoziare da una posizione di forza. Non a caso, negli scorsi giorni, ha schierato in Medio Oriente una decina di navi da guerra, oltre a una serie di sistemi di difesa aerea. Ricordiamo che, a giugno, Trump ordinò l’attacco contro tre siti nucleari iraniani dopo che i negoziati sull’energia atomica con gli ayatollah si erano incagliati. Non si può quindi escludere che, qualora Teheran dovesse continuare con la sua linea ondivaga, la Casa Bianca decida di seguire il copione di giugno.
Del resto, ieri, sia il Qatar che gli Emirati arabi hanno auspicato una soluzione diplomatica. Recep Tayyip Erdogan si è anche recato a Riad per incontrare Mohammad bin Salman e discutere con lui della crisi iraniana. Il punto è che vari attori mediorientali auspicano, sì, un abbassamento della tensione, ma, dall’altra parte, temono le ambizioni nucleari di Teheran, oltre alle operazioni destabilizzatrici dei suoi proxy. È quindi all’interno di questo groviglio che il presidente americano è chiamato a prendere una decisione. Fermo sempre restando che, al suo interno, il regime khomeinista è assai meno monolitico di quanto voglia far credere: chissà quindi che le fibrillazioni di ieri non siano nate dalle tensioni intestine anziché da una strategia chiara.
«Siamo di fronte a una strategia che mira a innalzare il livello dello scontro con le istituzioni e che, attraverso i disordini e la violenza, punta a compattare la galassia anarco-antagonista e a galvanizzarne gli aderenti. È possibile dire che stiamo registrando un innalzamento del livello dello scontro che, per certi versi e pur con delle varianti, richiama dinamiche squadristiche e terroristiche che hanno caratterizzato alcune fasi del nostro passato. Credo che chi sfila a fianco di questi delinquenti finisce per offrire loro una prospettiva di impunità».
Chiaro il messaggio lanciato ieri dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, nell’informativa alla Camera sulle violenze di sabato nella manifestazione pro Askatasuna a Torino. Nel suo intervento a Montecitorio il responsabile del Viminale era stato chiaro: «C’è un innalzamento dell’asticella del conflitto che sa di guerra allo Stato di fronte alla quale non sono accettabili distinguo e condanne timide. Dietro gli incidenti non c’è stato un deficit prevenzione, ma una precisa intenzione criminale come avevano annunciato in un’assemblea gli antagonisti in cui si parlava di resa dei conti con lo Stato democratico». Dopo aver elogiato il grande lavoro svolto dalle forze dell’ordine che «hanno evitato che si verificassero danni ben più gravi che erano nei programmi dei manifestanti», il ministro ha annunciato che la Procura di Torino procederà per il reato di devastazione, al momento contro ignoti. Sul tavolo dei pm è arrivata una prima informativa della Digos e ne sono attese altre. Inoltre sono state sottoposte a fermo 27 persone, 24 denunciate e tre arrestate. Tra le priorità e per il futuro con il nuovo pacchetto sicurezza, ha aggiunto Piantedosi, c’è la necessità «di depotenziare i gruppi organizzati di facinorosi prima ancora che possano mettersi all’opera e innescare spirali di violenza». E si tratta di strumenti non nuovi nel panorama delle democrazie europee, utilizzati da decenni «senza che nessuno gridi all’attentato alla democrazia». Tutti, è il monito di Piantedosi, devono prendere atto che «non ci troviamo più in presenza di modalità più o meno discutibili dell’esercizio della libertà di manifestazione del pensiero, bensì ad una vera e propria, sistematica strategia di eversione dell’ordine democratico». Ribadito l’invito alla condanna unanime. «Anche nei momenti più difficili della nostra storia repubblicana le istituzioni e tutte le forze politiche hanno avuto la maturità e la capacità di attingere ad una riserva di saggezza e di equilibrio nell’interesse generale dei cittadini. E sarebbe grave se qualcuno derogasse soltanto perché alla guida del Paese c’è un governo di centrodestra. L’auspicio» ha sottolineato il ministro dell’Interno, «è che tutte le forze politiche presenti in Parlamento riescano a trovare una sostanziale convergenza sostenendo le forze di polizia».
Un appello respinto al mittente da parte delle opposizioni. In un’intervista a Di martedì, il segretario dem, Elly Schlein ha affermato: «La sicurezza è il più grande fallimento del governo Meloni. I reati sono aumentati. Piantedosi è stato indicato dalla Lega che è al governo da 8 anni. Quand’è che si assumeranno una responsabilità se ci sono ancora problemi di sicurezza?». E ha rincarato: «Abbiamo assistito a una dimostrazione di irresponsabilità di chi fa passare migliaia di manifestanti come violenti. Ho chiamato Meloni per questo. Non strumentalizzare, di fronte alla violenza politica bisogna unire e non dividere».
Sempre a Di martedì, il leader della Cgil Maurizio Landini ha dichiarato: «Credo che a Torino ci sia stato un atto di violenza criminale di un gruppo di persone che in realtà hanno messo in discussione il valore di quella giornata, di quella manifestazione, di liberi cittadini che volevano esprimere un loro punto di vista». E ha aggiunto: «È nella storia che il movimento dei lavoratori, il movimento sindacale, che ha difeso e conquistato la democrazia, si è sempre battuto contro qualsiasi violenza che c’è stata in questo Paese. Quindi fare questi ragionamenti, che chi manifesta liberamente sarebbe complice dei violenti, è un attacco alla libertà delle persone di poter manifestare». Secondo la deputata M5s Chiara Appendino «gli anarchici sono i vostri migliori alleati: loro creano il caos e voi usate quel caos per varare misure liberticide, attaccare i giudici e soprattutto nascondere il vostro clamoroso fallimento sulla sicurezza».
La stessa informativa di Piantedosi doveva tenersi ieri pomeriggio in Senato ma è slittata ad oggi e sarà una comunicazione: quindi si voterà sulle risoluzioni che i gruppi parlamentari presenteranno, essendo fallita la proposta del premier Giorgia Meloni di arrivare ad una risoluzione unitaria. Il presidente del Senato Ignazio La Russa si è detto «un po’ deluso. Puntavo a testo condiviso».










