- Al vertice informale dei capi di governo le «ricette» sulla competitività di Draghi, Letta e Von der Leyen. Italia e Germania tenteranno di ridare più potere agli Stati.
- All’Europarlamento la Von der Leyen rilancia il suo piano. Senza spiegare come attuarlo.
Lo speciale contiene due articoli.
Il vertice informale dei capi di governo, che si terrà oggi in Belgio nel castello di Alden Biesen, può essere inquadrato con una similitudine: affidare a Ursula von der Leyen, Enrico Letta e Mario Draghi soluzioni per migliorare la competitività della Ue è come affidare al capocantiere la ristrutturazione della vostra abitazione. Dimenticandosi che è lo stesso che vi aveva chiesto le chiavi di casa, promettendovi di riconsegnarvela più bella di prima, ma ve l’ha devastata.
La Von der Leyen è il presidente della Commissione che all’inizio del suo primo mandato ha varato il Green deal che ha azzoppato mezza industria continentale seppellendola sotto burocrazia e regole e inseguendo il mito della coesistenza tra competitività e decarbonizzazione. Di Enrico Letta ricordiamo ancora con un brivido di paura i 300 giorni del suo governo tra 2013 e 2014, con il Pil in calo rispettivamente del 1,9% e 0,4%. Di Mario Draghi non possiamo scordare la lettera dell’agosto 2011 al governo Berlusconi, con l’intimazione ad attuare una serie di misure di politica economica che fecero precipitare il Paese in anni di recessione e stagnazione, interrotti solo dalla ripresa post Covid. Per non parlare del famoso «pace o condizionatore acceso?», quando era capo del governo; abbiamo spento i condizionatori (e le fabbriche, con il gas oltre i 300 €/mwh nel 2022) senza ottenere la pace.
Da questo punto di vista sarà molto interessante misurare concretamente il possibile attrito tra il nuovo asse Roma-Berlino e la linea dettagliata ieri dalla stessa Von der Leyen, che ha parlato davanti all’Europarlamento in plenaria a Strasburgo e, a distanza di poche ore, ad Anversa per il tradizionale summit annuale degli industriali europei. Per sommi capi la linea della Commissione è questa: ampia deregolamentazione e semplificazione, apertura a grandi mercati internazionali (Mercosur, India, Messico, Indonesia) attraverso accordi di libero scambio, eliminazione delle barriere all’interno del mercato unico, unione del mercato dei capitali. Il tutto spinto dalla necessità di «fare presto» - che, per esperienza diretta, noi italiani sappiamo bene quanto sia diverso da «fare bene» - e dalla minaccia di andare avanti con chi ci sta. Cioè attivare la cosiddetta «cooperazione rafforzata», con un minimo di nove Stati aderenti, come già accaduto di recente in occasione delle garanzie per il prestito all’Ucraina.
Nemmeno una parola sugli Eurobond, su cui si era speso proprio due giorni fa Emmanuel Macron intervenendo su numerosi quotidiani europei. Un’idea, nemmeno così originale, che i tedeschi avevano prontamente respinto al mittente, cosa che fanno regolarmente da anni e che la loro Corte costituzionale non farebbe mai passare, tanti e tali sono i paletti che ha già posto in occasione dell’iniziativa una-tantum del Next Generation Eu. La posizione di Macron è peraltro comprensibile, considerato il modesto o nullo spazio di manovra offerto dal bilancio francese che, nonostante mesi di trattative e tentativi di contenimento, nel 2026 è previsto attestarsi al 5% di deficit/Pil e con una traiettoria di debito/Pil fuori controllo. Meno comprensibile è che, in Italia, Elly Schlein e Giuseppe Conte si siano subito precipitati ieri a sostenere questa causa persa.
Con queste premesse, e con le presidenziali francesi del 2027 già in vista e Macron fuori gioco, è normale che il Cancelliere Friedrich Merz abbia cercato una sponda con il presidente Giorgia Meloni. Per quanto le soluzioni - a trazione tedesca - siano per definizione da prendere con le pinze, l’accordo con l’Italia sulla possibilità di restituire poteri agli Stati nazionali pare cozzare con il famigerato «federalismo pragmatico» accentratore di Draghi, e può costituire un tentativo promettente di allentare la morsa di potere della Commissione.
Il cui presidente, ieri, si è ben guardata dal precisare che le «ricette» presentate servirebbero a correggere i frutti avvelenati del suo precedente mandato di presidente. Invece, ha addirittura accusato gli Stati membri di essere i colpevoli delle complicazioni perché spesso le direttive Ue sono state recepite aggiungendo regole, obblighi o controlli più severi di quelli minimi richiesti dalle Ue. Insomma, cornuti e mazziati. La Von der Leyen ha annunciato la proposta per il cosiddetto «ventottesimo regime»: come leggete anche qui sotto, si tratta di un corpo di regole applicabile uniformemente a qualsiasi impresa stabilita nei 27 Paesi, per costituirsi, finanziarsi, gestire le crisi. Decenni di stratificazione di diritto commerciale, civile, fallimentare, tipici di ogni Stato membro, all’improvviso messi da parte per consentire l’accesso a un nuovo corpo di regole tutto da scrivere in poche settimane. Non osiamo nemmeno immaginare la confusione che ne deriverà: altro che semplificazione.
Mani (quasi) libere sugli aiuti di Stato, con la scusa dei progetti «green» e grande attenzione per la spesa pubblica che privilegerà prodotti europei. Due misure protezioniste molto care a Berlino, che però mandano in soffitta anni di retorica sulle virtù del libero mercato. Attenzione riservata anche al sistema di scambio delle quote di CO2, con la promessa di restituire all’industria quei proventi. Pochi ripensamenti sul fronte delle energie rinnovabili, ma focus sull’interconnessione delle reti, anche questo un tema su cui Berlino e Parigi potrebbero non essere d’accordo.
L’industria italiana potrebbe trarne dei vantaggi, ma è meglio non illudersi troppo: i tedeschi ovviamente privilegeranno i loro interessi.
«Registrare un’impresa? In 48 ore». Un’altra promessa campata per aria
Il molto annunciato ventottesimo regime ipotizzato dall’Unione europea per le imprese sta per arrivare. «Il mese prossimo proporremo il ventottesimo regime: si chiamerà Eu Inc, un insieme unico e semplice di regole che si applicherà senza soluzione di continuità in tutta l’Unione, in modo che le imprese possano operare molto più facilmente in tutti gli Stati membri», ha detto ieri Ursula von der Leyen davanti al Parlamento europeo in seduta plenaria, nel corso del dibattito sulla competitività. Gli imprenditori potranno «registrare una società in qualsiasi Stato membro entro 48 ore, online», mentre il nuovo regime legale «consentirà operazioni transfrontaliere senza intoppi e permetterà una rapida liquidazione in caso di fallimento di un’impresa».L’iniziativa era già stata presentata al forum di Davos il 20 gennaio scorso, ma ora Von der Leyen l’ha annunciata al Parlamento europeo. Si parla di ventottesimo regime perché si tratta di un gruppo di regole che si aggiungerà ai 27 sistemi giuridici nazionali esistenti nell’Unione e che le imprese potrebbero liberamente scegliere, optando per questo nuovo regime. Pensato per le aziende di nuova costituzione, dovrebbe essere aperto anche a quelle già esistenti, anche se ancora non si conoscono i dettagli.Il progetto, proposto da un think tank e ripreso dai rapporti su mercato unico e competitività di Enrico Letta e Mario Draghi, è già noto. Le tasse e le leggi sul lavoro resterebbero nazionali, mentre il livello aziendale diventerebbe comune ai 27 Paesi membri dell’Unione. Il rapporto Letta, in realtà, proponeva una massiccia unificazione del diritto commerciale e societario, del diritto fallimentare, del lavoro, dei mercati finanziari, bancario e della fiscalità d’impresa. Un’impresa titanica e destinata al fallimento. Draghi, più prudentemente, proponeva una cooperazione rafforzata solo su alcuni aspetti (fiscale, societario, fallimentare). Va detto che esistono già due ventottesimi regimi, quello della società europea e quello della società cooperativa europea, assai poco diffusi e ormai superati.Del resto, l’Ue non ha competenza per la costituzione di nuovi tipi di imprese, essendo questo argomento di competenza degli Stati. Il Consiglio, però, può promuovere azioni specifiche «per realizzare uno degli obiettivi di cui ai trattati senza che questi ultimi abbiano previsto i poteri di azione richiesti a tal fine», secondo l’articolo 352 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea. Ne consegue che il ventottesimo regime dovrà essere sancito con un Regolamento del Consiglio che dovrà essere approvato con l’unanimità degli Stati membri, dopo trilogo con Parlamento e Commissione. Percorso molto lungo e accidentato.Si tratterebbe, in realtà, di un regime armonizzato per la registrazione digitale, il riconoscimento transfrontaliero e gli standard di governance e finanziamento, mentre le questioni fiscali, del lavoro e della responsabilità resterebbero nel livello nazionale.Le parole di Von der Leyen sul diritto fallimentare che regolerebbe le Eu Inc, però, aprono diversi interrogativi. Non è chiaro, ad esempio, come si possa conciliare una procedura fallimentare «europea» con le protezioni sociali legate al privilegio dei crediti verso i dipendenti dell’azienda fallita, istituto del diritto fallimentare nazionale. Più ancora, la questione fiscale resta indeterminata. Se i regimi fiscali restano quelli nazionali, aprire una società è già molto conveniente in Olanda o in Estonia, ad esempio, e non si vede il vantaggio di costituire un nuovo regime giuridico non territoriale. Si tratta solo di uno snellimento burocratico? Se è così, l’enfasi sul progetto Eu Inc appare a dire poco eccessiva. Se, invece, prima o poi il nodo fiscale verrà al pettine, il rischio è che si crei una sorta di area franca fiscale, che dovrà essere più conveniente dei regimi nazionali per essere attrattiva, altrimenti il tutto perde di senso. Ma è molto difficile che gli Stati vogliano perdere entrate fiscali. Neppure è chiaro come sarebbero trattati i rapporti contrattuali con imprese nei regimi nazionali ed anche sul diritto del lavoro occorre prestare attenzione, poiché esso è regolato sempre dalle norme del luogo in cui l’attività di svolge. Il ventottesimo regime fornirà una sorta di scudo sulle normative del lavoro? Lo vedremo, ma la sensazione è che la Eu Inc nasca soprattutto per le start-up tecnologiche e per le relative necessità di raccolta dei fondi e di finanziamento. L’idea sembra più essere quella di scimmiottare il capitalismo americano, fatta di venture capital e fondi di investimento che non hanno particolari vincoli o obblighi legali. I singoli Stati hanno normative particolari e diverse su come sono regolate le stock option, ad esempio, o i requisiti patrimoniali dei fondi e delle società, le partecipazioni azionarie, o la concessione di azioni ai dipendenti. Un regime che uniformi questi diversi sistemi sarebbe ben vista dagli investitori. La Eu Inc, cioè, sembra pensata più per favorire i flussi finanziari verso imprese tecnologiche incorporate in Europa, per competere con le start-up americane o cinesi, che non per dare fiato al mercato unico o alla competitività.Al di là della fattibilità di questa nuova Eu Inc, comunque, vi è a monte un problema che riguarda la responsabilità delle imprese nei confronti dello stato. Nel caso di un ventottesimo regime pervasivo, e non limitato alle questioni di finanziamento, sarebbero le aziende a scegliere il regime giuridico a loro applicabile, con ciò scegliendo anche quali rapporti avere con la società circostante, fatta di lavoratori, clienti, ambiente. La Apple europea del futuro nata nel ventottesimo regime, per capirsi, alle leggi di quale Stato risponderà?
Truffa allo Stato: il giudice nega a John Elkann la messa alla prova. E lui tifa prescrizione
Il suo sogno era scontare il suo (piccolo) debito con la giustizia tra i banchi di un istituto dei Salesiani, in veste di tutor. E invece dovrà accomodarsi tra i banchi di un tribunale. Quello che ha fatto tutta la differenza del mondo per John Elkann è la qualificazione giuridica data da due diversi giudici a un paio di dichiarazioni dei redditi compilate non proprio a regola d’arte.
Tutto ruota intorno all’eredità da 1 miliardo di euro di Marella Caracciolo, nonna di John e vedova di Gianni Agnelli, lascito che non era stato sottoposto a tassazione.
A fine estate, la Procura aveva richiesto il proscioglimento del notaio Urs Robert von Gruenigen, Lapo e Ginevra Elkann; mentre per John e per il suo fidato commercialista Gianluca Ferrero aveva chiesto l’archiviazione per il reato di dichiarazione infedele (che prevede pene da 1 a 3 anni).
Per i pm il presidente di Stellantis e ad di Exor (società che controlla anche il gruppo editoriale Gedi), aveva consegnato all’Agenzia delle entrate documentazione incompleta, ma non falsa.
La Procura aveva espresso parere favorevole alla richiesta di sospensione del procedimento con messa alla prova presentata da Elkann e alla richiesta di patteggiamento avanzata da Ferrero, in seguito al versamento nelle casse dell'Erario di 183 milioni di euro da parte degli indagati, somma che aveva estinto «integralmente il debito tributario, comprensivo di sanzioni e interessi».
Due diversi gip, invece, hanno ritenuto che quella messa in atto dagli indagati fosse una vera e propria frode fiscale e hanno, quindi, riesumato l’iniziale ipotesi della Procura, di «dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici», una fattispecie di reato che contempla pene ben più robuste: da 1 anno e 6 mesi a 6 anni.
L’inchiesta nei mesi scorsi si era sdoppiata.
Il gip Antonio Borretta ha dovuto valutare, per quanto riguarda le imposte dirette non pagate e successivamente saldate, l’istanza di archiviazione per la supposta dichiarazione infedele. A dicembre, ha respinto la richiesta e ha ordinato ai pm la formulazione dell’imputazione coatta per dichiarazione fraudolenta.
Un peggioramento della situazione che ha sicuramente influenzato le decisioni di un altro giudice, Giovanna Di Maria, la quale è stata chiamata a esprimersi sul secondo capo di imputazione, quello per truffa ai danni dello Stato (contestazione legata all’imposta di successione non pagata). In questo filone, a gennaio, i difensori di Ferrero hanno rinunciato formalmente alla proposta concordata con la Procura di un patteggiamento con pagamento di 73 mila euro, senza sanzioni accessorie e hanno intrapreso la strada del processo. Per quanto riguarda la posizione di Elkann, ieri, la Di Maria, dopo avere chiesto un rinvio per studiare la memoria presentata dai legali di John Elkann e fare degli approfondimenti, ha rigettato la richiesta di messa alla prova e ordinato la restituzione degli atti alla Procura, che, invece, aveva dato il via libera. La “map” avrebbe comportato, dopo 10 mesi, l’estinzione del reato.
La Procura, per effetto della decisione della Di Maria, ora, dovrà rivalutare la posizione di Elkann anche per la truffa ai danni dello Stato, come ha già fatto per la dichiarazione fraudolenta, in attesa della discussione in Cassazione del ricorso delle difese contro la decisione di Borretta.
Per la Procura le supposte condotte fraudolente erano indirizzate «in via primaria» al «mancato versamento dell’imposta sulla successione e quindi alla realizzazione della truffa». Borretta e Di Maria si sono dimostrati di tutt’altro avviso. Per il primo giudice «il dolo specifico di evasione non è escluso» quando chi commette il reato «abbia perseguito oltre all’obiettivo primario […] anche un diverso fine».
Secondo Borretta «è indubbio» che Elkann e il suo commercialista «conoscessero e condividessero, godendone, anche i conseguenti, ingenti, benefici fiscali derivanti dalla fraudolenta “esterovestizione” della residenza» di Marella, «attuata mediante artifizi e raggiri e poi “presidiata” nel tempo, e dalla conseguente presentazione di dichiarazioni dei redditi privi di elementi attivi che invece avrebbero dovuto essere indicati».
L’esterovestizione avrebbe prodotto «fra le altre cose, una consistente evasione dell'imposta sul reddito prodotto» da Marella e avrebbe consentito di non erodere il patrimonio poi ereditato da John.
Ieri, dopo il rigetto della messa alla prova, gli avvocati di Elkann, Paolo Siniscalchi e Federico Cecconi, hanno espresso la «volontà di dimostrare l’estraneità dei fatti in relazione alla posizione del nostro assistito».
Quindi hanno commentato: «Come atteso è stata rigettata l’istanza di “map”. Noi avevamo sinceramente perso interesse rispetto a questa istanza vista la frammentazione che si era creata nel quadro processuale. È una decisione che per noi non cambia niente, gli atti saranno restituiti al pubblico ministero e dovrà notificarci l'avviso di chiusura indagini e poi noi andremo avanti nel merito e dimostreremo che John Elkann non ha fatto nulla».
I legali avevano già spiegato che la scelta di Elkann di aderire a un accordo non implicava alcuna ammissione di responsabilità e che questa è ispirata solo dalla volontà di «chiudere rapidamente una vicenda personale molto dolorosa». Ovviamente la difesa, adesso, punterà molto anche sulla prescrizione: per il reato di truffa scatterà nell’agosto del 2027, mentre per la dichiarazione fraudolenta i tempi sono più lunghi.
In base al progetto presentato dai suoi legali, Elkann era pronto a mettere al servizio la sua solida esperienza di manager internazionale di giovani «in situazione di vulnerabilità» e «a rischio di dispersione scolastica», con percorsi di natura pre-professionale. Il piano prevedeva che lavorasse negli spazi dell’ufficio pastorale giovanile «Maria Ausiliatrice», in sinergia con i centri salesiani: dall’università salesiana Torino Rebaudengo agli istituti scolastici, dagli oratori alle comunità.
Il sogno di John di fare il tutor è naufragato ieri. Da oggi l’editore di Repubblica e della Stampa, oltre a pensare a vendere i suoi giornali, dovrà anche prepararsi a un’udienza preliminare in cui dovrà difendersi dalla doppia accusa di dichiarazione fraudolenta e di truffa ai danni dello Stato.
Il mondo Maga è in subbuglio e la destra americana si trova a un bivio che segnerà il futuro candidato repubblicano per il dopo Trump. Andrea Venanzoni nel suo libro La Destra americana contemporanea. Dalla New Right a Donald Trump (Giubilei Regnani editore), fa un’analisi precisa della divaricazione a cui è giunto il partito repubblicano. E individua un momento preciso in cui il terremoto Maga ha aperto questa faglia.
A poco più di un anno dall’elezione di Trump, come è cambiata la destra americana?
«La destra americana è molto cambiata in questi mesi e il vero turning point è stata la morte di Charlie Kirk. L’ala intransigente dei Maga, che ha reso popolare Donald Trump, si è ritrovata senza il freno di Kirk che a suo modo ne aveva domato gli estremismi e ora il movimento più radicale si è imposto con forza. Fino alla morte di Kirk, in pratica, le frange di estrema destra erano marginalizzate, ma ora sembrano risorgere».
E chi è il riferimento politico di questa fronda di estrema destra?
«Lo abbiamo visto in Italia proprio in questi giorni, si tratta di J.D. Vance: con la sua politica non interventista, concentrata sui confini nazionali e molto comprensiva nei confronti della Russia, il vicepremier Usa è in sintonia con questa frangia. È lui che ha consigliato a Trump di temporeggiare in Iran, per esempio. Questo proprio perché Vance è molto attento al mondo Maga che non considera l’Iran una priorità e tanto meno un nemico. C’è una faglia, una divaricazione oggi nella destra americana: l’altra faccia della luna è Marco Rubio, repubblicano più classico. Rubio è il volto emerso dall’ala di destra più moderata, chiamiamola più istituzionale e liberale».
In pratica si sta giocando un derby,,,per la successione a Trump?
«Sì, da una parte i Maga nazional populisti di Vance, dall’altra i moderati e tradizionalisti di Rubio. Quest’ultimo è il regista dell’operazione Maduro che, dopo la caduta del regime venezuelano, ora fa tremare Messico e Cuba. La sua però non è una politica neoconservatrice, ovvero non c’è la ricerca dell’esportazione della democrazia e del modello americano come fu per l’Iraq, per esempio. La visione di Rubio è più analitica, inquadra le minacce globali e per gli Usa. Per esempio, il Venezuela rappresentava un hub geopolitico per lo smercio della droga, a differenza dell’Iran dove si sono inoculati i cartelli del narcotraffico messicano e colombiano: questo per dire che Rubio ha una visione interventista, quando e se necessario».
La minaccia alla Groenlandia è tra queste necessità?
«No, e infatti non se ne sta più parlando. La Groenlandia, non da oggi, è oggettivamente uno snodo fondamentale per gli Usa, soprattutto per il valore delle terre rare. E si potrà anche arrivare a una trattativa ma i modi trumpiani hanno portato a un inasprimento sul tema. Ritengo che in futuro l’approccio Rubio possa pagare di più in termini di obiettivo finale».
Ci sta dicendo che l’Europa dovrebbe trattare con Rubio?
«Chiunque voglia ragionare sul lungo periodo deve sapere che il movimento Maga ha il respiro corto: stanno emergendo nuovi think tank che vanno oltre la destra che ha portato Trump alla Casa Bianca. Dagli incidenti con l’Ice, agli Epstein files, il partito repubblicano sta vivendo un momento di difficoltà. A dimostrazione di questo subbuglio, c’è la ridefinizione e la crisi della Heritage Foundation, in principio uno dei punti di forza di Trump e di Vance, ora molto indebolita a vantaggio della Advancing American Freedom di Mike Pence. A livello economico, inoltre, basti pensare ai dazi. C’è grande attesa per il pronunciamento della Corte suprema a riguardo, ma è in ogni caso una dottrina protezionista molto lontana dalle coordinate di Reagan e dalla sfera repubblicana. Possiamo dire che è in atto una brusca limitazione della libertà economica americana legata alla mentalità Maga. In questo contesto Giorgia Meloni fa bene a non sbilanciarsi troppo nei rapporti tra Rubio e Vance, fischi a parte…».
A proposito, non abbiamo ancora parlato del presidente Trump: dal video sugli Obama, alle atlete trans fino alle giornaliste, nessuno si salva: Trump è fuori controllo?
«Trump è una stella polare che brilla sempre di meno, anche se in realtà le uscite sono dettate dalla preoccupazione sul fronte interno: la vittoria dei democratici alle elezioni supplettive nel repubblicanissimo Texas, la rimozione di Bovino dal suo incarico nell’Ice e la rinuncia a centinaia di agenti sono segnali di possibile declino e questo aumenta l’aggressività mediatica di Trump in modo esponenziale».
Musk in questo scenario dove si colloca?
«Musk è tornato semplicemente a fare il suo mestiere, ovvero l’imprenditore. Rispetto a un primo tempo del governo che lo ha visto protagonista oggi Musk è tornato a occuparsi dei suoi satelliti, mentre gli americani per l’analisi dei dati si affida sempre di più alla Palantir Technologies».
Se dovesse scommettere 10 dollari, su chi li punterebbe tra Vance e Rubio?
«I due si contendono il trono ma mi rifaccio a un recente sondaggio Paymarket, dove Rubio vince su Vance».
La crisi iraniana resta in bilico. Ieri, Benjamin Netanyahu è stato ricevuto a Washington da Donald Trump: si è trattato del loro settimo faccia a faccia, da quando l’attuale presidente americano è tornato alla Casa Bianca.
L’incontro - che si è svolto a porte chiuse - ha avuto luogo dopo che, poco prima, il premier israeliano si era visto con il segretario di Stato americano, Marco Rubio: nell’occasione, Netanyahu aveva ufficializzato l’ingresso di Gerusalemme nel Board of Peace per Gaza. Tutto questo, mentre, nella serata di martedì, il premier israeliano aveva avuto un meeting anche con l’inviato statunitense per il Medio Oriente, Steve Witkoff, e con il genero dello stesso Trump, Jared Kushner, per discutere - secondo una nota dello Stato ebraico - di «affari regionali». Come che sia, secondo il Times of Israel, all’incontro di ieri alla Casa Bianca, al di là del presidente americano, erano presenti gli stessi Rubio e Witkoff, oltre al capo del Pentagono, Pete Hegseth.
Non è un mistero che Netanyahu abbia voluto con una certa apprensione questo nuovo colloquio con Trump. Lo Stato ebraico si è infatti mostrato particolarmente irrequieto dopo che, la settimana scorsa, Stati Uniti e Iran hanno ripreso a negoziare. In particolare, Netanyahu ritiene che non ci si possa fidare degli ayatollah e che Washington dovrebbe premere affinché Teheran, oltre a rinunciare all’arricchimento dell’uranio, accetti sia di limitare il proprio programma balistico sia di cessare la fornitura di armamenti in sostegno dei suoi proxy regionali. Si tratta di dossier rispetto a cui gli ayatollah hanno finora puntato i piedi: basti pensare che il consigliere di Ali Khamenei, Ali Shamkhani, ha definito «non negoziabili» le capacità missilistiche della Repubblica islamica.
Nei giorni scorsi, è emerso che Israele auspicherebbe la linea dura verso il regime khomeinista. Trump, dall’altra parte, è apparso restio nei confronti dell’opzione militare, pur non escludendola come strumento funzionale a indebolire la posizione negoziale di Teheran. È anche in questo quadro che ieri, prima del faccia a faccia tra Netanyahu e lo stesso Trump, JD Vance si è espresso contro l’ipotesi di un regime change in Iran. «Se il popolo iraniano vuole rovesciare il regime, la decisione spetta al popolo iraniano. Ciò su cui ci stiamo concentrando in questo momento è il fatto che l’Iran non può possedere un’arma nucleare», ha affermato il vicepresidente statunitense.
Non solo. Sempre prima di incontrare Netanyahu, Trump ha avuto una telefonata con l’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad Al Thani, per discutere di come evitare un’escalation nello scacchiere mediorientale. Poco dopo, lo stesso Al Thani ha incontrato, a Doha, il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale di Teheran, Ali Larijani, il quale, nell’occasione, ha escluso che il regime possa rinunciare all’arricchimento dell’uranio. Una posizione, questa, ben difficilmente digeribile tanto da Netanyahu quanto dalla Casa Bianca. Senza poi trascurare che il nodo del nucleare è anche al centro delle preoccupazioni dell’Arabia Saudita. Dall’altra parte, Teheran spera che Ankara possa persuadere il presidente americano a non ricorrere all’opzione militare contro la Repubblica islamica.
Tuttavia, bisogna fare attenzione: l’Iran non è l’unico dossier sul tavolo nei rapporti tra Washington e Gerusalemme.
In un post su Truth, a termine dell’incontro, Trump ci ha tenuto a tirare le somme di quanto lui e Bibi si erano detti a porte chiuse: «Ho insistito affinché i negoziati con l’Iran proseguano per vedere se sia possibile o meno concludere un accordo. Se fattibile, ho fatto sapere al primo ministro che questa sarebbe la preferenza. In caso contrario, dovremo solo stare a vedere quale sarà l’esito. L’ultima volta l’Iran ha deciso che sarebbe stato meglio non stringere un accordo, e sono stati colpiti da Midnight Hammer».

















