Stangata sui condòmini parte seconda. Ciak si gira. Vi ricordate il putiferio scoppiato a ridosso del Natale? La presentazione alla Camera della proposta di legge (2692/2025) che prometteva di «modernizzare» la disciplina condominiale? Ecco, più che rendere attuali delle norme (si parlava di maggiore sicurezza, minori contenziosi, promesse di trasparenza ecc.), ai più era sembrata una fregatura epocale che si sarebbe tradotta (sui dettagli torneremo dopo) in maggiori adempimenti e rincari soprattutto a carico dei proprietari di casa più ligi con il pagamento delle spese.
Un testo talmente tanto improponibile che a stretto giro le forze politiche della maggioranza avevano fatto a gara per scaricarlo. In primis la Lega che aveva parlato di testo con «evidenti criticità e non condiviso». Ma non meno tranchant era stata Forza Italia che per bocca del senatore e responsabile del dipartimento casa Roberto Rosso aveva annunciato «una nuova proposta di riforma sulla disciplina dei condomìni» evidentemente sostitutiva di quella che vedeva come prima firmataria Elisabetta Gardini (Fdi).
Tant’è che quando si è esposto il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Galeazzo Bignami, i più hanno pensato che il pericolo fosse scampato. «La proposta di legge 2692/2025 sulla gestione dei condomìni», sottolineava Bignami, «costituisce una proposta che, come molte altre, è in discussione alla Camera. Trattandosi di una proposta è indispensabile un confronto tra tutti i soggetti interessati in grado di costruire una posizione di buon senso a tutela della casa degli italiani, senza la quale Fratelli d’Italia ritiene che non potrà proseguire il suo iter».
Ma chi pensava a un de profundis si è sbagliato. Perché gli estensori del Pdl finito nella bufera ci stanno riprovando. La Verità ha potuto leggere le richieste di convocazione ricevute da alcune delle associazioni di settore che molto presto saranno ascoltata per dare il loro parere. «Questo comitato tecnico, su mandato degli onorevoli deputati firmatari, sta procedendo con i tavoli di confronto con le parti sociali interessate allo scopo di raccogliere il loro prezioso contributo. Questa proposta», si legge ancora nella missiva, «è un cantiere aperto e quindi il vostro contributo è ritenuto essenziale e funzionale alla costruzione di una versione definitiva della proposta che possa, così, riscontrare le segnalazioni di tutti [...] Tanto premesso, codesta associazione è convocata al tavolo che si terrà [...]».
In calce i nomi dei rappresentanti del comitato (Francesco Schena, Pietrantonio Lisi e Carlo Pikler) oltre all’indicazione del comitato tecnico riforma condominio 2025 onorevole Elisabetta Gardini.
Apprezzabilissimi i toni. Concilianti e alla ricerca del dialogo. Ma il punto è che sono talmente tanti e tali i punti da cassare o emendare della riforma che si faceva prima a riscriverla ex novo. E magari non sarebbe stata una cattiva idea cambiare mano.
Andiamo in ordine sparso. Nella proposta di legge era previsto che gli amministratori dovessero essere laureati con tanto di di elenco nazionale pubblico dei professionisti da creare al Mimit. Si sanciva il divieto dei pagamenti in contanti con l’obbligo di versare i saldi «su uno specifico conto corrente, postale o bancario, intestato al condominio medesimo». Veniva messo nero su bianco che «le informazioni relative alla sicurezza delle parti comuni dell’edificio fossero verificate e certificate» da una società specializzata. Mentre per gli immobili più partecipati (quando i condomini sono più di 20) diventava necessaria la figura del revisore (durata dell’incarico biennale).
Quindi la chicca. Per la questione principe di ogni stabile che si rispetti: i debiti. In primis i creditori possono agire sulle somme disponibili sul conto corrente condominiale - che per sua natura è alimentato da chi versa e non dai morosi -, quindi in via sussidiaria sui beni dei condòmini nella misura della morosità di ciascuno e in ultima analisi sui condòmini in regola con i pagamenti.
Morale della favola: una norma che era nata con l’intento di garantire maggiore sicurezza e minori contenziosi, finiva per prevedere nuovi balzelli, altri incarichi e multe salate da pagare e per penalizzare gli inquilini virtuosi a vantaggio dei morosi. Più che «un cantiere aperto», come si leggeva nella missiva, qui sarebbe il caso di chiuderlo il cantiere, e di provare a ricostruire il palazzo ricominciando dalle fondamenta.
Adesso che l’onda Epstein è diventata uno tsunami, è più difficile far finta di niente. Ieri è caduta un’altra testa di lusso: Kathryn Ruemmler, ex consigliere del presidente Barack Obama e attuale responsabile legale di Goldman Sachs, ha annunciato le dimissioni. Malgrado avesse descritto il rapporto col faccendiere come «strettamente professionale», i documenti mostrano un’intensa amicizia durata molti anni. Una sorte analoga è toccata all’emiratino Sultan Ahmed bin Sulayem, ad di Dp World, colui che inviò l’ormai noto «video della tortura» a Epstein.
«Buon compleanno! Spero che ti stia godendo la giornata con il tuo vero amore», scrive la Ruemmler a Epstein il 20 gennaio 2015. «Dicono che gli uomini di solito diano un nome al loro pene, altrimenti sarebbe inappropriato fare l’amore con un totale sconosciuto», risponde sarcastico Epstein. «Difficile credere che ci sia ancora un dibattito aperto su se gli uomini siano il genere inferiore», replica divertita la donna. In un’altra mail, questa del 12 febbraio 2016, Ruemmler scrive: «Il miglior massaggio di sempre, ma non il tuo tipo di massaggi», lasciando così intendere di sapere a che cosa alludesse Epstein con quel termine (le sue complici ufficialmente adescavano «massaggiatrici», e molte vittime riferiscono di una «stanza dei massaggi» dove venivano perpetrati gli abusi). In altre mail si riferisce al pedofilo come lo «zio Jeffrey», organizza incontri tra il finanziere e il direttore della Cia, lo ringrazia per regali di lusso e gli chiede consigli su quale tv comprare (marzo 2017), affermando di preferirne una priva dell’«opzione Cia/Nsa» (in quel periodo anche Wikileaks aveva rivelato la possibilità per i servizi di intelligence di accedere alle telecamere e ai microfoni dei dispositivi).
In quelli che sembrano appunti investigativi scritti a mano, emerge che proprio alla Ruemmler il pedofilo avrebbe rivolto una delle prime telefonate dopo l’arresto. In un altro scambio di email, i due discutono del Crime Victims’ Rights Act (Cvra), una causa federale avviata da alcune vittime per far dichiarare illegale l’accordo di non-prosecuzione del 2008 in Florida, accordo che aveva concesso l’immunità a Epstein e ai suoi co-cospiratori. La donna suggerisce o discute strategie su come gestire la vicenda, descritta come «una questione di soldi», e stigmatizza alcune delle persone attive: «Diritti delle vittime, ma fammi il piacere». Rivelati questi messaggi, la consigliera di Obama dal 2011 al 2014, oggi responsabile legale di Goldman Sachs, ha rassegnato le dimissioni.
E non solo lei: anche il miliardario emiratino Sultan Ahmed bin Sulayem ha rinunciato alla carica di ad di Dp World, uno dei maggiori operatori portuali al mondo. Grazie alle pressioni di alcuni parlamentari statunitensi, si è scoperto che fu lui a inviare il «video delle torture» che tanta gioia destò in Epstein. Ripercussioni anche per un’altra figura chiave degli Epstein files, Leon Black, miliardario cofondatore dell’Apollo Global Management su cui grava l’ombra di pesanti accuse di violenze sessuali (anche su ragazze minorenni) e che è stato inserito, nei documenti dell’Fbi, tra i co-cospiratori. Attraverso la sua società di private equity è proprietario di Lifetouch, la più grande azienda di fotografia scolastica degli Usa. Dopo le notizie uscite sul suo conto, molte scuole stanno cancellando i «picture day» (la giornata delle fotografie) perché preoccupate dell’utilizzo che verrebbe fatto di queste foto.
La vicenda di Epstein sta continuando a scuotere anche il Regno Unito, dove ieri si è scoperto che il Lolita Express, l’aereo privato con cui il faccendiere andava in giro e trasportava le sue schiave sessuali, avrebbe fatto scalo anche a Buckingham Palace. Secondo il Sun, l’ex principe Andrea invitò diverse ragazze portate dal finanziere, fatte entrare spesso senza le adeguate autorizzazioni di sicurezza. L’ex premier laburista Gordon Brown ha parlato di 90 voli del Lolita Express atterrati in Uk con a bordo giovani donne provenienti da tutto il mondo. La corona britannica, inoltre, avrebbe prestato 12 milioni di sterline all’ex principe per risarcire la vittima Virgina Giuffrè, morta - ufficialmente per suicidio - l’anno scorso, ma mai un penny è stato restituito dal fratello di re Carlo. Sempre tra i file, inoltre, emerge una mail del 2002 su una gita in Perù organizzata per Andrea dalla socia di Epstein, Ghislaine Maxwell. «Qualche vista turistica, qualche vista a due gambe (leggi: intelligenti, carine, divertenti e da buone famiglie) e sarà molto felice», scrive la donna nel corpo del messaggio, specificando poi i doveri di riservatezza.
Anche il primo ministro Keir Starmer è ben lontano dall’aver risolto i suoi problemi. In una lettera che l’ambasciata del Regno Unito ha recapitato, per conto dell’Nca, all’Fbi americano, emerge che l’intelligence inglese stava indagando su Epstein già nel 2020. Poteva dunque Starmer non sapere dei suoi legami con Peter Mandelson (che, dopo aver perso il titolo di Lord a causa di questa vicenda, è stato convocato ieri a testimoniare dal Congresso americano), da lui nominato ambasciatore negli Usa? Intanto, l'ex primo ministro israeliano Ehud Barak ha chiesto scusa per la sua pluriennale amicizia con il faccendiere.
Ma la saga degli orrori non è finita. Ieri, due deputate repubblicane sono andate al Dipartimento della Giustizia Usa per visionare i file e sono uscite «scioccate»: all’interno «ci sono persone famose, ricchi, persone di potere, premier, ex premier, ex presidenti e celebrità». Di questa storia sentiremo ancora parlare a lungo.
Milano-Cortina, San Valentino nero: gli azzurri floppano. Rimandata la caccia al record di medaglie
Lassù a Bormio il flop azzurro è Gigante, paradigma di un sabato nero. In attesa dell’urlo di Pietro Sighel nella notte dello Short Track (quando il giornale chiude, lui non ha ancora calzato i suoi pattini rossi) il medagliere è fermo a 18, ghiacciato come uno stoccafisso nell’ottavo giorno di Olimpiade. Sulla Stelvio nevica in alto, piove in basso e nel clima da tregenda gli italiani finiscono dispersi. A conferma che fra i pali quest’anno non è aria, Alex Vinatzer è 11º nella prima manche ed esce nella seconda mentre affronta il muro.
Durante la pausa aveva detto: «Quest’anno ho già fatto delle belle rimonte, bisogna tirare fuori tutto, vado all-in». Invece è out. Lo sguardo finisce su Giovanni Franzoni, cognome che finora ha significato salvezza. Niente da fare, il bresciano è sfinito (24º), l’argento nella Libera può bastare. «Sono esausto, non vedo l’ora di staccare un po’ a casa. Gli avversari erano più freschi, mi è uscita la spalla prima di partire, sono al limite. La mia priorità è la velocità, in gigante non mi sono allenato molto. Ho dato tutto e va bene, prima olimpiade positiva, mi darei 8,5».
Archiviata la pratica italiana rimane una gara storica, con la prima medaglia d’oro del Brasile sugli sci: la ghermisce come un’aquila reale Luca Pinheiro-Braaten, superfigo in tuta, con due manche da guerriero delle Alpi come Alberto Tomba, capace di tenersi dietro nella tormenta Marco Odermatt e l’altro svizzero Loic Meillard. Padre norvegese e madre brasiliana, Pinheiro-Braaten ha trascorso i suoi primi 25 anni di vita a fare la spola fra le due sponde dell’Atlantico: a Oslo quando i genitori erano insieme, a San Paolo dopo la separazione, di nuovo in Norvegia per gareggiare con la squadra più organizzata. Ma tre anni fa, per una questione legata agli sponsor, ecco la rottura con la federazione, la fuga in Brasile da mamma Alessandra, un anno per riorganizzarsi e l’invenzione della samba bianca. Bohèmien, casinista il giusto nelle notti di Coppa del Mondo (sei vittorie sempre fra i pali), Pinheiro-Braaten si percepisce manager etico di se stesso. E al traguardo, prima di mettersi l’oro al collo, ha pure il tempo per un messaggio gandhiano: «Spero che i brasiliani capiscano che la differenza è un superpotere. Non importa il background, il colore della pelle, da dove arrivi. Se credi fortemente nel tuo sogno, lo realizzi». Lo diceva già Ayrton Senna, ma va bene uguale. Facile ripeterlo per lui, che guadagna milioni dagli sponsor, può permettersi di pagare uno staff personale da paura, investe in immobili e ha preso casa a Milano: «Dell’Italia amo tutto, le montagne, il sistema di vita, questa città così creativa». Tomba lo chiama al telefono: «Sei il migliore, adesso ci credi?». Il brasiliano piange di gioia. Si scende da Bormio con l’illusione che quell’exploit sia anche un po’ nostro.
Un angelo vola, un angelo cade. È il Superman del pattinaggio artistico, lo statunitense Ilia Malinin (genitori uzbeki), presentato come un genio assoluto, l’oro più scontato (non perdeva dal 2023) con copertina su Sport Illustrated, l’imperatore del quadruplo Axel, un Rudolf Nureyev con le lame sotto i piedi. Morale: ottavo nella gara della vita dopo due cadute rovinose. Un incubo psicologico lo accompagnava da giorni, era obbligato a vincere ed è crollato. Se la testa non è fredda, lo Sport diventa una scimmia sulla schiena; ora il suo mental coach avrà di che lavorare. Mentre l’Italia di hockey subisce una dura lezione dalla Finlandia (11-0) e va a casa con tre sconfitte, contiamo le altre ferite di giornata. Solo dignitosa la staffetta femminile di Fondo (6ª), delude il Biathlon donne sprint dove Lisa Vittozzi non riesce a ripetere l’impresa di una settimana fa e arriva quinta mentre la leader più accreditata Dorothea Wierer scompare nelle retrovie dopo sequenze imbarazzanti al poligono. Oro alla norvegese Maren Kirkeide. Neppure sulla pista milanese di Pattinaggio velocità va meglio: nella 500 maschile Jeffrey Rosanelli sbiadisce al 17º posto nella gara dominata dal fuoriclasse statunitense Jordan Stolz (già oro nei 1000). Ci va male anche in allenamento: ieri la mascotte italiana, la napoletana di 16 anni Giada D’Antonio cade in slalom e si rompe un legamento crociato. Adieu.
È una giornata così, sarà il clima di San Valentino distrutto a colpi di insulti nel curling, dove gli svedesi sconfitti accusano due volte i canadesi di aver toccato la stone con una mano dopo il lancio. Il FairPlay va a farsi benedire e il Var non c’è. Allora ci pensa il capitano canadese Marc Kennedy a chiudere la polemica con un «Fuck you, la scopa puoi mettertela…» che ci costringe a ripensamenti sulla proverbiale compostezza anglosassone.
Oggi riparte la caccia al record delle 20 medaglie di Lillehammer. Per l’Italia tornano in pista i grossi calibri: Federica Brignone e Sofia Goggia (Gigante), Michela Moioli (Snowboard) e Francesca Lollobrigida (Pattinaggio), obiettivi preferiti dei fotografi. Ieri a Bormio non si capiva perché i paparazzi girassero attorno al gigantista argentino Tiziano Gravier, finito nelle retrovie. È il figlio dell’ex modella Valeria Mazza, cercavano tutti la mamma.
Berwich è un marchio che racconta una storia di famiglia, territorio e savoir-faire italiano. Nato nel 2008 in Valle d’Itria, cuore pulsante della manifattura tessile pugliese, il brand affonda le sue radici nell’esperienza quasi cinquantennale di I.co.man 2000 srl, azienda fondata nel 1977 da Michele Fumarola e Anna Mansueto. Da una piccola bottega di confezione a un ciclo produttivo completamente integrato, Berwich è oggi un punto di riferimento nel panorama dei pantaloni made in Italy, capace di coniugare tradizione sartoriale, ricerca stilistica e manifattura responsabile. E la prima domanda a Michele Fumarola si concentra proprio su questo straordinario patrimonio di know-how e a come si riflette oggi nel prodotto finale.
«ll settore manifatturiero è oggi sempre più raro. La scelta di non delocalizzare negli ultimi trent’anni si è rivelata vincente, ci ha permesso di essere un esempio quasi unico nel panorama contemporaneo. La nostra struttura verticalizzata ci consente di mantenere un controllo diretto su tutte le fasi produttive, garantendo qualità, flessibilità e rapidità di risposta alle esigenze del cliente».
La Valle d’Itria è un territorio fortemente legato alla tradizione sartoriale. Quanto conta il legame con
questo distretto nella definizione dell’identità di Berwich?
«La Valle d’Itria è una parte molto importante della nostra identità. È il contesto in cui nascono le nostre idee e da cui traiamo ispirazione, grazie all’equilibrio tra tradizione sartoriale, cultura del territorio e sensibilità contemporanea».
Dalla piccola bottega di confezione del 1977 a un ciclo produttivo completamente integrato: quali sono stati i passaggi chiave che hanno segnato la crescita dell’azienda?
«Il primo passaggio chiave è legato alla visione industriale. Fin da subito ho creduto e investito nello sviluppo tecnico e nella sperimentazione di nuovi metodi di confezionamento. Nel 1990 questa visione si concretizza con una trasformazione decisiva: l’azienda viene ampliata, automatizzata e strutturata in un ciclo produttivo integrato che comprende taglio, confezionamento e stiro».
Ricerca e sviluppo, manifattura consapevole e qualità sono valori centrali del brand. Come vengono tradotti concretamente nei processi produttivi quotidiani?
«Una parola che ricorre spesso in azienda è “prototipia”. La logica del prototipo è parte della nostra identità: testare, perfezionare e migliorare costantemente il prodotto. Questo approccio si traduce in un sistema produttivo responsabile, che va dall’organizzazione degli spazi all’utilizzo di energia rinnovabile, fino alle pratiche di risparmio energetico e recupero dei ritagli di tessuto».
Quali sono le principali differenze di approccio creativo e progettuale tra le varie vostre linee?
«In realtà l’approccio creativo è il medesimo per le diverse linee. A cambiare è soprattutto la visione stilistica, che si declina in esigenze modellistiche e nella scelta dei materiali. Tutte le collezioni Berwich nascono da un processo condiviso che parte dalla visione creativa, passa attraverso la prototipia e si concretizza nella fase decisionale e di lancio».
La produzione è interamente Made in Italy: dove avviene nello specifico e quali fasi vengono gestite internamente per garantire gli alti standard qualitativi del marchio?
«La produzione è interamente realizzata nello stabilimento aziendale di Martina Franca, città d’origine della nostra famiglia. All’interno della struttura gestiamo tutte le fasi: dall’ufficio prodotto e modellistica alla sala taglio, fino al confezionamento e al magazzino. Questo modello ci consente, partendo dalla selezione dei tessuti, di realizzare internamente il capo finito e di gestirne direttamente la distribuzione, garantendo standard qualitativi elevati e pieno controllo del processo».
Quali sono attualmente i mercati di maggiore espansione per Berwich e come si adatta il brand alle esigenze di contesti internazionali diversi?
«I mercati più performanti sono Benelux, Russia e Giappone, l’America è in forte crescita. Grazie all’ufficio modelli interno, possiamo adattare le vestibilità alle esigenze dei diversi mercati internazionali».
Il passaggio generazionale ha portato una nuova leadership e nuove competenze. In che modo questo equilibrio tra tradizione familiare e visione contemporanea ha rafforzato il brand?
«Il passaggio generazionale ha portato a una distribuzione delle principali funzioni aziendali tra i membri della famiglia. Amministrazione, produzione, prodotto, stile e commerciale lavorano in modo complementare, rafforzando il dialogo tra tradizione e visione contemporanea».
Guardando al futuro, quali sono gli obiettivi strategici del marchio e come immaginate l’evoluzione di Berwich nei prossimi anni?
«Oggi ci concentriamo su tre direttrici principali: elevare ulteriormente la qualità del prodotto e della collezione come, ad esempio, In-da-co e Platinum, presentate in occasione dell’ultima edizione di Pitti Immagine uomo, dove resta importante il tema della sartorialità. E poi espandere la presenza in mercati ad alto potenziale come l’America e sviluppare spazi espositivi più ampi per valorizzare al meglio il brand».










