Gli Stati Uniti avrebbero un piano per unificare la Libia. A riportarlo è stato, martedì scorso, Middle East Eye, che ha citato fonti occidentali e arabe a conoscenza della questione.
Il progetto, che sarebbe stato architettato dall’inviato speciale della Casa Bianca per l’Africa Massad Boulos, prevedrebbe di «unificare la Libia attraverso la famiglia Dbeibeh nella Libia occidentale e la famiglia Haftar in quella orientale, sostituendo i leader di ciascuna famiglia con una nuova generazione». Stando alla testata, Washington starebbe lavorando al piano da tempo. Si sarebbe tuttavia registrata un’accelerazione alla luce della guerra in Iran: gli Stati Uniti starebbero infatti guardando con maggiore interesse al petrolio libico, per cercare di abbassare i costi dell’energia.
«L'amministrazione Trump vuole che Ibrahim Dbeibeh, un influente politico libico, assuma la carica di primo ministro al posto di suo cugino, l'attuale premier Abdul Hamid Dbeibeh, che soffre di problemi di salute», ha ripotato Middle East Eye. Al contempo, Washington punterebbe a far sì che la carica di presidente della Libia vada al figlio del generale Khalifa Hafar, Saddam. Quest’ultimo avrebbe addirittura incontrato i vertici della Cia durante una visita negli Stati Uniti avvenuta l’anno scorso.
Il piano sembrerebbe essere visto con favore dai principali attori regionali, a partire da Turchia ed Egitto. Il che potrebbe portare eventualmente al suo successo. Del resto, oltre alla questione energetica, Washington potrebbe far leva su questo progetto per indebolire i legami tra Haftar e la Russia: una Russia che continua a rivestire un peso geopolitico significativo nella parte orientale della Libia. In altre parole, la Casa Bianca potrebbe approfittarne per sferrare un colpo alla longa manus di Mosca sul Nord Africa e potenzialmente sul Sahel. Senza contare che, nel caso l’amministrazione Trump dovesse riuscire a riunificare la Libia, potrebbe, in un secondo momento, cercare di spingerne il nuovo governo ad aderire agli Accordi di Abramo.
Certo, la situazione complessiva non è facile. E la strada potrebbe continuare a rivelarsi in salita. Tuttavia, il piano di Boulos certifica il crescente interesse di Washington per il Maghreb. Un fattore a cui l’Italia dovrebbe prestare estrema attenzione, in vista di possibili sinergie regionali con gli Stati Uniti.
«Non c’è nulla di più forte di quei due combattenti là: tempo e pazienza», parola di Lev Tolstoj in Guerra e Pace.
Vladimir Putin, spiazzando molti osservatori improvvisati anche se paludati, ha scandito: «L’obiettivo dell’operazione speciale resta la vittoria, tuttavia la questione sta giungendo alla fine». In più i due mediatori americani, Steve Witkoff e Jared Kushner sono attesi «presto» a Mosca. Perché? Le ragioni sono probabilmente due: da oltre quattro anni i russi combattono sul fronte ucraino e con l’arrivo dell’estate la guerra si sposta ad altezza droni dove Kiev ha un vantaggio tattico. Nell’annuncio Putin ha messo le mani avanti: «I nostri eroi combattono contro tutte le forze Nato, nonostante ciò continuano ad avanzare e la vittoria è stata nostra e lo sarà per sempre!». E la pazienza?È quella che Putin - che ha parlato dopo la parata del 9 maggio «giorno della vittoria» andata in scena in forma ridotta per precauzione - metterà in campo nelle trattative a cui «mai ci siamo sottratti». Donald Trump però non si metta di mezzo e se vuole e ne è capace l’Europa faccia la sua parte. Il primo lo ha liquidato affermando: «Questa rimane prima di tutto una questione tra Russia e Ucraina».
Bruxelles l’ha messa in mora sostenendo: «Mai rifiutati colloqui con l’Unione europea». E poi ha dato, metaforicamente, due schiaffoni a Ursula von der Leyen: «Per noi un mediatore gradito è Gerhard Schröder che non ha mai usato un linguaggio offensivo verso di noi». L’altro manrovescio diplomatico arriva dopo un colloquio riservato che Vladimir Putin ha avuto con Robert Fico, il leader della Slovacchia, contro il quale Ursula von der Leyen ha fatto di tutto accusandolo di putinismo perché Slovacchia e Ungheria pretendevano da Kiev il riallaccio dell’oleodotto russo che porta il petrolio a Bratislava e a Budapest. Robert Fico era tra i pochissimi invitati alla «parata della Vittoria» e aveva con sé una missiva con cui Volodymir Zelensky proponeva un incontro bilaterale ai russi. Putin l’ha così commentata: «La Russia non ha obiezioni agli incontri» e ha aggiunto «nemmeno a tenere colloqui in un paese terzo, a condizione che i colloqui mirino alla firma di un accordo». Da qui l’annuncio che la «questione sta giungendo alla fine». Putin, che per trattare si affida a Fico e Schröder, per la Von der Leyen è quanto di peggio poteva capitare: non può dire no, ma deve legittimare ciò che lei ha combattuto. Schröder nega con la sua stessa persona la sanzioni contro il gas e l’economia russi, di fatto le sole cose che ha fatto Ursula von der Leyen, al netto di aver agitato il pericolo per riarmare la Germania (e aiutarla così a uscire dalla sua crisi economica) e facilitare in ogni modo l’Ucraina attingendo dalle tasche dei contribuenti europei. Schröder, già leader dell’Spd e cancelliere tedesco, è da sempre amico di Putin: era nel board di Gazprom, il colosso del metano russo, è stato colui che ha elaborato la costruzione del Nord Stream (il gasdotto fatto saltare in aria dagli ucraini) e proporlo come mediatore è una sfida aperta all’Ue. Che tace lasciando che a reagire sia Berlino. Dal quartier generale dell’ex cancelliere socialdemocratico nessuna conferma, mentre Friederich Merz s’affida a una nota del portavoce del governo federale: «Abbiamo preso atto di queste dichiarazioni che si inseriscono in una serie di false offerte da parte della Russia: si tratta della lor ben nota strategia ibrida; se hanno intenzioni serie comincino col prolungare la tregua sul fronte ucraino».
Dove invece si è continuato a combattere con accuse reciproche di violazione della tregua (gli ucraini lamentano almeno tre morti a Zaporizhzhia e 17 feriti, i russi tre incursioni con droni). Chi ha parlato è il consigliere presidenziale russo Yuri Ushakov che ha riavvicinato il Cremlino alla Casa bianca e ha confermato che i due mediatori americani Steve Witkoff e Jared Kushner sono attesi a Mosca «per continuare presto il nostro dialogo». E poi ha fatto capire - da qui la pazienza - cosa Fico deve aver riferito a Putin: «In Ucraina sanno che dovrà essere ceduto il Donbass e lo faranno comunque, prima o poi».
Volodymir Zelensky non ha commentato direttamente le parole di Putin, ma Serhiy Leshchenko, consigliere presidenziale, ha risposto: «Zelensky è pronto a incontrare Putin ovunque, ma non a Mosca, perché è la capitale di uno Stato aggressore».
Chi invece si è tolto molte soddisfazioni è Robert Fico, che ha sottolineato: «È stato confermato ancora una volta che la mancanza di un dialogo politico a tutti gli effetti è un errore madornale. L’Ue si limita a imporre sanzioni che, tra l’altro, non fanno altro che rafforzare l’autosufficienza della Russia. Considero il caro prezzi energetico come una tassa che i cittadini devono pagare per la stupidità e l’ ideologica ossessione della Russia che ha l’Ue». Da ieri è un po’ più complicato dargli torto.
«L’Europa non lasci cadere nel vuoto l’apertura di Putin. Dopo quattro anni di guerra, morti e sanzioni, la parola torni alla diplomazia», l’appello della Lega.
È, il fegato, la parte del quinto quarto che più probabilmente ha mangiato chi non mangia le frattaglie e inorridisce di fronte a zampetti, code e organi interni.
Si chiamano frattaglie o quinto quarto, infatti, macellati gli animali in due quarti contenenti tutte le parti più «eleganti», le parti residuali e gli organi interni degli animali macellati che non sono muscolo o osso, come orecchie e parti finali delle zampe e poi interiora come l’animella, il cervello, la lingua, il cuore, il polmone, il fegato, la milza, il rognone, la trippa. Si mangiano queste parti residuali di animali da allevamento, grandi e piccoli, quindi di bovini, suini, conigli, polli, oche (le interiora dei volatili si chiamano anche frattaglie), ma si mangiano anche del pesce, riscuote grande successo presso gli chef la trippa di mare e si sta lavorando tanto anche su pelli, lische e teste. Il fegato è poi la parte del quinto quarto che più «funziona» come se fosse una parte degli altri quarti, essendo anch’esso un bel tocco di carne. Chiunque ha in memoria quel «pònf» che fa risuonare il pezzo di carne messo sul banco dal macellaio per affettarlo al coltello. Anche col fegato funziona così. Come se fosse un girello, il fegato di maiale o di vitello è perfettamente affettabile in fettine e in tale forma consumato. «I tagli più freschi che ho… Vediamo… Cosa preferisce, signora? Delle belle fettine di vitella oppure di fegato?». Così direbbe un macellaio.
La freschezza nel fegato e, in generale nelle frattaglie, è fondamentale. Proprio in virtù del fatto che non erano conservabili a lungo, prima dell’avvento dei frigoriferi, al macello le frattaglie erano date a chi ci lavorava come parte della paga o addirittura venivano regalate perché erano fuori dal circuito commerciale normale precisamente a causa della loro veloce deperibilità rispetto alle altre parti dell’animale, i due quarti verticali dell’animale macellato che poi, divisi ulteriormente in due, diventavano i quattro quarti.
Riassumendo: gli abbienti mangiavano i quattro quarti, i poveri il quinto. All’interno del variegato mondo del quinto quarto, il fegato è molto gettonato anche per la presenza di particolari proteine nobili. Facciamo una premessa su queste ultime. Come spiega l’Iss, l’Istituto superiore di sanità, le proteine di origine animale contengono tutti gli aminoacidi essenziali, per cui sono chiamate proteine nobili. Sono ricche di vitamina B (in particolare B12), ferro e zinco ad elevata biodisponibilità. Sono contenute in carne, prodotti ittici, uova, latte e derivati come i formaggi. Le proteine di origine vegetale sono meno complete delle proteine di origine animale perché non contengono tutti gli aminoacidi essenziali (anche se la loro combinazione con alcuni alimenti di origine vegetale, per esempio legumi e cereali, compensa questa carenza migliorando la qualità delle proteine di entrambi i prodotti). Le proteine di origine vegetale, inoltre, contengono molecole con attività anti-nutrizionali, come tannini e fitati che possono legare micronutrienti, per esempio zinco e ferro, rendendoli meno disponibili, o di natura proteica, per esempio lectine e faseolamina, che possono ridurre l’assorbimento di alcuni nutrienti, ad esempio l’amido. Tuttavia, trattamenti come l’ammollo e la cottura sono in grado di inattivare tali sostanze. Le proteine vegetali sono meno digeribili e, di conseguenza, meno biodisponibili, di quelle animali. Per questo motivo, in caso di dieta vegetariana o vegana, potrebbe essere opportuno aumentare del 5-10% il quantitativo di proteine vegetali assunte quotidianamente. Inoltre, nelle proteine vegetali mancano elementi presenti nelle proteine animali come, per esempio, il ferro eme: il ferro dei vegetali, che si chiama ferro non eme, è meno disponibile. Insomma, dal punto di vista nutrizionale non c’è dubbio che la dieta corretta contenga anche carne, proprio in funzione delle sue proteine nobili. Il fegato, in particolare, contiene nucleoproteine. Sono proteine associate agli acidi nucleici (Dna o Rna) che svolgono funzioni cruciali all’interno delle cellule: supportano il sistema immunitario in caso di forte stress psicofisico, di malnutrizione e di debilitazione, riparano il materiale genetico, allungano la vita delle cellule e sostengono il metabolismo osseo. Diversamente da altre frattaglie, il fegato è molto digeribile, poiché ha pochi grassi, diversamente da, per esempio, la frattaglia cervello, e non presenta tessuto connettivo impegnativo per lo stomaco come per esempio è, invece, per la trippa. A causa delle nucleoproteine contenute nel fegato (e anche in altre frattaglie come il cervello, così come nei crostacei), deve fare attenzione e moderarne il consumo chi soffre di gotta oppure di alti livelli di acido urico e calcoli renali. Questo perché durante la digestione le nucleoproteine sviluppano quantità di purine e acido urico che non vanno bene per chi presenta una sensibilità. Si sconsiglia il fegato anche a chi soffre di ipercolesterolemia, perché sebbene presenti nel complesso pochi grassi, contiene molto colesterolo, diverso a seconda dell’animale, ma comunque molto. Il fegato di vitello ne può contenere da 190 a 330 mg ogni 100 g. Il fegato di maiale un po’ meno, da 200 a circa 260. Va detto che il colesterolo alimentare non alza direttamente il colesterolo nel sangue quanto invece fanno i grassi saturi, tuttavia chi soffre di ipercolesterolemia deve assolutamente limitare anche i cibi con alto colesterolo.
Si mangia il fegato di tanti animali allevati, ma in particolar modo si consuma il fegato di bovino e il fegato di maiale. La nostra tradizione vanta piatti che celebrano questa frattaglia, svetta su tutti - anche per la sua bontà - il fegato alla veneziana. Il fegato di vitello e quello di maiale non differiscono moltissimo: quello di vitello ha un po’ più di fosforo (333 mg contro i 272 di quello di maiale). Ha molta più vitamina A, circa 6 microgrammi contro i 2 del fegato di maiale. Ma ha molto meno ferro, la metà, perché ne presenta 8,5 mg contro i 18 del fegato di maiale. In entrambi i casi, è perfetto per evitare o contrastare l’anemia. Per ambedue i tipi di fegato vale che su 100 g di carne, che sono edibili al 100%, abbiamo 70 g di acqua, circa 20 di proteine, circa 5 di grassi, intorno al grammo di carboidrati e poche calorie: intorno alle 130. Poi abbiamo sui 10 mg di calcio, mezzo milligrammo di vitamina B1, circa 2 mg di vitamina B2, circa 12 di vitamina B3. Le vitamine del gruppo B sono essenziali innanzitutto per il buon funzionamento del sistema nervoso. Contiene poi molta vitamina A, fondamentale per vista e pelle. Vero e proprio superfood, concentrato di vitamine e minerali spesso superiore a quella della carne muscolare, il fegato andrebbe mangiato una volta a settimana, in porzione da 80 a 120 g. A scelta, tra vitello e maiale, anche in virtù del sapore: il fegato di vitello ha un sapore più delicato rispetto a quello di maiale. Un trucchetto di cottura: non sovracuocetelo, lo rovinereste. Una girata e una voltata, fiamma alta, tempo «basso» cioè poco, meno possibile perché la carne resti morbida all’interno e non diventi stoppacciosa o, peggio, una suola di scarpa, cuocendo oltre il necessario.
Anna Ammirati, bella e profonda. Conversando con lei si sprigionano l’anima emotiva e sanguigna che la stringe alla sua città, Napoli, dove è cresciuta, e quella legata a Roma, dove vive e in cui, con determinazione, è diventata ottima attrice di cinema, teatro e fiction televisive impegnate. Nel 2024 ha partecipato al pluripremiato film di Gabriele Salvatores Napoli-New York.
Anna, sei nata il giorno di Capodanno, un giorno estremo…
«Sì, proprio il primo gennaio, di pomeriggio».
Com’eri da bambina?
«Ero estroversa, gioiosa, inclusiva. Regalavo i miei giocattoli agli altri. Ho bellissimi ricordi».
Mamma e papà avevano a che fare col mondo dello spettacolo?
«No, io sono una borghese acquisita, sono figlia della working class. I miei non c’entravano con lo spettacolo. Il lavoro che faccio l’ho desiderato fin da piccola. Dopo il liceo ho sempre detto “andrò a Roma per fare l’attrice” e così è stato».
Hai esordito a teatro a 8 anni…
«Mia madre aveva intuito molto presto questa mia passione e mi avvicinò al teatro facendomi partecipare a compagnie amatoriali che rappresentavano opere di Eduardo De Filippo».
Studi liceali, accademia di teatro, perfezionamento alla Biennale di Venezia… Determinata.
«Credo che questo lavoro sia fatto soprattutto di studio e disciplina. Ad esempio, ora che sto aspettando la partenza di un progetto di teatro a settembre, studio molto le poesie, un esercizio di memoria, perché non è semplice memorizzare un copione se non ti alleni continuamente».
Titolo di questo spettacolo?
«Quarant’anni e non li dimostra, scritto da Titina e Peppino De Filippo. Il “quarant’anni e non li dimostra” è il mio personaggio, una donna che ha sempre vissuto accanto al padre dedicandosi sempre alla famiglia e agli altri. A 40 anni scopre improvvisamente di esistere come donna e quindi anche con la possibilità dell’amore…».
Il tuo primo film. Protagonista di Monella di Tinto Brass, del 1998.
«Un mio amico dell’accademia una mattina portò una foto mia con sé perché il regista cercava la protagonista ma anche il suo fidanzato. Andò da Tinto o da un suo aiuto e come a volte succede lui non fu scelto ma fui scelta io perché cercava una “Lolita”. Monella, storia scritta da Barbara Alberti e da Brass, è la trasposizione di Lolita, una ragazza giovane, spontanea, vitale, più scugnizza che provocatrice».
Lolita, il romanzo di Nabokov…
«Esattamente. L’esperienza fu bellissima, Brass è un grande regista. Ha attraversato varie fasi, quella blu, quella rossa, quella bianca, la fase politica, quella erotica…».
Ricordiamo un suo stupendo e surreale film del 1964, con Alberto Sordi, Il disco volante, sempre attuale.
«Certo. E La vacanza (1971, ndr) con la Redgrave e Franco Nero…».
Tra i molti film in cui hai partecipato, E dopo cadde la neve, di Donatella Baglivo, del 2005, sul terremoto dell’Irpinia del 1980. All’epoca avevi meno di due anni...
«Non so perché ma ho un preciso ricordo di quel terremoto. Mi ricordo che stavo mangiando le “patate di zucchero”, sai quelle americane, che mi piacciono da morire. Ricordo che mia madre mi stava imboccando e disse “andiamo”. Io piangevo sulle scale perché volevo finirle, un ricordo che, nonostante fossi piccolissima, mi è sempre rimasto. Ho un ricordo proprio della scossa e dovemmo scappare. Donatella Baglivo, che è una documentarista, ha voluto raccontare quel fatto attraverso immagini vere e ricostruzioni di fiction».
In L’amore buio, del 2010, regia di Antonio Capuano, fai la parte dell’analista di Irene, una ragazza violentata da suoi coetanei.
«Volevo lavorare con Antonio Capuano da sempre, l’ho proprio inseguito. Poi qualcuno mi disse “Antonio sta preparando un film”. In quel periodo mi trovavo a Napoli e lo incontrai a piazza del Gesù. Gli dissi “stai preparando un film? Mi avevi promesso che mi avresti chiamata e non me lo dici?”. Lui mi guardò e mi propose un ruolo quasi come fosse uno scambio di contrabbando, “teng’ na’ psicologa, a vuo’ fa’?”. Dissi sì. Il film si divideva come si divide Napoli, la parte alta e la parte bassa. Io ero la psicologa di questa ragazzina di Posillipo che praticamente è un’altra città, i quartieri sulla collina, con queste ville sul mare, mentre la Napoli del centro storico, dei Quartieri Spagnoli, è quella che pulsa, diciamo popolare, anche se vivere oggi nel centro storico di Napoli non se lo possono permettere tutti. Non so se si sente, sta uscendo il mio caffè…».
In effetti un po’ si sente, peccato non arrivi il profumo…
«Questa ragazzina viene violentata da un gruppo di minorenni, ma poi si innamora del suo aguzzino, un ragazzino di 17 anni che le scrive lettere dal carcere. Nasce una storia d’amore assurda, particolare. Credo che Capuano volesse raccontare la forza dell’amore che riesce a superare anche una cosa così drammatica. L’amore è l’atto più rivoluzionario di questa terra. Puoi pure essere Elon Musk ma quando arriva ti stende. Non te lo puoi comprare, non lo puoi inventare, non puoi decidere quando arriva e non c’è niente che possa fermare una cosa così enorme, anche quando arriva tra due adulti che magari non sono liberi e quell’amore diventa struggente e doloroso. È come arrivasse uno tsunami, mi viene da dire che l’amore non guarda in faccia nessuno. Penso che oggi avere qualcuno che ti vuole veramente bene sia l’unica forma di salvezza».
Sei credente?
«Sono credente, sì, molto credente, sono cristiana, quando posso vado in chiesa, credo in Dio e in Gesù Cristo».
Da quanto tempo vivi a Roma?
«Da 28 anni ma torno spesso a Napoli, lì ci sono i miei genitori. Sono nata a Castellammare di Stabia in clinica, ma sono cresciuta a Napoli».
Come la vedi questa stupenda città che è Napoli?
«Negli ultimi anni ha ritrovato un’energia, una centralità culturale, anche un orgoglio nuovo, un turismo che fa paura, più curiosità verso la sua identità ma, accanto alla bellezza enorme e alla creatività, ci sono ancora fragilità sociali molto forti e forse è proprio questo che continua a renderla così viva e difficile da raccontare davvero. Cambia continuamente ma resta sempre la stessa, ti seduce e ti ferisce».
Roma, invece, come la descrivi?
«È un po’ strega. Quando ci sono me ne vorrei andare e quando non ci sono mi manca da morire. Per me è stata il luogo della trasformazione. Sono arrivata qua a 18 anni. Qui sono diventata una donna, qui è nata mia figlia, a Napoli ci sono le radici, l’istinto, l’infanzia, la parte più emotiva di me. A Roma ho imparato la resistenza. Non ti regala niente subito, ti mette alla prova, ti costringe ad avere molta pazienza, ti obbliga a una disciplina enorme, ti costringe anche alla capacità di stare nella solitudine, ma allo stesso tempo ti dà una libertà enorme perché dentro Roma convivono mondi completamente diversi, politica, spiritualità, borghesia, periferie, ma non ti costringe a diventare romano, ti insegna ad affrontare la complessità e anche a stare dentro la storia».
Vuoi dirci della tua situazione sentimentale attuale?
«Ho una figlia di 23 anni, Sara, si sta laureando in storia dell’arte a Venezia, vive e studia là e per questo frequento tantissimo Venezia. È molto colta, mi insegna anche cose che non so… In questo momento ho un compagno e sono molto innamorata».
Nel docu-drama Rai del 2017, Paolo Borsellino. Adesso tocca a me, hai interpretato Agnese Borsellino, la moglie del giudice. Cosa ti ha dato questa esperienza?
«Sono entrata nella parte di una donna realmente esistita, già questo per me era una responsabilità enorme, entrare nella vita di una donna che ha attraversato il dolore con una dignità impressionante. Viveva quotidianamente la paura, l’attesa, il peso di quella situazione. Per me non era importante imitare Agnese Borsellino ma restituirle la sua umanità, soprattutto la sua forza silenziosa. Sul copione appuntai che non cercava la scena, il protagonismo. Immaginai cosa significa amare qualcuno con la costante paura di perderlo. Ho cercato di raccontare non solo il suo dolore dopo la strage ma anche la sua quotidianità, fumava tantissimo, lui le faceva gli scherzi telefonici. Camminavo per Palermo nelle strade che lei frequentava, facevo la spesa nei negozi dove andava lei…».
Il tuo primo lavoro in teatro. Protagonista di Un amore di Dino Buzzati, regia di Giulio Bosetti, del 1998.
«L’incontro con Giulio Bosetti è stato una grande scuola. Eleganza particolare, è stato uno dei grandi del nostro teatro. La scrittura di Dino Buzzati, c’è sempre dentro un’inquietudine, un mistero, un’attesa. Tra l’altro questa rappresentazione la feci subito dopo il film di Brass. Antonio Salines, che è stato un grande attore, faceva un personaggio in Monella. Disse a Bosetti: “La ragazza protagonista potrebbe essere la tua Laide”. Ricordo che a Tinto non fece piacere che Bosetti - mi portò il romanzo di Buzzati, storia di un amore completamente sbilanciato che per lui diventa ossessione, molto attuale - venisse sul set per conoscere la sua attrice. Questo non l’ho mai raccontato a nessuno».
Gli uomini di oggi appaiono un po’ fragili.
«Penso che ci si difenda molto e ci si ascolti poco. Non amo la guerra tra i sessi. Uomini e donne devono trovare un dialogo meno ideologico, meno basato sul potere. Credo che gli uomini che oggi sanno mostrarsi umani abbiano molto più fascino. Questi sono gli uomini che mi interessano. L’autenticità richiede molto più coraggio. E questo vale anche per le donne. Tutti abbiamo bisogno delle stesse cose, essere compresi, amati, rispettati e sentirci visti, porca miseria».










