- Si sapeva già, ma ora lo dice anche un giudice: chi protestò contro il green pass non commise alcuna violenza. La sentenza, inoltre, potrebbe sancire l’illegittimità dell’azione repressiva. Intrapresa non per pericoli reali (vedi Torino) ma per il successo dell’evento.
- Come con Djokovic: così la legge fu piegata al volere della politica. Durante la pandemia il diritto divenne il «braccio armato» di scelte di natura morale.
Lo speciale contiene due articoli.
C’è un fatto certo: al porto di Trieste, la mattina del 18 ottobre 2021, chi manifestava non ha commesso nessuna violenza. Noi lo diciamo da sempre, ma ora lo dice anche un giudice: i portuali che, con Stefano Puzzer, protestavano contro il green pass avevano in mano un rosario, non le molotov come i teppisti dei centri sociali. Pregavano, non sfasciavano la testa ai poliziotti. E lottavano per la libertà di tutti, non per attaccare lo Stato. L’esatto contrario di quello che è successo a Torino.
Non era difficile da capire, eppure la vicenda giudiziaria si è chiusa solo l’altro ieri: cinque imputati, tutti assolti. Assolti perché «il fatto non sussiste» (due di loro) oppure assolti perché «il fatto non costituisce reato» (gli altri tre). Comunque assolti. E dunque evviva. Ma non è tutto. Perché, al porto di Trieste, quella mattina di ottobre del 2021, qualcosa di illecito è stato commesso. E non certo da chi manifestava. Anche questo a noi era evidente da tempo. Ma ora, forse, per la prima volta c’è una sentenza che lo dichiara.
Cominciamo dall’inizio. Per quegli scontri al porto di Trieste erano state indagate 18 persone. Tutte accusate di resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale. Stefano Puzzer, il volto simbolo di quella protesta, è stato prosciolto, altri hanno patteggiato. Cinque di loro, invece, sono andati avanti, fino in fondo al processo. Un processo già abbastanza discutibile nell’impostazione: fa sorridere in effetti, dopo aver visto scarcerare chi a Torino ha massacrato un poliziotto a martellate, vedere onesti lavoratori processati cinque anni per aver offeso «la reputazione e il prestigio degli appartenenti alle forze dell’ordine gridando: i veri delinquenti siete voi, vergognatevi». Oppure per aver «spinto con le mani gli scudi con i quali gli operatori di polizia cercavano di avanzare». Oppure ancora per aver «indirizzato verso le forze dell’ordine, con un calcio, un lacrimogeno da queste appena sparato». Addirittura uno dei manifestanti è stato accusato perché, dopo essersi lavato gli occhi irritati dai lacrimogeni, per la rabbia aveva scagliato in aria la bottiglietta d’acqua di plastica (vuota). Peso: 10 grammi. Imputazione: uso d’arma impropria.
Tutto assurdo? Sì, ma il bello deve ancora venire. L’assoluzione di tre imputati perché «il fatto non costituisce reato» apre infatti una prospettiva nuova e assai interessante. L’avvocato Pierumberto Starace, che li ha difesi, ha sostenuto per loro la tesi della non punibilità in base all’articolo 393 del codice penale. Cosa dice questo articolo? Molto semplice: che non si può essere puniti per resistenza o oltraggio a pubblico ufficiale se quest’ultimo sta esercitando le sue funzioni in modo arbitrario, cioè eccedendo i limiti delle sue funzioni. Non possiamo dire con certezza che la tesi difensiva sia stata accolta dal giudice, dottoressa Cristina Arban, lo scopriremo solo leggendo le motivazioni tra tre mesi. Ma tutto lo lascia presupporre, altrimenti sarebbe stata usata una formula diversa rispetto al «fatto non costituisce reato». E se fosse così sarebbe clamoroso perché per la prima volta, in un tribunale italiano, e in via definitiva (la sentenza non è appellabile), sarebbe riconosciuto che l’illegalità, in quel porto, non la commisero i manifestanti ma chi voleva sgomberarli. Non chi lottava contro il green pass ma lo Stato che lo voleva imporre in tutti i modi. Anche in modi illeciti.
A supporto di questa tesi c’è anche un documento riservato che è venuto fuori nel corso del processo e di cui mai nessuno ha dato notizia. Ma che è, anch’esso, clamoroso. Si tratta del verbale della riunione tenutasi in Prefettura il 17 ottobre 2021 alle 16.30, quando cioè si prese la decisione di sgomberare il porto il giorno dopo, «nelle prime ore del mattino». Alla presenza del questore di Trieste (Irene Tittoni), dei comandanti di carabinieri e guardia di finanza, oltre che del dirigente Digos si stabilisce di intervenire «con 260 unità» e «l’ausilio di due mezzi dotati di idranti». E perché si prende questa decisione? Per ragioni di sicurezza? Perché c’è un’emergenza di ordine pubblico? Perché si teme che i manifestanti preparino un assalto violento? Perché si teme che stiano preparando la guerriglia? Macché. Semplicemente perché al porto «nelle prime ore del mattino erano presenti 350 persone, ora sono presenti circa 3.000 persone». Ed è proprio «il numero crescente dei manifestanti che si uniscono al presidio» che «induce a pianificare un’azione di sgombero».
Capito? Ci sono troppe persone che aderiscono, troppe persone che convergono, la manifestazione sta diventando troppo grande, il porto rischia di trasformarsi nel punto di riferimento per tutti coloro che, civilmente e democraticamente, si oppongono al green pass. E allora avanti con i manganelli e con gli idranti, si spazzi via tutto. Sapendo benissimo che la decisione non è per la sicurezza, ma per la politica. E sapendo benissimo che, in questo modo, non si evitano violenze e tensioni, ma anzi si vanno a creare violenze e tensioni laddove c’era solo una protesta pacifica con i rosari in mano. Come si diceva, l’esatto opposto di quello che è successo a Torino. Ma qualcuno pagherà per questo?
Come con Djokovic: così la legge fu piegata al volere della politica
La gestione politica della pandemia ha impresso ai nostri sistemi giuridici una torsione che, con inevitabili differenze, ha alterato profondamente i confini del diritto e per certi versi il suo senso. La sentenza qui sopra descritta segna, con anni di ritardo, una svolta storica nel dibattito sul delicato e complesso equilibrio tra libertà, sicurezza e salute, che - sotto forma diversa - sta agitando la politica italiana, in particolare dopo il violento pestaggio dell’agente di polizia a Torino.
C’è un caso emblematico, ormai dimenticato, che fa capire come il problema del limite della politica e della legge sull’uomo sia stato violentemente messo sotto stress negli anni del Covid. Riguarda un Paese occidentale ai nostri antipodi: l’Australia. Cinque anni fa, il torneo nel quale Novak Djokovic ha appena eliminato Jannik Sinner, prima di cedere in finale sotto i colpi di Carlos Alcaraz, cacciò incredibilmente il campione serbo. O meglio: a cacciarlo, al termine di un intricato cammino politico e giudiziario, fu lo stesso governo di Canberra, con una decisione sconcertante di cui questo giornale si occupò. Il motivo era, ovviamente, il vaccino. Attenzione: il tennista non si rifiutò di vaccinarsi per principio, spiegò di aver contratto il virus e di non essere quindi tenuto. Cionondimeno, il governo lo sottomise a un incredibile decreto di espulsione considerandolo un pericolo, e una Corte federale respinse il successivo ricorso legale del recente finalista dell’Australian Open.
Che c’entra con Trieste? In quell’occasione il giudice fece esattamente una scelta «morale» e politica che, qui, paiono aver fatto molte toghe a cominciare dall’allora Corte costituzionale. Non tanto e non solo flettere su una interpretazione della legge (questo è nella sua natura), quanto sposare una battaglia etica (il vaccino per tutti), chi non condividesse la quale diventava di fatto meno uguale degli altri.
Tutti, con un minimo di buona fede, ricorderanno - a prescindere dalla posizione personale sul green pass, o sugli obblighi vaccinali - il disagio per lo sbraco della deumanizzazione del «no vax», in un accesso di tifo sbracato per punizioni, privazioni, sanzioni, fottendosene allegramente di contratti, leggi, Costituzioni altrimenti sbandierate a ogni piè sospinto.
E così come gli idranti di Trieste furono un simbolo di quel «braccio armato» della legge cui, allora, sembrava permesso di tutto, così le parole della sentenza Djokovic (il caso è leggibile in lingua originale qui: rb.gy/bt5eac) restituiscono una temperatura molto vicina a quella del clima che accompagnò le proteste dei portuali. Come qui si arrivò a privare del diritto al lavoro e alla mobilità un Puzzer (sottoposto a un foglio di via obbligatorio con divieto di soggiorno per un anno nella Capitale anche in assenza di decreti Sicurezza) perché valeva tutto, allora si giustificò la cacciata di Djokovic con le seguenti motivazioni (traduzione nostra): «Era possibile dedurre che il pubblico percepisse che il signor Djokovic non fosse favorevole alle vaccinazioni. Era noto o almeno percepito dal pubblico che aveva scelto di non essere vaccinato. [...] Una star del tennis mondiale può influenzare le persone di tutte le età, giovani o anziane, a emularlo. Questo non è fantasioso; non ha bisogno di prove. [...] La presenza di Djokovic agli Australian Open è in grado di incoraggiare coloro che lo emulerebbero o vorrebbero essere come lui, ed è quindi razionale sostenere la tesi che la sua presenza possa favorire un sentimento anti-vaccinazione».
Non basterà la cruciale sentenza di cui parliamo qui sopra a lenire ferite così profonde.
Quando vuole l’amministrazione corre veloce, ma solo per dire no. L’esposto presentato dai legali della «famiglia nel bosco» contro l’assistente sociale Veruska D’Angelo incaricata dal tribunale per i minorenni dell’Aquila di seguire il nucleo familiare, è stato respinto dopo appena cinque giorni dall’Ente di ambito sociale che coordina i servizi nel Vastese.
Secondo Marco Femminella e Danila Solinas, gli avvocati dei Trevallion che avevano depositato la segnalazione all’Ordine professionale degli assistenti sociali e all’Ente regionale competente per il servizio del Comune di Palmoli, in provincia di Chieti, «la professionista non avrebbe mantenuto la necessaria equidistanza richiesta dal ruolo, mostrando un atteggiamento pregiudizievole nei confronti della famiglia, soprattutto nella fase successiva al trasferimento dei bambini deciso dall’autorità giudiziaria», lo scorso 20 novembre.
Contestazione rispedita al mittente in tempi record e con poche righe di motivazione: «Non ravvisiamo le contestazioni avanzate, l’operato dell’assistente sociale è stato corretto in ogni sua forma», hanno scritto i funzionari dell’Ente d’ambito sociale di Monteodorisio, organismo sovracomunale che gestisce i servizi sociali su più territori. Manca ancora la risposta dell’Ordine professionale degli assistenti sociali, ma la valutazione amministrativa, non giudiziaria, è già un pessimo segnale.
Nel documento del 29 gennaio, i legali di Nathan Trevallion e Catherine Birmingham contestavano anche la limitatezza dei contatti tra D’Angelo, i genitori e i minori. L’assistente sociale si sarebbe mostrata «ostile» e «avrebbe interpretato le proprie mansioni con negligenza», rilasciando pure eccessive interviste. «Un’esposizione che rischierebbe di minare la neutralità e la riservatezza che l’incarico imporrebbe», evidenziavano gli avvocati.
Per l’Ente, invece, non sarà avviata alcuna azione disciplinare, D’Angelo continua nel suo lavoro senza cambiamenti. Nell’ultima relazione che ha redatto assieme agli operatori della casa famiglia a Vasto conferma che la madre dei bambini è «oppositiva e riluttante a condividere regole diverse dalle proprie». I conflitti con Catherine proseguono, rendendo ancora più complicata la situazione. Eppure, gli specialisti della Neuropsichiatria infantile della Asl Lanciano Vasto Chieti si sono espressi favorevolmente al rientro in famiglia dei minori.
Nella relazione, firmata da un’équipe multidisciplinare, i medici scrivono: «È indispensabile favorire e ripristinare una consuetudine affettiva, attraverso la garanzia di continuità dei legami familiari, al fine di estinguere i comportamenti di disagio evidenziati dai bambini, nell’ottica di una necessaria condivisione con la famiglia degli obiettivi didattici, di adattamento alla collettività tra pari e di scelte per il benessere dei minori».
Il documento bene evidenzia come la separazione stia producendo più danni che benefici, quando invece è dimostrata la capacità genitoriale dei Trevallion: «L’interazione con i genitori risulta validata e questi rappresentano per loro un valido riferimento emotivo».
Anche l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, Marina Terragni, ha espresso preoccupazione per la salute psicologica ed emotiva dei tre bambini ospiti da oltre due mesi nella casa famiglia di Vasto e provati dal trauma dell’allontanamento e della rottura del nucleo familiare. «La perizia indipendente realizzata dall’équipe di psichiatri della Asl Lanciano Vasto Chieti conferma, infatti, lo stato di disagio e sofferenza dei minori segnalato dalla madre Catherine Trevallion», dichiara Terragni.
L’auspicio del Garante, «è che in sede giudiziaria si tenga nel debito conto questa valutazione, conformando anche i tempi del procedimento al superiore diritto alla salute psicologica dei tre bambini». Terragni sottolinea come il caso di Palmoli non sia «l’unico né probabilmente quello maggiormente problematico tra i molti casi di allontanamento di minori che vengono portati ogni giorno alla nostra attenzione, ma ha il merito di avere acceso i riflettori su un sistema che necessita riflessione e anche cambiamenti, laddove necessari».
La sua conclusione è che «al momento basterebbe fare riferimento alla normativa vigente, cosa che purtroppo non sempre avviene. Proprio per questo scopo abbiamo voluto fare il punto con il nostro recente documento Prelevamento dei minori. Facciamo il punto, dedicato al tema». Sui tempi lunghi è intervenuto il sindaco di Palmoli, Giuseppe Masciulli. «I bambini sono nella casa protetta dal 20 novembre. Vogliamo capire se ci sono stati progressi. I cittadini hanno il diritto di sapere», ha detto. Per il Comune, è anche una spesa gravosa considerato che il collocamento costa 244 euro al giorno.
Intanto è cambiata la guida del Tribunale per i minorenni dell’Aquila. Il Consiglio superiore della magistratura ha nominato come nuovo presidente Nicoletta Orlando, ex deputata del Pci-Pds. Sostituirà Cecilia Angrisano, che aveva firmato l’ordinanza dell’11 novembre con cui era stata sospesa la responsabilità genitoriale alla coppia disponendo il trasferimento dei bambini a Vasto.
Ieri è arrivata la sorella psicologa di Catherine che si augura una soluzione positiva, anche un possibile rientro in Australia.
Alla fine l’incontro si terrà. Oggi, a Muscat, l’inviato americano per il Medio Oriente, Steve Witkoff, e il genero di Donald Trump, Jared Kushner, avranno dei colloqui con il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi. Nel pomeriggio di mercoledì, sembrava che il vertice odierno sarebbe saltato. Axios aveva infatti riferito che Teheran si era tirata indietro dopo che Washington si era rifiutata di accettare le pretese iraniane sia di trasferire la sede negoziale dalla Turchia all’Oman sia di dettare l’agenda degli argomenti da discutere. Poi, nella tarda serata di mercoledì stesso, Usa e Iran si sono nuovamente accordati.
Stando ad Axios, ciò sarebbe accaduto anche a seguito del pressing che i Paesi arabi avrebbero esercitato sulla Casa Bianca. Inoltre, ieri, Trump ha affermato che l’Iran starebbe trattando, temendo un’azione militare statunitense. «Non vogliono che li colpiamo. Stanno negoziando», ha detto più o meno mentre, stando alla Bbc, Washington stava dispiegato nuovi rinforzi aerei in Medio Oriente.
In questo quadro, secondo Al Jazeera, Qatar, Turchia ed Egitto avrebbero approntato una bozza di accordo, sulla cui base l’Iran accetterebbe di non arricchire l’uranio durante l’arco di un triennio, per poi fermarsi a una soglia inferiore all’1,5%. Teheran si impegnerebbe inoltre a non armare più i propri proxy regionali e a non utilizzare i missili balistici. Infine, il regime khomeinista sottoscriverebbe un patto di non aggressione con Washington. Almeno fino a ieri sera, né gli americani né gli iraniani avevano commentato la bozza di accordo, che contiene elementi difficili da digerire per entrambi. Gli ayatollah sono infatti restii a rinunciare all’arricchimento dell’uranio e a rompere i rapporti con i loro proxy, mentre gli Usa vorrebbero delle ferree limitazioni al numero e alla gittata dei missili balistici iraniani. A questo si aggiunga che, mentre Washington oggi punta a discutere di vari argomenti, Teheran - oltre a pretendere ieri «serietà, realismo e responsabilità» dalla Casa Bianca - ha fatto a più riprese sapere di voler parlare esclusivamente di energia atomica.
Insomma, in attesa dei colloqui, la diplomazia resta sospesa, mentre i pasdaran, da sempre fautori della linea dura nei confronti di Washington, stanno alimentando la tensione. Ieri, le Guardie della rivoluzione non solo hanno sequestrato nel Golfo Persico due petroliere (la cui nazionalità non è ancora stata resa nota) ma hanno anche dispiegato, in una base sotterranea, il nuovo missile balistico a medio raggio, Khorramshahr-4. In questo quadro, lo Stato ebraico sta diventando sempre più irrequieto. Non a caso, Benjamin Netanyahu ha riunito ieri il consiglio di sicurezza per discutere dei colloqui previsti oggi in Oman: colloqui rispetto a cui il premier israeliano si mantiene fondamentalmente guardingo, non fidandosi degli ayatollah. In particolare, Gerusalemme teme non soltanto le ambizioni nucleari di Teheran, ma anche il suo programma balistico, oltre al sostegno che la Repubblica islamica continua a fornire ai propri proxy regionali.
Dall’altra parte, Turchia, Egitto e Qatar proseguono nel tessere la loro tela diplomatica. «Stiamo facendo tutto il possibile per impedire che queste tensioni tra Stati Uniti e Iran trascinino la regione verso un nuovo conflitto e caos. Ci stiamo lavorando. Abbiamo chiaramente espresso la nostra opposizione a un intervento militare in Iran. Vedo che le parti stanno dando spazio alla diplomazia, e questo è uno sviluppo positivo», ha affermato Recep Tayyip Erdogan. Anche l’Egitto ha auspicato che l’incontro odierno in Oman possa portare a delle «soluzioni diplomatiche e politiche». Dal canto suo, il primo ministro del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim bin Jaber Al Thani, ha ricevuto, ieri sera, Witkoff e Kushner. Insomma, la diplomazia procede. Ma la strada appare tutt’altro che in discesa.
Possibili grandi manovre per il sistema d’arma di sesta generazione Gcap (Global combat air programme). La Germania starebbe valutando di unirsi alla joint venture Roma-Londra-Tokyo abbandonando il concorrente Fcas (Future air combat system) per il quale litiga con la Francia a causa delle divergenze sulla titolarità della tecnologia, contesa tra la partecipata Airbus e la francese Dassault.
Difficile dire oggi se per i francesi sarebbe uno smacco oppure ciò che vogliono, stante che se sul piano finanziario sarebbe complicato affrontare da soli la creazione di un nuovo caccia, in Europa sono però quelli messi meglio sul piano tecnologico. Comunque sia, il cancelliere Friedrich Merz ne ha parlato con il presidente Meloni, che è stata possibilista in un momento nel quale si sta anche valutando l’ingresso nel progetto Gcap dell’Arabia Saudita, ben visto dagli inglesi, e non mancano questioni da risolvere con la Bae System, azienda del Regno Unito che guida il programma e che dovrebbe, nel caso, approvare l’ingresso dei tedeschi.
Se ciò accadesse, si ridurrebbe i costi del programma a carico degli attuali partecipanti e il momento è opportuno anche per Roma perché, soltanto qualche giorno fa, in Parlamento era stato discusso l’aumento di spesa da 7 a 18,6 miliardi per sviluppare quello che viene ritenuto il più moderno e complesso «sistema di sistemi» mai realizzato e per il quale è stata costituita Edgewing, la joint-venture tra Leonardo, Bae System e Mitsubishi con sede a Reading (Regno Unito).
L’intento è costruire quello che sarà il super caccia che prenderà il posto degli Eurofighter a partire dal 2035: oltre 100 gli aerei inglesi, 140 quelli tedeschi, 90 quelli italiani. Senza contare le vendite estere e la possibilità di piazzarli in Spagna. Non è facile andare d’accordo in questi grandi progetti, la storia insegna che Dassault abbandonò l’Eurofighter proprio perché gli altri partner non vollero fargli costruire il motore, così fecero il Rafale per conto loro.
Ma è altrettanto vero che oggi Londra mantiene un atteggiamento dominante sul programma e c’è chi pensa che dietro tale comportamento ci siano pressioni di Trump per sostenere il suo programma, lo Ngad (Next generation air dominance), per far nascere lo F-47 che sostituirà lo F-35.
Non a caso, nei giorni scorsi il ministro della Difesa Guido Crosetto ha affermato ai microfoni della Reuters: «Ho chiesto a Leonardo di condividere tutto con gli inglesi e con i giapponesi. L’egoismo può soltanto danneggiare la cooperazione. Nessuno può essere considerato di prima o seconda classe o può difendere le vecchie eredità, bisogna abbattere le barriere egoistiche. L’Italia le ha abbattute completamente, il Giappone quasi completamente. Mi sembra che il Regno Unito sia più riluttante e questo è un errore perché l’egoismo è il peggior nemico delle nazioni e Londra farebbe un enorme favore a russi e cinesi».
Oggi nel Regno Unito, l’ufficio governativo trinazionale Gcap sta lavorando a stretto contatto con le aziende che si occupano di sensori, propulsione e integrazione, con l’obiettivo di consegnare l’aereo nei tempi previsti. E nell’incontro del 17 gennaio tra il primo ministro italiano Giorgia Meloni e quello giapponese Takaichi Sanae, si è proprio consolidata l’importanza di sviluppare rapidamente le tecnologie necessarie al Gcap senza indugi. Un eventuale ingresso di Berlino cambierebbe totalmente gli equilibri industriali in gioco: probabilmente Airbus potrebbe entrare in Edgewing, ma oggi le strutture e i motori del nascente Gcap sono nelle mani di Londra con Bae System e Rolls-Royce. Inoltre, il tempo passa e l’esemplare dimostratore tecnologico del Gcap dovrebbe volare già nel 2027, quindi prima degli altri. Nell’agosto scorso l’autorità britannica per la Trasformazione delle infrastrutture e dei servizi (Nista), nel suo «Delivery confidence assesment» aveva etichettato il programma come «rosso», indicando così la sua notevole complessità tecnica e le scadenze serrate delle varie fasi del programma. Il ministero della Difesa inglese ha stanziato circa due miliardi di sterline finora, con una previsione di spesa di oltre 12 miliardi nei prossimi dieci anni, ma la pressione politica sul budget della Difesa rimane alta anche se, a oggi, il Gcap sostiene già oltre 3.500 posti di lavoro e 600 fornitori nel solo Regno Unito.
Se l’Italia favorisse l’ingresso di Berlino nel Gcap potrebbe anche porre sul piatto una nostra maggiore partecipazione ad altri programmi anche navali o terrestri; ma altre condizioni le può porre Londra, magari chiedendo di rientrare in programmi europei abbandonati dopo la Brexit.










