Tira sempre più aria di regime change in Iran. «Speriamo tutti che la nazione persiana sia presto liberata dal giogo della tirannia. E quando quel giorno arriverà, Israele e l’Iran torneranno a essere partner fedeli nella costruzione di un futuro di prosperità e pace», ha dichiarato ieri, riferendosi alle poderose proteste in corso contro il regime khomeinista, Benjamin Netanyahu, che ha successivamente convocato una riunione di sicurezza. «Se il popolo iraniano decidesse di porre fine a oltre 46 anni di governo pieno di odio e incompetenza, potrebbe ripristinare la cultura persiana dell’istruzione, dell’arte, della musica e della forza e decretare la fine di Hamas, Hezbollah e Huthi», ha affermato, sempre ieri, l’ambasciatore statunitense in Israele, Mike Huckabee. Del resto, più o meno nelle stesse ore, lo Stato ebraico conduceva dei bombardamenti contro Hezbollah in Libano.
In questo quadro, Reuters ha riferito che, durante una telefonata avvenuta sabato, Netanyahu e il segretario di Stato americano, Marco Rubio, avrebbero discusso di un eventuale intervento militare degli Stati Uniti in Iran. A tal proposito, alcuni funzionari di Washington hanno tuttavia riferito a Nbc News che Donald Trump non avrebbe ancora preso una decisione definitiva e che sarebbero attualmente sulla sua scrivania varie opzioni (militari e non). Secondo il Wall Street Journal, è possibile che il presidente statunitense faccia la sua scelta durante una riunione in programma per domani.
Nel frattempo, è indubitabile come, negli ultimi giorni, Trump abbia ulteriormente aumentato la pressione sul regime khomeinista. «L’Iran sta guardando alla libertà, forse come mai prima d’ora. Gli Usa sono pronti ad aiutare!», ha dichiarato l’altro ieri su Truth. Parole, quelle dell’inquilino della Casa Bianca, che hanno innescato la dura reazione di Teheran. «In caso di attacco all’Iran, sia il territorio occupato, sia tutti i centri militari americani, le basi e le navi nella regione saranno i nostri obiettivi legittimi», ha tuonato il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Qalibaf, riferendosi a Israele come «territorio occupato».
Ma non è tutto. Ieri Trump ha ripreso a mettere sotto pressione Cuba: il che non è certo una buona notizia per gli ayatollah. «Cuba ha vissuto per molti anni grazie a grandi quantità di petrolio e denaro provenienti dal Venezuela. In cambio, Cuba ha fornito “Servizi di sicurezza” agli ultimi due dittatori venezuelani, ma ora non più!», ha affermato il presidente statunitense, per poi aggiungere: «Non ci sarà più petrolio o denaro a Cuba: zero! Consiglio vivamente di raggiungere un accordo, prima che sia troppo tardi».
Non dimentichiamo che, soprattutto a partire dal 2023, L’Avana e Teheran hanno significativamente rafforzato i loro rapporti. Mettendo sotto pressione il regime castrista, Trump punta a conseguire due obiettivi: proseguire nel rilancio della Dottrina Monroe e, al contempo, isolare ancora di più l’Iran dal punto di vista internazionale. Non è d’altronde un mistero che la recente cattura di Nicolás Maduro abbia inferto un duro colpo all’influenza del regime khomeinista in America Latina: i rapporti tra l’Iran e il governo chavista erano infatti particolarmente solidi.
E attenzione: per Washington il dossier iraniano si collega alla questione dei Brics. Sabato, Teheran ha avviato delle esercitazioni navali in Sudafrica assieme a Pechino e a Mosca. Ebbene, in caso di caduta di Ali Khamenei, è probabile che Trump miri a incamerare il petrolio di Teheran così come ha fatto con quello di Caracas. L’obiettivo, da questo punto di vista, è quello di preservare il predominio del dollaro nelle transazioni petrolifere, colpendo così i propositi di de-dollarizzazione portati avanti dai Brics principalmente su input della Cina.
Certo, in caso di regime change a Teheran, non è ancora chiaro chi dovrebbe detenere il potere. Ieri, il principe ereditario iraniano, Reza Pahlavi, è tornato a dirsi disponibile a guidare una «transizione». A settembre, il ministro per la Scienza israeliano, Gila Gamliel, gli aveva garantito il sostegno di Gerusalemme. Tuttavia, giovedì scorso, Trump ha reso noto di non essere ancora pronto a incontrarlo. Segno questo del fatto che, forse, in caso di caduta di Khamenei, il presidente americano potrebbe puntare, almeno nel breve termine, a una «soluzione venezuelana», addomesticando, cioè, un pezzo del vecchio regime.
Continua intanto a tenere banco lo strabismo morale di quei presunti paladini dei diritti umani che, soprattutto in area progressista, sembrano ignorare le proteste in atto contro gli ayatollah: proteste nel cui ambito, secondo la Human rights activists news agency, si sarebbero finora registrati circa 10.000 arresti e 538 vittime. «Se affermate di sostenere i diritti umani ma non riuscite a mostrare solidarietà a chi lotta per la propria liberà in Iran, vi rivelate per quello che siete. Non vi importa nulla dell’oppressione delle persone, finché a farlo sono i nemici dei vostri nemici», ha detto, a tal proposito, la scrittrice britannica J.K. Rowling.
- Termini choc: in poche ore massacrati di botte un funzionario del Mimit e un rider. Presa un’orda di stranieri: un tunisino con precedenti, un egiziano appena espulso (invano) e molti altri irregolari. Ma ormai è la norma.
- La città del dem Lepore allo sbando: in stazione due uomini Polfer sono stati aggrediti da un tunisino. In zona università un magrebino è stato «affettato» con lame e machete.
Lo speciale contiene due articoli.
Orbitavano da mesi intorno alla stazione di Roma. In piena zona rossa. Sono stranieri con precedenti. Uno di loro fresco di decreto di espulsione non eseguito. Nomi finiti in fascicoli che si accumulano. E che sabato sera hanno colpito di nuovo.
Due volte a distanza di un’ora. Alle 22 in punto, in via Giolitti, la strada che costeggia uno dei due lati dello scalo, quella dove si concentrano gli accessi pedonali ai binari e dove si intrecciano i movimenti di viaggiatori e pendolari a quelli di decine di stranieri, di pregiudicati e di predatori urbani, è finito nella roulette russa della stazione Termini un uomo di 57 anni. Un funzionario del ministero delle Imprese e del made in Italy che era uscito di casa per andare in farmacia. Viene puntato da un gruppo di stranieri. Le telecamere della stazione inquadrano la scena. Si vedono sette, forse otto persone che si dirigono verso la vittima.
Sembrano muoversi come un branco che ha scelto la preda. E quando sono a due passi dalla vittima, scatta l’aggressione. Non cercano il portafogli, non rubano nulla. Ma è un massacro. L’uomo, colpito ripetutamente al volto, finisce in coma farmacologico nel reparto di terapia intensiva del Policlinico Umberto I, con prognosi riservata: ha riportato la frattura della mandibola e diverse fratture. Un’ora dopo, a poche centinaia di metri, in via Manin, strada che costeggia una parte dell’Esquilino, tra palazzi residenziali e piccole attività commerciali, a ridosso di piazza dei Cinquecento, scatta la seconda scena di violenza. Stesso quartiere.
Stessa aria pesante che aleggia intorno alla stazione. Un rider tunisino di 23 anni viene aggredito mentre effettua una consegna. Botte. Sangue sull’asfalto. Il ragazzo cade, si rialza, prova a scappare. La bicicletta resta lì, abbandonata. Il rider, invece, finisce in ospedale, ma le sue condizioni sono meno gravi. Alcuni agenti sono riusciti a parlarci quasi subito per ricostruire con precisione le fasi dell’aggressione. Il movente in questo caso sarebbe un tentativo di rapina. Ma la brutalità è identica.
All’inizio gli investigatori hanno trattano i due episodi come distinti. Poi, però, le immagini, i movimenti, i volti, gli spostamenti dei gruppi, evidentemente hanno suggerito altro. «Non si esclude che i due fatti possano essere collegati», fanno sapere dalla questura. Scatta la caccia. Polfer, commissariato Viminale, Squadra mobile. Un dispiegamento che sembra quello di un rastrellamento. La zona di Termini si trasforma in un grande posto di blocco e viene setacciata per ore. Pattuglie che entrano ed escono dalla stazione, agenti che controllano documenti, tasche, zaini. Sedici persone vengono accompagnate all’Ufficio immigrazione per accertamenti. Una fila di volti che fotografa la marginalità dell’area cittadina dalla quale sono stati prelevati.
Per quattro di loro, risultati destinatari di provvedimenti di espulsione, si aprono le porte del Cpr di Ponte Galeria. Altri tre vengono fermati per fatti diversi, ma nello stesso contesto di caos: un quarantaseienne delle Mauritius che, si è scoperto, era latitante, inseguito da un ordine di carcerazione per reati di varia natura, un peruviano di 43 anni che durante i controlli ha danneggiato una volante polizia e un terzo straniero deteneva sostanze stupefacenti con finalità di spaccio. Due i denunciati. È il bollettino che racconta la serata fuori controllo in un’area in cui ogni accertamento fa emergere un mondo sommerso di irregolarità, precedenti e provvedimenti rimasti sulla carta.
Tutta l’attività investigativa, però, si è concentrata sui due pestaggi. Per quello subito dal funzionario del ministero la polizia ha fermato due giovani: un diciottenne egiziano con un curriculum che pesa quanto il suo fascicolo: rapina, ricettazione, porto di armi e oggetti atti a offendere. Ma, soprattutto, c’è un dettaglio che brucia: era già destinatario di un provvedimento di espulsione, emesso dal questore la scorsa settimana perché irregolare sul territorio nazionale. Non doveva essere lì sabato sera. Con lui finisce in stato di fermo un ventenne tunisino con precedenti per rissa, porto di oggetti atti a offendere, reati legati agli stupefacenti nel 2024 e nel 2025. Per entrambi l’accusa è pesantissima: tentato omicidio. Per l’aggressione al rider, invece, vengono fermati due tunisini (i provvedimenti sono già stati convalidati dall’autorità giudiziaria). Un ventiduenne, risultato detentore di un regolare permesso di soggiorno, ma con precedenti di polizia (molto recenti) per la violazione delle leggi sugli stupefacenti e per minaccia. E un diciottenne senza fissa dimora, irregolare e senza documenti.
Dalle immagini acquisite, però, emerge la presenza di altri stranieri. Alcune fonti sostengono che ci siano almeno una ventina di persone coinvolte ancora da identificare. Che al momento sembrano ancora solo delle ombre che scorrono sui monitor della videosorveglianza. Ombre di stranieri che si muovono intorno alla scena, che entrano ed escono dal campo visivo delle telecamere, che osservano, seguono e forse partecipano. E che qualcuno, negli uffici della Squadra mobile, sta cercando in queste ore di trasformare in nomi e cognomi. Perché sabato sera, nonostante quell’area fosse presidiata, hanno deciso di colpire. E lo hanno fatto ben due volte. Sotto gli occhi di una città che, ancora una volta, ha trovato conferma di quanto sia pericolosa l’area attorno alla stazione Termini.
Agenti picchiati, Bologna è un incubo
Due agenti della Polfer presi a pugni e testate in stazione e un giovane sfigurato a colpi di machete in pieno pomeriggio, nella zona universitaria. Ci aveva provato, nei giorni scorsi, il sindaco di Bologna, Matteo Lepore, a scaricare sul governo la responsabilità del feroce omicidio del capotreno di 34 anni, avvenuto lo scorso 5 gennaio, sempre alla stazione di Bologna. Ma questi due nuovi episodi, entrambi caratterizzati da una dinamica così violenta da mettere bene in evidenza il senso di impunità di chi li ha commessi, avvenuti in meno di 48 ore in due quartieri della città teoricamente già attenzionati proprio sul tema sicurezza, riportano tutti di colpo alla realtà.
Bologna soffre di un male chiamato «lassismo», tipico delle amministrazioni Pd, che passa attraverso i messaggi che la politica locale, con le sue mancanze più o meno inconsapevoli, lancia alla criminalità, sempre pronta ad assediare un territorio poco protetto. Un male che, di certo, non può trovare la sua cura soltanto nel numero di agenti impegnati per strada.
Ancora non si sono asciugate le lacrime versate dai colleghi ferrovieri per la morte del capotreno Alessandro Ambrosio, ucciso nel parcheggio dei ferrovieri di Trenitalia con un solo fendente alla schiena da Marin Jelenic, croato con precedenti su cui pendeva un decreto di allontanamento, che, ancora una volta, due agenti vengono assaliti mentre svolgono il loro lavoro all’interno dello scalo ferroviario. Nella notte tra sabato e domenica due uomini della Polfer addetti ai controlli di routine, hanno incrociato un giovane tunisino con precedenti per lesioni che, nel vederli avvicinare, si è innervosito. Quando gli agenti gli hanno chiesto di seguirli in ufficio per l’identificazione, l’uomo ha reagito con violenza: calci pugni e una testata al volto di uno dei due, mentre l’altro è stato ferito alla mano. Per quanto, probabilmente, in preda a chissà quali droghe, il giovane tunisino ha reagito con tanta violenza perché era infastidito da quei controlli, vissuti come una intromissione. E, dal suo punto di vista, non aveva tutti i torti. A Bologna tutti lo sanno: nessuno disturba più di tanto chi i propri affari loschi se li gestisce in zona stazione. Una sacca di tolleranza lasciata a sé stessa sperando che, così, il resto della città possa restare pulito.
E invece no. Nel pomeriggio di sabato, sempre a Bologna ma nella zona universitaria del centro storico, un ventenne di origine tunisina è stato trovato a terra in una pozza di sangue, gravemente ferito. Una vera e propria esecuzione su pubblica via: il volto sfigurato da due tagli profondi alla testa e alla guancia, il corpo devastato da colpi di machete e una lama ancora conficcata nella coscia. Una scena che ricorda, pericolosamente, quelle che si vedevano nella città di Ferrara prima del 2019, ossia prima che la giunta cambiasse colore, con l’elezione del sindaco leghista, Alan Fabbri, dopo oltre 70 anni di sinistra al potere. A Ferrara, quella che a lungo era stata sminuita come la conseguenza di una semplice «lotta tra bande per lo spaccio», si rivelò essere una caratteristica manifestazione della presenza attiva della mafia nigeriana che, nella città estense, aveva messo radici. Senza ovviamente che alcuna delle amministrazioni di sinistra susseguitesi negli anni, se ne accorgesse. «Chiedo al sindaco di istituire una task force di 100 agenti della polizia locale dedicati al presidio del territorio del centro e della zona della stazione», ha sollecitato Matteo di Benedetto, capogruppo Lega in Consiglio comunale a Bologna. Per Galeazzo Bignami, capogruppo alla Camera di Fdi, si tratta degli ennesimi episodi dovuti ad una «situazione determinata dalle scelte buoniste e permissiviste del Comune che hanno attratto a Bologna ogni genere di sbandati».
Economista di gran vaglia, liberale di formazione e di militanza, Stefano Parisi è stato non solo un civil servant di altissimo livello - da capo dipartimento di Palazzo Chigi per gli affari economici a direttore generale del Comune di Milano – ma anche un ponte tra «palazzo» e impresa da direttore generale di Confindustria per poi farsi egli medesimo impegnato in politica sempre nel centrodestra, sempre con una vocazione liberale. Poi è tornato agli antichi amori: fare impresa. Dopo la strage che Hamas ha compiuto su inermi cittadini ebrei nell’autunno del 2023, ha sentito il dovere di metterci impegno e faccia. Ha fondato con altri il «Setteottobre» di cui è presidente che è un think tank e manifesto contro l’antisemitismo, un luogo di riflessione e proposta democratica, un segno operante di solidarietà con gli ebrei. Lo abbiano raggiunto mentre è a Tel Aviv per discutere dei rigurgiti antiebraici che sono anche una mobilitazione, a volte molto violenta, contro l’Occidente e i suoi valori.
Come state combattendo la rimozione del 7 ottobre?
« Assistiamo a un fenomeno ancora più grave della rimozione dell’orrore del 7 ottobre, è il tentativo di comparare la reazione di Israele alla strage perpetrata da Hamas all’Olocausto degli ebrei. Tra pochi giorni è il 27 gennaio, il Giorno della Memoria dello sterminio nazista, e i pro Pal stanno organizzando per quella ricorrenza una vergognosa strumentalizzazione della propaganda dell’islam radicale. Quel giorno non possiamo tollerare da parte delle istituzioni una retorica sulla memoria senza che vengano ricordate le vittime degli stupri, delle mutilazioni, dei corpi bruciati, e delle torture inferte agli ostaggi del 7 ottobre. Rom Braslavsky e Liliana Segre sono superstiti dello stesso orrore e dello stesso odio. Non possiamo più tollerare la finta pietà verso gli ebrei sterminati dal nazismo e l’indignazione verso gli ebrei che combattono per non essere sterminati».
Come giudica l’atteggiamento dei partiti italiani di fronte alle crescenti minacce verso gli ebrei sovente confuso con un acritico appoggio ai pro Pal?
«L’antisemitismo è sempre esistito in Italia, ma nascosto sotto la cenere della retorica antifascista. Poi la falsa accusa di genocidio elevata verso Israele dopo il 7 ottobre ha liberato quell’antisemitismo che oggi è esploso, tollerato, giustificato e coltivato. I partiti della sinistra italiana, che si dichiarano antifascisti, grazie a questa gigantesca menzogna collettiva, hanno riscritto la storia del Novecento pur di rincorrere le piazze guidate dalla propaganda dell’islam radicale».
Graziano Delrio nel Pd è stato contestato per la sua proposta di legge sull’antisemitismo. Che sostegno siete disposti a dare a questa iniziativa?
«Graziano Delrio ha dimostrato che i valori storici della sinistra non sono sepolti sotto l’odio antisemita. Propone misure nel campo della formazione, dei poteri di Agcom per contrastare l’odio razziale sulle piattaforme social e ha proposto che la definizione di antisemitismo dell’Ihra (International Holocaust Remembrance Alliance, ndr), già adottata dal governo italiano, sia legge dello Stato. Un partito di sinistra dovrebbe essere in prima linea ad approvare una simile norma, ma la durezza con la quale lui è stato isolato fa capire che l’attuale leadership del Pd vuole difendere coloro che accusano gli italiani ebrei delle azioni del governo di Gerusalemme a meno che non facciano abiura del loro Paese, vuole difendere coloro che nelle piazze urlano slogan per cancellare lo Stato di Israele e cacciare gli ebrei dalla loro terra. Questa è la sinistra antisemita».
Anche nelle cosiddette forze sociali si fa strada un antisemitismo legato alla confidenza con i sedicenti movimenti pro Pal. Penso all’Anpi che assimila Hamas alla lotta partigiana, penso alla Cgil che invita a boicottare Israele. Che si può fare per mutare questa «narrazione»?
«Certo, bisogna parlare alle persone che hanno partecipato in buona fede alle manifestazioni pro Pal, a quelle che sono iscritte al sindacato per difendere il loro salario, a coloro che credono nei valori della lotta partigiana, ai tanti che lottano per i diritti delle donne e degli omosessuali, per fare loro aprire gli occhi: avete dato soldi per i palestinesi e sono andati a finanziare i terroristi, avete fatto sciopero perdendo un giorno di salario e siete stati strumentalizzati per la carriera politica del vostro leader, avete partecipato alle manifestazioni del 25 aprile e non c’erano più le bandiere italiane, ma quelle dei palestinesi, partecipate al Gay Pride ma i vostri compagni hanno urlato slogan per cancellare Israele e instaurare uno Stato islamico dove le donne vengono sottomesse e gli omosessuali giustiziati».
L’arresto di Hannoun e la rete pro Hamas fa emergere che in Italia esiste una radicata base di appoggio ad Hamas. La preoccupa e crede che esista ancora una sorta di lodo Moro?
«Finalmente si fa luce sulla vera natura dei movimenti che hanno promosso e organizzato le manifestazioni pro Pal, che hanno finanziato la Flottilla (è nota anche la rete di finanziamenti di questa enorme azione di propaganda di Hamas), e dei loro legami con la politica e le istituzioni italiane. Ma è una rete che si estende in tutta Europa. Non vedo però nessuna accondiscendenza da parte del governo italiano come ai tempi di Moro e Andreotti. Anzi l’azione di contrasto è molto determinata. L’unica “falla” istituzionale è, semmai, in alcuni settori della magistratura, si pensi alle dichiarazioni recenti del Procuratore nazionale antimafia, agli appelli di Magistratura Democratica al boicottaggio delle aziende che hanno rapporti con Israele e alla reiterata inazione verso gli innumerevoli fenomeni di istigazione all’odio impuniti, nonostante l’obbligatorietà dell’azione penale. Servirebbe un forte e leale coordinamento tra le forze dell’ordine, i servizi di intelligence e la magistratura per sradicare l’eversione del radicalismo islamico».
Piazze piene per i pro Pal e per Maduro, ma niente per i morti in Ucraina o in appoggio alla rivolta iraniana. Sotto la cenere cova un mai sopito spirito antioccidentale?
«Sicuramente è lo spirito antioccidentale, l’ostilità verso gli Stati Uniti, l’odio verso noi stessi che ha radici profonde in una parte della nostra opinione pubblica e, soprattutto, dell’élite. Pensiamo quanto poco spazio danno oggi i giornali a questo straordinario movimento di popolo che sta rovesciando il regime in Iran. Lì ci sono milioni di persone che scendono in piazza, rischiando la vita contro un regime sanguinario, e i giornali danno mezza pagina mentre hanno dato pagine e pagine alle flottille e ai nostri figli di papà pro Pal che, senza rischiare nulla e spesso aggredendo e ferendo i nostri poliziotti, glorificano quello che il regime iraniano ha fatto, mentre i loro coetanei israeliani combattono e, a volte, perdono la vita per sconfiggere quello stesso regime, circondati dall’odio dell’Occidente».
Esiste un pericolo di islamizzazione forzata e strisciante in Italia e in Europa attraverso il diffondersi delle moschee e l’immigrazione? Bisogna proibire il velo e chiedere che i sermoni degli imam si facciano in italiano?
«Non credo sia necessario vietare il velo, dobbiamo difendere la libertà religiosa, dobbiamo solo non sottomettere i nostri valori a religioni che non tollerano la libertà religiosa. I simboli del cristianesimo non hanno mai offeso la millenaria presenza ebraica nel nostro Paese e non possiamo tollerare questa sottomissione strisciante per cui annulliamo la nostra identità per non “offendere” quella islamica. Dobbiamo soprattutto uscire dall’ambiguità verso l’islam radicale. I Fratelli musulmani sono messi al bando in molti Paesi musulmani, qui sono protetti, difesi, e corteggiati i loro voti. Dobbiamo controllarne i flussi finanziari, le attività eversive, che stanno penetrando le università, lo sport, lo sviluppo urbano, le associazioni di “beneficenza”. Si, dobbiamo controllare l’attività degli imam».
Lei ora si trova a Tel Aviv. Com’è la situazione anche guardando alla Palestina? È vero che c’è un’opposizione fortissima contro Netanyahu? Ed è vero che è aumentata la Aliya cioè la diaspora degli ebrei europei verso Israele?
«Israele è una democrazia viva, il senso della patria è fortissimo. I giovani, dopo la scuola, fanno tre anni di militare (due le donne) e vanno a combattere e anche a morire per difendere il loro Paese e continuano a farlo fino a 40 anni. Quasi tutti gli israeliani (se si escludono molti Haredim e molti arabi) hanno dato una parte della loro vita al Paese. Si sentono “azionisti” del loro Paese e partecipano attivamente alla vita politica. Le scelte del governo incidono sulla loro pelle. Ma l’opposizione a Netanyahu non ha nulla a che vedere con le accuse al governo di Gerusalemme che fa la nostra sinistra. Nessuna accusa di genocidio, l’opzione militare contro Hamas e contro il terrorismo sarebbe stata la stessa anche se al governo ci fosse un leader dell’opposizione. La critica al governo riguarda altri temi come la legge che vorrebbe varare sull’esonero dal militare dei giovani ortodossi che studiano nelle Yeshivà, mentre i loro coetanei vanno a combattere e a morire. O come la commissione di inchiesta per definire le responsabilità del 7 ottobre che l’opposizione vorrebbe indipendente, ma che il governo vuole composta da politici. Sì, nonostante la guerra e il terrorismo, per gli ebrei della diaspora Israele continua a essere il Paese più sicuro. Qui gli ebrei possono vivere senza paura, e anche il dolore per i propri morti è un dolore collettivo, di popolo, mentre in Europa, gli ebrei devono vivere la loro sofferenza, chiusi nelle loro piccole comunità».
Sale la tensione tra Washington e i Brics. Sabato, nei pressi di Città del Capo, sono iniziate delle esercitazioni navali congiunte tra Cina, Russia, Iran, Emirati e Sudafrica.
Queste manovre hanno avuto inizio appena pochi giorni dopo il sequestro da parte degli Stati Uniti di due petroliere legate al Venezuela: una, battente bandiera russa, nell’Nord Atlantico e un’altra nel Mar dei Caraibi. Non solo. Sullo sfondo, ma neanche troppo, si stagliano sia la recente cattura di Nicolas Maduro sia le crescenti pressioni statunitensi su un regime, quello khomeinista, sempre più traballante a causa delle proteste delle ultime settimane.
Insomma, è sempre più chiaro come stiano aumentando le fibrillazioni tra l’amministrazione Trump e i Brics. Non si tratta d’altronde di una novità. Già a gennaio dell’anno scorso, appena pochi giorni dopo essersi reinsediato alla Casa Bianca, l’attuale presidente americano minacciò esplicitamente il blocco, qualora avesse proseguito nei suoi propositi di de-dollarizzazione. Del resto, proprio il contrasto alla de-dollarizzazione ha rappresentato uno dei principali crucci di Donald Trump negli ultimi dodici mesi.
Sotto questo aspetto, è interessante notare come, la settimana scorsa, il presidente americano abbia chiaramente affermato che gli Stati Uniti sono disposti a vendere il greggio venezuelano a Cina e Russia: greggio che, in questi anni, la Repubblica popolare ha acquistato pagando in yuan e aggirando le sanzioni di Washington. In tal senso, la pressione americana su Teheran ha un risvolto petrolifero. Anche il greggio iraniano è infatti comprato da Pechino in yuan e in violazione delle sanzioni degli Usa.
È quindi abbastanza evidente come Trump punti a preservare il predominio globale del dollaro, oltre che a rilanciare l’influenza geopolitica statunitense sull’Emisfero occidentale, in ossequio a una riedizione aggiornata della Dottrina Monroe. Non dimentichiamo che la Casa Bianca vuole il controllo della Groenlandia per frenare le ambizioni di Mosca e Pechino nell'Artico. Inoltre, Washington non ha mai visto di buon occhio gli storici legami del regime chavista con Cina, Russia e Iran. La competizione geopolitica degli Usa con i Brics, o con alcuni loro importanti membri, riguarda quindi vari fronti interconnessi: dalla finanza all’energia, passando per la sfera militare. E’ dunque anche in quest’ottica che vanno lette le esercitazioni navali avviate sabato nei pressi di Città del Capo.









