Tre arrestati, tre rilasciati. Tutti a casa, come nel film di Luigi Comencini. E in fondo anche qui si celebra un 8 settembre: è la vergognosa resa della giustizia italiana. E, di conseguenza, della nostra sicurezza. Se, di fronte a un manipolo di violenti teppisti, che forse sarebbe meglio definire terroristi, di fronte all’assalto a Torino che lo stesso giudice definisce un’operazione di «guerriglia urbana», di fronte a quello che il ministro dell’Interno ha ritenuto un attacco al cuore dello Stato, se di fronte a tutto questo non sappiamo far altro che arrestare tre (dicasi tre) violenti per liberarli dopo due giorni, bene, allora vuol dire che siamo fottuti.
Perdete ogni speranza o voi che leggete: già sembrava incredibile che su centinaia e centinaia di guerriglieri organizzati che hanno compiuto ogni tipo di reato sotto gli occhi delle telecamere ci fossero soltanto tre fermati; già sembrava incredibile che a questi tre fermati non fosse contestato il tentato omicidio (ma che diavolo sarà mai prendere a martellate in testa un poliziotto, se non tentato omicidio?). Già sembrava incredibile tutto ciò. Ma se poi anche quei tre se ne tornano a casetta loro, a farsi coccolare da mammà, magari mentre rivedono insieme i filmini dell’assalto a Torino sul maxi schermo dolby surround, non c’è più niente da dire. Solo da alzare le mani. Hanno vinto loro. Ha perso lo Stato.
Eppure è ciò che è successo. Spiace dirlo: è andata così. Il violento di Grosseto, Angelo Simionato, quello che ha partecipato all’aggressione al poliziotto e per farsi notare meglio s’è tenuto addosso il suo bel giaccone rosso, è stato mandato ai domiciliari. I due torinesi, Matteo Campaner e Pietro Desideri, addirittura sono tornati liberi, soltanto con l’obbligo di firma. Ancora un po’ e gli davano pure un premio. Ma certo, perché no? Avanti di questo passo ci arriveremo: perché disturbarsi a portare in carcere chi sfascia la testa ai poliziotti? Conferiamo loro una medaglia. Un riconoscimento. Una gratifica in denaro. Magari anche una targa alla Camera dei deputati, che tanto già c’è quella di Carlo Giuliani. È così che si fermano le violenze, no? È così che si fermano i terroristi, non vi pare? Del resto se Askatasuna era un «bene comune», quelli che fanno la guerra per difenderlo devono essere per forza dei benemeriti. Eroi nazionali.
Verrebbe quasi voglia di sorridere di fronte alla follia della scarcerazione che segue la follia dei mancati arresti. Dopo quello che è successo a Torino uno s’aspettava retate nei centri sociali, fermi di massa, manette per decine di persone. Invece no: ne arrestano tre. E li lasciano subito andare fuori. E meno male che siamo nello Stato autoritario, meno male che siamo nell’era della repressione. A me pare che l’unica repressione in atto sia quella del buon senso. Mandare tutti a casa, a pochi giorni da quella devastazione, è infatti come dare un segnale preciso. Come dire che chiunque può andare in piazza a spaccare la testa ai poliziotti, chiunque può dichiarare guerra allo Stato, chiunque può armarsi fino ai denti e devastare scientificamente una città, senza che gli succeda nulla. Scarcerazione garantita. Lotta dura e impunità senza paura. Ora e sempre strafottenza. Come dicevo, verrebbe quasi voglia di sorridere, ma stavolta è difficile.
Stavolta è difficile perché il pensiero corre a ciò che rischiano gli agenti quando usano la forza non per attaccare lo Stato, come hanno fatto i delinquenti di Torino, ma per difenderlo. Loro finiscono nei guai. I delinquenti no. Loro sì. L’altro giorno a Milano un cinese fuori controllo ha seminato il terrore per le vie della città, ha rapinato, minacciato, poi ha pestato una guardia giurata, gli ha rubato la pistola e ha aperto il fuoco sui poliziotti che si sono salvati solo perché avevano l’auto blindata. Loro hanno risposto e ora sono indagati. E noi siamo sicuri che la giustizia con loro sarà severissima, come è stata severissima con il carabiniere di Roma intervenuto per salvare un collega in pericolo (tre anni di condanna, più maxi risarcimento alla famiglia del delinquente) e così come è stata severissima con il poliziotto di Milano che ha sparato a un pusher che gli puntava contro una pistola di notte nel bosco di Rogoredo (indagato addirittura per omicidio volontario). Gli agenti imparino: la prossima volta anziché rischiare (con uno stipendio da fame) per difendere i cittadini, vadano in giro a spaccare il cranio a qualche collega. Troveranno sicuramente magistrati più compiacenti.
E così ci avviamo a una nuova stagione di guerra completamente disarmati. Perché questo è l’effetto finale di questa follia giudiziaria. Hai un bel preparare decreti sicurezza su decreti sicurezza, hai un bel prevedere misure severe e accertamenti preventivi, ma se poi passa l’idea che chi rompe non paga, o meglio che chi devasta vince, allora che servono le strette del governo? E a che serve modificare le leggi se poi vengono applicate così? E se vengono applicate così non si scoraggeranno forse le forze dell’ordine? E se si scoraggiano le forze dell’ordine chi garantirà i cittadini? Chi difenderà lo Stato? Da Askatasuna a scatafascio il passo è breve. Ieri sui muri di Torino apparivano scritte che inneggiavano l’uccisione dei poliziotti: «+sbirri morti, + orfani, + vedove». E noi ci sentiamo in pericolo come non mai. I guerriglieri hanno già messo nel mirino le Olimpiadi Milano/Cortina. Da oggi sono previsti tre giorni di mobilitazioni. Non sappiamo se colpiranno ancora. Ma già sappiamo che se lo faranno ci sarà un giudice che li lascerà tornare subito a casa. In pratica, un via libera alla delinquenza. Con il timbro del tribunale.
- Venerdì 6 febbraio si aprono i Giochi invernali di Milano-Cortina con una cerimonia storica tra San Siro e Cortina. Per la prima volta la festa olimpica si svolge in due città, mentre l’Italia schiera la squadra più numerosa della sua storia e prepara un’Olimpiade diffusa tra Lombardia, Veneto e Trentino-Alto Adige.
- Il Coni alza l’asticella per una delle nazionali invernali più forti di sempre: dalla sorpresa Giovanni Franzoni a «nonno» Dominik Paris, passando per le leonesse Federica Brignone e Sofia Goggia. Niente russi, ma occhio a svizzeri e fenomeni americani nell’hockey (e Lindsay Vonn col crociato rotto).
Lo speciale contiene due articoli.
Ormai ci siamo. Il conto alla rovescia è pressoché agli sgoccioli. Vent’anni dopo Torino, l’Italia torna ad accendere la fiamma olimpica. Milano-Cortina 2026 comincia venerdì 6 febbraio alle 20 con una scelta che dice già molto di questi Giochi: non una sola scena, ma due. La cerimonia d’apertura sarà divisa tra lo stadio di San Siro e Cortina d’Ampezzo, a raccontare un’Olimpiade che non vive in un solo luogo ma si allunga lungo l’arco alpino, tra città e montagne, palazzetti e piste.
È la prima volta che l’inizio dei Giochi viene pensato così, come un racconto condiviso. E non è un dettaglio: questa edizione nasce proprio dall’idea di usare sedi diverse, impianti esistenti, territori lontani tra loro ma uniti dallo stesso evento. Milano, la Valtellina, le Dolomiti, il Trentino-Alto Adige: il programma è distribuito, con le gare che si muovono tra hockey, pattinaggio, sci alpino, biathlon, fondo e le altre discipline. Anche la chiusura, il 22 febbraio, seguirà questa logica, con l’Arena di Verona scelta come cornice finale.
Il simbolo più evidente di questa Olimpiade «doppia» sarà il braciere. Per la prima volta nella storia dei Giochi olimpici e paralimpici, la fiamma arderà contemporaneamente in due città: all’Arco della Pace a Milano e in piazza Dibona a Cortina. I due bracieri sono stati progettati in alluminio aeronautico e si muovono come strutture vive, capaci di aprirsi e chiudersi. Il loro disegno richiama i nodi di Leonardo da Vinci, un omaggio al legame tra ingegno umano e natura, e anche alla storia di Milano come città di creatività. Dentro, la fiamma è racchiusa in un sistema pensato per ridurre al minimo l’impatto ambientale, con effetti scenici sostenibili e massima attenzione alla sicurezza. L’accensione del 6 febbraio chiuderà il viaggio della Fiamma Olimpica, che ha attraversato tutte le 110 province italiane per un totale di 12.000 chilometri. Da quel momento, il braciere di Milano diventerà anche un appuntamento quotidiano: ogni sera, tra le 17 e le 23, uno spettacolo breve accompagnerà cittadini e visitatori fino allo spegnimento della fiamma, previsto il 22 febbraio. Poi, con l’arrivo della Fiamma paralimpica, i due bracieri torneranno ad ardere per tutta la durata dei Giochi paralimpici.
La cerimonia d’apertura, intanto, punta a essere uno dei momenti più spettacolari di questa Olimpiade. A San Siro saliranno sul palco artisti molto diversi tra loro, da Mariah Carey ad Andrea Bocelli, da Laura Pausini a Ghali, mentre il racconto dell’identità italiana passerà anche dalle voci di Pierfrancesco Favino e Sabrina Impacciatore. Il tema scelto è quello dell’armonia, intesa come dialogo tra mondi lontani: la città e la montagna, il cemento e il ghiaccio. Dietro quei novanta minuti di show c’è stato un lavoro lungo mesi, con migliaia di persone coinvolte tra tecnici, sarti, truccatori e scenografi, e con prove organizzate in più sedi.
Accanto all’entusiasmo, però, non sono mancate le critiche. Il New York Times ha definito questa Olimpiade un possibile «incubo logistico», sottolineando le distanze tra le sedi, le strade strette e la complessità dei collegamenti. Nel suo reportage, il quotidiano americano ha ricordato che le gare si svolgono in otto aree diverse distribuite su un territorio molto ampio, e che per rendere possibile il sistema dei trasporti sono stati aggiunti autobus a zero emissioni, più treni e una flotta di auto per spostare atleti, funzionari e ospiti. Secondo il giornale, tra viaggi, cantieri e ultimi ritocchi, l’organizzazione ha vissuto una corsa contro il tempo, con strade trasformate in slalom di coni arancioni e lavori ancora in corso fino a pochi giorni fa. Anche la tedesca Bild ha puntato il dito sui ritardi, citando in particolare alcuni impianti di Cortina. A queste osservazioni hanno risposto le istituzioni sportive. La presidente del Cio, Kirsty Coventry, dopo un incontro con il governatore lombardo Attilio Fontana e con i vertici della Fondazione Milano-Cortina, ha parlato di «grande entusiasmo» e di «un’organizzazione meravigliosa», spiegando di percepire ovunque lo spirito olimpico e ringraziando per il lavoro svolto dietro le quinte. Fontana ha sottolineato i complimenti ricevuti per le sedi visitate e ha detto di essere fiducioso anche grazie alle immagini di Bormio e Livigno già coperte di neve. Giovanni Malagò ha parlato di «rush finale», ricordando che gli ultimi giorni prima dell’inizio servono sempre per sistemare i dettagli e che l’obiettivo è essere all’altezza delle aspettative delle federazioni internazionali.
Intanto, mentre alcuni sport sono già partiti nei giorni precedenti per ragioni di calendario, il conto alla rovescia è finito. Da venerdì l’Italia non sarà più solo il Paese che ospita i Giochi, ma il palcoscenico su cui il mondo dello sport invernale si darà appuntamento.
Parte l’Olimpiade: obiettivo 20 medaglie
Tregua olimpica un accidente. Quella riguarda il marketing politico, ma da sabato sarà ghiaccio bollente a caccia di una medaglia d’oro. Dopo la cerimonia inaugurale allo stadio di San Siro, le XXV Olimpiadi invernali di Milano-Cortina cominciano a distribuire metalli sulla leggendaria pista «Stelvio» di Bormio, dove va in scena la Discesa libera maschile e potrebbe arrivare il primo lampo italiano. Sarebbe necessario per tenere il passo delle ambizioni: per i Giochi in casa il Coni ha messo il target su 20 medaglie, il record ottenuto a Lillehammer (allora le gare erano 61, qui 116), obiettivo non impossibile per il Team Italia, ritenuto il più forte della storia.
In Valtellina, dove si disputano le gare maschili di sci alpino, subito un nome che vale un candelotto di dinamite: Giovanni Franzoni di Manerba del Garda, un uomo di lago capace di planare in alta quota, la sorpresa di questo inverno azzurro. Primo nel SuperG di Wengen, primo nella Libera di Kitzbuhel, la più difficile del mondo. Il jet bresciano ha 25 anni ed è in una forma da Alberto Tomba a Calgary (correva l’anno 1988, due ori) anche se dovrà scalare la montagna costituita dai fenomeni svizzeri Marco Odermatt e Franjo Von Allmen. Ma c’è un altro italiano pronto a gettarsi a 130 all’ora nella lingua bianca in mezzo al bosco: nonno Dominik Paris che definisce la Stelvio «la mia vasca da bagno preferita» e a 36 anni potrebbe aggrapparsi al podio. Non vince da quattro anni ma è arrivato secondo qualche giorno fa a Crans Montana, bel segnale.
Per rimanere nella bolla dello sci alpino bisogna trasferirsi a Cortina dove la valanga rosa può regalarci meraviglie con le ex nemiche Sofia Goggia e Federica Brignone in Discesa, SuperG, Combinata, Gigante. Sono le punte di diamante della squadra italiana, per loro un trionfo significherebbe entrare nella leggenda. Ha dichiarato Goggia, che ha già vinto l’oro in Corea nel 2018: «Qui sarà tutto più speciale. Oltre il cancelletto delle Tofane c’è un intero Paese che trattiene il respiro, dominare l’emozione sarà l’impresa più grande». La leonessa Brignone è chiamata al miracolo: reduce da un infortunio gravissimo, ha recuperato in tempo record e sarà al via del Gigante, forse non della Libera. Sua mamma Ninna Quario, ex campionessa e giornalista, ha detto: «Non mollerà di sicuro. Per essere qui ha bruciato i tempi di recupero e fare la portabandiera è stata una molla straordinaria». Le due azzurre dovranno abbattere due statunitensi: la Wonder woman Mikaela Shiffrin (l’atleta più vincente di sempre, signora degli slalom) e la veterana di tungsteno Lindsey Vonn, che a 41 anni non intende scendere dagli sci. A conferma della tigna, ha annunciato che gareggerà con il crociato del ginocchio sinistro rotto e una ginocchiera. Per gli sponsor questo ed altro.
Una portabandiera italiana in fibrillazione da podio è anche la veterana Arianna Fontana, 35 anni di Sondrio, leggenda dello Short Track che dopo 11 medaglie (due ori) intende chiudere con un trionfo al Forum di Assago. Nella stessa specialità il medagliere potrebbe sorridere grazie a Pietro Sighel, già argento e bronzo a Pechino quattro anni fa. Per rimanere in un palazzo del ghiaccio milanese (questa volta a Rho Fiera), ecco una certezza del Pattinaggio di velocità: Francesca Lollobrigida, pronipote della Gina nazionale, capace di passare senza problemi dalle rotelle alle lame. Nella voliera dai mille colori dove l’arancione olandese è il più classico, anche Davide Ghiotto e Andrea Giovannini sperano di far risaltare l’azzurro.
Si torna all’aperto, sulle cime di Anterselva, per trovare un’italiana destinata a fare centro. È la regina del Biathlon Dorothea Wierer (35 anni) all’ultimo valzer sulle nevi di casa dopo una carriera straordinaria: tre medaglie olimpiche e 12 titoli mondiali in una delle specialità più massacranti. Formidabili a sciare e sparare con il podio nel mirino sono anche Lisa Vittozzi e Tommaso Giacomel. Anche sulla discussa pista di slittino di Cortina tira aria di medaglia, secondo tradizione: Dominik Fischnaller, Leon Felderer, Verena Hofer sono pronti a continuare l’epopea dei proiettili umani con il nome tedesco e la bandiera italiana sulla tuta. Nel bob puntiamo tutto su Patrick Baumgartner, con il sogno di rinverdire a casa sua la leggenda del Rosso Volante Eugenio Monti.
Nello Snowboard Michela Moioli, argento a Pechino nel 2022, può domare le gobbe e ripetersi. Nello Sci di fondo in Val di Fiemme si farà il tifo per Federico Pellegrino aspettando Johannes Klaebo, il fenomeno norvegese erede dei leggendari giganti dei boschi con la barba ghiacciata (la memoria corre al finlandese Juha Mieto). Il signore della fatica ha già al collo sette medaglie olimpiche, ha messo via oltre 100 vittorie, ha dominato tutte le specialità. Nel vederlo passare tornerà ad aleggiare l’immagine che Vujadin Boskov dedicò a Ruud Gullit: «Sembra cervo che esce di foresta».
Saranno le Olimpiadi di Ilia Malinin, americano figlio di uzbeki, destinato a confermarsi il re del pattinaggio su ghiaccio al Forum di Assago. Saranno le Olimpiadi di Eileen Gu, nata a San Francisco, laureata a Stanford, campionessa di Freestyle che decise di gareggiare per la Cina. A 22 anni è anche modella di Vogue e Marie Claire, è seguita dagli sponsor di mezzo mondo, secondo Forbes guadagna più di 20 milioni di dollari e ha 2 milioni di followers su Instagram. Ma saranno anche i Giochi di Lucas Pinheiro Braaten, lo slalomista brasiliano che danza fra i paletti. È lui il campione dell’esotismo, in attesa che compaiano gli eredi dei bobbisti giamaicani.
Infine c’è l’hockey, il torneo stellare con i campioni dell’Nhl (Auston Matthews, Sidney Crosby), Stati Uniti, Canada e i guerrieri scandinavi (i russi no). Il 22 febbraio chiuderà, con la finale maschile, l’Olimpiade italiana. Boati mondiali a Milano, ma anche stridore di denti, mazzate in balaustra, ferocia infernale dentro un immenso frigorifero. Il più macho degli sport che il woke ha tentato di trasformare in passerella gay nella serie Heated Rivalry. Tregua olimpica, poi rientrare nella realtà sarà dura.
La polizia è già al lavoro per la sicurezza informatica dei Giochi Olimpici Invernali Milano Cortina 2026. Già da 10 giorni gli specialisti della polizia postale sono attivi sui principali siti legati all’evento, garantendo sicurezza e controllo, come spiega il direttore Ivano Gabrielli.
Il loro intervento – viene sottolineato – si inserisce in un percorso consolidato volto a proteggere le infrastrutture critiche e monitorare la rete, sia per motivi di ordine pubblico sia per prevenire eventuali minacce di matrice terroristica. Il Technology Operations Centre (Toc), attivo ogni giorno 24 ore su 24, è il cuore delle operazioni. Qui lavorano esperti pronti a individuare anomalie e intervenire subito in caso di incidenti informatici. Il dispositivo operativo coinvolge anche i Centri Operativi per la Sicurezza Cibernetica (Cosc) e le strutture di pronto intervento, con il contributo diretto degli specialisti presenti nelle Sale Operative Interforze (Soi).
Una Milano blindata accoglierà oggi gli ospiti per la cena di gala organizzata alla Fabbrica del vapore dal Cio in onore dei capi di Stato e di governo dei Paesi partecipanti. A fare gli onori di casa, oltre alla presidente, Kirsty Coventry, ci saranno anche il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e il premier, Giorgia Meloni.
Per garantire la sicurezza degli ospiti, dalle 13 alle 24 saranno chiusi al traffico il piazzale del Cimitero monumentale, piazzale Baiamonti, via Procaccini, via Luigi Nono e via Messina. Chiuse anche le fermate Monumentale e Cenisio della Linea 5 del Metrò. Sospesi anche i mezzi Atm, car sharing e taxi. Chiusure anche lungo il percorso della fiamma olimpica, fino all’approdo alle 19.30 in piazza Duomo.
Chiusa al traffico, a partire dalle 21 e per tutta la giornata di domani, anche un’ampia aera intorno allo stadio di San Siro. Saranno off limits piazzale dello Sport, via Achille, via degli Aldobrandini, via dei Foscari, via dei Loredan, via dei Piccolomini, via dei Rospigliosi, via dei Sagredo, via del Centauro, via Dessiè, via Fetonte, via Harar nel tratto compreso tra via Dessiè e via Tesio, via Palatino carreggiata Ovest, via Patroclo compreso il sottopasso, via Pegaso, via San Giusto dall’incrocio delle vie Harar/Dessiè al punto di inversione di via San Giusto, via Tesio Federico. A queste vie, sempre nei pressi del Meazza, in previsione della cerimonia inaugurale che inizierà alle 20, da domani alle 10 fino alle 2 di notte, si aggiungerà la chiusura di piazza Axum, piazzale Segesta nei tratti compresi tra via degli Ottoboni/via Simone Stratico e via Gavirate/ via Fausto Coppi, via Agrigento, via Albenga, via Alcamo, via Andora, via Arenzano e vie limitrofe.
Per permettere l’arrivo delle delegazioni al Meazza è stato previsto un «corridoio» per dignitari e capi di Stato, che collegherà il centro (zona Piazza Reale/Duomo) allo stadio di San Siro, passando per Corso di Porta Vittoria, via Senato, Piazza Cavour, via Manin, Piazza della Repubblica, viale della Liberazione, viale Lancetti, il Cavalcavia Bacula e le Sopraelevate. E sempre domani, a partire dalle 14, è prevista anche la chiusura totale veicolare (fino alle 21) e pedonale (fino alle 24) dell’area intorno a piazza del Duomo.
Misure di sicurezza mai viste prima a Milano, motivate dalla presenza di personalità di altissimo livello. Tra gli ospiti attesi, quello con la delegazione più imponente quella del vicepresidente americano, J.D. Vance, e del segretario di Stato, Marco Rubio, che arriveranno stamattina a Malpensa con una flotta di 14 aerei, dai quali sbarcherà il lunghissimo convoglio, che, accompagnato dai Nocs e dalle auto della polizia, scorterà la delegazione all’Hotel Gallia. Sono ben quattro i piani dell’Hotel che saranno occupati dalla delegazione americana durante le due settimane dei giochi. Tra loro ci saranno circa 300 uomini della security. Vance e Rubio resteranno in Italia fino a lunedì prossimo.
Sicura anche la presenza del cancelliere tedesco, Friedrich Merz, il cui arrivo sarà meno imponente di quello di Vance e Rubio. Merz, infatti, dovrebbe arrivare a Milano attraverso l’Autolaghi in auto blindata, scortato da una staffetta di uomini del Gis dei carabinieri.
Ancora in forse, invece, la presenza per la Francia del presidente Emmanuel Macron, che secondo le indiscrezioni vorrebbe evitare di presenziare alla cerimonia insieme a Vance. Al momento l’unica personalità francese accreditata è il ministro dello Sport, Marie Barsacq. Accreditati anche 14 presidenti della Repubblica (Germania, Albania, Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Bosnia, Slovenia, Bulgaria, Estonia, Lettonia, Finlandia, Svizzera e Georgia) e otto primi ministri (Serbia Grecia, Austria, Olanda, Finlandia e delle tre repubbliche baltiche). Prevista anche la presenza del segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, del principe Alberto di Monaco, del granduca di Lussemburgo, dell’emiro Al Thani del Qatar, della regina Suthida di Thailandia, dei sovrani di Belgio, Olanda, Norvegia e Svezia.
La prova del nove per l’apparato di sicurezza sarà però la giornata di sabato, quando in città dovrebbero sbarcare 10.000 esponenti della galassia antagonista, che hanno organizzato una manifestazione contro i Giochi. A cercare di mantenere la situazione sotto controllo saranno schierati 6.000 agenti, che potranno contare su 800 telecamere di sicurezza. Ma il ricordo degli scontri di Torino è ancora fresco e molte delle sigle che prenderanno parte al corteo sono quelle che hanno messo la firma sulle violenze del 31 gennaio. La polizia in ogni caso impiegherà i Reparti prevenzione crimine (Rpc) e le Unità operative di primo intervento (Uopi), una vera e propria «task force» in grado di intervenire con rapidità nei contesti operativi più complessi.








