I pm delle inchieste sulle spiate nelle banche dati investigative ai danni di esponenti del mondo della politica, delle istituzioni e non solo, non avrebbero «valutato la gravità intrinseca dei comportamenti del procuratore nazionale antimafia, trattando ciò che avrebbe richiesto massimo rigore come se invece si trattasse di un profilo marginale».
La relazione approvata ieri in Commissione antimafia è un atto d’accusa per Federico Cafiero de Raho, ex capo della Procura nazionale antimafia ora parlamentare pentastellato e vicepresidente proprio della Commissione (ieri assente). La relazione, di 202 pagine, che analizza anche il materiale recuperato dalle due inchieste giudiziarie (della Procura di Perugia e poi di quella romana) che si sono concentrate sull’ex pm della Procura nazionale antimafia Antonio Laudati e sul luogotenente della Guardia di finanza che coordinava il gruppo Sos (le Segnalazioni di operazioni sospette che provenivano dall’Unità di informazione finanziaria di Bankitalia, ndr), Pasquale Striano, aggiunge che «il deficit istruttorio ha di fatto lasciato in ombra il ruolo centrale del vertice dell’ufficio e ha impedito di cogliere appieno la portata sistemica della gestione tossica, e complice, che aveva caratterizzato la Direzione nazionale antimafia in quegli anni». La relazione non descrive un contesto di «inconsapevolezza» né di «mera superficialità». Al contrario, parla di «un protagonista» che avrebbe «adottato o controfirmato provvedimenti organizzativi riguardanti la gestione delle Sos», e che dunque sarebbe stato «pienamente consapevole delle prassi irregolari in uso nel suo ufficio, delle vulnerabilità del sistema e dei vantaggi operativi che tali vulnerabilità gli garantivano in termini di libertà, elasticità e possibilità di intervento in fatti di forte impatto pubblico e oltremodo sensibili politicamente». Ai commissari della maggioranza devono essere tornate in mente le chat dell’era Palamara. Nel luglio 2017, dopo la bocciatura per la Procura di Napoli assegnata a Giovanni Melillo, l’allora ministro dell’Interno Marco Minniti scriveva a Luca Palamara: «Cerchiamo adesso di salvare il soldato De Raho. Il risultato in qualche modo lo consente». Pochi mesi dopo, il Csm lo nomina procuratore nazionale antimafia. Palamara avvisa Minniti: «Votato De Raho cinque voti, Scarpinato (anche lui diventato parlamentare pentastellato, ndr) 1». Risposta: «Eccellente. Grazie». Le chat raccontano anche un pressing diretto. Il 24 luglio 2017 de Raho scrive a Palamara: «Caro Luca sono in piazza Esedra… Ma vieni fuori o ci sentiamo per telefono?… Scusa Luca a che punto siete?… Luca ti aspetto per parlare con te… so che è finita la Commissione». E ancora: «Tieni conto che sono in piazza Esedra da quasi due ore. Non è tanto l’attesa quanto l’immagine che due autovetture blindate possono dare in questa piazza». E a provare che il pressing di de Raho fosse noto c’è un messaggio del consigliere di Area Valerio Fracassi a Palamara: «Cafiero batte il Csm palmo a palmo a caccia di voti. Non va bene e rischia di farsi male. Ha visitato i laici che pensa siano incerti». D’altra parte, la riflessione finale della Commissione è questa: «Non sull’identità di ipotetici mandanti, ma sulla presenza di una struttura permeabile e vulnerabile nella quale interessi ulteriori, non identificati nelle indagini, esterni o sovraordinati rispetto all’azione materiale realizzata da Striano, potrebbero aver trovato vantaggio nell’illecita sottrazione e circolazione di informazioni sensibili». Il Gruppo Sos, coordinato da Laudati, non era «un elemento periferico o marginale della Direzione nazionale antimafia», ma «uno strumento fondamentale di analisi finanziaria e informativa di grande rilevanza». Il suo funzionamento, sostiene la maggioranza, era «ben noto al procuratore nazionale», perché «gli appunti e gli atti di impulso prodotti dal gruppo di lavoro raggiungevano sistematicamente la sua scrivania». La conclusione è netta: «il procuratore nazionale antimafia sapeva, ed è difficile sostenere il contrario». La relazione parla di «tolleranza verso prassi illegittime o anche illecite» e di «assenza totale di controlli effettivi». Non come un incidente imprevisto, ma come «una precisa e consapevole scelta gestionale che consentiva al vertice della Dna di operare entro un perimetro privo di vincoli procedurali stringenti». Una frase pesa più delle altre: «La permeabilità del sistema, più che un errore, fu una condizione che de Raho considerò funzionale». Quando «il controllo è debole la discrezionalità diventa ampia». E «lo spazio per interventi orientati aumenta in conseguenza». La relazione definisce «emblematiche» le vicende relative agli atti di impulso sulla Lega Nord. Il quadro è riassunto così: il Gruppo Sos e Laudati «avevano predisposto un atto di impulso attingendo a Sos non matchate dai sistemi, su fatti e materie che esorbitavano dalla competenza della Dna»; il procuratore aggiunto Giovanni Russo «alza le spalle; de Raho rimbrotta tutti, ma firma l’atto di impulso». L’atto viene «mandato a quattro Procure distrettuali, tra le quali Milano». Dopo il pasticcio, «nessuna conseguenza, nessuna sanzione, nessuna nuova disposizione organizzativa interna», ma solo «un invito rivolto alla Direzione investigativa antimafia a non trasmettere più Sos che non fossero di competenza della Dna». La seconda vicenda è quella che coinvolge Armando Siri. De Raho, ricostruisce la maggioranza, «pur non richiedendone direttamente l’invio, di fatto ha indotto gli organi investigativi, ed in particolare la Dia, a trasmettere una segnalazione di operazione sospetta non di interesse Dna». Ne nasce «un atto di impulso a carico di un sottosegretario in carica [… ], scarno, diverso dagli altri, originato da notizie apprese dalla stampa», per «ipotesi di reato estranee alla competenza della Dna (corruzione)». Viene inviato «a una Procura (Roma) che stava già procedendo», mentre per la stessa Sos «stava già procedendo un’altra Procura ancora (Milano), per reati anch’essi estranei al perimetro di competenze della Dna (riciclaggio)». Il flusso informativo della vicenda Siri è definito come «caratterizzato da elementi sintomatici di un funzionamento altamente compromesso». Il sistema, secondo la Commissione, «consentiva agevolmente una gestione orientata e selettiva dei dossier». Non un episodio isolato, ma «il paradigma di un modo di operare». Il vertice «disponendo di un sistema informativo senza barriere, poteva imprimere direzioni, sottolineature, tempi e priorità». E la relazione sottolinea che quel sistema produceva effetti «prevalentemente orientati verso lo stesso spettro politico (i partiti di centro destra e la Lega Nord in particolare)». C’è poi un ultimo passaggio, altrettanto pesante. Le risultanze mostrano che, «nonostante la sua funzione apicale, la gravità e natura oggettivamente irrituale delle condotte emerse, l’approfondimento investigativo nei suoi confronti è stato sorprendentemente minimo, quasi formale». Le escussioni sono descritte come «caratterizzate da un profilo di incongruità e superficialità», «prive di contestazioni puntuali» e senza «qualunque efficace tentativo di verificare l’effettivo grado di conoscenza, o anche di prevedibile conoscibilità, delle condotte illecite occorse». La conseguenza è definita «paradossale»: si è finito per «sottrarre alla ricostruzione proprio l’anello apicale di quel sistema». E ancora: «L’indagine (giudiziaria, ndr) non ha valutato la gravità intrinseca dei comportamenti del procuratore nazionale». Il risultato: «Questo deficit istruttorio ha di fatto lasciato in ombra il ruolo centrale del vertice dell’ufficio e ha impedito di cogliere appieno la portata sistemica della gestione tossica, e complice, che aveva caratterizzato la Dna in quegli anni». Nel capitolo dedicato agli «accessi illeciti in concorso con i giornalisti», la relazione entra in un terreno ancora più delicato: il rapporto tra chi estrae i dati e chi li pubblica. Il punto di partenza è la denuncia del ministro Giudo Crosetto. La relazione ricostruisce la sequenza: accessi alle banche dati, pubblicazione degli articoli, apertura del fascicolo. E sottolinea la coincidenza temporale tra le consultazioni e l’uscita dei pezzi. Il tutto viene inserito nel quadro più ampio del «traffico organizzato di dati informatici». Il nome di Emiliano Fittipaldi compare in questo contesto, come firma del quotidiano Domani che aveva pubblicato gli articoli oggetto di denuncia. Il generale della Guardia di finanza Umberto Sirico, invece, viene indicato come un «punto di passaggio obbligato dell’analisi». Non «un semplice superiore gerarchico», ma «un riferimento costante» della parabola di Striano, il luogotenente delle Fiamme gialle attorno al quale ruota l’inchiesta giudiziaria. Il rapporto, ricostruito dai messaggi sul cellulare del militare, avrebbe assunto «i tratti di una vera e propria sponsorizzazione interna». Sirico «accompagna e favorisce il percorso di Striano» e ne avrebbe curato l’inserimento «nel punto esatto dell’organigramma che consentiva la massima libertà operativa e il pieno accesso alle banche dati». Una scelta «non casuale», ma «l’esito di un percorso costruito, calibrato e orientato». Nei messaggi sarebbe emersa la formula chiave della «carta bianca». Una espressione che, secondo la relazione, descrive «la totale assenza di limiti» per Striano. Ma «il profilo ancora più delicato», stando ai commissari della maggioranza, sarebbe da rintracciare nella responsabilità dei vertici generali del Corpo, a partire dall’allora comandante generale Giuseppe Zafarana. Il suo compito non era conoscere ogni singola operazione, ma «garantire che l’architettura complessiva del sistema di sicurezza funzioni». Eppure, dalle sue dichiarazioni rese l’11 dicembre 2024 davanti alla Procura di Perugia emerge, secondo la relazione, «una divaricazione difficilmente accettabile» tra il livello di responsabilità previsto dalla legge e l’azione concreta svolta. Ancora più grave, per la Commissione, il fatto che, pur in presenza di «evidenti e note fughe di notizie in materia di Sos», il comandante generale non abbia attivato «alcun doveroso meccanismo di verifica interna». Le opposizioni rispondono con due relazioni di minoranza. Una è a firma Cinque stelle. L’altra è unitaria: Pd, M5s, Avs e altri. Secondo la minoranza, nel testo approvato c’è una «indebita sovrapposizione con l’indagine della magistratura» che mette in discussione «la separazione dei poteri» e «l’indipendenza del potere giudiziario». Per l’opposizione è «un tentativo di colpire prerogative e credibilità di un parlamentare eletto dal popolo», che «si è sempre caratterizzato per l’impegno costante e riconosciuto contro le organizzazioni mafiose e per la legalità». Al di là delle considerazioni politiche, la relazione della maggioranza fotografa una stagione della Direzione nazionale antimafia. Per fortuna archiviata.
- Per tutto lo staff dell’istituto centrale vale il divieto di remunerazioni extra. Ma il presidente ha ammesso di aver incassato 140.000 euro dalla Banca dei Regolamenti internazionali per l’incarico nel cda. La retribuzione totale arriva a 740.000 euro.
- L’ultimo bollettino: difficile raggiungere gli obiettivi, prezzo maggiorato per gli Ets.
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Christine Lagarde non è un’anatra e non è neppure zoppa. Anzi, è una bella signora di charme, che sembra sempre appena uscita da un atelier di Place Vendome, anche se vive tra diagrammi e bilanci. Il problema è che manca poco meno di un anno e mezzo alla scadenza del suo mandato da presidente della Bce e si trova sempre più spesso al centro di voci su possibili dimissioni anticipate per prendere al volo nuovi incarichi e, ora, anche di polemiche sui suoi emolumenti. Non si tratta di andare dietro a proteste demagogiche, ma di un oggettivo problema di credibilità. Che per in banchiere centrale è quasi tutto, visto che da questa dipendono anche la fiducia dei mercati e la solidità della moneta stessa.
L’economista liberal John Kenneth Galbraith diceva che un vero, bravo, banchiere centrale non si può limitare a manovrare i tassi e a tenere sott’occhio l’inflazione, ma deve essere anche «uno storico e un politico». Nel senso che deve conoscere bene la storia dell’economia e dev’essere pragmatico, specie nel guardare il contesto nel quale le sue decisioni si vanno a innestare. Sarà quindi per questa esigenza di profonda interdisciplinarietà che Lady Bce siede anche nel consiglio di amministrazione della Banca dei regolamenti internazionali (Bri), che non solo fa un po’ da banca delle banche centrali, ma si occupa di cooperazione monetaria e finanziaria internazionale, fornendo anche studi economici. Il problema è che la scorsa settimana il Financial Times ha scoperto che per questo incarico Lagarde ha incassato nel 2025 ben 140.000 euro, che si vanno ad aggiungere ai 600.000 che prende dalla Bce, per un totale di 740.000 eur, che fanno dell’ex ministro francese il funzionario più pagato dell’Unione europea. Il tutto mentre il regolamento della Bce vieterebbe di ricevere stipendi aggiuntivi da terze parti.
Dopo alcuni giorni di imbarazzo, venerdì sera l’ufficio stampa del capo della Bce ha confermato la notizia, fornendo una spiegazione forse ancora più imbarazzante. Lagarde ha preso quei soldi, ma la Bce spiega che quel divieto per i dipendenti non vale per i «vertici esecutivi», che sono soggetti a un diverso codice di condotta. In più, la cifra sarebbe motivata dal fatto che nel board della Bri «si prendono decisioni di grande rilievo», che possono comportare «rischi legali».
Da Francoforte, infine, sottolineano che Madame Lallouette in Lagarde non fa che seguire la tradizione dei suoi predecessori, Mario Draghi e Jean-Claude Trichet, che ricevevano anch’essi un’indennità dalla Bri. Ora, sorvolando sul parallelo con Trichet, la cui gestione disastrosa e miope ha peggiorato la crisi dei subprime, va anche detto che la credibilità di banchiere di Draghi, capace di disinnescare una nuova crisi con tre semplici paroline («Whatever it takes») pur non avendo in mano niente di concreto (la Bce non era e non è prestatore di ultima istanza), è distante alcuni anni luce da quella della Lagarde. Il che spiega anche perché nessuno si sia messo a questionare sugli onorari di Draghi.
In ogni casi va anche ricordato che il governatore della Banca di Francia, che siede nel cda della Bri con la Lagarde e altri 14 banchieri centrali, prende il super-gettone, ma ne gira metà al suo Stato. Mentre il presidente della Federal Reserve e il governatore della Bank of England non incassano alcuna indennità dalla Bri.
Le spiegazioni della Lagarde non hanno fermato le polemiche. Sui forum interni della Bce, i dipendenti sono ancora parecchio attivi nel criticare il doppio standard. La notizia era arrivata al Financial Times proprio dall’interno della Banca e due eurodeputati di sinistra, il tedesco (con passaporto italiano) Fabio De Masi e lo svedese Dick Erickson, avevano scritto alla Lagarde, stanandola. L’ammissione del «fuori busta» ha scatenato nuove critiche, tra cui quelle di Paolo Borchia, capo delegazione della Lega all’Europarlamento, per il quale, «la giustificazione addotta fa risuonare la famosa battuta del Marchese del Grillo». Borchia fa anche notare che «ne va dell’indipendenza del capo dell’Eurotower […] e Lagarde giunge alla fine del suo mediocre mandato, confermando la totale disconnessione e distanza dalle difficoltà quotidiane delle imprese, delle famiglie e dei popoli europei».
Il tema del fine mandato, in effetti, è caldo. Prima di Natale, Lagarde aveva dovuto smentire di esser pronta a dimettersi in anticipo pur di non farsi scappare l’occasione di andare a dirigere il Forum di Davos, travolto dagli scandali del suo fondatore, Klaus Schwab. E la settimana scorsa, sempre la stampa inglese, ha riportato che sarebbe pronta ad andarsene ben prima della prossima primavera al solo scopo di consentire che la scelta del suo successore sia ancora negoziata da Emmanuel Macron. Anche qui, Lagarde ha smentito, a mezzo Wall Street Journal. Ma il problema della credibilità generale resta, a prescindere dal doppio stipendio. È un banchiere centrale, guida un ente che spesso chiede sacrifici ai cittadini europei e, soprattutto, se è debole lei, prima o poi sarà debole anche l’euro.
Francoforte persevera negli errori: «Servono più tasse e sussidi green»
Nonostante l’imbarazzante frenata dell’Unione europea sulle politiche del Green deal, dopo i disastri economici e geopolitici generati, in Europa c’è ancora una forte spinta ad accelerare verso gli obiettivi Net Zero, cioè emissioni zero al 2050. Ora è la volta della Banca Centrale Europea, che nel numero 1/2026 del suo Bollettino economico pubblica l’articolo «Overcoming structural barriers to the green transition». Il saggio, scritto da Miles Parker e Susana Parraga Rodriguez, descrive le difficoltà tecniche della transizione verde, indicando poi esplicitamente la direzione di marcia delle politiche economiche necessarie per realizzarla. Anche a Francoforte, tra un gossip sull’uscente Christine Lagarde e una riunione sull’euro digitale, si sono accorti che il mercato da solo non è in grado di sostenere una economia a basse emissioni. Dunque, dicono gli autori, servono prezzi dei permessi di emissione più alti, investimenti pubblici su larga scala, sussidi pubblici mirati alla ricerca e sviluppo verde e un pacchetto di riforme strutturali coordinate.La Bce sostiene che il prezzo delle emissioni deve aumentare e deve essere integrato da altri strumenti, perché solo un segnale di prezzo chiaro e crescente è in grado di orientare imprese e famiglie verso tecnologie pulite.Quindi, servono tasse e permessi di emissione più costosi. La Bce riconosce che ciò può generare pressioni sui prezzi nel breve periodo, ma ritiene che sia un costo accettabile per evitare danni climatici futuri e per stimolare l’innovazione. Non rileva, a quanto pare, che i maggiori governi europei stiano orientandosi in maniera opposta.Ancora più significativo il riferimento agli investimenti e ai sussidi mirati, verso i quali gli Stati, a prescindere dagli orientamenti dei singoli governi e dalle priorità politiche di ciascuno, dovrebbero convogliare fondi pubblici per sostenere l’industria green. Quanto alle «politiche strutturali complete», si tratta di alcune delle celebri riforme di cui sentiamo parlare da decenni. Ridurre la burocrazia, eliminare le barriere nei mercati finanziari e nei costi di switching tecnologico, eliminare rigidità regolamentari e costi che ostacolano la riallocazione di capitali e lavoratori verso attività verdi, riforme fiscali «coerenti con la transizione climatica» (qualunque cosa significhi). In sostanza, un insieme di interventi su fiscalità, regolazione, mercato del lavoro e finanza per rendere irreversibile la trasformazione del sistema produttivo. Non stiamo parlando di una posizione della Commissione europea né del Consiglio: è la Bce a scriverlo.Il lungo articolo apparso sul Bollettino della Bce offre una visione in cui la transizione ecologica è una priorità macroeconomica che richiede una ristrutturazione dell’economia europea. In tutto ciò, non si fa menzione di passaggi politici. Eppure, la questione è eminentemente politica. Una istituzione nata con un mandato centrato sulla stabilità dei prezzi entra apertamente sul terreno della politica industriale, fiscale e regolatoria, indicando non solo obiettivi ma strumenti concreti che hanno effetti distributivi e competitivi dirompenti, come la storia ha già dimostrato. La Bce presenta queste misure come necessarie, uscendo dalla mera analisi di scenario e contribuendo invece a orientare scelte politiche.«L’impatto del cambiamento climatico sta diventando sempre più evidente in Europa, sottolineando l’imperativo di raggiungere emissioni nette di carbonio pari a zero» recita l’inizio del saggio in questione. Dichiarazione sorprendentemente fuori contesto della Bce. Non soltanto perché le politiche energetiche stanno tornando alle basi (necessità di energia abbondante e di prezzi bassi, a prescindere dalla fonte) con una precipitosa inversione a U, ma perché «imperativo» è un concetto pre-politico, brandito da un organismo non eletto e non responsabile politicamente per le proprie azioni. Piaccia o meno, quello del Green deal è un obiettivo politico, imbellettato da imperativo morale basato sulla retorica dello scontro generazionale. Siamo alla stridente contraddizione di una Banca centrale sedicente indipendente e liberale che pretende politiche fiscali che orientino il mercato a un fine politico.
- Ursula von der Leyen chiede che venga riparato l’oleodotto Druzhba, distrutto dai russi. Impossibile per Kiev a livello di costi e vite.
- Torna in mare la Sumud Flotilla e con lei parte pure Open Arms.
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Quattro anni di guerra e quella avvilente sensazione di stallo totale: la Russia, seppure lentamente, avanza, l’Ucraina resiste grazie agli aiuti occidentali ma il recupero dei territori persi è un’utopia, gli Usa si sono praticamente disimpegnati e il cerino in mano è rimasto all’Europa, manco a dirlo divisa al suo interno, anche perché Ucraina e Slovacchia non vogliono (e non possono) rinunciare al petrolio russo. «La guerra in Ucraina», ha scritto ieri su X il presidente francese Emmanuel Macron, «è un triplice fallimento per la Russia: militare, economico e strategico. Mentre il Cremlino aveva promesso di conquistare l’Ucraina in pochi giorni, solo l’1% del territorio ucraino è stato conquistato, e Kiev ha persino riconquistato un po’ di terreno. A quale costo per i russi? Oltre 1,2 milioni di soldati russi sono stati feriti o uccisi: il numero più alto di vittime russe in combattimento dalla Seconda guerra mondiale. La guerra della Russia», ha aggiunto Macron, «ha rafforzato la Nato, di cui cercava di impedire l’espansione, ha unito gli europei che mirava a indebolire e ha messo a nudo la fragilità di un imperialismo obsoleto». Unito gli europei, ma mica tanto: di fronte ai proclami di Ursula von der Leyen e dei governi schierati sulla linea della resistenza, Mosca fa la voce grossa: «Gli obiettivi dell’operazione militare speciale», ha detto il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, «non sono stati ancora pienamente raggiunti, quindi l’operazione continua. La Russia rimane aperta a raggiungere i suoi obiettivi con mezzi politici e diplomatici.
Il lavoro in questo campo continua, gli interessi della Russia saranno garantiti in ogni caso». In sostanza, il Donbass sarà nostro, con le buone o con le cattive, fa sapere Vladimir Putin. Dicevamo delle divisioni interne alla Ue: ieri la presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, ha firmato il prestito di sostegno all’Ucraina da 90 miliardi di euro a nome del Parlamento europeo per «per sostenere i servizi pubblici essenziali in funzione, per mantenere forte la difesa dell’Ucraina, per salvaguardare la nostra sicurezza e libertà condivise, per conseguire una pace reale e duratura e per ancorare il futuro dell’Ucraina in Europa». Ma il prestito è bloccato dal veto del premier ungherese Viktor Orbán, che nonostante il suo via libera al Consiglio europeo di dicembre, un semaforo verde arrivato attraverso una assenza «tecnica», assieme a Repubblica Ceca e Slovacchia, ora vuole bloccare tutto. Pietra del dissidio tra Ungheria e Slovacchia da una parte e il resto dei 27 dall’altra, l’oleodotto Druzhba, che porta il petrolio a Budapest e Bratislava e che è stato seriamente danneggiato durante la guerra, con diversi attacchi soprattutto tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026.
Niente petrolio, niente prestito: ieri, attraverso una lettera inviata al presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, che lo aveva sollecitato a rispettare le decisioni della Ue, sottolineando che «qualsiasi violazione di tale impegno costituisce una violazione del principio di leale cooperazione», Orbán ha risposto a muso duro: «I fatti sono fatti», ha sottolineato il leader ungherese, «non ci sono ostacoli tecnici alla ripresa dei trasferimenti di petrolio all’Ungheria attraverso l’oleodotto Druzhba. Richiede solo una decisione politica dall’Ucraina. Come sai, sono uno dei più disciplinati e fattuali membri del Consiglio europeo», ha aggiunto Orbán rivolgendosi a Costa, come scrive Public Policy, «comprendo pienamente le tue preoccupazioni. Ma di certo vedrai anche l’assurdità della situazione: noi prendiamo una decisione finanziaria a favore dell’Ucraina che io personalmente disapprovo, poi l’Ucraina crea una emergenza energetica in Ungheria e tu mi chiedi di fare finta che non sia successo nulla. Gli ucraini sanno esattamente cosa fanno e perché lo fanno. Lo fanno per rovesciare il nostro governo e sostituirlo con uno favorevole a Kiev. Non sosterremo il blocco petrolifero ucraino, lo romperemo. Di questo possono essere certi sia a Bruxelles sia a Kiev».
Sulla stessa linea dura la Slovacchia, che lunedì scorso ha sospeso l’assistenza elettrica d’emergenza all’Ucraina, in attesa della ripresa delle forniture di petrolio. Confusa e infelice, come di consueto, Ursula von der Leyen: la presidente della Commissione ieri ha detto che l’Ucraina dovrebbe «accelerare» la riparazione dell’oleodotto Druzhba, e pochi secondi dopo lo stesso Volodymyr Zelensky, accanto a lei in conferenza stampa, l’ha gelata: Riparare l’oleodotto Druzhba, che è stato «distrutto dai russi», ha detto il presidente ucraino a quanto riporta l’Adnkronos, «costerebbe all’Ucraina in termini di persone, un prezzo molto alto da pagare. Sta a Viktor Orbán parlare con Vladimir Putin: non può essere che la Russia distrugge, l’Ucraina ripara e poi la Russia attacca ancora, mentre stiamo riparando le infrastrutture. Nel caso dell’oleodotto Druzhba», ha aggiunto Zelensky, «è già successo una volta, e ci sono stati feriti tra il personale inviato a rimediare ai danni causati dai russi. Quindi dovremmo riparare per cosa? Per perdere gente? E’ un prezzo molto alto». Si brancola nel buio, dunque, mentre anche dalla Conferenza episcopale dei vescovi arriva l’invito a perseguire le strada dei negoziati: «Quattro anni», ha detto ieri il presidente della Cei, il cardinale Matteo Zuppi, «di enormi sofferenze. Quindi, speriamo che finiscano presto. Dobbiamo spingere tutti quanti e speriamo che anche l’Europa scelga di aiutare più che può la composizione, il dialogo per mettere fine a questa tragedia, che ogni giorno che passa vuol dire persone che non tornano a casa e sofferenze che durano tutta quanta la vita. L’impegno è questo e speriamo anche che l’Europa scelga diciamo una presenza ancora più forte». Fino ad ora l’Europa ha spinto più per continuare la guerra che per cercare la pace. A quattro anni dall’inizio del conflitto, questo è un dato di fatto incontrovertibile.
La coalizione per portare aiuti (durante la prima missione davvero pochi) a Gaza
Open Arms sta annunciando ai quattro venti che il 12 aprile salperà da Barcellona per Gaza. Assieme a movimenti globali come Maghreb Sumud Flotilla, Global Movement to Gaza, Sumud Nusantara, People's Flotilla Movement e sostenuta da organizzazioni locali e internazionali, prenderà parte alla missione primaverile della Global Sumud Flotilla.
Coalizione «nata come risposta diretta alle richieste dei palestinesi di Gaza», e che attraverso un tam-tam mediatico compiacente rimette in mare piccole (costose) imbarcazioni «per rompere l’assedio illegale imposto dall’occupazione israeliana a Gaza» e portare aiuti umanitari. La scorsa estate si era visto il flop della prima spedizione proprio nel portare viveri e medicinali.
Trasportavano «una quantità irrisoria» di beni, «inferiore a quella contenuta in un singolo camion», denunciò a ottobre l’ambasciatore israeliano a Roma, Jonathan Peled. Quella di Flotilla era poco più che una provocazione politica, come lo sarà anche la crociera d’aprile al di là degli accorati appelli ad aiutare in concreto la popolazione di Gaza. L’ha dichiarato la stessa portavoce, Maria Elena Delia, spiegando la portata della nuova missione «la più ampia mai realizzata in questo contesto: oltre cento imbarcazioni, più di tremila partecipanti provenienti da oltre cento Paesi, almeno mille operatori sanitari insieme a ingegneri, educatori, osservatori dei diritti umani e giornalisti».
Al quotidiano online Faro di Roma ha però precisato «Ripartiamo perché riteniamo che il silenzio e la normalizzazione siano ormai parte del problema. La nostra missione vuole interrompere questa dinamica: riportare l’attenzione sulla realtà, riaffermare la centralità dei diritti umani e impedire che la crisi di Gaza venga trasformata in una condizione permanente accettata dal mondo».
L’aveva osservato uno come Simone Perotti, fondatore di Progetto Mediterranea e sempre pronto a partire, scrivendo lo scorso agosto sul Fatto Quotidiano che non si sarebbe unito alla flotta. Per diversi motivi: «Nemmeno un pacco di farina verrà recapitato ai palestinesi, ne possiamo essere certi. E poi non condivido la logistica, che sembra più imposta dall’esigenza di spettacolarizzazione che dal senso economico e organizzativo di ogni impresa». Perché partire da porti così lontani da Gaza come Barcellona, scriveva, perché «sperperare centinaia di migliaia di euro in materiali, gasolio, pezzi di ricambio».
Con il protagonismo di chi salpa, aggiungiamo noi, in una missione sicuramente molto lontana dalle esigenze dei palestinesi. Eppure, Open Arms sostiene di muoversi perché «l’invasione, il genocidio continuano», così come attacca la politica migratoria europea per le morti nel Mediterraneo «conseguenza di decisioni politiche convenienti, codarde e disumane». Assieme a World Central Kitchen, organizzazione fondata dallo chef José Andrés, ha già realizzato due missioni verso Gaza.
La Ong, fondata e diretta dall’attivista catalano Òscar Camps, riceve sempre il sostegno, anche finanziario, dell’attore Richard Gere che assieme alla moglie Alejandra era in prima linea ai festeggiamenti dello scorso settembre per i dieci anni di Open Arms. Gere appoggia Flotilla, così come nel 2019 era salito sull’imbarcazione per «portare solidarietà» ai migranti che la Ong voleva a tutti costi far sbarcare a Lampedusa e non portare in Spagna, come invece doveva fare secondo quanto stabilito dal Tribunale di Palermo che ha assolto il vicepremier Matteo Salvini, allora ministro dell’Interno.
- Per l’ufficio pubblico che li dirige serve un legale per proteggere dalla «cattiva stampa» chi è coinvolto nel caso. A nostre spese.
- Si mettono in croce le forze dell’ordine ma si fa spallucce con altri servitori dello Stato.
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Come siamo stati ingenui: pensavamo che, nella triste vicenda della famiglia nel bosco, le vittime fossero prima di tutto i bambini, strappati alla loro casa e trattati come piccoli selvaggi. E poi i loro genitori Nathan e Catherine, assaltati dalle istituzioni e presentati alla stampa come pericolosi squinternati. Ma ci sbagliavamo. Le vere vittime, scopriamo, sono gli assistenti sociali. Davvero. Il punto è che in tutta questa storia essi rischiano un grosso danno di immagine. Motivo per cui, poveri, hanno dovuto trovarsi un avvocato che li tuteli, ovviamente a spese dei contribuenti.
Non è uno scherzo di cattivo gusto: sta tutto scritto in un documento ufficiale scovato di cui Gianluca Lettieri ha pubblicato stralci sul quotidiano il Centro. Si tratta del verbale di deliberazione dell’ufficio di piano dell’Ecad 14 Alto Vastese, cioè l’ente che si occupa della gestione dei servizi sociali di 21 Comuni abruzzesi. Il 19 febbraio questo ufficio «si è riunito per discutere e organizzare le attività in merito al seguente ordine del giorno: incarico di consulenza e assistenza stragiudiziale per la tutela della funzione e dell’immagine di codesto ente d’ambito quale gestore dei servizi sociali dell’Ambito in relazione alla vicenda dei minori T». Tradotto dal burocratese, significa che i responsabili hanno discusso di come tutelare l’immagine degli assistenti sociali alle loro dipendenze coinvolti nel caso della famiglia Trevallion.
Giova ricordare che da questo Ecad dipende tra gli altri Veruska D’Angelo, ovvero l’assistente sociale di cui gli avvocati dei Trevallion, circa un mese fa, hanno chiesto la revoca definendola «ostile» e spiegando che non avrebbe «svolto il proprio incarico con l’imparzialità richiesta dal ruolo». Secondo i legali, la donna mostrava pregiudizi, scagliandosi «contro metodi educativi ritenuti diversi e per ciò sbagliati». Atteggiamenti che, a detta degli avvocati, «hanno compromesso il sereno accertamento degli accadimenti». Anche parlando con la Verità, i rappresentanti dei Trevallion avevano contestato il fatto che l’assistente sociale avesse espresso giudizi molto duri dopo avere «visto i genitori ed i minori per un totale complessivo di cinque incontri» di cui tre «ingiustificatamente e incomprensibilmente alla presenza delle forze dell’ordine». Il procedimento nei riguardi della D’Angelo è stato archiviato, e ora arriva questa surreale decisione dell’ente gestore dei servizi sociali. Nella delibera si legge che è stata approvata «la bozza disciplinare di incarico di consulenza e assistenza stragiudiziale per la tutela della funzione e dell’immagine di codesto ente d’ambito quale gestore dei servizi sociali dell’Ambito in relazione alla vicenda dei minori T. all’avvocata Maria Benedetti».
Viene poi dato «mandato al responsabile del servizio finanziario del Comune di Monteodorisio a procedere alla sottoscrizione dell’incarico con l’avvocata Maria Benedetti». E viene approvato «l’impegno di spesa per il compenso spettante per quanto detto in premessa per un importo complessivo di euro 500». Certo, non è una cifra spaventosa, ma è il principio che conta: perché mai i contribuenti dovrebbero pagare per proteggere i servizi sociali da un danno di immagine? E quale danno poi? La verità è che in questa assurda vicenda i disastri comunicativi li hanno causati i rappresentanti delle istituzioni. Assistenti, tutrici, curatrici, maestre.... Tra queste figure non ve n’è una che non abbia rilasciato dichiarazioni alla stampa, per lo più ostili nei riguardi della famiglia o gravemente irrispettose della privacy dei bambini. È stato persino consentito l’accesso alla casa protetta di Vasto dove risiedono i piccoli Trevallion a una troupe televisiva.
Forse i servizi sociali hanno davvero bisogno di una consulenza d’immagine, ma non per proteggersi dagli attacchi di giornali e tv, bensì per difendersi da sé stessi. Oppure, se proprio vogliono tirare in ballo chi ha danneggiato la credibilità delle istituzioni, dovrebbero prendersela con la psicologa che pubblicava post insultanti contro la famiglia nel bosco sui suoi profili social. Quello si che è stato un colpo davvero brutto.
«Se sbagli, paghi» vale solo per le divise. Non per chi distrugge una famiglia unita
Chi sbaglia paga, dice Elly Schlein riferendosi al poliziotto Carmelo Cinturrino che pare abbia disonorato la divisa prima ancora che sé stesso. Trattandosi di una figura su cui gravano pesanti ombre, la severità è più che giustificata.
Il fatto, però, è che questo tipo di atteggiamento viene esercitato spesso e volentieri nei confronti di tutti gli esponenti delle forze dell’ordine e non soltanto verso coloro che si sono macchiati di nefandezze di varia natura. Di nuovo, potrebbe anche essere sensato: chi rappresenta le istituzioni deve mantenere integrità e rendere onore alla posizione che occupa. La sensazione, tuttavia, è che nei riguardi delle divise si esageri un poco: sui media si passano ai raggi x le loro azioni, si tende a stigmatizzarne gli interventi appena più ruvidi, si vaglia con puntiglio ogni azione. E va bene, sia pure. Ma ci si domanda legittimamente: perché con altri rappresentanti dello Stato la vigilanza non è così attenta? Come mai non si pretende la stessa, irreprensibile serietà da altre figure istituzionali?
Un esempio interessante ci è tornito dagli assistenti sociali, dai tutori e curatori che a vario titolo si occupano della cosiddetta famiglia nel bosco. Nell’arco di pochi mesi costoro hanno inanellato una serie quasi infinita di scivoloni, errori e pasticci (per essere gentili). C’è chi ha parlato con i media rivelando dettagli sensibili sulla vita dei bambini e dei genitori. Chi ha firmato con superficialità relazioni grossolane e carenti, piene di pregiudizi e piuttosto ostili.
Insomma, ci sarebbe molto da criticare, contestare e rimarcare. E in effetti molto è stato contestato anche dagli avvocati dei Trevallion. Tuttavia, sui media e nel dibattito politico, sembra che le carenze e gli errori di questi professionisti non rilevino. Anzi, guai ad avanzare qualche contestazione: subito sui giornali appaiono con grande risalto i comunicati indignati degli ordini professionali e dei difensori d’ufficio della categoria. Si pretende rispetto, si grida allo scandalo, si bercia di lesa maestà.
Quando un agente di polizia solleva il manganello in uno scontro di piazza non passa un istante che già si odono le voci degli illustri custodi mediatici della democrazia, pronti a deprecare atti tanto violenti e indegni. Si dice ogni volta che poliziotti e carabinieri siano professionisti e, dunque, dovrebbero sapere gestire con disinvoltura anche le situazioni più complicate, le emergenze più complesse. Ebbene, perché questo non vale per altri professionisti, quelli che portano via i bambini alle famiglie anche in assenza di maltrattamenti e abusi? Non dovrebbero costoro, in quanto appunto professionisti, evitare con estrema cura tutte le situazioni tensive? Non dovrebbero questi operatori sociali, esattamente come i poliziotti, lavorare al servizio dei cittadini e non contro?
L’assistente sociale che entra in conflitto con una famiglia (soprattutto se questa è fragile o problematica) è equiparabile a un poliziotto che picchia e spara senza ragionare come se fosse un giustiziere della notte. La differenza è che con gli agenti ogni volta si producono radiografie dettagliate di ogni caso, con molti altri si sorvola allegramente. Un discorso che dovrebbe essere esteso anche ai magistrati, sui quali una buona parte del mondo progressista sembra avere più di un pregiudizio favorevole. Non che la categoria sia composta da deprecabili, ci mancherebbe. Ma se un agente sbaglia lo si crocifigge, se lo fa un giudice la cosa passa senza eccessive conseguenze e sui media viene spesso accolta con tenerezza.
Chi veste una divisa ha il dovere di essere irreprensibile perché incarna la Repubblica. Chi segue bambini e genitori ha il dovere di esserlo ancora di più, perché impersona la mano dello Stato che interviene sui più deboli. Ma sembra che si tenda a dimenticarlo.









