Fuori uno, fuori due e forse pure fuori tre. Giorgia Meloni ha impiegato 24 ore a decidere che serviva un cambio di passo. Qui c’è da salvare il governo e soprattutto evitare di giocarsi le prossime elezioni e di consegnare il Paese alla sinistra per cinque anni, quando si voterà il presidente della Repubblica. La sconfitta del referendum brucia, perché quando fu varata la riforma della giustizia sembrava un gioco da ragazzi. Da almeno 30 anni il Paese aspettava una legge che arginasse lo strapotere dell’Anm e dunque le modifiche costituzionali sembravano obiettivi facili, perché godevano del consenso della maggioranza degli italiani.
A gennaio i sondaggi segnalavano una distanza di quasi 20 punti fra il fronte del No e quello del Sì, con quest’ultimo in vantaggio. Dunque, come è stato possibile andar sotto di quasi 9 punti, cancellando la speranza di rendere più efficiente e imparziale la magistratura, e mettendo una serie ipoteca sul futuro del governo e di quello prossimo venturo? Di sicuro ci sono un paio di fattori che hanno influenzato il voto e tra questi segnalo il cosiddetto popolo di Gaza, che ha indirizzato contro Meloni e il suo governo la rabbia accumulata in questi anni, accresciuta nell’ultimo mese a causa della guerra in Iran. il vecchio antiamericanismo della sinistra radicale, che si somma a quello giovanile. Inoltre, nelle regioni del Sud può aver influito anche il reddito di cittadinanza, che il centrodestra ha giustamente abolito ma che agli elettori che ne beneficiavano, molti dei quali sostenitori dei 5 stelle, non deve aver fatto certo piacere.
Però, oltre a tutto ciò, sono stati commessi errori marchiani di comunicazione. La campagna referendaria è stata condotta male e all’ultimo, lasciando spazio agli slogan menzogneri dell’Anm e della sinistra, che hanno puntato tutto non sul merito della riforma, ma hanno trasformato il voto in un referendum sul governo e sul premier. Sì o No a Giorgia Meloni. A peggiorare le cose poi si sono messi i casi Bartolozzi e Delmastro. Il capo di gabinetto del ministro Nordio, già nel mirino per il caso Almasri, si è lasciata sfuggire un paio di frasi che hanno messo l’esecutivo in difficoltà. Dire che la magistratura è un plotone d’esecuzione, se si ricopre un delicato incarico a fianco del responsabile della Giustizia, significa spararsi nei piedi. Che giudici e pm siano talvolta politicamente orientati lo può sostenere un comune cittadino, non chi guida il ministero di via Arenula. Così come da un capo di gabinetto, ovvero da un funzionario pubblico, non ci si aspetta che dichiari di essere pronto a lasciare l’Italia in caso di vittoria del No: sono frasi che uno si aspetta da qualche scrittore che ama l’esilio, non da quanti rivestono ruoli di responsabilità.
Anche il caso Delmastro non può essere taciuto. L’imbarazzo con cui a Palazzo Chigi hanno accolto la notizia di una compartecipazione societaria con la figlia di un condannato per intestazione fittizia di beni e per di più con l’aggravante mafiosa era evidente dal primo giorno. Se Meloni ha scelto la linea del silenzio è stato per non inquinare ulteriormente il voto, ma dopo la sconfitta le dimissioni non potevano mancare e così è stato.
Il premier sceglie di far piazza pulita e dopo l’addio di Bartolozzi e Delmastro non è detto che sia finita. Come dicevo, c’è da salvare la legislatura. Nella migliore delle ipotesi le Camere saranno sciolte in primavera, ma nella peggiore la legislatura potrebbe trascinarsi fino a dopo l’estate, dato che nel 2022 le elezioni si tennero a fine settembre, e dunque Meloni non può stare sulla graticola. È chiaro che questi mesi non saranno facili. Un po’ perché non c’è tempo di varare nuove riforme (il premierato credo sia stato definitivamente accantonato e l’autonomia regionale credo farà la stessa fine). Restano le misure economiche, che sono indispensabili, soprattutto con la guerra in Iran e l’aumento del prezzo dei combustibili. Ma c’è bisogno di stabilità e non di chi parla troppo e frequenta male. Come ricordo spesso, nel 2029 c’è da eleggere il prossimo presidente della Repubblica e mi auguro che non ci sia un altro Mattarella. Dunque, urge serrare i ranghi e fare piazza pulita. La partita non è ancora conclusa.
È sempre tempo di decostruzione. Anche se l’ondata woke ha attraversato una innegabile crisi e certi eccessi sono stati eliminati o smussati, la tendenza alla riscrittura della realtà (che passa ovviamente dalla sua distruzione) non è mai realmente venuta meno. In particolare non si è mai spenta la brama di rifare la mascolinità, di ristrutturare i maschi occidentali, di rieducarli per farli corrispondere a modelli ideologicamente corretti.
E infatti ecco arrivare nelle classi italiane un bel progetto intitolato Storie spaziali per maschi del futuro - Scuola edition, costruito a partire dall’omonimo libro di Francesca Cavallo, già celebratissima autrice delle Storie della buonanotte per bambine ribelli. Come si legge nel materiale promozionale dell’iniziativa, «il progetto prende avvio con una fase pilota che coinvolgerà 250 classi delle scuole primarie entro il 2026 in tutta Italia, con particolare attenzione alle aree più periferiche e vulnerabili. Un intervento che raggiungerà 12.500 bambine e bambini, 5.000 docenti e oltre 50.000 persone appartenenti alla comunità educante, con l’obiettivo di generare un impatto culturale capillare e duraturo. È proprio durante la scuola primaria che si strutturano le prime rappresentazioni del maschile e del femminile, le idee su forza, fragilità, emozioni, ruoli e relazioni. Intervenire in questa fase significa agire sulla prevenzione, prima che gli stereotipi diventino disuguaglianze e, nei casi più estremi, violenza. La scuola pubblica, presidio fondamentale del tessuto sociale italiano, diventa così il luogo da cui partire per costruire un cambiamento culturale profondo e condiviso».
Si tratta con tutta evidenza di un piano molto ambizioso, che coinvolgerà migliaia di bambini tra i 6 e gli 11 anni, ai quali saranno offerti testi, esercizi e attività formative allo scopo di sgominare i temibili stereotipi di genere. «Storie spaziali per maschi del futuro, scritto e pubblicato nel 2024 da Francesca Cavallo», leggiamo ancora nel comunicato di presentazione, «è una raccolta di fiabe che, per la prima volta a livello internazionale, affronta gli stereotipi di genere che danneggiano non solo le bambine, ma anche i bambini maschi, mettendo in discussione modelli tradizionali di maschilità legati all’ideale del principe azzurro e del supereroe. Attraverso la narrazione, il libro apre spazi nuovi per immaginare un maschile capace di fragilità, ascolto ed empatia, offrendo a bambine e bambini modelli più liberi e inclusivi. Da questo lavoro narrativo nasce il progetto didattico Storie spaziali per maschi del futuro - Scuola edition, con l’obiettivo di offrire all’Italia un protocollo pionieristico di prevenzione della violenza di genere, sviluppato nelle scuole primarie e replicabile su larga scala. Un progetto culturale, di lungo periodo, che agisce sull’educazione e sugli immaginari per intervenire prima che i ruoli di genere si irrigidiscano e gli stereotipi diventino regole non scritte».
Tutto molto suggestivo. E per certi versi, almeno a un livello superficiale, persino condivisibile. Non c’è ovviamente nulla di male nel fatto che i maschi possano mostrare debolezze e fragilità, condividere preoccupazioni e timori. Sembra tuttavia che sia dia un po’ per scontato che gli uomini di oggi non lo facciano. È come se questo progetto avesse necessità di confermare e alimentare uno stereotipo per poi proporsi di smantellarlo. Sulle emozioni maschili fior di esperti scrivono da anni, a partire dal grande Claudio Risè, e non c’è dubbio che quegli scritti abbiano avuto effetto: gli uomini di oggi non sono per niente quelli di un tempo. Anzi, il problema è che si è decisamente andati oltre demolendo, invece degli stereotipi, la mascolinità stessa. Ancora una volta pare che si voglia imporre una sorta di mascolinità debole, sfibrata. Che si attribuisca carattere di tossicità non agli abusi della forza maschile ma alla forza stessa. Se volessimo davvero smontare i pregiudizi sui maschi dovremmo in realtà partire proprio da lì, cioè dallo smantellamento dell’idea - falsa - secondo cui gli uomini fin da bambini hanno bisogno di essere in qualche modo contenuti, purgati dal temibile veleno maschile di cui la natura li ha dotati. Certo, questo progetto della Cavallo usa toni tutto sommato moderati e più blandi, ma la prospettiva dell’autrice è chiaramente deducibile da quel che scrive e dice pubblicamente, dalle sue tirate contro i il patriarcato, il privilegio maschile e il privilegio bianco e la «visione fascista» della mascolinità.
Non a caso, la conferenza stampa di presentazione dell’iniziativa (che da aprile sarà anche un road show aperto alle scuola) è stata impreziosita dalla presenza di Stefania Ascari, deputata femminista del Movimento Cinquestelle; Filippo Sensi, senatore del Pd e di Francesca Ghirra, deputata di Alleanza Verdi e Sinistra. Insomma, il perimetro ideologico è piuttosto chiaro. Per carità, ovviamente anche a sinistra hanno tutto il diritto di portare avanti le proprie idee e di sostenere i propri progetti. Scoraggia un po’ notare come questi vadano sempre nella stessa direzione, e si rivolgano fin troppo spesso ai bambini, allo scopo evidente di riprogrammarli, per altro con esiti talvolta grotteschi. Che senso ha, ad esempio, prendersela con il principe azzurro e i super eroi? Il primo è ovviamente una figura simbolica che svolge nelle fiabe un ruolo trasformativo che per altro trascende il maschile e il femminile, anzi è emblematico della ricomposizione degli opposti nel profondo delle protagoniste. Invece si continua a dipingerlo come una sorta di molestatore che bacia fanciulle addormentate contro la loro volontà. Quanto ai supereroi, forse la Cavallo dovrebbe leggere qualche fumetto in più, perché noterebbe l’incredibile quantità di sfumature con cui questi personaggi saranno raccontare il maschio (oltre che la femmine, visto che esistono tantissime super eroine contro cui però nessuno si scaglia mai). Al di là delle sottigliezze, però, qui il tema è uno soltanto, e molto banale: il tentativo è quello di creare una femminilità ribelle e aggressiva e una mascolinità debole e manipolabile, cosa che - al di là delle frasi fatte - è utile soltanto a dividere i sessi e ad alimentarne la guerra. Qualcuno dovrebbe spiegare per quale motivo un bambino o un adolescente non dovrebbero identificarsi in un eroe o in un condottiero, per quale ragione non dovrebbero voler essere forti e responsabili invece che timorosi e fragili. Da decenni si insiste con questa baggianata della fragilità maschile da trasformare in un valore, e il risultato è che abbiamo le generazioni di adolescenti più problematiche di sempre. Ma continuiamo a battere sullo stesso tasto, anche nelle scuole italiane. Forse, se vogliamo che i piccoli crescano liberi e indipendenti, dovremmo semplicemente lasciarli stare e smettere di provare a rieducarli.
Un terremoto annunciato quello scoppiato ieri a via Arenula. Un colloquio con il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, e poi le dimissioni del sottosegretario Andrea Delmastro delle Vedove e del capo di gabinetto, Giusi Bartolozzi. Dimissioni attese, annunciate e alla fine consegnate all’indomani dell’esito del referendum.
La decisione del sottosegretario arriva per via del suo coinvolgimento nella 5 Forchette srl, società che gestiva il ristorante Bisteccheria d’Italia a Roma. La società era posseduta anche da Miriam Caroccia, figlia di Mauro Caroccia, condannato per aver favorito le attività della camorra a Roma. L’uomo infatti risulta legato al clan Senese. «Ho consegnato le mie irrevocabili dimissioni da sottosegretario alla giustizia. Ho sempre combattuto la criminalità, anche con risultati concreti e importanti e pur non avendo fatto niente di scorretto, ho commesso una leggerezza a cui ho rimediato non appena ne ho avuto contezza. Me ne assumo la responsabilità, nell’interesse della nazione, ancor prima che per l’affetto e il rispetto che nutro verso il governo e verso il presidente del Consiglio», le parole di Delmastro.
La capo di gabinetto Bartolozzi si dimette invece per ragioni politiche. Nel mirino le sue frasi pronunciate contro le toghe in piena campagna referendaria, giudicate quanto meno inopportune per un alto funzionario del ministero della Giustizia, che aveva definito certe toghe paragonabili a «plotoni di esecuzione». In precedenza l’ex deputata era stata indagata dalla Procura di Roma con l’accusa di aver fornito false informazioni ai pubblici ministeri sulla liberazione del cittadino libico Almasri, indagini concluse però in un nulla di fatto, con l’avviso di conclusione delle indagini notificato a fine febbraio.
Queste dimissioni precedono il question time del ministro Nordio, previsto per oggi. Intervento che alle opposizioni non basta perché dopo gli ultimi avvenimenti hanno deciso di chiedere chiarimenti anche al presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. La prima a pretendere l’intervento in Aula del premier è stata Raffaella Paita, capogruppo di Italia viva al Senato. Francesco Boccia, capo dei senatori dem, si domanda: «Fino a ieri Delmastro e Bartolozzi, nonostante le richieste delle opposizioni, sono rimasti al loro posto con il ministro Nordio a difendere il loro operato. Ora, nel giro di mezz'ora, assistiamo a due dimissioni. Cosa è cambiato? L’esito del referendum ha spaventato il governo? Ci sono fatti che non conosciamo? È intervenuto il presidente del Consiglio? Il ministro della Giustizia ha cambiato idea?».
Un treno di dimissioni gradito da Meloni , che «esprime apprezzamento per la scelta del sottosegretario alla giustizia e del capo di gabinetto di rimettere gli incarichi finora ricoperti e li ringrazia per il lavoro svolto con dedizione». Tuttavia: «Auspica che, sulla medesima linea di sensibilità istituzionale, analoga scelta sia condivisa dal ministro del Turismo, Daniela Santanchè». Chiedono nuovamente le sue dimissioni a gran voce anche i 5 stelle. «L’elenco degli orrori non è finito. L’impatto di questo travolgente voto popolare riuscirà a far dimettere anche il ministro Santanchè?», si domanda sui social Giuseppe Conte. Mentre il Pd annuncia una mozione di sfiducia.
Ed in serata la leader dem, Elly Schlein, a cercare di prendersi la scena: «Dimissioni tardive, il caso Delmastro è gravissimo e continueremo a seguirlo. Se la maggioranza non avesse perso avrebbe fatto queste scelte? La Meloni pensi agli interessi dell’Italia, non può più permettersi ministri leggeri».
Santanchè è indagata dalla Procura di Milano per bancarotta fraudolenta in relazione al fallimento di Bioera Spa. Un filone che si somma alle precedenti inchieste per bancarotta riguardanti Ki Group e per falso in bilancio e truffa aggravata inerenti alla gestione di Visibilia Editore.
La responsabilità politica per l’esito del voto, tuttavia, resta del ministro Nordio, che ieri con grande dignità nello studio di Start, su Sky Tg24, ha riconosciuto la paternità della sconfitta al referendum sulla riforma che, come ha ricordato lui stesso: «In gran parte porta il mio nome». Non ha parlato di sue dimissioni respingendole nel pomeriggio, ma circa l’ipotesi di un prosieguo del suo mandato in un eventuale futuro governo Meloni ha chiarito: «Credo che potrò ritornare ai miei diletti studi e ai miei hobby. Non tanto per il fatto che le sconfitte politiche si pagano, è inutile far finta di nulla, ma anche per ragioni non solo di età ma anche di completamento di un certo percorso di riforme che cercheremo di terminare entro quest’anno». E poi ha ribadito: «Sono stato chiamato a questo altissimo incarico, per il quale ringrazio e ringrazierò sempre il premier, per fare una serie di riforme, la più importante delle quali purtroppo non è andata bene, probabilmente anche per colpa mia».
Come dopo ogni terremoto è il momento della conta dei danni e della ricerca delle responsabilità. Dopo la scossa tellurica del referendum sulla giustizia, i principali indiziati della vittoria del No sono i giovani dai 18 ai 28 anni. Quella generazione Z che, pur odiando tutto e tutti, della politica conosce poco o nulla. Oltre che i delusi del centrodestra, soprattutto dalle parti di Forza Italia e Lega.
La partecipazione al voto è stata importante: il 58,9% di affluenza indica che c’è stata un’attenzione particolare da parte degli italiani, anche se sicuramente in pochi hanno capito davvero i contenuti della riforma; chi ha votato No era più interessato alle conseguenze politiche che ne sarebbero derivate. Ovvero a fare uno sgambetto al governo. Colpa anche della campagna referendaria che, a detta di molti, la destra ha cannato completamente. È stata una campagna caratterizzata da offese e dichiarazioni fuori misura da parte di entrambi gli schieramenti. Ciò ha prodotto una maggiore mobilitazione degli elettori di sinistra in favore del No. Non pochi elettori dei partiti dell’opposizione, inizialmente, si dicevano orientati a votare per il Sì, poi l’inasprimento della campagna ha fatto loro cambiare idea mobilitando anche una parte degli elettori che si erano astenuti alle Politiche 2022 e alle Europee 2024, quasi tutti schierati per il No.
Oltre un terzo di chi non votò alle elezioni di due anni fa è andato alle urne. Se una cosa positiva è uscita da questo referendum è quella di aver saputo rianimare la partecipazione politica in Italia, che da anni aveva l’elettroencefalogramma piatto.
Tuttavia, Elly Schlein e i suoi hanno poco da cantare Bella ciao. Se si votasse domani per le Politiche e tutti i No andassero al campo largo, la sinistra avrebbe una maggioranza risicata. Sempre se la ottiene. Lo dichiara un’analisi dell’Istituto Cattaneo: «È dubbio che si possa interpretare il risultato come un predittore del voto in occasione delle Politiche. In ogni caso, se questo fosse vero, se cioè il Sì al referendum fosse un buon indicatore del consenso verso la linea politica del governo e il No un indicatore del consenso verso le opposizioni, le Politiche porterebbero con larga probabilità alla coalizione vincente una maggioranza parlamentare piuttosto risicata, se non solo a una maggioranza relativa dei seggi», scrivono dall’Istituto. Insomma Maurizio Landini, capo della Cgil, e compagni hanno poco da festeggiare perché se si volessero usare i risultati del referendum come un «predittore del voto», dovrebbero essere almeno «corretti tenendo conto del diverso grado di partecipazione al voto dei vari elettorati», si spiega.
Come dicevamo, il massimo della partecipazione è stata tra gli studenti e in generale tra i più giovani: la generazione Z, dai 18 ai 28 anni, ha il 67% di partecipazione al voto, con il 58,5% per il No. Se guardiamo a chi sta tra i 29 e i 44 anni, la generazione Y, troviamo il massimo livello di astensionismo (47,5%, sempre con una prevalenza del No, al 54,8%). Una partecipazione un po’ più elevata della media caratterizza boomer e silent, gli elettori che hanno dai 61 anni in su. Infine, la partecipazione al voto, coinvolge meno gli elettori di centro. Il sostegno alla legge si ferma al 31% tra i centristi.
Per la sinistra votare No è stato invece come una chiamata alle armi contro il governo, anche se c’è stata una parte di elettori del Pd che ha scelto il Sì. Visto che Giuseppe Conte manda un avviso di sfratto a Giorgia Meloni abbiamo una notizia anche per lui: secondo l’analista Nando Pagnoncelli, tra chi dichiara di votare M5s, circa il 17% (ma era il 24% qualche mese fa) si è espresso per il Sì.
Nel centrodestra qualche «tradimento» si rileva tra gli elettori di Lega e Fi, rispettivamente con il 12% e il 10% circa, che vota No. Infine, tra gli elettori di Italia viva, Azione e +Europa, Avs, il Sì arriva al 31%. Anche Matteo Renzi e Nicola Fratoianni hanno perso il loro tocco magico?










