Ma qual è la fonte dove trovano alimento, dove trovano ispirazione tutti quei soggetti che appartengono alla galassia delle baby gang, dei maranza, degli adolescenti e dei pre adolescenti che vanno in giro col coltello, insomma di quei gruppi di giovani dei quali ci troviamo, e mi trovo personalmente, a parlarne durante le trasmissioni televisive e in particolare a Dritto e rovescio?
Talvolta mi trovo di fronte a gruppi organizzati, talvolta a gruppi appartenenti a città diverse ma che tra di loro instaurano delle relazioni non tali da formare un vero e proprio movimento, ma certamente tali da rafforzare la loro appartenenza a un non ben definito «gruppo sociale» in modo che si rafforza in loro l’idea di non essere soli, ma di appartenere a una sorta di «comunità», pur non conoscendosi personalmente, pur non frequentandosi se non attraverso i social.
Se uno si mette a parlare con loro, cercando di capire qual è, e se c’è, una visione, un’idea della loro vita e del significato delle cose che fanno, tornerà a casa con un pugno di mosche in mano. La prima impressione, infatti, che si ricava dal parlare con loro è che tutto ruota intorno a qualche comportamento che consiste nel portare il coltello in tasca come arma di difesa da persone che sono sostanzialmente uguali a loro, di uso delle stesse armi da taglio, se non da sparo, per ottenere un paio di scarpe griffate o qualcosa del genere (più raramente soldi) che rappresenta il simbolo di ciò che, nella loro mente, è per loro un diritto avere e, quindi, devono procurarselo al di là di ogni norma, di ogni legge, di ogni comportamento benevolo nei confronti degli altri che possono permetterselo.
Accade spesso che alcune aggressioni verso persone che non appartengono a questi gruppi avvengano anche senza una motivazione che possa essere ricondotta alla all’appropriarsi indebitamente di beni altrui: soldi, meno spesso, capi di abbigliamento trendy (secondo loro), cappellini, giubbotti, scarpe, jeans, cinture, borselli e zainetti. Molte volte certe aggressioni, veri e propri pestaggi, accoltellamenti qualche volta letali (comunque praticamente sempre necessitanti di cure mediche, se non interventi chirurgici), ebbene tutto questo avviene senza un motivo che non sia quello di compiere la violenza per il gusto della violenza e per il fatto che, compiendo questi atti, si è qualcuno, si è una personalità, si tratteggia la propria soggettività in modo che sia riconoscibile agli altri, positiva per gli aderenti al gruppo o a altri gruppi che compiono gli stessi gesti, negativa per chi subisce questi gesti e per chi ritiene questi comportamenti immorali e illegali. Questo secondo gruppo di persone che contestano le azioni dei teppisti (raramente, se non mai, si tratta di azioni individuali) rafforzano l’identità e l’idea di questi delinquenti di essere nel giusto.
Uno potrebbe legittimamente chiedersi: «Ma qualcuno che compie un’azione senza motivazione, come questi gruppuscoli compiono le loro azioni violente senza un’apparente causa, come fanno a sentirsi rafforzati compiendo qualcosa senza alcun significato? Questa domanda ci porta fuoristrada perché, per gli appartenenti a questi gruppi, questo non costituisce un problema. Quando uno compie la violenza per la violenza è perché sente che quella violenza è la migliore espressione di sé, da una parte, e dall’altra lo rende soggetto riconoscibile all’interno della società che pure li disprezza, ma per loro questo è un segno che stanno agendo «bene»: agiscono, cioè, per un fine che è quello di esprimere sé stessi nella violenza e di assumere così un ruolo riconosciuto, sia pure negativamente, dalla società che secondo loro non ha fatto quello che avrebbe dovuto fare e, quindi, sono legittimati a compiere queste azioni come dimostrative di uno stato di disagio contro quello che, alla fine, chiamano Stato.
Rientra in questa logica anche l’attacco alle forze di polizia, in quanto rappresentanti dello Stato e perché si comporterebbero in modo discriminatorio nei loro confronti, soprattutto quando questi soggetti sono immigrati, con la pelle nera e magari con situazioni irregolari sia familiari sia che riguardano loro direttamente, magari perché hanno precedenti in giovane età. Perché attaccano la polizia? Perché ritengono di essere discriminati dalla polizia? Certo, non escludiamo a priori che qualche rappresentante delle forze dell’ordine possa avere avuto nei loro confronti comportamenti censurabili. Ma trattasi di eccezioni.
Nella norma, le forze dell’ordine non fanno che accertamenti su soggetti o conosciuti o che frequentano ambienti che possono far pensare che non tutto sia regolare per quanto li riguarda. Ma anche qui non c’è da cercare un’idea, un ideale, una qualche forma anche pur primitiva di ideologia, si tratta di una legge del branco e anche in questo caso di un branco che vive compiendo questi atti e trovando la loro identità nel fatto stesso che li compiono.
Insomma, purtroppo dietro c’è il nulla, almeno da un punto di vista ideologico, a meno che non si voglia elevare al rango di ideologia quello che abbiamo descritto.
Tornando alla domanda iniziale, dov’è che possiamo trovare un’idea che fa da propulsore a questo tipo di comportamenti? La risposta è, in un certo senso, devastante: da nessuna parte. Non è un’idea quella da cercare per spiegare questi fenomeni ma è la vita di queste persone che si svolge, che si sviluppa, che si alimenta, che degenera nella frequentazione dei social. Quello è il mondo, per loro. Quello reale è il mondo degli altri, dei loro nemici, di chi ha più di loro, di chi è diverso da loro, della polizia, dello Stato che, genericamente, non ha dato loro quello che loro era dovuto ivi compresi i cappellini, i giubbotti, le scarpe, i borselli e gli zainetti, tutti i griffati. La griffe, il marchio, l’etichetta diventano parte della loro identità, parte della loro riconoscibilità sociale, parte della loro esistenza violenta, più profondamente, della loro esistenza e del senso della loro vita. Non importa il consenso sociale, importa il consenso sui social. Non importa quella che, con termine antico, si definisce l’onorabilità, importa la riconoscibilità. Non importa il giudizio sulle loro azioni, importa la ridondanza delle loro azioni che rende le loro vite diverse dalle altre e, pur prive di contenuto, distinte da un punto di vista identitario. Di un’identità basata sul nulla, ma questo nulla, per loro, è tutto.
Allora c’è da chiedersi se non sia proprio nei confronti dei social e nei confronti di coloro che hanno macinato miliardi costruendoli, rendendoli così potenti, accessibili a chiunque, fruibili da chi non ha ancora gli strumenti e un livello di personalità tali da poter vagliare criticamente i contenuti proposti, e proprio a questi signori che dobbiamo attribuire gran parte di questa responsabilità, senza infingimenti, senza paure di essere trattati da censori morali senza averne l’autorità. Questi signori che cancellano (che bannano) contenuti leciti ma non coincidenti con le cosiddette culture dominanti (ad esempio quella definita woke), perché non cominciano a bannare i contenuti di istigazione alla violenza che sono presenti nei post di questi gruppi, di questi singoli, di alcune associazioni, nei testi dei rapper? Perché non compiono un gesto di responsabilità civile autoregolamentandosi e cominciando a occuparsi di tutta quella violenza, quel disprezzo per la figura femminile, l’incitamento all’odio sociale, dell’incitamento esplicito, ripetuto, invadente e pervadente alla violenza, all’uso delle armi da taglio, all’uso delle armi nonché l’istigazione al pestaggio di persone innocenti che non hanno fatto nulla a nessuno?
È inutile che questi personaggi proprietari e responsabili di queste piattaforme si vantino di aver dato vita a fondazioni benefiche, di aver fatto opere di mecenatismo e, nel contempo, lasciare che i giovani, gli adolescenti e i preadolescenti rischino di perdere la loro vita perché immersi in questo nulla profittevole per pochi al mondo e che danneggia vite di chi frequenta e di coloro che subiscono le violenze dei frequentatori.
Sarà pure una citazione abusata, ma visto quello che sta succedendo nelle ultime ore in casa Stellantis, mai come adesso l’avvertimento di Sergio Marchionne del 2017 sui rischi legati alle auto elettriche suona come una profezia rimasta colpevolmente inascoltata. L’ex amministratore delegato non era contrario ai veicoli a batteria a priori, ma esprimeva un paio di concetti che potrebbero sembrare addirittura banali.
Da una parte spiegava che imporre la transizione senza prima aver risolto i problemi strutturali (colonnine di ricarica, materie prime, costi di produzione) sarebbe stata un’arma a doppio taglio. Dall’altra che serviva andare a fondo e analizzare l’origine dell’elettricità e l’impatto ambientale della produzione delle batterie perché si sarebbe scoperto che se l’obiettivo era salvare il Pianeta non era quello il modo.
Parole che grondavano buonsenso, ma che evidentemente prima i decisori europei che hanno elaborato le follie tassative del Green deal e poi i manager di quella che nel 2021 è diventata Stellantis (il nuovo ad Filosa, peraltro un Marchionne boys, ha chiaramente accusato la gestione Tavares) non hanno neanche preso in considerazione. E oggi si vedono le conseguenze. Dopo una due giorni che potrebbe segnare una svolta nel futuro dell’automotive in Europa. Venerdì l’annuncio che l’abbaglio green ha un costo preciso e che sul bilancio 2025 di Stellantis peserà per circa 22,2 miliardi di euro. L’ammissione, in buona sostanza, di aver sbagliato tutto. Di aver «cannato» qualsiasi previsione rispetto all’impatto e alle vendite delle auto a spina. E della necessità di fare retromarcia. Morale della favola: niente dividendo (una bella mazzata anche per John Elkann ed Exor che negli ultimi anni grazie alle cedole di Stellantis aveva portato a casa circa 2 miliardi) e tracollo in Borsa. Meno 25% in una seduta.
Ma è solo l’inizio. Perché ieri è arrivata un’altra mazzata. Prevista, certo, ma non per questo meno dolorosa. Acc, la joint venture tra Stellantis, Mercedes e Total, ha annunciato che nell’ambito della riorganizzazione industriale, non si prevede che saranno soddisfatti i prerequisiti per riavviare i progetti in Germania e in Italia, che sono in stand-by ormai da maggio 2024. Morale della favola niente gigafactory (e del resto se le elettriche non si vendono a cosa servono le batterie) e circa 1.800-2.000 lavoratori a rischio. Stellantis rassicura: garantiamo un futuro a Termoli. I sindacati pressano: chiediamo azioni concrete. Insomma è iniziato il solito balletto che di solito non ha mai un happy end.
E del resto che l’annuncio di Acc sia arrivato a pochi minuti di distanza dalla svalutazione monstre non è un caso. Vuol dire che siamo solo all’inizio di una rivoluzione che non riguarda solo Stellantis, ma che sul gruppo italo-francese impatterà di più.
E adesso cosa succede? Qualche accenno alle future strategie lo troviamo nel comunicato di venerdì che cercava di ammorbidire il colpo delle svalutazioni. «Nel corso degli ultimi cinque anni», si leggeva, «Stellantis è diventata un leader nei veicoli elettrici e continuerà a essere all’avanguardia nel loro sviluppo. Questo percorso proseguirà a un ritmo dettato dalla domanda e non per imposizione. Stellantis si impegna a essere un punto di riferimento per la libertà di scelta, includendo quei clienti che, per stile di vita e necessità di lavoro, possono trovare nella crescente gamma di veicoli ibridi e con motori termici avanzati dell’azienda, la soluzione giusta per loro».
In quel «ritmo dettato dalla domanda e non per imposizione» c’è tanto della critica al Green deal e del cambio di passo che si intendere «mettere a terra». Ma ora alle parole dovranno seguire i fatti. E dalle indiscrezioni che circolano da giorni, sembra che il tanto ambientalmente bistrattato motore diesel sia destinato ad avere un ruolo non marginale nel futuro del gruppo. C’è chi indica nella fonderia di Carmagnola a una trentina di chilometri da Torino (notizia rilanciata da Terzo Garage) il sito per lo sviluppo del nuovo motore diesel 1.6 che potrebbe essere destinato all’Alfa Romeo Tonale. Ma non basta, perché nella stessa fabbrica si starebbero elaborando nuovi propulsori a benzina destinati alla futura Fiat 500 Abarth. Conferme ufficiali non ce ne sono, ma anche negli incontri degli scorsi giorni con i sindacati qualcosa di concreto è emerso sulla volontà di produrre una nuova generazione di motori a gasolio conformi alla normativa Euro 7.
«Non sono a conoscenza dei dettagli», spiega alla Verità il coordinatore nazionale automotive della Cisl Stefano Boschini, «ma sono settimane che se ne parla e anche nel recente vertice al Mimit (quello del 30 gennaio alla presenza del responsabile Europa Emanuele Cappellano, ndr) l’azienda ci ha confermato che è al lavoro per la produzione di un nuovo motore diesel 1.600».
Anche perché, val la pena ricordarlo, a differenza per esempio di Volkswagen, le vetture ibride del gruppo italo-francese prevedono solo la versione a benzina e hanno praticamente abbandonato il gasolio. Un’altra evidenza di quanto la trappola del Green deal abbia condizionato le strategie del gruppo fino a gettarla fuori dal mercato. Ora la retromarcia, sperando che non sia troppo tardi
Honda Aircraft Company ha annunciato che «Jet Elite II» è il primo jet business leggero in produzione dotato del sistema «Emergency Autoland», una tecnologia innovativa che consente all’aereo di atterrare automaticamente in caso di emergenza, anche se il pilota non è in grado di intervenire. Il sistema ha ottenuto la certificazione della Federal Aviation Administration (FAA).
La novità rappresenta un importante passo avanti per la sicurezza aerea. Honda Aircraft Company sta lavorando per ottenere le necessarie autorizzazioni anche in altri Paesi, così da rendere questa tecnologia disponibile a livello internazionale.
«L’introduzione di Emergency Autoland dimostra il nostro impegno nel rendere il volo sempre più sicuro e accessibile», ha dichiarato Hideto Yamasaki, Presidente e Ceo di Honda Aircraft Company. «Questa tecnologia offre ai nostri clienti una maggiore tranquillità, sapendo che l’aereo è in grado di gestire una situazione critica anche nelle circostanze più difficili».
Emergency Autoland è un sistema progettato per far atterrare l’aereo da solo in caso di emergenza, ad esempio se il pilota si sente male o non riesce più a controllare il velivolo.
Il sistema può essere attivato premendo un pulsante in cabina oppure entrare in funzione automaticamente se rileva che il pilota non risponde.
Una volta attivo, Emergency Autoland avvisa automaticamente il controllo del traffico aereo e sceglie l’aeroporto più adatto in base alle condizioni meteo, alla quantità di carburante disponibile e alle caratteristiche delle piste. L’aereo viene quindi guidato in sicurezza fino all’atterraggio e si ferma completamente sulla pista, senza bisogno di interventi esterni.
Già nel 2024 HondaJet Elite II era stato il primo jet della sua categoria a introdurre un sistema automatico di gestione della velocità, un passaggio fondamentale per rendere possibile Emergency Autoland. I test di volo si sono conclusi nel 2025, aprendo la strada a questa importante innovazione.
Presidente di sezione emerito della Corte di Cassazione
Tra le principali ragioni (se non anche la principale in assoluto) sulla base delle quali il tribunale per i minorenni di L’Aquila ha disposto che i bambini della famiglia Trevallion, più nota come «famiglia del bosco», fossero sottratti ai loro genitori per essere assegnati a una «casa famiglia» c’è quella che a essi sarebbe mancata, a causa dello stile di vita scelto dai genitori, la necessaria «socializzazione» con i loro coetanei.
In realtà sembra assodato che i bambini «socializzassero» adeguatamente con quelli delle famiglie vicine, ma ciò non è apparso sufficiente, in assenza della «socializzazione» in ambito scolastico, dovuta al fatto che i bambini non frequentavano la scuola, avendo i genitori optato per la educazione in famiglia («home schooling»), come consentito, a determinate condizioni, dalla legge. Non risulta chiaro, in verità, se tali condizioni fossero state o meno soddisfatte. Ma non è su questo che si vuole qui puntare l’attenzione, quanto piuttosto sul fatto che è, comunque, la socializzazione in ambito scolastico quella che viene, in sostanza, considerata imprescindibile ai fini di una corretta formazione della personalità del minore. E questo tipo di socializzazione è caratterizzato dal suo svolgersi secondo le direttive e sotto la supervisione di un’autorità che, direttamente o indirettamente, è quella dello Stato.
In sostanza, si lascia, quindi, intendere che, pur nel dichiarato rispetto dell’articolo 30 della Costituzione secondo cui è «dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli», è però preferibile che l’istruzione e l’educazione siano affidate allo Stato. E su questa stessa linea si pongono le forze politiche e gli «opinion makers» che sostengono la necessità o, quanto meno, l’opportunità che nei programmi scolastici venga inserita l’educazione «sessuo-affettiva» per supplire alle presunte carenze o distorsioni frequentemente riscontrabili - si afferma - nell’educazione che, in materia sessuo-affettiva, i minori ricevono in famiglia. Il tutto riconducibile a una visione generale secondo cui spetterebbe allo Stato curare la formazione della personalità di ogni cittadino, fin dalla più tenera età, in modo da renderla conforme a un modello ideale precostituito, funzionale al modello assunto come proprio dallo Stato nel suo complesso. Visione, questa, che ben può trovare la sua collocazione nell’ambito di quella che viene oggi da molti definita come «democrazia totalitaria», riprendendo, pur sotto varie e diverse angolature, un concetto enunciato per la prima volta, nel 1952, dallo storico israeliano Jakob Talmon nel suo libro The origins of totalitarian democracy.
Ma si tratta di una visione le cui radici, risalendo addirittura all’antichità, possiamo ritrovare nella Repubblica di Platone, in cui si immaginava uno Stato governato dai «filosofi», nel quale, tra l’altro, la famiglia tradizionale fosse abolita e i figli, nati da accoppiamenti decisi dalla sorte, fossero affidati, fin dalla più tenera età, alla pubblica autorità. Questa raffigurazione di quello che avrebbe dovuto essere, secondo l’autore, lo Stato ideale rimase, in realtà, pressoché isolata nel pensiero dell’antichità greco-romana. Essa venne, però, ripresa a partire dal XVI secolo in varie opere le più note delle quali sono l’Utopia di Thomas More e La città del Sole, di Tommaso Campanella. In quest’ultima, in particolare, si torna a predicare l’abolizione della famiglia e l’esclusiva competenza dello Stato a provvedere all’educazione dei figli nati dalle unioni sessuali decise, peraltro, non più dalla sorte ma dalle autorità. Più moderata risulta la posizione del More, il quale lascia sussistere la famiglia tradizionale salvo, però, prevedere che il numero dei figli per ogni famiglia sia fissato dall’autorità, per cui, in caso di superamento, i figli in eccedenza sono assegnati a un’altra famiglia che non ne ha avuti a sufficienza.
Una radicale avversione alla famiglia, accompagnata alla pretesa che i figli, comunque venuti al mondo, debbano essere affidati, il prima possibile, alle cure esclusive dello Stato o della «comunità», costituisce
poi - come messo bene in luce da Igor Safarevich nel suo Il socialismo come fenomeno storico mondiale, pubblicato la prima volta nel 1977 - elemento ricorrente in pressoché tutti i numerosi progetti di società qualificabili, in senso lato, come «socialisti» in quanto basati sul rifiuto di ogni forma di libera iniziativa e di proprietà individuale, comparsi a partire dal XVIII secolo. Fra essi, a titolo di esempio: Il codice della natura, ovvero l’autentico spirito delle leggi, di Morelly (probabile pseudonimo di Denis Diderot); Il vero sistema, di Léger DeschampsIl nuovo mondo industriale e societario, di François Fourier; la Congiura per l’eguaglianza, di Filippo Buonarroti. Sulla stessa linea si ritrova, poi, l’opera specificamente dedicata, da Friedrich Engels, alla Origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato.
Ci si potrebbe chiedere, tuttavia, a questo punto, come mai l’attuale pretesa dello Stato di estromettere, per quanto possibile, le famiglie dall’educazione dei figli, pur essendo ricollegabile, come si è visto, a originarie visioni di tipo collettivistico, si accompagni invece, oggi, a una diffusa mentalità di tipo edonistico-individualista, in buona parte avallata anche dallo stesso Stato. Può rispondersi che ciò appare come uno dei frutti della commistione, verificatasi a partire dal 1968, tra l’edonismo individualista proprio della tradizione anglo-sassone, resosi dominante in Occidente ma non più compensato dal moralismo di stampo calvinista, proprio anch’esso di quella tradizione, e l’egualitarismo delle visioni collettiviste, fatte proprie ed in parte realizzate nel marxismo, ma non più compensate, a loro volta, dalla dichiarata finalità della creazione di un ordinamento statuale in cui esse trovassero compiuta realizzazione; finalità, quella ora detta, la cui scomparsa ha lasciato, tuttavia, come residuo, l’antico e talvolta confessato convincimento di molti fra i politici e pensatori della sinistra marxista che quelli in favore dei quali doveva promuoversi e garantirsi l’eguaglianza, essendo privi di adeguata intelligenza (Engels definì una volta, in una lettera a Marx, gli operai come «una massa spaventosamente idiota»), dovessero essere guidati e diretti, fin dalla nascita, da chi ne sapeva più di loro.
Ed è proprio, quindi, quella commistione che bisognerebbe decidersi, una volta o l’altra, a spezzare.










