Pochi giorni fa, la commissione consiliare dell’Unione Terre d’Argine, l’ente che in Emilia Romagna aggrega i Comuni di Campogalliano, Carpi, Novi di Modena e Soliera, si è riunita per discutere di «Scuola e contesti migratori nei servizi educativi e nel primo ciclo di istruzione».
Nella Regione rossa, con la più alta incidenza di cittadini stranieri (12,9% contro il 9,2% nazionale), la presenza di studenti che non parlano l’italiano come prima lingua sta aumentando velocemente. La normativa prevede un limite del 30% di stranieri per classe, ma nella sola Carpi si è passati da 27 su 144 classi (18,75%) che superavano la soglia nell’anno scolastico 2018/2019, a 51 classi su 136 (37,50%) dell’anno in corso. Una percentuale di studenti stranieri che è quasi la metà dell’intera scolaresca.
Non è certo un caso isolato. Nel 2022-23, l’Emilia-Romagna, con 40.442 alunni stranieri (23,2% sul totale regionale) aveva oltre la metà (4.721, 54,4%) delle classi di scuola primaria che superavano il 20%, e questo voleva dire che 29.815 (73,7%) di questi studenti senza cittadinanza italiana erano in classi con forte presenza di alunni con ridotta conoscenza dell’italiano.
Anche la Lombardia aveva 9.551 classi (47,9%) con percentuale di alunni stranieri oltre il 20%; i dati sulla Liguria erano di 1.205 classi (44,2%); il Veneto 4.053 (39,6%); la Toscana 2.602 (37,1%); il Piemonte 3.081 (35,3%). Questo significa difficoltà di adattamento e di apprendimento per gli stranieri, problemi per gli studenti italiani che si vedono rallentare l’avanzamento dei programmi e grande affanno per gli insegnanti che non riescono a svolgere il loro progetto educativo.
Il ministero dell’Istruzione e del Merito, dallo scorso anno assegna docenti di sostegno, una sorta di facilitatori della nostra lingua, proprio nelle classi con almeno il 20% di studenti stranieri «che si iscrivono per la prima volta al sistema nazionale di istruzione», o che comunque non raggiungono un livello A2 di conoscenza dell’italiano. Anche per il 2026-2026, i posti di potenziamento sono 762 a cui si può accedere con la classe di concorso A-23, dedicata all’insegnamento della lingua italiana «per discenti di lingua straniera».
Definito anche italiano L2 per indicare la lingua non materna (Lm) o lingua prima (L1), di fatto è l’italiano «come seconda lingua». Paradossalmente, una lingua di socializzazione secondaria e di scolarizzazione, che viene insegnata a stranieri nelle nostre scuole per favorire il loro apprendimento e l’integrazione. Mettendo a disposizione altri 762 docenti, che non bastano considerato l’alto numero di non madrelingua italiana nelle classi, ma che è l’Unione europea a imporci.
Il piano di potenziamento, stabilito con decreto, è infatti nell’ambito del Programma nazionale «Pn Scuola e competenze 2021-2027», rivolto alle scuole dell’infanzia, alle scuole del I e del II ciclo d’istruzione e ai Centri provinciali per l’istruzione degli adulti (Cpia) di tutto il territorio nazionale, in attuazione del regolamento Ue 2021/1060 per «Un’Europa più sociale».
Il decreto ministeriale parla espressamente di «percorsi formativi» che devono prevedere «un potenziamento della lingua italiana personalizzato che tenga conto delle esigenze di ciascuno per una efficace e completa integrazione», nelle istituzioni scolastiche statali primarie e secondarie di primo e di secondo grado inserite in un apposito elenco.
A ciascuna scuola, che abbia classi con oltre il 20% di presenza di studenti stranieri, sono assegnate risorse in misura proporzionale e «sulla base dei progetti presentati dalle istituzioni scolastiche in base al livello di conoscenza della lingua italiana da parte degli studenti stranieri», per complessivi 12.817.500 euro. I destinatari delle iniziative sono le studentesse e gli studenti stranieri delle scuole individuate, con la precisazione che «le attività previste devono potenziare le competenze di base e, in particolare, la lingua italiana, perseguire la personalizzazione degli apprendimenti, rafforzando le inclinazioni e i talenti degli studenti, indipendentemente dalle condizioni di partenza».
Un lavoraccio non da poco, comunque con poche risorse e pochi insegnanti «di sostegno».
Secondo il Portale unico dei dati della scuola italiana, nel 2024/2025, gli alunni con cittadinanza non italiana hanno raggiunto la cifra di 911.578 unità: quasi il 12% della presenza totale nelle classi, italiana e straniera. L’anno precedente erano 910.984. E cinque anni prima, nel 2019/2020, erano 827.743. Nel 2024/2025, quasi 82 alunni su cento tra quelli non italiani arrivano da nazioni africane, asiatiche o extra Ue.
Anche il Regno Unito, dove l’inglese non è la prima lingua di 1,8 milioni di alunni, o uno su cinque, secondo il censimento scolastico 2024/25, è alle prese con i diktat dell’inclusione attraverso corsi a bambini stranieri che non possiedono le competenze linguistiche. Le scuole hanno ricevuto un record di 539 milioni di sterline quest’anno per soddisfare gli alunni che imparano «l’inglese come lingua aggiuntiva (Eal)» e per il prossimo anno scolastico si prevede che arrivino a 572 milioni di sterline, come segnala il Daily Mail. Il malcontento però dilaga, si chiedono maggiori interventi anche per studenti non stranieri che appartengono a classi sociali disagiate.
- La Francia ha il rapporto deficit/Pil costantemente sopra al 5%, mentre la Germania usa i fondi speciali fuori bilancio per investire senza i vincoli di Bruxelles. Poi c’è la Spagna che da tre anni non approva una nuova manovra e quindi tiene i conti ancorati al 2023.
- Ue e Bce aprono a deroghe al Patto per gli investimenti verdi. Meloni in pressing: «Bruxelles agisca con coraggio sull’energia».
Lo speciale contiene due articoli.
Qualche giorno fa Giorgia Meloni ha scritto a Ursula von der Leyen chiedendo di estendere alla crisi energetica la stessa flessibilità già concessa alle spese per la difesa, la clausola di salvaguardia nazionale che consente temporaneamente di sforare i limiti del Patto. Probabilmente si tratta di una coincidenza, ma tre documenti usciti in questi giorni certificano la fondatezza della posizione italiana e misurano il costo che l’Italia paga per rispettare regole che gli altri Paesi interpretano con molta più libertà.
Il primo documento è il rapporto Ocse sulle politiche industriali di venti Paesi sviluppati. Nel complesso, tra il 2019 e i 2023 la spesa media in sussidi e sgravi fiscali alle imprese è salita dall’1,34% all’1,55% del Pil. Quasi tutti i Paesi analizzati hanno aumentato il sostegno pubblico alle proprie industrie. La Germania ha quasi triplicato la propria spesa, portandola dallo 0,52% all’1,16% del Pil in quattro anni, spingendo soprattutto sui sussidi diretti, cresciuti dallo 0,24% allo 0,84% del Pil. La Francia si è mantenuta all’1,73%. Il Regno Unito ha superato il 3% del Pil, mentre Slovenia, Ungheria e Repubblica Ceca hanno addirittura beneficiato dei fondi strutturali europei, che hanno moltiplicato la loro capacità di intervento. L’Italia si è fermata intorno all'1% del Pil, nella metà bassa della classifica.
Il rapporto Ocse entra anche nella qualità della spesa, e lì scopriamo che l’Italia è il Paese che più di tutti si affida a strumenti finanziari come garanzie e prestiti pubblici, che nel 2023 erano l’1,42% del Pil, il secondo valore più alto tra i Paesi analizzati. Il fondo di garanzia per le Pmi e strumenti analoghi sono classificati dal rapporto come strumenti difensivi, utili per sostenere le imprese esistenti ma non per trasformarne la struttura produttiva. Nel frattempo, Germania, Finlandia e Lituania hanno aumentato il venture capital pubblico. La Germania ha quasi raddoppiato i sussidi diretti alle imprese in quattro anni finanziando in buona parte i programmi di copertura dei costi energetici industriali, il cosiddetto freno sul prezzo dell’elettricità e del gas, misure che da sole valgono rispettivamente lo 0,27% e lo 0,20% del Pil tedesco. Risorse che la Germania ha trovato in parte attraverso i Sondervermögen, fondi speciali fuori bilancio che aggirano il freno costituzionale al debito, finanziando investimenti che non figurano nei conti pubblici ordinari. La Francia sfora stabilmente il 5% di deficit (previsto il 5,7% nel 2027) ma non pare che a Bruxelles si strappino i capelli per questo. In queste condizioni, l’Italia cresce meno perché più attenta all’equilibrio dei conti.
Il secondo documento è la mappa delle misure anticrisi energetica adottate dopo il blocco dello stretto di Hormuz, pubblicata dalla Commissione europea. Questa fotografa lo stesso divario registrato dall’Ocse, ma su un piano più contingente legato alla crisi energetica attuale.
Il governo italiano ha emanato provvedimenti per il taglio delle accise sui carburanti, per un costo attorno al miliardo di euro. La Spagna ha varato un pacchetto da 5 miliardi. L'Irlanda da 750 milioni. La Francia oltre 300 milioni per il solo mese di maggio. Il caso spagnolo merita una nota a parte, perché la Spagna non approva una legge di bilancio dal 2023, senza aver neppure presentato una bozza per gli anni successivi, con i conti prorogati da tre anni per le difficoltà parlamentari del governo di Pedro Sánchez.
Il terzo documento, pubblicato giovedì, è la summa delle previsioni economiche di primavera della Commissione, che tagliano le stime di crescita dell’Italia allo 0,5% per il 2026.
Le previsioni aggiungono un elemento che mette in difficoltà la posizione italiana, perché nonostante le chiare difficoltà e i problemi che stanno per arrivare, annunciati da più parti, la crescita del Pil italiano è rivista allo 0,5% nel 2026, contro lo 0,8% stimato lo scorso autunno. Secondo le regole europee, una crescita, per quanto anemica, ci sarà, e dunque non ci sarebbe bisogno di nessuna flessibilità. Quello 0,5% è però figlio di uno scenario intermedio, non dello scenario peggiore, che è quello che invece ha le maggiori probabilità di avverarsi. Del resto, le previsioni economiche della Ue sono note per essere sbagliate. Ma perché farci finire in recessione quando lo si può evitare?
Il risultato pratico è che l’Italia non può intervenire con la stessa forza degli altri Paesi colpiti dalla stessa crisi energetica, perché la sua economia non è ancora abbastanza in difficoltà da giustificare deroghe, ma è già abbastanza in difficoltà da subire lo choc. A quanto pare, insomma, in Europa solo chi infrange le regole può crescere. Si tratta di una asimmetria evidente, certificata dai numeri della stessa Commissione e dell’Ocse. Ieri il Commissario europeo per l’Economia, Valdis Dombrovskis, dopo la riunione dell’Ecofin, ha affermato: «Le previsioni economiche primaverili della Commissione europea confermano che la crisi energetica scatenata dal conflitto in Medio Oriente sta creando uno choc stagflazionistico per l’economia europea. Stiamo valutando diverse opzioni». Quali che siano, non c’è da sperare che Bruxelles cambi atteggiamento.
L'Europa ci fa sforare solo se continuiamo a ucciderci di green
Nei palazzi di Bruxelles le parole non fanno rumore. Scivolano piuttosto tra una clausola e un allegato tecnico. Eppure, sotto questa superficie liscia si sta consumando una partita tutt’altro che neutra: chi paga la transizione? Chi paga l’energia? Chi paga - in ultima istanza - la crescita quando la crescita non cresce abbastanza? La sintesi è questa: l’Europa ci concede spazio di bilancio, solo se continuiamo a ucciderci di green mal digerito.
Non è una frase ufficiale. È il sottotesto. La prima a forzare il perimetro è Giorgia Meloni che, dopo l’incontro a Palazzo Chigi con il primo ministro irlandese Micheál Martin prova a spostare l’asse della discussione: energia come sicurezza nazionale, non come variabile della contabilità pubblica. «Viviamo in un contesto di circostanze eccezionali che legittimano una estensione della flessibilità già concessa per le spese in sicurezza e difesa, anche agli investimenti necessari a far fronte alla crisi energetica. Anche l’energia è sicurezza, anche l’economia è sicurezza. Non si tratta di essere autorizzati a fare maggiore debito ma di allocare meglio quello già previsto». È un cambio di grammatica politica: la sicurezza non è solo tutela dei confini e armi, ma bolletta e produzione industriale. Non meno deciso il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti al termine della riunione dell’Eurogruppo. Nessuna retorica, solo contabilità che cerca spazio dentro altra contabilità. «Ci sono diverse soluzioni», dice, «un mix di possibilità: utilizzo dei fondi di coesione, rimodulazione delle risorse del Pnrr, e possibili margini sulla spesa netta che il Tesoro sta ancora valutando nei numeri». Non cambiare il tavolo, ma limarne gli angoli.
Dall’altra parte la Commissione non chiude, ma neppure apre. Ursula von der Leyen non ha ancora risposto alla richiesta italiana. E questo silenzio è già una posizione. Vuol dire prudenza, attesa. Più esplicito il commissario all’Economia Valdis Dombrovskis, che mette il punto tecnico dove la politica vorrebbe mettere una virgola: «L’Italia è il Paese che chiede più costantemente ulteriore flessibilità. Complessivamente c’è accordo sulla necessità di una risposta di finanziamenti pubblici che sia mirata, non ricorrendo a uno stimolo di bilancio ampio e generalizzato». Sì ai cerotti, no alle medicazioni sistemiche. Poi arriva la vera chiave di lettura, quella che spiega tutto. La presidente della Bce Christine Lagarde sintetizza il paradigma in tre parole: «Qualsiasi deviazione da questi tre principi - temporanee, mirate (targeted) e calibrate su misura (tailored) - sarebbe dannosa e porterebbe di conseguenza a un diverso orientamento della politica monetaria».
Le famose tre T.
Temporanee: perché ciò che diventa permanente cambia il debito strutturale.
Mirate (targeted): perché il denaro pubblico non deve più essere pioggia, ma bisturi (per esempio investimenti green).
Calibrate (tailored): perché ogni Paese ha una sua fragilità, ma nessuno può trasformarla in licenza di spesa.
Ed è qui che il discorso diventa meno tecnico e più politico. Perché il punto non è solo quanto si spende, ma per cosa si spende. La Commissione segnala che una larga parte delle misure energetiche adottate negli ultimi anni non è stata selettiva: tagli generalizzati, riduzioni orizzontali, interventi che abbassano il prezzo dei carburanti ma non cambiano la struttura. Da qui il paradosso che diventa provocazione: l’Europa concede flessibilità solo se la spesa non alimenta il consumo di gas e petrolio. Se invece lo prolunga, la flessibilità si restringe. Una disciplina climatico-fiscale. Quasi una doppia chiave di lettura: bilancio e CO2. Il quadro finale è quello di un’Europa che non è né rigida né flessibile. È selettiva. Il debito italiano resta tra i più alti dell’Unione. I margini fiscali si riducono. I tassi tendono a salire. La crescita non decolla abbastanza da rendere il problema meno urgente. Alla fine, la questione non è se l’Europa ci farà sforare o no. La domanda vera è un’altra: in quale direzione ci lascia sforare. Se verso la riproposizione delle vecchie abitudini energetiche, la risposta sarà no. Se verso l’obbligo green, allora il margine si apre. Ed è qui che il linguaggio tecnico si trasforma in politica pura: perché dietro ogni «targeted measure» o «temporary deviation» si nasconde la stessa scelta di fondo: quale economia costruire mentre si cerca di non far saltare quella che già esiste. Tutta questione di tempo, direzione e pazienza istituzionale.
C’è la mora e la moretta, la bella e la slavata, la dolce, la tenerina e la durona, c’è la precoce, la procace e la tardiva. Leporello direbbe: Madamina il catalogo è questo.
Ma qui non si parla delle conquiste di Don Giovanni, ma di ciliegie. Tra le precoci ecco le maiatiche, buone e suggestive come un’aurora primaverile, chiamate così perché sono le ciliegie di maggio, maius per i latini. Le maiatiche sono le debuttanti della stagione: «Maggio ciliegie per assaggio». Le precoci più celebri sono di Taurasi, patria di due celebri rossi: il vino Docg e, appunto, la ciliegia dolce e succosa, buona al naturale e ottima come marmellata. Altrettanto gustose la Melella e la San Pasquale, cugine irpine, e la maiatica di Cerisano, nel Cosentino.
La ciliegia non è solo un frutto. È molto di più. È un simbolo, sacro e profano, è desiderio e appagamento, palato e lingua, gusto e metafora. La ciliegia è poesia. A volte intrigante, passionale, erotica. «Vorrei fare con te quello che la primavera fa con i ciliegi», sussurra Pablo Neruda in una delle sue canzoni disperate lasciandoci la libertà di pensare cosa mai farà la primavera con i ciliegi. In García Lorca il sentimento è trasporto: «E io ti baciavo senza rendermi conto che non ti dicevo: labbra di ciliegia».
A volte la ciliegia è malinconia, nostalgia di un amore lontano o perduto: «Vi supplico o figlie di Xiang, ricamate un guanciale di lino con mille ciliegie purpuree. Cerco il mio dolce amore e non lo trovo. Dov’è la mia bella, la mia amata? Posando il capo sui rossi ricami stanotte sognerò le labbra punicee del mio tesoro, le carezze vermiglie del mio bene smarrito. Le ciliegie addolciscono il sonno e l’assenza». Chi supplica è un anonimo poeta orientale convinto che solo sognando bacerà il suo amore spezzando il malvagio sortilegio dell’abbandono. In Angiolo Silvio Novaro c’è il ricordo dell’infanzia e delle poesie imparate a memoria: «E l’estate vien cantando, vien cantando alla tua porta. Sai tu dirmi che ti porta? Un cestel di bionde pesche vellutate, appena tocche, e ciliege lustre e fresche, ben divise a mazzi e a ciocche».
Ciliege e amore è un classico anche nella canzone, nel romanzo d’amore, nel cinema. Se la «ninfetta» Lolita, nell’omonimo romanzo di Vladimir Nabokov (tradotto poi in film), si fosse dipinta le labbra con un rossetto qualsiasi anziché con il wet cherry (ciliegia bagnata) e avesse succhiato un leccalecca al limone, più consono alla sua età, piuttosto di leccare quello alla ciliegia a forma di cuore, il trentasettenne professor Humbert Humbert non avrebbe rischiato la camicia di forza. Quale misero effetto avrebbe fatto in Pulp fiction di Quentin Tarantino, il frappè di latte di Uma Thurman se sopra la candida schiuma del frullato che sta bevendo con voluttà ci fosse stata, al posto della ciliegia scarlatta, una moscatella, ciliegia buonissima ma di color bianco? Riguardate la scena nella mente: la stangona di Hollywood fissa negli occhi John Travolta passando e ripassando tra le labbra la pallida controfigura di una ciliegia rossa come il fuoco. Seee…addio eros.
Purtroppo le ciliegie bianche hanno la dolcezza delle sorelle rosse, ma non lo stesso sex appeal. Non emozionano, non stuzzicano i sensi come le sorelle scarlatte. Queste, frutto proibito, suggeriscono voluttà, sensualità, peccato (ai minori di 14 anni, come è opportuno che sia, solo golosità). Quelle - oltre alla moscatella ci sono la limona, la bianca di Verona - fanno pensare all’innocenza, alla pudicizia, alla Prima comunione. Al bianco vestito delle spose che (almeno una volta era così) arrivavano illibate all’altare.
La ciliegia rossa ha ispirato compositori e cantanti. Nell’Amico Fritz di Pietro Mascagni c’è il Duetto delle ciliegie: «Han della porpora vivo il colore, son dolci e tenere». Nel 1950 Nilla Pizzi titillava il cuore degli innamorati cantando «Ciliegi rosa a primavera come le labbra del mio amor, i baci della prima sera ricordo ancor». Nel 1959 Gloria Christian gorgheggiava Cerasella al Festival di Napoli. Nel 1990 Pino Mango firma con Mogol Ma com’è rossa la ciliegia: «Ma com’è rossa la ciliegia, come mai? I raggi del sole l’hanno baciata e lei si è trovata già maturata». Insomma, ciliegie, baci e amore vanno sempre d’accordo. Ma, e non è cosa da poco, le ciliegie fanno bene alla salute oltre che all’amore. Sono ricche di vitamine: A, C, B1 e B2 e di sali minerali: potassio, calcio, magnesio, fosforo. Hanno poche calorie (38 in un etto) e sono diuretiche.
La bellezza e la dolcezza della ciliegia hanno ispirato artisti e letterati fin dall’antichità. A Ercolano, nella casa detta del Gran portale, c’è un bellissimo ciliegio dipinto 2.000 anni fa. I Greci, che la chiamavano kèrasos, la apprezzavano da molto prima dei Romani. Teofrasto ne parla 300 anni prima di Cristo. Prima di loro, la conoscevano gli Egizi. Secondo Plinio fu Lucio Licinio Lucullo a introdurre il ciliegio in Italia nel 73 a.C. dopo aver sconfitto Mitridate, re del Ponto. Oltre a essere il più noto gourmet del mondo antico - celebri le cene luculliane - fu anche un ottimo generale e, siccome una ciliegia tira l’altra, Lucullo pensò bene di procacciarsene una scorta infinita portandosi un ciliegio da Cerasunte, colonia greca sul Mar Nero famosa per la coltivazione della pianta dalla quale prese il nome: il cerasum.
Nome che, più o meno modificato, si usa ancora in molti dialetti della Penisola e all’estero. In Sicilia (famose le ciliegie etnee) la chiamano ciràsa; a Napoli ’a ceràsa; cirésa in Piemonte (celebri quelle di Pecetto); sirésa in Veneto dove domina la Mora di Tramigna. In Spagna è cereza, in Francia cerise, in Portogallo cereja. In Inglese è cherry che è anche il nome del liquore che si ricava dal frutto. Gabriele D’Annunzio battezzò Sangue morlacco il liquore che la Luxardo produceva a Fiume con le marasche.
La ciliegia, oltre all’arte e alla poesia, appartiene alla simbologia cristiana. Il rosso richiama il sangue di Cristo e dei martiri. Per questo si trovano ciliegie su tavole raffiguranti l’ultima cena o la Cena in Emmaus. Nel Riposo durante la fuga in Egitto del Barocci, Gesù Bambino ha ciliegie in mano. Nella Madonna del libro di Sandro Botticelli c’è una coppa di ciliegie. Nella Madonna delle ciliegie di Tiziano sono in mano al Bambino e a Maria che le porge a San Giovannino; simboleggiano la futura Passione di Gesù e il martirio del Battista decollato da Erode.
Agli smemorati mangiatori di frutta d’oggidì, la ciliegia bianca presenta le sue antiche e aristocratiche radici, il blasone rinascimentale. È nelle nature morte dei pittori del Cinquecento e del Seicento. La troviamo in scenografici vassoi. Bellissime le fruttivendole di Vincenzo Campi che dispongono cesti di frutta con tutte le varietà di ciliegie, anche le bianche. Il toscano Bartolomeo Bimbi, alla corte dei Medici, tocca le vette della natura morta. Nella villa medicea di Poggio a Caiano le sue tele con la frutta e i fiori dominano meravigliose, educative e tragiche perché ci fanno capire quanta biodiversità, quanti frutti, verdure, animali abbiamo perduto dal Settecento a oggi. Il Bimbi, nella grande tela delle ciliegie pone al centro della scena le moscatelle bianche che i Medici coltivavano nelle tenute intorno a Firenze.
Pochi lo sanno, ma anche le ciliegie, sia rosse sia bianche, dolci o asprigne, hanno un santo protettore: San Gerardo dei Tintori, patrono della città di Monza (lo si festeggia tra poco, il 6 giugno). Una sera d’inverno del Duecento, in cui sentiva ardentemente il bisogno di pregare, chiese ai chierici del Duomo di Monza di farlo entrare. I custodi, insonnoliti, gli opposero un «no» secco. San Gerardo non si scompose: se lo avessero fatto entrare, avrebbe donato loro un cesto di ciliegie. Vista la stagione, gli altri acconsentirono ridacchiando. Di lì a poco Gerardo tornò con le ciliegie.
La longevità non è più soltanto una questione anagrafica. Oggi il dibattito scientifico si concentra sempre di più su come vivere più a lungo mantenendo energia, autonomia e qualità della vita. Un tema che intreccia ricerca, prevenzione, nutrizione, salute mentale e nuovi modelli di assistenza di prossimità.
In occasione del Milan longevity summit, Unifarco presenta il progetto GenAge® e il modello delle Farmacie specializzate in longevità: un approccio che punta a trasformare la farmacia in un vero «Longevity hub», dove il farmacista diventa guida multidisciplinare in un percorso costruito su evidenze scientifiche, analisi dello stile di vita e prevenzione personalizzata. Ne parliamo con il dottor Gianni Baratto, direttore scientifico e vicepresidente (Ricerca e sviluppo) di Unifarco, per capire quale ruolo potranno avere le farmacie nella diffusione di una cultura della longevità sana e consapevole.
Oggi si parla moltissimo di longevità. Secondo lei qual è il rischio più grande: trasformarla in una moda o riuscire davvero a renderla prevenzione quotidiana?
«Sicuramente oggi il termine “longevity” è ampiamente utilizzato e strumentalizzato anche fuori dai giusti contesti. È diventato un termine spendibile in svariati ambiti, dalla comunicazione sanitaria a quella finanziaria e assicurativa. Tuttavia è utile ricordare che, sebbene questo termine sia oggi sulla bocca di tutti e possa sembrare una trovata commerciale per vendere più beni e servizi, non è un tema così recente. Longevità si può tradurre anche con “salute nel tempo”, e ogni prodotto nasce per far star bene le persone. È esplosa questa meravigliosa bolla, finalmente ora parlare di longevità non è più fantascienza ma scienza, e questo ha reso più motivati brand come GenAge® a fornire a tutte le persone gli strumenti più concreti che la scienza oggi offre».
A che punto è la conoscenza?
«In questo campo non si ferma mai, nascono ogni giorno startup e aziende dedicate, vengono investiti sempre più capitali per lo studio di come accompagnare l’allungamento della durata media della vita con un parallelo aumento degli anni in salute. A chi è scettico suggeriamo di trovare i giusti referenti, interlocutori formati e competenti con cui differenziare ciò che è longevity solo per moda e convenienza da ciò che è realmente longevity, per una salute ora e nel tempo tramite un lavoro di squadra sulle proprie abitudini e sulla propria biologia. Così da esprimere al meglio le potenzialità genetiche che abbiamo ricevuto e vivere più a lungo e in salute, con partecipazione attiva alla vita sociale, autonomia e soddisfazione di noi stessi a qualsiasi età. Perché è davvero possibile».
Che cosa significa «manutenzione della salute» nella vita di una persona di 40, 50 o 60 anni?
«Quando parliamo di meccanismi biologici malleabili, di azioni sul nostro stile di vita, di cambiamenti che devono diventare sane routine mantenute nel tempo, ecco che si evidenzia chiaramente come sia necessario cominciare a occuparsi della propria longevità (in salute) prima che tutto sia visibile e manifesto. In realtà, a partire dai 35-40 anni, nel nostro corpo, i meccanismi biologici, la vitalità delle cellule, l’accumulo di danni, le compensazioni che prima erano altamente efficienti, cominciano ad alterarsi innescando la curva dell’invecchiamento. È nel momento in cui siamo al massimo della nostra vitalità che dobbiamo sostenerla e “revisionarla” (quasi fosse la nostra automobile), per darle l’energia e la carica per durare più a lungo nel tempo e in modo più performante».
Nel vostro approccio i farmacisti diventano una sorta di «guida della longevità». Come cambia il ruolo della farmacia rispetto al passato?
«Il farmacista è depositario di una solida esperienza formulativa e analitica di stampo multidisciplinare e ha le competenze necessarie per mettere la persona al centro, prendersene cura a 360 gradi, accompagnarla in modo personalizzato e sostenerne la motivazione. Possiede tutte le caratteristiche per essere il primo punto di riferimento e l’anello di congiunzione per un percorso multidisciplinare che include anche altri professionisti della salute. Oltre a questo, la farmacia è un presidio accessibile, diffuso capillarmente in tutto il territorio e intercetta tutte le fasce della popolazione. In farmacia, con la presenza di un farmacista preparatore formato nell’approccio pro-longevity promosso da GenAge®, potrà così concretizzarsi un percorso di manutenzione della salute fatto di analisi genetiche, analisi dei principali parametri ematici e dei marker infiammatori, test del microbiota e valutazione della composizione corporea. Approcci concreti, facilmente accessibili ed estremamente scientifici e personalizzati. Per rendere il tutto più approfondito e oggettivo, abbiamo creato il Programma yougevity, in cui alla figura del farmacista si affianca un team multidisciplinare composto da medico, nutrizionista, personal trainer e mental coach, per un’esperienza completa che integra ogni aspetto essenziale alla nostra longevità in salute».
Parlate di geroscienze e «hallmarks of aging». Quanto siamo vicini a una medicina che non cura solo le malattie, ma rallenta i meccanismi dell’invecchiamento?
«Negli ultimi anni la scienza dell’invecchiamento ha registrato un progresso senza precedenti. Ad oggi, è in grado di dare una risposta, seppur complessa e forse ancora incompleta, a questa domanda. La scienza si è concentrata soprattutto nell’analisi dei meccanismi chiave responsabili del progressivo declino dei sistemi di regolazione ed equilibrio (omeostasi) cellulare, identificando 12 “hallmarks of aging”, cioè 12 pilastri dell’invecchiamento».
Quali sono?
«Biomarker distintivi e responsabili della senescenza che si manifestano durante il normale invecchiamento, che lo accelerano se esacerbati e, viceversa, lo rallentano se gestiti correttamente. Metabolismo, funzioni cognitive, ossa, articolazioni, muscoli, pelle e intestino possono incontrare qualche ostacolo lungo il percorso degli anni anagrafici, spesso con segnali sottili, difficili da riconoscere e sensazioni che emergono nella routine quotidiana. Se siamo consapevoli dei nostri punti di forza e riconosciamo le nostre aree più vulnerabili, grazie a genetica e azione epigenetica con lo stile di vita pro-longevity, facciamo il primo fondamentale passo per lavorare sulla nostra biologia, rendendola più vitale, più funzionale, più ottimizzata e longeva».










