C’è voluto un documento ufficiale dell’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, diretta da Marina Terragni, per mettere finalmente un punto sulla vicenda della famiglia nel bosco e, più in generale, sui dolorosi allontanamenti dalle famiglie di bambini e ragazzi che, secondo gli ultimi dati del Ministero del lavoro, hanno raggiunto l’incredibile numero di 25.000, escludendo dal conteggio i minori stranieri non accompagnati.
«I casi recenti, come quello della famiglia nel bosco, hanno riportato al centro dell’attenzione la questione dei prelevamenti di bambini», ha dichiarato la Garante presentando il documento ieri a Roma, «allo stesso tempo ci arrivano segnalazioni di vicende ancora più problematiche nelle quali i minorenni sono esposti a gravi rischi. Per questo motivo ho pensato fosse necessario fare chiarezza, con riferimento a normative e sentenze che ci consentano un più chiaro orientamento in materia», ha spiegato Terragni.
Il dato che balza agli occhi leggendo numeri e riferimenti legislativi elencati nel documento del Garante per l’Infanzia è che, nel caso della «famiglia nel bosco» e di chissà quante altre, la misura di allontanamento di un minore dalla famiglia non è disposta come «eccezionale, da adottare solo in situazioni di grave pericolo», come prevede l’articolo 403 del Codice civile, che infatti dispone il prelevamento forzoso «esclusivamente quando è necessario proteggere i bambini in stato di abbandono morale o materiale, da un pregiudizio grave o da rischi imminenti per la salute. Tutt’altro: «Nella pratica, l’allontanamento avviene anche nell’ambito di conflitti tra genitori, in contrasto con il diritto del minore a crescere nella propria famiglia, diritto riconosciuto dalla Costituzione e dalla Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza», ha osservato Terragni. Quello della famiglia Trevallion, dove i bambini sono stati strappati ai genitori da quasi 100 giorni senza che sia stata ancora effettuata la perizia psicologica alla coppia, richiesta dal tribunale, non è dunque un caso isolato. Né sono un caso isolato, purtroppo, le modalità traumatiche di distacco dalla famiglia anglo-australiana, anche queste non previste dalla legge: non spetta infatti alle forze dell’ordine intervenire nei prelevamenti, come invece è accaduto, fatti salvi i casi di assoluta emergenza riconducibili all’articolo 403 del Codice civile. Non solo: «Qualora il minore opponga resistenza al trasferimento, l’operazione deve essere immediatamente sospesa e la situazione riferita al giudice che ha disposto il provvedimento». I figli Travallion sono «distrutti dall’ansia», ha riferito il padre, ma a quanto pare non è importato a nessuno.
Un altro diritto fondamentale calpestato è quello dell’ascolto diretto del minore da parte del giudice: l’eventuale omissione, ha sottolineato l’Autorità garante, «richiederebbe motivazioni specifiche». Insomma, il maldestro e disorganizzato ricorso alle strutture di accoglienza dovrebbe essere l’extrema ratio ma è diventata ormai la norma: i bambini per alcuni tribunali appartengono allo Stato, che ne può disporre come vuole.
I numeri forniti dal Garante sui minori coinvolti e su costi per lo Stato sono impressionanti: nel 2024 circa 25 mila minori sono stati ricollocati, mentre 16 mila circa sono stati quelli affidati a una famiglia. «Il costo medio di 150 euro al giorno per minore pesa sulla spesa pubblica per oltre 1,3 miliardi l’anno: risorse che potrebbero sostenere direttamente le famiglie, evitando separazioni non necessarie e ulteriori traumi per i bambini» ha rilevato Terragni.
La famiglia Trevallion docet: il comune di Palmoli ha speso finora 15.000 euro per la loro permanenza in casa famiglia e altri 30.000 dovrà sborsarne la Regione Abruzzo, nonostante un imprenditore locale abbia messo da tempo a disposizione della famiglia uno stabile di sua proprietà a titolo gratuito
Qualche spiraglio di luce, però, c’è: «Il disegno di legge in materia di affido a firma di Roccella-Nordio, quando approvato, metterà finalmente a disposizione un censimento sistematico delle strutture di accoglienza e delle famiglie affidatarie» ha annunciato Marina Terragni. Sarà inoltre attivato dai tribunali un flusso informativo che rilevi anche le motivazioni del collocamento, spesso vaghe, la durata e gli esiti finali dei provvedimenti. Non è noto, infatti, quali di questi provvedimenti siano stati disposti in via d’urgenza, quanti nell’ambito di contenziosi tra i genitori e quanti per altre ragioni. Il rifiuto del minore verso un genitore, spesso il padre, viene indicato come ragione di collocamento in struttura. «È necessario invece indagare le cause del rifiuto, evitando il ricorso a costrutti non scientifici come la cosiddetta alienazione parentale (PAS), non riconosciuta e stigmatizzata sia dalla comunità scientifica sia dagli organismi internazionali e tuttavia ancora prese in considerazione da alcuni tribunali. Allo stesso modo, le cosiddette terapie di riunificazione mancano di evidenza scientifica e possono risultare traumatiche. Manca inoltre una valutazione strutturata del possibile impatto traumatico e del rischio iatrogeno connesso agli allontanamenti», ha osservato Terragni. Anche la durata temporale dei collocamenti non ha, nei fatti, alcun limite: la legge indica un massimo di 24 mesi, prorogabili a discrezione del giudice, ma i dati mostrano che i minori che rientrano in famiglia d’origine sono soltanto la metà. Manca infine una valutazione sistematica dell’effettivo impatto degli allontanamenti sulle vite dei minori. Ma con tribunali che dispongono in questo modo della vita dei bambini, la strada appare tutta in salita.
Gli italiani si sentono insicuri e si dicono preoccupati per l’aumento della criminalità. E la sinistra che fa? Fischietta. Sì, siamo di fronte al paradosso che più cresce l’allarme per ciò che accade nelle nostre città e più il Pd e i suoi compagni parlano d’altro, approfittando di ogni occasione per fare un po’ di propaganda. L’ultimo esempio lo abbiamo a Milano. L’altra sera uno spacciatore, già noto alle forze dell’ordine per vari reati, è stato ucciso da un agente in servizio antidroga. Il poliziotto insieme a un collega ha intimato l’alt a un giovane e quest’ultimo, invece di fermarsi, ha impugnato un’arma. La reazione di uno dei componenti della pattuglia è stata inevitabile e un proiettile ha colpito alla testa il marocchino, uccidendolo all’istante. Invece di chiedersi perché, nonostante gli sforzi per liberare un’area di spaccio alle porte del capoluogo lombardo, ci siano ancora zone interdette alle forze dell’ordine dove le organizzazioni criminali dettano legge, la sinistra che fa? Innanzitutto, si guarda bene dall’esprimere solidarietà all’agente, che per prima cosa è stato indagato dalla Procura.
Poi, al posto di reclamare espulsioni più rapide per spacciatori e rapinatori, e organizzare un presidio per riconsegnare alla collettività e alla legalità un parco che è definito il «boschetto della droga», Pd e compagni organizzano per il 31 gennaio una manifestazione in piazza per contestare la presenza a Milano degli agenti dell’Ice. Si tratta della famigerata polizia americana, che a Minneapolis è stata protagonista di due sparatorie in cui sono morti due cittadini, un’attivista e un infermiere, pure lui attivista dei diritti civili. Certo, in Minnesota gli uomini dell’Immigration and customs enforcement non hanno fatto una bella figura. Con i loro metodi brutali e violenti hanno terrorizzato molti, anche in Italia. Ma i funzionari dell’Ice che arriveranno (se arriveranno) al seguito dei componenti della delegazione americana ai Giochi invernali non si occuperanno di immigrati e di scorte, svolgeranno un’attività di informazione all’interno del Consolato degli Stati Uniti.
Come sempre accade, quando ci sono missioni diplomatiche straniere che giungono nel nostro Paese, ai servizi di sicurezza italiani si affiancano quelli degli altri Stati. Succede con l’America, ma anche con tutte le altre delegazioni. Fa parte della collaborazione fra Paesi. Quando Giorgia Meloni si reca a Washington non scende dalla scaletta dell’aereo della presidenza del Consiglio senza la sua scorta. Gli agenti della nostra intelligence affiancano gli uomini messi a disposizione dagli Stati Uniti. E così è accaduto anche di recente, quando il premier ha visitato una serie di Paesi in Medio Oriente e in Asia, a cominciare dall’Oman per finire con Corea del Sud e Giappone. Dunque, qual è il problema se alcuni funzionari dell’Ice, che è un’agenzia federale e non una milizia privata di Donald Trump come sostiene il sindaco Beppe Sala, giungeranno al seguito di esponenti dell’amministrazione degli Stati Uniti? Gli agenti non saranno in assetto da guerra e nemmeno da guerriglia. Dunque, perché agitarsi per dieci o venti uomini dell’Immigration and customs enforcement?
Sarebbe legittimo darsi pena per il crescente allarme per la sicurezza nelle nostre città, di recente certificato anche da un sondaggio di Nando Pagnoncelli. Se il 44% degli italiani chiede un inasprimento di pene per furti e scippi, mentre il 41% maggiori divieti per il porto di armi bianche e il potenziamento dei centri di trattenimento dei clandestini, anche a sinistra dovrebbero comprendere che il tema della sicurezza attraversa l’intero elettorato, a prescindere dalle intenzioni di voto degli italiani. Invece i progressisti fischiettano. E così tutti i partiti dell’opposizione, insieme all’Anpi, alla Cgil e all’Arci, sabato 31 gennaio si ritroveranno in Piazza XXV aprile a Milano. Chi parteciperà al raduno sarà armato di fischietto, che verrà usato per contestare le «squadracce» di Trump. Immagino l’allarme che tutto ciò provocherà alla Casa Bianca e anche la preoccupazione che genererà nella dozzina di funzionari Ice in trasferta a Milano. Piccola domanda: ma non era meglio convocare l’Anpi, la Cgil, l’Arci e tutta la compagnia bella della sinistra per una manifestazione da tenersi nel boschetto di Rogoredo, dove gli spacciatori ogni giorno la fanno da padroni? Non sarebbe meglio fischiare ai criminali sotto casa nostra invece di contestare gli agenti che stanno dall’altra parte del mondo?
La specialità della casa dell’Unione europea, in qualsiasi campo, è il rifiuto della realtà. O, elemento complementare, il prevalere ottuso dell’ideologia. Difficile trovare altre parole di fronte a una burocrazia che, nonostante i numerosi e inequivocabili segnali sulla fine della terza globalizzazione, insiste con anacronistici (e suicidi) accordi di libero scambio.
Non solo Donald Trump ha sancito, con i dazi, l’inevitabile fine del free trade; non solo il suo segretario al Commercio, Howard Lutnick, lo ha ribadito sbattendoci in faccia, a Davos, che la globalizzazione ha fallito; ma perfino i numi tutelari dell’Ue, Mario Draghi in testa, hanno sentenziato che il modello di crescita basato su esportazioni e salari bassi non è più sostenibile. Francesco Giavazzi, il fu cantore dell’austerità espansiva, ha suggerito di «aumentare la domanda interna in Europa (più consumi, più investimenti o anche più spesa pubblica)»: smettere, dunque, di pensare solo a esportare e far crescere i salari. Eppure, il valzer dell’ipocrisia trova sempre ballerini zelanti.
Gli squilibri nel commercio globale hanno contrassegnato la storia degli ultimi almeno 150 anni e, benché le nostre classi dirigenti fingano si tratti di un unicum, i tentativi di estendere la teoria dei vantaggi comparati sull’intera scena internazionale sono già falliti in passato. Perché la tentazione di vincere la corsa all’export comprimendo i salari è troppo forte, e alla fine a rimetterci sono i lavoratori, la gente comune, gli elettori. Che oltre ad arrabbiarsi, sono costretti a indebitarsi per sostenere i propri consumi, con il risultato che prima o poi arriva pure una bella crisi finanziaria a suonare la sveglia. Ma le élite europee, vinte dalla sinistra arroganza di sentirsi a priori dalla parte della ragione, ignorano tanto la storia quanto i loro alleati. «Vorrei che rifletteste sul fatto che è compito prioritario del nostro governo prendersi cura dei nostri lavoratori e assicurarsi che le loro vite siano migliori», spiegava Lutnick al forum di Davos. «E suggerisco che anche gli altri Paesi considerino questa politica per prendersi cura dei propri e creare ottime relazioni tra di noi».
La risposta dell’Unione europea? Prima ha firmato il trattato del Mercosur, provvidenzialmente rinviato dall’Europarlamento; poi ha siglato l’accordo di libero scambio - più propriamente un reciproco abbassamento dei dazi doganali - tra l’Ue e l’India. Che, contrariamente alle pervicaci illusioni tedesche, finirà come i rapporti commerciali con la Cina: più che per noi (o meglio: la Germania) avere accesso a un mercato di 1 miliardo e passa di abitanti, saranno loro, con un serbatoio di manodopera a basso costo pressoché illimitato, a godere di uno dei mercati più ricchi del pianeta. Ma al di là degli istinti suicidi della Germania, ormai storicamente assodati, è proprio l’indirizzo politico dell’Unione a essere del tutto anacronistico. In primo luogo, a scatenare la guerra commerciale sono stati Europa e Cina, invadendo gli Usa di merci attraverso salari bassi e svalutazioni competitive. Un modello di crescita export-led che, in Europa, ha inchiodato il potere d’acquisto dei cittadini e depresso i consumi (e infatti oggi lo sconfessano tutti). Di fronte alla prevedibile reazione americana (prevedibile se non altro perché già successo, vedi il Giappone negli anni Ottanta), perfino i più fieri sostenitori dell’«economia sociale di mercato fortemente competitiva», tra tutti i già citati Draghi e Giavazzi, hanno invocato un cambio di paradigma e il rilancio dei consumi interni.
Eppure, l’Unione europea è rimasta ancorata al suo modello fallimentare: la ricerca quasi ottocentesca di nuovi mercati di sbocco per vendere le proprie merci altrove. Chi, come Tajani, parla di un nuovo rilancio del mercato unico guidato da Italia e Germania che, testualmente, «condividono un modello di crescita orientato all’export», esprime una contraddizione: il rilancio del mercato interno è incompatibile con il modello di crescita export-led. O uno, o l’altro.
Con buona pace di Sergio Mattarella e tutti coloro che, dopo un repentino risveglio, da qualche tempo piangono i bassi salari, l’azione politica dell’Ue, invocata dagli stessi come baluardo di democrazia, pace e benessere, va nella direzione contraria: perpetuare un sistema di compressione salariale. Eppure non una parola, nessun monito, nessuna «strigliata». Che Bruxelles manchi di visione strategica, d’altronde, è evidente sotto ogni punto di vista. Ieri, il Financial Times ci ha avvertito che gli investimenti nel settore chimico europeo sono crollati di oltre l’80% nel 2025 e le chiusure di impianti sono raddoppiate, menzionando il forte rischio di una dipendenza dalla Cina per le materie prime necessarie ai settori dell’automotive, della sanità e della difesa. In questo caso, la trama del suicidio ha contorni ancora più surreali: oltre ad aver messo le nostre imprese in concorrenza con Paesi dove il costo del lavoro è inferiore al nostro, le abbiamo anche zavorrate con il Green deal. Un combinato disposto di idoizie che ora ci costringe a importare. E se a distruggere ci vuole poco, a ricostruire servirà tempo. Similmente, un gruppo di società italiane - tra cui Barilla - ha inviato una lettera alla Commissione Ue chiedendo di non alzare i dazi sulla porcellana cinese al 79% a partire da marzo, ricordando che quasi il 60% della porcellana europea è ormai importata da Pechino (tradotto: non ne produciamo più).
Basterebbe questo per rispondere a quanti continuano a berciare di difesa dell’ordine mondiale, gli stessi che sono andati in sollucchero per il discorso a Davos del premier canadese, Mark Carney, il quale ha addirittura scomodato il dissidente slovacco Václav Havel: l’ordine mondiale che costoro si ostinano a difendere non è quello nato sulle macerie della Seconda guerra mondiale, in larga parte demolito, ma quello neoliberale costruito a partire dagli anni Ottanta. Quello che ha garantito la vittoria del grande capitale e che ha depauperato il Vecchio continente, nonché quello che ha trasformato la Cina nella fabbrica del pianeta. A vivere nella menzogna, tanto per riprendere Havel, siamo noi europei che ci crogioliamo nella nostra presunta innocenza.
A Bruxelles l’Unione europea continua a muoversi con passo esitante di fronte a una scelta che da mesi divide i 27: inserire o meno i pasdaran, le Guardie della Rivoluzione iraniane, nella lista delle organizzazioni terroristiche. Una proposta rilanciata con forza dal ministro degli Esteri Antonio Tajani e che oggi, dopo molte resistenze, registra aperture significative da parte di Francia e Spagna, ma resta ostaggio dei veti incrociati e della tradizionale prudenza europea.
La discussione sulla designazione dei pasdaran come organizzazione terroristica «è in corso», ma il quadro resta frammentato. «Ci sono Paesi favorevoli, altri che hanno riserve e altri contrari. Non c’è consenso», ha spiegato un alto diplomatico europeo citato dall’Ansa, chiarendo che alla riunione dei ministri degli Esteri non sono attese decisioni su questo punto. La scelta richiederebbe infatti l’unanimità dei 27, una soglia politica che al momento appare irraggiungibile. In assenza di una decisione netta, Bruxelles si prepara ad annunciare nuove sanzioni contro Teheran, legate alle violazioni dei diritti umani e destinate a colpire anche esponenti delle Guardie della Rivoluzione.
Misure che rischiano però di avere un impatto limitato. I pasdaran sono già sottoposti a sanzioni europee e, come ammettono fonti diplomatiche, un’eventuale designazione come organizzazione terroristica avrebbe soprattutto «una natura simbolica». «Etichettare un apparato statale come terrorista non è qualcosa che si fa ogni giorno», spiegano a Bruxelles, sottolineando come una decisione del genere non possa essere presa «alla leggera». Dietro questa cautela emergono una serie di timori: le possibili ripercussioni sulla sicurezza dei cittadini europei detenuti in Iran e l’impatto sui delicati dossier diplomatici, a partire dal programma nucleare iraniano. Una prudenza che nei fatti si traduce in immobilismo, mentre il regime continua a reprimere nel sangue le proteste interne.
Sul fronte Usa-Iran, ieri Donald Trump è tornato a minacciare apertamente Teheran dell’invio di una «massiccia “armada”»: «Ci auguriamo che l’Iran si sieda presto al tavolo dei negoziati e accetti un accordo equo (niente armi nucleari) un’intesa che vada a beneficio di tutti. Il tempo sta per scadere. L’ho detto all’Iran già una volta: fate un accordo. Non l’hanno fatto, e c’è stata l’Operazione Midnight Hammer, con distruzioni massive. Il prossimo attacco sarebbe molto peggiore». Eppure, sul piano giuridico, le obiezioni tradizionali sembrano indebolirsi. L’Iran ha risposto che reagirà «come mai prima d’ora» in caso di attacco.
Un’analisi del servizio giuridico del Consiglio Ue individua come possibile base legale una sentenza del 2023 della Corte d’appello di Düsseldorf, che ha accertato il coinvolgimento di un ente statale iraniano in un tentato attentato incendiario contro una sinagoga a Bochum. Un precedente che supera la linea finora sostenuta dalle istituzioni europee, secondo cui l’inserimento di apparati del regime iraniano nella lista nera non fosse possibile senza una decisione di un tribunale nazionale.
La resistenza politica resta forte. Sotto osservazione c’è in particolare la posizione della Germania, impegnata nel tentativo di costruire un consenso europeo. Da parte sua, il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha dichiarato che «il regime iraniano ha i giorni contati». Altri Paesi continuano a esprimere riserve, pur senza escludere formalmente alcuna opzione. Alla vigilia della riunione dei ministri degli Esteri, il portavoce del governo francese Maud Bregeon ha parlato di una «riflessione in corso» sulla designazione dei pasdaran, denunciando una repressione in Iran «di una violenza senza eguali». Anche la Spagna si è pronunciata a favore dell’inclusione delle Guardie della Rivoluzione nella lista nera, allineandosi alla proposta italiana.
Una posizione che ha irritato Teheran, arrivata a definire «irresponsabile» l’iniziativa e a convocare l’ambasciatrice italiana. Resta però il paradosso europeo: l’obiettivo dichiarato di inviare a Teheran «un messaggio di fermezza», ma l’incapacità di tradurlo in una scelta politica coerente.










