Quando il prezzo non fa il gioco: milioni sprecati e affari riusciti tra Premier e Serie A
I grandi investimenti dell’estate non hanno mantenuto le promesse, mentre operazioni a basso costo hanno prodotto rendimento e continuità. Alla vigilia del mercato di gennaio, il campo ribalta i bilanci e rimette al centro una verità antica: nel calcio non vince chi spende di più, ma chi spende meglio.
Nel calcio dei grandi numeri, l’estate del 2025 ha confermato una regola antica che resiste al tempo: il prezzo pagato per un giocatore non garantisce il rendimento, anzi spesso lo complica. E così nei prossimi giorni inizierà la giostra del campionato di riparazione, tra affari dell'ultimo minuto e speranze di trovare la soluzione per concludere al meglio la stagione calcistica. In Premier League la scorsa estate si era aperta sotto il segno delle spese record. Il Liverpool ha spinto l’acceleratore fino a toccare i 125 milioni di sterline per Alexander Isak, una cifra mai vista prima in Inghilterra.
Il giocatore prometteva bene, dopo la buona stagione dell'anno passato al Newcastle. Ma non è andata come si sperava. Alla fine è arrivato anche uno stop fisico che ha interrotto un inserimento già complicato, con pochi gol e assist. Prima dell’infortunio il contributo in campionato dello svedese è stato modesto, insufficiente per un investimento di quella portata. Nello stesso mercato, sempre ad Anfield, è arrivato Florian Wirtz, operazione da oltre cento milioni complessivi. Talento indiscutibile, estetica raffinata, ma numeri a lungo assenti: poche reti, pochi assist, un impatto inferiore a quello che il prezzo faceva sognare. È la distanza tra bellezza e incisività, che nel calcio moderno pesa quanto un risultato.
Il Manchester United ha vissuto una dinamica simile con Matheus Cunha. Pagato circa 62 milioni di sterline, quasi 72 milioni di euro, doveva portare dal Wolverhampton strappi, creatività e gol. Finora ha restituito poco sul piano statistico, appena tre reti, lasciando la sensazione di un acquisto ancora fuori fase rispetto al contesto e alle aspettative. Non è una bocciatura definitiva, ma è l’ennesima dimostrazione di come in Premier il costo amplifichi tutto: giudizi, pressione, fretta.In Serie A le cifre sono più contenute, ma le delusioni seguono una logica simile. Il Milan ha investito circa 37 milioni per Christopher Nkunku, un’operazione importante per il calcio italiano. L’impatto, però, è stato marginale: presenza discontinua, pochi minuti realmente decisivi, nessuna svolta offensiva. Sono arrivati tre gol, uno in Coppa Italia e due in campionato. Negli ultimi giorni si è parlato di una sua possibile cessione in Turchia. Ma domani a quanto pare sarà titolare nella trasferta di Cagliari.
Ancora più sfortunata la vicenda di Ardon Jashari, pagato oltre 35 milioni e fermato quasi subito da un grave infortunio. Qui il mercato si è scontrato con il fattore più imprevedibile: il corpo. Il prezzo resta a bilancio, il rendimento resta sospeso.Eppure, mentre i riflettori seguono i grandi assegni, il calcio continua a produrre valore lontano dalle copertine. In Premier League i casi più interessanti nascono spesso da investimenti medi o bassi, non da quelli monstre. Il Sunderland ha trovato stabilità grazie a Robin Roefs, portiere pagato poco più di 9 milioni di sterline, diventato titolare affidabile con una serie di clean sheet che valgono punti veri. Il Crystal Palacs ha puntato su un mercato contenuto, spendendo 55 milioni di euro e ottenendo rendimento immediato senza dover trasformare giocatori in simboli. Il Brighton continua a confermare il suo modello: esterni offensivi e centrocampisti pagati tra i 12 e i 18 milioni che garantiscono intensità, assist e sostenibilità. La squadra è a metà classifica, ad appena 8 lunghezze dal Liverpool. In Italia il discorso è ancora più netto. L’Atalanta ha investito circa 17 milioni per Nicola Zalewski, ottenendo corsa, duttilità e continuità. Anche la Juventus, con un mercato da 200 milioni di euro, non ha ricevuto al momento quanto sperato dalle novità arrivate. Anche se Edon Zhegrova e Jonathan David sembrano a poco a poco ingranare. Di sicuro uno dei colpi migliori dei bianconeri degli ultimi anni è stato Khéphren Thuram, pagato intorno ai 20 milioni, si è dimostrato un centrocampista dominante per presenza e affidabilità. Il Bologna ha costruito un’altra stagione solida su acquisti sotto i 10–12 milioni, trasformati in titolari grazie a un sistema che valorizza il collettivo più del nome. E poi c’è il caso che racconta meglio di tutti il senso di questa stagione: Adrien Rabiot al Milan. Arrivato senza costo di cartellino, solo con il peso dell’ingaggio, è diventato subito uno dei perni del centrocampo, con minuti, leadership e inserimenti decisivi. Nessuna cifra-record a schiacciarlo, solo rendimento. Il paradosso è evidente.
I flop più fragorosi nascono quasi sempre dall’eccesso, dall’illusione che il mercato possa comprare certezze. I successi più solidi emergono dalla misura: 8, 10, 15, 20 milioni spesi bene possono incidere più di investimenti cinque volte superiori. Spendere tanto non significa sbagliare, ma significa alzare l’asticella del giudizio, trasformare ogni partita in un processo. Spendere meno consente al calcio di respirare, di crescere senza rumore. E ora, con l’apertura imminente della finestra di mercato di gennaio, questo equilibrio tornerà al centro delle scelte: per correggere errori costosi, ma anche per dimostrare, ancora una volta, che nel calcio il valore vero non si compra a colpi di milioni, si costruisce sul campo.
Svizzera, strage di Capodanno a Crans-Montana: incendio in un bar causa 40 morti
L’incendio seguito da un’esplosione in un locale di Crans-Montana, durante una festa di Capodanno frequentata da giovani, ha causato circa 40 morti e un centinaio di feriti. Esclusa la pista terroristica. Farnesina e autorità svizzere al lavoro per verificare l’eventuale coinvolgimento di cittadini italiani.
Un incendio seguito da una violenta esplosione ha trasformato la notte di Capodanno in una tragedia senza precedenti a Crans-Montana, una delle località sciistiche più note della Svizzera. Il bilancio provvisorio parla di circa quaranta vittime e di un centinaio di feriti, molti dei quali in condizioni gravissime a causa delle ustioni. Il rogo è scoppiato intorno all’1.30 all’interno del bar Le Constellation, dove era in corso una festa per l’arrivo del nuovo anno, frequentata soprattutto da giovani.
Secondo le prime ricostruzioni fornite dalle autorità vallesane, l’episodio non ha alcuna matrice dolosa né terroristica. La procuratrice generale del Canton Vallese, Beatrice Pilloud, ha escluso in modo netto l’ipotesi di un attentato. Resta invece aperto il fronte delle cause accidentali: tra le piste al vaglio figurano l’uso improprio di fuochi d’artificio all’interno del locale o, come riferito da alcuni testimoni, l’accensione di candeline su bottiglie di champagne troppo vicine al soffitto in legno, che avrebbe favorito il rapido propagarsi delle fiamme.
All’interno del locale, che ha una capienza massima di circa 400 persone, al momento dell’incidente si trovavano almeno cento clienti. La deflagrazione, secondo quanto riferito dalle autorità cantonali, sarebbe stata la conseguenza dell’incendio che si è sviluppato rapidamente trasformando il bar in un braciere. Le testimonianze parlano di scene di panico, con persone ferite che cercavano di fuggire da un’uscita ritenuta insufficiente per il numero dei presenti, mentre qualcuno avrebbe infranto le finestre per aprire una via di fuga. I soccorsi sono scattati immediatamente. Sul posto sono intervenuti circa 150 operatori, con il supporto di una quarantina di ambulanze e dieci elicotteri. Molti feriti sono stati trasportati negli ospedali del Vallese, dove i reparti di terapia intensiva risultano saturi. Le autorità sanitarie hanno lanciato un appello alla popolazione affinché eviti comportamenti a rischio, per non aggravare ulteriormente la pressione sul sistema ospedaliero. L’area dell’incidente è stata completamente isolata ed è stata istituita una no-fly zone sopra Crans-Montana.
Anche l’Italia è coinvolta nelle operazioni di emergenza. Una squadra del soccorso alpino valdostano è stata inviata sul posto, con un elicottero della Protezione civile regionale e personale medico a bordo. La Regione Lombardia ha inoltre messo a disposizione il centro grandi ustioni dell’ospedale Niguarda. Sul fronte diplomatico, la Farnesina ha attivato un’unità di crisi per verificare l’eventuale coinvolgimento di cittadini italiani. Al momento non vi sono conferme ufficiali, ma l’identificazione delle vittime si preannuncia complessa e richiederà tempo, poiché molti corpi risultano gravemente compromessi dalle ustioni. L’ambasciatore d’Italia in Svizzera e il consolato di Ginevra sono in contatto con le autorità elvetiche e si stanno recando sul luogo della tragedia. È stata attivata una linea telefonica di emergenza per i familiari, raggiungibile anche dall’Italia. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha espresso la vicinanza dell’Italia alle autorità svizzere, mantenendo un costante contatto con il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ha manifestato il cordoglio del governo italiano e la solidarietà ai familiari delle vittime e ai feriti. Messaggi di partecipazione sono arrivati anche dall’estero: il presidente francese Emmanuel Macron ha espresso il sostegno della Francia alla Svizzera, mentre Parigi ha confermato il ferimento di due cittadini francesi.
In Svizzera, la tragedia ha avuto un forte impatto istituzionale e simbolico. Il Consiglio di Stato del Vallese ha dichiarato lo stato di emergenza per mobilitare tutte le risorse necessarie, mentre il presidente della Confederazione, Guy Parmelin, ha deciso di rinviare il tradizionale discorso di Capodanno. In una nota, il governo federale ha parlato di un lutto che colpisce l’intero Paese, sottolineando come una notte di festa si sia trasformata in una delle pagine più nere della storia recente di Crans-Montana.
Non sono tante le novità quanti i ritorni, a segnare il 2026 da un punto di vista televisivo. E, mentre sui social network si corre la gara dei buoni propositi, affannandosi a mettere nero su bianco - con fotografie, lunghe tirate e parole pompose - quel che di buono si vuole fare, verrebbe quasi da trovarci un che di retorico nella scelta. Come a dire che pure i grandi produttori abbiano voluto imparare a farsi bastare quel che già c'è anziché investire energie e malumori nell'eterna ricerca di quel che manca. Potrebbe darsi, potrebbe essere. Fatto sta che l'anno appena incominciato presenta poca originalità in termini di serie televisive. Piuttosto, sono le conferme a renderlo ricco: le seconde, terze, quarte stagioni, i reboot, i revival, i prequel o gli spin-off, parte dei quali abbiamo provato a riassumere di seguito.
I sette quadranti
Agatha Christie, di nuovo. Chris Chibnall, ex showrunner di Doctor Who, ha deciso di adattare per il piccolo schermo The seven dials mystery, romanzo datato 1929. Ambientata nell’Inghilterra del 1925, la storia ruota attorno a un gruppo di giovani aristocratici, scosso da una morte apparentemente accidentale e da un enigma, scandito da sette misteriosi quadranti. La storia, forse, è nota, ma il cast, guidato da Helena Bonham Carter e Martin Freeman, promette di far della serie un gioiellino, se non originale, per certo capace di confortare e appagare gli amanti del genere. Su Netflix dal 15 gennaio 2026
Scrubs, reboot
Spiegare cosa sia stata la serie a chi non l'abbia vissuta è pressoché impossibile. Ma chi abbia seguito, anche solo in parte, le peripezie di JD e amici, a quindici anni dalla loro fine, non può non accendersi all'idea di ritrovarle. Le porte del Sacro Cuore tornano ad aprirsi, i suoi corridoi ad affollarsi. Gli amici di allora tornano a muoversi, più stanchi, più cinici, ma sempre parte di una medicina fatta di turni massacranti e tagli perpetui alle risorse. Si ride ancora, di quella risata un po' amara che, nel reboot, è figlia, soprattutto, del presente. Scrubs, così come è stato ripensato, è calato all'interno di un sistema sanitario post-pandemico, in cui l'intelligenza artificiale ha preso il sopravvento e così la precarietà emotiva delle nuove generazioni di specializzandi. Su Disney+ dal 25 febbraio
American Love Story
Un'altra antologia, firmata da Ryan Murphy. Con la sua dose di dramma, ma senza il ricorso - diventato cifra stilistica - all'inquietudine e al soprannaturale. American Love Story, nata dalla costola degli American Story, siano Horror o che altro, è la cronaca di un rapporto tanto problematico quanto mediatico, quello fra John F. Kennedy Jr. e Carolyn Bessette-Kennedy. Lo show, che i Kennedy hanno già tacciato di sciacallaggio, dovrebbe ricostruire tutto: la fascinazione mediatica degli anni Novanta e il disfarsi della coppia, avvenuto sotto lo sguardo morboso dei tabloid, per arrivare, infine, alla tragedia di Martha's Vineyard. Questo, con Naomi Watts ad interpretare l'iconica Jaqueline Kennedy. Su Disney+ da febbraio 2026
The Boroughs
La serie dovrebbe inaugurare un nuovo ciclo, a cura dei Duffer Brothers, quelli di Stranger Things. Non dovrebbero, però, esserci bambini-eroi a popolarlo, ma vecchietti straniti da un incontro inatteso con il soprannaturale. La serie, infatti, pare ambientata all'interno di una residenza per anziani nel deserto del New Mexico, il deserto in cui un gruppo di pensionati scopre la quiete del luogo essere posticcia. Dietro quella calma apparente, dietro la facciata di sorrisi e cura, si celerebbe una minaccia sovrannaturale pronta a rubare loro l’unica cosa che non possono più permettersi di perdere: il tempo. Su Netflix, in data da definirsi
Nord Sud Ovest Est
Un'altra stagione, contraddistinta dal titolo di un'altra canzone. Nord Sud Ovest Est non è un originale, ma il prosieguo dello show che, su Sky, ha saputo ripercorrere la genesi degli 883. Hanno ucciso l'Uomo Ragno è partita dalle fatiche del liceo, da Pavia, la noia diventata arte. Questa seconda stagione va oltre, ritrovando Max Pezzali e Mauro Repettonel momento esatto in cui il loro progetto musicale prende davvero il volo. C'è la nostalgia, dunque, degli anni che furono, le sonorità dei Novanta. Ma c'è, anche, il tentativo di raccontare quanto costi, in termini umani, di amicizie e opportunismi, il successo. Su Sky, in data da definirsi
Blade Runner 2099
Dovrebbe arrivare quest'anno, dopo ritardi e nuove scadenze. Blade Runner 2099, chiamata a recuperare quanto iniziato da Blade Runner 2049, dovrebbe essere ambientata cinquant'anni dopo l'universo replicante, così come lo ha immaginato e raccontato Denise Villeneuve. Il confine, dunque, atto a separare gli esseri umani dalle loro copie artificiali dovrebbe essere ancora più labile, l'urbanizzazione della Terra ormai fuori scala. Su Amazon Prime Video, in data da definirsi
Portobello
Portobello è la serie più attesa fra quelle italiane. Marco Bellocchio, dopo Esterno notte, l'ha portata in anteprima al Festival del Cinema di Venezia, nel settembre 2025. La storia è quella di Enzo Tortora, travolto da un'accusa che si sarebbe rivelata falsa, quella di collusione con la Camorra. Ma è, altresì, la storia di un uomo la cui vita è stata distrutta senza riguardo: è una storia di televisione, di spettacolo e malagiustizia, di una gogna mediatica per la quale nessuno mai si è trovato a pagare. Su Hbo Max, in data da destinarsi
La mente divisa: cosa ci racconta Iain McGilchrist sul potere nascosto degli emisferi cerebrali
Da oltre un secolo la neuroscienza indaga le differenze tra emisfero destro ed emisfero sinistro, spesso semplificandole in cliché: creatività contro logica, immaginazione contro razionalità. Tuttavia, il lavoro dello psichiatra e filosofo britannico Iain McGilchrist, già consulente presso il Maudsley Hospital di Londra e Fellow di Oxford, riporta la discussione a una profondità che il dibattito pubblico raramente tocca.
Il suo saggio monumentale The Master and His Emissary (2009) ha scosso, all’epoca, il panorama scientifico e culturale, proponendo un’interpretazione radicale: non è solo questione di funzioni diverse, ma di modi di rapportarsi al mondo. In base a quale emisfero «domini» l’esperienza, l’essere umano svilupperebbe comportamenti, strutture sociali e persino visioni della realtà profondamente differenti.
Il cuore del pensiero di McGilchrist si concentra sull’idea che i due emisferi non siano due «metà» equivalenti, bensì due attitudini cognitive perennemente in contatto e comunicanti.
Secondo lo psichiatra inglese l’emisfero sinistro tende a frammentare la realtà, analizzarla, renderla gestibile e quantificabile. Predilige il controllo, la classificazione, il linguaggio (tecnico e non solo), la manipolazione degli oggetti. Mentre l’emisfero destro coglie la visione d’insieme, il contesto, le relazioni. È attento all’ambiguità, all’empatia, ai volti, ai significati non letterali. È l’emisfero della presenza nel mondo.
McGilchrist non parla di «buono» o «cattivo», ma di un equilibrio funzionale che sarebbe la base di un’esistenza sana. L’emisfero destro, più aperto e ricettivo, «vede» il cosmo terrestre e cerca di coglierne i significati nascosti, quelli che vadano oltre la materialità intrinseca; il sinistro, più operativo, pragmatico e laborioso, «lo ghermisce». L’eventuale problema che potrebbe sorgere, secondo lo psichiatra, è quando quest'ultimo emisfero arrivi a prendere il sopravvento sull’altro.
È qui che risiede il nucleo della tesi di McGilchrist: la cultura occidentale contemporanea avrebbe gradualmente favorito, consciamente o inconsciamente, la prospettiva dell’area cerebrale sinistra: procedure rigide, eccesso di astrazione, iper-specializzazione, predominanza del linguaggio tecnico, eccessiva burocratizzazione, il tutto accompagnato da uno smarrimento sistematico del significato profondo delle esperienze umane.
Sulla scia di questa supremazia deleteria, l’individuo rischierebbe di perdere interi pezzi di sé: creatività autentica, intuizione, compassione, una connessione naturale con tutto ciò che lo circonda e, infine, una bussola etica-morale che esuli dalle mere logiche schematiche di produttività.
L’ignorare tale andamento potrebbe portare a diverse gravi conseguenze sia individuali che sociali. Alcuni esempi concreti: una forte tendenza all’alienazione con conseguente disgregazione dei legami sociali, oppure l’invalidazione di qualsiasi esperienza umana emotiva con risultante sensazione di vuoto e depressione.
Secondo McGilchrist, infatti, questo non è solo un tema psicologico del singolo, ma anche un parametro necessario per misurare il benessere collettivo generale. Quando una società privilegia la logica frammentaria e riduzionista, può finire per costruire istituzioni e modelli economici che ne riflettono la stessa visione arida e impoverita.
Al centro del messaggio dell’opera dello psichiatra c’è un invito che suona sorprendentemente semplice: recuperare una percezione integrale dell’esistenza. Non rifiutare l’analisi, ma restituirla al suo posto naturale: un’abilità al servizio di una comprensione più ampia e profonda.
L’emisfero destro, nella prospettiva di McGilchrist, non è il sognatore ingenuo, ma il custode silenzioso di un sapere più antico, capace di intuire complessità che sfuggono ai meccanismi lineari di quello sinistro, elaborando simboli e indizi cognitivi che si nascondono dietro il velo della realtà sensibile.
Le teorie sopra riportate non sono prive di critiche. Alcuni neuroscienziati ritengono eccessivo attribuire caratteri quasi «personalistici» agli emisferi cerebrali, definendolo un approccio troppo riduttivo e un artifizio atto solo a semplificare una materia ancora assai ricca di incognite. Altri, invece, apprezzano la sintesi interdisciplinare elaborata dal britannico, che unisce neuropsicologia, filosofia, storia e antropologia; tuttavia, invitano alla cautela nel generalizzare e a un prudente uso delle metafore divulgative. Ciò che nessuno nega, però, è che il lavoro del medico londinese abbia riportato al centro della discussione un interrogativo essenziale: come la nostra mente costruisce il mondo.
In un’epoca dominata dalla velocità, dalla semplificazione e dall’automazione, l’opera di Iain McGilchrist riecheggia come un invito a recuperare la dimensione umana più ampia: quella capace di ascoltare, di percepire, di vedere oltre la superficie.
In altre parole, a ristabilire un valido e fruttuoso equilibrio tra le due grandi «voci» della nostra mente, nella speranza che capendo maggiormente noi stessi si possa arrivare a comprendere maggiormente anche l’esistenza tutta.










