La foto che ritrae questo momento storico, con i poveri ammassati al di là della parete di nylon e la supercar luccicante del vescovo al di qua, dimostra in modo inequivocabile che non tutti gli alti prelati sono dotati di una bella testa. Alcuni solo di una bella Tesla.
Pare che monsignor Guido Gallese, vescovo di Alessandria dal 2012, da un po’ di tempo faccia chiacchierare la città e i suoi fedeli. Sono state inviate diverse segnalazioni. E il Vaticano le ha prese sul serio a tal punto da inviare un ispettore, il cardinale Giuseppe Bertello, presidente emerito del Governatorato del Vaticano e della Pontificia commissione per lo Stato del Vaticano, uno dei pezzi grossi della Santa Sede. Toccherà a lui indagare per cercare di capire se monsignor Gallese ha scelto Tesla o croce. La passione di Gesù o quella per il lusso. Ma non solo: il vescovo di Alessandria è molto chiacchierato anche per il suo amore per il surf, in particolare kitesurf, che praticherebbe soprattutto sulle spiagge sudamericane (Ipanema? Copacabana? Con o senza contorno di samba?), oltre che per certe operazioni immobiliari che in città non sono mai piaciute. «La nostra gestione non ha paura della luce», assicurano in Curia dove però di luce non se ne vede molta. Anzi, sono rimasti al buio. Che, per rispettare Laudato Si’, si siano affidati, oltre che alla Tesla, anche al fotovoltaico?
Scrive infatti La Stampa che in città molti lamentano la mancata pubblicazione dei bilanci da parte della diocesi. Poi si chiacchiera anche sul nuovo Collegio Santa Chiara, proprietà della Chiesa alessandrina, dove una camera tripla costa 370 euro al mese a ogni studente, oltre a 30 euro di parcheggio, 2 euro per i gettoni della lavanderia e 5-10 euro per le card fotocopiatrici. E fa discutere l’immenso convento dei frati cappuccini: loro se ne sono andati in silenzio qualche anno fa (qualcuno dice «sfrattati») e ora lo storico edificio è stato adibito ad alloggio proprio del vescovo. Tutto normale? In diocesi non temono gli ispettori. «Il controllo sarà un’occasione per confermare la bontà del cammino intrapreso», assicura il portavoce. E se poi ogni tanto un pezzo del cammino il vescovo lo fa in Tesla, che male c’è?
Genovese, 64 anni, scout da sempre, laureato in teologia, filosofia e matematica, amante dei Matia Bazar («C’è tutto un mondo intorno» la sua canzone preferita) e di Tchaikovsky, sportivo (oltre al kitesurf ha praticato anche basket, pattinaggio, snowboard e sci), appassionato di Moto Gp, libro preferito: Il fu Mattia Pascal, numero preferito: P greco, monsignor Guido Gallese è ovviamente, come ogni sacerdote, molto attento al tema della povertà. Almeno a parole. Lo scorso 16 dicembre, per esempio, nel fare gli auguri di Natale alla città sottolineava che il problema più importante in Alessandria è proprio «quello della povertà: persone che faticano a sbarcare il lunario, che lavorano e non guadagnano abbastanza». E diceva: «Per questo Dio non è nato ricco in un palazzo. Non aveva nemmeno una culla». In effetti: non aveva una culla. E nemmeno una Tesla, a dirla tutta.
Invece il vescovo che parla di povertà la Tesla ce l’ha, eccome, parcheggiata sotto l’ufficio. E si giustifica proprio come fece Nicola Fratoianni (ricordate?), altro difensore dei poveri beccato con l’auto super lusso. Le parole sono più o meno simili: «Il vescovo percorre migliaia di chilometri ogni anno per i suoi impegni: scegliere un’auto elettrica è stato un investimento consapevole sulla sostenibilità», dicono infatti in curia. Ma si capisce: è un «investimento consapevole», una scelta che punta alla «sostenibilità» e anche «all’efficienza», un modo per adeguarsi all’enciclica Laudato Si’ e far trionfare la chiesa verde, se non al verde, un inno alla catechesi gretina ed ecochic. Ora sarà l’ispettore del Vaticano a dire se queste spiegazioni sono sufficienti e se il vescovo simil Fratoianni può continuare a guidare la Chiesa di Alessandria. Nel frattempo, però, anche monsignor Gallese non può fare a meno di ammettere, tramite il suo portavoce, che può «fare impressione vedere un vescovo su un mezzo simile, spesso associato al lusso». In effetti: può fare impressione, soprattutto se il mezzo simile «spesso associato al lusso» lo si parcheggia, a mo’ di sfregio, davanti alla mensa dei poveri. Non è roba da vescovi. È roba da fuori di Tesla.
È piacevole e rassicurante avere delle certezze. E se oggi abbiamo una certezza granitica è che - a prescindere da quanto accade nel mondo, dagli orientamenti politici delle nazioni e dalle sensibilità dei cittadini - l’Unione europea continuerà ad agire come un organismo promotore della distopia a ogni livello.
Lo conferma la nuova strategia antirazzismo Europa appena adottata dalla Commissione Ue che si propone di creare «un’Europa libera dal razzismo, in cui le persone possano prosperare, partecipare pienamente alla società e contribuire alla sua stabilità e prosperità». Come spiega il comunicato ufficiale, l’Ue farà di tutto per opporsi a quello che definisce «razzismo strutturale» (cosa di cui è già piuttosto difficile provare l’esistenza). A tale fine il quadro legislativo «per contrastare l’incitamento all’odio e i reati generati dall’odio sarà rafforzato, in particolare conferendo potere alle persone, garantendo i diritti delle vittime attraverso la legislazione vigente dell’Ue, come la direttiva sui diritti delle vittime, e prendendo in considerazione l’armonizzazione delle definizioni di reati generati dall’odio online, nel pieno rispetto della libertà di espressione. La strategia sosterrà inoltre gli organismi per la parità negli Stati membri affinché svolgano il loro lavoro essenziale, garantendo il rispetto delle norme». Al solito, dietro i toni pomposi si cela la brama autoritaria. Da anni, la presunta lotta contro l’odio e l’attenzione ai reati ad esso connessi (i cosiddetti hate crimes) è la principale scusa utilizzata per controllare, sorvegliare e censurare. Attività che la Commissione Ue sembra voler implementare. «Proteggere le persone dai crimini d’odio e dall’incitamento all’odio è al centro dell’agenda antirazzismo dell’Ue», si legge nel documento illustrativo della strategia antirazzista. «La Commissione incoraggia gli Stati membri a migliorare la raccolta di dati sui crimini d’odio e ad ampliare la formazione per le autorità giudiziarie e di polizia sui reati d’odio, compresi i pregiudizi razziali. Per rafforzare il quadro di diritto penale dell’Ue contro i reati d’odio, la Commissione ha proposto una decisione del Consiglio che aggiunge i discorsi d’odio e i crimini d’odio all’elenco dei “reati dell’Ue”. Questa decisione consentirebbe alla Commissione, in una seconda fase, di rafforzare il quadro giuridico per contrastare l’incitamento all’odio e i crimini d’odio. [...]. La Commissione sta inoltre contribuendo a migliorare le risposte agli episodi di crimini d’odio e incitamento all’odio, sostenendo le autorità degli Stati membri responsabili della salvaguardia degli spazi pubblici, compresi i luoghi di culto, in linea con la strategia di sicurezza interna dell’Ue per la protezione dell’Ue».
Chiaro no? Bisogna perseguire con più forza non solo i crimini di odio, ma pure l’incitamento all’odio. Tradotto: più sorveglianza, più controllo delle opinioni, più restrizioni alla libertà di pensiero. Particolare attenzione, non a caso, sarà data ai crimini di odio commessi online. «Il Digital Services Act (Dsa) impone ai servizi digitali di contrastare i contenuti illegali e salvaguardare i diritti fondamentali», leggiamo. «La Commissione continuerà a monitorare e far rispettare il Dsa e, insieme al Digital Services Board e alle parti interessate, monitorerà e sosterrà regolarmente l’attuazione del Codice di condotta volontario per contrastare l’illecito incitamento all’odio online». Niente male: bisogna essere spietati verso chi scrive cattiverie online. Alla repressione si aggiunge ovviamente la rieducazione: studenti, lavoratori e giornalisti saranno destinatari di numerose iniziative «formative» per contrastare il razzismo. Si legge nella strategia antirazzista che «nell’ambito del Piano d’azione per l’istruzione digitale, le Linee guida aggiornate per insegnanti ed educatori sulla lotta alla disinformazione e la promozione dell’alfabetizzazione digitale forniranno indicazioni pratiche su come promuovere al meglio la tolleranza e l’inclusione nel mondo online. La Commissione continuerà inoltre a promuovere la resilienza della società attraverso azioni di sostegno all’alfabetizzazione mediatica e collaborando con i firmatari del Codice di condotta sulla disinformazione per migliorarne l’attuazione e ridurre la diffusione della disinformazione virale, anche in relazione al razzismo e all’odio online». E dato che anche il «ruolo dei media è fondamentale nel plasmare la rappresentazione delle persone che potrebbero essere colpite dal razzismo», la Commissione Ue «organizzerà un ciclo di seminari dedicati alla lotta al razzismo nei media, compresi i social media, riunendo giornalisti, organizzazioni della società civile e rappresentanti delle comunità colpite dal razzismo. La Commissione lancerà inoltre una campagna di comunicazione a livello dell’Ue sull’Unione per l’uguaglianza per coinvolgere il pubblico, promuovere l’inclusione e combattere la discriminazione».
Ma non sono soltanto studenti, insegnanti e cronisti a doversi mobilitare: «Gli sforzi antirazzisti saranno ancora più radicati nella vita di tutti i giorni, in tutta la società. Sarà lanciata una campagna a livello dell’Ue sull’uguaglianza per sensibilizzare e coinvolgere i cittadini di tutta l’Ue al fine di promuovere l’inclusione. Le iniziative in corso contribuiranno a garantire la parità di accesso in settori chiave quali l’istruzione, l’occupazione, l’alloggio e l’assistenza sanitaria. Ad esempio, la Commissione sosterrà gli Stati membri nell’eliminare i pregiudizi nelle pratiche sanitarie e nel migliorare l’accesso alle opportunità di lavoro. Condurrà inoltre uno studio per valutare i rischi e le soluzioni in termini di alloggi per i gruppi più vulnerabili. La strategia contribuirà inoltre a migliorare la raccolta, l’analisi e l’uso dei dati sull’uguaglianza, in linea con i quadri legislativi nazionali, al fine di comprendere e affrontare meglio la discriminazione».
Sarà combattuta, pensate un po’, persino la discriminazione causata dall’intelligenza artificiale: «L’applicazione della direttiva sull’uguaglianza razziale sarà valutata nella quarta relazione che sarà pubblicata nel 2026. La relazione si concentrerà in particolare sull’applicazione e sull’applicazione degli strumenti di Ia laddove possano causare discriminazioni basate su algoritmi».
Per tutti questi nobili scopi verrà ovviamente spesa una montagna di soldi. Leggiamo, tra le altre cose, che «la Commissione si impegna a sostenere le organizzazioni della società civile, l’attivismo di base e la sensibilizzazione contro il razzismo, soprattutto perché i loro finanziamenti sono sempre più ridotti. Ciò avviene principalmente attraverso il programma Cerv. [...] Nell’ambito del nuovo programma AgoraEe, la Commissione ha proposto un bilancio di 3,6 miliardi di euro per la componente Democrazia, Cittadinanza, Uguaglianza, Diritti e Valori (Cerv+), più che raddoppiando il bilancio del programma Cerv». Davvero meraviglioso.
Intendiamoci: non c’è nulla di male nell’intenzione di contrastare discriminazioni e violenze. Il punto è che l’Ue dimostra di avere una strana idea delle discriminazioni. Meglio: sembra ritenete che esistano forme di razzismo che vanno eliminate e altre di cui ci si può allegramente disinteressare. «La strategia antirazzismo dell’Ue 2026-2030», leggiamo nel documento, «mira a combattere tutte le forme di razzismo, compresi il razzismo antinero, l’antiziganismo, l’antisemitismo, il razzismo antiasiatico e l’odio antimusulmano. A tal fine, la Commissione sosterrà gli Stati membri nell’attuazione delle loro politiche, misure e piani nazionali e adotterà misure laddove le leggi antidiscriminazione non siano rispettate». Notate qualcosa? Praticamente vengono elencate tutte le forme di odio tranne quella nei riguardi dei cristiani europei. Anzi, viene da dire che il documento della Commissione Ue dipinga indirettamente gli europei autoctoni come razzisti e odiatori. Se le vittime di odio sono musulmane, africane e asiatiche, beh, significa che qualcuno le odia e quel qualcuno non può che essere bianco europeo. Si potrebbe anche rilevare che la lotta all’antisemitismo e la lotta all’islamofobia si escludano l’una con l’altra, ma non vale la pena di perdere tempo con la logica. È evidente che siamo di fronte a un delirio ideologico senza speranza. E potremmo persino riderne se non fosse che questo orrore ci costerà un mucchio di soldi e limiterà ulteriormente la libera espressione.
Oltre il danno, la beffa. Ieri, il tribunale del riesame di Torino ha disposto la revoca degli arresti domiciliari a cinque ragazzi del liceo Einstein di via Bologna che avevano aggredito alcuni militanti della sezione D’Annunzio di Gioventù nazionale. Era lo scorso ottobre e i giovani di Fratelli d’Italia stavano distribuendo alcuni manifesti contro la «cultura» maranza davanti al liceo. Un’attività che svolgono abitualmente e senza alcun problema. Ma non quella volta. Quel 27 ottobre, infatti, sono stati assaltati da alcuni militanti di Askatasuna che prima li hanno insultati e poi aggrediti. Arrivano le forze dell’ordine ma i baby antagonisti non si fermano, aggredendo anche loro. Finita qui? Non proprio. Perché in Italia le manifestazioni per la Palestina si moltiplicano, in particolare a Torino. A sventolare le bandiere verdi, rosse, bianche e nere ci sono antagonisti, frequentatori dei centri sociali, maranza e casseur. Tra questi, anche i cinque protagonisti dei fatti del liceo Einstein che, ancora una volta, aggrediscono le forze dell’ordine e lanciano oggetti di ogni tipo. Finiscono agli arresti domiciliari, ma ci restano ben poco. Solamente qualche mese. E questo non perché sia cambiata la loro posizione. Non perché siano emerse prove in grado di mitigare la pena. Ma semplicemente per un vizio di forma, perché non è stato fatto l’interrogatorio preventivo, ritenuto necessario in tal caso dal giudice del riesame. Per Raffaele Marascio, capogruppo di Fratelli d’Italia in Circoscrizione 4 a Torino, «il codice di procedura penale è chiaro: l’interrogatorio preventivo non è obbligatorio quando sussiste il concreto rischio di reiterazione del reato, nel caso in cui questo venga commesso con l’uso di armi o mezzi atti a offendere. Ed è qui che emerge il nodo centrale. Quegli oggetti - aste di bandiera, oggetti lanciati, sellini - nel contesto di scontri di piazza sono strumenti lesivi, assimilabili ad armi improprie. Proprio per questo, il giudice avrebbe dovuto valutare e confermare le esigenze cautelari».
Eppure questo pare non bastare, tant’è che adesso i cinque non dovranno più restare agli arresti domiciliari. Per Marascio, «la presunzione di non colpevolezza è uno dei principi cardine del nostro ordinamento. Ma il garantismo non può trasformarsi in rinuncia alla tutela dell’ordine pubblico. Quando la legge offre strumenti per prevenire la reiterazione di condotte violente e questi strumenti non vengono applicati, è legittimo e doveroso sollevare delle criticità, in questo caso evidenti. È necessario denunciare questo paradosso: soggetti ritenuti pericolosi, protagonisti di violenze con mezzi lesivi, rimessi in libertà alla vigilia di nuove tensioni di piazza. Una contraddizione che rischia di incidere sulla sicurezza dei cittadini e delle stesse forze dell’ordine».
In questi giorni io e la mia famiglia siamo stati travolti da una valanga di emozioni e di vicinanza: una partecipazione così ampia e sincera da farmi vivere momenti quasi surreali, come se stessi sognando. Prima di proseguire con questa lettera, che scrivo con il cuore di un umile servitore dello Stato, sento il dovere di chiarire alcuni aspetti, al fine di evitare interpretazioni diverse da quelle dettate esclusivamente dai miei autentici sentimenti. Nonostante la sentenza di primo grado che mi ha visto condannato a tre anni di reclusione, cinque anni di interdizione dai pubblici uffici e al pagamento di una provvisionale di circa 140.000 euro, la fiducia che ripongo nella magistratura non si è mai interrotta.
Non posso nascondere che, dopo la lettura della sentenza, il mio corpo è stato attraversato un senso di vuoto e da un profondo disorientamento, tanto che, insieme a mia moglie, siamo usciti dall’aula per restare abbracciati, soli, nel nostro triste silenzio. Sentimenti umanamente inevitabili, che tuttavia non hanno mai incrinato il rispetto razionale e profondo che nutro per le istituzioni. Alla magistratura rinnovo la mia deferente stima, con l’auspicio che nei prossimi gradi di giudizio possa emergere la legittimità della mia azione.
Per un carabiniere, accettare una sentenza senza alcuna critica rappresenta un dovere morale, prima ancora che giuridico, nel quale continuo a riconoscermi. In questo percorso complesso, segnato da prove difficili che, purtroppo, coinvolgono anche i miei affetti più cari, non è mai venuto meno il sostegno umano e professionale di chi, insieme a me, condivide ogni giorno il senso del servizio. Tra questi vi sono tutti i colleghi del Nucleo Radiomobile di Roma, con i quali ho vissuto successi e sconfitte, momenti belli e difficili, sempre uniti da uno spirito di corpo autentico e profondo, che non mi ha mai fatto sentire solo. Con gli stessi sentimenti rivolgo un sincero ringraziamento a tutti i miei comandanti, a ogni livello della scala gerarchica, sino ai vertici dell’istituzione, che sotto il profilo umano non mi hanno mai fatto mancare vicinanza e sostegno. Un sentito grazie va inoltre a tutte le donne e a tutti gli uomini in uniforme del comparto sicurezza, difesa e soccorso pubblico che, pur indossando divise di colori diversi, sono accomunati da un unico denominatore: servire la Patria al fianco del cittadino. Ho avvertito la loro corale vicinanza, espressa con equilibrio, professionalità e senso dello Stato, elementi che hanno contribuito ad alleggerire il peso della mia delicata posizione giuridica determinata dalla condanna.
Rinnovo un profondo ringraziamento, anche a nome della mia famiglia, al ministro della Difesa Guido Crosetto. La sua telefonata inaspettata mi ha fatto percepire, seppur idealmente, l’intensità di un abbraccio andato ben oltre il ruolo istituzionale ricoperto. Le sue parole riecheggiano nella mia mente e resteranno custodite gelosamente nel mio cuore per tutta la vita.
Un grazie speciale consentitemi di rivolgerlo al mio fratello d’armi Lorenzo, che per un vero miracolo oggi è ancora tra noi... In quell’androne tetro, tra ombre minacciose e il pericolo imminente, stava al mio fianco, pronto a difendere ciò in cui si crede profondamente: valori che nessun verbale potrà mai raccontare, nessuna aula di giustizia contenere, ma che solo chi li vive può comprendere fino in fondo. Sono sentimenti che ti donano il coraggio di vincere la paura quando tenta di prendere il sopravvento.
L’urlo di Lorenzo, che faceva eco e squarciava il silenzio in quel palazzo inanimato, e il suo corpo che si accasciava con la mano al fianco, mi hanno fatto temere di non poterlo mai più abbracciare da vivo. Poi il colpo di pistola e il buio, istanti che, come un sipario di angosce e incertezze, hanno sigillato quella scena nella mia memoria per sempre. Mentre per il carabiniere quella volta la sorte era stata benevola, un altro uomo stava perdendo la vita sotto i nostri occhi. Se da un lato ringraziavo Dio per la salvezza di Lorenzo, dall’altro lo pregavo, con tutta l’anima, che l’uomo a terra, ancora con l’arma bianca stretta in pugno, potesse trovare una possibilità di sopravvivere... Purtroppo non è stato così.
Ringrazio l’Italia intera, i tanti cittadini senza volto che non potrò mai ringraziare di persona, i miei parenti e i tanti amici, vicini e lontani, per l’affetto e per il contributo straordinario che è stato realizzato in favore dei tanti Marroccella che, lontani dai riflettori, continuano a sperare di poter dimostrare la loro innocenza. Un risultato che, soprattutto grazie ai tanti lettori del quotidiano La Verità, ha consentito a molti cittadini di conoscere il mio caso e di partecipare a una raccolta fondi che sarà destinata anche ad aiutare altri colleghi che, nell’esercizio delle loro funzioni e nell’adempimento del dovere, stanno affrontando un processo con la speranza di poter dimostrare la loro innocenza, scaturita da fatti maturati in contesti difficili e concitati, spesso complessi da ricostruire per la loro natura irripetibile. Se l’affetto e la vicinanza dei colleghi non mi sono mai mancati, ciò che non mi aspettavo è stato lo straordinario sostegno dei cittadini: un segnale forte il loro che va oltre la solidarietà e che rafforza in me la convinzione di aver sempre servito lo Stato e il cittadino con onore, lealtà e senso del dovere. A tutti loro dedico queste parole con riconoscenza e rispetto, certo che la verità fattuale, nel tempo, saprà trovare il proprio percorso di giustizia.
Chiudo ringraziando mia moglie, una donna straordinaria, che oltre a darmi la forza si prende cura dei nostri figli di 12 e 14 anni, raccontando loro che il papà non pregiudicato, ma un carabiniere che ha fatto il suo dovere e presto tornerà sulla sua gazzella, pronto a tendere la mano a chi ha bisogno e a correre per salvare una vita.









