Ovunque si cerchi di parlare di remigrazione scattano richieste di censura, intimidazioni e minacce. A Milano è prevista una manifestazione dei patrioti europei per sabato 18 e da giorni i centri sociali promettono di accerchiare l’evento e di togliere ogni spazio alla destra, cosa che però non sembra aver generato particolare sdegno o allarme: a parti invertite fioccherebbero comunicati stampa ed editoriali indignati, ma finché i toni minacciosi provengono da sinistra a quanto pare tutto va bene.
Nel frattempo a Bondeno, in provincia di Ferrara, si è tenuto un incontro promosso dal comitato remigrazione, e di nuovo tutti i progressisti si sono scatenati. Sono arrivate le immancabili richieste alle istituzioni di impedire l’iniziativa, la Cgil ha dato in escandescenze, è stato organizzato un presidio di protesta contro l’evento. Tutto legittimo, per carità: mai una volta, però, che qualcuno da sinistra scelga la via del dialogo e non quella dell’attacco frontale o del tentativo di oscuramento. Del resto i primi a dare l’esempio sono stati i parlamentari di sinistra che hanno fisicamente impedito la conferenza sulla remigrazione alla Camera dei deputati, gesto nobile che è costato cinque giorni di sospensione a 22 deputati, di cui dieci del Pd, otto del Movimento 5 stelle e quattro di Avs. Altri dieci deputati, di cui cinque del Pd e cinque del Movimento 5 stelle, si sono presi quattro giorni di sanzione. E sono ancora lì che gridano contro il fascismo e l’ingiusta punizione.
In estrema sintesi, secondo il pensiero buonista dominante, la remigrazione è tema proibito, proibitissimo. Anche se non prevede alcuna deportazione o discriminazione, bensì un aiuto economico agli stranieri per il rimpatrio volontario, cosa che per altro è già messa in pratica dall’Italia e da altre nazioni europee. In compenso, però, l’immigrazione di massa che continua a produrre morti, sfruttamento e disagi sociali può essere non solo promossa ma pure celebrata in ogni modo.
Piccolo esempio. Giusto un paio di giorni fa, nella prestigiosa sede della Radio Vaticana è stato presentato il Festival della Migrazione, in programma dal 5 al 15 novembre di quest’anno in varie città italiane. Per questa edizione il titolo sarà: «Donne migranti - Vite in movimento tra diritti, cittadinanza, lavoro e culture». Edoardo Patriarca, presidente dell’associazione che gestisce la kermesse, ha spiegato che «il Festival è un’esperienza che continua e un progetto culturale, sociale e politico diffuso sul territorio. Culturale perché tratta i temi del diritto alla mobilità, un’esperienza che è parte integrante della natura umana; sociale perché guarda alla realtà del nostro Paese così come è: multiculturale, multireligioso, multietnico, per costruire una convivialità delle differenze senza dimenticare le tradizioni. Politico, in quanto i flussi migratori sono un fenomeno strutturale che non deve essere affrontato con emergenza, barriere e paure, ma con politiche lungimiranti e orientate al futuro». Ecco, questa è la retorica che bisogna utilizzare quando si parla di immigrazione: bisogna celebrare il multiculturalismo, sostenere che agli sbarchi tocca abituarsi, spiegare che lo spostamento è un diritto. Mai che si faccia cenno a tutti gli orrori e le sofferenze che tale meccanismo produce. Del resto se si dovesse parlare del lato oscuro dell’immigrazione mica si potrebbero organizzare festival e altre belle iniziative con ricchi premi e cotillons. Sappiamo come funziona ormai da anni: la celebrazione delle migrazioni è divenuta essa stessa un business, e ci sono professionisti della propaganda che ne traggono sostentamento e beneficio.
Il Festival della migrazione, per altro, gode del sostegno di numerosi enti pubblici e privati. L’edizione 2025 è stata foraggiata dalla Regione Emilia Romagna e ha avuto il patrocinio di parecchi comuni emiliani, oltre a vantare la collaborazione di atenei prestigiosi: Firenze, Padova, Bologna, Ferrara. Poi ci sono gli immancabili aiuti di banche e fondazioni. Chiaro: basta accodarsi al pensiero dominante e arrivano fondi, spazi e applausi. Che i vari profeti dell’accoglienza usano a proprio vantaggio soprattutto per mandare messaggi politici.
Alla presentazione del festival migratorio, tanto per fare un esempio, ha preso la parola il presidente della Fondazione Migrantes, monsignor Giancarlo Perego, arcivescovo di Ferrara-Comacchio e Abate di Pomposa, che come ogni volta se l’è presa con il governo e pure con le autorità europee tra cui Frontex.
«L’azione di Frontex che doveva essere un’azione di supporto al soccorso, in realtà sta diventando di supporto a quegli accordi con la Libia e con la Tunisia e quindi ai respingimenti», ha detto, «mentre stiamo vedendo come il soccorso sia ancora un’emergenza grave. Così come emergenza grave sono mille morti in tre mesi che non si sono mai avuti dal 2017, quando erano 36.000 le persone che attraversavano il Mediterraneo. Lasciar morire la gente, come abbiamo visto in questo triduo pasquale, in mare è certamente un fatto vergognoso per la politica europea, ma anche per l’Italia». A parte che Frontex servirebbe a proteggere i confini europei e non ad altro, ci si chiede che bisogno ci sia di un festival della migrazione quando Perego e gli altri che la pensano come lui possono esternare il loro pensiero ogni giorno e praticamente ovunque. Se ne deduce che per la propaganda c’è sempre spazio. I problemi sorgono quando emerge un pensiero radicalmente alternativo come quello della remigrazione.
Daniele Calenda, ciociaro doc (è nato a Frosinone sessant’anni fa), entra in polizia nel 1987 come agente ausiliario. Nel 1995 diventa vicecommissario e due anni dopo entra nella Digos. Dirige quelle di Verona, Vicenza e Venezia, dove, sotto la sua guida, nel 2017 viene disarticolata una cellula jihadista di kosovari che stava progettando un attentato tra le calli.
Le indagini sull’attentato anarchico alla sede della Lega di Villorba (Treviso), nel 2018, portano all’arresto e alla condanna del noto anarchico spagnolo Juan Antonio Sorroche. Nel 2024, mentre coordina la Digos di Milano, viene promosso dirigente superiore e trasferito alla Direzione centrale della Polizia di prevenzione con i galloni di direttore del Servizio di contrasto all’eversione e al terrorismo interno.
Dottore, il 18 aprile la Lega ha organizzato una manifestazione per la remigrazione, ma il movimento antagonista annuncia le barricate per rendere impossibile l’evento. Siete preoccupati?
«Per ora non ci sono evidenze di rischi seri, ma è certo che è partito un tamtam per la mobilitazione. Nei prossimi giorni capiremo quale livello di allarme dovremo fronteggiare».
Anche nel fronte «remigrazionista» c’è qualche testa calda?
«Tale tematica, sino a oggi, è stata sostenuta in piazza, da Piacenza a Prato, da soggetti legati all’estrema destra, personaggi che monitoriamo, anche se con le sezioni che si occupano di “movimentismo” e non di terrorismo. Mentre quella del 18 sarà una manifestazione totalmente diversa, essendo organizzata da un partito di governo, la Lega, e dal suo leader».
Nell’estrema destra non registrate rischi eversivi?
«Non sono più gli anni ’70. Casapound, Forza nuova, il Veneto fronte skinheads, la Rete dei patrioti, sono gruppi che in piazza destano meno preoccupazione. È difficile che cerchino lo scontro con le forze dell’ordine. La nostra attenzione resta, comunque, massima, dal momento che non si possono escludere derive di natura eversivo-terroristica».
Nel 2023 alcuni militanti neofascisti hanno devastato la sede della Cgil…
«E la risposta dello Stato, come era giusto che fosse, è stata durissima».
Forse lo è meno quando i disordini vengono provocati da gruppi antagonisti, come i militanti del centro sociale torinese Askatasuna…
«Per quanto li riguarda, recentemente, c’è stato un evento che ha rappresentato un punto di non ritorno, un momento di rottura con la società civile».
A che cosa si riferisce?
«Dopo lo sgombero del 18 dicembre, deciso a seguito della violazione del patto di collaborazione e legalità siglato con il Comune, c’è stata la tumultuosa manifestazione di protesta del 31 gennaio. L’occupazione della redazione del quotidiano La Stampa e i gravi episodi di violenza urbana, tra cui l’incendio di un mezzo della Polizia e il selvaggio pestaggio subito da alcuni agenti, hanno determinato una cesura: oltre alle inevitabili condanne da parte del mondo politico, anche diversi centri sociali hanno cercato di marginalizzare Askatasuna per evitare altri sgomberi».
Con risultati concreti?
«Durante la manifestazione nazionale promossa dalla rete “No Kings” dello scorso 28 marzo a Roma, è apparsa evidente la volontà di isolare la componente di Askatasuna e di non concedergli la “testa” e, dunque, il controllo, del corteo, al fine di evitare violenze strategicamente controproducenti».
Quindi l’epoca di Askatasuna è finita?
«Non ne sarei certo. Nonostante il calo del consenso sociale, ha saputo internazionalizzare la propria agenda, anche grazie all’appoggio di antagonisti provenienti dall’estero, soprattutto dalla Francia, e ha assunto un ruolo centrale nella mobilitazione pro-Palestina».
Per due anni Askatasuna è stato il motore delle proteste contro gli accordi di cooperazione tra gli atenei torinesi e le istituzioni di ricerca israeliane...
«Forte di queste imprese continua a tenere le redini dell’antagonismo torinese e della battaglia No Tav in Val di Susa. I prossimi 24 e 25 aprile, in occasione della festa della Liberazione, è già prevista la loro adesione, attraverso lo “Spezzone Torino partigiana”, ai due cortei cittadini. Per quanto riguarda la Val di Susa, sono ripresi dallo scorso week-end di Pasqua i campeggi nei pressi dei cantieri dell’Alta velocità, organizzati dai collettivi studenteschi, l’ala giovanile di Askatasuna, sfociati negli ormai consueti danneggiamenti e scontri con le forze dell’ordine poste a presidio dei cantieri».
Veniamo agli anarco-insurrezionalisti: nelle ultime settimane si sono resi protagonisti di diversi sabotaggi alla rete ferroviaria in occasione delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina e ha destato scalpore la morte, avvenuta lo scorso 19 marzo, di Sara Ardizzone e del compagno Alessandro Mercogliano, uccisi dalla deflagrazione di un ordigno che stavano fabbricando…
«Nei giorni successivi, sui siti d’area anarchica sono stati pubblicati documenti che ne esaltavano le figure, definendoli “esempio luminoso dell’inestricabile connubio tra pensiero e azione che ispira l’anarchismo dei rivoluzionari fino all’ultimo istante della loro vita, e nella morte”».
I due stavano preparando un manufatto micidiale a pochi metri dal suo ufficio…
«Non sappiamo ancora che cosa contenesse la bombola, oltre alla polvere pirica. La Procura di Roma, che coordina le indagini, è in attesa dei risultati delle analisi. Ma riteniamo che l’obiettivo dell’attentato non fosse distante dal “laboratorio” improvvisato dentro a un cascinale abbandonato. Infatti, solitamente, per evitare inutili rischi di trasporto, i target sono vicini al luogo in cui vengono assemblate le “bombe” artigianali».
L’ordigno puntava a uccidere?
«Non possiamo dirlo con sicurezza. Di certo l’esplosione che ha ammazzato i due militanti è stata potente e, secondo noi, la coppia era pronta a colpire quella notte».
I bersagli eravate voi poliziotti?
«Lì intorno eravamo l’obiettivo più plausibile e, comunque, il giorno in cui è accaduto l’incidente non era una data qualsiasi. Era la settimana di mobilitazione annunciata dagli anarchici greci in onore di un loro compagno morto in circostanze analoghe. Mi riferisco a Kyriakos Ximitris, deceduto ad Atene il 31 ottobre 2024 mentre era intento a fabbricare un ordigno in un appartamento. E che ci sia un filo rosso che unisce estremisti italiani e greci è confermato da alcuni recenti attentati compiuti nella capitale ellenica».
Può essere più preciso?
«Il 2 aprile la nuova sigla “Cellule di azione diretta - Nucleo Alessandro Mercogliano/Sara Ardizzone” ha rivendicato gli attacchi incendiari realizzati il 25 marzo ai danni dell’abitazione del rettore del Politecnico di Atene e di un agente della polizia antisommossa, individuati come simboli della violenza repressiva. Nello scritto si esorta a moltiplicare “i focolai della resistenza dinamica” e armata, onorando “la memoria e le scelte dei nostri compagni caduti”. Non basta. In Grecia si stanno intensificando azioni esplosive o incendiarie ai danni di appartenenti alle forze dell’ordine, che, sovente, sono stati rivendicati con documenti che richiamano i due caduti italiani, oltre che i compagni greci».
La pratica violenta insurrezionale è stata codificata a inizio millennio dal documento programmatico della Federazione anarchica informale, diramato dopo l’«Operazione Santa Claus», che aveva preso di mira con bombe carta e ordigni personalità e istituzioni dell’Unione europea, a partire da Romano Prodi…
«Da allora è passata molta acqua sotto i ponti. L’apice di quella strategia è stato il 7 maggio 2012, quando Alfredo Cospito e il compagno Nicola Gai hanno gambizzato l’ad di Ansaldo Nucleare Roberto Adinolfi. È questo l’unico caso recente in cui gli anarchici hanno utilizzato un’arma da fuoco. Cospito, riconosciuto come ideologo della Fai, è stato condannato per terrorismo in via definitiva. Le parole d’ordine sue e dei suoi seguaci sono state subito chiare: “Agire qui e ora anche a costo della propria e altrui vita” e che “spargere il terrore tra gli uomini e le donne di potere è cosa buona e giusta”. Il messaggio è diventato presto globale e intorno ad esso si è coagulato il Fronte rivoluzionario internazionale, che ha attecchito in diversi Paesi, dalla Grecia (dove è nata la compagine terroristica della “Cospirazione delle cellule di fuoco”), alla Spagna, dalla Francia all’America latina. Ma oggi anche in Germania questo movimento si sta pericolosamente diffondendo».
La Fai esiste ancora?
«Non ce n’è più bisogno. L’internazionalizzazione della lotta è diventata irreversibile e l’attacco allo Stato è un franchising che chiunque può avviare da casa propria».
La violenza resta, però, il marchio di fabbrica…
«Il modus operandi prediletto rimane quello della “doppia o tripla bomba”, con deflagrazioni programmate a breve distanza tra loro: l’effetto voluto, detto call-back, è quello di colpire, anche in modo letale, gli operatori intervenuti sul luogo dell’attentato».
Cambiamo argomento: che cosa si sa dei foreign fighters italiani impegnati in Ucraina?
«Dal 2022 monitoriamo con attenzione le partenze verso il Donbass. I soggetti interessati, per lo più giovani tra i 20 ed i 40 anni, hanno orientamenti ideologici in prevalenza di estrema destra, ma sono partiti anche combattenti vicini agli ambienti dell’antagonismo. La maggior parte di quelli di estrema destra tende ad arruolarsi con gli ucraini, mentre quelli di estrema sinistra con i russi, che, però, godono anche delle simpatie di Forza nuova».
Di quanti «guerriglieri» stiamo parlando?
«Abbiamo quantificato in un’ottantina il numero dei combattenti/reclutatori e, a quanto ci risulta, di questi sono morti 10 filo-ucraini e quattro filo-russi. Quattordici, invece, sono rientrati in Italia».
Si parla tanto della fascinazione dei giovanissimi per il suprematismo bianco…
«È un fenomeno che prendiamo molto sul serio, anche perché negli Stati Uniti il gruppo The Base è stato riconosciuto come organizzazione terroristica. Tale ideologia attira, con i suoi simboli facili e i messaggi violenti, molti ragazzini che vengono coinvolti attraverso chat criptate come quelle di Telegram. Si formano in questo modo realtà virtuali magmatiche difficili da intercettare e in cui può germogliare il gesto insano di un minore. Per esempio il tredicenne che ha ferito alla gola l’insegnante ha usato metodi tipici dello “school shooting” di origine Usa, dalla diretta video al manifesto programmatico. Noi abbiamo fermato quasi una cinquantina di giovani che sembravano pronti all’azione. In questi casi tendiamo a intervenire il prima possibile e a coinvolgere le famiglie, nella maggior parte dei casi del tutto ordinarie, per evitare la realizzazione di azioni violente».
Analizzando questo campione che cosa avete notato?
«Che l’ideologia è una scusa. Il collante è la passione, stimolata dai videogiochi, per la violenza fine a sé stessa. Abbiamo scoperto ragazzini che avevano visto decine di volte filmati di sgozzamenti realizzati dall’Isis, come se fossero virtuali».
Dunque è vero che c’è una saldatura tra suprematismo ed estremismo islamico?
«Più che una saldatura, hanno un obiettivo comune. Infatti, razzisti e jihadisti hanno lo stesso nemico: gli ebrei».
L’antisemitismo è un elemento che aveva già unito nazisti e mondo arabo ottant’anni fa…
«È così e gli effetti di questi messaggi sulle menti dei giovanissimi sono imprevedibili».
Da quanto tempo si sta diffondendo questa epidemia?
«Purtroppo molti ragazzi sono stati “infettati” durante il lockdown, quando sono rimasti isolati per mesi nelle loro camerette».
Ultima domanda: in questo clima di conflitto sociale permanente c’è la possibilità di vedere rinascere formazioni terroristiche armate come le Brigate rosse?
«Con questo nome non credo. Quella stagione, con il passaggio ufficiale del marchio da una generazione all’altra e relativa benedizione, è finita per sempre. Ma il mondo marxista-leninista non ha smesso di ribollire. E noi restiamo in allerta».
Un bilancio impietoso, stilato ogni giorno dalle associazioni civiche, da Curaa (Cittadini uniti per Roma, i suoi alberi e i suoi abitanti) di Jacopa Stinchelli a Italia nostra, che ha chiesto una moratoria dei cantieri della metro C per le archeo-stazioni «Chiesa Nuova» e «Castel Sant’Angelo». Si parla di circa 40.000 alberi abbattuti ma il conteggio potrebbe essere molto più alto perché il Comune, dopo essersi fatto sfuggire un bilancio ufficiale provvisorio di circa 17.000 fusti demoliti nei primi due anni di mandato di Gualtieri (che aveva promesso di piantare un milione di alberi), da settembre 2021 a settembre 2023, non fornisce più i dati e, alla richiesta di accesso agli atti, risponde che il sistema è in aggiornamento. Fatto sta che l’«ecocidio», come ormai lo definiscono le associazioni di cittadini, si fa sempre più intenso e ha colpito in maniera impressionante il centro storico della città, vetrina per i turisti che arrivano nella capitale pensando di villeggiare all’interno di un polmone verde. Ma non è così: dopo l’abbattimento selvaggio di pini secolari nella collina del Pincio ad aprile del 2024, il Comune è andato avanti tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 falcidiando 67 cipressi storici a Piazza Augusto Imperatore, accanto a via del Corso. L’intervento, sulla carta finalizzato al restauro e alla valorizzazione del monumento, ha suscitato polemiche per la rimozione del «bosco sacro» degli alberi centenari, gran parte dei quali - hanno denunciato agronomi indipendenti e cittadini - erano sani. Contro l’abbattimento massiccio si è schierato anche Andrea Carandini, archeologo e saggista italiano di fama internazionale, che già a novembre aveva denunciato l’abbattimento dei pini secolari accanto alla Torre dei Conti, parzialmente crollata a seguito dei lavori della metropolitana. A febbraio è toccato ad altri 12 pini secolari in via dei Fori Imperiali, la passeggiata che taglia il cuore archeologico di Roma, collegando Piazza Venezia al Colosseo, museo a cielo aperto di cui quegli alberi costituivano parte rilevante. Tra febbraio e marzo, è stato il turno delle tre paulonie secolari di piazza della Chiesa Nuova, proseguimento di Corso Vittorio, l’arteria che collega l’area archeologica di Largo di Torre Argentina al Vaticano: una delle tre specie aveva 300 anni. Alla potatura dei «tre alberi di Trilussa» sono scattate anche le denunce penali.
Pini, platani, cipressi, paulonie, lecci: la marcia delle motoseghe capitoline non si è fermata neanche davanti al Campidoglio, dove a febbraio sono stati fatti a pezzi altri due esemplari di pinus pinea, dopo quelli già abbattuti nel 2023 che erano finiti perfino nelle cronache del New York Times. A Piazza Pia, di fronte a Castel San’Angelo, è stato sradicato tutto: la veduta aerea è sconsolante e anche nell’area adiacente a piazza Adriana sono scomparse decine di lecci. Gli abbattimenti selvaggi colpiscono l’intera città e le periferie.
Il Comune di Roma si difende: sul sito si parla genericamente di alberi non sani, «morti in piedi», tesi discutibile considerato l’elevatissimo numero di abbattimenti. Non solo: molti abbattimenti avvengono in primavera, quando ogni operazione sarebbe vietata dalla legge 157/1992 che li proibisce in periodo di nidificazione. E quando non sono tirati giù, gli alberi di Roma sono spesso capitozzati, una tecnica esplicitamente vietata per legge dal Regolamento del verde pubblico, puntualmente disatteso. A marzo, l’associazione Curaa ha depositato un ricorso d’urgenza al Tar per chiedere una sospensiva cautelare degli abbattimenti nelle aree vincolate del Municipio 1 (centro storico). Ma il Tar non l’ha concessa, rinviando la decisione a mercoledì prossimo.
Jannik Sinner torna sul trono del tennis mondiale e lo fa vincendo uno dei tornei più prestigiosi della stagione sulla terra battuta. Nella finale del Masters 1000 di Montecarlo, l’altoatesino supera Carlos Alcaraz in due set, 7-6(5), 6-3, al termine di una partita lunga oltre due ore e combattuta soprattutto nel primo parziale. Un successo che vale il titolo e anche il ritorno al numero uno del ranking Atp.
La sfida si gioca in condizioni non semplici, con il vento a disturbare costantemente il ritmo degli scambi e a rendere complicato il controllo dei colpi. Il primo set è segnato da diversi errori, ma anche da una tensione evidente: i game scorrono senza un vero padrone, tra occasioni mancate e improvvisi cambi di inerzia. Sinner fatica a trovare continuità con la prima di servizio, mentre Alcaraz alterna soluzioni brillanti a passaggi a vuoto, soprattutto con il dritto. L’equilibrio resta intatto fino al 6-6, con entrambi costretti più volte ai vantaggi. Nel tie-break l’azzurro cambia passo: alza la qualità al servizio, prende l’iniziativa negli scambi e si costruisce due set point. Sul secondo, un doppio fallo dello spagnolo chiude il parziale dopo oltre un’ora di gioco. L’avvio del secondo set sembra premiare Alcaraz, più aggressivo in risposta e capace di strappare il servizio a Sinner nel terzo gioco. Il match, però, non prende la direzione che lo spagnolo sperava. Sinner resta lucido, non forza le soluzioni e torna subito in partita con un controbreak costruito sulla profondità dei colpi e su una maggiore solidità negli scambi lunghi. Da quel momento cresce progressivamente, mentre Alcaraz perde precisione e si espone a qualche errore di troppo, anche nei momenti in cui avrebbe la possibilità di consolidare il vantaggio. Il passaggio chiave arriva sul 3-3, in un game lungo e molto combattuto: Sinner si procura più di una palla break e alla fine riesce a convertire grazie a una risposta aggressiva seguita da un dritto decisivo. È lo strappo che indirizza definitivamente la partita. L’italiano, avanti nel punteggio, gestisce con attenzione i propri turni di servizio, senza concedere occasioni, mentre lo spagnolo fatica a rientrare. Nel nono game arriva la chiusura: Sinner sale rapidamente sul 40-0 e, alla prima occasione utile, archivia l’incontro con una prima vincente. È il punto finale di una partita meno spettacolare del previsto ma estremamente solida da parte di Sinner, capace di adattarsi alle condizioni e di leggere meglio i momenti del match. Per lui si tratta dell’ottavo titolo Masters 1000 in carriera, un traguardo che conferma la sua continuità ai massimi livelli.
A fine partita Sinner ha espresso tutta la sua gioia: «Non so da dove cominciare per commentare questa settimana. Sono venuto qui per accumulare più partite possibili in vista dei grandi tornei che si avvicinano e ho ottenuto un altro traguardo incredibile» - ha detto il tennista altoatesino - «Tornare numero 1 è importante per me, ma la classifica è secondaria, voglio vincere trofei». Il campione italiano ha poi aggiunto: «Ho cercato di restare lì mentalmente anche quando ero sotto, è stata una partita di alti e bassi per tutti e due, ma oggi non era semplice per il vento che continuava a cambiare. Questo torneo per me vuol dire tanto. Sono super super contento di avere almeno un trofeo come questo a casa». Il successo di Montecarlo ha anche un peso simbolico: Sinner interrompe la serie negativa contro Alcaraz sulla terra battuta e si riprende la vetta del tennis mondiale. Un segnale importante all’inizio della stagione sul rosso, proprio contro il rivale che negli ultimi anni lo aveva più spesso messo in difficoltà su questa superficie.










