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Ravenna, i conteggi dei medici no Cpr: «Ci siamo dentro, è una scelta etica»
Ansa
Le indagini sulle chat degli otto professionisti militanti e su 34 certificazioni di non idoneità fanno emergere una vera e propria mappatura dei migranti tolti di proposito dai centri: «Stiamo uniti, non succede nulla».

Le 34 certificazioni di non idoneità sanitaria al trattenimento in un Cpr analizzate dagli investigatori della squadra mobile di Ravenna e al centro dell’inchiesta sugli otto medici del reparto di malattie infettive del Santa Maria delle Croci, incrociate con le chat contenute nei telefoni sequestrati, sembrano mostrare una competizione neppure troppo silenziosa. Una specie di contabilità parallela. Un conteggio. Al quale seguiva un’esultanza. «Altre due da Ravenna!», scrive una delle dottoresse nel giugno 2024, ricevendo il pollice alzato da Nicola Cocco, infettivologo della Società italiana di medicina delle migrazioni. I messaggi scambiati tra medici e attivisti, letti uno dopo l’altro, sembrano restituire l’idea di un obiettivo comune: raggiungere, certificazione dopo certificazione, il numero maggiore di risultati rispetto alla campagna «No ai Cpr», sostenuta proprio dalla Società italiana di medicina delle migrazioni.

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  • La famiglia nel bosco paga il fatto di essere troppo bianca ed educata. Perché da noi ci sono toghe che tutelano gli stranieri violenti e assassini, non le persone normali.
  • Ieri sera Catherine Birmingham è stata invitata a lasciare la struttura che la ospitava. Il Tribunale: «Si illudeva di tornare a casa presto». Il premier: «Scelta ideologica». Lo strazio della figlia, avvinghiata alla gamba della donna.

Lo speciale contiene due articoli

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Il patriarcato diventa museo... dell’ipocrisia
Ansa
La mostra milanese sui soprusi maschili è la fiera dello stereotipo. Dalla donna che lava mentre l’uomo guarda la tv alle molestie in metro, denunciate senza citare l’immigrazione. Non pervenute le violenze sessuali del 7 ottobre e le sofferenze delle iraniane.

Lui avrà sei anni, la sorella dieci. Si fermano davanti all’installazione dei giocattoli creata per stigmatizzare le mortifere differenze di genere: da una parte una vettura gialla e tre soldatini, dall’altra una bambola, una tazzina da caffè stile signorina Felicita e uno specchio con cornice rosa. Tutto tristemente anni Sessanta. «La prevenzione primaria come politica di cambiamento culturale strutturale», recita la brochure che sta leggendo a voce alta il papà. Il bimbo osserva perplesso, poi dice alla sorella indicando macchinine e marines: «Questi sono per me, quelli per te». Un patriarca in erba, cominciamo male.

Senza saperlo, il Pierino sessista demolisce con una frase il messaggio politico di Mupa, la mostra sul patriarcato tossico organizzata da ActionAid in occasione della Giornata della Donna e allestita alla Fabbrica del vapore (Milano), con 27 fra cimeli, diorami e installazioni multimediali che dovrebbero simboleggiare la violenza maschile nella nostra società, e lo fa fra realtà, mistificazioni e ossessioni. Con un obiettivo: indicare la strada dell’uguaglianza di genere che sarà raggiunta - a Dio piacendo e a meno di scioperi - nel 2148. Non è una battuta perché la mostra, che dura fino al 21 marzo, chiude per 24 ore già domani per permettere alle indignate permanenti di «Nonunadimeno» di partecipare allo sciopero generale a favore delle donne, destinato a creare notevoli disagi a quelle che lavorano.

Non sembra un problema per Katia Scannavini, segretaria generale di ActionAid che presenta la kermesse, per Elena Lattuada, delegata per le Pari opportunità del Comune di Milano che la legittima a livello istituzionale e per le Bambole di pezza, gruppo punk-rock reduce dal Festival di Sanremo che fa da testimonial. Quisquilie, qui si vola alto e si stigmatizzano «comportamenti normalizzati e sottovalutati che costituiscono il terreno culturale su cui si radica e si riproduce la violenza». Come spesso accade, il problema è il minestrone narrativo, quell’ipocrisia conformista e progressista sintetizzata da Camille Paglia, lei sì rimasta guerriera: «Abbiamo trasformato le donne in eterne minorenni bisognose di tutela».

Sui due piani di Mupa la mescolanza è dadaista, sembra un pezzo di Concita De Gregorio. Ecco problematiche reali come il gender gap negli stipendi a parità di funzione (i cedolini rosa sono un’ingiustizia appesa al muro), ecco le ante sfondate che denunciano una violenza machista fuori dal tempo, ecco il video che rappresenta le spose bambine, in Africa, in Pakistan, nell’Asia profonda, non certo a Clusone o a Torre del Greco, a meno che non riguardino stranieri non integrati. Ecco pure il mansplaining paternalista: dibattiti tv su temi come aborto e disuguaglianza economica trattati solo da uomini, con in primo piano i malcapitati Bruno Vespa e Federico Rampini. Tematiche legittime, ineccepibili, drammatiche, confuse dentro una giungla di messaggi ambigui da caccia alle streghe femminista.

Due esempi surreali nell’Italia con il primo premier donna (guai a citarlo). Un’installazione mostra una ragazza in metro attorniata da due uomini, tipo interior designer uno e webmaster l’altro; sono intenti a molestarla. Scena che sottovaluta lo slancio quotidiano di immigrati dal testosterone fuori controllo, veri professionisti in quell’insopportabile approccio. Tra l’altro nei convogli c’è un aspetto qui non contemplato: la parità di fatto delle borseggiatrici con pancia finta, che non hanno bisogno di arrivare al 2148 per esercitare in pieno il matriarcato dello scippo.

Secondo esempio: un armadietto da palestra con scritte sconce indirizzate alle ragazze che fanno sport. Con un allarme: «Lo sport femminile è considerato di serie B e una donna su cinque rinuncia, vessata da provocazioni e violenze. Le Olimpiadi sono il trionfo del maschilismo competitivo». Nel santuario delle donne «cisgender e transgender, persone intersex e non binarie, lesbiche, bisessuali ed eterosessuali» però non c’è traccia della violenza più feroce, quella perpetrata dagli atleti trans che per anni hanno violentato i sogni sportivi delle ragazze rubando loro record e vittorie. Quanto ai Giochi «regno dei maschi», la smentita è nei numeri: le medaglie italiane più prestigiose a Milano-Cortina sono appese al collo di donne meravigliose, i volti di quei trionfi sono di Francesca Lollobrigida, Federica Brignone, Arianna Fontana che di mascolino non hanno niente.

Il viaggio milanese dentro la violenza di genere ha parecchi vuoti ideologici che urlano e ne deprimono l’obiettivo. Niente sulle violenze iraniane, niente sullo stupro di gruppo più criminale della storia recente, quello del 7 ottobre. In questi casi la sorellanza non è contemplata, le femministe non hanno nulla da obiettare. Sarebbe interessante sapere perché. Più facile rappresentare la donna italiana che spazza il tinello mentre il compagno divanato guarda la Champions circondato da bottiglie vuote di birra. Lo stereotipo è più rassicurante della realtà. Visto che la cronaca incombe, sarebbe nobile replicare la mostra a Teheran dove i «comportamenti tossici normalizzati» sono all’ordine del giorno.

Siamo sempre qui, coscienze inquiete a stipendio fisso. E dopo la mostra, mi raccomando, tutte alla manifestazione applaudita dalla sinistra dei diritti universali, a difesa del regime degli ayatollah che impicca le donne con il velo indossato storto.

Siamo al bivio: democrazia oppure magistratocrazia
iStock

Il 22 e 23 marzo gli italiani non decideranno solo se mantenere in vita oppure no la riforma Nordio. E nemmeno voteranno per mostrare o meno il gradimento verso il governo Meloni. No, il referendum servirà soprattutto a stabilire se l’Italia è ancora una repubblica democratica oppure se si avvia a diventare una repubblica giudiziaria. Boom. Lo so che qualcuno penserà che io l’abbia sparata grossa. Tuttavia, penso che la mia non sia un’esagerazione e vi spiego perché. Mai si era vista, neppure ai tempi di «Resistere, resistere, resistere», slogan coniato dal procuratore generale di Milano, Francesco Saverio Borrelli, durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario nel 2002, una tale mobilitazione del partito dei giudici. Mai avevo avuto la percezione così netta di un ordine dello Stato che si oppone a una riforma dello Stato. Il partito della magistratura, che per giunta non rappresenta tutta la magistratura ma soltanto la sua parte più estrema e radicale, si è messo alla testa di un movimento politico, radunando attorno a sé politici e professionisti, tra i quali una parte dell’avvocatura. Non sono il Pd o i 5 stelle a guidare l’opposizione alla riforma e al governo: è l’Anm, il sindacato delle toghe.

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La sinistra sfrutta l’allontanamento per attaccare e insultare la Meloni
Carlo Nordio (Ansa)
La Lega chiede a Carlo Nordio un’ispezione. RIccardo Magi delira: «Intimidazione da Palazzo Chigi».

Con una decisione a sorpresa, proprio nel giorno in cui sarebbero dovute iniziare le perizie psicologiche sui bambini, il Tribunale dei minori dell’Aquila ha disposto l’allontanamento della mamma dai «bimbi del bosco» e il contestuale trasferimento dei minori dalla casa famiglia in cui sono ospitati da quattro mesi.

Una decisione che ha scatenato una ridda di polemiche e il duro commento anche di Giorgia Meloni che ha attaccato i giudici. I figli «non sono dello Stato», ha scritto l’altro giorno sui social il premier, ma «delle mamme e dei papà e una magistratura che pretenda di sostituirsi a loro ha dimenticato i suoi limiti. Dove sarebbe il superiore interesse del minore, quando dei bambini vengono allontanati dal padre, poi dalla madre, per stare mesi e mesi in casa famiglia, sempre più soli, perché i giudici non condividono lo stile di vita della famiglia?».

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Ravenna Festival: Francesco, Dante e l’appello di Muti a tutti i cori d’Italia
L’1 e 2 giugno torna «Cantare amantis est». Jazz di lusso con Bollani, Rava e Metheny.

C’è un filo che parte da San Francesco e arriva a Giotto. E ce n’è un altro, più lungo, che dagli affreschi dedicati al Poverello d’Assisi nella Basilica di Santa Croce a Firenze raggiunge un protagonista della musica del Novecento come Paul Hindemith, il compositore tedesco che generò Nobilissima visione, «leggenda danzata» in sei quadri ispirata proprio da quella meraviglia. Ma ne esistono molti altri, infiniti. E forse non sono fili, ma raggi di luce. A suggerirlo è il genio di Dante, al quale bastano cinque parole, nell’undicesimo Canto del Paradiso, per descrivere l’impatto dell’alter Christus nella storia: «Nacque al mondo un sole». Da questo verso potentissimo riparte il Ravenna Festival, giunto alla sua trentasettesima edizione, che si aprirà il 21 maggio con il concerto di Anne-Sophie Mutter e della Royal Philharmonic Orchestra, diretta da Vasily Petrenko, proseguendo fino all’11 luglio con il coinvolgimento di oltre 1.000 artisti.

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Pure Kennedy si piegò alle fettuccine, mito nato nel Rinascimento
Ansa
Il grande Alfredo Di Lelio rese popolare in tutto il mondo un antico piatto della cucina romana. Che conquistò re e divi.

Marzo 1953, è l’ora di pranzo di un luminosissimo giorno di primavera. Alla porta del ristorante Il Vero Alfredo in piazza Augusto Imperatore, a due passi dall’Ara Pacis, si presenta un giovane senatore americano. Viene dal Massachusetts, ha 36 anni, è alto 1,83, ha personalità da vendere. Nel suo curriculum c’è anche una medaglia di eroe di guerra. È a Roma per capire gli italiani ma, soprattutto, vuol capire, attraverso gli italiani, i suoi connazionali. Perché da quasi 30 anni quel locale, quel nome, Alfredo, è una tappa obbligata per qualunque yankee arrivi a Roma? Dopo il Papa, per gli americani, viene Alfredo il cui nome spopola ancora oggi sui menu di pasta di tutti gli Usa (vedi La Verità 10 gennaio). Un penitente d’Oltreoceano nell’Anno Santo 1950, lascia scritto sul registro degli autografi: «Giorno memorabile! Al mattino l’udienza con il Papa e poi il pranzo da Alfredo!». Un altro commenta entusiasta: «Ho fatto 28.000 miglia per venire a Roma da Alfredo. Ne è valsa la pena».

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«Il futuro di Geox passa dal negozio fisico»
Francesco Di Giovanni @Max Montingelli
L’amministratore delegato del gruppo di Montebelluna Francesco Di Giovanni: «Ne abbiamo 600 in tutto il mondo, ci permettono un dialogo continuo con i clienti. Ci rivolgiamo alla classe media che vive un periodo di incertezza. Innovare senza perdere identità è fondamentale».
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