È dalla primavera del 2020 che su questo giornale abbiamo cominciato a spiegare i costi del Pnrr e smentire la leggenda della «pioggia di miliardi» e quindi non possiamo che accogliere con soddisfazione i dettagli forniti ieri dal quotidiano Milano Finanza. Che ci offre un primo quadro a consuntivo di quanto avevamo agevolmente previsto, in quasi splendida solitudine, sin dalla genesi del Next Generation Eu.
Scavando nelle centinaia di pagine dello stato di previsione del ministero dell’Economia, è emerso che gli interessi sui prestiti del Pnrr ricevuti dall’Italia (circa 81 miliardi sui 123 ottenibili) frazionati nelle otto rate finora incassate, ammontano per il 2026 a 2,85 miliardi. Per poi salire a 3,4 miliardi nel 2027 e nel 2028 e cominciare poi a scendere molto lentamente in relazione al piano di rimborso.
Si aprono così due fronti di analisi: quello della convenienza economica di tale operazione e quello dell’opportunità politica. Ed è difficile individuare quale dei due fronti sia stato più penalizzante per l’Italia.
Sotto il primo aspetto, abbiamo ricevuto la conferma che siamo completamente alla mercé delle scelte di emissione (quanto a tipologia di strumenti finanziari e loro scadenze) della Commissione, che poi presenta il conto degli interessi agli Stati membri, non senza caricarli di un «piccolo» contributo spese (nel 2026 3,5 milioni) per l’attività di intermediazione.
E quindi il Mef - ogni sei mesi - deve adeguare le proprie previsioni di spesa per interessi su quei prestiti che, includendo anche altri strumenti come il Sure, oggi concorrono per 123 miliardi al debito pubblico complessivo di 3.095 miliardi.
Stronchiamo subito sul nascere un’obiezione: se l’Italia si fosse indebitata autonomamente sui mercati avrebbe pagato tassi più alti. Obiezione respinta, perché avremmo dovuto e potuto indebitarci a lungo termine, evitando i successivi rialzi. Invece abbiamo rinunciato ad essere autonomi nella scelta delle scadenze e della strategia di indebitamento e abbiamo soltanto subìto le scelte della Commissione che ha incredibilmente emesso titoli anche su scadenze molto brevi, rinnovandoli ripetutamente a scadenza.
Nel 2020 il rendimento medio all’emissione del Btp decennale e trentennale è stato pari rispettivamente a 1,28% e 2,31%. Chi e cosa avrebbe impedito al Mef di emettere titoli su tali scadenze, peraltro per importi del tutto compatibili con le normali emissioni medie mensili, ed evitare così l’impatto del rialzo dei tassi partito nell’estate 2022? Invece per noi ha deciso la Commissione, e ora ci ritroviamo a pagare il conto a piè di lista, che speriamo si sia fermato sui livelli da ultimo previsti dal Mef.
In qualsiasi azienda, il direttore finanziario autore di un simile errore di strategia e pianificazione sarebbe stato già accompagnato alla porta. In materia di finanza pubblica, la Corte dei Conti dovrebbe aprire una riflessione su come l’Italia sia stata espropriata della facoltà di accesso autonomo ai mercati finanziari, subendo in toto gli effetti di una strategia di rischio di tasso, rivelatasi fallimentare, arbitrariamente scelta dalla Commissione per tutti i malcapitati debitori.
Inoltre, gli effetti nefasti di tale scelta non si fermano ai prestiti. Perché anche il debito contratto dalla Ue per erogare i sussidi (finora l’Italia ha incassato quasi tutti i 71 miliardi previsti) sta generando interessi passivi di gran lunga superiori alle previsioni e si è resa necessaria una revisione del bilancio Ue 2021-2027 per tenere conto di questo aumento. Ancora meno gestibile è la situazione sul successivo periodo 2028-2034, per il quale si prevedono pagamenti annuali per 25-30 miliardi tra interessi, da coprire con tagli di altre spese o maggiori contributi degli Stati membri.
E veniamo quindi ai danni sul piano dell’opportunità politica. Con il Pnrr si è concretizzato un vero esproprio della politica di bilancio del nostro Paese, le cui direttrici di spesa sono state decise a Bruxelles ma con costi comunque a carico del contribuente italiano. Dopo la perdita di sovranità monetaria, una consistente erosione della sovranità di bilancio. E non ci si venga a proporre la foglia di fico del Pnrr comunque scritto da noi; perché il regolamento Ue poneva tali e tanti paletti (percentuali minime su transizione green e digitale, aree di intervento, obiettivi) che l’autonomia riservata all’Italia è stata la stessa di chi sceglie solo il colore della tappezzeria in occasione di una totale ristrutturazione della casa. Con l’aggravante che il nostro Paese, per ristrutturare la casa come deciso a Bruxelles, ha compresso altre decisioni di spesa, che sarebbero magari state più allineate con l’interesse nazionale, come ad esempio un più massiccio intervento di alleggerimento sul Fisco.
La pericolosità di tale manovra è stata ben evidenziata dalla Corte Costituzionale tedesca nel dicembre 2022, quando ha definito limiti molto stringenti per accettare il Next Generation Eu. Esso è compatibile con la Legge fondamentale solo perché eccezionale, temporaneo e, soprattutto, deve rispettare la responsabilità di bilancio del Bundestag che non può trasferire sovranità fiscale senza un adeguato controllo democratico.
Noi invece ci siamo ridotti ad approvare una lista della spesa quasi preconfezionata, dagli effetti molto limitati se non nulli sulla crescita, assumendoci la responsabilità del debito e, dulcis in fundo, subendo in pieno anche le scelte in tema di rischio tasso. Tanto a Bruxelles sapevano che non c’era bisogno di ingegnarsi tanto: comunque avremmo pagato noi.
Mi sono sempre chiesto perché la sinistra, il sindacato e la Chiesa non abbiano mai sposato la causa dei migranti sfruttati. Parlano ogni giorno di accoglienza, ma poi, pur avendo quotidianamente sotto gli occhi il moderno schiavismo cui sono condannati molti stranieri che giungono in Italia, fanno finta di niente. Ma non le vedono la sera le migliaia di fattorini del cibo prêt-à-porter che rischiano la vita pedalando contromano senza fermarsi a stop e semafori?
Eppure, in tanti anni di governo del centrosinistra, non è stata varata alcuna legge che impedisse lo sfruttamento dei cosiddetti «rider». Né è stato proclamato uno sciopero generale dalla Cgil di Maurizio Landini per bloccare i fattorini delle pizze. E la Caritas, sempre pronta a sposare la causa degli extracomunitari, ha forse predicato contro la nuova schiavitù del cibo a domicilio? No, loro sono per l’accoglienza senza se e senza ma. Però poi i ma li vediamo ogni giorno arrancare sotto il sole e la pioggia, lungo le strade delle nostre città.
Lo ammetto: non ho mai ordinato neppure una margherita tramite Glovo, Deliveroo o Just eat. Ho sempre guardato i borsoni lerci in cui viene riposto il cibo fumante con parecchio ribrezzo, pensando a quanti germi possano contenere (ma i Nas dove sono?). E ho sempre osservato con compassione gli extracomunitari che bivaccano fuori da pizzerie e fast food in attesa di un ordine. Non per snobismo, ma per realismo: i postini del food sono la conseguenza della comodità di chi aspira a mangiare senza toccare la cucina e senza uscire di casa. La sinistra si riempie spesso la bocca dicendo di voler difendere i più umili e ci fu un ministro che pianse sostenendo di aver abolito il caporalato, ma, come quell’altro ministro che annunciò l’abolizione della povertà, sotto la legge niente. Lo sfruttamento ha cambiato pelle e dalle campagne è arrivato in città. Due euro e mezzo a consegna, con un algoritmo che determina i tempi, trasformando i postini del cibo in cottimisti, ovvero moderni schiavi che percorrono le strade senza badare né alle condizioni atmosferiche né ai segnali stradali. Per loro il tempo è denaro: un esercito di poveri (secondo le stime sarebbero 60.000) che alimenta un business miliardario. Un’indagine della Confcommercio rivela che le sole consegne dei ristoranti valgono 2,5 miliardi l’anno e se si aggiungono quelle dei supermercati e dei negozi specializzati si sfiorano i 5. Di questa montagna di soldi però al fattorino finiscono in tasca gli spiccioli: 4 euro lordi, su uno scontrino medio di 30 euro, con un ricavo per pizzerie e fast food che arriva a 20 euro: il resto lo intasca la piattaforma. E il cliente? Tutto si gioca sul fatto che il consumatore non paga. Ordina, riceve, ma non gli viene applicata una tariffa per la consegna: quella è gratis. Il rovescio della medaglia è che per tenere in piedi l’Amazon del food bisogna sfruttare l’ultimo anello della catena di montaggio, ovvero chi porta a destinazione la pizza. Strano che i compagni, in giacca, cravatta o clergyman, nonostante siano sempre pronti a parlare di salario minimo, di diritti dei lavoratori, di tutela per i più deboli, non se ne siano accorti. Scioperi all’arrivo di ogni weekend per la Palestina, neppure uno per gli schiavi del sabato sera.
C’è voluta un’inchiesta della Procura di Milano per stabilire che i 40.000 rider di Glovo sono sfruttati. E un’altra inchiesta degli stessi pm per accorgersi che Deliveroo usava dei fattorini considerandoli non dipendenti, da retribuire con Tfr, malattia, ferie, ma lavoratori autonomi pagati a consegna: più ne fanno e più incassano. E se si ammalano, se pedalando sempre più in fretta per guadagnare di più finiscono sotto un’auto, sono fatti loro.
La realtà è che quando si parla di accoglienza facciamo finta di non vedere che gli accolti finiscono spesso per fare lavori sottopagati. Vivono ai margini delle nostre città. Qualcuno trova impiego nel mercato dello spaccio, altri, rimanendo nella legalità, consegnano cibo, altri ancora accettano salari più bassi e lavori pericolosi. Poi parliamo di aumento della povertà, senza dire però che i nuovi poveri li creiamo noi, ordinando la pizza: frutto avvelenato della nuova economia.
Il dividendo prima di tutto. Perché ad accendere d’amore Piazza Affari non sono tanto dichiarazioni strategiche quanto il bonifico. Roberto Cingolani, amministratore delegato di Leonardo, presentando i conti annuncia agli analisti: «Vogliamo che Leonardo sia sempre attraente per i nostri investitori. Quest’anno aumenteremo ulteriormente il dividendo». L’incremento sarà del 20% in linea con l’utile netto.
Il gruppo archivia il 2025 con ricavi in crescita dell’11% a 19,5 miliardi, ordini a 23,8 miliardi (+13,5%) e un margine lordo a 1,752 miliardi (+14,9%), sopra le attese. Anche la finanza migliora sensibilmente, con una generazione di cassa in aumento del 22,4%. Ma il dato che fa sorridere gli analisti è la cura dimagrante del debito: -44%, sceso a 1 miliardo, grazie anche all’incasso della cessione delle attività subacquee a Fincantieri. «Abbiamo raggiunto tutti i risultati che avevamo in mente, leggermente meglio delle previsioni», rivendica Cingolani.
Se i conti sorridono, la vera partita strategica si gioca nella divisione degli aerei dopo le difficoltà incontrate dal contratto con Boeing. Leonardo è in trattativa esclusiva fino a giugno con un partner internazionale per creare una joint venture paritetica con l’ambizione dichiarata di collocarsi tra i primi tre operatori mondiali del settore. «Il nostro piano autonomo è stato valutato molto positivamente», spiega l’ad, aggiungendo che il «cervello» dell’operazione, assicura, resterà in Italia. Il futuro, però, non ha pilota a bordo. Ad aprile, infatti, partirà la produzione dei primi droni nello stabilimento di Ronchi dei Legionari, in collaborazione con Baykar, uno dei protagonisti emergenti della tecnologia dei velivoli guidati a distanza. È un passaggio chiave: Leonardo entra con decisione in un segmento dove la domanda cresce a doppia cifra. Sullo sfondo c’è il closing per del settore difesa di Iveco, tassello ulteriore nel rafforzamento della componente terrestre della difesa. Sul fronte internazionale, l’attenzione è tutta puntata sul Regno Unito. Da Londra è attesa una maxi-commessa per elicotteri destinata allo stabilimento di Yeovil, con un valore stimato attorno a 1 miliardo di sterline.
Nonostante i conti in crescita, il titolo ha chiuso la giornata in calo del 3,79% a 56,92 euro. Fenomeno noto: quando le aspettative volano più dei caccia, anche risultati solidi rischiano di sembrare ordinari. La Borsa, come certi parenti, non si stupisce più di nulla. Poi c’è l’addio che somiglia a un arrivederci. «Questo è l’ultimo trimestre che facciamo insieme. Ci rivedremo solo il 12 marzo per l’aggiornamento del Piano industriale» ha detto Cingolani aprendo la call. Il mandato scade in primavera, anche se i rumors danno per certa la conferma.
Un commiato che suona più come una pausa tecnica che come un cambio della guardi. A chiudere l’anno non è un contratto, ma un gesto simbolico. Nella sede di Piazza Montegrappa a Roma è stata intitolata la Sala del consiglio di amministrazione a Pier Francesco Guarguaglini, figura chiave nella trasformazione del gruppo in campione globale dell’aerospazio e difesa. Un passaggio di testimone ideale: dalla stagione della costruzione industriale a quella della competizione tecnologica globale. Con dividendi più ricchi, debito alleggerito, droni in rampa di lancio e alleanze internazionali in costruzione, Leonardo prova così a tenere insieme memoria e futuro.
Sottosegretario Butti, di rivoluzioni sociali ed economiche legate all’innovazione tecnologica ne abbiamo vissute tante. Da quella industriale con la meccanizzazione dei processi, a Internet con la globalizzazione delle conoscenze, ma con l’Intelligenza artificiale la sensazione è di trovarci davanti a qualcosa di diverso, di più profondo, veloce. È così?
«Sì, perché questa volta non stiamo solo automatizzando una macchina o un processo fisico, ma una parte dei compiti cognitivi, cioè attività di analisi, scrittura, pianificazione, assistenza decisionale. Questo rende la trasformazione più trasversale e più veloce e con un impatto su imprese, pubbliche amministrazioni, sanità, lavoro e informazione. Per questo abbiamo deciso subito di non subire l’Ia, ma di governarla con regole, responsabilità e investimenti».
Palazzo Chigi in concreto cosa ha fatto per governare questo processo?
«Abbiamo lavorato su due piani. Il primo è europeo e, diciamolo subito, l’Ai Act è una legge, non una lista di buone intenzioni. In quella fase negoziale l’Italia ha sostenuto con forza un’impostazione che non lasciasse la tutela dei cittadini ai codici di condotta dei privati come volevano altri Paesi. Ci devono essere norme, limiti e sanzioni in caso di mancato rispetto degli stessi. Sul piano nazionale abbiamo costruito un quadro coerente con l’Ai Act. E devo dire che la nostra impostazione sta generando interesse in molti Paesi. Una cosa che voglio sottolineare è che abbiamo previsto un aggiornamento biennale della strategia, perché la tecnologia evolve in fretta e dobbiamo avere strumenti in grado di tenere il passo e giocare d’anticipo».
Ci può fare qualche esempio di limiti imposti?
«Molto semplice: ci sono “linee rosse” che non si attraversano, perché toccano diritti e libertà. L’Ai Act vieta pratiche considerate inaccettabili, come certe forme di manipolazione o sfruttamento delle vulnerabilità, il social scoring, e specifiche applicazioni che portano a sorveglianza o controllo sociale incompatibili con i valori europei. Insomma, per gli usi “ad alto rischio” prevediamo requisiti stringenti su gestione del rischio, qualità dei dati e supervisione umana».
E sui deepfake?
«Se un contenuto è generato o manipolato dall’Ia, il cittadino deve poterlo riconoscere. Se ne sta occupando anche l’Ue. Grazie alla nostra legge sull’Ia, in Italia diffondere un deepfake realistico senza consenso e con danno alla persona è diventato un reato punito con la reclusione fino a 5 anni. È una delle norme più incisive in Europa su questo tema».
Certo, l’Ia può portare anche enormi vantaggi, come la state sfruttando?
«Come dice giustamente, i vantaggi sono enormi in diversi ambiti. L’Ia ha una capacità incredibile, quando ben guidata dall’uomo, di ridurre tempi, errori e sprechi, aiutare chi lavora a fare meglio e più in fretta, migliorare servizi pubblici e competitività. In sanità, ad esempio, stiamo sperimentando l’Ia su problemi molto concreti come le liste d’attesa: con il progetto Reg4Ia investiamo 20 milioni su analisi dei dati, previsione della domanda e gestione più efficiente delle agende delle strutture sanitarie. È solo un esempio, ma qualsiasi campo, dalla difesa all’industria, può trarre vantaggio dall’Ia. Tutto sta nel saperla governare e indirizzare».
Veniamo al tema lavoro: il report di Citrini Research ha spaventato i mercati, soprattutto consegne a domicilio, pagamenti e real estate sono a rischio. Ci può dire che fine faranno gli agenti immobiliari?
«Prima di tutto: un report di quel tipo è uno stress test che non possiamo prendere come una profezia. Insieme agli esperti del Dipartimento che dirigo, leggiamo con attenzione tutti gli studi e ce ne sono di ogni tipo, da quelli che danno una visione idilliaca a quelli da futuro distopico. L’Ia avrà maggiore impatto nelle attività ripetitive e standardizzabili. Per questo certe mansioni di back office e comparazione in ambito immobiliare o servizi finanziari possono cambiare rapidamente. Al contrario, reggono meglio i lavori dove contano responsabilità, relazione, negoziazione complessa, presenza sul territorio. Ma qui l’idea di fondo è che nella maggior parte dei casi non vedremo sparire un mestiere, ma cambiare il contenuto del lavoro. In questo senso, vince chi integra l’Ia, non chi la subisce».
In concreto cosa state facendo per prevenire un’impennata della disoccupazione?
«Stiamo agendo su diverse leve, tutte molto pratiche. La prima è evitare che l’adozione non diventi un Far West. Nella legge italiana è previsto un Osservatorio sull’adozione di sistemi di Ia nel mondo del lavoro e il ministro Calderone ha pubblicato pochi giorni fa il primo documento sul tema. Lavoriamo anche per far crescere la domanda di nuove competenze: serve formazione continua e riqualificazione, perché dobbiamo accompagnare lo spostamento del mondo del lavoro, non rincorrerlo. Abbiamo anche previsto un programma di investimento a favore di startup e pmi da 1 miliardo, per far nascere lavoro nuovo dove l’innovazione produce valore».
Nasceranno anche nuove professioni per gestire l’Ia?
«Certo. Saranno fondamentali le professioni legate al controllo dell’Ia, alla sua governance, gestione dei rischi, qualità dei dati e compliance. Il timbro umano resta la nostra garanzia per il futuro».
Rischiamo un circolo vizioso che comprime i consumi e distrugge la classe media? Rischiamo l’autodistruzione del sistema?
«Il rischio esiste, ma non condivido la visione catastrofista. Lo evitiamo se continuiamo a gestire e governare questa tecnologia come stiamo facendo e ci impegniamo nella formazione dei lavoratori. Rimanere indietro non è più un’opzione. Chi non investe in competenze, formazione e innovazione rischia di vedere intere categorie professionali sostituite o marginalizzate, con un aumento drammatico della disoccupazione tecnologica. Non adottare l’Ia oggi significa subire l’Ia domani».



















