d’ufficio nominata è la dottoressa Simona Ceccoli, una psichiatra che di solito opera presso una Rsa, il presidio ospedaliero Villa Letizia a L’Aquila. I tempi fissati per la perizia sono piuttosto lunghi, 120 giorni, quattro mesi che si aggiungono a quelli che la famiglia ha già trascorso separata. Per altro, la perizia è iniziata non senza difficoltà e con rallentamenti di vario tipo. Ci sono stati problemi con il traduttore, ne era stato individuato uno che, però, aveva parecchi impegni e la data di inizio è stata slittata. Poi sono state scelte altre figure che però hanno comunque una agenda fitta, motivo per cui gli incontri non sono nemmeno troppo facili da organizzare. Insomma, non sta proprio fluendo tutto liscio.
Qualche giorno fa, mamma Catherine è stata sottoposta a test psicologici che prevedevano qualcosa come 570 quesiti e non ha retto. «Le condizioni psicologiche sono state valutate incompatibili con l’ampia batteria di test a cui Catherine si sottoporrà in momenti diversi», ha detto al quotidiano il Centro Martina Aiello, consulente di parte.
Ed è proprio riguardo ai test che emerge l’elemento interessante cui si accennava in precedenza. La psichiatra Simona Ceccoli ha scelto come ausiliaria una giovane collega, classe 1995 e iscritta all’albo non molti anni fa, nel 2022. È stata lei, settimane fa, a dichiarare a Repubblica che «non è pensabile un periodo inferiore ai quattro mesi» per lo svolgimento della perizia famigliare e a ribadire: «Stiamo agendo per il bene dei piccoli». Soprattutto, a quanto risulta, è lei a occuparsi dei test, a somministrarli, a elaborarli e a consegnare il risultato alla consulente d’ufficio.
Può senz’altro darsi che questa giovane professionista sia davvero in gamba nonostante la ancora scarsa esperienza. Di sicuro, però, prima di assumere incarichi così importanti e delicati, dovrebbe assicurarsi di mantenere un tono leggermente diverso, almeno in ciò che scrive pubblicamente. La dottoressa in questione, infatti, come quasi tutti i professionisti, ha un profilo Facebook in cui pubblica materiale inerente alla sua attività. Tra i vari post che contiene ce ne sono vari sulla famiglia del bosco. E non sono proprio tenerissimi.
Il 30 novembre scorso, per dire, ha condiviso un articolo decisamente ruvido della pagina Abolizione del suffragio universale che parlava della casa gentilmente offerta ai Trevallion da un imprenditore locale. «La fiaba esotica della famiglia nel bosco è finita così: con un casolare gratis, immerso nel verde, offerto come se fosse un premio a chi chiedeva 150.000 euro ai servizi sociali per poter accertare lo stato di salute dei figli tramite analisi del sangue», si legge nel testo. «Giorni e giorni di speciali, interviste, servizi strappalacrime. Sembrava quasi che l’Italia avesse trovato i suoi nuovi eroi nazionali: due adulti benestanti che, per scelta, hanno deciso di far vivere i bambini senza riscaldamento, senza condizioni igieniche e senza scuola. E guai a dirlo: eri subito il nemico della libertà, il paladino del sistema, quello che vuole ingabbiare la natura. Poi arriva la parte surreale. La gara di solidarietà. Con gente che fatica a mettere la benzina in macchina, file alle mense, famiglie che dormono in auto, per questa coppia anglo-australiana, ben più attrezzata di tanti italiani, spunta dal nulla un casolare gratis. Con pozzo, panorama bucolico e perfino gli attrezzi antichi “che a Nathan piacciono moltissimo”. Lei incantata dai camini, lui in estasi perché può filare la lana come nel 1800». La dottoressa pubblica il testo integrale e commenta in maiuscolo: «Sante parole».
Già questo basterebbe a suscitare qualche perplessità. È opportuno che una psicologa che condivide pubblicamente queste opinioni sia chiamata a svolgere test sulla famiglia nel bosco? Se il futuro dei Trevallion dipende da quelle valutazioni psicologiche, non sarebbe meglio affidarle a chi non appare prevenuto? Ma non è tutto, di post ce ne sono anche altri. Il 26 novembre la dottoressa aveva pubblicato online l’ordinanza del tribunale sulla famiglia.
Nello stesso giorno, ha condiviso un post di Guido Saraceni, filosofo del diritto, ancora una volta particolarmente duro con i Trevallion. «Chiunque tra voi avesse scritto sulla propria bacheca “ha ragione Salvini: non si possono sequestrare i pampini, i magistrati e gli assistenti sociali non devono rompere le scatole!!!!” o altre corbellerie simili, è pregato di recarsi urgentemente in segreteria studenti per firmare il modulo 49M e chiedere di essere immediatamente trasferito al corso di studi in fenomenologia applicata delle sagre paesane - italiane ed estere», ha scritto il professore in questione. «Gli articoli 15 e 31 della Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia stabiliscono chiaramente il diritto dei bambini ad avere una vita sociale con i propri pari. Prima di sparare giudizi sul lavoro di magistrati e assistenti sociali bisognerebbe aver letto bene tutte le carte ed assicurarsi di possedere un minimo di competenza giuridica o psicologica in materia. Il tribunale e gli assistenti sociali stanno portando avanti, da mesi, un delicatissimo e prezioso compito. Lasciateli lavorare in pace. Cialtroni». E ancora: «Manifesto la massima solidarietà alla dottoressa Angrisano per gli indecorosi attacchi personali che sta subendo in questi giorni e vi avverto: non combatto battaglie di intelligenza con persone palesemente disarmate. Detto ciò, vi faccio i miei migliori auguri per l’esame di storia critica delle sfide birra, salsiccia e fagioli, fondamentale obbligatorio del I anno, 9 cfu. Cialtroni». A corredo del commento, il filosofo in questione allegava una foto dei Trevallion con l’aggiunta dei volti di Giorgia Meloni e Matteo Salvini.
Di nuovo: si suppone che i professionisti incaricati di svolgere una perizia siano imparziali. Dunque ci si aspetterebbe che non pubblicassero o condividessero articoli in cui si sbeffeggia la famiglia nel bosco e si accusa di cialtroneria chi la difende. Un consulente tecnico dovrebbe appunto fare il tecnico: se ha delle opinioni le dovrebbe tenere per sé.
Il fatto è che dalla perizia psicologica e dai vari test dipende il futuro della famiglia Trevallion. Che è chiamata ad affrontare un percorso non facile e non dovrebbe in ogni caso essere circondata da persone ostili. Le istituzioni dovrebbero sostenere la famiglia, non metterla alla gogna o rieducarla. Ergo non sembra affatto appropriato che, tra chi è chiamato a valutare questi genitori, vi sia una esperta che condivide commenti feroci sul loro conto. Per altro, il 23 novembre questa esperta ha condiviso il seguente post: «E sulla famiglia del bosco cos’hai da dire? Più o meno quello che diceva Wittgenstein. “Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”». Ecco: tacere sarebbe stato consigliabile.
Non vogliamo, sia chiaro, attaccare questo o quel professionista. Ci limitiamo a notare che, in casi molto delicati che riguardano la vita delle famiglie e dei bambini, si dovrebbe procedere con grande cautela ed enorme sensibilità. Leggere quei commenti online fa sorgere troppe domande, non soltanto sull’atteggiamento di questa dottoressa ma pure sul pensiero della psichiatra Ceccoli che l’ha scelta come ausiliaria. Anche lei condivide queste posizioni? Ed è possibile che nessuno, fra i vari curatori e tutori dei bambini, abbia fatto una minima ricerca per informarsi sugli psicologi chiamati a svolgere la perizia? Riguardo ai Trevallion, le cose che non tornano cominciano a essere tante. Vengono diffusi i messaggi privati di mamma Catherine, si continua a dipingerla come una figura ostile, vengono rivelati ai giornali particolari sui bambini, sulla loro istruzione e sul numero di volte in cui si cambiano i vestiti. E ora questo. Siamo sicuri che così si faccia il «superiore interesse del minore» previsto dalla legge?
L’ultima arringa di Lagarde: adesso rinfaccia agli altri i difetti dell’Unione europea
Christine Lagarde giura al Wall Street Journal che terminerà il suo ottennio a capo della Bce, iniziato nel 2019, smentendo la versione del Financial Times: il quotidiano britannico la dava in uscita anticipata, per consentire a Friedrich Merz ed Emmanuel Macron - soprattutto a Emmanuel Macron - di individuare il suo successore all’istituto di Francoforte prima delle presidenziali francesi del 2027, sulle quali incombe lo spettro della vittoria della destra.
Non sarebbe certo il primo favore che la presidente della Banca centrale, in teoria al di sopra degli interessi della nazione di provenienza, concede all’inquilino dell’Eliseo: a ottobre, La Verità documentò il massiccio acquisto di titoli transalpini, nonostante l’esplosione del deficit al 5-6% del Pil. Una mossa che ha consentito a Parigi, in una fase tesissima, di limitare i danni alle finanze pubbliche. Mario Draghi, per dire, non era stato altrettanto comprensivo con l’Italia: nel 2018, in vista della legge di bilancio targata Lega-5 stelle, per la quale si prevedeva un rapporto deficit/Pil al 2,4%, il predecessore di Lagarde bloccò la compera dei Btp, lasciando impennare lo spread. Intanto, stando alla ricostruzione di Bloomberg, la Francia si appresta a varare una finanziaria con deficit al 5%, alla faccia dei piani per sistemare i conti. Arriverà una letterina di richiamo, tipo quella che Jean-Claude Trichet e l’inossidabile Draghi indirizzarono al governo Berlusconi nel 2011?
Lagarde, per sua stessa ammissione, ci tiene a mantenere i glutei tonici. Pare che il marito apprezzasse. Non c’è modo di verificarlo, ma se la signora ha una cosa tosta, quella di sicuro è la faccia. Non si spiega altrimenti la sua prolusione alla Columbia Law school di New York, dove, nella notte italiana tra giovedì e venerdì, ha accettato il Wolfgang Friedmann memorial award 2026. «Sentiamo parlare molto di un “nuovo ordine mondiale”», ha argomentato, «ma il cosiddetto nuovo ordine non è nuovo: è un ritorno a vecchi schemi di coercizione e mercantilismo. Non è mondiale, perché la maggior parte dei Paesi non lo vuole. E non è un ordine, perché rappresenta piuttosto l’assenza di uno». Da che pulpito: e l’ordine europeo che cosa è stato?
Di coercizione e mercantilismo, nel Vecchio continente se ne intendono. Tutta l’architettura dei trattati Ue è stata congegnata per consolidare l’imperialismo economico tedesco, imperniato sul surplus commerciale e sull’abbassamento del costo del lavoro - traduzione: compressione di diritti e retribuzioni - pur di rendere competitive le merci esportate dalla Germania. Non a caso, è sullo squilibrio nella bilancia dei pagamenti che si è consumato l’attrito con gli Stati Uniti. Anche prima della guerra dei dazi con Donald Trump, che per il tycoon si complica alla luce della bocciatura rimediata alla Corte Suprema, l’asimmetria aveva irritato le amministrazioni americane.
Favola per euroscettici? Mica tanto. A dicembre 2024, lo ammise persino Draghi, criticando la «preferenza» delle élite europee per «una costellazione economica […] basata sullo sfruttamento della domanda estera e sull’esportazione di capitale con bassi livelli salariali». Un modello che l’ex banchiere centrale giudicava «non più sostenibile». È da quella forzatura che è nata l’austerità. Ed è dall’austerità che hanno tratto linfa i vituperati movimenti populisti e sovranisti, che oggi, complice l’immigrazione incontrollata, a sua volta leva per l’ulteriore compressione dei compensi più risicati, vengono accusati di mettere a repentaglio la tenuta dell’Ue. È poco onesto additare la pagliuzza nell’occhio degli altri (Trump, che almeno punta a rivitalizzare la domanda interna), avendo ignorato per anni la trave nel proprio.
In pieno spirito revisionista, Lagarde ha fornito una versione tutta sua dei fatti: «Il sistema internazionale» di cui si osserva il tramonto, ha dichiarato alla platea della Grande Mela, «non è stato un’imposizione dei forti sui deboli: è stato costruito nel corso dei secoli da Paesi grandi e piccoli insieme e ha garantito risultati straordinari, dalla riduzione delle guerre tra Stati all’espansione del commercio globale e alla diminuzione della povertà». La tesi, quindi, è che l’ordine emerso dal secondo conflitto mondiale fosse una specie di prodotto spontaneo, il risultato di una dinamica naturale, quasi la condizione di default dell’umanità. Un’opzione neutrale. È il vecchio trucco della tecnocrazia per legittimarsi: presentare sé stessa quale esito di un processo razionale, orientato dalla sua verità intrinseca e oggettiva e non da una marca ideologica. Spiace: sono falsità.
Non era neutrale la scelta di somministrare a tutti gli Stati membri dell’Unione la disciplina ordoliberale, stratagemma con cui trasferire ricchezza dal Sud al Nord, dalle colombe ai falchi. Non era neutrale la sistematica demolizione del welfare. Non era neutrale il progressivo smontaggio della democrazia in nome dei «parametri», delle raccomandazioni della Commissione e delle missive della Bce. E non è neutrale la crociata verde della banca sotto la stessa Lagarde, anche se viene coperta dal velo della scienza e dalle ricerche che proverebbero, come conseguenza degli eventi meteo, il rischio di choc finanziari per i Paesi già esposti sui mercati.
«La storia», ha pontificato ieri la numero uno dell’istituto di Francoforte, «dimostra che un semplice equilibrio di potenza tra rivali può durare a lungo, ma quando crolla il prezzo è altissimo». Meglio preservare il vecchio squilibrio di potenza? Sì, se è grazie a esso che si comanda... E per farlo, ha ammonito la funzionaria francese, occorre realizzare delle riforme «con realismo, ambizione e cooperazione». «Se vogliamo che tutto rimanga com’è», ha chiosato Lagarde citando Il Gattopardo, «bisogna che tutto cambi». Le avranno spiegato che quello non era un motto positivo?
Ingredienti – 8 fette sottili di petto di pollo, 8 fette di prosciutto cotto, 8 fette di scamorza o altro formaggio a pasta filata, 3 uova, 60 gr di farina, 100 gr di pangrattato, olio per frittura se del caso oppure olio per friggitrice ad aria spray, olio extravergine, sale e pepe qb.
Procedimento – Battete col batticarne le fette di pollo e una volta ben spianate salatele appena, mettete un pizzico di pepe e farcitele con una fetta di prosciutto cotto e una di scamorza. Arrotolatele a involtino e fissatele con uno stecchino. Ora battete le uova in una ciotola con un po’ di sale e pepe. In due piatti distinti sistemate la farina e il pangrattato. Passate nella farina gli involtini, poi nell’uovo, poi nel pangrattato, di nuovo nell’uovo e in ultimo ancora nel pangrattato. Dovete fare agli involtini il cappotto come si dice in gergo! Ora cuocete secondo il metodo che avete scelto. Se in forno sistemateli su una placca foderata da carta forno e irrorateli con po’ di olio extravergine di oliva, se nella friggitrice ad aria sistemateli nel cestello e spruzzateli con l’olio apposito, se fritti fate scaldare il grasso in una padella e procedete come con qualsiasi frittura.
Come fa divertire i bambini – Fatevi aiutare nei diversi passaggi d’impanatura.
Abbinamento – In omaggio ai 400 anni di Francesco Redi abbiamo scelto un Chianti Superiore del Valdarno. Vanno benissimo un rosso di Montepulciano, un Rosso Piceno, ma anche un ottimo Pere e’ Palummo campano o una Schiava altoatesina. Altrimenti optate per una bollicina.
Dopo la sentenza sui dazi della Corte Suprema Usa il commercio mondiale sembra un romanzo d’appendice dell’Ottocento. Le imprese iniziano la giornata convinte di sapere come va la storia. Invece l’autore - che in questo caso scrive direttamente dal suo social - decide un colpo di scena alla pagina successiva.
«Sulla base di un’analisi approfondita, dettagliata e completa...», scrive Donald Trump e l’economia internazionale trattiene il fiato. Annuncia la nuova tariffa globale che sale dal 10 al 15%, «con effetto immediato». Un aumento deciso - spiega il presidente - per rimediare a decenni in cui molti Paesi hanno «derubato» gli Stati Uniti. Promette ulteriori tariffe «legalmente ammissibili» nei prossimi mesi, lasciando intendere che le nuove aliquote potrebbero non essere il capolinea, ma solo una stazione intermedia. La sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti, nelle intenzioni avrebbe dovuto riportare ordine. Nella pratica, ha avuto l’effetto di scuotere il tavolo mentre sopra c’erano ancora le carte.
Il risultato è una situazione che gli operatori descrivono con una parola molto efficace: caos. Accordi firmati che rischiano di essere reinterpretati prima ancora di entrare a regime. Le aziende, che per loro natura preferiscono i calendari alle sorprese, si trovano a pianificare esportazioni come si organizza un viaggio in una zona sismica: pronti a cambiare strada da un momento all’altro. In teoria il nuovo prelievo non si applicherà ai prodotti già soggetti a tariffe settoriali, né a quelli provenienti dai partner nordamericani, e prevede eccezioni sensibili, come per il farmaceutico. In pratica, ogni esclusione genera una nuova domanda, ogni chiarimento ne richiede un altro. È l’effetto domino della regolazione commerciale contemporanea: una norma non chiude, ma apre scenari. Così il commercio internazionale entra in una dimensione curiosa, una specie di presente continuo dove tutto è provvisorio. Non c’è più la certezza - costosa ma rassicurante - delle regole stabili. C’è una sequenza di decisioni adattive, ciascuna delle quali obbliga imprese e governi a ricalcolare le proprie mosse. Per l’Unione europea il problema non è tanto il livello del dazio - quel 15% era già stato messo in conto nell’accordo siglato con Washington - quanto la sua natura mutevole. Se il quadro giuridico cambia mentre gli accordi sono ancora caldi di firma, diventa difficile capire quali condizioni resteranno in piedi e per quanto. Bruxelles attende chiarimenti, convoca riunioni straordinarie, aggiorna dossier. Per domani è previsto il voto dell’Europarlamento sull’accordo siglato la scorsa estate da Ursula von der Leyen. A questo punto c’è da chiedersi: che cosa si vota?
Le imprese, molto meno filosoficamente, cercano di capire se spedire o aspettare. Dai produttori di vino italiani ai gruppi chimici tedeschi, il timore è «l’effetto boomerang»: mesi di adattamento a nuove regole che rischiano di essere riscritte mentre sono ancora in fase di applicazione.
Un dazio, infatti, si può incorporare nei prezzi. Un dazio che cambia forma, durata e motivazione nel giro di settimane è un’altra cosa: diventa un fattore di instabilità strutturale.
Le catene globali del valore - costruite in trent’anni di integrazione - funzionano come orologi: precise, interdipendenti, allergiche agli scossoni. Ogni variazione improvvisa obbliga a ripensare forniture, logistica, investimenti. E quando le decisioni politiche viaggiano più veloci delle merci, l’economia rallenta per prudenza. In questo contesto, l’intervento di Fabio Panetta, al congresso Assiom Forex, suona come una nota di metodo in mezzo al frastuono. Il governatore della Banca d’Italia invita a non arrendersi alla frammentazione e a non archiviare con troppa leggerezza quel multilateralismo che ha sostenuto la crescita globale del dopoguerra.
Non entra nello scontro istituzionale americano - troppo presto per valutarne gli effetti - ma richiama il punto essenziale: l’economia mondiale sta cambiando rapidamente, sospinta dalla tecnologia e dall’intelligenza artificiale, e proprio per questo avrebbe bisogno di più cooperazione, non di meno. Da una parte c’è la politica commerciale che accelera, fatta di decisioni rapide, aggiustamenti continui, annunci immediati. Dall’altra c’è l’economia reale, che per funzionare ha bisogno di tempo, fiducia e prevedibilità. È lo scarto tra queste due velocità a generare l’incertezza che oggi preoccupa imprese e governi più dei dazi stessi. Perché l’economia mondiale può sopravvivere a molti aumenti di dazi, ma fatica molto di più a sopravvivere alla perdita delle regole comuni che l’hanno fatta crescere.










