Abbiamo ampiamente raccontato come gli antagonisti di Askatasuna abbiano celebrato il primo maggio: scontrandosi con la polizia. Cioè tentando di menare dei lavoratori in divisa costretti ogni volta a confrontarsi con le intemperanze del centro sociale. Questo però è solo uno spicchio del curioso rapporto che i militanti torinesi hanno con il lavoro. Un’altra parte, rimasta decisamente più in ombra, emerge dalle carte del processo che nel 2025 ha portato ad alcune condanne per vari attivisti e all’assoluzione per un reato particolarmente grave, cioè associazione a delinquere.
Da qualche settimana è iniziato il processo di appello, e diventa interessante osservare ciò che gli investigatori hanno scoperto nel corso degli anni.
Emerge infatti come molti antagonisti abbiano lavorato o lavorino per una cooperativa torinese che si chiama La Testarda. Una realtà imponente, che conta tanti dipendenti (ovviamente non tutti gravitanti nell’orbita di Askatasuna) e un fatturato robusto: 11.154.928, stando all’ultimo bilancio disponibile sul sito, cioè quello relativo al 2023. Lo stesso bilancio mostra come fra i consiglieri di amministrazione della coop vi sia un nome notevole, quello di Guido Borio. Si tratta di un pezzo di storia della sinistra radicale torinese. Settant’anni, durante gli anni di piombo militò nei Nuclei Comunisti Territoriali, formazione dell’autonomia, che nel 1980 si rese responsabile di un sabotaggio alla ditta Framtek del gruppo Fiat. Durante l’azione morì un sorvegliante e negli anni successivi Borio si prese una condanna molto pesante che ha scontato in carcere e in semilibertà. Borio è stato anche fra gli imputati del procedimento a carico di Askatasuna conclusosi nel 2025 e che ora affronta la fase d’appello.
Nelle carte giudiziarie, il pm «osserva che come risulta dagli estratti conto contributivi Inps, al servizio della Cooperativa La Testarda hanno lavorato, negli anni, oltre a Borio Guido numerosi imputati e, segnatamente, Bosser Peverelli Maya, Gentile Stella, Munari Sara Andrea, Raise Silvano, Raviola Umberto, Bruni Francesco, Cientanni Luca, Collovati Loris, Fiumara Alessandro, Piana Costanza».
E fin qui poco male. Si trova tuttavia una conversazione del giugno 2020 in cui due militanti (Lauriola e Raviola) «recriminano sul fatto che Borio Guido metta dentro la cooperativa “I compagni peggiori e che prima di procedere a qualche assunzione dovrebbe chiedere a loro”». A quanto pare, dunque, sono gli stessi militanti a lamentarsi del fatto che alla coop La Testarda vengano presi a lavorare antagonisti che non si meritano il posto. E non sono i soli.
Nel luglio del 2020 è un dipendente della coop, tale Claudio, a dire a Borio in una telefonata: «A me sembra che certe persone hanno la precedenza su tutti e so, non li vedo cosi bravi, ste persone che hanno tempi indeterminati, cioè sta arrivando tutta l’Askatasuna cioè, non mi sembrano cosi bravi rispetto ad altri che noi mandiamo via». Sembra dunque che vi sia una sorta di canale preferenziale per i militanti di Aska, i quali però non si distinguono per capacità. È lo stesso Borio a notarlo nel marzo del 2020, irritandosi per via di «tutti questi giovinastri in cooperativa e che non lavorano mai». Alcuni, dice Borio, si sono «messi in mutua»: «A volte sono agli arresti, e una volta è una cosa, e una volta è un’altra». Insomma, i militanti di Aska che lavorano nella coop non sembrano rendere felice nessuno se non loro stessi, percepiscono stipendi ma non si danno da fare.
C’è poi un altro aspetto della questione. La Testarda è una coop aperta dai primi anni Ottanta che lavora tanto con le istituzioni torinesi. Con la sanità, con il Comune. Sara Sonnessa, collega di TorinoCronaca, ha scoperto che ha in dotazione una decina di appartamenti popolari tra la città di Torino e Nichelino. Ebbene, è curioso che tanti antagonisti lavorino per una coop sostenuta anche da molti soldi pubblici. Ed è ancora più curioso che i militanti vadano a organizzare proteste contro gli sgomberi delle case popolari davanti all’Atc (l’ente che gestisce l’edilizia pubblica) quando alcuni di loro lavorano per una coop che da Atc riceve appartamenti.
«Sicuramente La Testarda lavora con il Comune di Torino per quel che riguarda le politiche sociali», dice l’assessore piemontese Maurizio Marrone. «Abbiamo visto emergere il nome di questa cooperativa su un progetto di assistenza alle persone senza fissa dimora nel circuito degli enti del Terzo settore a cui il Comune dà affidamenti in tale ambito. E sappiamo anche che, sempre il Comune, porta avanti dei progetti di assistenza sul tema casa. Utilizzando delle case che sarebbero destinate a essere alloggi popolari e che vengono invece tagliate fuori dalle assegnazioni alle famiglie che aspettano in graduatoria e sono utilizzate per progetti definiti “sociali”. È molto particolare», continua Marrone, «per non dire vergognoso, trovare persone attive a livello professionale in ambito sociale e pagate con soldi pubblici che poi animano i picchetti antisfratto».
Marrone intende approfondire la questione. Non gli va giù l’idea che ci possano essere «cooperative che servano a garantire stipendi agli antagonisti, al punto che chi vi lavora davvero si lamenta del fatto che deve lavorare anche per chi invece va in piazza». L’assessore spiega che «finora le norme hanno previsto da parte della regione solo un controllo formale tecnico, ma anche alla luce di questi ultime evidenze cambieremo la normativa in modo che via sia un controllo nel merito sui vari progetti».
Sia chiaro: non è un reato il fatto che molti antagonisti lavorino per una cooperativa. E secondo i giudici che hanno esaminato il caso in primo grado le assunzioni alla Testarda non servivano al presunto «sodalizio criminale» del centro sociale. Resta però che i ribelli di Aska hanno mostrato di avere negli anni una certa frequentazione con una coop che lavora tantissimo con il pubblico, ricevendo denaro da Comune e Ausl e casa dall’Atc. Pretendono di combattere il sistema, ma a quanto pare c’è, a Torino, un tipo di sistema che fa comodo pure a loro.
A Venezia i fedeli di Maometto si lamentano per lo spot leghista sui bus contro la costruzione di un tempio islamico. La società concessionaria della pubblicità fa rimuovere i cartelloni: il messaggio non rispetta il codice etico aziendale. Il Carroccio fa ricorso.
Si può inneggiare ai No Tav, schierarsi per il No Trivelle e negare con tutte le forze la caccia e il nucleare. Ma se ti azzardi a scrivere «No moschea» su un cartello vieni bandito dal consesso civile. Accade a Venezia durante la campagna elettorale, con un oscurantismo a orologeria degno di Riad.
E a 455 anni dalla battaglia di Lepanto. Accade alla Lega, che in questa tornata amministrativa ha nel programma la contrarietà alla costruzione di un grande tempio islamico a Mestre; il terreno è stato acquistato dalla comunità bengalese e il rendering mostra il manufatto di 2.000 metri quadrati (più 6.000 di opere accessorie, costo totale dell’operazione 12 milioni), senza cupola e minareti per non dare troppo nell’occhio.
L’allarme è scattato egualmente per le implicazioni sociopolitiche, di identità religiosa e di sicurezza. La Lega si è schierata contro e ha messo il tema nella campagna elettorale (si vota il 24 e 25 maggio), ricordando agli elettori la sua scelta con apposita cartellonistica. Il «No moschea, vota Lega» è finito sui muri, negli spot delle tv locali e pure sulle fiancate degli autobus, luogo particolarmente ambìto per veicolare messaggi viaggianti. Ma qui è sorto l’inghippo: dopo qualche giorno la società Vela, responsabile del trasporto pubblico, ha rimosso gli slogan su indicazione della concessionaria pubblicitaria SD Gestione Servizi (sede a Roma) che ha colto un difetto sostanziale nello slogan: «Non rispetta il contratto e il codice etico dell’azienda. Le norme contrattuali non consentono la diffusione di messaggi religiosi».
La frenata è arrivata dopo le proteste di alcuni candidati di centrosinistra - il Pd ha messo in lista rappresentanti bengalesi per dragare voti - e soprattutto dopo l’intervento dell’Ucoii (Unione comunità islamiche in Italia) che ha presentato un esposto in Procura sottolineando appunto «la discriminazione religiosa» e ha chiesto la rimozione del messaggio. Operazione concretizzata immediatamente neanche fossimo a Teheran: i 70 banner sono stati tolti. I titolari degli spazi hanno fatto sapere: «Ci limitiamo a dare corso alla richiesta presentata dall’ente Vela e proponiamo la sostituzione con un soggetto diverso». Aggiungendo per rabbonire il Carroccio: «Gli eventuali costi aggiuntivi di stampa e nuova affissione saranno a carico del concessionario».
La faccenda sta creando roventi polemiche sia nel merito che nel metodo. Da una parte è singolare la pretesa dei rappresentanti islamici di decidere gli slogan pubblicitari altrui in campagna elettorale, identificando «No moschea» con «No Maometto» utilizzando una proprietà transitiva spicciola. Dall’altra fa specie lo zelo della società del trasporto pubblico veneziano che, alla prima brezza, è intervenuta a dare ragione all’Ucoii e a stracciare gli accordi con la Lega, probabilmente più sensibile alle ragioni sindacali di parte (rischi di sciopero Cgil e affini) che alla tutela di un contratto in essere.
Il bavaglio sulle fiancate dei bus è piaciuto zero al Carroccio. «Ovviamente non lo accettiamo, siamo pronti a presentare un ricorso d’urgenza al tribunale chiedendo che il servizio continui così com’era stato avviato». Il vicesindaco di Venezia, Sergio Vallotto (Lega), non ha intenzione di scendere a patti. «La rimozione della nostra pubblicità elettorale è grave e costituisce un precedente pericoloso. In questo modo si limita la libera espressione di un partito politico a meno di 30 giorni dalla tornata elettorale, evocando inesistenti questioni religiose rispetto a una chiara posizione politica contraria a una proposta urbanistica. Siamo di fronte al tentativo di impedire il libero confronto democratico su un tema che riguarda il futuro di Venezia. Chi sceglie di cedere a queste pressioni indebite non danneggia la Lega, danneggia la libertà di espressione e il diritto dei cittadini di essere informati».
Il braccio di ferro è in atto e la sostanza è in quel terreno, è in quel progetto. Ed è in quel cartello sul quale c’è già scritto «moschea» anche se manca un’autorizzazione decisiva: il cambio di destinazione d’uso dell’area da artigianale e turistica a «zona di attività e interesse collettivo» che dovrebbe comprendere anche un centinaio di parcheggi, un auditorium, una biblioteca, il doposcuola. Per ora esiste un preliminare d’acquisto. Nella polemica si inserisce un dettaglio singolare: a sostenere la moschea è Prince Howlader, esponente della comunità bengalese e tesserato di Fratelli d’Italia, escluso dalla corsa elettorale per non creare attrito proprio con gli alleati.
L’europarlamentare salviniana Anna Maria Cisint, ex sindaco di Monfalcone (che finora di moschee ne ha fatte chiudere tre), apre un nuovo fronte: «Ad ora non c’è un’intesa dello Stato italiano con le comunità musulmane. Chi vuole diventare ente religioso lo deve sottoscrivere. Senza poligamia, senza spose bambine. E poi da dove vengono quei fondi? L’Ucoii non presenta un bilancio dal 2020». In attesa di sviluppi, la Lega ha deciso di trasferire lo slogan su vele private che gireranno per Mestre con i manifesti «fuorilegge». Acqua alta in Laguna, e il Mose non può fermarla.
Ho letto la trascrizione di una intervista del 26 aprile del noto giornalista Alexander Kareevsky del canale Russia-24 (per intenderci una specie di Bruno Vespa, per ruolo, stile e influenza). L’intervistato era Sergey Karaganov, politologo, professore alla Scuola Superiore di Economia di Mosca, importante consigliere in politica estera al Cremlino.
La mia inquietudine nasce dal fatto che non sembra allentarsi il coinvolgimento della Ue in una possibile guerra contro la Russia, e mi meraviglia che la cosa non emerga non tanto dalle parole dei responsabili politici, che hanno i loro bravi motivi per pesarle, celarle o anche alterarne la verità, e questo per una moltitudine di ragioni, anche «di Stato»; mi meraviglia, piuttosto, il silenzio di gran parte dell’opinione pubblica sul rischio di codesta guerra. Un’opinione pubblica, peraltro, molto querula nell’allarmare su moltissime emergenze infondate, se non, addirittura, inventate (quella climatica, per dirne una). E taccio di quella parte d’opinione pubblica che, poi, la guerra contro la Russia l’ha fomentata fin dal primo giorno.
Paranoie, le mie, direte. Può darsi. Ma valutate voi. Recentemente, Sergey Shoigu, già ministro della Difesa e ora segretario del Consiglio di sicurezza della Federazione Russa, facendo riferimento a un elenco di imprese europee che produrrebbero droni forniti a Kiev, ha dichiarato che esistono in Ue bersagli militari che Mosca potrebbe legittimamente colpire. Naturalmente la Commissione Ue nega, ma gli attacchi di droni contro postazioni russe sono una realtà negata da nessuno. E qui veniamo a Karaganov che, giova ripetere, non è uno di passaggio. Egli ritiene che la responsabilità dell’inizio di una guerra contro la Russia sia tutta degli Stati Uniti, ma riconosce che questi abbiano capito di essersi cacciati in un guaio più grosso di loro e hanno iniziato a fare marcia indietro. Insomma, col cerino in mano in questa guerra è rimasta solo la Ue. Non possiamo dargli tutti i torti: la Ue continua con la trita versione dell’aggressore (Mosca) e dell’aggredito (Kiev), che però non è più difendibile.
Le élite della Ue, sostiene Karaganov, non hanno alcun motivo - morale, politico, economico - per rimanere al potere: hanno fallito su tutti i fronti e stanno alimentando un’isteria militare, forse anche per distogliere l’attenzione dai propri fallimenti. Ecco le sue parole: «Arriverà il momento in cui il presidente russo dovrà nominare un comandante supremo nel teatro delle operazioni con l’autorità di usare qualsiasi tipo di arma, e persino il dovere di farlo: contro un nemico che ci supera in termini demografici ed economici, dovremo usare armi nucleari. Preferirei che questo avvenisse senza l’uso di armi nucleari: dopotutto, l’Europa fa parte della nostra anima, della nostra cultura. Ma dobbiamo capire che l’Europa occidentale deve essere fermata». Ed ecco le parole più inquietanti tra tutte: «Dimenticate la sciocchezza che una guerra nucleare non può essere vinta. Una guerra nucleare può essere vinta. Ma Dio non voglia che ciò accada, perché sarebbe un peccato grave. Tuttavia, se non riusciamo a fermare un’Europa impazzita, sarà un peccato mortale, imperdonabile sia per il nostro popolo sia per tutta l’umanità».
Personalmente non penso di poterci permettere il lusso di ignorare queste parole come fossero di un visionario, e forse pazzo. Non smetterò mai di rammentare che alla domanda di un giornalista che gli chiedeva se non temesse che una eventuale guerra nucleare avrebbe distrutto il pianeta, Vladimir Putin rispondeva che «alla Russia non interessa un pianeta senza la Russia». Ora i russi sembrano essersi convinti di trovarsi, come già nel passato, minacciati da una Terza grande guerra. Che va impedita, se non addirittura interrotta (perché c’è anche chi ritiene che sia già iniziata), a ogni costo. Se comincia a farsi breccia la convinzione di aver esitato per quattro anni (se non, addirittura, dal 2014), la questione di chi avrà iniziato sarà solo pura speculazione accademica: i continui attacchi di droni nel territorio russo (o anche «ormai» russo) non sono sopportabili all’infinito, e un attacco nucleare mirato potrebbe essere preso in più seria considerazione, come il consulente del Cremlino Karaganov sembra suggerire.
Insomma, mi pare alto il rischio che, oltre a Hiroshima e Nagasaki, possa aggiungersi un terzo nome associato alle funeste esplosioni nucleari. E, anche stavolta, sarebbe nel nome di un superiore interesse di pace. I diretti interessati avanzano minacce contro non meglio specificate località in Ue, forse quelle dove i russi credono si fabbricano i droni sparati contro la Russia. In ogni caso, Hiroshima e Nagasaki ci sono state, ed entrambe furono accuratamente scelte (anche se la seconda fu una scelta di ripiego). Avremmo tutti i motivi per credere che, anche per il caso in parola, la scelta sia stata già fatta. Per non saperla mai avremmo una sola cosa da fare: issare bandiera bianca e far la pace con la Russia prima ancora che cominci la vera guerra.
Nella basilica di Santa Giustina a Padova le esequie del pilota e atleta paralimpico bolognese scomparso il 1°maggio, grande esempio per tutti di forza e resilienza. Le toccanti parole del figlio Niccolò, l'omaggio al feretro all'esterno della chiesa.









