Massimo D’Alema premier, Sergio Mattarella vice: raid su Belgrado. Elly però finge di dimenticare.
D’Alema vestito da top gun bombardava la Serbia e gli aerei della Nato (italiani, americani, tedeschi, anche spagnoli) partivano da Aviano, da Pratica di Mare, da Gioia del Colle, da Sigonella senza alcun mandato del Parlamento. A uno dei governi più a sinistra della storia repubblicana bastava e avanzava il rispetto dei trattati bilaterali con la Casa Bianca.
Preambolo necessario per comprendere la cappa di ipocrisia che aleggia sui colonnelli del Pd mentre pretendono che Giorgia Meloni vieti preventivamente le basi italiane (per ora nessuno le ha chieste) all’operatività americana. Se è scontato che lo faccia Elly Schlein, anima gruppettara del Partito Democratico, risulta infantile il coro dei veterani del Nazareno e dei loro portavoce televisivi (primo fra tutti Pierluigi Bersani, allora ministro), a conoscenza di due granitiche verità: in quelle basi gli americani ci sono dal 1946, l’Italia ha firmato accordi che lo consentono. Fare finta che esistano un altro mondo e un altro modo significa piegare la realtà ai desideri elettorali e plasmarla come se Montecitorio fosse l’assemblea permanente di un liceo occupato.
Il corto circuito è politicamente imbarazzante; la sinistra si erge a difensore del diritto internazionale facendo carta straccia dei trattati internazionali. Come ha ricordato il ministro della Difesa, Guido Crosetto, l’uso concesso alle forze statunitensi «avviene in aderenza ad accordi quali il Nato Sofa del 1951, il Bilateral Infrastructure Agreement del 1954 aggiornato nel 1973 e attualizzato con il Memorandum d’intesa Italia-Usa del 1995». Quando a palazzo Chigi c’era Lamberto Dini, sostenuto anche dal Pds di D’Alema. Il quadro giuridico comprende il supporto tecnico-logistico ed è identico a quello firmato da tutto l’Occidente, Spagna compresa, al di là delle svalvolate dichiarazioni di Pedro Sánchez per tenere insieme con la colla il suo governo senza maggioranza.
Poiché il vizio della memoria non piace, ecco l’eterno ritorno dell’uguale come teorizzava Friedrich Nietzsche. Esattamente come per la separazione delle carriere in magistratura, le leggi non valgono se a firmarle è qualcun altro. In politica la mancanza di coerenza istituzionale si chiama inaffidabilità. Senza contare che il mantra «diritto internazionale», oggi invocato dall’opposizione, è una foglia di fico raccolta da terra e più volte calpestata con nonchance. La frase fatta, cardine del pacifismo ideologico più peloso, fa correre qualche brivido nella schiena; basta ricordare quando coincideva allegramente con la legge del più forte.
Alcuni dei conflitti più sbagliati e devastanti degli ultimi 30 anni sono avvenuti sotto il cappello bucato dell’Onu, come quello in Kosovo targato Bill Clinton e quello in Libia per polverizzare Gheddafi, voluto da Barack Obama e dai francesi, con il plauso entusiasta del presidente Giorgio Napolitano. Erano tutte «guerre giuste» solo perché avevano il bollino blu della sinistra. Ma non erano meno sconcertanti, meno pretestuose, meno costose e meno pericolose per la stabilità internazionale di quella in Iran. Schlein gonfia la giugulare urlando «No alla guerra», visto che la mimetica è quella di Donald Trump. Legittimo. Se poi è interessata a capire perché è uno slogan vuoto (l’Italia ripudia la guerra ma purtroppo la guerra non ripudia l’Italia) può chiedere chiarimenti a colui che assistette da vicino al decollo dei Tornado di D’Alema e dei Prowler americani da Aviano, destinazione Belgrado. Si chiama Sergio Mattarella, era il suo vice.
Nei giorni in cui il Btp Valore si avvia a raccogliere in scioltezza 15 miliardi tra i piccoli risparmiatori, salta ancor più agli occhi la spesa per interessi per i 99 miliardi (che saliranno a 123 entro fine anno) di prestiti per il Pnrr.
Qualche giorno fa vi avevamo prudenzialmente parlato di 60 miliardi, ma applicando in modo certosino i tassi di raccolta sostenuti dalla Ue per le singole rate, il contatore è salito a circa 66,4 miliardi, spalmati tra agosto 2021, quando è stata incassata la rata di anticipo, e 2057, quando terminerà il rimborso delle ultime due rate che probabilmente incasseremo nel 2026. La seconda cattiva notizia è che quei 66 miliardi raccolti dalla Ue e girati all’Italia, hanno una scadenza media di 11 anni, ma il prestito erogato all’Italia ha una scadenza di 30 anni e quindi è esposto a variazioni dei tassi al variare dei tassi fissati dalla Bce. E lo scenario più probabile potrebbe essere un aumento.
Se queste sono le premesse, il risultato finale è quello di leggere sui comunicati che il Mef emette in occasione dell’incasso di ciascuna rata, un imbarazzante «da determinarsi», con riferimento al tasso d’interesse e al rendimento a scadenza. Questo perché la determinazione è rimessa ad un’intricatissima serie di calcoli che qui proviamo a spiegare. Mentre per comprendere i tassi delle emissioni di un Bot o di un Btp è sufficiente la scuola media. Immaginate una vasca con un rubinetto in cui la Commissione versa ripetutamente nel corso di un semestre i proventi delle emissioni di titoli; poi immaginate che durante quello stesso semestre gli Stati membri siano stati autorizzati a incassare una rata del Pnrr. A quel punto «l’acqua» viene prelevata, la vasca si svuota e si porta dietro per 30 anni il costo medio di tutte le emissioni versate in quella vasca, calcolato giorno per giorno. Il piano è strutturato in modo che tutte le «vasche» riempite ogni semestre (i cosiddetti comparti temporali) siano svuotate con precisione dai versamenti a favore degli Stati membri. Eventuali eccedenze o insufficienze sono colmate «travasando» dalle vasche relative ad altri semestri.
Compreso questo passaggio, il resto è tutto in discesa, ancorché umiliante per un Paese come l’Italia che non ha mai perso l’accesso ai mercati e che nel 2025 ha emesso in scioltezza 550 miliardi attirando investitori da tutto il mondo. Con l’enorme differenza di non dover rendere conto a Bruxelles della destinazione di quelle somme. Ogni rata ha un tasso di finanziamento iniziale che è il risultato della media di tutte le emissioni finite in ogni vasca, dai titoli a breve (entro i 12 mesi) a quelli a 30 anni, passando per tutte le scadenze intermedie.
E qui sorge un problema: poiché la durata media di quelle emissioni è di 11 anni e i rimborsi degli Stati membri partiranno dopo 10 anni dall’erogazione e si distribuiranno in quote costanti nei successivi 20 anni, la Commissione dovrà necessariamente rifinanziare i titoli in scadenza più volte fino al 2057, quando saranno conclusi tutti i rimborsi degli Stati membri. Ecco spiegato il perché al Mef non conoscono il tasso di interesse di ciascuna rata e quel tasso di 0,15% sulla prima rata è destinato a salire notevolmente, man mano che i titoli di quella «vasca» scadranno e la Ue dovrà rifinanziarli. Il tasso finale sarà noto solo quando sarà stato eseguito l’ultimo rifinanziamento dei titoli finiti nella vasca. E in 30 anni può accadere di tutto. Siamo quindi alla pietra dello scandalo: la Commissione ha insindacabilmente scelto una scadenza media nella raccolta dei fondi nettamente inferiore a quella della scadenza dei prestiti erogati, esponendo così i Paesi debitori a un rischioso tasso.
A questo punto arriva la nota obiezione secondo cui, a parità di scadenze, i tassi spuntati dalla Ue sul mercato dal 2021 sono stati leggermente inferiori a quelli dei nostri titoli di Stato, e quindi l’Italia ha risparmiato finanziandosi con la Ue, in confronto a quanto avrebbe pagato emettendo titoli pubblici. Obiezione respinta perché, premesso che nel 2025 la differenza si è quasi annullata, l’Italia avrebbe ben potuto scegliere di emettere titoli su una scadenza media diversa ed essere quindi meno esposta al rischio tasso o comprare delle coperture. Per esempio, l’Italia nel 2021 ha emesso 78 miliardi utilizzando Btp con scadenza 10, 15, 20 e 30 anni, con un tasso oscillante tra lo 0,80% del 10 anni e l’1,75% del 30 anni. Cosa avrebbe impedito all’Italia di raccogliere su scadenze altrettanto lunghe, quei 16 miliardi di anticipo ricevuti da Bruxelles e a un tasso così basso che oggi appare fantascienza, e chiudere là il conto degli interessi fino al 2057, peraltro con la Bce compratrice unica? Perché la Ue ha raccolto con scadenza media relativamente bassa, quando sapeva che i prestiti erano a 30 anni?
Ma il conto non finisce qua. Perché spuntano come funghi anche i cosiddetti costi di gestione della liquidità: poiché la Ue deve avere sempre una liquidità sufficiente per soddisfare le richieste di erogazione degli Stati membri, è costretta a raccogliere denaro in anticipo e tenerlo in attesa. Se, come è accaduto, le richieste di pagamento tardano ad arrivare, quella liquidità non solo non rende, ma in un contesto di tassi crescenti, diventa un costo, direttamente fatturato agli Stati membri (195 milioni solo nel primo semestre 2025).
Sempre convinti che consentire alla Commissione di giocare al «piccolo banchiere» - con l’Italia cliente quasi unico con i suoi 99 miliardi su 156 erogati - sia stato un buon affare?
- L’Azerbaigian denuncia un’aggressione con drone nell’enclave di Nakhchivan: macchia sulla reputazione. Un blitz che rischia di esporre i pasdaran a una controffensiva a Nord dopo la possibile minaccia peshmerga.
- Sotto attacco pure Qatar e Bahrein. Le Forze di difesa locali hanno distrutto decine di missili. A Manama danneggiato uno sito petrolifero: ridotto lo staff diplomatico britannico. Esplosioni ad Abu Dhabi.
Lo speciale contiene due articoli.
Mentre Teheran continua a respingere le notizie su una presunta offensiva curda nel Nordovest del Paese, la realtà che emerge dalle informazioni disponibili racconta una dinamica più complessa e potenzialmente pericolosa: la Repubblica islamica si trova oggi esposta su due fronti sensibili, quello curdo a Ovest e quello azero a Nord. Due linee di frattura che, sommate alle tensioni regionali e alla pressione internazionale, stanno mettendo sotto stress il sistema di sicurezza iraniano.
Nelle ultime ore i media ufficiali di Teheran hanno definito «completamente infondate» le indiscrezioni diffuse da testate vicine a Stati Uniti e Israele secondo cui il regime avrebbe perso il controllo delle aree di confine occidentali. Il quotidiano Tehran Times ha liquidato le notizie come propaganda, sostenendo che non esiste alcuna insurrezione armata nel Kurdistan iraniano. Tuttavia, dietro la smentita ufficiale rimane un quadro estremamente fluido. Da giorni, infatti, circolano informazioni su un possibile piano di pressione contro Teheran sostenuto da Washington e Gerusalemme, che avrebbe l’obiettivo di indebolire il regime e favorire una sollevazione interna che sarebbe impossibile da gestire. Secondo diverse ricostruzioni, alcune organizzazioni curde attive in Iraq avrebbero formato una coalizione con l’intento di coordinare eventuali operazioni contro la Repubblica islamica.
I leader curdi mantengono però una posizione prudente. Hanna Hussein Yazdan Pana, esponente del Partito per la libertà del Kurdistan, ha invitato a non credere alle notizie su un’imminente offensiva. «Non è vero, non credeteci», ha dichiarato, spiegando che «nessun peshmerga si è mosso e nessun gruppo agirà da solo». Lo stesso dirigente ha però ammesso che esiste un coordinamento tra diverse organizzazioni curde, ma ha sottolineato che un’operazione militare richiederebbe condizioni ben diverse. «Non è una questione di ore o giorni», ha spiegato. «Non possiamo muoverci se lo spazio aereo non è sicuro e se le infrastrutture militari iraniane non vengono neutralizzate. In caso contrario sarebbe un suicidio».
Per questo motivo i leader curdi hanno chiesto la creazione di una «no-fly zone» che possa garantire copertura alle eventuali operazioni. Nel frattempo il governo regionale del Kurdistan iracheno ha respinto con fermezza le accuse secondo cui la regione autonoma sarebbe coinvolta nell’armamento dei gruppi curdi anti iraniani. Il portavoce del Krg, Peshawa Hawramani, ha definito tali ricostruzioni «totalmente false» e ha negato qualsiasi partecipazione a piani militari contro l’Iran.
La tensione rimane alta sul terreno. Teheran ha intensificato nelle ultime ore le operazioni contro i movimenti curdi presenti oltre confine. Ieri l’esercito iraniano ha confermato di aver colpito con missili alcune basi di gruppi considerati ostili alla «rivoluzione islamica» nel Kurdistan iracheno. Secondo fonti internazionali gli attacchi avrebbero provocato almeno una vittima e diversi feriti. La questione curda rappresenta da decenni una delle principali vulnerabilità interne della Repubblica islamica. Circa il 10% della popolazione iraniana è composta da curdi, in gran parte sunniti, concentrati nelle province nord-occidentali del Paese. Organizzazioni internazionali come Amnesty international denunciano da anni discriminazioni politiche, economiche e culturali nei confronti di questa minoranza. Ma mentre il fronte occidentale resta sotto osservazione, una seconda crisi si è aperta improvvisamente a Nord. Il presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev ha accusato Teheran di aver lanciato un drone contro l’enclave azera di Nakhchivan, sostenendo che il velivolo avrebbe preso di mira l’aeroporto della regione autonoma. «Abbiamo aiutato l’Iran quando ci ha chiesto assistenza per evacuare i propri diplomatici dal Libano e in cambio riceviamo un attacco contro Nakhchivan? Un comportamento del genere è inaccettabile e rimarrà una macchia sulla loro reputazione», ha dichiarato Aliyev. Teheran ha respinto le accuse. In una nota ufficiale lo Stato maggiore delle Forze armate iraniane ha affermato che «la Repubblica islamica, nel rispetto della sovranità degli Stati vicini, nega di aver lanciato droni verso il territorio dell’Azerbaigian». Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, ha telefonato al suo omologo azero Jeyhun Bayramov per cercare di disinnescare la crisi diplomatica. Tuttavia i filmati online suggeriscono che il drone sarebbe effettivamente di produzione iraniana. Il risultato è un quadro strategico delicato. I fatti indicano che la Repubblica islamica si trova oggi esposta su due linee di pressione simultanee: il possibile risveglio del fronte curdo e l’improvvisa tensione con l’Azerbaigian. Due dossier che rischiano di trasformarsi in una nuova fase di instabilità.
Nel frattempo il nostro ministro degli Esteri Antonio Tajani ha annunciato che, «per motivi di sicurezza», l’ambasciata italiana a Teheran è stata temporaneamente chiusa: «Il personale si trasferisce a Baku, ma questo non comporta la rottura delle relazioni diplomatiche».
Sotto attacco pure Qatar e Bahrein
Il regime iraniano continua a sferrare attacchi contro i Paesi del Golfo, nonostante mercoledì il presidente Masoud Pezeshkian abbia dichiarato di rispettare la sovranità dei vicini.
In Qatar, il ministero della Difesa ha reso noto che sono piombati 14 missili balistici e quattro droni: a parte un razzo che è caduto nelle acque territoriali qatariote, tutti i vettori sono stati intercettati. In un comunicato il dicastero ha invitato i cittadini, i residenti e i turisti a «mantenere la calma» e ad «attenersi alle istruzioni ufficiali». Già nelle prime ore della giornata, le autorità di Doha avevano iniziato a evacuare le persone attorno all’area dell’ambasciata degli Stati Uniti come «misura precauzionale».
Anche gli Emirati Arabi Uniti continuano a essere uno dei principali target iraniani. Ieri le difese emiratine hanno intercettato almeno sei missili balistici e 125 droni. Uno dei velivoli senza pilota è stato abbattuto ad Abu Dhabi, dove si contano sei feriti. Nella serata, diverse esplosioni sono state udite nei pressi dell’aeroporto internazionale della capitale e a Ras Al Khaimah, mentre a Dubai sono scattate le sirene.
I bombardamenti si sono estesi anche in Bahrein, dove sono stati sentiti diversi boati. Nell’ultimo raid, Teheran ha preso di mira l’area industriale di Mameer. L’attacco ha provocato un incendio in un’unità della raffineria Bapco Energies. Il ministro dell’Interno del Bahrein ha poco dopo commentato che «l’incendio scoppiato in una delle strutture di Mameer, presa di mira dall’aggressione iraniana, è stato domato. Sono stati segnalati danni materiali limitati, senza perdite di vite umane». Nel frattempo, l’ambasciata britannica di Manama ha già ridotto il suo staff diplomatico in via precauzionale. Gli attacchi non hanno escluso nemmeno l’Arabia Saudita, con quattro droni abbattuti e il Kuwait.
La rappresaglia iraniana prosegue poi contro il principale nemico. I pasdaran hanno annunciato di aver sganciato missili sull’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv e sulla base aerea 27 «con missili Khorramshahr-4». Ma il Times of Israel ha specificato che non esiste la base aerea 27 visto che è stata chiusa a Ben Gurion nel 2010. Gli allarmi sono scattati in diverse regioni israeliane, inclusa Tel Aviv. E mentre i civili si rifugiavano nei bunker, le difese aeree sono entrate in azione per intercettare i missili balistici.
Dall’altra parte della barricata, in merito all’operazione Furia epica, l’Idf ha reso noto di aver «distrutto circa 300 lanciamissili in Iran».
Dalla mattina i raid hanno colpito Teheran e la sua periferia occidentale, mentre nella serata è stata presa di mira la zona Est della capitale dopo che Gerusalemme aveva chiesto al popolo iraniano di allontanarsi dall’area. A essere raso al suolo è pure lo stadio Azadi di Teheran: la struttura sportiva era uno dei luoghi utilizzati dalle forze di sicurezza iraniane secondo Iran international.
E pare che sia di nuovo slittata l’ufficializzazione di Mojtaba Khamenei quale nuova Guida suprema dell’Iran. Ieri si sarebbe dovuta riunire di nuovo l’Assemblea degli esperti per formalizzare l’annuncio, ma non sono state condivise dichiarazioni in merito. Quel che è certo è che il comitato di 88 membri è segnato dalle tensioni. Stando a quanto riferito da Iran international, almeno otto componenti dell’assemblea avevano annunciato che avrebbero disertato la sessione in segno di protesta.
Sembra infatti che la nomina di Khamenei sia il frutto di «una forte pressione» da parte dei Guardiani della rivoluzione. Chi si oppone avrebbe sottolineato i rischi di «una leadership ereditaria», con la Repubblica islamica che assomiglierebbe a una monarchia.
Nel frattempo, è stata trasferita l’autorità di nominare e revocare i funzionari militari e di dichiarare guerra al Consiglio direttivo ad interim di cui fa parte il presidente dell’Iran, Masoud Pezeshkian. Che ha pure elogiato la Spagna quale baluardo di «etica» e «coscienza consapevole» in Occidente dopo che Madrid ha negato agli Stati Uniti l’utilizzo delle basi militari.
Non si può dire che la visita di Friedrich Merz alla Casa Bianca abbia riscosso molto entusiasmo. Sia in Europa che in patria è infatti stata oggetto di pesanti critiche. La colpa del cancelliere tedesco è di essere rimasto in un imbarazzato silenzio mentre Donald Trump attaccava Keir Starmer («Non è Churchill») e Pedro Sánchez («Taglieremo tutti i contratti commerciali»).
Come è noto, a innervosire il presidente americano è stata la presa di distanza di Gran Bretagna e Spagna dopo l’attacco all’Iran e Merz non ha saputo, o voluto, arginare l’irritazione del suo ospite. «Un turista sprovveduto spiaggiato nella crisi», lo ha definito un giornale tedesco. Tuttavia, se si va oltre la forma, cioè se si guarda al bilancio dell’incontro senza tener conto della mesta figura rimediata nello studio ovale, il viaggio del cancelliere può definirsi un successo. Non per l’Europa o per il mondo, ma per la Germania. Già, perché dietro il sorriso di Merz per le battute di Trump, c’è una decisione che farà certamente felici i tedeschi e in particolare le imprese. Gli Stati Uniti hanno annunciato che esenteranno a tempo indeterminato dalle sanzioni le unità tedesche del colosso petrolifero russo Rosneft. In pratica, Trump ha concesso a Merz di riaprire il rubinetto da cui sgorga il petrolio russo, senza incorrere nelle multe decise dagli americani dopo lo scoppio della guerra in Ucraina. Prima le consociate in Germania del gigante petrolifero di Mosca non potevano operare, perché nessuno a Berlino era intenzionato a fare affari con loro correndo il rischio di finire nel mirino degli Usa. Ma l’esenzione garantirà servizi e aperture di credito, consentendo dunque alle società la possibilità di intrattenere rapporti commerciali e di vendere alle aziende tedesche. Siccome sappiamo che per anni la Germania ha goduto di forniture di petrolio e gas a prezzi super vantaggiosi, è chiaro che la cancellazione delle sanzioni non soltanto risolve i problemi di approvvigionamento che Berlino dovesse incontrare per effetto della guerra in Iran, ma molto in prospettiva potrebbe assicurare all’ex locomotiva tedesca quel vantaggio competitivo di cui ha goduto per anni.
Ovviamente, noi siamo molto contenti che la Germania si faccia gli affari suoi e trovi soluzioni che la possono favorire. Così come siamo felici che l’Ungheria abbia avuto una sorta di via libera da Bruxelles per riaprire l’oleodotto che attraverso l’Ucraina le garantisce le forniture russe. Tuttavia, ci interroghiamo sulla ragione che impedisce ad altri, cioè a noi, di fare altrettanto. Un paio di giorni fa, vedendo lievitare il prezzo del gas e del greggio per effetto della guerra e del blocco imposto dai Pasdaran come ritorsione all’uccisione della guida suprema Ali Khamenei, abbiamo proposto di riaprire i gasdotti con la Russia. L’Europa non può rimanere a secco perché, nonostante la transizione green imposta da Ursula von der Leyen, le rinnovabili non sono ancora in grado di rimpiazzare le fonti combustibili. Ma se dal Qatar non possiamo importarle causa guerra, se perfino l’Azerbaijan, da cui parte il Tap, ossia un altro gasdotto, rischia di essere coinvolto nel conflitto, forse urge ripensare lo stop al gas di Putin, imponendo una tregua prima che una crisi energetica ci travolga insieme alle nostre aziende.
Certo, questi ragionamenti non dovrebbe farli la sola Italia, ma l’intera Europa, che per prima dovrebbe porsi il problema di come risolvere le strozzature del mercato per quanto riguarda materie prime ed energia. Invece sapete che fa la Ue? Se la prende comoda. Le prime bombe su Teheran sono cadute il 28 febbraio e già lunedì 2 marzo i prezzi di gas e greggio erano alle stelle, però a Bruxelles hanno messo in calendario una prima riunione d’urgenza per il 14 marzo. Due settimane, non per decidere ma per decidere quando riunirsi. Poi si capisce perché gli Stati - Germania e Ungheria - scelgono di fare da soli. Ma si capisce anche perché nelle vicende internazionali l’Europa è un peso piuma.







