Le 34 certificazioni di non idoneità sanitaria al trattenimento in un Cpr analizzate dagli investigatori della squadra mobile di Ravenna e al centro dell’inchiesta sugli otto medici del reparto di malattie infettive del Santa Maria delle Croci, incrociate con le chat contenute nei telefoni sequestrati, sembrano mostrare una competizione neppure troppo silenziosa. Una specie di contabilità parallela. Un conteggio. Al quale seguiva un’esultanza. «Altre due da Ravenna!», scrive una delle dottoresse nel giugno 2024, ricevendo il pollice alzato da Nicola Cocco, infettivologo della Società italiana di medicina delle migrazioni. I messaggi scambiati tra medici e attivisti, letti uno dopo l’altro, sembrano restituire l’idea di un obiettivo comune: raggiungere, certificazione dopo certificazione, il numero maggiore di risultati rispetto alla campagna «No ai Cpr», sostenuta proprio dalla Società italiana di medicina delle migrazioni.
Il sospetto degli investigatori è che, nei 16 mesi sotto osservazione, abbia inciso direttamente sulle procedure di espulsione di 34 stranieri destinati all’espulsione su un totale di 64. Altri dieci immigrati, invece, si sarebbero ufficialmente rifiutati di sottoporsi alla visita medica, circostanza che di fatto ha impedito la valutazione sanitaria necessaria per stabilire l’idoneità alla detenzione amministrativa in un Cpr.
Ravenna era diventato un punto caldo della geografia italiana rispetto agli sbarchi: 25 dal dicembre 2022, tutti di navi Ong. E la città comincia a fare i conti con le espulsioni. A settembre 2024, ricostruisce il Corriere della Romagna, la stessa dottoressa aggiorna il conteggio: «Ciao Nicola! Qui a Ravenna almeno altre quattro non idoneità». In risposta dal medico No Cpr arriva l’emoticon col bicipite pompato. E quando i numeri cominciano a crescere, le risposte di Cocco sarebbero state: «Grande» o anche «gradissim*». È a quel punto che avrebbe svelato l’intento: «Se vi va mandatemi copia delle certificazioni, che sto tenendo una mappatura». La «cuenta» dei ribelli.
I pm della Procura di Ravenna, Daniele Barberini e Angela Scorza, hanno chiesto la sospensione per un anno per alcuni dei camici bianchi indagati. Le chat recuperate dagli investigatori raccontano un dialogo costante. Quasi due anni di contatti. Decine di pagine tra messaggi e intercettazioni ambientali sembrerebbero ricostruire una progressiva convergenza di intenti. All’inizio c’è un confronto. Che poi sarebbe diventato sostegno. E che si sarebbe trasformato infine in un’adesione alla campagna «No Cpr». Una traccia sarebbe rinvenibile nelle chat il 3 maggio del 2024. Una delle infettivologhe che nelle conversazioni, riporta il Corriere della Romagna, si definisce «anarchica e antagonista», condivide con i colleghi un articolo scritto proprio da Cocco sui rischi sanitari all’interno dei Cpr. Il messaggio che accompagna il link: «Abbiamo organizzato un incontro online per chiarirci le idee». Da quel momento il passaparola prende velocità: «Noi stiamo aderendo alla campagna No ai Cpr».
Secondo la ricostruzione investigativa, gli effetti non restano confinati alla discussione teorica. Si rifletterebbero anche nei numeri delle certificazioni mediche. A luglio 2024 una delle dottoresse scrive: «Ho dato la non idoneità per un Cpr e il ragazzo è tornato a ringraziarmi». Nel corso del 2025, secondo quanto emergerebbe dalle conversazioni, il clima nel reparto sarebbe cambiato. Nelle chat sarebbe comparso un senso di appartenenza. Uno dei messaggi sembra descriverlo in modo netto: «Ormai ci siamo dentro da così tanto... è una rottura, ma la scelta è puramente etica». E torna il bilancio: «Noi avremo dato più di 20 non idoneità e non è successo niente». Infine l’invito alla compattezza: «La cosa importante è essere uniti e non succede nulla».
L’episodio che fa scattare l’allarme arriva nell’estate del 2024. È luglio. Un certificato medico attira l’attenzione degli agenti dello Sco, il Servizio centrale operativo della polizia di Stato. Il modulo utilizzato è un prestampato della Simm. E sarebbe stato usato per dichiarare una non idoneità. Una delle dottoresse l’aveva ottenuto chiedendo se durante gli incontri online della campagna fosse stata suggerita «una possibile formula da utilizzare nella dichiarazione di non idoneità». Il referto prodotto con quel modulo diventa la prima crepa. Gli agenti entrano in ospedale. E in reparto comincia a diffondersi una certa preoccupazione. Una delle dottoresse scrive a una collega: «Ho un’urgenza. È arrivato l’ispettore e ora mi vogliono fare un verbale. Ho bisogno di non fare passi falsi, la polizia mi tampina, è un incubo». L’ipotesi di un’indagine prende forma. E nelle chat c’è chi prova a rassicurare. Un collega di Rimini interviene: «Va beh ci provano... e poi? Chi certifica sei tu, si attaccano». Ma la tensione cresce. E nella rete dei contatti viene chiamato in causa anche Cocco. La risposta che sarebbe arrivata è durissima. «Gli facciamo il c... a sti sbirri maledetti». Per lui, «i colleghi di Ravenna hanno espresso un parere clinico che evidentemente non è conforme agli obiettivi dell’amministrazione sull’immigrazione». Ora bisognerà capire se è conforme alla legge.
- La famiglia nel bosco paga il fatto di essere troppo bianca ed educata. Perché da noi ci sono toghe che tutelano gli stranieri violenti e assassini, non le persone normali.
- Ieri sera Catherine Birmingham è stata invitata a lasciare la struttura che la ospitava. Il Tribunale: «Si illudeva di tornare a casa presto». Il premier: «Scelta ideologica». Lo strazio della figlia, avvinghiata alla gamba della donna.
Lo speciale contiene due articoli
Poiché a pensare male spesso si coglie nel segno, viene da credere che se i Trevallion si comportassero come fanno altri e ben più pericolosi stranieri, non si troverebbero a vivere l’inferno a cui attualmente sono inchiodati. Viene da crederlo perché, con allarmante frequenza, ci troviamo a osservare casi allucinanti di immigrati verso i quali la magistratura utilizza ogni cautela e molta creanza. Forme di attenzione che, al contrario e inspiegabilmente, non sono tributate alla famiglia nel bosco.
Nei giorni scorsi abbiamo raccontato almeno due vicende agghiaccianti. Giorgia Meloni ha citato gli stranieri irregolari che erano stati trasferiti in Albania e che per volontà dei giudici sono rientrati in Italia nonostante avessero condanne per reati odiosi come spaccio, violenza sessuale e violenza sessuale di gruppo. Ad esempio Fathallah Ouardi, marocchino di 39 anni che aveva collezionato tutte le imprese di cui sopra. Poiché questo gentile signore aveva presentato richiesta di protezione internazionale, non può essere espulso né portato oltre l’Adriatico, ma deve essere ricondotto in Italia a piede libero.
E poi c’è la storia - tanto mostruosa da risultare grottesca - del pakistano presunto omicida che la Corte di appello di Firenze ha deciso di lasciare a spasso per l’Italia, benché sia colpito da mandato di arresto europeo. Il signore in questione non può essere estradato in Grecia - non in chissà quale feroce dittatura, ma in una civilissima nazione europea - perché rischierebbe, secondo i giudici, di trovarsi male in carcere. Intendiamoci: sappiamo molto bene che ogni sentenza fa storia a sé, che ogni vicenda giudiziaria ha le sue asperità e talvolta le sue contraddizioni.
Eppure è evidente che qui c’è qualcosa che non va. In virtù di quale delirante sistema si possono favorire spacciatori, omicidi e violentatori e ci si mostra, invece, ferocemente duri nei riguardi di una famiglia che non ha fatto niente di male? I Trevallion non hanno stuprato, molestato, ucciso o pestato nessuno. Ma chissà, forse avrebbero dovuto, perché a quel punto sarebbero stati trattati come tutti gli altri immigrati, clandestini compresi. Le istituzioni italiane si sarebbero preoccupate molto del loro benessere, avrebbero esibito grande rispetto per le differenze culturali, avrebbero tirato in ballo tolleranza e accoglienza. E i due poveri anglo-australiani avrebbero potuto continuare a vivere al limitare del bosco. Invece no, invece Nathan e Catherine non sono abbastanza stranieri. Sono troppo bianchi e troppo educati, non pretendono chissà quali privilegi, non hanno richiesto particolari favoritismi: volevano solo essere lasciati in pace. E questo, a quanto pare, per le nostre istituzioni non è accettabile.
L’astio nei confronti in particolare di Catherine che traspare dalle carte giudiziarie è talmente palese che solo un cieco non lo vedrebbe. Su di lei pesa una colpa terribile: vuole proteggere i suoi figli ed è arrabbiata perché glieli hanno tolti. Dunque, va punita. Se rubasse portafogli in stazione la tratterebbero con più rispetto.
Mamma Trevallion divisa dai figli. Ira di Meloni: «Non sono dello Stato»
Non veniteci più a raccontare che la priorità è l’interesse dei minori. L’ordinanza del Tribunale dei minorenni dell’Aquila ha ordinato l’allontanamento dei tre piccoli Trevallion-Birmingham «dalla comunità in cui sono attualmente ospitati e il loro collocamento in diversa struttura, senza la madre».
Non bastasse l’orrore del provvedimento, il giudice «autorizza l’esecuzione dell’ordine di allontanamento con l’assistenza della forza pubblica». La bambina di otto anni e i due gemelli di sei, sottratti lo scorso novembre alla coppia che abitava nel bosco di Palmoli, nel Chietino, sono amati dai genitori. Mai è stata commessa violenza nei loro confronti eppure non si vuole che tornino in famiglia.
E, se un peggio ancora doveva accadere, vengono separati dalla mamma. Anche con la forza, poco importa ai giudici gli effetti devastanti su quei tre piccoli. Ieri sera Catherine Birmingham era stata invitata senza mezzi termini ad abbandonare subito la struttura: scene strazianti con la bambina avvinghiata alla mamma per non lasciarla andare via mentre la febbre le saliva a 38. La motivazione di tutto ciò? Appare mostruosa: «L’umore materno è andato col tempo peggiorando verosimilmente poiché la signora mostra di avere per qualche ragione coltivato l’illusione di una permanenza in comunità molto breve e di un sollecito ripristino della convivenza di tutta la famiglia presso la propria abitazione», scrive Cecilia Angrisano, presidente del Tribunale dei minorenni.
Pensa un po’, la mamma si era illusa di avere la famiglia riunita: come ha potuto essere così sventata? Siamo in Quaresima e la Via Crucis della famiglia nel bosco non sembra potersi concludere con la liberazione dei Trevallion-Birmingham dal giogo dei giudici e dei servizi sociali. L’ordinanza parla di «condotta indisciplinata», dei tre piccoli. Afferma che la relazione del 12 febbraio 2026 della casa famiglia descrive il peggioramento del loro comportamento. «Si sono moltiplicati i tentativi dei minori di accedere autonomamente ai piani superiori della struttura, dove sono ubicati l’ufficio della responsabile, lo spazio neutro per gli incontri protetti, la stanza studio e l’appartamento assegnato alla madre». Proprio dei cattivi bambini, volevano il libero accesso alla parte della comunità dove è confinata la loro mamma.
Nella relazione si dichiara pure che «nell’ultimo periodo la donna consente ai bambini di soggiornare a qualsiasi ora nel proprio appartamento, chiudendo la porta. […] Tale condotta espone i minori a rischi significativi, considerata la loro tendenza a muoversi senza controllo in tutta la struttura». Preoccupazione per i possibili rischi, o rifiuto di accettare che delle creature vogliano passare più tempo con la mamma? Il giudizio su Catherine continua a essere inspiegabilmente duro. Nessuna attenzione per il dolore, la sofferenza di questa mamma.
L’ordinanza attinge sempre a piene mani dalla relazione dei servizi sociali e della casa famiglia, affermando che «la condotta tenuta dalla madre dalla fine di gennaio ha iniziato a essere, invece, fonte di grave pregiudizio, non solo per l’istruzione dei figli, ma anche per il loro equilibrio psichico, per la loro educazione e persino per la loro incolumità. Tale condotta legittimerebbe pertanto un provvedimento cautelare di allontanamento». Marina Terragni, Garante nazionale per l’infanzia e l’adolescenza, chiede la sospensione del provvedimento e una nuova perizia medica indipendente. «È l’unico modo in cui posso muovermi, tutelando la salute dei minori», afferma Terragni, oltremodo preoccupata perché «si rischia di infliggere ai bambini un ulteriore trauma dopo la separazione dal padre». Il garante si chiede: «Se le condizioni psicofisiche di questi piccoli si aggravassero, ipotesi poi non così remota considerati i ripetuti traumi che hanno subito, qualcuno sarà chiamato a risponderne?».
«Le ultime notizie mi lasciano senza parole», ha commentato il premier Giorgia Meloni, «il mio pensiero va ai bambini e ai loro genitori colpiti da una assurda concatenazione di decisioni dal chiaro tenore ideologico. Il compito dei tribunali per i minorenni è quello di tutelare i bambini e gli adolescenti di fronte ai casi di maltrattamento, abuso o abbandono, agendo nel superiore interesse del minore. Non è compito della giustizia, e dello Stato in generale, sostituirsi ai genitori, decidere come vadano educare i figli, imporre uno stile di vita fondato su standard che sono chiaramente ideologici. Perché i figli non sono dello Stato: i figli sono delle mamme e dei papà. Il governo era già intervenuto su questa materia, varando un disegno di legge apposito, che spero che il Parlamento possa approvare nel minor tempo possibile, per restringere l’arbitrio e combattere esclusivamente il superiore interesse dei minori», ha concluso Meloni.
Alessandra De Febis, Garante per l’infanzia e l’adolescenza della Regione Abruzzo, interviene osservando che «Non è pensabile che bambini già così gravemente esposti a cambiamenti e situazioni traumatiche vengano caricati di ulteriori choc, con nuovi stravolgimenti della loro quotidianità, dopo aver già cambiato radicalmente vita solo pochi mesi fa». Duro il commento dello psichiatra Tonino Cantelmi, consulente della difesa dei coniugi anglo-australiani. «Ci siamo dichiarati disponibili a una collaborazione equilibrata, ma tutto ciò è caduto nel vuoto».
Il professore osserva che il provvedimento «accoglie l’ostinazione del servizio sociale ad attribuire tutte le cause di difficoltà a Catherine e con incredibile tranquillità non esita a smembrare ulteriormente la famiglia e a generare un nuovo trauma a questi bambini, che dovranno essere trasferiti in un’altra struttura, confrontarsi con altri adulti sconosciuti e inserirsi in altri contesti problematici».
Il presidente della Regione Abruzzo, Marco Marsilio, «pur nel pieno rispetto delle decisioni assunte dall’autorità giudiziaria», parla di decisione che, «anziché accorciare le distanze, allarga la frattura».
Secondo il presidente dell’Osservatorio sui diritti dei minori e già Garante per l’infanzia e l’adolescenza della Regione Calabria, Antonio Marziale, «era del tutto prevedibile che la madre potesse manifestare atteggiamenti oppositivi in una condizione del genere».
La Lega ha commentato sui social: «Una famiglia divisa e distrutta per cattiveria e arroganza. Chiederemo ispezione urgente del ministero della Giustizia».
Lui avrà sei anni, la sorella dieci. Si fermano davanti all’installazione dei giocattoli creata per stigmatizzare le mortifere differenze di genere: da una parte una vettura gialla e tre soldatini, dall’altra una bambola, una tazzina da caffè stile signorina Felicita e uno specchio con cornice rosa. Tutto tristemente anni Sessanta. «La prevenzione primaria come politica di cambiamento culturale strutturale», recita la brochure che sta leggendo a voce alta il papà. Il bimbo osserva perplesso, poi dice alla sorella indicando macchinine e marines: «Questi sono per me, quelli per te». Un patriarca in erba, cominciamo male.
Senza saperlo, il Pierino sessista demolisce con una frase il messaggio politico di Mupa, la mostra sul patriarcato tossico organizzata da ActionAid in occasione della Giornata della Donna e allestita alla Fabbrica del vapore (Milano), con 27 fra cimeli, diorami e installazioni multimediali che dovrebbero simboleggiare la violenza maschile nella nostra società, e lo fa fra realtà, mistificazioni e ossessioni. Con un obiettivo: indicare la strada dell’uguaglianza di genere che sarà raggiunta - a Dio piacendo e a meno di scioperi - nel 2148. Non è una battuta perché la mostra, che dura fino al 21 marzo, chiude per 24 ore già domani per permettere alle indignate permanenti di «Nonunadimeno» di partecipare allo sciopero generale a favore delle donne, destinato a creare notevoli disagi a quelle che lavorano.
Non sembra un problema per Katia Scannavini, segretaria generale di ActionAid che presenta la kermesse, per Elena Lattuada, delegata per le Pari opportunità del Comune di Milano che la legittima a livello istituzionale e per le Bambole di pezza, gruppo punk-rock reduce dal Festival di Sanremo che fa da testimonial. Quisquilie, qui si vola alto e si stigmatizzano «comportamenti normalizzati e sottovalutati che costituiscono il terreno culturale su cui si radica e si riproduce la violenza». Come spesso accade, il problema è il minestrone narrativo, quell’ipocrisia conformista e progressista sintetizzata da Camille Paglia, lei sì rimasta guerriera: «Abbiamo trasformato le donne in eterne minorenni bisognose di tutela».
Sui due piani di Mupa la mescolanza è dadaista, sembra un pezzo di Concita De Gregorio. Ecco problematiche reali come il gender gap negli stipendi a parità di funzione (i cedolini rosa sono un’ingiustizia appesa al muro), ecco le ante sfondate che denunciano una violenza machista fuori dal tempo, ecco il video che rappresenta le spose bambine, in Africa, in Pakistan, nell’Asia profonda, non certo a Clusone o a Torre del Greco, a meno che non riguardino stranieri non integrati. Ecco pure il mansplaining paternalista: dibattiti tv su temi come aborto e disuguaglianza economica trattati solo da uomini, con in primo piano i malcapitati Bruno Vespa e Federico Rampini. Tematiche legittime, ineccepibili, drammatiche, confuse dentro una giungla di messaggi ambigui da caccia alle streghe femminista.
Due esempi surreali nell’Italia con il primo premier donna (guai a citarlo). Un’installazione mostra una ragazza in metro attorniata da due uomini, tipo interior designer uno e webmaster l’altro; sono intenti a molestarla. Scena che sottovaluta lo slancio quotidiano di immigrati dal testosterone fuori controllo, veri professionisti in quell’insopportabile approccio. Tra l’altro nei convogli c’è un aspetto qui non contemplato: la parità di fatto delle borseggiatrici con pancia finta, che non hanno bisogno di arrivare al 2148 per esercitare in pieno il matriarcato dello scippo.
Secondo esempio: un armadietto da palestra con scritte sconce indirizzate alle ragazze che fanno sport. Con un allarme: «Lo sport femminile è considerato di serie B e una donna su cinque rinuncia, vessata da provocazioni e violenze. Le Olimpiadi sono il trionfo del maschilismo competitivo». Nel santuario delle donne «cisgender e transgender, persone intersex e non binarie, lesbiche, bisessuali ed eterosessuali» però non c’è traccia della violenza più feroce, quella perpetrata dagli atleti trans che per anni hanno violentato i sogni sportivi delle ragazze rubando loro record e vittorie. Quanto ai Giochi «regno dei maschi», la smentita è nei numeri: le medaglie italiane più prestigiose a Milano-Cortina sono appese al collo di donne meravigliose, i volti di quei trionfi sono di Francesca Lollobrigida, Federica Brignone, Arianna Fontana che di mascolino non hanno niente.
Il viaggio milanese dentro la violenza di genere ha parecchi vuoti ideologici che urlano e ne deprimono l’obiettivo. Niente sulle violenze iraniane, niente sullo stupro di gruppo più criminale della storia recente, quello del 7 ottobre. In questi casi la sorellanza non è contemplata, le femministe non hanno nulla da obiettare. Sarebbe interessante sapere perché. Più facile rappresentare la donna italiana che spazza il tinello mentre il compagno divanato guarda la Champions circondato da bottiglie vuote di birra. Lo stereotipo è più rassicurante della realtà. Visto che la cronaca incombe, sarebbe nobile replicare la mostra a Teheran dove i «comportamenti tossici normalizzati» sono all’ordine del giorno.
Siamo sempre qui, coscienze inquiete a stipendio fisso. E dopo la mostra, mi raccomando, tutte alla manifestazione applaudita dalla sinistra dei diritti universali, a difesa del regime degli ayatollah che impicca le donne con il velo indossato storto.
Il 22 e 23 marzo gli italiani non decideranno solo se mantenere in vita oppure no la riforma Nordio. E nemmeno voteranno per mostrare o meno il gradimento verso il governo Meloni. No, il referendum servirà soprattutto a stabilire se l’Italia è ancora una repubblica democratica oppure se si avvia a diventare una repubblica giudiziaria. Boom. Lo so che qualcuno penserà che io l’abbia sparata grossa. Tuttavia, penso che la mia non sia un’esagerazione e vi spiego perché. Mai si era vista, neppure ai tempi di «Resistere, resistere, resistere», slogan coniato dal procuratore generale di Milano, Francesco Saverio Borrelli, durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario nel 2002, una tale mobilitazione del partito dei giudici. Mai avevo avuto la percezione così netta di un ordine dello Stato che si oppone a una riforma dello Stato. Il partito della magistratura, che per giunta non rappresenta tutta la magistratura ma soltanto la sua parte più estrema e radicale, si è messo alla testa di un movimento politico, radunando attorno a sé politici e professionisti, tra i quali una parte dell’avvocatura. Non sono il Pd o i 5 stelle a guidare l’opposizione alla riforma e al governo: è l’Anm, il sindacato delle toghe.
Nel passato, molte volte l’associazione nazionale si è opposta alle leggi discusse dal Parlamento e quasi sempre è riuscita a impedirne l’approvazione. Ma questa volta è diverso. Qui non siamo alle dichiarazioni dell’organizzazione di categoria e nemmeno alle singole interviste o dichiarazioni di questo o quel magistrato. Siamo arrivati a una vera e propria campagna referendaria, dove l’Anm si è trasformata in soggetto politico, scegliendo con cura gli slogan, investendo centinaia di migliaia di euro in comunicazione su autobus e nelle stazioni. Nemmeno ai tempi del referendum sulla responsabilità civile dei magistrati assistemmo a una simile discesa in campo. Che, ribadisco, non è guidata dall’opposizione all’attuale maggioranza, cosa peraltro legittima, ma da giudici e pm, i quali non si fanno scrupolo di usare la menzogna, dicendo agli italiani che la riforma abolirà l’indipendenza della magistratura, mettendola agli ordini della politica. Pd e 5 stelle, ovvero i principali partiti dell’opposizione, non hanno guidato nemmeno per un istante il fronte che contrasta la riforma Nordio, ma ne sono stati succubi.
Per di più, a poche settimane dal voto, si sono intensificate le sentenze che paiono proprio voler contrastare politicamente la linea del governo in carica. Ricercati per assassinio, spacciatori, stupratori e pedofili in procinto di essere espulsi vengono rimessi in libertà, quasi che dai tribunali sia in atto un boicottaggio nei confronti dell’esecutivo, per alimentare ulteriormente lo scontro fra magistratura e governo, per di più su un tema sensibile come quello della sicurezza.
Dunque, il voto del 22 e 23 marzo non riguarderà solo il merito, ovvero la separazione delle carriere, i due Csm, l’Alta corte disciplinare e il sorteggio dei membri che ne dovranno fare parte. E nemmeno si tratterà di decidere se dare una spallata o meno a Giorgia Meloni. La vera scelta sarà tra una repubblica democratica, dove l’articolo uno della Costituzione è rispettato nella sua parte in cui recita che il popolo è sovrano, oppure una repubblica giudiziaria, dove ogni cosa, ogni decisione politica, ogni governo, è soggetto all’impostazione politica espressa dalla magistratura. Non è un mistero che ci fu un tempo, tra il 1992 e il 1994, in cui giudici e pm pensarono di sostituirsi ai partiti e di guidare il Paese. All’epoca, fior di magistrati dissero di essere pronti ad accettare alti incarichi istituzionali nel caso in cui fosse giunta la chiamata del presidente della Repubblica. Beh, ho la sensazione che quel tempo sia tornato e che, se vincesse il No, assisteremmo a un protagonismo giudiziario ancor più pressante. E i primi a doversi preoccupare dovrebbero essere gli esponenti dell’opposizione, perché l’Anm, da nuovo soggetto politico presenterà loro il conto. Nel caso di vittoria del No, sarà infatti una vittoria del partito delle toghe, che da li in poi si sentirà legittimato da un voto popolare.










