Ieri pomeriggio l’offensiva israeliana sull’Iran ha visto una violenta accelerata con un attacco a Qom, città sacra del Paese. Aerei e droni dell’aeronautica israeliana (Iaf) hanno colpito l’edificio del Consiglio dove l’Assemblea degli Esperti, composta da 88 membri, si era riunita per votare il nuovo leader supremo dell’Iran.
All’interno si trovavano i religiosi chiamati a eleggere la Guida Suprema. Il fatto stesso che l’organo incaricato della successione si sia riunito in una fase di massima esposizione militare evidenzia una falla nei meccanismi di sicurezza: la convocazione in una sede nota e simbolica suggerisce un apparato informativo in evidente difficoltà e pesantemente infiltrato da Israele. Poco prima dell’attacco, su X era apparso un messaggio in lingua persiana attribuito al Mossad: «Non importa chi verrà scelto oggi; il suo destino è già stato decretato. Solo la nazione iraniana sceglierà il suo prossimo leader».
Il bilancio è ancora provvisorio, ma ci sarebbero molti morti e feriti. Tuttavia, l’agenzia ufficiale iraniana Tasnim ha smentito che fosse in corso la votazione: «La notizia del regime sionista circa l'attacco alla riunione degli esperti della leadership e del Consiglio direttivo ad interim è falsa. In quel momento non c’era nessun incontro del genere e queste voci sono un’operazione psicologica per creare un senso di vuoto di potere nel Paese», ha assicurato Tasnim mentre Donald Trump ha confermato l’attacco: «C’è stato un altro attacco alla nuova leadership. Sembra sia stato piuttosto sostanziale».
Successivamente le Forze di Difesa Israeliane hanno annunciato di aver lanciato una nona ondata di attacchi su Teheran. In Iran sono state segnalate esplosioni nella capitale e, secondo i media istituzionali, anche nelle città di Raj, Shiraz e Fawah e secondo media iraniani attacchi aerei hanno colpito anche l’aeroporto Mehrabad di Teheran. In contemporanea, il portavoce persiano delle Idf, il tenente colonnello in congedo Kamal Pinhasi, ha diramato un ordine di evacuazione per chi si trovava nella zona industriale di Hakimiyeh: «Nelle prossime ore, le Idf opereranno nell’area».
L’escalation del pomeriggio si è innestata su quanto avvenuto nella notte tra lunedì e martedì, quando l’aeronautica militare israeliana aveva già colpito e smantellato alcune strutture all’interno del complesso dirigenziale del regime iraniano nel cuore di Teheran. Secondo le Idf, l’operazione è stata condotta sulla base di «informazioni precise» raccolte attraverso un lungo processo di intelligence. Nel mirino sono finiti l’ufficio presidenziale, l’edificio del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, il luogo di ritrovo del più alto organo decisionale in materia di sicurezza, l’istituto per l’addestramento degli ufficiali militari e altre infrastrutture considerate chiave.
La risposta iraniana non si è fatta attendere. Nel pomeriggio dodici persone sono rimaste ferite nel centro di Israele a causa della caduta di detriti provenienti da un missile intercettato. Tra i feriti, una donna di 40 anni in condizioni moderate per una ferita alla testa e altre undici persone con lesioni lievi. La polizia di Tel Aviv ha accusato Teheran di aver impiegato bombe a grappolo contro aree civili. «Gli impatti causati hanno ferito civili e provocato danni», ha affermato il comandante Haim Sargaroff. L’Idf aveva poco prima confermato l’utilizzo di submunizioni nell’ultima ondata di lanci verso il centro del Paese.
Sul fronte settentrionale la tensione è cresciuta ulteriormente. Già ieri mattina l’esercito israeliano ha annunciato che proprie unità hanno assunto posizioni «offensive avanzate» nel Libano meridionale, con l’obiettivo dichiarato di creare «un ulteriore livello di sicurezza per i residenti del nord di Israele». Le forze sono entrate in territorio libanese per consolidare una fascia di difesa rafforzata lungo il confine. Nelle stesse ore Hezbollah ha lanciato 15 razzi verso le alture del Golan e cinque verso l’Alta Galilea, oltre a due droni intercettati sopra la Galilea occidentale. Da lunedì le Idf hanno colpito più di 160 obiettivi dell’organizzazione nel Libano meridionale, tra cui centri di comando e postazioni utilizzate per condurre attacchi verso Israele. In un’operazione condotta dalla Marina nella zona di Beirut è stato eliminato Reza Khuza’i, indicato come capo del reparto armamenti di Hezbollah e capo di stato maggiore del corpo libanese della Forza Quds iraniana. «Khuza’i è stato il braccio destro del comandante del Corpo d’Armata del Libano ed era considerato un attore chiave nel rafforzamento delle capacità di Hezbollah», hanno dichiarato le Idf, aggiungendo che «era responsabile della comunicazione tra l’organizzazione terroristica Hezbollah e il regime iraniano».
Nel quadro dell’escalation, la leadership di Hezbollah resta un obiettivo dichiarato di Israele «Siamo determinati a eliminare la minaccia rappresentata da Hezbollah e non ci fermeremo finché questa organizzazione non sarà disarmata», ha detto il capo di Stato maggiore israeliano, Eyal Zamir. Il ministro della Difesa Israel Katz ha spiegato: «Il primo ministro Benjamin Netanyahu e io abbiamo autorizzato le Idf ad avanzare e ad assumere il controllo di ulteriori posizioni strategiche in Libano, al fine di prevenire attacchi alle comunità israeliane di confine». E ha aggiunto: «Abbiamo promesso sicurezza alle comunità della Galilea, e la manterremo». In serata pero’ sono di nuovo suonate le sirene nel centro di Israele in seguito a lanci di razzi dal Libano che sono stati intercettati.
È uno degli ultimi colpi di coda del Superbonus. La misura vessillo del M5s tiene ancora sotto stress i conti pubblici, ostacolando la discesa del deficit sotto la fatidica soglia del 3% stabilita dal Trattato di Maastricht per consentire ai Paesi di usare di più la leva della spesa. Secondo le stime dell’Istat, nel 2025 il deficit misurato in rapporto al Pil è stato pari al 3,1%, in miglioramento rispetto al 3,4% del 2024 anche se oltre il limite di un decimo relativo agli accordi dell’Unione europea. Nel Dpfp (il Documento programmatico di finanza pubblica) di ottobre scorso, con l’aggiornamento degli obiettivi di finanza pubblica il governo stimava di raggiungere il 3,0%. I tecnici della Commissione Ue erano stati anche più ottimisti e a metà novembre avevano ipotizzato un disavanzo italiano al 2,98%.
I dati dell’Istat erano molto attesi poiché una discesa sotto il 3% avrebbe infatti consentito all’Italia di uscire dalla procedura di infrazione Ue per deficit eccessivo e di avviare già da quest’anno il rilancio degli investimenti nella Difesa con i prestiti comunitari del programma Safe, attivando la clausola di salvaguardia che esclude dai calcoli sul rispetto del Patto di stabilità una spesa aggiuntiva fino all’1,5% del Pil. Alla luce dei conflitti internazionali e della necessità di implementare l’apparato bellico, ecco che il balletto dei decimali diventa decisivo.
In una nota a piè di pagina, l’Istat sottolinea che «il conto è suscettibile di modifiche, se dovessero essere disponibili informazioni più aggiornate», pur precisando in un altro passaggio che l’utilizzo di questa finestra per rivedere i dati avviene «raramente».
L’ultima parola, però, a questo punto spetta all’Eurostat nella notifica attesa per il 21 aprile. Se l’indebitamento sarà confermato al 3,1%, l’obiettivo di uscita dalla procedura d’infrazione si sposta al 2027 con la conseguenza che il rifinanziamento del comparto della Difesa slitta di un anno. Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, a più riprese, rintuzzando le polemiche dell’opposizione, ha sottolineato che questo percorso si sarebbe svolto «senza togliere un euro» alle spese per la Sanità o il Welfare proprio in virtù del calo del deficit in anticipo sui tempi. Ora, però, quel paio di decimali in più rendono complicata la richiesta dei fondi del programma Safe (fino a 14,9 miliardi per l’Italia), che in quanto prestiti pesano sull’indebitamento netto. Questo pone l’Italia in una situazione difficile sul piano internazionale, poiché rallenta l’avvio dell’attuazione degli impegni assunti con i partner dell’Ue e dell’Alleanza atlantica proprio mentre i conflitti si allargano.
Questo spiega la cautela di Giorgetti nel commentare la valutazione Istat che «va capita», ovvero approfondita, e che comunque «è provvisoria, prima delle comunicazioni che l’Italia farà all’Ue».
Il nostro Paese risulta quello più «in salute» nella Ue come emerge da un report dell’Ufficio parlamentare di bilancio. La Francia ha un deficit del 5,4% e la Germania viaggia sul 3,3% e per il 2026 prevede un incremento fino al 4,8% del Pil.
Una cosa è certa, però, in questo gioco tra stime e conferme, ed è l’impatto della maxi agevolazione fiscale introdotta dal governo Conte II, sui conti pubblici. «Peccato per il colpo di coda del Superbonus nei condomini, causa principale del dato diffuso oggi», ha detto Giorgetti. Il che ha scatenato la replica piccata dei 5 stelle, punti nel vivo. Il vicepresidente del Movimento, Stefano Patuanelli, ha arringato stizzito che «la misura non influisce sul deficit», piuttosto «significa che nonostante la folle austerità che avete imposto e il record di pressione fiscale che avete raggiunto, non siete nemmeno riusciti a portare il deficit sotto il 3%».
I 5 stelle però dimenticano che lo scorso anno il Superbonus ha portato una spesa di altri 5,3 miliardi che incidono sull’indebitamento netto, accanto ai 44,2 miliardi di crediti d’imposta riconosciuti in passato e utilizzati nel 2025 che pesano invece sul debito. Non spiccioli. L’Istat riporta anche l’aumento del debito al 137,1% dal 134,7% del 2024. Ma su questa tendenza, pesano le maggiori disponibilità liquide del Tesoro.
Un altro dato atteso era l’andamento del Pil che nel 2025 è cresciuto un modesto 0,5% ma in linea con il programma di finanza pubblica.
Il saldo primario (indebitamento netto meno la spesa per interessi), in rapporto al Pil è migliorato (+0,7% dal +0,5% nel 2024). Significa che senza il fardello del debito, lo Stato sarebbe in attivo di circa 15 miliardi.
Le importazioni sono salite del 3,6% e le esportazioni dell’1,2%. La domanda nazionale al netto delle scorte ha contribuito positivamente alla dinamica del Pil per 1,5 punti percentuali. Il valore aggiunto, calcola ancora l’Istat, ha registrato aumenti dello 0,3% nell’industria, del 2,4% nelle costruzioni e dello 0,3% nelle attività dei servizi, mentre si è registrata una lieve flessione dello 0,1% nell’agricoltura, silvicoltura e pesca.
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La rappresaglia iraniana contro i Paesi del Golfo sfiora il punto di non ritorno, con gli attacchi che continuano a prendere di mira le infrastrutture civili. E il Qatar, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti lanciano avvertimenti a Teheran.
A Doha la giornata è stata segnata da diverse esplosioni: l’Iran ha comunicato di aver attaccato la base aerea statunitense di Al Udeid situata in Qatar. Ma i missili di Teheran puntavano anche all’aeroporto internazionale Hamad. Il ministero della Difesa qatariota ha annunciato che sono stati abbattuti due jet iraniani e che sono stati intercettati diversi missili balistici e droni. Il portavoce del ministero degli Esteri del Qatar, Majed al Ansari, ha aggiunto che i due aerei erano stati informati dello sconfinamento prima di essere distrutti sulle acque del Golfo Persico. L’avviso è arrivato nonostante Teheran non avesse comunicato a Doha l’incombente attacco.
Anche l’Arabia Saudita è stata interessata dai raid: a Riad, l’ambasciata degli Stati Uniti è andata in fiamme dopo essere stata bersagliata da due droni. Dure parole di condanna sono arrivate dal ministero degli Esteri saudita che ha definito «codardo e ingiustificato» l’attacco iraniano. Ha poi ricordato che il bombardamento è avvenuto nonostante l’Arabia Saudita avesse già messo in chiaro che non avrebbe consentito «l’uso del suo spazio aereo e del suo territorio per colpire l’Iran». A reagire è stato anche il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump: «Ci sarà una ritorsione». E ha precisato che l’Iran è pronto a «negoziare», ma per la Casa Bianca «è troppo tardi». Tra l’altro, secondo i media israeliani, il Qatar avrebbe già preso parte agli attacchi condotti contro l’Iran e fonti citate da Kan prevedono che anche l’Arabia Saudita faccia altrettanto. Poco dopo però è arrivata la smentita di al Ansari: «Il Qatar non ha preso parte alla campagna contro l’Iran».
In ogni caso, sia Doha sia Riad hanno lanciato avvertimenti a Teheran. Sempre al Ansari ha riferito che la violazione della sovranità del Qatar, di cui si è macchiato l’Iran, «sarà affrontata con misure severe». Dello stesso tenore sono le dichiarazioni di Riad: «Il regno ribadisce il suo pieno diritto ad adottare tutte le misure necessarie per proteggere la propria sicurezza, l’integrità territoriale, i propri cittadini» inclusa «la possibilità di rispondere a un’aggressione».
Chi sembra propenso a intraprendere un’azione militare contro l’Iran è Abu Dhabi. A lanciare l’indiscrezione è Axios: una fonte a conoscenza della questione ha infatti rivelato che gli Emirati Arabi Uniti «stanno valutando l’adozione di misure difensive attive contro l’Iran». Si tratta del Paese più colpito dalla rappresaglia iraniana: il ministero della Difesa di Abu Dhabi ha reso noto che Teheran ha lanciato 186 missili balistici e 812 droni. E si contano almeno 70 feriti e tre morti. Gli Emirati Arabi quindi «si riservano il pieno diritto di rispondere a questa escalation e di adottare tutte le misure necessarie per proteggere il proprio territorio». Anche ieri sera sono state sentite delle forti esplosioni. Le autorità di Ras Al Khaimah hanno confermato che è entrata in funzione, con successo, la difesa aerea.
In Bahrein, le esplosioni a Manama hanno fatto scattare le sirene, mentre la popolazione è stata invitata a cercare riparo. A detta di Teheran sono stati sganciati con successo «20 droni e tre missili» che hanno colpito la base americana in Bahrein. Non è stato immune nemmeno l’Oman: altri droni sarebbero stati sganciati sul porto commerciale di Duqm.
E mentre Mascate ha lanciato l’appello per il cessate il fuoco, con il ministro degli Esteri dell’Oman, Badr Albusaidi, che ha sottolineato che «ci sono vie d’uscita», la Turchia ha criticato duramente la vendetta scatenata dall’Iran. L’omologo turco, Hakan Fidan, ha bollato la rappresaglia contro i Paesi del Golfo come «una strategia incredibilmente sbagliata».
L’alto livello di tensione nell’intera regione è evidente dagli allarmi che gli Stati Uniti hanno indirizzato verso i connazionali. Già prima delle esplosioni a Doha, Washington aveva invitato i cittadini americani a lasciare immediatamente tutti i Paesi mediorientali e ha iniziato a organizzare i voli per il rimpatrio. Inoltre, è stata ordinata l’evacuazione del personale diplomatico non essenziale dalla Giordania, dal Bahrein, dall’Iraq, dal Qatar, mentre l’ambasciata americana in Kuwait è stata chiusa.
Nel frattempo, alcuni Paesi del Vecchio continente si sono attivati per difendere Cipro. Il Regno Unito invierà elicotteri antidrone e il cacciatorpediniere Hms Dragon, mentre la Francia si è impegnata a mandare sistemi antimissile e antidrone e dispiegherà la portaerei Charles de Gaulle nel Mediterraneo.










