Il bersaglio, al solito, sono i «perfidi fascisti», nello specifico quelli che si ritroveranno a Milano il prossimo 18 aprile per parlare di remigrazione. Non appena si è diffusa la notizia dell’iniziativa, i sinceri democratici sono corsi a invocare la mordacchia. Elena Buscemi, presidente del Consiglio comunale di Milano in quota Partito democratico, ha presentato in fretta e furia un ordine del giorno per chiedere al prefetto e al questore di vietare l’evento. Purtroppo per lei viviamo ancora in una democrazia, seppure malandata, dunque le autorità non hanno vietato un bel nulla: piaccia o meno al Pd, in Italia si può parlare di remigrazione.
A malincuore, il sindaco di Milano Beppe Sala ha dovuto ammettere che in effetti un evento non si può cancellare solo perché la sinistra non lo gradisce. «Se si parla di remigration si evocano deportazioni, situazioni che abbiamo già visto e, a mio parere, sulle parole bisogna porre un po’ di attenzione», ha detto Sala. «È evidente che questo evento non si può evitare, coloro che possono negare l’autorizzazione sono solo il prefetto e il questore. Ne avevo parlato già in precedenza e mi avevano spiegato che non era possibile proibirlo. Continuo a essere negativo ma continuo assolutamente, da uomo delle istituzioni, a rispettare chi è nelle condizioni di prendere decisioni, in questo caso il prefetto e il questore». Se non fosse drammatico ci sarebbe davvero da riderne. Il primo cittadino parla di rispetto delle istituzioni e intanto spiega che, se fosse stato per lui, avrebbe serenamente vietato all’opposizione cittadina di tenere un dibattito. Ma purtroppo, nonostante ci abbia provato in ogni modo, proprio non gli è concesso di censurare.
Ma ecco che - laddove le procedure democratiche impediscono abusi e spinte autoritarie - intervengono coloro che della democrazia e della libertà di opinione possono fregarsene amabilmente, ovvero i centri sociali. Come in risposta ai disperati appelli del Pd, gli antagonisti hanno fatto sapere di essere pronti alla guerra contro i Patrioti.
«I centri sociali ci saranno», dice un comunicato diffuso sui profili social del centro sociale Lambretta. «Il 18 aprile i Patrioti europei, di cui fa parte la Lega di Salvini, si raduneranno a Milano, in un ripugnante comizio in piazza Duomo. Nella capitale della Resistenza partigiana, i neofascisti invocheranno odio, razzismo, repressione, militarizzazione e suprematismo. Nel contesto della stretta virata a destra dell’occidente», continuano i fini analisti del Lambretta, «i Patrioti per l’Europa sono protagonisti di una battaglia politica suprematista e guerrafondaia all’insegna del riarmo, del sovranismo e della remigrazione. La Lega, ovviamente, è tra i primi sostenitori e tirapiedi dell’iniziativa e cerca spazio nelle strade e nelle piazze di Milano».
Dopo la sempre pacata e rispettosa disamina politica, arrivano le minacce. Salvini vuole spazi? Risposta del centro sociale: «A Milano non ne troverà. Nella nostra città non c’è spazio per fascisti e aspiranti dittatori, non c’è spazio per razzismo e segregazione, non c’è spazio per imperialismo, falsi miti e falsi dei. Parlano di sicurezza e vendono repressione, parlano di libertà di espressione e criminalizzano il dissenso, proponendo persino una taglia per l’antifascismo. Ebbene, ai nostri posti ci troveranno. Milano è antirazzista, Milano è partigiana, Milano è il 25 aprile, Milano è antifa. Parliamo di casa, parliamo di lavoro, parliamo di sanità, parliamo di istruzione e difendiamo il diritto alla Resistenza. Non vogliamo padroni, né in casa né altrove, né ora né mai. Il 18 aprile scendiamo in piazza e accerchiamo piazza del Duomo, i centri sociali ci saranno. Combatti la paura, distruggi il fascismo».
Fantastico, prima di scrivere il comunicato devono aver rivisto Il gladiatore due o tre volte. Fatto sta che questi gentili signori promettono di accerchiare piazza Duomo e la manifestazione di destra, ed è facile immaginare quali potrebbero essere le conseguenze. Certo al sindaco di Milano e al Pd questo non interessa: per loro la minaccia sono leghisti e Patrioti che vogliono tenere un convegno o un comizio.
Comunque sia, sabato 18 in piazza non ci sarà solo il Lambretta. Sono annunciate - come scrive Radio Città Fujiko - due «manifestazioni, coese e unitarie, una della Rete No Cpr e una dei centri sociali: la partenza del corteo sarà da largo Cairoli, le due manifestazioni confluiranno nello stesso spezzone che si concluderà all’Università Statale». Insomma, tutta la sinistra estrema è mobilitata. «Il tema della remigrazione sia per partiti politici di destra, come la Lega e il nuovo movimento di Vannacci, ma soprattutto per tutte le formazioni di estrema destra neofasciste, è il tema centrale di questi mesi», dice sempre a Radio Fujiko Walter Boscarello di Memoria Antifascista. «Noi stiamo da tempo cercando di contrastare questa proposta, perché riteniamo che il concetto di remigrazione sia un modo elegante per parlare di deportazione. Noi cercheremo, circondando piazza Duomo, di far sentire la nostra voce per dire che Milano è migrante e che non è la Milano che vuole Matteo Salvini».
Il Pd suona la tromba, i centri sociali partono alla carica. Come sia finita anche di recente lo sappiamo: non bene. E se l’atteggiamento dei dem non stupisce, sorprende già di più quello di Amir Atrous, responsabile immigrazione di Forza Italia a Milano, secondo cui «la città non merita di ospitare il remigration summit, un evento in odore di xenofobia e razzismo». Atrous promette di organizzare una sorta di contro convegno dedicato ai nuovi italiani, sempre per sabato 18. Per carità, capiamo il desiderio di alcuni di differenziarsi. Abbiamo però il sospetto che i centri sociali, alla bisogna, non farebbero molte differenze tra leghisti e azzurri.
- Oggi i colloqui per la pace in Pakistan fra Vance e i pasdaran, però Israele non molla la presa contro Hezbollah. Così Hormuz resta ancora chiuso perché l’Iran chiede lo stop agli attacchi in Libano. Senza una tregua non arrivano i rifornimenti dal Golfo.
- L’esperto di trasporto aereo Cristiano Spazzali: «In pericolo anche i piccoli scali che dipendono dalle linee economiche».
Lo speciale contiene due articoli.
Tre settimane, massimo un mese. Tanto è la capacità degli aeroporti europei di fornire cherosene alle compagnie aeree. Il Financial Times dà conto di una lettera inviata da Aci Europe (l’associazione che rappresenta gli aeroporti europei) alla Commissione Ue nella quale si afferma che le scorte di carburante per aerei si stanno esaurendo e si rischia una carenza nelle prossime tre settimane. Lo stretto di Hormuz rappresenta la via di transito per circa il 40% delle forniture mondiali di carburante per velivoli. L’Europa importa dal Golfo Persico il 43% del suo fabbisogno annuale di jet fuel. Inoltre, l’attività di raffinazione negli impianti europei è già al massimo e quindi non è possibile spingerla oltre.
Nella lettera, l’associazione ha avvertito il commissario europeo per i Trasporti, Apostolos Tzitzikostas, delle «crescenti preoccupazioni del settore aeroportuale per il calo delle scorte e le crescenti difficoltà di approvvigionamento». I fornitori, infatti, non garantiscono consegne oltre maggio. Le preoccupazioni aumentano con l’avvicinarsi della stagione estiva, cruciale per il turismo europeo. A Bruxelles sperano che la tregua tra Usa e Iran regga, così da consentire la ripresa della navigazione delle navi cisterna attraverso Hormuz. Sebbene al momento non si registrino carenze diffuse, i prezzi del jet fuel sono raddoppiati rispetto ai livelli pre-crisi (nell’Europa Nord-occidentale ha raggiunto 1.573 dollari a tonnellata, contro circa 750 dollari prima del conflitto), mentre alcune compagnie aeree hanno già avvertito del rischio di cancellazioni. L'annuncio del presidente statunitense Donald Trump di un cessate il fuoco di due settimane non ha avuto impatti rilevanti sui prezzi globali del petrolio, che sono rimasti elevati. Alcuni vettori hanno iniziato a ridurre i servizi poiché i rincari del cherosene hanno reso alcune rotte non redditizie. Delta Air Lines ridurrà la capacità del 3,5%, inclusi alcuni voli infrasettimanali e notturni, per compensare l’impatto dell’aumento dei prezzi del carburante, e prevede tra aprile e giugno costi aggiuntivi per il jet fuel pari a 2 miliardi di dollari. Anche Air New Zealand ha ridotto alcuni voli e la polacca Lot sta tagliando alcuni servizi meno richiesti e prevede di aumentare i biglietti. Lo scorso fine settimana, quattro aeroporti italiani hanno introdotto restrizioni sul carburante a seguito di un’interruzione dell’approvvigionamento presso un fornitore chiave, sebbene la carenza non fosse direttamente collegata allo stretto di Hormuz.
Ci sono anche altri fattori che rendono complicato lo scenario futuro. Non è sufficiente che Hormuz riapra in modo definitivo e senza sorprese dell’ultim’ora, ma è necessario anche che diminuisca il costo delle assicurazioni sulle navi cisterna. Inoltre, quando riaprirà il canale, serviranno settimane prima che le cisterne possano arrivare a rifornire l’Europa. L’alternativa è rappresentata dagli Stati Uniti, ma a che prezzi?
Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha confermato che se «sul fronte petrolifero e delle disponibilità non ci sono grandi preoccupazioni, possono esserci settori specifici come il jet fuel con criticità, perché una gran parte della produzione arriva dal Golfo Persico. Ma sono criticità settoriali specifiche sulle quali dobbiamo intervenire. Non è che con questo voglia sminuire, ma non è la crisi complessiva».
Intanto le associazioni dei consumatori cominciano a dispensare consigli su come affrontare eventuali cancellazioni di voli per chi ha già acquistato i biglietti. «Si può scegliere tra il rimborso entro sette giorni senza penali dell’intero costo del biglietto e la riprotezione, ossia l’imbarco su di un volo alternativo per la destinazione finale non appena possibile o ad una data successiva più conveniente, a seconda della disponibilità di posti», spiega Massimiliano Dona, presidente dell’Unione nazionale consumatori. E sottolinea che «potrebbe scattare anche la compensazione pecuniaria se le compagnie, pur essendo state informate della mancanza di carburante, non informeranno i consumatori nei tempi previsti, oppure se la compagnia aerea non ordinerà con congruo e sufficiente anticipo il carburante». Intanto Ryanair ha deciso di tagliare alcune delle sue rotte su Spagna, Francia, Germania, Portogallo e Belgio, anche se precisa che è una decisione presa già lo scorso anno per far fronte a una serie di rincari causati dall’aumento delle tasse.
«La crisi pesa sui vettori low cost. Estate più serena con quelli grandi»

Cristiano Spazzali, esperto del settore aereo
«Se il conflitto iraniano non dovesse risolversi entro l’estate o addirittura Teheran dovesse imporre una tassa di circolazione sullo stretto di Hormuz, c’è il rischio di un impatto importante sul sistema del trasporto aereo. Un impatto che metterebbe a dura prova i bilanci soprattutto delle compagnie low cost e, a cascata, potrebbe travolgere i piccoli aeroporti con una ridefinizione degli scali. Il che vale per l’Italia ma anche per l’Europa». Cristiano Spazzali, esperto di trasporto aereo, è uno dei più attenti analisti del settore e qui traccia quello che potrebbe essere uno scenario futuro con il protrarsi della crisi.
«Innanzitutto vorrei rassicurare chi ha progettato di volare nella prossima estate. Non ci dovrebbero essere problemi per le grandi compagnie aeree. Hanno scorte di carburante a sufficienza, tant’è che finora hanno mostrato di saper gestire bene la situazione di emergenza».
Eppure i listini si stanno muovendo al rialzo. Che cosa deve fare chi ha intenzione di volare in estate?
«Il mio consiglio è di acquistare il biglietto prima possibile. I rincari finora sono contenuti ma rischiano di esplodere, complice la speculazione che si alimenta con l’allarmismo».
Come mai Ryanair dice che le scorte di carburante sono garantite fino a maggio e che una parte della flotta potrebbe restare a terra nei mesi estivi?
«La crisi del cherosene si fa sentire soprattutto per le low cost. Le grandi compagnie aeree stringono accordi di rifornimento per il lungo periodo e quindi sono più garantite. Le low cost definiscono gli approvvigionamenti a ridosso data e a condizioni che garantiscano il minor onere possibile. Va ricordato che la bolletta energetica per un vettore rappresenta il 20-25% dei costi operativi complessivi e ora ha raggiunto il 40-50%. I vettori più strutturati sono parzialmente protetti da strategie di copertura del carburante, il cosiddetto fuel hedging. Per le low cost la situazione è più complicata. Di qui i messaggi di allarme che abbiamo visto questi giorni».
Quindi dobbiamo aspettarci biglietti più cari anche dalle low cost?
«Mi sembra inevitabile, anche se ciò è possibile fino ad un certo punto. Le low cost, che fanno della convenienza la loro politica strategica, non possono riversare tutti i maggiori oneri del caro cherosene sui passeggeri. Non possono nemmeno tagliare le tratte, ne andrebbe della loro affidabilità. La concorrenza del trasporto su rotaia se ne avvantaggerebbe. L’utente potrebbe chiedersi: perché volare se la stessa tratta è servita a un costo quasi simile dal treno, che risulta anche più affidabile come certezza della partenza? Alle low cost non rimane quindi che ritrattare l’handling con le società aeroportuali, cioè i servizi di terra. Non mi riferisco a grandi scali, come Malpensa o Fiumicino, ma a piccoli hub che vivono della presenza dei vettori a buon mercato capaci di influenzare anche il territorio con la movimentazione dei flussi turistici».
Si stanno creando le condizioni per una ridefinizione delle tratte?
«I piccoli scali sarebbero costretti ad abbassare il costo dei servizi e di conseguenza a stringere la cinghia a loro volta, dovendo continuare a pagare i dipendenti e le attività aeroportuali. Inoltre, uno scalo in crisi finanziaria diventa una bella gatta da pelare per una Regione».
E se lo stretto di Hormuz fosse soggetto a una sorta di dogana?
«Il problema è in che misura continuerà a esserci il rischio che l’Iran possa in qualsiasi momento far scattare di nuovo la minaccia della chiusura di Hormuz. A fronte di questa incertezza le compagnie aeree, per tutelarsi, potrebbero alzare la fuel surcharge, il supplemento carburante, la tariffa variabile aggiunta al costo del trasporto aereo per compensare l’oscillazione del prezzo del cherosene. Non ci dimentichiamo inoltre che gran parte dell’allarmismo di questi giorni serve anche a giustificare l’aumento dei biglietti».
Ci sarà un cambiamento dei flussi turistici?
«Gli equilibri delle rotte stanno già cambiando. Stanno perdendo slancio le destinazioni del Nord America mentre aumenta il flusso verso l’Oriente. Non a caso Paesi come la Cina, la Malesia, Singapore e tutto il Sud Est asiatico stanno intensificando, con un certo successo, il marketing turistico. Anche quello rivolto all’utenza di fascia alta che ha perso le destinazioni dei Paesi Arabi. Dubai e Abu Dhabi saranno tagliate fuori dalle rotte turistiche per molto tempo ancora. Il Giappone lo ha già fatto negli scorsi anni. Le grandi compagnie asiatiche saranno le protagoniste del prossimo futuro. La crisi le sta avvantaggiando».
Si chiude con successo la missione Artemis II: la capsula Orion è rientrata sulla Terra con ammaraggio nel Pacifico dopo dieci giorni di volo e il sorvolo della Luna. L’equipaggio, recuperato al largo della California, è in buone condizioni. Per la Nasa si apre ora la fase decisiva del programma lunare.
La fine della Prima Repubblica e, con essa, di un certo modo di intendere la politica e i rapporti dei partiti con la società. La staffetta con la Seconda Repubblica, l’avvento di Silvio Berlusconi, del tribuno dell’identitarismo federalista Umberto Bossi, i confronti con Sergio Mattarella e Oscar Luigi Scalfaro, i duelli con Gianfranco Fini.
I rapporti con la giustizia. Il caso Tandoy. E poi i retroscena sulla nascita di Forza Italia, di cui detiene la tessera numero 6. Gli auspici per una tanto agognata stagione riformista liberale che lui, «cattolico, liberale e democratico», ha provato a mettere al centro del suo agire istituzionale, a fianco dell’impegno per la sua terra natia, la Sicilia.
È un Enrico La Loggia in veste di aedo incapace di lesinare su dettagli appassionati, quello del libro Come è andata davvero (Rubbettino editore, 171 pagine). Affresco sapido e ampio, a metà tra il memoir e la cronaca popolare, La Loggia confeziona un testo che sfugge alle definizioni confezionate ad arte, dove la sua storia personale e familiare (è figlio del politico democristiano Giuseppe e nipote di Enrico, da cui prende il nome, deputato del Regno d’Italia fino al 1925) si intreccia con le vicende caratterizzanti un’era mai compiuta appieno nella sua traiettoria progettuale. Lo scopo è chiaro: fare i conti con sé stesso, ma anche col presente.
L’autore, costituzionalista, ministro per gli Affari regionali dal 2001 al 2006, presidente del Comitato Atlantico e vicepresidente del consiglio di presidenza della Corte dei Conti, ravviva la testimonianza con un’aneddotica briosa. Eccone alcuni estratti.
SILVIO BERLUSCONI
«Era un giorno di giugno del 1993 quando ricevetti la visita di Pippo Baiamonte, responsabile della Standa, che mi parlò di una nuova iniziativa politica, di un nuovo partito in formazione, di un importante imprenditore del Nord che aveva messo gli occhi su di me per un’eventuale adesione e una candidatura per quel partito, alle elezioni politiche previste per il 1994 […]». «Rimasi un po’ stupito, perplesso. Dissi che non mi sembrava ancora il momento, volevo prendere tempo […]». «Trovavo il nuovo linguaggio schietto, chiaro, comprensibile. Diverso dalle frasi fatte, dai paroloni privi di collegamento con la realtà, da frasi astruse per ingannare gli ingenui e nascondere il nulla rispetto a una visione del futuro che non c’era. Le proposte inserite nel programma, suggerite da mio padre, furono determinanti per l’adesione al Ppe. Ho già detto dei principi relativi al cattolicesimo liberale che si riferiscono alla difesa della vita, alla persona, al superamento del divario economico e sociale tra le diverse aree del Paese, non essendo più al servizio dello stato, ma dei cittadini. Cercavo una sintesi aggiornata e rivista agli anni Novanta di tre grandi dottrine, le stesse che avevano dato luogo alla nascita della nostra Costituzione e all’altissimo compromesso che fu possibile realizzare tra cattolici, liberali e socialcomunisti. Con riferimento al pensiero di tre grandi protagonisti del novecento: don Sturzo, Einaudi e Bissolati […]».
«Tanti sacrifici per trasformare il Paese sono andati poi dispersi. Sono cambiati i collaboratori, sostituiti da altri, che non sono stati capaci di mantenere Forza Italia al livello delle origini. Ma non è stata tutta colpa di Berlusconi. Mai si era visto, almeno negli ultimi decenni e in un regime democratico, un così virulento e feroce attacco di alcuni magistrati al servizio di veri e propri centri di potere così come reso ulteriormente palese dalle rivelazioni di Palamara […]». «Ci sono eventi prevedibili e al tempo stesso inaspettati. La morte di Berlusconi è uno di questi. Negli ultimi tempi il nostro rapporto si era rarefatto, spento. Questo mi condizionava moltissimo. L’avevo sentito l’ultima volta a novembre, sette mesi prima che morisse, e avevo litigato con lui. Avevo criticato le sue ultime scelte di candidati e di collaboratori, di essersi fatto condizionare da interessi esterni e di essersi adagiato su queste indebite pressioni facendo scadere il livello dei suoi rappresentanti […]».
GIANFRANCO FINI
«Altro capitolo riguarda i miei rapporti con Fini. Non furono né buoni, né sereni a partire dal 1996. La vicenda della mancata elezione alla presidenza del Senato in gran parte attribuibile a lui, forse perché, se fossi stato eletto, Berlusconi avrebbe accumulato altro potere, accese la miccia […]». «Dissi che Forza Italia era come una Ferrari che si trascinava in autostrada una roulotte. E la roulotte era quella di Fini e del suo partito e che quindi se lui avesse insistito con questi suoi atteggiamenti, così come l’avevamo agganciato alla nostra Ferrari, facilmente avremmo potuto sganciarlo e lasciarlo per strada. Immagino che non gradì affatto la battuta.[…]».
UMBERTO BOSSI
«Ho conosciuto tantissimi tra imprenditori, professionisti, docenti universitari, giornalisti e politici che sanno fare le loro valutazioni con serenità e buon senso. Uno di questi, proprio il più insospettabile, è Bossi, col quale ho sempre avuto un buon rapporto. Politico di grande intuito. Formidabile tattico. Quando non recitava la parte in pubblico. Si fece spiegare da me come era fatto lo Statuto speciale siciliano, e dopo un po’ si convinse che la strada giusta per il nostro Paese fosse quella prevista dagli Statuti delle Regioni ad autonomia differenziata: Sicilia, Sardegna, Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia. Non per copiarli alla lettera, ma per sostenere un regionalismo differenziato, ma solidale […].»
OSCAR LUIGI SCALFARO
«Che personaggio! Non ho conosciuto altri di questa portata. Buono, pio, cortese, amabile e rigoroso sui principi e coerente con la sua fede, ma altrettanto cinico e spregiudicato. Ebbi un paio di incontri con lui, uno in occasione delle consultazioni dopo le dimissioni del primo governo Berlusconi, e un altro da solo. E poi una lettera… […]». «Nonostante le nostre argomentazioni fossero ineccepibili dal punto di vista costituzionale, Scalfaro voleva tentare di formare un governo presieduto da Dini […]». «Dini non tornò più dal presidente Berlusconi. Non si fece più trovare al telefono […]».
SERGIO MATTARELLA
«Dell’attuale capo dello Stato bisogna dire solo cose positive e certo ce ne sono tante. Per quanto mi riguarda, devo ricordare un rapporto unilaterale: da parte mia di stima e di fiducia, da parte sua di diffidenza, per una ragione o per un’altra. Peccato! Avrebbe dovuto essere lui a guidare quel gruppo di giovani docenti universitari verso il riscatto della Sicilia, ma non è stato così o non lo è stato abbastanza. O meglio avrebbe potuto essere così se ci fosse stato un clima migliore, di reciproca comprensione […]».
INCONTRI CON LA GIUSTIZIA
«Fui chiamato dalla commissione antimafia e Luciano Violante mi incalzava con le sue domande, come dinanzi a un delinquente colto con le mani nel sacco […]». «Subito dopo l’elezione al Senato nelle file del centrodestra, cosa ritenuta un po’ più grave di un peccato mortale da alcuni magistrati di sinistra, fui imputato di aver impedito - addirittura! - la costruzione dei gabinetti del mercato ortofrutticolo, quando ero assessore all’Annona e alla polizia urbana al Comune di Palermo.
Il magistrato, che non faceva mistero delle sue simpatie, imbastì un processo, ma mi fu facile poter dimostrare che essendo stato in quell’assessorato per un anno e mezzo e cioè per circa una settantina di settimane, avevo fatto più di una cinquantina di solleciti, quasi uno ogni settimana, ed esibii le copie […]». «Risposi al giudice in maniera altrettanto franca: “È vero signor giudice. C’era una cosa da fare che purtroppo non ho pensato di fare e cioè quella di andare con un secchio, una paletta e un po’ di cemento e fare tutto personalmente” […]».









