Mutui, tregua solo apparente: i tassi fermi della Bce non rassicurano le famiglie
La pausa decisa dalla Banca centrale europea sui tassi d’interesse somiglia più a una sospensione temporanea che a un vero cambio di rotta. I mercati, infatti, continuano a scommettere su nuovi rialzi entro la fine dell’anno, con conseguenze dirette per milioni di famiglie italiane alle prese con un mutuo.
Secondo le indicazioni che emergono dall’analisi della curva dei futures, le attese sono per almeno due aumenti complessivi pari allo 0,50% entro i prossimi mesi. Un percorso che, salvo scossoni improvvisi sul piano globale, potrebbe non esaurirsi nel breve periodo: le stime indicano infatti un ulteriore possibile ritocco all’inizio del 2027, seguito poi da una fase di stabilità dei tassi fino alla prima metà del 2029. Nel frattempo, l’impatto più immediato si scarica su chi ha scelto il tasso variabile. In un contesto già segnato dall’aumento del costo dell’energia e dall’inflazione su beni e servizi, il rincaro del denaro rischia di comprimere ulteriormente i bilanci familiari. Il meccanismo è diretto: l’Euribor, indice di riferimento per i mutui variabili, tende infatti a seguire da vicino le decisioni della Bce.
Le simulazioni parlano chiaro. Per un mutuo da 150.000 euro della durata di 30 anni - una delle formule più diffuse in Italia - un aumento dei tassi dello 0,50% si traduce in circa 42 euro in più al mese, pari a oltre 500 euro l’anno. Un aggravio che, moltiplicato per la durata del finanziamento, assume un peso tutt’altro che marginale. Diversa la situazione per chi ha già sottoscritto un mutuo a tasso fisso: in questo caso, le condizioni restano invariate e non si registrano effetti diretti delle decisioni della Bce. Il quadro cambia invece per chi è in procinto di acquistare casa. In questa fase di transizione, alcune banche mantengono ancora offerte con tassi bloccati per chi riesce a chiudere l’operazione entro l’estate. È il caso, ad esempio, di istituti che garantiscono le condizioni per i contratti firmati entro la fine di agosto o settembre. Una finestra temporale che potrebbe rivelarsi decisiva.
Chi invece rimanda la scelta si troverà con ogni probabilità ad affrontare condizioni meno favorevoli, con tassi già influenzati dai rialzi attesi e rate mensili più onerose. In altre parole, il costo del rinvio rischia di essere concreto. La pausa della Bce, dunque, non basta a rassicurare. Piuttosto, segnala una fase di attesa carica di incertezza, in cui famiglie e mercato immobiliare restano esposti alle prossime mosse della politica monetaria.
Passato il Primo maggio, incardinato il decreto da un miliardo circa per sostenere soprattutto donne e giovani al lavoro, ministro Calderone è già tempo di consuntivi. Ci dice di cosa va particolarmente fiera rispetto a quanto fatto per l’occupazione?
«La scelta più significativa è aver introdotto il principio del salario giusto. Una scelta di sistema, non ideologica. Non ci siamo limitati a discutere di salario minimo. Abbiamo affermato che il salario giusto ha un valore almeno pari, e sottolineo almeno, a quella prevista dai contratti collettivi delle organizzazioni più rappresentative. Questo significa valorizzare il lavoro delle parti sociali e, allo stesso tempo, decidere di rendere il sistema più trasparente e verificabile attraverso sistemi di monitoraggio. Abbiamo visto crescere l’occupazione stabile, con più donne e più giovani in attività, ma il lavoro non è mai un risultato definitivo: serve continuità».
C’è invece un rimpianto, qualcosa che è rimasto in sospeso? Un provvedimento che proprio avrebbe voluto fare e che invece non è riuscita a portare a casa?
«Avrei voluto fare di più sulle competenze, accelerando ancora gli investimenti. Solo con il Fondo Nuove Competenze 3 abbiamo stanziato oltre un miliardo di euro nell’ultimo anno e credo si debba continuare su questa strada».
Landini dice: il governo ha stanziato 930 milioni a favore delle aziende, non c’è invece nulla per i lavoratori. È così?
«È una lettura che non condivido. Le imprese che assumono generano reddito per i dipendenti. Non c’è contrapposizione tra sostegno alle aziende e tutela dei lavoratori, se gli incentivi sono legati a occupazione vera e di qualità. Ed è proprio così: gli incentivi scattano solo con un incremento occupazionale reale e se vengono applicati i contratti collettivi sottoscritti dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative su scala nazionale. Nessun sostegno a chi sfrutta o sottopaga. Quest’ultimo decreto, quindi, è parte di una strategia complessiva e va letto in quella cornice. Per esempio ricordandosi che solo nella ultima legge di bilancio abbiamo destinato due miliardi direttamente ai lavoratori».
Dal decreto è saltata in extremis la norma che prevedeva gli aumenti contrattuali retroattivi. Sarebbe stata una bella scossa per i salari e un incentivo a firmare i contratti non rinnovati. Cos’è successo?
«Abbiamo scelto di non sostituirci alle parti sociali: la contrattazione resta il luogo naturale per decidere come rivedere il contratto. Abbiamo però inserito un correttivo: dopo 12 mesi di vacanza contrattuale scatta un adeguamento forfettario dei compensi pari al 30% dell’indice dei prezzi al consumo. È un aiuto mirato, che accompagna la dinamica negoziale ma non la sostituisce. Il senso del decreto è proprio questo: creare un patto di responsabilità condivisa».
Ritiene che sia sufficiente? Non pensa che nel decreto manchi qualcosa che incentivi i rinnovi contrattuali?
«Il messaggio è chiaro: i contratti vanno rinnovati nei tempi. Il governo sta investendo nel creare le condizioni migliori per promuovere e accompagnare la contrattazione. Siamo sempre stati coerenti sul ribadire che la contrattazione collettiva per noi è lo strumento più efficace per intervenire sulle retribuzioni. Il concetto del salario minimo è facile da comunicare ma troppo alto è il rischio di un effetto contrario, di un peggioramento delle retribuzioni complessive e di una diminuzione delle garanzie contrattuali».
Uscendo dalla teoria, può farci un esempio concreto?
«Il rinnovo del contratto metalmeccanici. A giugno dello scorso anno abbiamo fatto un incontro al ministero su una trattativa bloccata: l’istituzione ha facilitato il dialogo tra le parti sociali, offerto assistenza tecnica, ma ha lasciato quello spazio necessario di confronto che ha portato al buon risultato raggiunto. Ecco, questa è la linea da seguire. La stiamo sostenendo con strumenti concreti, come la tassazione al 5% sugli aumenti derivanti dai rinnovi prevista dalla legge di bilancio per il 2026. Ci aggiungiamo due ulteriori leve: l’autonomia delle parti chiamate a stipulare i contratti e la clausola di adeguamento automatico dopo 12 mesi. Il decreto passa ora nelle mani del Parlamento che, in fase di conversione, potrà ulteriormente rafforzare questi elementi».
Che peso hanno avuto in questa decisione Confindustria e le parti sociali?
«Il confronto nelle ultime settimane è stato ampio, ma il metodo è sempre lo stesso: ascolto e decisione nell’interesse generale. Dal dialogo sono emerse indicazioni importanti, inserite nel decreto Primo maggio. Soprattutto, sono emersi i presupposti per lavorare insieme e costruire un mondo del lavoro ancora più inclusivo: in questo periodo storico di profondi cambiamenti, il dialogo sociale e la collaborazione possono fare la differenza su molti fronti, compreso quello retributivo. Noi abbiamo dato un perimetro chiaro e sostenuto il lavoro di qualità, riservando a sindacati e associazioni datoriali il tempo di portare avanti il loro confronto sulla rappresentanza. È un equilibrio che, a mio avviso, rappresenta un risultato senza precedenti».
Il salario giusto è la vostra risposta al salario minimo invocato dalle opposizioni. Perché con il primo gli italiani ci guadagnano?
«Perché è più ampio e valorizza il complesso delle tutele offerte dai contratti. Il salario minimo rischia di semplificare troppo e di comprimere sistemi complessi. Il salario giusto, invece, considera il trattamento economico complessivo: non solo la paga oraria, ma anche istituti contrattuali come il welfare, le mensilità aggiuntive, il Tfr. Valorizza la contrattazione, contrasta l’uso dei contratti pirata e collega gli incentivi pubblici al rispetto dei lavoratori. È una risposta più completa e più rispettosa della qualità del lavoro».
Il problema del Paese, non certo da adesso, è la retribuzione media che soprattutto nelle grandi città e al Nord non è sufficiente per garantire un tenore di vita adeguato. Impressionanti i dati della Meloni sui 13 metri quadri che si riescono ad acquistare a Milano investendo il 30% dello stipendio per stipulare un mutuo a 30 anni. Cosa riuscirete a fare nell’ultimo anno di legislatura per migliorare questa situazione?
«Il sostegno del potere d’acquisto è una priorità che non abbiamo mai messo in discussione. Negli ultimi tre anni i salari medi sono cresciuti di circa quattro punti, con un’accelerazione nell’ultimo anno intorno al 2,8%, soprattutto grazie al rinnovo dei contratti. Ma è chiaro anche che non basta intervenire su una singola voce per avere effetti realmente percepiti dai cittadini. Soprattutto quando crescono le spese che le famiglie devono affrontare per via della situazione internazionale e degli impatti sui costi dell’energia».
Quindi?
«Serve quindi un mix di interventi: taglio del cuneo fiscale, detassazione dei premi di produttività, welfare aziendale, fino al piano casa e al taglio delle accise esistono già ma continueremo a valutare quali misure rafforzare o introdurre. La stabilità del governo ci consente di intervenire con continuità. Ed è un fattore decisivo».
Altro grande tema del presente e del futuro: l’intelligenza artificiale. Lei giustamente ha detto che chiudersi ed «evitare» i progressi tecnologici non si può. Cosa state facendo per evitare un’ecatombe di posti di lavoro?
«Il punto non è fermare l’innovazione, ma governarla. La nostra direzione mette l’uomo al centro sapendo che la vera sfida, più che tecnologica, è quella che riguarda le persone. Il Future of Jobs Report 2025 del World Economic Forum stima che, entro il 2030, risulterà trasformato il 22% dei posti di lavoro. La parola chiave di questo processo è quindi “trasformazione”. Per questo stiamo lavorando su due fronti: monitoraggio degli impatti sul mondo del lavoro e formazione continua delle competenze. L’Osservatorio sull’adozione dell’IA nel mondo del lavoro del ministero (in via di composizione) sarà la cabina di regia, mentre investiamo sulle competenze digitali con progetti trasversali e digitali dedicati alla formazione delle persone».
Avete stilato un elenco dei settori più a rischio?
«Insieme all’Inapp, stiamo studiando quali siano le figure professionali maggiormente esposte. È un monitoraggio continuo che ha un suo primo riflesso in un elenco pubblicato sul sito del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, nella parte riservata all'Osservatorio sull'impatto dell’IA (ancora in versione beta). Lo stesso elenco indica però anche quali siano le professioni che restano meno esposte agli impatti dell’IA e verso quali lavori orientarsi. Il punto non è difendere ogni singola mansione, ma accompagnare le persone nella transizione».
Ci sono invece delle nuove professioni collegate all’Ia che potrebbero garantire un adeguato ricambio?
«Ci sono segnali chiari: crescerà la domanda di competenze tecnico-scientifiche, digitali e nei settori legati alla sostenibilità. Stiamo osservando qualcosa che già il Rapporto Draghi aveva individuato, richiamando come nodo critico la carenza di competenze in quelle aree. Ed è proprio questo il nodo: colmare il gap di competenze. Una questione che inciderebbe anche sul mismatch tra domanda e offerta di lavoro, per cui le previsioni di assunzioni trimestrali si aggirano su 1,5 milioni di ingressi ma quasi un lavoratore su due è considerato “di difficile reperibilità».
Moreno Conficconi, rigorosamente romagnolo - è nato nel 1958 a Meldola, provincia di Forlì-Cesena - è stato per 10 anni, dal 1990 al 2000, il braccio destro di Raoul Casadei, il secondo re del liscio. Il primo fu Secondo Casadei, zio di Raoul, che fondò la celebre orchestra romagnola.
Lui, da tutti conosciuto come «Moreno il biondo», è il re contemporaneo di questo genere gioioso e popolare che richiama feste di paese, pranzi di nozze. E un’antropologia contadina i cui scenari erano balli sulle aie per vendemmia e mietitura e quei matrimoni allegri rimpianti da Pasolini. Per le sue connotazioni etnologiche, l’epopea del liscio è stata riscoperta anche da noti cultori della musica. L’attuale detentore dello scettro, musicista e cantante, ha collaborato con nomi altisonanti della repubblica internazionale della musica. È solare («Se ti piace il mare vienimi a trovare!»). La sua orchestra si chiama «Orchestra Grande Evento».
A incoronarti è stato Franco Mussida, prestigioso musicista, 40 anni nella Pfm.
«Sono stato invitato al Cpm di Milano, una scuola di perfezionamento di alto livello, con docenti preparatissimi, grandi musicisti, a parlare della musica popolare nell’open day con i ragazzi. Al termine di questa meravigliosa giornata dove ho anche suonato la mia musica popolare, quindi il liscio, accompagnato dai ragazzi, è salito sul palco, mi ha preso e alzato la mano dicendo “Moreno Conficconi, il re del liscio contemporaneo”, suggellando 50 anni di carriera».
Qual è la filosofia del liscio?
«È quella di essere un’unica interpretazione, quella del ballerino e quella del musicista. È una musica che si dona, una simbiosi tra chi la ascolta e chi la balla».
Valzer, polka e mazurka. Non sono generi nati in Romagna…
«La polka non è nostra, il valzer e la mazurka nemmeno perché giungono dall’Europa. Perché è diventata musica nostra? Perché diventò una musica del popolo, una musica sociale, intratteneva con una caratteristica data dal padre fondatore del liscio, Carlo Brighi (1853-1915, ndr), primo violino dell’orchestra di Toscanini alla Scala, che riuscì a renderla usufruibile dal popolo, non più soltanto nelle corti, pensiamo al valzer. Una musica che permise alle persone di avvicinarsi, di abbracciarsi. Il protagonista non era tanto il musicista, quanto il ballerino. La prima cosa che pensiamo è che la musica deve far ballare la gente».
Alla fine degli anni Venti, Secondo Casadei, figlio di una famiglia di sarti, debuttò con l’Orchestra Casadei. Nel 1954 compose Romagna mia. Ad Alto gradimento Arbore e Boncompagni proposero la sua Io cerco la morosa. Il liscio divenne un fenomeno nazionalpopolare…
«Ci furono due momenti straordinari, con Arbore e poi con il Festivalbar. La svolta fu Romagna mia, che arrivò all’ascolto di tutti anche grazie ai juke-box e a Radio Capodistria che la trasmetteva con le dediche… Il liscio diventò una moda. Secondo Casadei visse questo passaggio, attorno al ‘68. Ma una chiave di lettura è anche quella turistica. Lui e il suo quintetto avevano debuttato all’inaugurazione del primo stabilimento balneare a Gatteo Mare. Poi il turismo riceveva sempre più visite dall’Italia e dall’estero e da lì questa musica, suonatissima, diventò anche commerciale perché c’erano le canzoni-cartolina, con una dedica alle varie località. Ogni località aveva una sua canzone Ti aspetto a Cesenatico sul mare oppure Riccione, Riccione goodbye. Spingevi il bottoncino e sentivi il ritornello».
L’hai conosciuto Secondo, che morì a Forlimpopoli nel 1971?
«L’ho solo visto sul palco, al mio paese, a Galeata, a un “veglione della sporta”, avevo 13 anni, suonavo già il sax e il clarinetto nella banda. Ricordo che fui folgorato da questo musicista vestito di bianco al centro del palco e il mio sogno era di esserci un giorno anch’io, proprio in quell’orchestra, vestito di bianco. Un sogno che vita mi ha regalato, la svolta della mia carriera».
Negli anni Sessanta Secondo fu affiancato dal nipote Raoul Casadei che, purtroppo, se ne andò causa Covid nel marzo 2021. Dal 1990 al 2000, con i Casadei, sei stato il suo braccio destro. Come lo ricordi?
«Portava con sé la sua origine professionale, quella del maestro elementare. Raccontava le canzoni alla gente come dovesse raccontarle a un bambino. Inventò il racconto delle canzoni. Era un sognatore. Ero il suo braccio destro in tutto, un po’ il suo interprete, mettevo qualcosa di mio negli arrangiamenti, ascoltavo rock, blues, di tutto… Gran parte dei testi dagli anni Settanta li ha scritti lui».
I temi?
«Melodie italiane, la nostra è una melodia. Scriveva il pezzo “sanremese”, alla Sal Da Vinci per capirci. Devo dire che con Sal - un caro amico - vincitore a Sanremo ha vinto anche il liscio. Io l’ho fatto Sanremo, con gli Extraliscio, e lui è stato la continuazione di un percorso».
Sin da giovane formasti orchestre. Come nacque il tuo interesse?
«Il mio babbo non era musicista, mia madre cantava nella parrocchia, il suo sogno era un figlio che cantasse e suonasse. A sei anni mi mettevano sugli sgabelli a fare i concertini. Feci anche le selezioni per lo Zecchino d’oro. Non vincevo mai, perché ero scarso a cantare. Mio padre, a Galeata, s’inventò la Coppa canora, per farmi vincere. Neanche lì riuscii, ma arrivai terzo. Mia mamma veniva a prendermi al campo di calcio con la scopa che mi dava sulle gambe. “Va’ a suné”. Io pensavo al pallone».
Passione ancora viva dato che sei nella Nazionale Cantanti.
«Esperienza umana straordinaria. Morandi, Ruggeri, Ramazzotti… Già mi conoscevano. Un sogno esaudito e ne ho ancora tanti».
Dopo l’esperienza con i Casadei hai fondato l’Orchestra Grande Evento, la tua orchestra attuale.
«Con l’ingresso di Mirko Casadei, figlio di Raoul, lasciai l’orchestra. Nel 2002 faccio l’Orchestra Grande Evento. Ritorno sul palco con il fronte di attacco musicale dell’Orchestra Casadei storica e riparte quella storia in un’altra maniera. Con Tassinari e Ferrara andammo anche a Sanremo con gli Extraliscio. Adesso facciamo un tour».
Nelle vostre esibizioni si ascolta solo o anche si balla, come nella tradizione del liscio?
«È diventato quasi un cinquanta e cinquanta. Grazie al lavoro fatto anche da me questa musica è diventata da ascolto. Con il Ravenna Festival, nel 2013, per me c’è stata una svolta. Comunque il ballo rimane sempre».
Nel 2013, appunto, il Ravenna Festival ti ha affidò la realizzazione dello spettacolo Secondo a nessuno, tributo a Secondo Casadei. L’Orchestra Sinfonica Giovanile Cherubini di Riccardo Muti si è unita alla tua, al PalaDeAndré di Ravenna. Quattromila spettatori.
«Franco Masotti, del Ravenna Festival, mi ha chiamato da Riccarda Casadei, figlia di Secondo, per me fondamentale nel dopo-Casadei e nel dopo-Raoul. Mi dicono “vogliamo fare questo evento dedicato alla musica romagnola e a Secondo Casadei” con l’orchestra sinfonica giovanile di Muti, che ha suonato con noi. Entrambe le orchestre dirette dal maestro Giorgio Papini, facemmo cinque pezzi di Secondo e Raoul Casadei».
Hai collaborato con il cantautore Massimo Bubola.
«Sì, coinvolto da Giordano Sangiorgi, mi incontrai con Bubola e realizzammo Un bacio in bicicletta, un brano dialettale di Secondo Casadei».
Il liscio è anche antropologia, etnologia, cultura.
«Esattamente, una cosa che il Ravenna Festival ha iniziato a sdoganare. E c’è da dire anche che se l’orchestra sbaglia una nota il ballerino se ne accorge. Ma io cercavo e cerco una musica che rispetti la tradizione ma libera di raggiungere qualsiasi ascoltatore».
Sarebbe ora si smetterla di giudicare il liscio come un sottogenere.
«Certo, e sono cose reali. Se io ho suonato con David Rhodes, il chitarrista di Peter Gabriel… Se io inizio Tramonto, un classico di Secondo Casadei, e cerco di trasmetterla a chi ha suonato con Peter Gabriel o a Roberto Gualdi, Pfm, se con il gruppo Romagna 2.0 facciamo musica salentina con Stefania Morciano, figura principale della notte della taranta… Il mio sogno futuro è fare una band di folklori europei, internazionali e grazie a queste collaborazioni voglio arrivarci».
Musicalmente, il liscio si sta rinnovando?
«Il mondo del liscio attuale è un contenitore di stili e generi, come fosse un format. Sempre al centro c’è il ballo, ma con contaminazioni rock, funky, blues, folk, elettronica. Ad esempio il mood della quotata orchestra Omar Lambertini è più rockettaro. Io faccio folk, liscio, ma uso i sintetizzatori, non ho la rigidità delle partiture… Ciò che mi lega al sound romagnolo tradizionale è il clarinetto in do, che io suono».
E i giovani?
«Tantissimi ne sono attratti, ma che amano il ballo, tutto parte da lì. È la gioventù dei quarantenni, della famiglia, di chi vuole farsi una serata con gli amici a tavola e poi nei locali, multisale, con la sala del liscio».
Hai composto 700 brani…
«Sì, faccio testi e musica. Per i testi mi sto concentrando sul dialettale romagnolo, molto musicale e adatto anche per l’estero».
Secondo Casadei, scrivendo Romagna mia, si pensava lontano da casa?
«Sì, con il desiderio di tornarci. In origine il titolo era Casetta mia. Il maestro Olivieri gli consigliò di cambiarlo con Romagna mia. Era una canzone di scorta. È la quinta canzone al mondo più eseguita. Incisa in un mucchio di lingue, tra cui il cinese».
Nel 2070 il liscio si ballerà ancora?
«Si ballerà perché è giovane nel suo Dna e lo resterà sempre».
Otto secoli fa Giovanni di Pietro di Bernardone diventava un riferimento per tutta l’umanità. Con la morte San Francesco, il patrono d’Italia, il poverello d’Assisi lasciava sull’umanità un segno indelebile, talmente forte che ai giorni nostri è diventato un simbolo per tutto e per il contrario di tutto.
Peraltro il suo «mito» si era sostanziato già in vita. Basta ricordare che in punto di morte del «poverello» alcuni cavalieri di Assisi vanno a Nocera Umbra a prelevarlo perché si teme che il copro del «santo» venga sottratto. Lo si ricorda ogni anno questo episodio con la cavalcata di Satriano. Ma chi era davvero Francesco prima delle stimmate, chi è Francesco oltre le stimmate? Se lo è chiesto uno dei massimi teologi e filosofi contemporanei: don Luigi Maria Epicoco. Ancorché giovanissimo, declinare i suoi titoli accademici è recitare un rosario della cultura; con un altro sacerdote romano, Giuseppe Forlai, che ha scelto la via della meditazione come eremita, ha dato alle stampe per Einaudi un libro agilissimo per quanto profondo, San Francesco prima del mito, che si legge come acqua di fonte e che resta dentro come lievito di meditazione.
Don Luigi, lei scrive nella prefazione: «Un libro per dire chi essenzialmente non è San Francesco». E allora chi non è Francesco?
«Francesco non è una bandiera che può essere brandita da una qualche ideologia più o meno alla moda. Non è il capofila degli ecologisti o dei pacifisti, né tanto meno è un ingenuo naif che ogni tanto parla con gli uccellini. Francesco è un uomo concreto, con i piedi per terra e con la immensa capacità di saper tenere insieme tutte le dimensioni della vita. In questo senso non si fa mai un favore a Francesco quando lo si vuole ridurre semplicemente a un’unica dimensione. Egli è davvero un “fratello universal”, nel senso che ha avuto capacità di intessere relazione con ogni singolo frammento dell’esistenza».
C’è un passaggio in cui lei afferma: il potere del padre è dare amore e fiducia. Ma è solo il Padre o anche l’uomo che ha generato che ha questo potere? In poche parole esiste un patriarcato buono e se sì come lo vede la Chiesa con gli occhi di Francesco?
«La paternità è solo e soltanto qualcosa di positivo. Mi viene però da diffidare nel pensare alla paternità in termini di paternalismo o di patriarcato. Abbiamo dato ormai a queste parole un’accezione negativa perché le leghiamo a un esercizio della paternità che non ha più come scopo liberare, ma in questi casi lo scopo è possedere, controllare. Anche quando questo però è fatto per fini buoni, non è mai salutare, perché il possesso e il controllo sono il contrario dell’amore e della fiducia. La Chiesa è “madre”, ma deve fare sempre i conti con la capacità di saper essere “padre”. Da una parte, cioè, deve saper mettere al mondo, e questo lo fa attraverso l’esercizio della misericordia; dall’altra parte però deve saper mostrare quella paternità che passa attraverso l’annuncio di una verità che ci spinge a mettere in gioco la nostra libertà. Francesco ha un incontro fortissimo tra queste due dimensioni: da una parte si sente “misericordiato”, e dall’altra sente di dover prendere grandi decisioni per la sua vita».
In un paio di passaggi molto suggestivi lei parla di prevaricazione come scaturigine del peccato originale e della riconciliazione come atto di beatitudine. In questo tempo di conflitto c’è spazio per la riconciliazione e se sì in che misura? Con quale ruolo della Chiesa?
«Ci deve sempre essere spazio per la riconciliazione. Se perdessimo questa speranza, in realtà vivremmo in una sorta di disperazione strutturata. La Chiesa in fondo deve far sempre questo: andare a scavare sotto le macerie dei conflitti per ritrovare quei semi utili a riallacciare le relazioni, a rendere possibile di nuovo l’umana convivenza, a riscoprire tutto quello che ci unisce, anche se infinitamente più piccolo rispetto alle grandi cose che ci dividono. Il paziente lavoro di mediazione, di ascolto, di dialogo è quello che la Chiesa si è sforzata di fare in tutti i secoli della sua vita probabilmente guidata da quella beatitudine che Gesù pronuncia nel Vangelo di Matteo, quando dice esplicitamente: “Beati gli operatori di pace perché saranno chiamati figli di Dio”».
Si parlerà molto di Francesco in questo ottocentesimo anniversario della sua morte ed efficacemente lei ha scritto insieme a Giuseppe Forlai Francesco prima del mito. È una provocazione? Un disvelamento? Un monito a guardare oltre la beatificazione l’uomo di Assisi?
«Mi verrebbe da dire che l’operazione che abbiamo tentato di fare con il libro è restituire la santità di Francesco perché la santità non è un distacco dal mondo, non è un edulcorare la realtà, ma è bensì un realismo dove si vede all’opera la grazia di Dio. Allora in mezzo alle pieghe, alle contraddizioni e a volte alle zone d’ombra della vita di una persona, si gioca tutta la luce della sua testimonianza. L’operazione di queste pagine ha la stessa pretesa di quei restauratori che tentano di ripulire un affresco da quella patina che ne ha oscurato la vividezza dei colori. Lungi però per noi pensare di aver detto l’ultima parola su Francesco. Per questo abbiamo preferito togliere invece di aggiungere, cioè sottrarre qualche pregiudizio per lasciare che il mistero luminoso della vita di quest’uomo torni ad essere davvero provocante».
È di straordinaria attualità e forse d’illuminazione anche per papa Leone XIV, che si trova a fare i conti con un post Francesco (Bergoglio) e soprattutto con i vescovi tedeschi, la sua affermazione: «L’esperienza francescana produce una riforma profonda senza produrre una frattura». È ancora così?
«Quando una riforma genera divisione, questo è segno che non è secondo il Vangelo. Il Vangelo, infatti, quando è vissuto autenticamente, valorizza la diversità, ma mai a scapito degli altri. È tipico invece della mondanità, cioè della mentalità che noi riconosciamo in quella del diavolo - non a caso nella sua etimologia più basilare significa “divisore” - usare la diversità per contrapporla, invece di considerarla un valore aggiunto. Non dobbiamo però mai dimenticare che fondamentalmente il ruolo di un Papa ha sempre e soltanto una duplice funzione: confermare nella fede e garantire la comunione. Un Papa realizza pienamente la sua missione non attraverso la sua simpatia, le sue doti, i suoi talenti personali, ma quando serve questo duplice scopo: rafforzare la fede e tenere insieme. San Francesco ci ha mostrato che è possibile cambiare senza spaccare la Chiesa, e in questo senso ha un po’ insegnato anche ai Papi a fare bene il loro mestiere».
Insiste molto sul rapporto tra Francesco e Creato quasi a sfatare che quel suo Cantico delle creature sia un inno ecologista. Quella era una professione di fede che è stata scippata e piegata?
«Assolutamente sì. L’ecologismo è una forma di ideologia, e questo non è un affare nemmeno per il creato. Francesco guarda le cose tenendole insieme in un tutto armonico, dove però ogni cosa ha il posto giusto. Non gli è mai passato per la testa di idolatrare il creato, ma certamente riconosce che in esso si riverbera in maniera potente la bellezza di Dio. Proprio per questo tutti noi siamo chiamati ad averne un’infinita cura, come si ha cura per le cose di una persona che si ama».
Lei attesta a Francesco l’intuizione e la pratica dell’uomo nuovo, come se Francesco fosse un’ anticipazione del Rinascimento che peraltro con Marsilio Ficino esplora la potenza dell’anima. È così?
«Io preferirei dire che l’uomo nuovo di Francesco attesta soprattutto quella chiamata alla novità, cioè all’unicità, a cui Cristo chiama tutte le persone che lo seguono. Si è nuovi quando si assume la propria singolarità come l’unico grande contributo che noi possiamo dare alla storia. Quando uno smette di essere sé stesso, in fondo ha privato il mondo di una novità che avrebbe potuto arricchirla».
Lei non parla del rapporto con l’islam che invece è cruciale oggi. Che pensa di Francesco che va incontro a Malik al Kamil?
«Francesco va incontro all’islam non con ingenuità, né tantomeno con violenza. Ci va da cristiano, con la grande convinzione di dover dare Cristo a tutti, anche a Malik al Kamil. Ma dare Cristo non significa fare violenza. Significa offrire all’altro la possibilità di poter incontrare un senso diverso della propria esistenza, a partire proprio da Cristo, Figlio di Dio. Gesù non ha mai forzato nessuno alla conversione, ma ha tentato sempre di parlare a tutti, soprattutto a quelli che normalmente noi immaginiamo essere i lontani. In questo senso Francesco ha compiuto un gesto profondamente cristiano».
In ultimo che rapporto ha lei con Giovanni di Pietro di Bernardone. È stato più Epifania o più Profezia?
«Francesco ha rappresentato per me un grande pungolo. È una di quelle personalità che non ti fanno dormire tranquillo perché ti interrogano costantemente su quanta verità effettivamente c’è dentro la tua vita. In questo senso Francesco ha assolto pienamente nei miei confronti la sua funzione, che è quella di provocare quella grande domanda che dovrebbe muovere la vita e che la teologia chiama “conversione”. Ma va anche detto che se questo libro è nato è per una provocazione teologica e umana su Francesco che mi ha dato l’altro autore del libro, Giuseppe Forlai. Forse il suo essere monaco eremita è stata l’occasione per incontrare un’interpretazione di Francesco fuori dal mainstream».










