Giuseppe Conte è certamente, bisogna dargliene atto, un animale politico multiforme: è svelto come uno scoiattolo, furbo come una volpe, spietato come una belva. Elly Schlein, in vista delle primarie per decidere il candidato premier del centrosinistra, muove qualche passo verso il centro (vedi la solidarietà alla Meloni dopo gli attacchi di Trump) per parare le critiche dei moderati del suo partito? E lui, il policefalo Conte che fa?
Si butta, in questo caso a pesce, a sinistra che più a sinistra non si può, più precisamente su Enrico Berlinguer, bandiera mai ammainata della sinistra italiana. E allora eccolo ieri alla Camera sul tavolo degli oratori al dibattito che è seguito alla proiezione del film «Berlinguer a love story» in compagnia di nuove e vecchie glorie del comunismo, da Luciana Castellina (fondatrice de Il Manifesto) ad Arturo Scotto (Pd), da Elisabetta Piccolotti (Avs) ad Andrea Quartini (M5s).
Cosa c’entra Conte con Berlinguer? Nulla, da nessun punto di vista ma l’occasione di indispettire la Schlein e arruffianarsi quelli di Fratoianni è troppo ghiotta (e qui siamo in versione ghiottone, l’orsetto insaziabile) per lasciarsela sfuggire. Ma se i due, Conte e Schlein, si stanno allontanando sul piano della politica interna, il collante su almeno un punto della politica estera sembra al momento tenere, ed una colla che proprio Enrico Berlinguer aveva scrostato dai muri della sinistra italiana: l’anti atlantismo, l’America come nemico, la Nato come una minaccia. Svolta che nel 1976 culminò nella famosa dichiarazione: «Mi sento più al sicuro nel Patto Atlantico». No, oggi Conte, ma anche la Schlein, cavalcano - al netto delle follie di Donald Trump - il virus della anti occidentalismo che sta infettando l’Europa fino quasi a paralizzarla. Ora, è chiaro a tutti che l’Occidente non è un paradiso terrestre ma, parafrasando la famosa frase di Winston Churchill del 1947 a proposito della democrazia, si potrebbe dire con ragionevole certezza che «l’Occidente è la peggior forma di società, eccezione fatta per tutte le altre forme che si sono sperimentate finora». Trump lo si può e a volte lo si deve mandare a quel paese, ma allontanarsi dall’alleanza politica, militare ed economica con gli Stati Uniti sarebbe una sorta di eutanasia per l’Italia e per l’Europa intera. Eppure Conte, da premier, ci provò a trascinarci nel baratro rinnegando l’Occidente e offrendo l’Italia alla Cina. Ci sono voluti anni per rimediare al disastro, ma alla fine, con discrezione e buon senso, il governo Meloni ha chiuso i rubinetti del folle memorandum firmato a suo tempo da Conte sulla «Via della Seta». Un patto, quello stretto dall’avvocato del popolo col compagno Xi Jinping nel 2019, che è passato alla storia non come una grande opportunità commerciale, ma come il più clamoroso autogol geopolitico del nostro Paese dai tempi del dopoguerra. Vi ricordate le fanfare? Conte, in pompa magna, ci raccontava che saremmo diventati l’hub europeo della Cina, che avremmo venduto arance e navi a Pechino, ignorando - o facendo finta di ignorare - i diktat di Washington e la diffidenza di Bruxelles. Un’intesa «limpida», la definì. In realtà fu una «supercazzola» diplomatica che ci ha isolato nel G7, trasformandoci nel vaso di coccio tra i vasi di ferro. Oggi Conte, con la faccia tosta che lo contraddistingue, si vanta e dice che rifarebbe tutto, criticando l’uscita da quell’accordo. Ma cosa c’è da rifare? Conte ha spalancato le porte ai cinesi in settori strategici, dai porti di Trieste e Genova alle telecomunicazioni, senza ottenere alcuno dei vantaggi commerciali promessi. Al contrario, il saldo commerciale è peggiorato, e gli unici ad aver guadagnato sono stati i mandarini di Pechino. Ecco, per completare lo zoo contiano, il ritorno della sinistra Panda anche no. Per cui attenti a quei due, noi siamo e vogliamo restare occidentali.
Come si dice suicidio in danese? Secondo l’Intelligenza artificiale, che mi aiuta nella ricerca, la traduzione è selvmord. E nella lingua di Hans Christian Andersen come si scrive ipocrita? Sia per le donne che per gli uomini si usa hikler. State pensando che mi voglia trasferire a Copenhagen? Tranquilli, non correte a festeggiare: non ho nessuna intenzione di traslocare. Mi sono interessato alla trasposizione dei due termini dopo aver letto l’intervista rilasciata alla Stampa dal commissario europeo all’Energia, il danese Dan Jorgensen.
Intervistato dal corrispondente a Bruxelles del quotidiano sabaudo, l’esponente socialdemocratico di Odense mi ha richiamato alla mente sia la volontà di togliersi la vita, sia l’atteggiamento ipocrita di chi fa il contrario di ciò che predica. Infatti, alla domanda se per effetto della guerra in Iran non sia il caso di ripensare al divieto di acquisto del gas russo, Jorgensen risponde con un perentorio «assolutamente no». «La Russia ha trasformato l’energia in un’arma contro di noi e non dovremo mai più ripetere l’errore di mettere il nostro destino economico e il nostro benessere nelle mani di Putin». Peccato che senza il gas del Qatar e senza quello di Mosca, con le pompe di benzina a secco perché dal Golfo non arriva più una goccia di petrolio, il nostro destino economico e il nostro benessere sono messi in serio dubbio a prescindere da Putin. Jorgensen addirittura esclude che si possa tornare al gas russo anche una volta raggiunta la pace in Ucraina. «Il divieto è nella nostra legislazione, non si tratta di sanzioni che possono essere eliminate una volta finita la guerra».
In altre parole, anche quando si raggiungerà una tregua, l’Europa continuerà a essere in guerra con Mosca. Come lo definireste voi un simile atteggiamento? Per me non c’è alcun dubbio: la Ue in questo modo sceglie di suicidarsi perché, nonostante abbia a portata di mano chi potrebbe evitare uno choc energetico, insiste a rifiutare alcun contatto e, addirittura, si impone di non acquistare gas e petrolio russo anche nel caso in cui si raggiunga la pace. Pure un bambino sarebbe in grado di capire che in questo modo a farsi del male è per prima l’Europa, il cui comportamento è autolesionistico. Ma Jorgensen dice che il problema non è riallacciare relazioni commerciali con Mosca, ma ridurre i consumi di fonti fossili, accelerando la transizione energetica. Peccato che il Green deal abbia messo in croce il sistema industriale europeo, regalando quote di mercato crescenti, in particolare nel settore automobilistico, alla Cina. In pratica, stiamo procedendo dritti verso uno selvmord, per dirla in danese.
Tuttavia, il comportamento europeo è pure fortemente ipocrita perché, mentre da un lato dice di non voler mettere il proprio destino nelle mani di Putin, dall’altro sottobanco continua a finanziare la guerra in Ucraina. L’ipocrisia al quadrato. Lo dice lo stesso commissario Ue all’Energia nell’intervista alla Stampa. Leggere per credere. «C’è ancora una terribile guerra in corso in Ucraina e Putin sta facendo molti soldi grazie a questa crisi. Aiutarlo a riempire di nuovo le sue casse è una cosa impensabile per l’Unione europea. Dal 2022 abbiamo speso più soldi comprando energia dalla Russia di quanti ne abbiamo dati in aiuti all’Ucraina».
Jorgensen parla di imbarazzo, ma in realtà la definizione più appropriata per definire il comportamento del Vecchio Continente credo sia ipocrisia. Da un lato si fanno dichiarazioni di principio e si varano decine di sanzioni. Dall’altro si fa il contrario. Ci sono due magnifici grafici di una recente ricerca dove si evidenziano gli acquisti di gas attraverso gli oleodotti e di Gnl sbarcato da navi russe, dove si vede che l’acquirente principale è l’Europa. Il Crea, centro indipendente di ricerca sull’energia con sede a Helsinki, nel suo ultimo rapporto spiega che, nel solo mese di marzo, 14 spedizioni di prodotti petroliferi provenienti da raffinerie che utilizzano greggio russo e che sono classificate dalla Ue tra quelle ad alto rischio sono sbarcate nei porti europei.
E, sempre a marzo, i proventi delle esportazioni russe di combustibili fossili hanno raggiunto il livello più alto degli ultimi anni, con un raddoppio delle entrate. Ma chi sta acquistando gas e petrolio russo? Per quanto riguarda il Gnl, la Ue compra la metà delle forniture di Mosca, mentre per il gas il principale acquirente è, con il 33%, sempre l’Unione. Nel solo mese di marzo i cinque maggiori importatori europei hanno versato nelle casse del Cremlino 1,3 miliardi di euro. E chi è stato a dare il maggior contributo? La Spagna, con 355 milioni e un incremento del 124% rispetto al mese precedente. Poi seguono l’Ungheria, la Francia, il Belgio e la Bulgaria. Inoltre i nuovi dazi sul carbonio imposti dalla Ue per favorire la transizione green, oltre a danneggiare l’industria europea, stanno impedendo all’Ucraina di importare in Europa l’acciaio prodotto da Kiev.
Dunque, riepilogando, l’Unione compra gas dalla Russia finanziando la guerra di Putin ma nega all’Ucraina, per una questione ecologica, di poter vendere i suoi prodotti. Come lo definireste voi questo comportamento? In danese si dice hykler.
Il modello Riace finisce persino all’università. Ieri infatti Mimmo Lucano, europarlamentare dem, è stato chiamato per tenere un seminario all’università Magna Graecia di Catanzaro sull’esperienza di integrazione che lui ha rappresentato nella cittadina in provincia di Reggio Calabria dove è stato sindaco. Il titolo del seminario: «Modello di ospitalità di rifugiati e migranti del comune di Riace», e si è svolto davanti a una ventina di persone in un’aula del dipartimento di giurisprudenza, economia e sociologia.
Fratelli d’Italia ha definito l’iniziativa «grave e inaccettabile». Per Fabio Roscani, deputato Fdi e presidente di Gioventù nazionale, è «inaccettabile che l’università pieghi la propria funzione educativa a finalità politiche, ospitando come relatore Lucano, figura già condannata nell’ambito del cosiddetto “modello Riace” e decaduta dalla carica di sindaco». Una scelta che, per l’esponente di Fdi, «legittima un modello segnato da irregolarità e da una gestione controversa delle risorse pubbliche. Non siamo di fronte a un reale confronto accademico, ma a un’iniziativa unilaterale, priva di contraddittorio, che si configura come propaganda. Un episodio che conferma una deriva ideologica dell’ateneo, con evidenti ricadute sulla sua credibilità e sul suo posizionamento nazionale».
La replica di Lucano è arrivata presto: «Sono stato all’università di Cambridge, a quella di New York e in molti altri atenei prestigiosi per raccontare un’esperienza che rappresenta una soluzione alla drammatica questione dei migranti. Eppure, proprio nella mia terra, la mia presenza suscita contraddizioni così forti da parte di esponenti della destra».
E intanto in Toscana, nonostante la crisi migratoria stia mettendo in grave difficoltà molti Comuni per i diffusi problemi di sicurezza, il governatore Eugenio Giani, ha deciso di mettersi contro la decisione del ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, di aprire un centro per il rimpatrio in Lunigiana, vicino a Massa Carrara. «La Lunigiana è un’area di straordinaria bellezza, ma anche estremamente delicata sotto il profilo ambientale, sociale ed economico. Pensare di collocare in questo contesto una struttura come un Cpr rappresenta, a mio avviso, un vero e proprio oltraggio a un territorio che va tutelato e valorizzato, non gravato da scelte che rischiano di comprometterne l’equilibrio». Insomma, a lui non va l’idea di mettere immigrati pericolosi tutti insieme in quelle zone. Tuttavia non ne indica altre che, tradotto, significa che non ha alcuna intenzione di voler aprire un Cpr in Toscana. Gli immigrati andassero altrove. Un paradosso per la sinistra. «Non credo che i Centri di permanenza per i rimpatri siano, in questo momento, il metodo più efficace per affrontare la questione migratoria. Si tratta di strutture che, di fatto, assumono le caratteristiche di luoghi di detenzione, pur essendo formalmente configurate come centri d’accoglienza. Questo elemento evidenzia una contraddizione di fondo che dovrebbe essere affrontata a livello normativo».
Spostandoci in un’altra regione rossa accade l’inverso. Michele De Pascale, presidente della Regione Emilia-Romagna, ha proposto di riaprire un Cpr, nonostante le forti contrarietà all’interno della sua maggioranza in Regione e il «no» categorico del sindaco di Bologna, Matteo Lepore. E in Assemblea legislativa il governatore ha parlato di «possibilità di riallacciare il dialogo» con il governo dopo aver sentito il ministro Piantedosi, nell’ipotesi di rendere «umani ed efficaci» gli attuali centri di detenzione amministrativa dei migranti irregolari. Infine ha aggiunto: «Sui temi della sicurezza serve uno scatto. La posizione della sinistra non può essere: prevenzione e no a derive securitarie. La prevenzione e le risposte di sicurezza, quelle proprie, devono stare insieme». Il cortocircuito della sinistra.
Spazio, Donazzan: «Space Meetings Veneto è la vetrina italiana per l'industria mondiale della difesa»
Lo ha dichiarato l'eurodeputata di Fratelli d'Italia in un'intervista al Parlamento Europeo a margine dell'evento di presentazione dello «Space meetings Veneto», che si terrà a Venezia dall'11 al 13 maggio.










