Il presidente americano striglia gli europei su immigrazione, green, farmaci e insiste: «Dovete darmi la Groenlandia. Non voglio usare la forza ma mi serve per la difesa nazionale ed è un bene anche per voi». Poi vede Rutte e annuncia lo stop ai dazi verso i Paesi europei. Intanto Lutnick fa il funerale alla globalizzazione e Ursula viene sconfitta sul Mercosur. Meloni frena sull’ingresso nel Board per Gaza.
È stata una giornata di tensione, quella di ieri, tra le due sponde dell’Atlantico. Mentre l’Europarlamento sospendeva indefinitamente la ratifica dell’accordo commerciale tra Stati Uniti e Ue, Donald Trump è intervenuto al Forum di Davos, tenendo un intervento battagliero in cui ha criticato i Paesi europei su svariati fronti. «Certi luoghi in Europa, francamente, non sono più riconoscibili», ha dichiarato. «Vorrei che l’Europa andasse bene, ma non sta andando nella giusta direzione», ha aggiunto, citando «l’aumento della spesa pubblica, l’immigrazione di massa incontrollata e le importazioni straniere senza fine». «Qui in Europa abbiamo visto il destino che la sinistra radicale ha cercato di imporre all’America», ha anche affermato. Trump ha poi criticato il Vecchio continente sulla questione energetica. «Grazie alla mia vittoria elettorale a valanga, gli Stati Uniti hanno evitato il catastrofico collasso energetico che ha avuto luogo in ogni nazione europea, che ha perseguito il “Green new scam”: forse il più grande imbroglio della Storia», ha dichiarato, storpiando il nome del Green new deal («scam», in inglese, significa infatti «truffa»). Sotto questo aspetto, l’inquilino della Casa Bianca ha messo nel mirino l’energia eolica e ha sottolineato come il ricorso alla tecnologia green aumenti la dipendenza da Pechino. «Più turbine a vento ha un Paese, più ci perde. Gli stupidi le comprano, ma la Cina vince», ha detto. Trump è poi andato all’attacco della Danimarca sulla questione della Groenlandia («un pezzo di ghiaccio in cambio della pace»). «La Danimarca è caduta in mano alla Germania dopo appena sei ore di combattimenti ed è stata totalmente incapace di difendere sia sé stessa sia la Groenlandia. Quindi gli Stati Uniti sono stati costretti a farlo e lo abbiamo fatto», ha tuonato, riferendosi all’invasione della Danimarca da parte del Terzo Reich durante la seconda guerra mondiale. Il presidente americano ha inoltre bollato Copenaghen come «ingrata», ribadendo di aver bisogno della Groenlandia per una necessità di «sicurezza nazionale strategica». Al tempo stesso, Trump ha però escluso l’uso della forza per acquisire l’isola più grande del mondo. «Non devo usare la forza, non voglio usare la forza, non userò la forza. Tutto ciò che gli Stati Uniti chiedono è un posto chiamato Groenlandia», ha dichiarato, senza tuttavia rinunciare a mettere sotto pressione gli europei. «Potete dire di sì e vi saremo molto grati, oppure potete dire di no e ce ne ricorderemo», ha infatti affermato, riferendosi all’acquisizione dell’isola. In questo quadro, il presidente americano ne ha anche approfittato per dare una bacchettata alla Nato. «Gli Stati Uniti sono trattati in modo molto ingiusto dalla Nato. Diamo così tanto e riceviamo così poco in cambio». Insomma, Trump non ha risparmiato dure critiche agli alleati europei. Ma il presidente americano, ieri, si è occupato anche di vari dossier internazionali, a partire della crisi ucraina. «Credo che ora siano arrivati al punto in cui possono unirsi e raggiungere un accordo», ha affermato, parlando di Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky. «Se non ci riescono», ha continuato, «sono stupidi. Questo vale per entrambi. E so che non sono stupidi. Ma se non ci riescono, sono stupidi». Ieri pomeriggio, la Cnn ha, in particolare, riferito che Trump dovrebbe incontrare oggi il presidente ucraino a Davos. Ma non è tutto. Oltre a sottolineare di avere un «ottimo rapporto» con il leader cinese, Xi Jinping, l’inquilino della Casa Bianca si è infatti espresso anche sul Medio Oriente, auspicando che Hamas proceda con il disarmo. «Se non lo faranno, saranno spazzati via. Molto rapidamente», ha affermato, per poi rivendicare gli attacchi statunitensi di giugno ai siti nucleari iraniani. «Erano molto vicini ad avere un’arma nucleare e li abbiamo colpiti duramente, e la distruzione è stata totale», ha detto. Tra l’altro, proprio ieri, il cardinal segretario di Stato, Pietro Parolin, ha reso noto che Trump ha invitato papa Leone XIV a entrare nel Board of peace per Gaza. Inoltre, sempre ieri, l’inquilino della Casa Bianca, a margine del Forum di Davos, ha avuto degli incontri con il presidente polacco, Karol Nawrocki, con quello egiziano, Abdel Fattah Al Sisi, e con quello elvetico, Guy Parmelin, oltre che con il segretario generale dell’Alleanza atlantica, Mark Rutte. Con quest’ultimo, Trump ha annunciato di aver raggiunto un accordo sulla Groenlandia che, se dovesse concretizzarsi, offrirebbe un’«ottima soluzione» per i Paesi della Nato e scongiurerebbe i nuovi dazi americani ai Paesi europei.Nel suo intervento in Svizzera, Trump ha parlato anche di questioni interne: ha definito Jerome Powell uno «stupido», rendendo noto che annuncerà presto la scelta del suo successore. La centralità è comunque spettata alla politica internazionale, con speciale riferimento, alle crescenti tensioni con gli alleati europei. In particolare, chi, nel Vecchio continente, sta tornando a premere per la linea dura nei confronti della Casa Bianca è Emmanuel Macron che, proprio ieri, Trump ha deriso per gli occhiali da sole con cui si era presentato martedì. Il presidente francese sta del resto cercando di spingere Bruxelles a ricorrere allo strumento anti coercizione: uno scenario che acuirebbe le fibrillazioni transatlantiche. Non dimentichiamo che il vicepremier cinese, He Lifeng, ha criticato i dazi statunitensi. E che l’inquilino dell’Eliseo ha rafforzato i legami con Pechino. In Svizzera sta, insomma, andando in scena uno scontro geopolitico particolarmente serrato. Tuttavia, spingendo sul pedale della linea dura con Washington - soprattutto su input francese - gli europei rischiano di finire tra le braccia della Cina. Il che non sarebbe uno scenario esattamente allettante.
Filippine: l'arcipelago strategico tra Cina e Usa che fa buoni affari con Pechino
- Economia emergente in settori chiave come i semiconduttori, le Filippine sono importanti per il contenimento dell'espansionismo cinese nell'Indopacifico. Anche se legata militarmente ad Usa, Australia e Giappone, Manila è oggi uno dei partner commerciali più importanti per Pechino.
- L'italiano Antonio Pigafetta, cronista di Magellano, racconta la scoperta delle Filippine nel marzo 1521 e la tragica morte del navigatore nella battaglia di Mactan.
Lo speciale contiene due articoli.
Un arcipelago di oltre 7600 isole, una posizione strategica ed una popolazione giovane ed in costante crescita demografica: questa è la Repubblica delle Filippine. La nazione asiatica da anni vede la sua economia consolidarsi ed eccellere in alcuni settori chiave come la produzione di semiconduttori. L’agricoltura è un altro elemento trainante dell’economia di Manila che esporta prodotti agricoli come banane, olio di cocco, ananas ed anacardi ad Hong Kong, negli Stati Uniti, in Giappone ed anche in Cina. Le Filippine sono un’economia emergente e resiliente, con una bilancia commerciale che vede numeri notevoli anche per quanto riguarda le importazioni, soprattutto di componenti elettronici che vengono elaborati. Una quota significativa del bilancio statale proviene dalle rimesse dall'estero, con una diaspora da numeri notevoli un po’ in tutti i continenti. I servizi, un po’ sulla falsariga dell’India, sono un altro pilastro dell’economia di questo arcipelago che fa anche dell’outsourcing una costante fonte di reddito.
Manila, grazie alla sua crescente solidità, è considerata da tempo un attore geopolitico regionale, fortemente conteso e corteggiato sia da Pechino che da Washington. La Cina da tempo sta portando avanti la cosiddetta linea degli undici tratti, una politica estera aggressiva sul controllo del Mar Cinese Meridionale nata nel 1947 con i nazionalisti del Kuomintang che pretenderebbe il controllo della maggioranza del Mar Cinese Meridionale, sovrapponendosi alle zone economiche esclusive di Vietnam, Filippine, Malesia, Brunei e Taiwan e generando così dispute internazionali e una sentenza arbitrale sfavorevole alla Cina nel 2016, che Pechino però non ha mai voluto riconoscere. Ma posizione strategica delle Filippine, situate all’incrocio tra il Pacifico e il Mar Cinese Meridionale, le rende un alleato prezioso sia per le potenze regionali che per quelle globali, interessate al suo ruolo di crocevia delle principali rotte commerciali marittime dell’Indo-Pacifico. L’arcipelago è un perno fondamentale della cosiddetta catena di isole che dovrebbe essere determinante per il contenimento dell’espansionismo cinese che ha costruito diverse isole artificiali ed interrotto diverse rotte di pesca. Manila si è vista sempre più minacciata ed ha deciso di intensificare le relazioni con gli Stati Uniti e firmando accordi di cooperazione militare anche con partner regionali come il Giappone e l’Australia. Ogni anno la marina filippina partecipa ad esercitazioni navali proprio con Tokyo, Washington e Canberra, con l’obiettivo di migliorare il coordinamento in caso di necessità, una mossa che ha scatenato le proteste di Pechino. Anche il Canada è entrato a far parte degli accordi militari delle Filippine con istruttori canadesi che addestrano le forze di Manila. Ma Pechino rimane un partner commerciale fondamentale per le Filippine, che cercano sempre un difficile equilibrio regionale.
Stando agli ultimi dati la Cina rappresenta il 29% delle importazioni totali filippine, con un aumento del 2,8% delle importazioni nell’ultimo biennio. Nel 2025 anche le esportazioni verso la Repubblica Popolare sono cresciute raggiungendo il 10,2 %, il totale dello scambio commerciale di Manila con i partner esteri è di circa 77 miliardi di dollari annui, di cui le importazioni sono il 60%. Gli Stati Uniti occupano il secondo posto nella classifica degli scambi con una crescita costante dovuta al crescente interesse geopolitico nell’area, in totale gli Usa pesano sulla bilancia per 16,8, nonostante i dazi del 19% imposti da Trump. Le esportazioni filippine sono aumentate anche per il Giappone (12,6%) ed i Paesi Bassi (4,9%). Per il periodo gennaio-novembre, le esportazioni del paese sono aumentate a 77,4 miliardi di dollari rispetto ai 67,6 miliardi nello stesso periodo dell'anno precedente. Il presidente delle Filippine Ferdinand Marcos Jr., figlio di Ferdinand Marcos che ha dominato l’arcipelago per vent’anni, si sta muovendo per aumentare il peso della sua nazione, stringendo accordi con altre nazioni asiatiche. Nei mesi scorsi ha visto il Primo Ministro cambogiano Hun Manet, ha espresso gratitudine per la grazia concessa a 13 donne filippine, evidenziando gli sforzi di Manila per mantenere relazioni positive all’interno della regione del Sud-Est asiatico. Grazie a all’Enhanced Defense Cooperation Agreement, firmato nel 2014, gli Stati Uniti hanno un accesso prioritario alle istallazioni militari chiave delle Filippine, un fatto determinante per la dissuasione di eventuali incursioni cinesi e rafforzare la sicurezza marittima. Il grande gioco dell’Indo-Pacifico passa da queste isole che hanno compreso la loro importanza strategica e la faranno pesare sullo scacchiere internazionale.
Le Filippine e la morte di Magellano viste da Antonio Pigafetta da Vicenza
Antonio Pigafetta, nobile vicentino cavaliere dell’ordine di San Giovanni Battista, partecipò tra il 1519 e il 1522 ad una delle spedizioni geografiche più importanti della storia: la circumnavigazione del globo sulle navi comandate da Ferdinando Magellano, finanziato dal re di Spagna Carlo V. Durante gli anni di navigazione, Pigafetta tenne un diario di bordo diventato un testo di riferimento per la descrizione dei luoghi e dei popoli toccati dalla spedizione partita da Sanlucàr de Barrameda (Andalusia) il 20 settembre 1519. Il viaggio verso occidente toccò il Brasile e l’Argentina prima di passare attraverso lo stretto che prenderà poi il nome del grande navigatore spagnolo per passare nelle acque del Pacifico dove, dopo aver passato l’arcipelago delle Marianne, giunse in vista delle Filippine, una terra fino ad allora inesplorata, dove sbarcò il 16 marzo 1521 nell’isola di Saman, punta meridionale dell’arcipelago. Alle parole del diario di Pigafetta le prime impressioni sulle Filippine: «Sabato, a 16 de marzo 1521, dessemo, ne l’aurora, sovra una terra alta, lungi trecento leghe dalle isole de li Ladroni (Le Marianne, ndr), la qual è isola e se chiama Zamal (odierna Samal ndr). El capitano generale (Magellano ndr) nel giorno seguente volse dismontare in un’altra isola desabitata (Homonhon ndr), per essere più sicuro che era di dietro de questa, per pigliare acqua e qualche diporto. Fece fare due tende in terra per li infermi e fece li ammazzare una porca. Luni a 18 di marzo vedessemo da poi disnare venire verso di noi una barca con nove uomini, per il che lo capitano generale comandò che niuno si movesse, né dicesse parola alcuna senza sua licenza». Il primo incontro con gli abitanti dell’arcipelago, così riportò Pigafetta, fu pacifico. Gli spagnoli battezzarono così le Filippine con il nome di arcipelago di San Lazzaro, essendo stato scoperto la domenica del santo.
Per primo gli equipaggi delle navi spagnole incontrarono il re di Zuluan (odierna Suluan). Secondo il resoconto dell’attendente di Magellano i rapporti furono distesi, tenendo presente che gli europei scaricavano l’artiglieria dalle navi mostrandone la potenza agli indigeni in via preventiva. Dall’incontro con questo primo re locale, il rajah Colambu, sono descritti i costumi delle popolazioni dell’arcipelago.
De dietro de questa isola stanno uomini che hanno tanto grandi li picchetti de le orecchie, che portano li bracci ficcati in loro. Questi popoli sono Cafri, cioè Gentili, vanno nudi con tele de scorza d’arbore intorno le sue vergogne; se non alcuni principali, con tele de bambaso lavorate ne li capi con seta a guchia. Sono olivastri, grassi, depinti, e se ongeno con olio de cocco e de giongioli per lo sole e per il vento. Hanno li capelli negrissimi, fino a la cinta, e hanno daghe, coltelli, lance de oro, targoni, fiocine, arponi e reti per pescare come rezzali. Le sue barche sono come le nostre […]
Pigafetta fu testimone dei rapporti tra la corte di Colambu e Magellano, degli scambi di beni tra i due popoli (le spezie contenute nelle navi spagnole ma anche vestiario e coltelli), dei pranzi presso la dimora del re e dei tentativi di conversione al cristianesimo nei giorni attorno alla Pasqua del 1521, caratterizzati da banchetti in cui Pigafetta racconta di aver visto scorrere molto vino (in realtà un distillato di cocco fermentato) e carni di porco e pesce. El figliuolo maggiore del re, ch’era il principe, venne dove éramo: il re li disse che sedesse appresso noi, e così sedette. Fu portato due piatti, uno de pesce con lo suo brodo, e l’altro de riso, a ciò che mangiassemo col principe. Il nostro compagno per tanto bere e tanto mangiare diventò briaco.[…]
Dopo Samal, Magellano visitò l’isola più importante per i commerci, Cebu (Zobu nel diario di Pigafetta). Nel porto gli equipaggi trovarono dapprima una certa ostilità in quanto inizialmente gli europei rifiutarono di pagare dazio agli indigeni. Quando la parola fu data alle bombarde delle navi spagnole, i filippini vennero a più miti consigli. L’isola era governata dal Rajah locale Humabon, che nei giorni seguenti il primo burrascoso incontro con gli emissari di Carlo V, entrerà in confidenza con gli ospiti occidentali offrendosi ad un patto di sangue con Magellano e in seguito alla conversione al cristianesimo. Proprio a Cebu il 14 aprile 1521 fu organizzata una conversione di massa, descritta nei dettagli da Pigafetta: Se mise una croce grande nel mezzo de la piazza. Lo capitano li disse che, se si volevano far Cristiani, come avevano detto ne li giorni passati, li bisognava brusare tutti li suoi idoli, e nel luogo loro mettere una croce e ogni dì con le mani giunte adorarla e ogni mattina nel viso farsi lo segno de la Croce, mostrandoli come se faceva; e ogni ora, almeno de mattina, dovessero venire a questa croce e adorarla in genocchioni, e quel che avevano già detto, volesser con le buone opere confirmarlo. El re con tutti li altri volevano confirmare lo tutto. Lo capitano generale li disse come s’era vestito tutto de bianco per mostrarli lo suo sincero amore verso de loro. Risposero per le sue dolci parole non saperli respondere. Con queste buone parole lo capitano condusse lo re per la mano sul tribunale per battizzarlo, e disseli se chiameria don Carlo, como a l’imperatore suo signore; al re de Mazana Gioanni; a uno principale Fernando, come il principale nostro, cioè lo capitano; al Moro Cristoforo; poi a li altri a chi uno nome, a chi uno altro. Foreno battizzati innanzi messa cinquecento uomini. Udita la messa, lo capitano convitò a disnar seco lo re con altri principali: non volsero; ne accompagnarono fino a la riva, le navi scaricarono tutte le bombarde; e abbracciandose presero commiato.[…]
A poche miglia nautiche da Cebu si trova l’odierna Mactan (nei diari di Pigafetta chiamata Matan). Dopo Cebu, fu l’isola che gli uomini di Magellano vollero visitare. Dal rajah Humabon gli europei vennero a conoscenza che uno di due re che governavano l’isola, Cilapulapu (o Lapu-Lapu), si era mostrato ostile ai nuovi venuti e rifiutava il contatto e lo scambio di omaggi. Fu organizzata una spedizione esplorativa che Magellano organizzò sottovalutando grandemente l’avversario. Lasciò l’artiglieria e le navi a Cebu a causa dello scarso pescaggio dovuto alla presenza della barriera corallina, portando con sé solamente qualche decina di uomini armati di moschetti e balestre imbarcati su lance. Al seguito di Magellano c’erano anche alcuni guerrieri di Cebu inviati da Humabon. La mattina del 27 aprile 1521. Ad attendere gli europei Cilapulapu aveva schierato un vero e proprio esercito di 1.500 uomini armati di lance, spade, pietre e frecce avvelenate. Così Pigafetta annotò nella sua relazione quella tragica giornata: Quando arrivassemo in terra, questa gente avevano fatto tre squadroni de più de millecinquecento persone. Subito, sentendone, ne venirono addosso con voci grandissime, due per fianco e l’altro per contro. Lo capitano, quando viste questo, ne fece due parti e così cominciassemo a combattere. Li schioppettieri e balestrieri tirarono da lungi quasi mezza ora invano, solamente passandoli li targoni fatti de tavole sottili e li brazzi. Lo capitano gridava «non tirare, non tirare», ma non li valeva niente. Quando questi visteno che tiravamo li schioppetti invano, gridando deliberarono a star forte, ma molto più gridavano. Quando erano descaricati li schioppetti, mai non stavano fermi, saltando de qua e de là: coperti con li sui targoni ne tiravano tante frecce, lance de canna (alcune de ferro al capitano generale), pali pontini brustolati, pietre e lo fango, che appena se potevamo defendere.
Magellano fu tra i primi a rimanere ferito dalle armi degli indigeni. Non si tirò indietro, volle coprire per qualche minuto la ritirata dei suoi uomini. Soverchiato dalla furia avversaria, fu massacrato poco dopo perdendo la vita in quell’isola remota, senza poter portare a compimento la grande impresa della circumnavigazione del globo. Gli ultimi drammatici istanti restano nelle parole di Pigafetta: Questi, conoscendo lo capitano, tanti se voltorono sopra de lui, che due volte li buttarono lo celadone fora del capo; ma lui, come buon cavaliero, sempre stava forte. Con alcuni altri più de una ora così combattessemo e, non volendosi più ritirare, uno Indio li lanciò una lanza de canna nel viso. Lui subito con la sua lancia lo ammazzò e lasciogliela nel corpo; volendo dar di mano alla spada, non poté cavarla, se non mezza per una ferita de canna che aveva nel brazzo. Quando visteno questo tutti andorono addosso a lui: uno con un gran terciado (che è como una scimitarra, ma più grosso), li dette una ferita nella gamba sinistra, per la quale cascò col volto innanzi. Subito li furono addosso con lancie de ferro e de canna e con quelli sui terciadi, fin che lo specchio, il lume, el conforto e la vera guida nostra ammazzarono[…]
Il corpo di Magellano rimase a Mactan, avendone gli uomini del rajah rifiutato la restituzione. Ritornati a Cebu, i superstiti dovettero subire il tradimento di Humabon, che dopo la morte del capitano rinnegò l’alleanza e fece massacrare numerosi membri dell’equipaggio durante un banchetto organizzato come trappola. L’episodio segnò anche la fine di una delle navi di Magellano, la Concepciòn, che fu bruciata poco dopo la partenza da Cebu essendo rimasta priva dell’equipaggio necessario. Il posto di Magellano fu preso da Juan Sebastiàn Elcano, molto più prudente del navigatore di origini portoghesi al soldo di Carlo V. Con le due navi superstiti puntò dritto alle Molucche, obiettivo principale della spedizione, per rifornirsi delle preziose spezie come il chiodo di garofano ed evitò da allora contatti con tribù locali. Delle due navi, la Trinidad non fece ritorno in Spagna. Costretta dai fortunali a ritornare alle Molucche, fu intercettata dai portoghesi che rivendicavano il possesso delle «Isole delle spezie». Gran parte dell’equipaggio morì in prigionia.
Solo la Victoria (sulla quale si trovava anche Antonio Pigafetta) riuscirà a rientrare in Spagna il 6 settembre 1522 con a bordo 18 uomini stremati e flagellati dallo scorbuto dei circa 240 partiti tre anni prima. L’isola di Mactan sarà assoggettata agli spagnoli soltanto nel 1565 mentre Pigafetta fece ritorno alla sua città natale, Vicenza. Il suo resoconto della prima circumnavigazione del mondo non lo fece diventare ricco né famoso, ed inizialmente ebbe scarsa accoglienza alla corte di Carlo V, tanto che la prima pubblicazione ufficiale porta la data del 1591, cioè 70 anni dopo l’impresa. Soffocato dalla fama di Magellano, Pigafetta sarà recuperato come fonte principale della spedizione soltanto a partire dall’Ottocento. Muore a Vicenza nel 1531.
La ex del consigliere Mario Fresa si oppone all’archiviazione e denuncia insulti sessisti, violenze e proposte di rapporti con prostitute, «col figlio in casa». La toga fu già condannata per i traumi all’allora consorte.
A dicembre è passata quasi sotto silenzio l’archiviazione da parte del Consiglio superiore della magistratura del sostituto procuratore della Corte di Cassazione Mario Fresa, storica toga progressista ed ex pm disciplinare (processava i colleghi), condannato nel 2024 a livello disciplinare alla perdita di due mesi di anzianità per le lesioni causate all’ex moglie brasiliana (la quale si fece un autoscatto con l’occhio pesto). «Trauma della regione frontale ed orbitaria destra, trauma regione zigomatica e trauma arto superiore destro e sinistro» si leggeva nel referto del Pronto soccorso che giudicava le ferite guaribili in sette giorni. Davanti al Csm, Fresa, «pur negando di avere agito intenzionalmente, aveva ammesso di avere esercitato un’azione violenta in danno della moglie» e aveva riconosciuto di «avere bisogno di un supporto psicologico, reso evidentemente necessario dalla sua incapacità di controllare i propri impulsi violenti».
A distanza di pochi mesi, i consiglieri di Palazzo Bachelet hanno deciso di soprassedere su un’altra presunta vicenda di violenze, questa volta nei confronti della nuova compagna, una cinquantenne di origine ucraina. In questo caso il procedimento penale è stato chiuso con l’archiviazione per la mancata presentazione di querela (necessaria per lesioni con prognosi inferiore ai 40 giorni) da parte della donna. Il Csm ha sorvolato anche sull’apertura di un secondo procedimento per maltrattamenti nei confronti dell’ex coniuge, la quale, il 30 gennaio del 2024, ha presentato una nuova denuncia (dopo avere ritirato quella del 2020) e si è opposta, attraverso l’avvocato Francesco Saverio Fortuna, alla richiesta di archiviazione firmata il 25 gennaio 2025 dalla pm romana Valentina Bifulco. A dicembre l’istanza non era ancora stata accolta dal gip.
In questo fascicolo sono state depositate dalla querelante prove da cui emergerebbero insulti razzisti, sessisti e perfino irricevibili proposte di ménage à trois. Dalla trascrizione di alcuni file audio, secondo la pm, si ha «conferma di un clima familiare molto teso, altamente conflittuale». Nelle registrazioni Fresa «alternava momenti in cui confessava alla querelante di amarla […], a momenti di rabbia in cui la insultava, rinfacciandole di avergli rovinato la vita e accusandola di essere stata con lui solo per interesse economico», oltre che di «essere una cattiva mamma».
Uno degli audio agli atti è particolarmente imbarazzante.
Il file è denominato «Mi dice che sto ingrassando e di chiamare un’altra donna». Leggiamo la trascrizione riportata nell’opposizione all’archiviazione firmata dall’avvocato Fortuna. Fresa: «Dai facciamo una cosa pazza... dai, ti prego...». Moglie: «Quale cosa pazza?». F.: «Dai... chiamiamo qualcuna». M.: «Ma perché dobbiamo fare ‘sta cosa adesso?». F.: «Dai, ti prego». M.: «Mario, non stai bene, devi chiamare il dottore». F.: «Perché devo chiamare il dottore?».
M.: «Perché non è normale che mi proponi di chiamare una prostituta per scopare adesso con noi dal nulla. C'è nostro figlio a casa. Che facciamo con lui?». Breve silenzio. M.: «Che fai?». F.: «Chiamo qualcuno». M.: «Come chiami qualcuno?». F.: «Sì». M.: «Non puoi chiamare nessuno dentro questa casa». F.: «Esco...».
Nell’istanza di archiviazione la Bifulco ha fatto riferimento alla scottante questione annotando che «la querelante precisava che l’indagato, il marito, oltre ad intrattenere diverse relazioni extraconiugali, le aveva proposto in più occasioni di coinvolgere altre donne nella loro vita intima, e che nel tempo aveva, gradualmente, smesso di preoccuparsi di dover nascondere i propri tradimenti, affermando che “si trattava solo di scopate”».
Alla fine per la pm «l’ipotesi accusatoria» di maltrattamenti contro famigliari e conviventi, però, «non è sufficientemente supportata», anche perché, a parte la tumefazione del 2020, secondo una consulenza ordinata dalla Procura, «non si rilevava alcuna forma di violenza commessa dall’indagato in danno della persona offesa».
Ma i problemi per Fresa non si limitano ai rapporti con l’ex coniuge. Secondo l’avvocato Fortuna, il magistrato sarebbe stato coinvolto in altri due procedimenti che vedrebbero come parte offesa la nuova compagna ucraina della toga, ufficialmente la sua infermiera.
La donna, contattata dalla Verità, ha negato di avere presentato denunce nei confronti dell’uomo.
Il 15 luglio del 2024 la cinquantenne straniera era stata fermata mentre vagava «visibilmente provata» e «in stato confusionale», con una ferita alla tempia profonda un centimetro, a un centinaio di metri dalla casa presa in affitto a Fregene da Fresa. Lei e il compagno erano stati al ristorante a festeggiare il compleanno della donna, poi qualcosa deve essere andato storto.
Due ragazze avevano trovato l’ucraina sanguinante sul lungomare e avevano avvertito i carabinieri.
I militari annotavano che la donna non collaborava, dichiarava di «voler rivedere quanto prima “Mario”» e «riferiva versioni dell’accaduto non chiare e discordanti, tra le quali, dapprima, quella di essersi ferita accidentalmente con il tavolo del ristorante e, a seguire, asserendo di essere caduta per terra, dopo essere scesa dal veicolo del Fresa».
Inoltre, «la stessa, ignorando i presenti, insisteva nel contattare telefonicamente “Mario”, chiedendogli di poter tornare a casa» e «piangeva in maniera costante».
Sul suo cellulare gli investigatori hanno trovato una chat con il magistrato in cui la donna «riferiva di aver paura» dell’uomo e lo definiva «pericoloso». Dopo avere ricevuto le prime cure in ospedale la signora aveva lasciato il Pronto soccorso senza presentare denuncia, dicendo di «voler tornare a casa dal proprio compagno», e quando, su richiesta dei pm, era stata convocata per un’audizione protetta aveva difeso a spada tratta Fresa, definendolo suo «datore di lavoro» (la donna avrebbe un regolare contratto da infermiera), nonostante anche con La Verità abbia confermato il legame sentimentale.
Fresa agli inquirenti ha, invece, spiegato di conoscere N. da 13 mesi, ha confermato di avere con lei una relazione e che la stessa sarebbe la sua infermiera. L’ha accusata di «aggressività verbale» e ha raccontato che la sera dell’incidente la compagna aveva bevuto, assumendo «un comportamento molesto» e «in stato di alterazione, sarebbe scesa di colpo dalla macchina».
Da parte sua il pm di Civitavecchia Roberto Savelli, il 28 settembre 2024, ha chiesto l’archiviazione perché la signora N., «escussa dagli operanti con modalità protetta, riferiva di essere infermiera di Mario Fresa, di non dimorare con lui ed escludeva di essere mai stata ingiuriata, minacciata, limitata o percossa dallo stesso che, al contrario, aveva sempre avuto nei suoi confronti un comportamento corretto; circa i fatti occorsi a Fregene, riferiva di essersi ferita accidentalmente a seguito di una caduta fuori dalla casa ove si trovava lo stesso Fresa», mentre era al telefono con lui.
Il 18 febbraio 2025 il gip Matteo Ferrante ha accolto la richiesta spiegando che anche se sussistesse «una relazione sentimentale essa non risulta accompagnata da stabile convivenza, il che preclude in radice la possibilità di inquadrare le condotte entro la cornice del contestato delitto di maltrattamenti per la cui integrazione, peraltro, difetterebbe il requisito dell’abitualità», senza contare che neanche per l’episodio del 15 luglio 2024 «è certa la riconducibilità all’indagato».
L’avvocato Fortuna ha ipotizzato l’esistenza di un quarto procedimento che potrebbe essere stato innescato da un’altra aggressione ai danni della compagna-infermiera (che nega qualsiasi violenza) e ad essa avrebbe assistito il figlio di Fresa e dell’ex moglie brasiliana: «Il bambino raccontava alla madre che due giorni prima aveva provato a chiamarla dal telefono del padre durante un’accesa lite tra il padre e la compagna» annota Fortuna nella sua memoria del 22 settembre scorso. «I vicini di casa avevano chiamato le forze dell’ordine e l’ambulanza, sentendo litigare Fresa e la signora N.. Il bambino, passando tra i due mentre litigavano, aveva ricevuto una gomitata alla testa dalla donna». All’ospedale Bambin Gesù al piccolo sarebbe «stato refertato un lieve trauma cranico».
Fresa, in una chat citata dall’avvocato Fortuna, avrebbe spiegato che il bambino «stava tranquillamente giocando con N. quando, accidentalmente, le ha dato una testata. N. a quel punto si è messa a urlare e i vicini hanno chiamato il 118».
Due mesi prima il minore avrebbe raccontato (è sempre la versione del legale) di avere «sentito dei rumori nel corridoio che comunica con la sua stanza» e «affacciatosi, aveva visto il padre che sbatteva contro il muro la compagna, cercando di immobilizzarla».
I nuovi capitoli della Freseide non hanno portato all’apertura di un nuovo procedimento disciplinare, mentre, come detto, a dicembre, è stata archiviata la pratica di trasferimento d’ufficio «per incompatibilità ambientale e/o funzionale» avviata davanti alla Prima commissione del Csm. Il procuratore generale della Cassazione Piero Gaeta ha deciso di non promuovere alcuna azione disciplinare (che deve valutare anche il possibile vulnus all’immagine della magistratura) e ha giustificato tale decisione con le richieste di archiviazione in sede penale (cosa che non esclude affatto il procedimento disciplinare, come dimostra la condanna alla perdita di anzianità per l’episodio del 2020). Gaeta, parlando del collega d’ufficio (lavorano entrambi al Palazzaccio), non ha rilevato nemmeno l’incompatibilità ambientale, non essendoci stato lo «strepitus» mediatico. Se i giornali non ne parlano, il problema non esiste.
Il Pg ha precisato di avere neutralizzato gli istinti di Fresa avendone «limitato le funzioni interne» in ragione di «queste problematiche che allora emersero e che ora si sono ripetute». Gaeta ha anche spiegato che il collega «svolge esclusivamente funzioni nella giurisdizione civile», partecipando a udienze della sezione tributaria e di quella del lavoro e ai giudizi di responsabilità civile da assicurazione, tutte questioni «assolutamente lontane da possibili attività giurisdizionali che riguardano persone, famiglie».
L’alto magistrato ha pure spiegato che «sotto il profilo strettamente professionale e funzionale la condotta del dottor Fresa in ufficio è stata sempre ineccepibile» e che, anche se «il riflusso, soprattutto mediatico, di queste notizie non gli ha giovato», non ha mai ricevuto «alcuna critica né da parte dei colleghi, né direi neppure esternamente».
Il Csm ha riconosciuto che «i fatti posti all’attenzione dell’autorità giudiziaria di Civitavecchia non risultano oggetto di alcuna divulgazione» e ha disposto l’archiviazione. Alla fine Fresa ha incassato 12 voti a favore e 7 contrari. Sei consiglieri si sono astenuti. Per il togato Marco Bisogni la delibera «lascia la porta aperta se dovessero esserci sviluppi». Mentre per la collega laica Isabella Bertolini, che ha votato contro l’archiviazione, «su questa vicenda, molto grave, occorre fare una riflessione profonda».
Gli interventi sul referendum della giustizia si stanno moltiplicando e offrono continui spunti di riflessione. E, dopo un inizio che sembrava quasi a senso unico, molti colleghi, orientati a votare Sì, stanno legittimamente esprimendo la loro opinione e sviluppando le loro argomentazioni. È un bene per chi vuole approfondire e votare con consapevolezza.
di Catello Maresca, Magistrato, ex sostituto procuratore a Napoli
Ho molto apprezzato, sul punto, le posizioni del collega D’Avino, oggi procuratore di Parma, con cui ho avuto la fortuna di lavorare qualche anno fa, quando eravamo entrambi alla Procura antimafia di Napoli (articolo pubblicato sulla Verità del 18 gennaio). Mi ha confermato, con motivazioni lucide e convincenti, una impressione, sorta ascoltando i sostenitori del No.
Soprattutto dopo il contestatissimo manifesto, apparso in alcune stazioni italiane, sul presunto intento di sottomettere la magistratura alla politica, mi è sembrato che si fosse superato il limite della correttezza istituzionale, nel pur aspro dibattito in corso.
I romani, a cui si deve la nascita del diritto delle civiltà moderne, sostenevano che «cogitationis poenam nemo patitur», vale a dire che: «Nessuno può essere punito per un semplice pensiero». Oggi, si parla di processo alle intenzioni per indicare una valutazione, quasi sempre di condanna, che si fonda sulla supposizione delle intenzioni del soggetto sottoposto al giudizio, indipendentemente da suoi comportamenti o da suoi atti concreti. In sostanza, questo accade quando si tende ad accusare qualcuno per ciò che si presume voglia o volesse fare, e non per ciò che ha effettivamente fatto. Ovviamente, in ambito giuridico, dove contano le prove sui fatti e non sulle mere intenzioni, fare un processo alle intenzioni è considerato assolutamente scorretto.
Io non ho condiviso la discesa in campo della magistratura associata contro la riforma della giustizia, perché mi sarei aspettato una più cauta e tranquillizzante posizione di rispettosa attesa delle decisioni dei rappresentanti del popolo, che nel nostro sistema costituzionale sono i parlamentari, e, nel caso di specie, anche degli stessi italiani, direttamente chiamati ad esprimersi tra poco col referendum. Ma tant’è, la scelta è stata diversa e diffusamente condivisa dai rappresentanti di categoria, per cui non si può che prenderne atto.
Quello che, però, potrebbe ragionevolmente aspettarsi da chi ha fatto, fa e dovrà continuare a fare dell’applicazione del diritto «in nome del popolo» il fondamento del suo agire professionale quotidiano, sarebbe un corretto esercizio del potere che si è scelto di esercitare.
Il rischio è davvero elevato Scendere in campo significa, infatti, già aver compiuto la propria scelta irreversibile, senza volontà, né capacità, forse, di ripensamento. E i toni, a tratti, si avvicinano proprio a quelli usati per i processi.
caccia alle streghe
Il campo è quello del giudizio sulle scelte del Parlamento ed in questo contesto si è deciso di fare la parte del peggior esempio di pubblico ministero; quello che ha già in tasca la soluzione, che è già convinto che l’indagato abbia sbagliato e vada condannato, senza se e senza ma. Si tratta di una scelta quantomeno bizzarra, perché si vestono i panni di quel pubblico ministero, di cui, almeno dichiaratamente, si sostiene di voler difendere l’indipendenza. Sì, proprio di quei magistrati che hanno contribuito ad allontanare i cittadini dalla giustizia, coi loro eccessi, mascherati da autonomia, che, invece, sarebbe stato quantomeno opportuno stigmatizzare e da cui si sarebbe dovuto prendere le distanze.
E, così, presi dal sacro fuoco di chi si è autoproclamato portatore assoluto di verità e di ragione, si sta compiendo, sommessamente credo, l’errore più grave: ci si sforza, proprio come quei pubblici ministeri (fortunatamente non tanti), innamorati delle loro incrollabili convinzioni, di trovare a tutti i costi argomenti sostenibili, anche travalicando le regole stesse del giudizio.
Con l’Illuminismo, soprattutto grazie a Cesare Beccaria, il cui pensiero si può ritrovare nelle pagine del suo Dei delitti e delle pene, si afferma con forza l’idea, fino ad allora assolutamente non scontata, che lo Stato non possa giudicare l’interiorità dell’individuo, ma solo dei suoi comportamenti sulla base di solide prove. Punire le intenzioni porta all’arbitrio del potere, proprio dei sistemi nei quali il sospetto vale quanto la prova e la presunta pericolosità morale giustifica di per sé sola la punizione. È qui, quasi 300 anni fa, che nacque l’idea moderna che il «processo alle intenzioni» fosse tipico dei regimi ingiusti. Continuare ad arrampicarsi sugli specchi alla ricerca di elementi, almeno lontanamente indizianti, a me sembra evocare più che un giusto processo, lontani ricordi più prossimi alla caccia alle streghe.
Valga per tutti l’esempio della discussione sulla separazione delle carriere di giudici e pubblici ministeri, che è uno dei cardini della riforma.
I sostenitori del No, e quindi, in primis, la magistratura associata, sostengono tra le altre cose che sarebbe inutile, perché di fatto già insita in un sistema in cui negli anni, a furia di ostacoli e divieti, il passaggio tra funzioni è diventato quasi impossibile. Niente di più vero! Ma appunto tra funzioni e non di carriere. La confusione che si ingenera tra separazione di funzioni e di carriere (voluta?) tradisce le intenzioni. Se, infatti, già ci fosse la separazione non si comprende perché, se si è davvero contrari, non si è manifestata con forza tale convinzione contro chi, come la ministra Cartabia, quella separazione l’ha realizzata, inserendola in maniera addirittura subdola, senza fare ricorso a riforme costituzionali. Se la separazione la attua di fatto una ministra va bene; se, invece, la propone apertamente un altro no? Allora forse si tratta di cose ben diverse? E la separazione delle carriere (non delle funzioni), allora, serve davvero ad assicurare la terzietà del giudice, già riconosciuta dalla Costituzione.
E vi è di più. Non comprendo sinceramente perché, se davvero, come sostengono i comitati per il No, il malcelato intento del legislatore sia quello «di mettere il pubblico ministero sotto al governo», o «ridurre il potere della magistratura», o qualche altro nascosto proposito complottista, questa maggioranza, la più solida della storia del nostro Paese, non di sinistra, proprio oggi, si lascerebbe scappare questo obiettivo, rimandando il raggiungimento del risultato a domani o dopodomani o a quando, chissà, presumibilmente gli equilibri politici saranno molto più complicati o, addirittura, non ci sarà più una maggioranza che la pensa allo stesso modo.
un punto di partenza
E un’altra circostanza mi induce ancora a riflettere. Non ho mai fatto processi alle intenzioni e nel mio ruolo di pubblico ministero ho cercato, sicuramente non riuscendoci sempre, di non innamorarmi delle mie posizioni e di lasciare sempre uno spazio al dubbio. Io non so se le intenzioni della maggioranza dei parlamentari che hanno votato la riforma siano tutte, o in parte, e in che quota parte, punitive per la magistratura, o ispirate a sentimenti di rivalsa o prevaricazione della politica sulla magistratura, e, devo dire la verità, non mi interessa più di tanto. E, se anche così fosse, mi dispiacerebbe umanamente solo per chi avesse tale bassa considerazione delle istituzioni.
Quel che conta, però, è ciò che è stato scritto nero su bianco (i loro comportamenti, eventualmente censurabili, aldilà delle intenzioni) e ciò che possa derivare da una riforma che, comunque vada, segnerà un passaggio epocale per il sistema giustizia in Italia, anche per effetto della chiara discesa in campo dell’Associazione nazionale magistrati che nell’immaginario collettivo rappresenta tutta la magistratura. Anche per questo ribadisco di non aver condiviso tale posizione. Il referendum sta diventando, infatti, una questione di tifoseria.
E, se il popolo voterà No vorrà dire che si sarà schierato dalla parte dei magistrati, condividendone l’agire e le preoccupazioni. E questo realisticamente non potrà che portare ad una sostanziale prosecuzione dello stato attuale della giustizia in Italia. Se voterà Sì, invece, il popolo deciderà di cambiare rotta, di scegliere un modello di magistratura diversa, auspicando un sistema giustizia migliore. E a quel punto, agendo in nome del popolo, i magistrati dovranno contribuire a costruire qualcosa di diverso che non potrà, comunque, funzionare senza di loro.
Dopo la riforma, nella eventualità che sia approvata, bisognerà pensare alla giustizia, alle carceri, alla sicurezza, all’antimafia. Sarà solo un nuovo inizio.
Quando sono entrato in magistratura, ormai nel lontano 1999, ho avuto netta l’impressione di un meccanismo farraginoso, a tratti illogico, spesso incomprensibile per i cittadini. Col tempo è cresciuta in me la consapevolezza di trovarmi in un sistema poco efficiente, in cui dovevi attrezzarti sostanzialmente da solo per provare a raggiungere degli obiettivi. E, pensate come possa essere complesso continuare a fare con coscienza il proprio lavoro, anche quando ti rendi conto di far parte di un sistema che funziona a singhiozzo o, a tratti, non è affatto adeguato. Quando vedi che molte decisioni, anche strategiche, sembrano dettate da criteri tutt’altro che lineari e spesso per nulla orientati alla funzionalità del servizio giustizia. E poi scopri il caso Palamara e all’improvviso ti sembra tutto più chiaro.
Eppure, si va avanti moltiplicando gli sforzi, fondamentalmente perché ci credi, perché sei cresciuto nel mito di Falcone e Borsellino, e speri, comunque, che prima o poi cambi qualcosa.
Ma sono passati governi e ministri e, se possibile, la situazione è anche peggiorata, fino all’apoteosi del disastro Cartabia.
Ecco, forse con la riforma questo momento dell’inversione di rotta sta arrivando. E la speranza è che questo non sia un punto di arrivo, ma solo quello di partenza per una giustizia vera, più giusta e più equa per tutti.
Perché una convinzione credo possa essere condivisa, almeno questa. E cioè che non c’è sicurezza senza giustizia, non si può aspirare ad un progresso sano senza giustizia. Non serve a nulla parlare ai ragazzi e praticare l’antimafia, se poi la giustizia non funziona. E potrei continuare per ore, passando per la sanità, per la tutela dei più deboli, e via dicendo.
La giustizia giusta in un Paese è tutto ed è quello a cui tutti dobbiamo aspirare.








