La sinistra è divisa su tutto, tranne che su una cosa: le tasse. Se c’è da stangare gli italiani con nuove imposte, dal Pd ad Avs, passando per i 5 stelle, i compagni sono sempre pronti. Non hanno un’idea comune sulla politica estera, perché alcuni sono favorevoli a sostenere l’Ucraina e anche a farla entrare nella Ue, mentre altri sono totalmente contrari.
Non hanno alcuna proposta per ridurre il costo dell’energia, se non l’introduzione di un prelievo sui profitti delle imprese del settore (decisione che si tradurrebbe in una perdita secca per lo Stato, che dalle principali incassa ogni anno fior di dividendi). Non hanno neppure un programma per affrontare il tema della carenza di alloggi popolari nelle città, se non l’esproprio di quelli privati lasciati sfitti. Tuttavia, nonostante la mancanza di un piano che lo trasformi da cartello elettorale in maggioranza di governo (come ha notato ieri, in un’intervista alla Stampa, l’ex senatore del Pd Luigi Zanda, uno che lo conosce bene), il campo largo ritrova l’unità se c’è da reclamare una stangata a carico del ceto medio. La parola magica che accomuna la coalizione è patrimoniale, ricetta che mette tutti d’accordo, quasi che basti questa a risolvere ogni problema dell’Italia.
A rilanciarla è Elly Schlein, ormai impegnata in una difficile competizione con Giuseppe Conte, allo scopo di dimostrare di avere le carte in regola per candidarsi a guidare il governo alla prossima legislatura. Alla segretaria del Pd non importa che imposte simili, adottate da altri Paesi, si siano risolte in un flop, facendo fuggire i grandi patrimoni che certo non restano ad aspettare che i compagni li tassino. Né importa che chi ha costruito un sistema di welfare basato su aliquote crescenti oggi faccia marcia indietro, rendendosi conto che le tasse strangolano l’economia e impediscono la crescita, facendo mancare ricavi per sostenere la macchina statale. Proprio ieri, mentre Schlein rilanciava la patrimoniale, sul Corriere della Sera è apparsa un’analisi di Federico Rampini dedicata alla Svezia. Per anni Stoccolma è stata il punto di riferimento della socialdemocrazia europea e dunque anche del centrosinistra italiano. Svezia infatti era sinonimo di integrazione, di assistenza ai meno agiati, di servizi pubblici. Un Bengodi finanziato con un sistema fiscale super aggressivo, che prevedeva patrimoniali e imposte di successione pesanti. Beh, dopo anni di spesa statale a carico di chi produceva reddito, anche Stoccolma adesso ha messo la marcia indietro, al punto che neppure i socialdemocratici oggi hanno nel loro programma nuove imposte.
E quanto siano fragili e controproducenti le ricette della sinistra lo dimostrano le inversioni di rotta anche di Danimarca, Gran Bretagna e perfino Germania. Nessuno ormai pensa di governare a suon di tasse, primo perché i capitali non restano fermi ad aspettare di essere tartassati. E secondo perché in un mondo globalizzato le imposte rischiano di essere una zavorra che al bilancio dello Stato porta più danni che vantaggi. Tuttavia, nonostante quasi tutta la Ue abbia rinunciato alle soluzioni facili che usano la leva del fisco, il campo largo insiste e vorrebbe importare in Italia sistemi già falliti. Una buona ragione per darsi da fare e tenere Pd, Avs e 5 stelle lontano dalla stanza dei bottoni. A Palazzo Chigi, Schlein e compagni potrebbero solo fare disastri.
Sarà l’Intelligenza artificiale a spazzare via ogni nostra autonomia in tema di salute, obbligandoci a trattamenti sanitari affidati ad algoritmi insufficienti e non trasparenti, modelli creati da chi ha già deciso prevenzione, controlli, allarmi epidemiologici di massa.
Non è fantascienza: OpenAI sta lanciando uno strumento «per contribuire allo sviluppo di nuove capacità di biodifesa e di preparazione alle pandemie» sostenendo organizzazioni «dalla prevenzione e individuazione precoce, alla resilienza sociale e allo sviluppo di contromisure mediche». L’azienda fondata nel 2015, che si occupa di ricerca e sviluppo dell’Intelligenza artificiale e diventata famosa nel 2022 con ChatGPT, chatbot (programma informatico) di IA che utilizza l’elaborazione del linguaggio naturale (Pnl) per comprendere le domande degli utenti e automatizzare le risposte, generare immagini e testo, ha un nuovo programma.
Si chiama Rosalind Biodefense e offrirà il suo modello GPT-Rosalind per la ricerca nel campo delle scienze della vita a «sviluppatori di fiducia» che mettono in pratica strumenti di biodifesa. In parallelo, sta ampliando l’accesso a GPT-Rosalind ad alcuni partner del governo statunitense e dei suoi alleati, al fine di supportare missioni di sanità pubblica e di biodifesa.
In pratica, OpenAI fornirà supporto per sistemi di allerta precoce, pianificazione della risposta alle epidemie, diagnostica e sviluppo di contromisure mediche. Già accade in numerosi centri statunitensi. Il Lawrence Livermore national laboratory (Llnl), dove si lavora «al servizio della sicurezza nazionale», sta abbinando il modello GPT-Rosalind al suo lavoro di supercalcolo e simulazione per progettare e valutare contromisure mediche.
Il Johns Hopkins applied physics laboratory prevede di integrare GPT-Rosalind «in una piattaforma di ingegneria proteica che analizza enzimi mutanti per individuare terapie, contromisure e caratterizzazione delle minacce biologiche», fa sapere R&D World che fornisce contenuti a laboratori di ricerca e sviluppo di aziende, enti governativi e università di tutto il mondo.
Con il messaggio che OpenAI si sta impegnando per individuare e mitigare minacce biologiche, pandemie prima che si aggravino, si sorvola su quelle che possono essere le conseguenze di un uso improprio di misure di sicurezza, «supportando la generazione di ipotesi» formulate da macchine, ma su algoritmi di cui sono artefici gli sviluppatori e noi, le cavie.
Inoltre, non viene menzionato alcun ente regolatore specifico su questi strumenti, prima che vengano ampiamente utilizzati. Eppure, i ricercatori hanno avvertito che i modelli di Intelligenza artificiale addestrati su dati biologici potrebbero essere utilizzati impropriamente per contribuire alla progettazione di agenti patogeni pericolosi. Ma è stato soprattutto papa Leone XIV a mettere in guardia sull’uso improprio di IA.
Nell’enciclica Magnifica humanitas ha detto che le moderne Intelligenze artificiali sono «più “coltivate” che “costruite”: gli sviluppatori non ne progettano direttamente ogni dettaglio, bensì creano un’architettura sulla quale l’IA “cresce”. Di conseguenza, aspetti scientifici fondamentali - come le rappresentazioni interne e i processi computazionali di questi sistemi - rimangono al momento sconosciuti. Si manifesta pertanto l’urgenza di un duplice impegno: da un lato, un approfondimento della ricerca scientifica, dall’altro, un esercizio di discernimento morale e spirituale».
Papa Prevost lo dice chiaramente: «L’uso dell’IA non è mai un fatto puramente tecnico: quando entra in processi che incidono sulla vita delle persone, essa tocca diritti, opportunità, reputazione, libertà». Avverte del rischio, di «un’insidia meno palese, quando i sistemi di IA, presentandosi come neutrali e oggettivi, rispecchiano e rafforzano stereotipi o posizioni ideologiche di chi li ha progettati e addestrati».
Non c’è nulla di neutrale, nel dettare sistemi di allerta precoce, pianificazione della risposta alle epidemie, diagnostica e sviluppo di contromisure mediche. Ancora una volta, è il pontefice ad ammonire sul «volto inedito» del colonialismo. «Interi territori, soprattutto quelli con minore rilevanza geopolitica e maggiore fragilità strutturale, vengono al presente attraversati da una nuova logica di estrazione: quella di flussi sanitari, profili epidemiologici, mappe genetiche e dati demografici. Sono queste le nuove “terre rare” del potere: informazioni vitali che, una volta correlate, possono essere usate per addestrare modelli predittivi, guidare strategie di investimento, anticipare le crisi e soprattutto selezionare chi e che cosa conta».
OpenAI vuole supportare missioni di sanità pubblica e di biodifesa, ma occorrerà monitorare attentamente quali iniziative prenderà.
Il Canada rafforza ulteriormente i legami con la Cina. Una mossa, con cui il governo di Ottawa punta a ostacolare il rilancio della Dottrina Monroe, promosso dalla Casa Bianca.
Venerdì, il ministro degli Esteri canadese, Anita Anand, ha avuto un incontro con l’omologo cinese, Wang Yi. «Il Canada è concentrato sulla crescita della propria economia e sulla diversificazione delle relazioni commerciali», ha affermato la Anand durante il faccia a faccia.
«Il rapporto economico tra Canada e Cina è significativo», ha aggiunto. Nell’occasione, ha anche asserito che il Canada punta ad aumentare le esportazioni verso la Cina del 50% entro il 2030.
Insomma, il governo di Mark Carney conferma la sua linea di progressivo avvicinamento a Pechino: una strategia con cui il premier canadese punta a controbilanciare gli Stati Uniti. Non è del resto un mistero che, da quando Donald Trump è tornato alla Casa Bianca l'anno scorso, i rapporti tra Washington e Ottawa si sono fatti particolarmente tesi (soprattutto su commercio e fentanyl).
Certo, il premier dà a intendere di voler salvaguardare il rapporto con gli Usa. Appena giovedì scorso, parlando a New York, si è infatti detto favorevole a realizzare una «nuova partnership» con Washington. Tuttavia, è chiaro come Carney stia portando avanti una linea sempre più filocinese. Non a caso, a gennaio, il premier canadese si era recato a Pechino, per incontrare Xi Jinping e firmare contestualmente un accordo di natura commerciale.
Ottawa sa del resto bene che, nella sua volontà di rilanciare la Dottrina Monroe, Trump punta ad arginare il più possibile l’influenza cinese sull’Emisfero occidentale. Sotto questo aspetto, Carney ha quindi intenzione di rompere le uova nel paniere all’inquilino della Casa Bianca. Tuttavia, la linea del premier canadese sta creando delle fibrillazioni in politica interna. Il Partito conservatore sta infatti criticando l'eccessiva vicinanza a Pechino dell'esecutivo di Ottawa.
Insomma, non è escluso che le tensioni tra Carney e Trump possano presto riemergere. D’altronde, la riedizione della Dottrina Monroe rappresenta uno dei principali capisaldi della politica estera dell’attuale Casa Bianca, proprio perché chiama in causa la crescente competizione geopolitica e tecnologica di Washington nei confronti di Pechino.
L’America e la Cina si spartiranno il mondo? La guerra tra l’egemone e il suo rivale è davvero inevitabile? Sono domande a cui cerca di rispondere il saggio di Randall L. Schweller, professore alla Ohio State University, esponente del realismo politico.
Broken cycle. World politics in the age of dissent, da poco uscito per Cambridge University Press, adotta una concezione ciclica della storia delle relazioni internazionali: da una grande guerra emerge una potenza predominante; poi, uno «sfidante» mette in questione lo status quo (è la fase del «dissenso», in cui ci troveremmo ora); dopodiché, esso viola apertamente le regole dell’ordine globale; e allora scoppia una nuova guerra per l’egemonia. Secondo Schweller, però, adesso il ciclo si è inceppato.
Perché, professore?
«Perché non ci sarà un’altra guerra per l’egemonia: gli armamenti moderni sono diventati troppo distruttivi e la pace troppo conveniente, nel senso che a conquistare ampi territori c’è poco da guadagnare e molto da perdere. La forza che restaura l’ordine politico - la guerra per l’egemonia - non è più utilizzabile».
Dovremmo rammaricarcene?
«Dovremmo sperare che la guerra per l’egemonia non ricompaia mai più».
E allora?
«Il fatto è che essa produce anche effetti positivi sulla politica internazionale. Svolge tre funzioni necessarie: fa tabula rasa delle istituzioni globali; concentra il potere nelle mani di un’unica grande potenza; e mostra in maniera chiara chi comanda e chi no. Così, consente a un nuovo egemone di ricostituire il sistema che è collassato, creando un ordine globale legittimo a sua immagine».
Parlava di armi distruttive.
«Le armi nucleari hanno reso impensabile la guerra tra grandi potenze. Qualunque leader comprende che nessuno potrebbe vincere un conflitto nucleare. Perciò sono convinto che il ciclo della guerra egemonica sia concluso».
Se non ci sarà un’altra grande guerra, cosa accadrà?
«La domanda essenziale per la stabilità globale nei prossimi decenni riguarda la natura della rivalità sinoamericana e il modo in cui i due poli, specie gli Usa, sceglieranno di gestirla».
Ci spieghi.
«Gli Stati Uniti dovrebbero concedere una sfera d’influenza alla Cina nel Pacifico occidentale? Dovrebbero contenere la Cina come fecero con l’Unione sovietica, per limitare la sua capacità geopolitica? O dovrebbero tirarsi indietro e permettere che si formi un equilibrio di potenza regionale?».
Qual è la risposta?
«Una combinazione delle tre. I sistemi bipolari sono estremamente stabili e poco esposti allo scoppio di grandi guerre. A differenza che nella multipolarità, in cui i pericoli sono diffusi, le responsabilità poco chiare e le definizioni degli interessi vitali facilmente oscurabili, le superpotenze, in un mondo bipolare, possono delineare strategie per promuovere i loro interessi e fare i conti con il loro principale avversario, con minore necessità di soddisfare i loro alleati».
Valeva per Usa e Urss e varrà per Usa e Cina?
«La geografia rafforza l’idea che la bipolarità Usa-Cina sarà più rilassata di quella Usa-Urss».
Come mai?
«La Cina è accerchiata da potenze regionali: Giappone, Corea del Sud, Russia, Australia, India; gli Usa e i loro alleati non hanno bisogno di fissare una linea dove fermare l’aggressione cinese nella regione dell’Asia Pacifica».
Quindi?
«Washington e Pechino possono gestire la competizione strategica con relativa facilità. La Cina e gli Usa sono più rivali geopolitici che avversari totali. Entrambi hanno più da guadagnare dal mantenimento di profondi legami economici che dalla loro recisione. La Via della seta e il Made in China 2025 (il piano strategico per sviluppare la manifattura cinese, ndr) possono generare ansia da competizione, specie all’interno di vari centri di potere a Washington, Detroit e nella Silicon Valley; ma essi non pongono alcuna minaccia esistenziale agli Stati Uniti. Non esiste risposta militare a una grande strategia non violenta, costruita sull’espansione del commercio e della navigazione. La coesistenza è l’unica opzione sensata».
L’egemonia, scrive lei, comporta responsabilità e obblighi globali. La Cina è disposta a sobbarcarseli?
«Durante la prima decade del nuovo millennio, gli Usa lamentavano che la Cina volesse i privilegi del potere ma non le responsabilità che i player mondiali sono tenuti ad assumersi. A molti osservatori occidentali, la Cina sembrava una scansafatiche che andava costretta a intraprendere azioni adeguate in caso di crisi globali. Poi, è arrivata la grande recessione del 2007-2008».
E cosa è successo?
«La risposta fiscale e monetaria di Pechino ne ha mitigato gli effetti e ha promosso una ripresa economica più rapida negli anni seguenti. Ben lontana dall’essere una potenza rivoluzionaria, la Cina ha agito da “portatore d’interessi responsabile”, termine coniato dal vicesegretario di Stato Robert Zoellick nel 2005, pompando liquidità nel sistema finanziario globale. In più, nonostante il suo potere finanziario e monetario, la Cina continua ad astenersi dall’offrire un’alternativa al Washington consensus; anzi, respinge qualunque idea di “Consenso pechinese”. Al di là dei suoi interessi fondamentali - difendere la sovranità nazionale e l’integrità territoriale, compresi Tibet e Taiwan, e assicurarsi l’accesso a energia e risorse naturali in altre parti del mondo, specie in Africa e America Latina - il governo cinese ha giocato solo un ruolo limitato e sporadico nella maggior parte delle aree di governance globale. E ciò non dovrebbe sorprenderci».
Perché?
«Gli Usa si assunsero responsabilità globali solo molti anni dopo esser diventati lo Stato più potente sulla Terra, quando producevano quasi la metà dell’output economico mondiale. Una posizione che la Cina non si avvicina neppure a raggiungere a questo grado del suo sviluppo. Perché, dunque, Washington dovrebbe aspettarsi che la Cina, la cui quota di economia mondiale è all’incirca il 15% e il cui Pil pro capite è il settantatreesimo al mondo, renda contributi sostanziali alla governance globale?».
I contrasti ideologici sono un pericolo per la pace?
«Certamente. Lo abbiamo già visto durante la Guerra fredda. Il pericolo deriva più dalla tendenza liberale americana a dipingere ogni minaccia come ideologica, che dall’aumento di potenza della Cina. Le minacce ideologiche si prestano a una retorica da somma zero: o i nostri valori trionfano, o lo faranno i loro; la tolleranza della diversità globale semplicemente non è contemplata. Nella psiche americana, le sfide manichee tra le forze del bene e quelle del male risuonano molto più intensamente rispetto alla pura e semplice politica di potenza. I decisori politici americani sanno di dover inquadrare la competizione in termini ideologici. Oggi, un consenso - forse l’unico - tra democratici e repubblicani rappresenta la Cina come una minaccia esistenziale allo stile di vita americano, che trama per minarne i valori e le istituzioni democratiche, per rimpiazzarli con quelli cinesi. Le voci dei guerrieri “freddi” dei nostri giorni esortano gli Usa a mettersi alla guida di una coalizione di Paesi liberaldemocratici, dall’Europa all’Asia, per tenere sotto controllo le pratiche economiche predatorie di Pechino, opporsi ai suoi tentativi di sbarrare l’accesso a porzioni dei beni comuni globali, scoraggiare aggressioni da parte della Cina e mantenere la pace».
È sbagliato?
«È la più disastrosa strategia di primato globale americano. Nella migliore delle ipotesi, affidarsi a una caricatura rischia di generare riflessi condizionati allarmistici e reazioni eccessive. Nella peggiore, dipingere la Cina come una minaccia esistenziale potrebbe rivelarsi una profezia che si autoavvera».
L’Europa com’è messa?
«Gli Usa scaricheranno molti dei loro oneri in aree remote, costringendo gli alleati ad abbandonare la loro eccessiva fiducia nella potenza americana e lasciando che si assumano maggiori responsabilità per la loro difesa e la stabilità. Quando ciò accadrà, si formeranno bilanciamenti di potere regionali».
Ad esempio?
«L’Unione europea può facilmente controbilanciare la Russia. Dal 1989 al 2020, il Pil della Russia non ha mai superato il 15% di quello dell’Ue; nel frattempo, la sua popolazione è diminuita dal 35,2 al 32,2% di quella dell’Ue. L’Asia orientale costituisce una sfida più difficile e, tuttavia, è uno scenario relativamente poco complicato per la stabilità. La potenza della Cina può essere controbilanciata dal Giappone e dalla Corea del Sud insieme al Vietnam, all’Indonesia e all’Australia».
L’Europa sopravvaluta la minaccia russa?
«Non credo che la Russia ponga una minaccia esistenziale all’Europa. Vladimir Putin non è Adolf Hitler. Hitler era uno spericolato giocatore d’azzardo che lanciò una guerra genocida senza precedenti nella storia. Si descriveva come un politico che avrebbe condotto la Germania alla conquista di centinaia di migliaia di chilometri quadrati di territorio. Queste aree sarebbero state germanizzate tramite coloni che avrebbero tirato su famiglie numerose, per rimpiazzare i morti nelle guerre di conquista e fornire soldati per le guerre future. Tale processo sarebbe terminato solo quando i tedeschi avessero ereditato il pianeta intero. Vi sembra simile a Putin?».
A parecchi, sì.
«Putin è un piantagrane che disprezza l’Occidente. Tuttavia, in termini di potenza nazionale e influenza globale, la Russia non appartiene alla stessa categoria di Cina, Usa o Ue. La Russia è una potenza di second’ordine, in declino, con una popolazione in diminuzione e in invecchiamento, piena di corruzione e quasi del tutto dipendente dai ricavi petroliferi. L’Italia, il Canada e il Brasile hanno economie più ampie di quella russa. La cattiva gestione della guerra in Ucraina da parte del Cremlino non è sinonimo di grande potenza; semmai, di un governo irresponsabile di uno Stato debole».










