L’articolo di Massimo Russo: «Ero nella corrente fondata da Giovanni Falcone e mi dispiace che da sinistra i colleghi attacchino la legge Nordio, che completa il percorso avviato dai riformisti. E ci rende più autorevoli».
Massimo Russo, Pm presso la Procura per i minorenni di Palermo
La mia posizione su questa riforma nasce da una riflessione lunga e anche molto travagliata, che mi ha costretto a fare i conti con la mia storia professionale. Sono entrato in magistratura nel dicembre del 1987. Nei corridoi del Palazzo di giustizia di Palermo incontrai Giovanni Falcone che con altri colleghi poco tempo prima aveva dato vita al Movimento per la giustizia. Alle elezioni del 1990 per il Consiglio superiore della magistratura fui tra i pochi - pochissimi - a votarlo. Fu un insuccesso, ma quell’esperienza segnò profondamente il mio modo di intendere il ruolo del magistrato. Da allora ho continuato l’impegno associativo, riconoscendomi nei valori di quella stagione.
Negli anni ho svolto funzioni diverse: prima giudice, poi pubblico ministero a Marsala e a Palermo, lavorando anche nella Direzione distrettuale antimafia, in prima linea nel contrasto a Cosa nostra nella provincia di Trapani. Ho poi lasciato la toga per una parentesi di impegno politico-amministrativo alla Regione siciliana e sono tornato in magistratura come magistrato di sorveglianza a Napoli. Oggi svolgo le funzioni di sostituto procuratore presso la Procura per i minorenni di Palermo.
Nei primi anni Duemila sono stato eletto presidente dell’Associazione nazionale magistrati del distretto di Palermo e successivamente ho continuato l’impegno associativo nel Movimento per la giustizia.
Spiegare pubblicamente perché sostengo questa riforma non è stato facile. Per certi versi potrebbe sembrare quasi una smentita del mio passato. In realtà è proprio da quella storia che nasce questa convinzione.
Come magistrato che ha sempre avuto una cultura e una sensibilità progressista, attenta ai diritti e alle garanzie, non posso non ricordare come l’idea di intervenire sull’assetto dell’ordinamento giudiziario non nasce oggi né appartiene a una sola parte politica.
Per anni si è discusso della necessità di superare, dando corso a quanto auspicato dal Costituente con la VII disposizione transitoria della Costituzione, alcuni tratti dell’impianto ordinamentale ereditato dallo Stato fascista, e non pochi esponenti del centrosinistra hanno sostenuto, in diverse stagioni politiche, l’esigenza di rafforzare la distinzione tra accusa e giudice, di intervenire sulle dinamiche dell’autogoverno e di prevedere un Alta Corte disciplinare per i magistrati.
È uno dei paradossi della storia istituzionale italiana che una riforma a lungo invocata da culture politiche riformiste venga oggi portata a compimento da un governo di centrodestra. Ma proprio questo dimostra che la questione non è ideologica: riguarda l’assetto dello Stato e il funzionamento della giurisdizione. Le istituzioni, infatti, non appartengono a una parte. E quando una riforma attraversa culture politiche diverse significa che tocca un nodo reale del sistema.
In tanti anni di magistratura ho imparato una cosa semplice: quando si parla di giustizia il punto di vista decisivo non è quello del magistrato, ma quello dei cittadini. Sono loro che la cercano, che la invocano, che ne hanno bisogno.
La giurisdizione è un bene comune. Non appartiene ai magistrati, non appartiene alla politica. I magistrati ne sono i custodi, gli officianti istituzionali. Ma la legittimazione della giustizia non nasce soltanto dalla norma: nasce dalla fiducia.
È evidente che la fiducia richiede anche una giustizia efficiente, capace di decidere in tempi ragionevoli e sostenuta da riforme organizzative adeguate. Ma il referendum costituzionale riguarda un altro livello: non l’efficienza quotidiana del sistema, bensì la sua architettura istituzionale. È partendo da questo punto di vista che bisogna interrogarsi sullo stato della giustizia nel nostro Paese.
Un dato è difficilmente contestabile: la fiducia dei cittadini si è progressivamente indebolita. La magistratura è sempre più spesso percepita come distante, come un centro di potere autoreferenziale. E mi preoccupa vedere oggi la magistratura organizzata scendere direttamente nel confronto pubblico per chiedere consenso, quasi fosse una parte politica, come se stesse difendendo qualcosa che appartiene a sé stessa e non alla comunità.
È bene ricordare che, in una democrazia rappresentativa, la sovranità appartiene ai cittadini che la esercitano attraverso il Parlamento, al quale spetta fare le leggi. Il giudice, per dettato costituzionale, è soggetto soltanto alla legge: non difende un proprio spazio di potere, ma applica con imparzialità le norme che l’ordinamento democratico si è dato.
Nelle ultime settimane il dibattito pubblico è scivolato verso toni apocalittici: si è parlato di assalto alla Costituzione, di rischio per la democrazia, di sovvertimento dell’equilibrio dei poteri. Quando il linguaggio si fa così estremo, spesso è il segnale che il confronto si è allontanato dal merito. A ben vedere, il filo conduttore della riforma è chiaro e comprensibile: rafforzare la terzietà del sistema giudiziario. Terzietà nel processo, attraverso una distinzione più netta e strutturale tra chi esercita l’azione penale e chi è chiamato a giudicare. Terzietà nell’autogoverno, con due distinti Consigli superiori e meccanismi pensati per ridurre il peso delle logiche correntizie. Terzietà nel sistema disciplinare, affidato a un giudice realmente indipendente.
Tre pilastri, un unico principio: la terzietà.
Non si tratta di indebolire la magistratura. Al contrario, si tratta di rafforzarne l’autorevolezza, restituendo alla giurisdizione ciò che più conta: la fiducia dei cittadini.
Ogni persona che entra in un’aula giudiziaria forma il proprio giudizio non sui principi astratti, ma sull’esperienza concreta: sulla capacità di ascolto, sull’equilibrio, sulla percezione di libertà del giudice.
Sapere, per esempio, che chi accusa e chi giudica appartengono a ruoli realmente distinti rende il cittadino più sereno. Sapere che il giudice non appartiene allo stesso circuito dell’accusa rafforza la fiducia nel processo.
La terzietà, infatti, non è solo una condizione giuridica: è anche una percezione. E quando questa percezione è chiara, aumenta non solo la tranquillità del cittadino, ma soprattutto l’autorevolezza della decisione finale. Perché una decisione appare più giusta quando chi la riceve è convinto che sia stata presa da un giudice realmente terzo e indipendente.
La riforma, del resto, non tocca i pilastri costituzionali del nostro ordinamento: restano l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, l’inamovibilità del magistrato, la sua soggezione soltanto alla legge, l’obbligatorietà dell’azione penale e la disponibilità della polizia giudiziaria da parte dell’autorità giudiziaria. Sono i principi voluti dai padri costituenti a presidio della libertà e dell’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge.
Contrariamente a quanto falsamente si sostiene, il pubblico ministero non diventa subordinato al potere politico; al contrario, riceve, per la prima volta, una tutela costituzionale esplicita. Ciò che cambia è l’architettura del sistema: una più netta distinzione dei ruoli, maggiore trasparenza nell’autogoverno, un controllo disciplinare più chiaramente terzo.
Ecco perché votare Sì è, a mio avviso, la scelta giusta. Non perché si tratta di una riforma perfetta, ma perché prova a rafforzare ciò che oggi conta di più: l’autorevolezza della giustizia.
Il cambiamento non nasce contro la Costituzione, ma dentro il suo perimetro. I principi fondamentali restano intatti; ciò che cambia è l’assetto attraverso cui la giurisdizione esercita la propria funzione. In una democrazia matura le istituzioni non si difendono erigendo barriere contro ogni cambiamento. Si difendono trovando la forza di rinnovarle dentro le regole della Costituzione e attraverso la volontà degli elettori. A questo serve il referendum del 22 e 23 marzo: restituire la parola ai cittadini. Perché a loro appartiene la giurisdizione. Ed è alla loro fiducia che ogni riforma della giustizia, in fondo, deve rispondere.
Dagli ori di Federica Brignone e della «mamma volante» Francesca Lollobrigida ai gesti di fairplay nel biathlon, dai trionfi storici alle lacrime dei delusi, passando per dediche a chi non c'è più, sprint improvvisati per l'ultimo posto e persino un cane lupo in pista. L'Olimpiade diffusa è stata un mix di momenti indimenticabili.
Si sono concluse ieri, con la maestosa cerimonia dell'Arena di Verona, le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026. Un successo per l'Italia sotto tutti i punti di vista: non solo sportivo, con il quarto posto nel medagliere e ogni record precedente spazzato via, ma anche logistico, organizzativo, economico e se vogliamo anche politico. Ma è stata soprattutto l'Olimpiade degli atleti, delle imprese, delle gioie e, talvolta, dei dolori. Dei gesti di fairplay e delle storie dietro ogni medaglia. Momenti indimenticabili che rimangono nella storia.
Tra i fotogrammi più belli lasciati in eredità da Milano-Cortina 2026, impossibile non cominciare da Federica Brignone. La Tigre di La Salle si è presentata a questi Giochi con mille incognite, dubbi e preoccupazioni legate alle sue condizioni fisiche, dopo il grave infortunio subito il 3 aprile 2025 - a meno di un anno dall'appuntamento a cinque cerchi - durante una gara di gigante ai campionati italiani Assoluti all'Alpe Lusia nelle Dolomiti. Quel giorno la diagnosi fu tremenda: frattura scomposta del piatto tibiale, della testa del perone della gamba sinistra con rottura del legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro. Le lacrime, l'operazione, la riabilitazione, un secondo intervento e il tempo che scorreva inesorabilmente come un countdown verso l'inizio dell'Olimpiade casalinga, quella che ogni atleta sogna di vivere da protagonista, a maggior ragione se coltiva legittime ambizioni di medaglia per pedigree e talento. Quel talento unito alla tenacia e alla fiducia in se stessa, ma anche alla pazienza e a un'incredibile forza mentale, che hanno permesso a Federica Brignone non solo di presentarsi ai blocchi di partenza di Milano-Cortina, ma anche di farlo da assoluta regina delle nevi, con i due magnifici ori conquistati nello slalom gigante e nel supergigante di quella domenica 15 febbraio che entra di diritto nella storia dello sport azzurro.
Un po' come era successo nel 2021, quando il 1° agosto, anche quel giorno era domenica, ai Giochi di Tokyo arrivarono nel giro di 16 minuti le due incredibili medaglie d'oro vinte da Gianmarco Tamberi nel salto in alto e da Marcell Jacobs nei 100 metri. Otto giorni fa, invece, a Milano-Cortina è andata esattamente così: alle 14.28 Federica Brignone conquista il secondo oro della sua Olimpiade. Alle 14:59 la coppia dello snowboard cross formata da Michela Moioli e Lorenzo Sommariva vince l'argento. Alle 15:15 una leggendaria Lisa Vittozzi sale sul gradino più alto del podio nell'inseguimento del biathlon. 47 minuti di pura adrenalina e goduria sportiva per i nostri colori.
A proposito del biathlon, dalla disciplina che riunisce lo sci di fondo con il tiro a segno con la carabina, è arrivato uno dei momenti più belli e apprezzati, caratterizzato da un enorme gesto di fairplay. Durante una prova che vedeva impegnata proprio Lisa Vittozzi, l'avversaria francese Julia Simon ha perso un bastoncino e dargliene uno di scorta è stato proprio il coach azzurro a bordo pista. E che dire dell'arrivo fianco a fianco, tra gli applausi, ad Anterselva di due colossi biathlon come l'italiana Dorothea Wierer e la tedesca Franziska Preuss, giunte all'ultima danza sulla neve. Sempre nell'inseguimento del biathlon, ma al maschile, toccante ed emozionate è stato il momento in cui il francese Emilien Jacquelin, dopo aver tagliato il traguardo al terzo posto e aver conquistato la medaglia di bronzo, ha dedicato il successo a Marco Pantani indicando l'orecchino che gli era stato regalato dalla mamma del Pirata e la bandana che porta in segno di omaggio al ciclista scomparso nel 2004. Nella mass start, invece, scena pazzesca quella che ci hanno regalato l'italiano Nicola Romanin, il francese Fabien Claude e l'americano Campbell Wright. Questi ultimi due, fuori dalla zona medaglia e nelle ultime posizioni, si fermano a pochi metri dal traguardo per aspettare l'azzurro. I tre si allineano, confabulano un paio di secondi e danno vita a uno sprint con una volata sul rettilineo finale per evitare l'ultima posizione.

Tra le emozioni intense vissute a Milano-Cortina c'è senz'altro quella vissuta da Federico Tomasoni che dopo l'argento conquistata a Livigno nello ski cross ha mostrato il sole disegnato sul suo casco e dedicato la medaglia a Matilde Lorenzi, la sua fidanzata scomparsa il 28 ottobre 2024 dopo una terribile caduta sugli sci.
Storie di sport che si intrecciano a momenti di vita che ognuno di noi può sentire più o meno vicino e farci vivere l'evento oltre la pura competizione sportiva. Come per esempio il primo oro nella storia dei Giochi invernali per il Brasile conquistato da Lucas Braathen e l'emozione dello sciatore appena finita la gara nella telefonata in vivavoce con una leggenda mondiale di questo sport come Alberto Tomba che si congratula e lui che si commuove. Nello sport, il momento che separa un'atleta da un trionfo a una sconfitta può essere invisibile, incalcolabile, ed è quel preciso istante in cui si realizza di non avercela fatta. È quanto è accaduto ad Atle Lei MCGrath. Lo sciatore norvegese, nella prima manche dello slalom maschile, si trovava a condurre in testa davanti a tutti. Aveva la medaglia d'oro praticamente in pugno. Poi sul più bello si è trovato a fare i conti con un errore che gli è costato quattro anni di duro lavoro e sacrifici: l'inforcata, l'uscita fuori pista e il sogno che svanisce mentre tutto il mondo ti osserva e una reazione tanto impulsiva quanto significativa: l'urlo, il lancio al cielo dei bastoncini, i parastinchi slacciati e la camminata solitaria veso il bosco per trovare un rifugio lontano dalle telecamere e fare i conti con se stesso. «Volevo prendermi un po' di tempo per me» - ha raccontato dopo la gara - «Non conosco nessun altro sport in cui ci sia una distanza così breve tra la cosa più bella che puoi realizzare e la cosa peggiore che puoi vivere». Lo stesso ha vissuto il fenomeno mondiale del pattinaggio artistico, Ilia Malinin. L'americano di origini uzbeke, si era presentato come favorito assoluto ma nella finale olimpica non ha performato come avrebbe potuto e voluto e ha chiuso con un deludente e inaspettato ottavo posto. Un flop che lo straordinario pubblico del Forum di Assago ha saputo mitigare con una calorosa standing ovation durante l'esibizione al Galà del 21 febbraio e a cui il fenomeno del salto quadruplo ha risposto con le lacrime. Emozionante anche la vittoria di Elana Meyers-Taylor che alla quinta partecipazione ai Giochi e all'età di 41 anni ha vinto la medaglia d'oro nel mono-bob e ha festeggiato abbracciando i suoi due bimbi, nati entrambi sordi prematuri e uno con la sindrome di Down, ai quali ha comunicato attraverso il linguaggio dei segni la frase: «La mamma ha vinto».
Tra i momenti più divertenti e suggestivi nell'album dei ricordi di Milano-Cortina 2026 va inserito senza alcun dubbio Nazgul. Il bellissimo cane lupo che ha invaso la pista di Tesero durante la gara di qualificazioni dello sprint femminile a squadre e ha tagliato il traguardo davanti agli sguardi increduli e divertiti degli spettatori e delle atlete.
- L’Ucraina ricorda oggi il quarto anniversario dall’inizio delle ostilità: Von der Leyen nella capitale. Ungheria e Slovacchia pretendono il ripristino dell’oleodotto Druzhba.
- Mosca resta la regina del grano. Uno studio rileva che l’Italia è costretta a produrre meno a causa dei costi elevati e delle folli politiche europee. E finiamo per comprare il cereale russo dalla Turchia.
Lo speciale contiene due articoli.
Si apre oggi il quinto anno di guerra in Ucraina, ma le commemorazioni sono segnate dalle tensioni nel Vecchio Continente sul sostegno a Kiev. In occasione dell’anniversario, infatti, arriveranno oggi in Ucraina il presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, e il presidente del Consiglio europeo, António Costa, per manifestare «ampio sostegno» al «partner coraggioso e vicino». I due, oltre a incontrare il leader ucraino, Volodymyr Zelensky, parteciperanno alla cerimonia commemorativa e visiteranno un sito infrastrutturale che porta i segni dei bombardamenti russi. Inoltre, è atteso un intervento da remoto di Zelensky durante la plenaria straordinaria del Parlamento europeo. E se il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha ricordato che dall’inizio della guerra si contano «15.000 morti civili» solo in Ucraina, la Banca mondiale ha fatto il punto sulla ripresa del Paese. Per ricostruirlo saranno necessari «588 miliardi di dollari in un orizzonte temporale di dieci anni, equivalenti a quasi tre volte il Pil dell’Ucraina del 2025». A tirare le somme dopo quattro anni di guerra è anche l’Unione europea: ha ricordato che dall’inizio del conflitto ha stanziato quasi 195 miliardi di euro di aiuti a Kiev. Eppure, le fratture a Bruxelles sono evidenti. Il piano della Commissione Ue di approvare il ventesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia, proprio in occasione dell’anniversario, è stato un buco nell’acqua. A opporsi sono state l’Ungheria e la Slovacchia nel Consiglio esteri dell’Ue. Il veto dei due Paesi proseguirà fino a quando non saranno ripristinate le forniture del petrolio russo dall’oleodotto Druzhba: per Kiev è stato danneggiato da Mosca il 27 gennaio, ma l’Ungheria e la Slovacchia hanno accusato l’Ucraina di non voler riavviare l’attività dell’oleodotto di proposito. E Budapest ha anche minacciato di bloccare il prestito di 90 miliardi di euro a Kiev. Intervenendo in merito, il ministro degli Esteri ungherese, Peter Szijjarto, ha dichiarato che è «un diritto sovrano decidere da dove provengano le fonti energetiche». Ha poi paragonato «i fanatici della guerra di Bruxelles» a «un uomo magrolino» che «cerca di mostrare i suoi bicipiti». Sulla stessa linea, il primo ministro slovacco, Robert Fico, che ha annunciato la sospensione delle forniture di energia elettrica di emergenza all’Ucraina. Queste posizioni hanno attirato duri rimproveri: la Germania si è detta «sbalordita», la Polonia ha parlato di «atto di sabotaggio politico», la Lituania è «arrabbiata e frustrata». Anche il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha sottolineato che «sbaglia chi non vuole fare delle scelte che spingano Mosca a venire a più miti consigli».
Nel tentativo di correre ai ripari, Costa ha già mandato una lettera al primo ministro ungherese, Vitkor Orbán, in merito al prestito da 90 miliardi a Kiev: «Ti invito fortemente a conformarti alla decisione presa al Consiglio europeo di dicembre». E ha fatto presente che oggi con Zelensky discuterà la questione dell’oleodotto. C’è da dire che l’Alto rappresentante dell’Ue per la Politica estera, Kaja Kallas, dopo il flop, ha lanciato un avvertimento: Bruxelles può «sempre lavorare» all’«uso dei beni russi congelati».
Ma le visioni opposte in Europa interessano anche l’eventuale dialogo con Mosca. A bocciare l’iniziativa francese è stato il ministro degli Esteri tedesco, Johann Wadephul: «È l’approccio sbagliato». A rincarare la dose è stata anche Kallas: «Prima di parlare con Mosca, dovremmo essere chiari su ciò di cui vogliamo discutere».
Tensioni europee a parte, i negoziati tra la Russia, l’Ucraina e gli Stati Uniti proseguono: si svolgeranno entro «la fine di questa settimana», ha detto il capo della squadra negoziale di Kiev, Kyrylo Budanov. Sul tavolo, stando a quanto riferito da Ukrainska Pravda, ci sarà anche il tema della gestione della centrale nucleare di Zaporizhzhia. E pare anche che nelle precedenti trattative a Ginevra sia stata discussa, sempre secondo il giornale ucraino, la creazione della zona economica libera di 40 chilometri sotto un’eventuale supervisione del Board of Peace.
Nel frattempo, il presidente russo, Vladimir Putin, durante la consegna della medaglia Eroe della Russia, ha dichiarato che Mosca «sta combattendo per il suo futuro, per l’indipendenza, per la verità e la giustizia». E ha poi avvisato che «la priorità assoluta» rimane «lo sviluppo della triade nucleare». A provocare Kiev è stato invece il vicesegretario del Consiglio di sicurezza, Dmitrij Medvedev: «Il destino di Benito Mussolini e Adolf Hitler costituisce un esempio lampante per le attuali autorità» ucraine. E se la guerra dovesse finire, «nel peggiore dei casi», i leader di Kiev «saranno impiccati dal loro stesso popolo proprio sulla Maidan».
Dall’altra parte, Zelensky in un’intervista alla Bbc, ha accusato lo zar russo di aver già «scatenato una terza guerra mondiale». Il presidente gialloblù ha anche esortato la Nato a «considerare i missili Oreshnik un obiettivo legittimo». Zelensky è infatti convinto che sono stati «portati i veicoli necessari» in Bielorussia. Ma non solo: ha affermato che Minsk è in contatto con Mosca per «esercitazioni militari congiunte» sul territorio bielorusso. Intanto, per affrontare l’emergenza energetica, dall’Italia sono arrivati a Kiev dieci generatori.
Mosca resta la regina del grano
Dopo quattro anni di guerra sul fronte ucraino l’Europa si scopre sempre più debole sul terreno agricolo e l’Italia paga un prezzo altissimo. È la nuova battaglia del grano da cui esce sconfitta la politica agricola comunitaria ed esce a pezzi la cerealicoltura nostra ed emergono enormi ipocrisie.
Chi continua a raccontare che l’economia russa è a pezzi e che gli ucraini sono alla fame non ha fatto i conti con il report del centro studi Divulga, presieduto dal professor Piermichele La Sala, economista agrario - non a caso -dell’Università di Foggia, che ieri ha diffuso uno studio sull’andamento del mercato mondiale del grano. Divulga, che lavora in collaborazione con Coldiretti, lancia un allarme: con l’attuale congiuntura dei prezzi internazionali in Italia produrre grano non è conveniente. Ma non lo è nemmeno nell’Ue: da qui le fortissime pressioni che gli agricoltori polacchi, rumeni, francesi e bulgari hanno fatto affinché si reintroducesse un dazio sul prodotto ucraino. Facendo due conti - osserva Divulga - a gennaio la quotazione del grano duro era di 261,4 euro a tonnellata. Non va diversamente per il grano tenero nazionale: il prezzo medio all’origine ha raggiunto i 231,76 euro a tonnellata a gennaio 2026.
Diamo uno sguardo ai costi di produzione. Si certifica nello studio che per il grano duro «nel centro Italia e in Sicilia il costo medio risulta pari a 318 euro a tonnellata, nel Nord siamo a circa 302 euro a tonnellata; per il grano tenero il costo medio è di poco superiore ai 230 euro a tonnellata. In Italia, di fatto, si coltiva in rimessa. Questo giustifica le massicce importazioni dell’Ucraina. E questo rende palese che - scrive Divulga - la Russia in questi quattro anni di guerra ha consolidato il primato delle esportazioni mondiali di grano (16% su totale export mondiale), ma l’Ucraina, grazie soprattutto all’Unione Europea, non crolla. Dal giorno dell’invasione, le esportazioni mondiali di grano, soprattutto duro, della Russia sono aumentate in Paesi come Kazakhstan (+303%), Arabia Saudita (+1758%), Pakistan (+315%), Kenya (+115%), Brasile (+732%), Cina (+190%), Turchia (+22%).
L’Unione europea, in questi quattro anni, dopo un’impennata nel primo biennio del conflitto, ha visto praticamente azzerarsi gli arrivi diretti da Mosca, ma chi ne ha approfittato è la Turchia, che fa triangolazione e, nonostante sia Paese della Nato, importa da Mosca e rivende in Europa con un’impennata del 600% delle sue esportazioni verso l’Ue.
Peraltro l’export da Kiev verso l’Unione europea di grano, soprattutto tenero, ha visto un incremento del 386% rispetto al periodo pre bellico. L’Ucraina è passata da meno di un milione di tonnellate prima dello scoppio del conflitto a oltre 4,4 milioni di tonnellate nei quattro anni di guerra. Per quel che riguarda l’Italia questo significa che dipendiamo dall’Ucraina per circa un terzo del fabbisogno di tenero (sul milione mezzo di tonnellate) e dal Canada per quasi l’intero stock d’importazione del duro, che supera i 2,5 milioni di tonnellate. Con il Mercosur finiamo per reimportare da Argentina e Brasile il grano duro di Mosca vietato dalle sanzioni. Con Ursula von der Leyen concentrata sul riarmo abbiamo perso di vista che il grano è un’arma strategica. Lo sa benissimo la Cina, che con circa 151 milioni di tonnellate ha 45% delle scorte mondiali di grano, la Russia ha più che raddoppiato i propri stock. Incremento forte delle riserve anche da parte di Usa e India, l’Europa invece - osserva Divulga - «mostra una preoccupante contrazione del 37%, confermando il progressivo indebolimento del proprio peso (meno del 5% delle scorte mondiali) in un contesto di crescenti tensioni geopolitiche».
In un eventuale conflitto avremo ottimi carri armati tedeschi, in futuro, ma potremmo essere sconfitti dalla fame, perché la guerra del grano è quella che fa più vittime.
È in corso una trasformazione demografica che è sotto gli occhi di tutti — basta guardare le nostre classi elementari — ma la politica sembra accorgersene solo quando può trarne vantaggio alle urne. Chi amministra oggi la verità in Europa? Stiamo vivendo la fine di un'era.










