Il tanto atteso decreto bollette sta per arrivare, ha confermato Giorgia Meloni in tv qualche sera fa. Meloni ha detto che il decreto, che dovrebbe passare in consiglio dei ministri già domani, punta a ridurre strutturalmente il costo dell’energia con diversi interventi di sostanza.
Non ci sono ancora i dettagli sulla forma definitiva che assumerà il testo, ma la vecchia bozza che circola ormai da diverse settimane interviene sul differenziale di prezzo del gas tra Italia (mercato Psv) e Olanda (mercato Ttf), introduce 55 euro di sconto per le famiglie con Isee sotto i 15.000 euro e uno sconto sugli oneri di sistema per le pmi. Allo studio anche una norma per evitare la saturazione delle reti. Sulla cartolarizzazione degli oneri di sistema in bolletta (cioè una diluizione nel tempo per diminuirne il peso) c’è invece una discussione aperta con la Commissione Ue e non è certo che alla fine vi sarà.
Nel frattempo, però, l’energia resta costosa. Il Pun index di ieri, cioè il mercato giornaliero, ha quotato ancora l’energia elettrica a 136,83 €/MWh, quello di oggi a 128,18 €/MWh.
Il principale accusato per i prezzi alti è il sistema con cui si stabilisce quanto vale l’energia, cioè il sistema del prezzo marginale. Tale sistema prevede che la fonte più costosa fissi il prezzo per tutti i produttori, ragion per cui sul banco degli imputati viene messo il gas naturale.
Però con i recenti cali del prezzo del gas, che ieri al PSV quotava attorno a 36 euro/MWh, e quelli dei permessi di emissione di CO2, che avevano ieri un prezzo di 80 euro/tonnellata, si otterrebbe un costo di produzione pari a circa 105 euro/MWh, circa 30 euro/MWh in meno del prezzo realizzato.
Qualcuno cioè sta accumulando margini offrendo in borsa a prezzi molto più alti del costo marginale di produzione. Evidentemente le regole attuali lo consentono. Ma non è sempre colpa del gas, che tra l’altro è aumentato di prezzo da quando l’Ue ha deciso di dichiarare guerra ai combustibili fossili. Se si guardano le statistiche del mese di gennaio delle tecnologie che fissano il prezzo nei 96 quarti d’ora di una giornata nella zona Nord, diffusi dal Gestore del mercato elettrico, si vede che solo nel 23% circa dei casi il prezzo elettrico è fissato dagli impianti a gas a ciclo combinato (con un prezzo medio di 127 euro/MWh). Nel 58% dei casi a fissare il prezzo è stato il meccanismo del Market Coupling, che lascia indeterminata la tecnologia con cui si fissa il prezzo (con un prezzo medio superiore pari a 134,9 euro/MWh).
Il Market Coupling è un sistema con cui si determina il valore dell’energia nelle zone di mercato europee, allocando nello stesso momento la capacità di trasporto transfrontaliera tra Paesi europei. Cioè, si stabilisce il prezzo in base alla capacità di trasporto disponibile e non soltanto in base al prezzo offerto dai vari impianti (che offrono la loro energia al costo di produzione marginale). Il prezzo si fissa appena la capacità di trasporto viene saturata, ma non si conosce la tecnologia che ha fissato il prezzo.
Addirittura, risulta che a gennaio gli impianti a gas Ccgt sono stati la fonte con il prezzo medio più basso in tutte le ore in zona Nord, quella a maggiore consumo e produzione. Il prezzo più alto si è registrato sugli impianti idroelettrici a pompaggio (166,45 euro/MWh in 27 quarti d’ora), le batterie di rete (157,5 euro/MWh in 15 quarti d’ora), quelli idroelettrici di modulazione (142 euro/MWh in 70 quarti d’ora) e idroelettrico ad acqua fluente (134 euro/MWh in 194 quarti d’ora). I soli 3 quarti d’ora in cui le centrali turbogas hanno fissato il prezzo valevano in media 172 euro/MWh.
Sorge il sospetto che con il passaggio ai prezzi zonali su base quart’oraria, per armonizzare il sistema italiano a quello europeo, ci sia qualcosa che non torna. Forse i dati trasmessi dal Gme sono incompleti, certamente una indicazione della tecnologia marginale nel caso del Market Coupling aiuterebbe a dipanare la matassa. O il sistema non funziona come dovrebbe, massimizzando i costi anziché minimizzarli, oppure qualcuno ne sta approfittando. O forse sono vere le tre cose insieme.
In Senato intanto proseguono le audizioni legate all’Indagine conoscitiva sullo «stato dell’arte e sullo sviluppo dell’autoproduzione di energia elettrica da fonti rinnovabili». Nell’audizione del 3 febbraio, l’amministratore delegato di Rse (Ricerca sul Sistema Energetico, società controllata dal Ministero dell’Economia attraverso il Gse), Franco Cotana, ha affermato che «una distribuzione delle Fer (fonti di energia rinnovabile, ndr) più sbilanciata verso il Sud e le Isole, in linea con le richieste di connessione ricevute da Terna, comporta un fabbisogno di capacità di accumulo quasi del 50% superiore a quello corrispondente alla distribuzione prevista dal decreto “Aree Idonee”, con relativi extra-costi per il sistema dell’ordine di 5,3 miliardi di euro». Cioè, se Terna accogliesse tutte le richieste di connessione di impianti fotovoltaici così come sono presentate dai produttori, il sistema costerebbe 5,3 miliardi in più, perché la produzione troppo concentrata costringerebbe a tagli della produzione e all’installazione di maggiori accumuli, che hanno un costo. Gli operatori, dice Rse, «puntano a massimizzare i propri ricavi privilegiando le aree con maggiore disponibilità della fonte primaria. In questo scenario, in tali aree si rischia una elevata overgeneration che implica la necessità di un maggior ricorso a sistemi di accumulo e a sviluppi delle reti elettriche, in assenza dei quali i prezzi “catturati” dagli impianti di generazione fotovoltaici sul mercato risulterebbero sempre più bassi, mettendo a rischio la sostenibilità degli investimenti».
È il noto tema della cannibalizzazione degli impianti fotovoltaici, per cui più aumenta l’offerta di questi impianti più aumentano i costi di rete o la necessità di sussidi pubblici. Spesso, entrambe le cose.
Paperone e immobiliarista. Matteo Renzi, mentre polemizzava con Giorgia Meloni per l’acquisto da parte della premier di una villa da 1,25 milioni di euro, zitto zitto si è comprato pure lui casa a Roma, investendo 1,25 milioni in una delle zone più esclusive della Capitale, il quartiere Trieste. Un immobile che si aggiunge a due ville fiorentine acquistate nella stessa via: una da 1,3 milioni e 11 vani (2018) e a un’altra da 1,825 milioni e 11,5 locali.
Quest’ultima è stata comprata nel dicembre 2024. Nell’occasione si è presentato davanti al notaio, in qualità di procuratore dell’ex premier, l’amico e senatore Francesco Bonifazi, il quale, per conto dell’ex sindaco, ha formalizzato l’affare con un noto avvocato fiorentino. La magione (accatastata come «villino») misura 266 metri quadrati e ha un giardino con un pozzo artesiano (per una superficie catastale complessiva di 1910 metri). L’ex premier ha acquistato, al prezzo di 100.000 euro, anche un terreno adiacente di «forma e giacitura irregolari» grande 2.410 metri quadrati. Per questa compravendita non sono stati utilizzati mediatori. Nel febbraio del 2024 Renzi ha anticipato 200.000 euro agli ex proprietari e, a fine novembre dello stesso anno, ha saldato l’intero importo. Sembra senza bisogno di accendere alcun mutuo. Pochi mesi dopo la realizzazione di questo affare, Matteo ha fatto il bis.
Il 27 maggio 2025 ha acquistato da un cinquantatreenne manager residente in Svizzera un appartamento posto al quarto piano di un palazzo signorile e composto da 9 vani (accatastati come «A2», abitazione civile residenziale, ma non di lusso) e una cantina per un totale di 174 metri quadrati, a cui va aggiunto un locale soffitta di altri 9 metri. Per questo immobile Renzi ha investito, come detto, 1,25 milioni e si è accaparrato una casa spaziosa a prezzo di mercato (nella zona gli immobili valgono tra i 6.000 e i 7.500 euro): 50.000 euro sono stati pagati attraverso la società mediatrice, la Engel & Völkers Market Center, specializzata in immobili di pregio. Altri 424.000 euro sono stati girati a Banca Intesa per estinguere il mutuo e altri 775.000 sono andati al venditore, con la causale «saldo compravendita».
Ma come ha fatto Renzi a comprare immobili del valore di circa 3,5 milioni di euro? In molti ricordano come il 17 gennaio 2018, durante la trasmissione Matrix di Canale 5, l’ex sindaco di Firenze avesse esibito, in un rigurgito di pauperismo, il suo estratto conto da 15.859 euro. Era ancora segretario del Pd ed era stato per tre anni primo ministro. Ma da allora tutto è cambiato. Nel 2018 Renzi è entrato in Senato. Da quell’anno al 2024 (redditi del 2023) ha dichiarato entrate per un totale di 12,1 milioni. A queste occorre aggiungere gli ultimi due anni di incassi, che farebbero crescere il tesoretto di altri 4,6 milioni, per un totale di 16,7. Per mettere da parte lo stesso denaro un normale parlamentare dovrebbe lavorare 160 anni. Il tutto grazie alla sua attività di consulente legato alla politica.
Ma questa età dell’oro sembrava essere stata messa in discussione nel dicembre del 2024, quando l’attuale governo ha introdotto il divieto per i parlamentari di svolgere incarichi retribuiti per soggetti pubblici o privati con sede fuori dall'Unione europea. Una norma che Renzi ha contestato ferocemente, ritenendola una misura ad personam, pensata per punirlo. Per questo la sua risposta non si è fatta attendere. Nel libro dedicato alla Meloni (L’influencer) e in alcune interrogazioni presentate dai parlamentari di Italia viva l’ex segretario dem e i suoi fedelissimi hanno cercato di accendere i riflettori sui regali istituzionali ricevuti dalla premier e su eventuali agevolazioni o sconti legati all'acquisto e alla ristrutturazione della villa da lei acquistata in zona Eur.
In particolare il senatore fiorentino ha rinfacciato alla Meloni le critiche che lei stessa gli aveva rivolto nel 2018 per l'acquisto della sua villa toscana.
Secondo il quotidiano Domani Renzi, che non ha ancora depositato la dichiarazione dei redditi del 2025, avrebbe messo a disposizione del Senato la documentazione di adesione al Concordato preventivo biennale introdotto dal governo Meloni nel 2024 per semplificare il rapporto tra Fisco e contribuenti di minori dimensioni.
Si tratta di un accordo con l'Agenzia delle entrate che consente di fissare in anticipo il reddito su cui pagare le tasse per un periodo di due anni, indipendentemente dai guadagni effettivi. Il dovuto viene calcolato dall’Agenzia sulla base delle ultime dichiarazioni presentate e gli eventuali maggiori redditi non vengono tassati. Le entrate previste da Renzi per 2024-2025 sarebbero state di 2,3 milioni l’anno, a fronte delle quali l’ex premier avrebbe versato nelle casse del Fisco meno di due milioni. Secondo il quotidiano, Renzi avrebbe scelto questa strada per non rendere pubblico il calo dei suoi affari dall’entrata in vigore della norma sopracitata. Ma, in realtà, il fu Rottamatore, in questo modo, potrebbe anche avere schermato un aumento degli incassi.
In ogni caso sono lontani gli anni delle ristrettezze. Nel 2012 Matteo fu costretto, insieme con i fratelli, ad accollarsi un mutuo per comprare la casa dei genitori, in difficoltà economiche. Nel 2018 arriva la prima svolta con il sontuoso contratto come autore e speaker televisivo del documentario Firenze secondo me e di altri due format. Un affare che venne gestito dall’agente delle star Lucio Presta. Alla fine Renzi incassò circa 800.000 euro, in parte utilizzati per rifondere il prestito versatogli da un amico fiorentino per l’acquisto della sua prima villa fiorentina. Per quella vicenda il fu Rottamatore e Presta vennero indagati e poi archiviati dalla Procura di Roma. I pm, infatti, avevano inizialmente ipotizzato i reati di emissione e utilizzo di fatture per prestazioni inesistenti e di finanziamento illecito. Alla fine la Procura stabilì che i contratti erano reali e che le prestazioni avevano una concreta valenza commerciale.
Nel frattempo Renzi ha iniziato la sua carriera all’estero di conferenziere lautamente retribuito, ma soprattutto di consulente. In Cina venne aperto un conto con il suo nome per fargli incassare i sudati emolumenti e in Arabia Saudita, grazie ai rapporti con il principe Mohamed bin Salman, è entrato in diversi comitati consultivi collegati ad alcuni grandi progetti culturali e infrastrutturali. Renzi ha pure ricoperto un ruolo nel consiglio di amministrazione di Delimobil, la più grande società russa di car sharing. Tutti incarichi che lo hanno fatto diventare uno dei parlamentari più ricchi e un appassionato investitore nel settore del mattone.
Milano-Cortina, lo short track ci porta un altro oro. Fontana eterna: 20 anni di successi
Pattinare sull’oro in retromarcia. I quattro moschettieri della staffetta mista di Short Track non fanno prigionieri e Pietro Sighel, ultimo frazionista, chiude in trionfo voltando le spalle al traguardo sui pattini, gesto che vale un’impennata di Valentino Rossi. Può permetterselo perché Canada e Belgio sono ormai lontani. Dopo quello di Francesca Lollobrigida, l’Italia conquista il secondo oro dentro la voliera del Forum di Milano. E anche questa volta deve molto a una guerriera di 35 anni che vive a Sondrio ed è una leggenda: Arianna Fontana con caschetto biondo e sorriso che illumina la nazione.
Trionfo al Forum, applausi altrove: i Giochi parlano italiano anche a Cortina con un bronzo che arriva dal Curling. E fanno 11 medaglie. Nel misto a squadre Stefania Constantini e Amos Mosaner sono chirurgici (5-3) nel togliere ogni chance alla coppia scozzese e salire sul podio. I sassi scivolano al millimetro, gli scopettoni riscaldano il ghiaccio a dovere. Così arriva l’urlo liberatorio di Mosaner mentre Constantini corre ad abbracciare la compagna di squadra Angela Romei, commentatrice Tv: «Dedico a lei questa medaglia, so quanto ha sofferto». Avrebbe potuto gareggiare ma il direttore tecnico Marco Mariani le ha preferito la figlia.
Storie di donne speciali. Verena Hofer lo è quasi, nello slittino vince solo la medaglia di legno. Così l’icona immortale resta Arianna Fontana, lady Short Treck. Vent’anni dopo il trionfo di Torino a 15 anni - siamo sempre dalle parti di Alexandre Dumas padre - ecco la celebrazione da regina anziana, a sancire un regno più lungo di quello di Sergio Mattarella al Quirinale. Senza nulla togliere a Pietro Sighel, Thomas Nadalini ed Elisa Confortola (più Luca Spechanhauser e Chiara Betti, sul ghiaccio nei primi due turni), Arianna è la spina dorsale di una squadra straordinaria.
Mentre Sighel abbraccia Confortola, sua compagna anche nella vita, Queen Fontana si rilassa sul traguardo: «Questa è una medaglia magica, sono orgogliosa della mia carriera». Dodici podi in sei olimpiadi diverse, a un passo dal record assoluto (13) dello schermidore Edoardo Mangiarotti che ora traballa parecchio. «Non ci penso, vivo giorno per giorno ma sono concentrata sulle prossime due gare. Certo, 20 anni fa non mi sarei mai aspettata di essere qui oggi. Stamane mi sono detta: «Cacchio hai avuto una carriera lunga, hai vinto tutto quello che volevi vincere. Allora vai e divertiti!»».
Non è sempre stato così, tre anni fa potevamo perderla. Era sfiduciata, si sentiva abbandonata dalla Federghiaccio, isolata in Valtellina con il marito americano, l’ex pattinatore e suo allenatore Anthony Lobello. Allora denunciò pressioni psicologiche ed è stata a un passo dal cambiare nazionalità. Accadde quando accusò due compagni di squadra di averla boicottata facendola cadere durante un allenamento. «È un ambiente tossico, voglio giustizia» tuonò e portò tutti al tribunale sportivo. Andrea Cassinelli e Tommaso Dotti furono assolti, la faccenda rientrò e Arianna ricominciò a fare la guerra solo in pista.
Da anni il mondo dello sport si chiede quale sia il suo elisir. Lei alza le spalle perché sa che l’unico segreto è la fatica, «quella che ti permette di sopportare tre, anche quattro allenamenti al giorno da quando ero bambina e in Valmalenco pattinavo su un campo di calcio ghiacciato, la sera tardi, al buio con gli amici. Ricordo che non stavo in piedi e gli allenatori mi consigliavano di cambiare sport. Ho avuto ragione io». Festeggerà come sempre: pizzoccheri, sciatt e un calice di Sassella. In attesa di conquistare la medaglia più grande: «Un figlio, che al momento giusto arriverà».
Dall’esaltazione si passa alla delusione sulle Tofane, dove le slalomiste l’hanno Combinata grossa. Esattamente com’era accaduto lunedì per i maschi (Giovanni Franzoni top, Alex Vinatzer flop), anche le ragazze hanno gettato nella neve una possibile medaglia. Laura Pirovano aveva apparecchiato la tavola con un’ottima discesa libera (3a), Martina Peterlini l’ha rovesciata litigando con i paletti. Out anche Sofia Goggia in discesa. Zero babà. Oro all’Austria davanti a Germania e Usa, con le americane tradite dalla favoritissima Mikaela Shiffrin. Gli slalomisti sono gente strana.
Poiché le Olimpiadi sconfinano sempre nella cronaca, ieri nella prova di skeleton (lo slittino sulla pancia) ecco la prima vera polemica: il Cio ha vietato all’ucraino Vladyslav Heraskevych l’uso del suo casco con le immagini degli amici uccisi durante la guerra. Un giocatore di hockey, una sollevatrice di pesi e un pugile mai tornati dal fronte. «Questa decisione mi spezza il cuore», ha detto Vlady, consolato da un post di ringraziamento di Volodymyr Zelensky. La Spoon River sul casco non avrebbe fatto male a nessuno. Sul podio delle assurdità sale invece il norvegese Sturla Lagreid, bronzo nella 20 km di Biathlon, che piange non di felicità ma perché «ho tradito la mia fidanzata e sono distrutto dal dolore». Lo rivela sul podio sperando di essere perdonato.
Meglio tornare alle gare. Oggi, fra gli azzurri ruggenti, si rivedono tre campioni già baciati sul successo: Giovanni Franzoni e Dominik Paris nel SuperG, l’eroica Lisa Vittozzi nel Biathlon. Qui si sognano repliche d’autore, magari con medaglie che non cadono per terra. È accaduto quattro volte per colpa del gancetto anti soffocamento che si stacca; la Zecca ha promesso di sostituirle.
Curiosa coincidenza con i Giochi di Parigi: là il metallo si scoloriva dopo poche ore. Dev’essere la maledizione dei vincitori.
«Ho capito che non riesco più a fare il prete e quindi a stare solo». Con queste parole, qualche giorno fa, don Giovanni Gatto, sacerdote cinquantunenne di una frazione dell’Aquila ma originario di Montebelluna, nel Trevigiano, ha annunciato al Papa e al vescovo del capoluogo abruzzese la sua decisione di abbandonare la tonaca. Forse non è a lui direttamente che ha risposto, ieri, Leone, in una lettera al Presbiterio dell’arcidiocesi di Madrid. E magari, nemmeno ad Alberto Ravagnani, il don influencer, noto per i suoi dibattiti social con Fedez, il quale, alla vigilia della pubblicazione del suo libro, ha dismesso la talare, citando dubbi sulla dottrina e sul celibato. Però, le parole che Robert Francis Prevost ha indirizzato ai «figli» in Spagna aiutano a raddrizzare la barra, dopo le sbandate che fanno il gioco della crociata laicista.
«Nessuno», ha scritto il pontefice, parlando di chi ha preso i voti, «dovrebbe sentirsi esposto o solo nell’esercizio del ministero: resistete insieme all’individualismo che impoverisce il cuore e debilita la missione!».
Il Papa è stato chiaro: «Non si tratta», ha ammonito, «di inventare modelli nuovi né di ridefinire l’identità che abbiamo ricevuto, ma di tornare a proporre, con rinnovata intensità, il sacerdozio nel suo nucleo più autentico - essere alter Christus - lasciando che sia Lui a configurare la nostra vita, a unificare il nostro cuore e a dare forma a un ministero vissuto a partire dall’intimità con Dio, la dedizione fedele alla Chiesa e il servizio concreto alle persone che ci sono state affidate». È in questa prospettiva che, anche secondo Leone XIV, va difeso il celibato, insieme ai requisiti della povertà e dell’obbedienza: «Non come negazione della vita, ma come la forma concreta che permette al sacerdote di appartenere interamente a Dio senza smettere di camminare tra gli uomini». «Stando nel mondo, ma senza essere del mondo», come prescrive il Vangelo. Perché - qualcuno avrebbe dovuto segnarselo - «il sacerdote non vive per esibirsi, ma neppure per nascondersi». «Tutta la sua vita», ha osservato Prevost, «è chiamata a rimandare a Dio e ad accompagnare il passaggio verso il Mistero, senza usurparne il posto». Il prete indica e, nel farlo, si mostra; e però vuole che l’attenzione del fedele sia poi rivolta alla realtà più grande che egli presenta. Rimane sulla «soglia»: sta in mezzo agli altri, in quanto segno del trascendente.
Sono, in fondo, argomenti analoghi a quelli del famoso testo di Benedetto XVI che, diffuso quale prefazione al libro del cardinale Robert Sarah, crearono un piccolo scandalo editoriale in Vaticano: all’inizio del 2020, le tesi di Joseph Ratzinger furono interpretate come una reprimenda teologica a Francesco, al tempo in cui l’argentino valutava di allentare la regola del celibato, almeno in alcuni casi limite, tipo il contesto amazzonico. L’idea del pontefice emerito, invece, era che il celibato servisse al sacerdote per dedicarsi totalmente a Dio e alla Chiesa, ma che fosse pure un segno escatologico: una sorta di anticipazione del Regno dei Cieli, dove - avvertì Gesù - «non si prende né moglie né marito». La crisi delle vocazioni, secondo Ratzinger, non si risolveva con una riforma di tipo burocratico-amministrativo; non dipendeva da ragioni funzionali, bensì da una questione di fede. È la vera fede che va restaurata; è inutile ammorbidire i principi per correre dietro alle mode e alle pressioni del pensiero unico nichilista.
In effetti, anche nella lettera del Santo Padre al Presbiterio madrileno c’è una diagnosi delle tendenze antireligiose dell’epoca, non nuova nel magistero di Leone. «In molti ambienti», ha osservato così il Papa, «constatiamo processi avanzati di secolarizzazione, una crescente polarizzazione del discorso pubblico e la tendenza a ridurre la complessità della persona umana, interpretandola a partire da ideologie o categorie parziali e insufficienti. In tale contesto, la fede corre il rischio di essere strumentalizzata, banalizzata o relegata nell’ambito dell’irrilevante, mentre si rafforzano forme di convivenza che prescindono da ogni riferimento trascendente». A completare il quadro contribuisce «la progressiva scomparsa di riferimenti comuni», che ha complicato «la trasmissione del messaggio cristiano»: «Il Vangelo», ha notato Prevost, «non si confronta solo con l’indifferenza, ma anche con un orizzonte culturale diverso, in cui le parole non significano più lo stesso».
Ma quella del pontefice non è fatalistica rassegnazione. Anzi, Leone vede che, «nel cuore di non poche persone, specialmente dei giovani, sta nascendo oggi un’inquietudine di nuova», scaturita dal tradimento delle promesse fondate sull’«assolutizzazione del benessere», sulla «libertà svincolata dalla verità», sul «progresso materiale». Ed è questa apertura a «una ricerca più onesta e autentica», questa sete di senso, in definitiva, ad aprire spazi a un incontro con Cristo che deve essere mediato dal sacerdote. Per l’uomo di Dio, quello attuale «non è tempo di ripiegamento né di rassegnazione, ma di presenza fedele e di disponibilità generosa». Purché, per dirla con San Paolo, si decida di combattere la «buona battaglia». Che non è quella per farsi applaudire dai media progressisti, o per strappare qualche like in più. Gesù non ragiona per algoritmi.










