Più che un nuovo regolamento per disciplinare lo stop agli affitti brevi turistici, pare un vecchio regolamento di conti tra la sinistra di Firenze e i proprietari di case, perché altrimenti non ha senso quel che hanno deciso a Palazzo Vecchio. Il sindaco Sara Funaro, infatti, ha esteso lo stop agli affitti brevi anche fuori dal centro storico, che è area sotto la protezione dell’Unesco; in poche parole in buonissima parte del territorio comunale i proprietari di case non possono fare quel che vogliono dei loro immobili.
E dunque si pone la domanda di cui sopra: perché questo… regolamento di conti contro la proprietà privata? Tra l’altro si tratta di un provvedimento che, sebbene non permanente («Non è statico, cambierà nel tempo», ha spiegato la Funaro come se fosse una lezione di fisica), va a colpire quel ceto medio che ha investito dove poteva, quindi dove i prezzi degli immobili erano inferiori. Qualcuno dovrebbe farsi spiegare perché mai un cittadino che, per arrotondare, volesse mettere a reddito la propria abitazione affittandola ai turisti a uso B&b, si ritrova con questo stop imposto dal Comune. E meno male che il sindaco non ci vede intenti punitivi o persecutori.
Il mio amico Guglielmo Mossuto, che è capogruppo della Lega in Comune, è da un po’ che mi raccontava del degrado del capoluogo toscano e dei mille problemi. E giustamente ieri mi ha chiamato arrabbiato nero: «Siamo la città più insicura dietro Milano e questa giunta pensa a tagliare le gambe a chi vuole guadagnare esercitando un suo pieno diritto costituzionale. Dai, è un attacco diretto e ideologico al diritto alla proprietà privata: son sempre i soliti comunisti! Gli affitti brevi non sono in mano a grandi speculatori, ma a famiglie che usano questi proventi per far fronte al caro vita, per pagare le tasse locali - a partire dall’Imu - e finanziare la manutenzione degli stessi immobili. E poi è un’economia che resta totalmente sul territorio: una cosa ingiusta». Difficile dargli torto. Soprattutto seguo il mio vecchio amico Guglielmo quando mi fa notare alcune incongruenze politiche che solo chi conosce le dinamiche fiorentine può indicarci: «Se l’obiettivo della giunta fosse davvero quello di tutelare i quartieri dalla speculazione e difendere la residenzialità, perché il divieto non viene esteso anche alle aree che saranno impattate dalle grandi infrastrutture dei prossimi anni, tipo quelle nei pressi dei nuovi scali?». Da una decina d’anni a Firenze ci sono aree interessate a grandi investimenti. «Investimenti? Per me sono operazioni di speculazione immobiliare. Ti spiego: il nuovo regolamento blocca i piccoli appartamenti dei fiorentini a Rifredi o al Campo di Marte con la scusa della “tutela”, ma si stendono tappeti rossi ai grandi investitori, guarda caso proprio dove sorgeranno le nuove porte d’accesso di Firenze, dove il valore dei terreni e degli immobili è destinato a schizzare alle stelle. Perché lì il Comune non mette vincoli? Fammi fare una battutaccia: i comunisti hanno requisito le case al ceto medio».
Strabismo immobiliare, dice l’opposizione a Firenze, che sul testo non ha potuto toccare palla perché era bloccato. «Quanta inutile fretta per stoppare gli affitti brevi ai fiorentini comuni. Gli stessi stressati dalla incapacità della giunta di controllare e presidiare movide e risse tra immigrati». Ogni anno a Firenze è sempre peggio. Per ora se la gioca con Milano, prima città più insicura d’Italia. Che con Firenze pare avere l’affinità di strizzare l’occhiolino ai grandi gruppi. Almeno così la pensa la Procura meneghina che dai grattacieli è passata alle concessioni di spazi commerciali di prestigio soprattutto in Galleria Vittorio Emanuele, accanto al Duomo.
Da quel che si evince gli accertamenti - partiti dopo un esposto presentato l’anno scorso dall’imprenditore Massimiliano Lisa, animatore del museo su Leonardo da Vinci all’angolo della Galleria con piazza della Scala, che con la giunta Sala ha in ballo alcuni contenziosi - riguardano certe videoinstallazioni di grande impatto in location particolarmente attrattive, come la Rinascente, dove hanno fatto bella mostra due film blockbuster: il biopic Michael su Michael Jackson, e l’attesissimo seguito de Il Diavolo veste Prada. Altri atti hanno invece riguardato concessioni alla maison Dior e alla maison Montblanc per i loro negozi in Galleria. Insomma tutte destinazioni immobiliari di grande pregio. L’accusa della Procura è un reato contro la Pubblica amministrazione. L’accusa politica invece, a Milano come a Firenze, è perché gli amministratori di sinistra ai grandi gruppi sembrano stendere i tappeti rossi…
- Le Big Tech, senza obblighi, possono sottoporre i modelli al controllo della Casa Bianca.
- Bruxelles vara in ritardo un piano per la sovranità tecnologica, puntando sullo sviluppo di data center. Necessari, ma energicamente insostenibili con le sole fonti rinnovabili.
Lo speciale contiene due articoli.
Donald Trump sta cercando un difficile equilibrio sull’Intelligenza artificiale. Martedì, l’inquilino della Casa Bianca ha firmato un ordine esecutivo che introduce alcune regolamentazioni nel settore. In particolare, il decreto prevede che le società tecnologiche concedano al governo, su base volontaria, un periodo di 30 giorni per consentirgli di esaminare i nuovi modelli di Ia prima che vengano rilasciati. Viene inoltre stabilito che il segretario al Tesoro crei un «centro di coordinamento per la sicurezza informatica», che si occupi di studiare le eventuali vulnerabilità di sicurezza di questi nuovi modelli. Senza dubbio, il nuovo decreto impone delle regolamentazioni più blande rispetto al precedente: cassato a fine maggio poco prima della firma ufficiale, il testo di quell’ordine esecutivo stabiliva infatti che il periodo lasciato al governo per esaminare le nuove tecnologie fosse di 90 giorni.
Il punto è che, secondo Politico, il nuovo decreto ha di fatto creato un paradosso. A cantare vittoria per la sua approvazione sono infatti, nel mondo Maga, sia la corrente favorevole alla deregulation dell’IA sia quella che auspica limiti più severi al settore. A favore dell’ordine esecutivo si sono infatti espressi sia il consigliere per la tecnologia della Casa Bianca, David Sacks, sia Steve Bannon: se il primo, storicamente vicino a Peter Thiel e ad Elon Musk, è da sempre contrario a introdurre lacci e laccioli nel comparto dell’IA, per evitare di compromettere la competitività degli Usa nei confronti della Cina, il secondo esprime da tempo dubbi sull’opportunità di un’Intelligenza artificiale del tutto deregolamentata. Non a caso, il mese scorso, Bannon aveva cofirmato una lettera, in cui si chiedeva a Trump di agire per introdurre dei vincoli. Del resto, secondo Politico, all’interno dell’amministrazione statunitense, anche il capo dello staff della Casa Bianca, Susie Wiles, e il segretario al Tesoro, Scott Bessent, sarebbero storicamente favorevoli a porre dei paletti al settore dell’IA.
Insomma, il nuovo decreto segna una sorta di «tregua armata» tra le varie fazioni che si registrano sull’Intelligenza artificiale in seno al governo statunitense e al mondo Maga. Si tratta di un elemento interessante, soprattutto alla luce del fatto che, a maggio, era stato Sacks a far saltare la firma del precedente ordine esecutivo, esprimendo a Trump delle preoccupazioni in termini di competitività con Pechino. Ed è al centro di questo scontro (neanche troppo sotterraneo) che emerge la figura di JD Vance.
Se nel 2025 era apparso incline a sostenere la deregulation del settore dell’IA, a partire da febbraio scorso il vicepresidente ha iniziato a mutare parere, dicendosi preoccupato soprattutto per la questione della sorveglianza. Inoltre, a fine maggio, ha elogiato Magnifica Humanitas, e si è mostrato esplicitamente freddo verso l’impiego dell’Ia nel settore militare. Il punto è che in Vance confluiscono elementi contrastanti. Da una parte, il numero due della Casa Bianca è storicamente sponsorizzato da Thiel; dall’altra, oltre a essere cattolico, è anche espressione politico-elettorale di quella working class della Rust Belt che guarda con apprensione ai possibili impatti socioeconomici dell’IA.
Già un anno fa, Axios sottolineava come la deregolamentazione dell’Intelligenza artificiale potesse creare attriti tra l’amministrazione Trump e i colletti blu. Si tratta di un tema che il presidente non può certo permettersi di ignorare. E lo stesso riguarda Vance che nutre delle ambizioni presidenziali in vista del 2028. Infine emerge la questione cattolica. Tra gli ambienti più scettici sull’IA nel mondo Maga si registrano soprattutto i circoli cristiani, tanto evangelici quanto, per l’appunto, cattolici. Ora, non è un mistero che il voto dei fedeli alla Chiesa di Roma si sia rivelato fondamentale nelle scorse tornate elettorali statunitensi. In tal senso, il nuovo ordine esecutivo potrebbe essere letto (anche) come un lievissimo ramoscello d’ulivo della Casa Bianca nei confronti della Santa Sede, soprattutto dopo che Leone XIV, nella sua enciclica, si è espresso contro la totale deregolamentazione del settore dell’IA.
Certo, Trump deve bilanciare spinte e interessi contrastanti. E il tema della rivalità con Pechino è ineludibile. In tal senso, il nuovo ordine esecutivo cerca di trovare un primo compromesso tra le varie correnti. La questione è quindi destinata a ripresentarsi. Tuttavia, il presidente americano ha lasciato intendere di voler adottare un approccio pragmatico, che tenga conto della complessità dei temi in gioco.
L’Ue si rimangia il green per l’IA
La Ue lancia il piano per la sovranità tecnologica. Bruxelles ci ha abituati alla lentezza decisionale, affrontando in ritardo temi sui quali altri Paesi sono già competitivi, quindi non c’è da stupirsi se faccia lo stesso anche sul fronte dei semiconduttori, dell’intelligenza artificiale, del cloud e dell’open source. Ovvero per quelle tecnologie chiave che garantiscono il funzionamento degli ospedali, la stabilità delle reti energetiche e la sicurezza dei servizi. «Si tratta di proteggere i nostri cittadini, difendere i nostri interessi e fare le nostre scelte» ha detto la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, presentando il pacchetto sulla sovranità tecnologica, il Cloud and AI development act, per rafforzare la capacità dell’Europa su questi settori e potenziarne l’autonomia. L’iniziativa arriva però quando la dipendenza da fornitori extra-Ue è importante, a fronte di una domanda di capacità di calcolo in crescita per via dell’IA. Le gravi dipendenze strategiche espongono l’Ue al rischio per il controllo dei dati. L’obiettivo del piano è creare un quadro europeo di sovranità per i servizi cloud che sarà usato anche per orientare le scelte delle amministrazioni pubbliche. Saranno introdotti quattro livelli di garanzia, gli Union Assurance Levels, per classificare i servizi cloud in base al grado di protezione offerto rispetto a rischi quali accessi non autorizzati da Paesi terzi, interruzioni del servizio, perdita di autonomia operativa e compromissione dei dati sensibili. Il livello 1 è la soglia minima comune per il settore pubblico, mentre i livelli 2, 3 e 4 introducono requisiti più stringenti. Queste misure hanno l’ambizione di far diventare l’Europa un continente dell’IA, ampliando le opzioni tecnologiche per imprese e cittadini. La Commissione Ue punta a triplicare la capacità dei data center nei prossimi cinque-sette anni. Dando un calcio ai piani green considerato che le infrastrutture digitali richiedono una mole importante di energia e pannelli e pale eoliche non bastano.
Roberto Vannacci, come prevedibile, non è disposto a moderarsi nemmeno un po’. Per commentare la vicenda di Amendolara usa frasi di granito: «Se importi il terzo mondo diventi il terzo mondo», dice. «Lo vediamo sfortunatamente in ogni caso che coinvolge immigrati. C’è il caso di Amendolara, c’è il caso del colombiano che Roma è sceso di casa e ha accoltellato al petto un cittadino italiano per una lite sull’immondizia, c’è il caso dell’italiano di seconda generazione - o meglio, dello straniero naturalizzato italiano - che a Modena si è buttato contro la folla... Questa è la realtà. Si importano persone di culture diverse, spesso non compatibili con la nostra, che si comportano come sono abituate a comportarsi: si uccidono, si bruciano vivi... Solo che purtroppo quando importiamo queste persone non importiamo anche i sistemi di controllo sociale che ci sono nei loro Paesi».
Che intende?
«Probabilmente in Pakistan una cosa come quella di Amendolara non sarebbe successa e neanche in Marocco, perché la polizia pachistana e quella marocchina hanno dei sistemi ben diversi per controllare i loro connazionali. Qui invece abbiamo un sistema sociale che è abituato a una determinata cultura, e importando culture diverse non siamo in grado di controllarle. Diciamo che i nostri sistemi giustamente libertari non sono adeguati per controllare queste persone».
Nel caso di Amendolara però si chiamano in causa le responsabilità del sistema economico, i mancati controlli sul caporalato...
«Sì, diciamo però che alla fine sono sempre dei pachistani che hanno portato a termine questo crimine efferato. Per quale motivo bisogna come al solito trovare una giustificazione di fronte a un fatto oggettivo e assodato? Sono stati addirittura ripresi da telecamere... È come quando riguardo ai maranza si dice “ma è colpa dell’alienazione giovanile, del disagio”...».
Non è così?
«Un paio di ciufoli. È come parlare di gente che rapina e che fa i furti negli appartamenti e dire che è colpa della ridistribuzione della ricchezza... Fino a che non la smetteremo di giustificare qualsiasi cosa e non accetteremo invece di combattere questi fenomeni per quello che sono, continueremo a non risolvere un bel niente».
E lei come risolverebbe questi problemi? Intendo qui e ora, diciamo nel brevissimo periodo.
«Beh, nel brevissimo periodo intanto bisogna ripotenziare e rilegittimare le forze dell’ordine, perché il problema fondamentale è questo. Poi c’è il passo successivo che è la remigrazione. E non possiamo perdere un attimo, non è più un’opzione o una possibilità: la remigrazione è una necessità, abbiamo già superato la soglia limite».
Lei ha sottoscritto il Save Europe Act. Può spiegare in che cosa consista?
«È esattamente quello di cui stavo parlando. Fondamentalmente la remigrazione si basa su strumenti come il rimpatrio di chi non ha diritto di stare in Europa o di chi commette reati o di chi ha una cultura incompatibile. Ma la remigrazione stabilisce anche un criterio assolutamente corretto, ovvero il diritto, il sacrosanto diritto delle popolazioni autoctone di difendere la propria cultura e la propria civiltà. Con la remigrazione vogliamo sostenere una politica di difesa dell’identità e della cultura delle popolazioni autoctone. Identità e cultura senza le quali queste popolazioni scomparirebbero. Il manifesto che ho firmato e che viene portato avanti da Eva Vlaardingerbroek sostiene tutto questo. Guardi, sono in realtà cose perfino banali e scontate, ma sembrano quasi eccezionali dopo decenni di pensiero unico che ci hanno abituato a considerare chi viene da noi per approfittare del nostro sistema in maniera più favorevole rispetto ai cittadini autoctoni».
Pensa che altre forze di centrodestra oltre a Futuro nazionale sottoscriveranno questo manifesto?
«Spero che qualsiasi cittadino di buonsenso lo faccia. Al di là dell’appello alle forze politiche, è un appello a tutti i cittadini europei, a tutti i cittadini italiani. Non stiamo chiedendo nulla di strano: stiamo chiedendo di rispettare le civiltà e le culture autoctone e quindi anche di far ritornare nel suo Paese chi non ha diritto di rimanere qua. Stiamo chiedendo anche di modificare il modo in cui oggi si educano le persone, rimettendo al centro di tutto la cultura autoctona prevalente, cosa che invece oggi viene messa ai margini. Sembra quasi che drogare la nostra civiltà e la nostra cultura con elementi esogeni sia diventata la regola principale, il mantra della modernità».
A proposito delle posizioni del centrodestra. A Vigevano il candidato di Futuro nazionale ha preso il 14%. Andranno al ballottaggio la candidata di sinistra e quello di Forza Italia. Voi come vi comporterete? Chi sosterrete?
«Ha già deciso il candidato, ci siamo consultati. Avevamo presentato 3-4 punti che consideravamo le nostre linee rosse. Uno di questi era la chiusura della moschea abusiva che è registrata come un ente ricreativo. Poi c’era un altro punto non negoziabile riguardante i turni notturni della polizia locale e un altro che riguardava l’installazione di videocamere a circuito chiuso per incrementare la sicurezza. Il candidato che va al ballottaggio ha deciso di non prendere in considerazione queste richieste e di non pronunciarsi. Quindi il nostro appello è di andare a votare scheda bianca, non votando questo candidato. Perché se c’è qualcuno che vuole dipingersi di destra ma in realtà fare la politica della sinistra non avrà mai il nostro appoggio».
Scrivono che avete già raccolto 300.000 euro di finanziamenti. «Da petrolieri e carciofari», dice il Corriere della Sera.
«A me andrebbe bene anche il venditore di cipolle, non mi interessa che cosa facciano, sono tutte persone che esprimono condivisione, simpatia e passione per il movimento politico e lo finanziano. Peraltro, senza neanche ricevere gli sconti fiscali previsti dalla legge per i partiti, perché noi ancora non possiamo accedere a questi benefici. Sono donazioni totali, complete, quindi solleviamo tanto di cappello a chi ha voluto finanziarci. E io mi auguro che si vada avanti, perché ci vogliono ben oltre che 300.000 euro per finanziare un partito. Quando l’ho fondato c’erano delle persone che dicevano “Vannacci non andrà da nessuna parte, se non ha milioni di euro per il partito”. Direi che per ora ce la stiamo cavando bene e mi auguro che i finanziatori siano molti altri, anche privati cittadini che vogliano finanziarci con piccole somme. E poi non ho capito: ma gli altri partiti non ricevono finanziamenti? Fanno clamore solamente i finanziatori di Vannacci?».
Lei ora è sotto i riflettori...
«Le dico un’altra cosa sui finanziatori. Non mi sono sfuggite negli ultimi giorni le solite illazioni, assolutamente false, secondo cui ci sarebbero dei finanziamenti occulti da parte della Russia, un articolo su Repubblica lo ha detto chiaro e tondo e ha sostenuto addirittura che ci aspettiamo qualcosa nei prossimi giorni, come se ci fossero delle inchieste giudiziarie».
E non li ha, questi finanziamenti?
«Mi piacerebbe avere la villa in Crimea, ci andrei almeno in vacanza. Purtroppo ancora non ce l’ho».
I giornali dicono anche che lei sia imbarazzato dalla vicenda di Emanuele Pozzolo.
«Pozzolo purtroppo ha fatto un incidente. Se un incidente così l’avesse fatto un professore, esso universitario o di liceo, gli avremmo proibito di andare a fare lezione in aula dal giorno dopo? E se l’avesse fatto un giudice? Gli avremmo proscritto l’ingresso in tribunale per il resto della carriera? Sono tutte strumentalizzazioni. Pozzolo ha avuto un incidente e non ha causato danno ad altri, fortunatamente. Si prenderà la sanzione che si merita, perché è giusto, la legge è uguale per tutti. Io non faccio come Giani che è andato a proteggere la sua assessora quando si è messa nella corsia di sorpasso e le hanno ritirato la patente. Se Pozzolo ha sbagliato pagherà quello che è previsto che paghi, ma io - se non c’è dolo e non c’è malafede - non scarico gli appartenenti al mio partito, come non ho mai scaricato i miei uomini in combattimento».
Per fortuna esistono ancora i padri di una volta. Quelli che, quando c’è un problema, non si voltano altrove e lo affrontano con determinazione. Anche a costo di sfidare il branco di maranza che gli stava importunando la figlia. È successo a Porto San Giorgio, in provincia Fermo, il 2 giugno, di fronte alla stazione.
Alcuni nordafricani avevano preso di mira sua figlia. L’avevano importunata più volte. Ed è a questo punto che è intervenuto il padre. È andato in stazione e li ha affrontati. Ha detto loro parole semplici, ma chiare: «Dovete lasciarla in pace». Per tutta risposta i quattro magrebini hanno cominciato ad alzare il tono della voce e a spintonarlo. L’uomo, di quarant’anni, è caduto per terra. Ed è a questo punto che i maranza si sono accaniti con ancora maggior forza contro di lui. Pugni e calci. Calci e pugni. Il video diffuso in rete fa impressione. È violenza cieca, senza senso. È brutalità.
Un passante, che era lì per caso, ha provato a fermarli, ma non c’è stato nulla da fare. Anzi: la situazione è peggiorata, fino a che non è intervenuta la polizia. A quel punto, i quattro magrebini sono scappati, facendo perdere le loro tracce. Utilizzando però le telecamere di sorveglianza, le forze dell’ordine sono riuscite a identificarli e gli aggressori hanno ormai le ore contate.
Spostiamoci di un giorno, al 3 giugno, e di spazio, a Eboli, di fronte alla scuola media Virgilio. I ragazzi sono tornati dal ponte e hanno ripreso le lezioni. Un uomo di nazionalità straniera, che era già stato segnalato nei giorni precedenti per alcuni comportamenti inquietanti, si avvicina a due giovani ragazze. Rivolge loro alcune parole, tenta un approccio. Alcune mamme della scuola lo vedono e cominciano a urlare. Sono preoccupate. E hanno ragione. Non appena sente gli strepiti, una pattuglia della polizia locale che operava nelle vicinanze, si attiva per fermare lo straniero e condurlo al Comando. L’uomo è stato identificato e sottoposto a Tso, visto che, durante gli accertamenti, sono emerse importanti problematiche di natura psichiatrica. Ora è accusato di molestie e atti osceni in luogo pubblico.
Un po’ come quelli commessi da un algerino, questa volta a Cagliari, all’ingresso di Marina Piccola, la scorsa domenica. Lì, davanti a tutti, il giovane ha cominciato a masturbarsi, come se nulla fosse. E poco importa che ci fossero anche delle famiglie con bambini. I carabinieri sono stati costretti a intervenire dopo la segnalazione dei presenti e hanno portato via lo straniero.
Tra i testimoni, anche Alessio Mereu, di Fratelli d’Italia, «Sono arrivato con la mia auto nel parcheggio di Marina Piccola nel momento in cui i carabinieri immobilizzavano un uomo apparentemente giovane», ha detto il consigliere d’opposizione a Casteddu online. E poi ha proseguito nel racconto: «Non avendo capito la motivazione ho chiesto informazioni ad alcuni presenti, c’erano tantissime persone, che mostravano molto nervosismo nei confronti dell’autore del gesto, visto che c’erano tanti genitori con figlie minorenni. Il video pubblicato, diventato virale sui social, ha evidenziato la gravità di quanto accaduto. L’arrivo tempestivo dei carabinieri, probabilmente, ha evitato conseguenze peggiori per il responsabile del gesto».
Secondo quanto è in grado di ricostruire la Verità, questo è solo l’ultimo atto osceno compiuto dall’algerino a Cagliari. La settimana prima, infatti, era stato visto masturbarsi in viale Campania, anche in questo caso una zona molto frequentata da famiglie, visto che sono presenti molti negozi.
Intervengono i carabinieri, che lo portano al reparto psichiatria dell’ospedale Santissima Trinità di Cagliari. Il medico di turno comincia a parlargli e gli chiede in che lingua può comunicare. In sala d’attesa prova ancora una volta a denudarsi e a masturbarsi. Il giovane prima lascia intendere che sa parlare anche in francese, ma poi cambia idea e dice di comprendere solamente l’algerino. Pronuncia però parole incomprensibili, che tuttavia un ragazzo africano, che lavora in ospedale, riesce a tradurre: «Figli di puttana infedeli, vi ammazziamo tutti».
Il medico non riesce a redigere una diagnosi e così lo straniero viene lasciato libero. I carabinieri, racconta una fonte alla Verità, non sanno più che fare. È già la seconda volta che provano ad arrestarlo, ma senza successo. Temono sarà necessario qualcosa di più importante prima che un giudice si renda conto della gravità della situazione. Ma forse potrebbe essere troppo tardi.










