Piantedosi: «Disagio psichiatrico». E la sinistra si butta subito a dare la colpa al governo che «trascura la salute mentale». Ma la strage di Modena non è (solo) il gesto di un folle: dietro c’è il disastro della mancata integrazione.
Ci vogliono far credere che il marocchino autore della strage di Modena sia un povero disadattato, un disoccupato che all’improvviso una mente persa nei meandri della malattia mentale ha spinto a compiere un gesto folle. Quasi che lo squilibrio psichico sia qualche cosa di consolatorio, rispetto alla scoperta che, pure in Italia, ci siano lupi solitari in grado di compiere atti terroristici alla guida di una semplice autovettura.
Non conosco i profili psichiatrici degli attentatori che hanno colpito in Spagna, Francia, Germania, Belgio, Gran Bretagna e Svezia. Ma spesso, leggendo i resoconti delle indagini, mi sono imbattuto in figure che lamentavano una scarsa integrazione e un disagio. Giovani e meno giovani, arrivati dal Nordafrica o dal Medioriente, altri nati e cresciuti in Paesi europei, alcuni anche con un’istruzione europea, ma tutti animati da un sordo rancore contro quell’Occidente che li ha accolti e che ha dato loro un sistema di welfare, li ha mantenuti, curati, istruiti.
È trascorso quasi mezzo secolo dall’introduzione della legge Basaglia con cui sono stati aboliti i manicomi, ma non i matti. I reparti psichiatrici sono stati sostituiti dai centri di igiene mentale, che hanno il compito di seguire sul territorio quanti manifestano segni di squilibrio. Come funzioni il servizio abbiamo spesso avuto modo di sperimentarlo, basta ricordare il caso del pazzo che in piazza Gae Aulenti, a Milano, ha accoltellato alla schiena una donna che neppure conosceva, ma che purtroppo per lei ha avuto la sventura di passare sotto il palazzo di un’istituzione finanziaria simbolo della capitale economica italiana.
Tuttavia, se da un lato ci rendiamo conto che non basta chiudere un manicomio per risolvere il problema di persone pericolose per sé e per gli altri, il caso di Salim El Koudri, figlio di immigrati marocchini, nato e cresciuto in provincia di Bergamo prima di trasferirsi vicino a Modena, ci dice qualche cosa di più della semplice constatazione che una legge non può cancellare il disagio mentale. Perché l’autore della strage di sabato pomeriggio non è un semplice malato di mente come ci vogliono far credere per ridurre il problema a un folle fuggito al sistema di sorveglianza e cura. El Koudri non ha preso il coltello o il piccone per colpire degli sconosciuti, come è accaduto anni fa a Milano, quando Adam Kabobo uscì una mattina e ammazzò tre passanti. Il 31enne laureato in Economia (e dunque, avendo superato gli esami, probabilmente capace di intendere e volere) è salito a bordo della sua autovettura e come i terroristi che hanno colpito in Spagna, Francia, Germania, Belgio e Svezia ha guidato il veicolo contro la folla, cercando di investire quante più persone possibile. Ha accelerato quando ha raggiunto l’area pedonale, in un pomeriggio di sabato, ben sapendo che a quell’ora il centro di Modena sarebbe stato densamente frequentato, e ha invaso il marciapiede, per cercare di fare una strage. E poi, una volta schiantatosi contro una vetrina, ha cercato di accoltellare chi tentava di fermarlo. No, non è il comportamento di un matto. I pazzi fanno cose che non hanno senso, come colpire una donna sconosciuta. Ma nel caso del marocchino di Modena, c’è del metodo nella sua follia. Un metodo che richiama le stragi che hanno insanguinato l’Europa negli ultimi vent’anni. Non so se El Koudri si fosse radicalizzato. Se fosse seguito da qualche predicatore. Gli inquirenti al momento non hanno trovato alcun movente religioso per il suo gesto. Ma, a prescindere da questo, si capisce che a guidarlo è stato l’odio verso chi lo ha accolto. Infatti, c’è già chi è pronto a sostenere che la colpa di quanto accaduto è riconducibile alla mancata integrazione. El Koudri andava seguito di più e aiutato di più. Si evocano i servizi sociali, i posti di lavoro, l’integrazione, quasi che a guidare la Citroën contro la folla non ci fosse lui, ma la tanto vituperata società, trucco sociologico per concludere che alla fine siamo noi a dover fare l’esame di coscienza.
Io ricordo solo quel ragazzo di Torino a cui un altro marocchino tagliò la gola. La vittima aveva la colpa di avere dipinta in faccia la felicità. E le vittime di Modena di che cosa hanno colpa? Forse di non aver capito che qualcuno ci ha dichiarato guerra e di non essersene, come noi, ancora accorte.
- Per Zuppi, che batte cassa, «probabilmente» la Chiesa farà concessioni sul celibato. Eppure, Leone XIV ha invitato i sacerdoti a «custodire» e «rinnovare» questa regola.
- La consueta iniziativa del gruppo Gionata raccoglie adesioni in diverse diocesiAltre (da Venezia a Parma a Reggio Calabria), sollecitate da Pro vita, si dissociano.
Lo speciale contiene due articoli.
Nemmeno venti giorni fa, il Papa ha difeso il celibato dei sacerdoti. Ieri, il capo dei vescovi italiani, il cardinale Matteo Maria Zuppi, capofila del cattoprogressismo bolognese, ha dato l’impressione di pensarla diversamente: al Salone del libro, intervistato da Aldo Cazzullo, ha sostenuto che «probabilmente sì», la Chiesa cattolica aprirà ai preti sposati. «Ci sono già», ha aggiunto. «Qualcuno sorride e dice: “Sì, però…”. No no, è tutto regolare. Ci sono nelle Chiese orientali cattoliche, nelle Chiese di rito bizantino, come gli ucraini cattolici, i rumeni cattolici, gli albanesi cattolici». Il presidente della Conferenza episcopale, qui, ha omesso un paio di dettagli cruciali. Il primo è che, in quelle comunità, tra cui i maroniti e i melchiti, si possono ordinare uomini già coniugati, ma dopo l’ordinazione nessuno è autorizzato a contrarre matrimonio; inoltre, i vescovi sono scelti quasi sempre tra i celibi. In più, la prassi non è una innovazione modernista - tale apparirebbe in Occidente - bensì una antica e consolidata usanza. Dopodiché, bisogna tenere conto che già prima dell’editto di Costantino del 313, con cui l’Impero romano pose fine alle persecuzioni, i concili proibirono ai ministri i rapporti con le mogli e la generazione dei figli. «Continenza» e «castità» vennero qualificate come virtù di ascendenza apostolica dal Concilio di Cartagine del 390. La regola del celibato - una regola, non un dogma - fu introdotta dal Concilio Lateranense IV, nel 1215, dopo una lunga lotta contro il concubinato, comportamento che turbava i fedeli e che era stato duramente contrastato già durante il pontificato di Gregorio VII.
Questa ricchezza e questa fecondità storiche vengono ridotte, nel ragionamento di Zuppi, a una questione di apertura e inclusività: «L’importante», ha predicato ieri il porporato, «è che la Chiesa non si chiuda, perché questa è la visione che papa Francesco ci ha trasmesso con forza: una Chiesa missionaria, che non vive per sé stessa. Non si tratta semplicemente di cambiare le regole del club, ma di capire che cosa sia meglio perché la Chiesa raggiunga tutti, comunichi il Vangelo e risponda alla domanda spirituale e umana delle persone». È il pretesto per aprire una breccia nel muro? Già dai tempi del Sinodo per l’Amazzonia ricordato ieri dal cardinale, si proponeva di utilizzare i «viri probati», cioè uomini sposati ma di condotta esemplare e fede matura, «per garantire l’Eucarestia dove non ci sono preti». Tipico metodo bergogliano: avviare un processo e lasciare che, da un fiocco di neve, pian piano si origini una valanga.
Solo che il Papa è cambiato. E quello americano ha le idee chiare. Il 26 aprile scorso, ai nuovi sacerdoti ordinati nella Basilica di San Pietro, ha trasmesso un messaggio difficilmente equivocabile: «Come l’amore degli sposi», ha detto Leone XIV, «così l’amore che ispira il celibato per il Regno di Dio va custodito e sempre rinnovato». Custodire, rinnovare. Zuppi, purtroppo, si infila nel ginepraio delle distinzioni tra «situazioni molto diverse dal Nord Europa all’Africa, dall’America Latina all’Asia»; e nelle formulette sentimentali, per cui «il problema è il dono di sé» e, quindi, basta andare dove porta il cuore. Il paradosso dello spirito progressista sta nella sua torsione finale: l’innovazione rischia di tramutarsi nel ritorno al passato più deteriore. Tipo quello di preti che giacevano con le donne e che scandalizzavano il popolo, inducendo il pontefice a intervenire.
Ieri, tra l’altro, il porporato ha pensato bene di mettersi anche a battere cassa: ha svelato che il Papa argentino era preoccupato «che noi non facessimo le cose perché avevamo pochi soldi. Cioè la Chiesa con l’8 per mille ha una sua… Poi non basta, davvero non basta». Cazzullo gli ha chiesto quanto guadagni un vescovo: «Millequattro e qualcosa», ha risposto lui. Chissà: vuol chiedere un adeguamento all’inflazione?
Fatto sta che la questione del celibato sacerdotale, nell’ultimo periodo, è diventata un tema pop. Alberto Ravagnani, il «don» noto per i dibattiti social con Fedez, ha abbandonato la tonaca, in polemica con il divieto di intrattenere relazioni sentimentali. Alla sua «scelta» ha dedicato pure un libro. Giovanni Gatto, parroco in una frazione dell’Aquila, era finito sulle cronache nazionali per l’annuncio rivolto al suo vescovo e al Papa in persona: «Ho capito che non riesco più a fare il prete e quindi a stare solo». Leone, però, già a febbraio aveva spiegato come stanno le cose: «Non si tratta di inventare modelli nuovi né di ridefinire l’identità che abbiamo ricevuto, ma di tornare a proporre, con rinnovata intensità, il sacerdozio nel suo nucleo più autentico - essere alter Christus - lasciando che sia Lui a configurare la nostra vita, a unificare il nostro cuore e a dare forma a un ministero vissuto a partire dall’intimità con Dio, la dedizione fedele alla Chiesa e il servizio concreto alle persone che ci sono state affidate». Zuppi condivide?
Le veglie gay dividono l’episcopato
Oggi, i gruppi Lgbt del mondo intero celebrano l’ennesima Giornata internazionale contro l’omofobia, in attesa dei pride di giugno. Nel Belpaese, poi, già da alcuni anni, ogni maggio, il mese di Maria è anche il mese delle «veglie e dei culti contro l’omobitransfobia»: una locuzione che è divenuta uno slogan e una moralistica clava per i «cattolici arcobaleno» di Gionata, l’avanguardia catto-gay italiana. Secondo il loro conteggio, «sono oltre sessanta» le veglie che si terranno (o che si sono già tenute) durante questo mese in Europa, di cui ben 54 in Italia. La lista di parrocchie, conventi e santuari coinvolti è lunga: da Milano a Reggio Calabria, da Genova a Bolzano, da Catania a Cagliari, da Avellino a Padova e perfino a Bologna, nella diocesi di cui è ordinario il cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana. È utile indicare i nomi di quei vescovi che non solo hanno concesso dei luoghi di culto a queste discusse cerimonie - la cui cifra di fondo è l’ambiguità semantica e concettuale - ma si sono esposti in prima persona, presiedendo, approvando e omaggiando queste coloratissime manifestazioni.Si va da monsignor Enrico Solmi, vescovo di Parma, a monsignor Nicolò Anselmi, vescovo di Rimini; da monsignor Gherardo Gambelli, arcivescovo di Firenze, a monsignor Erio Castellucci, arcivescovo di Modena; da monsignor Gero Marino, vescovo di Savona, a monsignor Andrea Andreozzi, vescovo di Fano; da monsignor Sandro Salvucci, arcivescovo di Pesaro, a monsignor Domenico Pompili, vescovo di Verona; da monsignor Giuseppe Satriano, arcivescovo di Bari, a monsignor Livio Corazza, vescovo di Forlì e a monsignor Andrea Migliavacca, vescovo di Arezzo. Pensare che, proprio per evitare «gravi fraintendimenti» dottrinali ed etici sul punto, papa Karol Woytjla chiese ai vescovi italiani di ritirare «ogni appoggio» a «qualunque organizzazione» che volesse «sovvertire l’insegnamento della Chiesa». Vietando espressamente l’uso degli «edifici appartenenti alla Chiesa da parte di questi gruppi» (Lettera ai vescovi sulla cura delle persone omosessuali, 1986, n. 17).Toni Brandi, il battagliero presidente di Pro vita e famiglia, ha scritto un’accorata lettera ai vescovi italiani, comunicando «sentimenti di confusione» dinnanzi alle «veglie arcobaleno», che in nome della lotta all’omofobia, sembrano «incentivare comportamenti contrari alla dottrina cristiana» e «ispirati ai princìpi dell’ideologia gender». «Con sentimenti di filiale devozione», Pro vita e famiglia «implora» dunque i vescovi affinché non si dia spazio nelle chiese cattoliche delle loro diocesi ad «alcuna iniziativa» contraria al Vangelo e ai chiari «insegnamenti di papa Francesco e di papa Leone». I vescovi delle diocesi di Venezia, Vicenza, Cuneo, Reggio Calabria, Parma, Bolzano e Latina hanno risposto (o hanno fatto rispondere) al presidente Brandi. Cercando di rassicurarlo sulla «non eterodossia» delle veglie di preghiera da loro presiedute e associandosi volentieri a Pro vita sia nella difesa della famiglia e della morale, sia nella disapprovazione netta della funesta «ideologia del gender». Ma il problema è lungi dall’essere risolto.
Fu il protagonista della missione Apollo 10, quella che fece la prova generale dell'allunaggio e il cui modulo di servizio è ancora lassù, da qualche parte attorno al Sole.
Caro Roberto Giachetti, le scrivo questa cartolina perché confesso che siamo rimasti delusi: quando l’abbiamo vista lì, incatenata al seggio di Montecitorio con le manette comprate al sexy shop, armato di pazienza e di pannolone, ci aspettavamo uno show degno del suo maestro Pannella: resistenza ad oltranza, scoppiettanti provocazioni, fuochi d’artificio mediatici.
E invece ancora una volta lei si è dimostrato un Pannella in minore, o come dice qualcuno un Pannella che non ce l’ha fatta: le sono bastate due moine del presidente della Camera Fontana e una telefonata in romanesco di Giorgia Meloni («Ah Ro’…», «Ehi Gio’…») per tornare docile come un gattino. Pensare che erano già pronti i vigili del fuoco con strumenti e tronchesi per rompere le manette. Non ce n’è stato bisogno: se le è tolte lei, da solo. Così magari le può riutilizzare per qualcosa di più divertente.
Ha anche ripreso a mangiare. Dopo dodici giorni di sciopero della fame e un giorno di sciopero della sete, s’è rifatto divorando un omogeneizzato, cibo in perfetta sintonia con la solidità delle sue battaglie politiche. Per cosa si è battuto, infatti, negli ultimi giorni? La convocazione della commissione vigilanza Rai. Me cojoni (per usare il romanesco che le è caro). Per lo meno Pannella digiunava su temi epocali (giusti o sbagliati che fossero): divorzio, aborto, strapotere dei sindacati, partitocrazia… Lei per la commissione vigilanza Rai. Ma lo sa cosa succede se ne va a parlare in un mercato rionale? Temo che i pannoloni, in quel caso, servirebbero ai cittadini…
Romano, 65 anni, già radicale, verde, dem e quindi Italia Viva, parlamentare da 25 anni, attuale segretario della Camera, lei non è nuovo ai digiuni. Le sue biografie li citano per anni, come i vini pregiati: digiuno annata 2002, annata 2004, annata 2007, annata 2008, annata 2012, annata 2013, annata 2015, annata 2019… Sempre su temi molto cari ai cittadini, dall’elezione dei giudici della Corte Costituzionale alla data di convocazione dell’assemblea costituente Pd. Il Paese le è grato, ovviamente, per i grandi risultati raggiunti. E anche stavolta, annata 2026, possiamo dire che ce l’ha fatta: le hanno promesso, infatti che sarà garantito il numero legale alla prossima riunione della commissione vigilanza Rai. Evviva. Li sente questi clacson? È l’Italia che festeggia come una vittoria Mundial.
In principio Pannella boy, poi Rutelli boy e ora Renzi boy: il declino della politica italiana è scritto nella sua storia. In ogni caso, i capi passano ma lei resta boy. Sconfitto da Virginia Raggi nella corsa per diventare sindaco di Roma (2016) e da Nicola Zingaretti in quella per diventare segretario Pd (2018), si è fatto notare per qualche uscita apprezzabile come quando disse: «Roberto Speranza ha la faccia come il c.». Considerato il mago dei regolamenti, grande esperto di tecnicismi d’aula e altri arzigogoli politici, nel 2019 riuscì in un’impresa memorabile: si disse contrario al taglio dei parlamentari, ma poi votò sì alla legge salvo raccogliere contemporaneamente le firme per il no. Più che Pannella, un pannellino. Col pannolone, però. Che poi a pensarci: ovvio che lo show sia finito in nulla. In fondo si sa che i deputati sono incatenati al seggio. Anche senza bisogno delle manette del sexy shop.










