Si smontano altri dubbi sull’adozione, sulle cure per il bambino e sulla vita in Uruguay dell’ex consigliere. E aumentano le domande sull’agitazione del Colle. Che non fu così solerte nel voler far luce sul caso Garofani.
È possibile che Sergio Mattarella si sia pentito di aver concesso la grazia a Nicole Minetti. Cioè che si sia reso conto solo a cose fatte che il provvedimento di clemenza nei confronti dell’ex igienista dentale, a differenza di quelli in favore di assassini e delinquenti, non avrebbe fatto aumentare la sua popolarità. E dunque, ripensandoci, è probabile che il capo dello Stato fosse pronto a rimangiarsi il provvedimento con cui ha deciso di cancellare la pena di tre anni e undici mesi ai servizi sociali a carico dell’ex consigliera regionale.
Sì, non è escluso che il presidente della Repubblica abbia colto la palla al balzo, ossia la campagna condotta dal Fatto Quotidiano contro la grazia, per scaricare la responsabilità sul ministro Carlo Nordio e aprire la strada a una revisione, invocando un supplemento di indagine sulla vita della Minetti. Se però questo era il disegno, i fatti - quelli veri e non di carta stampata - stanno smontando a una a una tutte le obiezioni che sono state mosse contro il provvedimento di clemenza.
L’ultimo tassello utile a chiarire la narrazione che vorrebbe la pupilla di Silvio Berlusconi impegnata a procurare ragazze per cene eleganti è arrivato ieri dalla Procura generale. In pratica, i magistrati che hanno dato via libera alla concessione della grazia confermano che dai primi accertamenti in Uruguay e in Spagna, dove Minetti ha vissuto per un certo periodo, non sono emersi fatti che inducano a modificare il parere. L’Interpol, a cui i pm si sono rivolti, non avrebbe trovato traccia di procedimenti a carico dell’ex igienista dentale e nemmeno avrebbe raccolto notizie che consentissero di sostenere che a Punta del Este continui la vita di prima.
Ma nei giorni scorsi altri elementi hanno contribuito a chiarire quelli che secondo le inchieste giornalistiche erano i lati oscuri della faccenda. Innanzitutto l’adozione. Leggendo la sentenza con cui il tribunale di Maldonado ha acconsentito a Minetti e Cipriani di diventare genitori di un bambino uruguaiano, si capisce che prima di affidare il minore sono stati fatti numerosi approfondimenti e sono stati ascoltati diversi testimoni. Il piccolo, abbandonato fin dalla nascita in un orfanotrofio, non riceveva visite dai parenti. Padre, madre, nonni, zii: nessuno negli anni si è interessato a lui e alla grave malattia di cui era affetto. I giornali hanno scovato una coppia che sostiene di aver chiesto l’affidamento del bambino, ma alla fine i vertici dell’istituto che lo ospitava (o molto più probabilmente i giudici) avrebbero scelto i due italiani. E che cosa c’è di scandaloso? In qualsiasi procedura di adozione, i magistrati (ma anche psicologi e assistenti sociali) puntano a fare la cosa migliore per il bambino. Dunque, di fronte a un minore con gravi problemi di salute, bisognoso di interventi chirurgici e di cure, affidarlo a una famiglia in grado di assicurare l’assistenza di specialisti non è un reato, ma una scelta consapevole, per far sì che prima di tutto venga il suo benessere.
Sono cadute anche le suggestioni su una sorta di intrigo internazionale, secondo cui prima sarebbe stato ammazzato l’avvocato della madre del bambino e poi addirittura sarebbe stata fatta sparire la stessa donna, quasi che il legale o la mamma fossero in grado di fare rivelazioni esplosive sul caso Minetti. In realtà, la professionista bruciata nella sua casa era il difensore d’ufficio del bambino e di fronte ai giudici aveva dato parere favorevole all’adozione. La sua morte dunque non avrebbe nulla da spartire con la coppia di italiani. E la scomparsa della madre è semplicemente dovuta al fatto che la polizia la cerca perché accusata di omicidio e dunque, come tutti i latitanti, tende a non farsi trovare.
Chiarito anche il giallo sulla scelta dell’ospedale dove curare il bambino: Minetti e Cipriani si sono affidati a quelli che ritenevano i migliori specialisti e i sanitari confermano che il bambino deve essere sottoposto a numerosi controlli e forse anche ad altri interventi.
E il mistero che circonda la proprietà di Cipriani a Punta del Este, luogo del peccato dove si sarebbero tenute feste a base di donnine e, forse, di cocaina? Niente, anche la tenuta sarebbe assai meno misteriosa di quel che hanno raccontato i giornali. Innanzitutto la staccionata è alta un metro e non basta a impedire sguardi indiscreti. Per di più il ranch, come è stato definito, non ha un cancello e dunque chiunque voglia ficcare il naso, compresi i cronisti, vi può accedere con una certa facilità. Insomma, più si va avanti in questa storia e più ci si rende conto che a sostegno della tesi per cui Minetti avrebbe continuato a fare le cene eleganti, ma non più con Berlusconi bensì con Cipriani, non c’è lo straccio di una prova, ma solo le chiacchiere di anonimi raccolte qua e là e rilanciate come se fossero verità. L’ultima bufala, quella del ministro Nordio ospite in Uruguay della Minetti, è finita con il capo asperso di cenere di Sigfrido Ranucci e carte bollate contro una Bianca Berlinguer che rivendica il diritto di informare il pubblico con notizie non verificate.
Di fronte a questo quadro tuttavia resta ancora una domanda senza risposta. Perché Mattarella, dopo aver difeso la grazia, ha deciso di fronte a voci anonime di chiedere un supplemento d’indagine su Minetti? Davvero al Quirinale basta una chiacchiera per fare retromarcia? E come mai di fronte ad altri chiacchieroni che la sera al ristorante spifferano piani per modificare il quadro politico non si registra altrettanta solerzia? Sarebbe proprio il caso di capirlo.
Dagli amici mi guardi Dio, ché dai nemici mi guardo io. Il proverbio si attaglia perfettamente alla condizione di papa Leone XIV, trascinato in una querelle con Donald Trump e, al contempo, impelagato con le fratture interne alla Chiesa: l’imminente strappo dei lefebvriani sulle nomine dei vescovi e le derive progressiste in tema di omosessualità.
L’ennesimo codazzo del disordine sinodale è la pubblicazione del rapporto finale del nono Gruppo di studio sulle «questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti». In sostanza, il rapporto con i fedeli Lgbt. L’ennesima mina che a Robert Francis Prevost toccherà disinnescare, dopo il caso delle benedizioni gay in Germania.
La relazione, infatti, cerca di occultare, dietro l’uso della neolingua catto-woke, un vero e proprio assalto al magistero. Lo si intuisce già dallo slittamento semantico che propone: gli autori dicono di ritenere «più appropriato qualificare le questioni in oggetto come questioni “emergenti” piuttosto che come questioni “controverse”». Essi annunciano, così, un «cambio di paradigma», che consentirebbe di trattare certe situazioni non più alla stregua di un «problema» da risolvere, evidenziando invece «la qualità globale dell’impegno che concerne l’insieme della comunità ecclesiale e l’integralità della persona», oltre che rimandando a «una possibile risorsa da discernere nella “conversazione nello Spirito” e nella “conversione relazionale”». Cristallino, eh? Se Gesù si fosse espresso in questi termini, non si sarebbe capito nemmeno da solo.
Quel che si capisce benissimo è dove che vogliano andare a parare le 24 pagine (su 32 totali) che precedono la prima occorrenza della parola «omosessuali»: a legittimare, appunto, le relazioni gay. Se non il matrimonio tra persone dello stesso sesso.
Al volumetto sono state allegate alcune testimonianze anonime, in particolare una proveniente dal Portogallo e l’altra dagli Stati Uniti, di cattolici Lgbt accolti dalle locali comunità ecclesiali, dopo un periodo di travagli e discriminazioni.
Il fedele lusitano allude apertamente al «mio matrimonio» e a «mio marito». Matrimonio. Marito. La Chiesa ritiene che l’unione omosessuale sia equiparabile alle nozze tra uomo e donna? Strano, perché il Dicastero per la Dottrina della fede, pur retto dal bergogliano Víctor Manuel Fernández, ha appena diffuso il testo di una lettera che il cardinale, nel 2024, indirizzò a monsignor Stephen Ackermann, vescovo di Trier, in risposta alla posizione della Conferenza episcopale tedesca sulle «benedizioni per le coppie che si amano». Il capo dell’ex Sant’Uffizio spiegava che, nonostante Fiducia Supplicans avesse liberalizzato - in modo maldestro - la pratica di benedire le unioni irregolari, la Chiesa di Germania si stava spingendo troppo in là. Tucho ricordava che la Chiesa «non ha il potere di conferire la sua benedizione liturgica» a coppie omosessuali e divorziati risposati, che non voleva «legittimare nulla» né «sancire […] nulla» e che non bisognava, dunque, «creare confusione», introducendo un «rito liturgico» o «forme di benedizioni simili a sacramentali». Tirare fuori quella missiva è stata la risposta della Santa Sede, ora guidata dal pontefice americano, all’ennesima fuga in avanti dei teutonici: il cardinale Reinhard Marx ha chiesto ai sacerdoti della sua diocesi, Monaco e Frisinga, di mettere a «fondamento della pratica pastorale» le benedizioni già bocciate dal Dicastero della Fede.
Ma nel rapporto del Gruppo di studio n. 9 del Sinodo compare un’intervista dagli Usa, che è ancora più esplicita di quella realizzata in Portogallo. La corrispondente vaticana Diane Montagna ha identificato il testimone statunitense, il quale ringrazia Dio «per mio marito» e si presenta come l’autore del libro Lgbtq catholic ministry, past and present, che reca la prefazione del noto prete arcobaleno, il gesuita James Martin. L’innominato, allora, non può che essere Jason Steidl: è l’uomo la cui foto con il compagno, mentre entrambi venivano benedetti dallo stesso padre Martin, comparve il 21 dicembre 2023 sul New York Times, scatenando un vespaio di polemiche. L’immagine, in effetti, somigliava alla celebrazione di un matrimonio gay.
D’altronde, nel comitato di teologi che ha prodotto il documento compaiono figure quali Maurizio Chiodi, sostenitore della pastorale Lgbt e convinto che, in alcune circostanze, gli atti omosessuali siano «moralmente buoni». Tutto coerente con i toni della relazione sinodale, che per giustificare l’inosservanza della dottrina pattina tra espressioni alate e retoriche evanescenti: la «narrazione», la «cultura della trasparenza» e quella «del rendiconto e della valutazione», il dovere di accogliere le «istanze che le pratiche credenti esprimono e mettono in atto», nonché di piegare i principi alle esigenze dei «contesti».
Se la decisione di nominare vescovi senza il consenso di Roma romperà, per ovvi motivi, la comunione della Fraternità San Pio X con la Santa Sede, sarebbe bizzarro se il Vaticano non iniziasse a prendere provvedimenti seri anche per arginare queste martellanti campagne di demolizione del magistero «da sinistra». Per il Papa chiamato a riparare le crepe che si erano aperte durante il pontificato di Francesco, lo scisma arcobaleno è più allarmante degli attacchi di Trump. Il presidente Usa non è eterno e le sue sparate, semmai, stanno compattando i cattolici. La vera grana - il Vangelo insegna - un regno ce l’ha quando si divide in sé stesso.
Il Medio Oriente continua a muoversi su un equilibrio estremamente fragile tra operazioni militari, trattative diplomatiche e tensioni marittime che coinvolgono direttamente Stati Uniti, Iran, Israele e le monarchie del Golfo.
Nelle ultime ore il fronte più delicato è tornato a essere quello del Libano meridionale, dove un razzo è caduto all’interno della base di Shama, sede del contingente italiano di Unifil Sector West. L’esplosione non ha provocato vittime tra i militari italiani, ma ha danneggiato lievemente un mezzo del contingente. Secondo fonti informate, si sarebbe trattato di un razzo a corto raggio da 107 millimetri, un tipo di ordigno spesso utilizzato dalle milizie di Hezbollah (tesi confermata anche dal ministro degli Esteri, Antonio Tajani). Il missile sarebbe finito in un’area aperta della base e le schegge avrebbero perforato un veicolo militare. L’episodio conferma come la tregua annunciata dal presidente americano Donald Trump il 16 aprile, poi prorogata il 23 aprile per ulteriori tre settimane, resti estremamente instabile. Sul terreno gli scontri continuano e le operazioni israeliane nel Sud del Libano proseguono quasi quotidianamente. Nonostante i combattimenti, Libano e Israele dovrebbero partecipare a nuovi colloqui previsti a Washington il 14 e 15 maggio.
Stati Uniti e Iran si starebbero avvicinando a un’intesa temporanea per interrompere la guerra in corso. Lo riferiscono fonti e funzionari citati da Reuters, secondo cui Teheran starebbe valutando una proposta destinata a fermare i combattimenti senza però risolvere le questioni più controverse, in particolare quelle legate nucleare iraniano. Il regime starebbe esaminando un memorandum di una pagina che prevederebbe tre fasi: fine formale della guerra, gestione della crisi nello Stretto di Hormuz e apertura di negoziati più ampi entro 30 giorni. Donald Trump ha dichiarato che un accordo è «molto possibile» e potrebbe arrivare presto. Restano però aperti i nodi principali: Washington continua a chiedere limiti al programma nucleare iraniano e la piena riapertura dello Stretto. Nel frattempo gli Stati Uniti hanno imposto nuove sanzioni contro alti esponenti iracheni accusati di sostenere gli ayatollah contrabbandando petrolio. Da Teheran arrivano ancora segnali prudenti. Un funzionario del ministero degli Esteri iraniano, citato dall’agenzia Fars, ha spiegato che la Repubblica islamica sta ancora valutando i messaggi ricevuti dagli Stati Uniti e che non è stata fornita alcuna risposta definitiva. Secondo la stampa iraniana, il presidente iraniano Massoud Pezeshkian e l’ayatollah Mojtaba Khamenei ieri si sarebbero incontrati. Il colloquio (sempre che sia avvenuto) sarebbe durato quasi due ore e mezza e, a quanto riportano i media di Stato, si sarebbe svolto in un clima descritto come «franco e cordiale».
Le difficoltà di Washington emergono anche da una valutazione riservata della Cia, anticipata dal Washington Post. Secondo l’Agenzia americana l’Iran sarebbe in grado di resistere al blocco navale imposto dagli Stati Uniti per almeno tre o quattro mesi prima di subire conseguenze economiche davvero gravi. L’analisi sostiene inoltre che Teheran conservi ancora circa il 70% delle sue scorte missilistiche precedenti alla guerra e il 75% dei lanciatori mobili. Secondo fonti americane, il regime sarebbe riuscito a riattivare gran parte dei depositi sotterranei danneggiati e a riprendere la produzione di alcuni sistemi missilistici.
La crisi nel Golfo continua nel frattempo ad avere pesanti ripercussioni sul traffico commerciale internazionale. Il segretario generale dell’Organizzazione marittima internazionale, Arsenio Dominguez, ha dichiarato che circa 1.500 navi e oltre 20.000 membri degli equipaggi risultano ancora bloccati nel Golfo Persico a causa delle restrizioni imposte dall’Iran nello Stretto di Hormuz. Teheran, inoltre, avrebbe dato vita a una nuova agenzia governativa per controllare il traffico navale e potenzialmente riscuotere dei pedaggi. Negli Stati Uniti, invece, cresce la pressione politica interna. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, Arabia Saudita e Kuwait hanno eliminato le limitazioni imposte all’utilizzo delle proprie basi militari e dello spazio aereo da parte delle forze statunitensi, introdotte dopo l’avvio dell’operazione americana «Project Freedom» nello Stretto di Hormuz. La decisione, riferiscono fonti americane e saudite citate dal quotidiano, rimuove uno dei principali ostacoli che avevano rallentato la missione Usa destinata a garantire il passaggio delle navi commerciali nell’area.
L’amministrazione di Donald Trump, che ieri ha esortato il regime anche a liberare la premio Nobel per la Pace Narges Mohammadi, starebbe ora valutando la riattivazione delle operazioni di scorta navale e aerea alle imbarcazioni mercantili, sospese dopo appena 36 ore dall’avvio. Il Pentagono non ha ancora indicato una data ufficiale, ma la ripresa potrebbe avvenire già nei prossimi giorni. Il Wall Street Journal sottolinea inoltre che «Project Freedom» aveva provocato forti tensioni tra Washington e Riad, dando origine a contatti diretti ai massimi livelli tra Trump e il principe ereditario Mohammed bin Salman e mettendo sotto pressione l’alleanza strategica tra Stati Uniti e Arabia Saudita.
Infine, il ministro Tajani ha dichiarato che l’Italia è pronta a inviare dragamine e altre navi in una missione internazionale per sminare Hormuz e garantire la libertà di navigazione, ma solo dopo la fine della guerra. Secondo il vicepremier, la missione dovrebbe essere internazionale, sotto egida Onu, Ue o altro accordo multilaterale.
A Siena il potere non cambia mai davvero forma. Cambia salotto, cambia alleanze, cambia notaio. Ma resta la stessa liturgia fatta di consigli d’amministrazione trasformati in trincee o verbali usati come baionette. E infatti dentro Montepaschi non c’è più soltanto una dialettica societaria.
È scontro tra la maggioranza che sostiene l’amministratore delegato Luigi Lovaglio e il presidente Cesare Bisoni, e la minoranza eletta nella lista del vecchio cda, che pensava di poter ancora esercitare un ruolo nel governo del Monte e invece si è ritrovata ai margini.
L’ultimo botto è arrivato ieri, con le dimissioni di Fabrizio Palermo. Una nota asciutta: il manager «non condivide le recenti determinazioni in materia di governance». Palermo non era un consigliere qualsiasi. Ex Cdp, amministratore delegato di Acea in scadenza. Personalità considerata vicino a Francesco Gaetano Caltagirone, era stato il candidato del cda per strappare il timone a Luigi Lovaglio che nel frattempo era stato anche licenziato. Ma l’assemblea del 15 aprile ha raccontato un’altra storia. Ha vinto Lovaglio, sostenuto dalla lista promossa dall’imprenditore Pierluigi Tortora e appoggiato dai grandi azionisti: Delfin, Banco Bpm, BlackRock, Vanguard. Da quel momento il consiglio è diventato un ring. I rappresentanti della lista presentata vecchio board - Palermo, Corrado Passera, Carlo Vivaldi, Nicola Maione, Paolo Boccardelli e Antonella Centra - insieme alla consigliera di Assogestioni Paola De Martini hanno mandato il primo segnale politico: niente sostegno alle deleghe di Lovaglio e soprattutto freddezza sulla nomina di Cesare Bisoni alla presidenza. Martedì il consiglio si è trasformato in un’aula giudiziaria. Sul tavolo c’era la posizione di Carlo Vivaldi, ex Unicredit, giudicato incompatibile per la contemporanea presenza nel board di Banca Mediolanum.
La motivazione ufficiale parla di «organi di banche concorrenti». Vivaldi si è dimesso. A quel punto Palermo ha capito che la partita era chiusa. Escono così di scena due dei sei consiglieri nominati nella lista sostenuta dal gruppo Caltagirone. Restano le macerie di una battaglia combattuta in poche settimane Adesso cosa succede? Lo statuto prevede un minimo di nove consiglieri su 15. In teoria, se si dimettessero tutti i rappresentanti delle minoranze, il consiglio potrebbe decadere. Ma nessuno, almeno per ora, pensa davvero a questo gesto estremo. Molto più probabile invece la sostituzione rapida delle caselle vuote. E qui il risiko diventa quasi dinastico. Dovrebbero entrare i primi dei non eletti della lista del vecchio cda: Gianluca Brancadoro, ex vicepresidente del Monte, e soprattutto Alessandro Caltagirone, secondogenito di Francesco Gaetano Caltagirone.
Vuol dire che il costruttore romano, già secondo socio della banca con il 13,5%, nonostante la sconfitta assembleare continua a presidiare il fortino senese pezzo dopo pezzo, uomo dopo uomo, poltrona dopo poltrona. Come nei vecchi assedi medievali: magari perdi una torre, ma continui a scavare sotto le mura. Siamo a Siena. Sullo sfondo adesso avanzano anche le procure. Quella di Milano ha chiesto a Camera e Senato l’autorizzazione preventiva (ora all’esame delle giunte) per acquisire alcune conversazioni Whatsapp nell’ambito dell’inchiesta Mps-Mediobanca prelevandole dal telefonino dell’ex direttore generale del Mef, Marcello Sala oggi in Nexi. Una mossa che nasce da una nuova frontiera della giurisprudenza costituzionale inaugurata dal caso Matteo Renzi e dalla sentenza sulla Fondazione Open: le chat dei parlamentari sono «corrispondenza costituzionalmente rilevante» e quindi protette dalle prerogative parlamentari. In pratica: i pm possono anche trovare le conversazioni nei telefoni sequestrati ai terzi, ma prima di usarle devono bussare alle Camere. La prossima settimana comincerà l’esame in commissione. Un precedente simile si è già visto con Francesco Saverio Romano, quando la Camera negò alla Procura di Palermo l’autorizzazione al sequestro della corrispondenza informatica. Così il grande romanzo senese si allarga. Non più soltanto finanza, potere e banche. Adesso entrano in scena anche immunità parlamentari, Whatsapp, conflitti di attribuzione e procure in assetto da guerra. E a quel punto Mps torna a essere ciò che è sempre stata: non una semplice banca, ma un genere letterario.









