L'accordo, successivamente confermato anche da fonti iraniane, prevede la cessazione delle operazioni militari, compreso lo stop ai bombardamenti in Libano, e la riapertura dello Stretto di Hormuz dopo la sottoscrizione formale del protocollo. Donald Trump ha salutato l'intesa invitando le petroliere a «riaccendere i motori», mentre il vicepresidente JD Vance ha annunciato la propria partecipazione alla cerimonia di firma, senza escludere la presenza dello stesso presidente americano. La prospettiva di una de-escalation nella regione ha avuto effetti immediati anche sui mercati, con il prezzo del petrolio in netto ribasso.
L'accordo è arrivato al termine di ore segnate da continui colpi di scena, divisioni interne al regime iraniano e timori che l'escalation militare potesse far deragliare il negoziato proprio a un passo dal traguardo. Soprattutto dopo l'ultimo raid israeliano in Libano che rischiava di far saltare il tavolo di pace.
Riavvolgendo il nastro di una domenica vissuta nell'incertezza, proprio nelle ore decisive, infatti, erano aumentati i segnali che avrebbero potuto far deragliare il negoziato. Le maggiori resistenze erano arrivate dall’interno della Repubblica islamica. Secondo Iran International, durante una manifestazione a Teheran gli ambienti più radicali hanno preso di mira il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, accusandoli di aver concesso troppo agli Stati Uniti. I manifestanti hanno chiesto le loro dimissioni e denunciato colloqui portati avanti senza una chiara autorizzazione della Guida Suprema Mojtaba Khamenei. Di segno opposto le parole del presidente Masoud Pezeshkian, secondo cui la decisione finale spetta alla Guida Suprema e al Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale. Lo stesso presidente aveva ribadito che il Consiglio ritiene necessario proseguire sulla strada del dialogo e ha ricordato che Khamenei aveva autorizzato in passato la ricerca di «negoziati dignitosi».
Anche il contenuto dell’accordo restava oggetto di interpretazioni divergenti. Reuters, citando un funzionario iraniano, ha riferito che Teheran avrebbe accettato di non produrre né acquisire armi nucleari. Tuttavia Fars continuava a sostenere che il testo non fosse ancora definitivo e che «nessun accordo sarebbe stato firmato nei tempi annunciati da Donald Trump». Anche Mehdi Mohammadi, membro della delegazione iraniana, aveva ribadito che restavano aperte questioni fondamentali relative ai 14 punti del memorandum. Ma se il negoziato appariva fragile sul piano politico, il rischio maggiore arrivava dal fronte militare.
Proprio mentre i mediatori tentavano di chiudere l’intesa nonostante le dichiarazioni contrastanti, Israele ha lanciato nuovi raid sulla periferia meridionale di Beirut, ufficialmente giustificati con precedenti attacchi di Hezbollah, provocando almeno tre morti e quindici feriti. L’operazione, comunicata preventivamente al Comando centrale statunitense, ha però provocato una durissima reazione da parte di Teheran. Ghalibaf ha accusato Washington di non essere in grado di controllare il proprio alleato israeliano e ha messo apertamente in dubbio la prosecuzione del dialogo.
Sulla stessa linea il vice comandante del quartier generale Khatam al-Anbiya, Mohammad Jafar Asadi, che ha promesso che il raid «non resterà impunito». I toni sono stati ulteriormente alzati dal generale Ali Abdollahi, comandante delle forze armate iraniane, secondo cui i militari della Repubblica islamica hanno «il dito sul grilletto». Abdollahi ha aggiunto che Teheran attende «il minimo errore» degli avversari per impartire loro «una lezione indimenticabile». Nel frattempo l’Idf ha elevato il livello di allerta per il timore di possibili attacchi iraniani. Mentre Teheran negoziava con Washington, il suo principale alleato regionale continuava infatti a confrontarsi militarmente con Israele. Una contraddizione esplosiva che rischiava di far saltare l’accordo.
A tal proposito si è rivelato fondamente il pronto intervento di Trump che ha chiesto all’Iran di non rispondere e non ha nascosto la propria irritazione per il raid israeliano. In un’intervista a Channel 12 ha raccontato di aver telefonato immediatamente a Benjamin Netanyahu. «Perché Bibi ha dovuto fare un fottuto attacco? Ero così incazzato», ha dichiarato, sostenendo che l’operazione sia avvenuta appena un’ora prima della prevista firma dell’accordo e ne abbia ritardato la conclusione. Alcuni funzionari di Tel Aviv hanno definito «uno schiaffo in faccia» le dichiarazioni pubbliche del tycoon, che a Bibi avrebbe detto: «Che c... fai?».
Le prime reazioni internazionali all'intesa non si sono fatte attendere. Il presidente francese Emmanuel Macron ha annunciato che il tema sarà al centro del G7 di Evian, dove i leader discuteranno delle conseguenze geopolitiche ed economiche dell'accordo, a partire dalla stabilizzazione del Libano e dalla riapertura duratura dello Stretto di Hormuz. Proprio sul delicato passaggio marittimo attraverso cui transita una quota significativa del commercio energetico mondiale, Teheran ha fatto sapere che la gestione del traffico nel Golfo Persico avverrà in coordinamento con l'Oman.
Venerdì, infatti, il Dipartimento del Commercio statunitense, citando preoccupazioni in materia di sicurezza nazionale, ha ordinato al colosso di Dario Amodei di impedire a qualsiasi cittadino straniero di accedere ai suoi modelli d’IA più recenti.
Secondo Axios, tali modelli dovranno restare bloccati fin quando gli apparati di sicurezza federali non saranno pronti e sarà inoltre necessaria una licenza per le esportazioni. Il colosso tecnologico, non senza irritazione, ha quindi reso noto di aver disabilitato l’accesso per tutti i clienti a Fable 5 e Mythos 5, che erano stati rilasciati martedì. «Non siamo d’accordo sul fatto che la scoperta di una potenziale falla di sicurezza, seppur limitata, debba essere motivo di ritiro dal mercato di un modello commerciale utilizzato da centinaia di milioni di persone», ha dichiarato, in un comunicato, l’azienda guidata da Amodei.
I rapporti tra il ceo di Anthropic e l’attuale inquilino della Casa Bianca non sono mai stati idilliaci: basti pensare che, alle elezioni del 2024, Amodei si schierò apertamente con Kamala Harris. La situazione è peggiorata a febbraio scorso: Amodei pretese che venissero introdotte delle limitazioni all’uso bellico dei suoi prodotti d’Intelligenza artificiale. Per tutta risposta, il capo del Pentagono, Pete Hegseth, propose di bollare Anthropic come un «rischio per la catena di approvvigionamento». Ne scaturì quindi un contenzioso legale che è ancora in corso. Tuttavia, al netto dei proclami di principio di Amodei, i rapporti tra Anthropic e l’amministrazione Trump non si sono interrotti. Ad aprile, Amodei ebbe un incontro con il capo dello staff della Casa Bianca, Susie Wiles, e con il segretario al Tesoro, Scott Bessent. Inoltre, la scorsa settimana, il Financial Times ha riferito che la National Security Agency starebbe utilizzando Mythos per condurre attacchi informatici. Insomma, non è solo la cosiddetta «tecnodestra» di Elon Musk e Peter Thiel a tenersi stretti i legami con l’attuale amministrazione statunitense.
Le limitazioni decretate l’altro ieri dal dipartimento del Commercio americano vanno quindi inserite in un contesto ben più ampio dell’altalenante rapporto tra Trump e Amodei. Quello a cui stiamo assistendo è un riposizionamento strutturale della Casa Bianca rispetto al delicato tema dell’Ia. Nel 2025, Trump, per enfatizzare la contrapposizione con l’amministrazione Biden, si mostrò favorevole a un approccio improntato alla deregulation. Si trattò innanzitutto di un modo per tendere la mano alla Silicon Valley, che aveva abbandonato la sua storica predilezione politica per il partito democratico. In secondo luogo, i fautori della deregulation ritenevano, non senza qualche ragione, che l’introduzione di lacci e lacciuoli potesse compromettere la capacità competitiva di Washington nei confronti di Pechino sul fronte del settore ipertecnologico. Poi, a partire da quest’anno, è cambiato qualcosa. In primis, Trump non ha potuto ignorare il dibattito che sull’Ia è venuto a registrarsi attorno alla sua stessa amministrazione. In secondo luogo, i vertici del Pentagono hanno mostrato preoccupazione dopo che, ad aprile, Anthropic ha presentato Mythos. Tutto questo ha convinto il presidente statunitense a firmare un ordine esecutivo, lo scorso 2 giugno che, pur evitando di imporre pastoie burocratiche e licenze governative, ha iniziato parzialmente a normare il settore dell’IA in nome della sicurezza nazionale. Quel decreto ha infatti cercato di elaborare un compromesso tra le varie anime dell’amministrazione americana: da una parte, i fautori della deregulation (come il consigliere per la tecnologia della Casa Bianca, David Sacks); dall’altra i sostenitori di paletti più o meno stringenti (come Hegseth, Bessent e la Wiles). L’ordine esecutivo ha infatti introdotto la possibilità che le grandi aziende tecnologiche sottopongano volontariamente i propri modelli d’IA al governo federale fino a 30 giorni prima dal loro rilascio. Una soluzione che i fautori più decisi della deregulation - come l’ex consigliere di Trump, Dean Ball - hanno aspramente criticato.
Pur cercando di salvaguardare l’innovazione, Trump si è convinto che l’assenza totale di regolamentazioni può rivelarsi un problema per la salvaguardia della sicurezza nazionale. È quindi in tal senso che vanno letti il decreto del 2 giugno quanto la restrizione imposta ad Anthropic. Il presidente deve bilanciare le esigenze delle aziende tecnologiche con quelle del Pentagono, senza poi trascurare le paure nutrite dalla working class per i possibili effetti socioeconomici dell’IA. È anche in quest’ottica che Trump avrebbe intenzione di garantire al governo federale delle partecipazioni azionarie nelle grandi società del settore. «I fautori della proposta sostengono che essa consentirebbe al pubblico di partecipare ai successi dell’azienda e attenuerebbe il potenziale impatto dei cambiamenti economici», ha riferito il Washington Post.
Insomma, sembra proprio che Trump si stia avvicinando a Leone XIV il quale, nella sua enciclica, ha criticato la prospettiva di una totale deregulation del settore dell’IA. A Christopher Olah di Anthropic non è costato nulla (anzi) mostrarsi a fianco del Papa come interprete «buono» dell’IA. Ma quando il governo più importante del mondo (cioè Trump) pone freni concreti, ecco che l’atteggiamento dell’azienda cambia di colpo.
Il presidente americano guarda principalmente alla sicurezza nazionale, il Papa alle questioni etiche. Eppure entrambi, per quanto in forma e modi diversi, sembrano condividere alcune preoccupazioni per gli impatti sociali dell’IA. Segno questo del fatto che, al netto delle macroscopiche differenze, tra i due americani potrebbero magari registrarsi, un giorno, persino margini di convergenza.
Immaginate un imponente panettone naturale che si staglia contro l'azzurro del cielo sudtirolese, un punto di osservazione privilegiato dove lo sguardo può spaziare liberamente dalle vette frastagliate delle Dolomiti, dichiarate Patrimonio Mondiale Unesco, fino alle imponenti creste dei ghiacciai delle Alpi Aurine: questo è Plan de Corones, una destinazione che incarna l'essenza stessa della montagna in ogni sua sfumatura.
Tuttavia quando il bianco dell’inverno lascia spazio ai colori intensi dell’estate alpina, Plan de Corones diventa uno spettacolo naturale da vivere all’aria aperta. I pascoli si tingono di verde brillante, i boschi profumano di resina e i sentieri si aprono verso panorami che sembrano infiniti. Qui ogni giornata può trasformarsi in un’esperienza diversa: escursioni panoramiche lungo percorsi adatti a ogni livello, trekking in alta quota tra rifugi e malghe tradizionali, passeggiate rilassanti immerse nel silenzio della natura oppure itinerari più avventurosi per chi desidera raggiungere le vette circostanti.
Anche gli amanti delle due ruote trovano qui la loro dimensione ideale, grazie ai numerosi percorsi per mountain bike e ai tracciati per il freeride che garantiscono discese adrenaliniche verso valle.
La posizione strategica del Plan, nel cuore della Val Pusteria, invita inoltre a esplorare i suoi affascinanti dintorni: a pochi minuti si trova Brunico, il capoluogo pusterese con il suo maestoso castello sede del Mmm Ripa e le sue vie storiche colorate, mentre a breve distanza si aprono le porte di San Vigilio di Marebbe, borgo ladino intriso di tradizioni. Poco lontano, le acque color smeraldo del Lago di Braies e i riflessi alpini del Lago di Anterselva offrono scenari da cartolina, completando un'offerta che spazia dalla natura incontaminata delle Vedrette di Ries fino al richiamo delle leggendarie Tre Cime di Lavaredo. In questo contesto di rara bellezza, il connubio tra sport e cultura è celebrato dalla presenza di eccellenze come il Messner Mountain Museum Corones, opera di Zaha Hadid, e il Lumen, museo dedicato alla fotografia di montagna. Per chi desidera vivere questa doppia anima del territorio circondato dal massimo comfort, il Falkensteiner Hotel Kronplatz rappresenta la scelta d'eccellenza: situato proprio alla base della montagna a Riscone, questo hotel di design, concepito dall'architetto Matteo Thun, accoglie gli ospiti in un ambiente che fonde eleganza contemporanea e spirito alpino. La struttura non è solo un punto di partenza strategico per raggiungere le vette o visitare il vicino Museo Etnografico di Teodone, ma un vero e proprio santuario del benessere dove la filosofia gastronomica 7Summit delizia il palato e la scenografica Acquapura Summit SPA offre rigenerazione totale.
«I nostri ospiti - spiega Mark Van Leevwen, brillante e capace direttore dell’albergo - oltre alla possibilità di rilassarsi nel nostro hotel tra piscine, Spa e ottima cucina, hanno a disposizione un experience concierge che li consiglia e prenota per loro le migliori escursioni possibili. E la scelta è davvero infinita - conclude il direttore - tra escursioni a piedi, bici o cavallo; parapendio, canyoning e rafting; golf e tennis, ma anche visite culturali». Rilassarsi nella piscina panoramica sul tetto dopo una giornata trascorsa tra i borghi della Val Pusteria o sulle piste innevate, osservando la sagoma della montagna che cambia colore al tramonto, significa comprendere appieno perché Plan de Corones sia una meta capace di stregare il cuore di ogni viaggiatore, promettendo un'esperienza che va ben oltre la semplice vacanza, trasformandosi in un ricordo indelebile di libertà e bellezza assoluta. Quando i primi fiocchi di neve tornano a imbiancare le sue pendici, il Plan si trasforma in quello che molti considerano il comprensorio sciistico numero uno in Alto Adige, un paradiso invernale che vanta 120 chilometri di piste perfettamente preparate e impianti di risalita all'avanguardia tecnologica. Qui, gli appassionati dello sci e dello snowboard trovano un terreno di gioco senza eguali, dove le leggendarie «Black Five» mettono alla prova anche gli sciatori più esperti, mentre i pendii più dolci e soleggiati offrono il contesto ideale per chi desidera godersi curve ampie in totale relax.
Cognome e nome: Cucciari Maria Giuseppina. Aka Geppi. Come Gepy & Gepy (cantante che con Ornella Vanoni gorgheggiava Più: «Io più te..."), ma con due «p».
Super ospite al prossimo Sanremo, quello di Stefano De Martino.
Lei e il «bravo presentatore» fanno infatti parte della stessa agenzia, l’Itc di Beppe Caschetto, vero dominus del Festival insieme a Gianmarco Mazzi, agente di Massimo Giletti mentre era sottosegretario nel governo di Giorgia Meloni (incompatibilità dei ruoli, possibile conflitto d’interessi: non pervenuti), in passato direttore artistico del caravanserraglio canoro, epoca Paolo Bonolis, nei ritagli di tempo ministro del Turismo.
Geppi «Cacciari», l’intellettuale - comica, attrice, scrittrice - che sa di arte e filosofia.
La Sarda errante: girovaga di reti e palinsesti per 25 anni, anche se da oltre dieci si è accampata in viale Mazzini.
Sedici anni fa, era nella squadra di Victor Victoria su La7, il late show di Victoria Cabello, «che l’ha scoperta e con cui i rapporti, pare, si siano un po’ raffreddati», ha annotato Michele Masneri sul Foglio del 17 maggio 2025, vedendo in Geppi con due «p» il risultato di un assemblaggio: «Come se un impazzito Angelo Guglielmi, tipo lo scienziato del film Povere creature, l’avesse ricostruita mettendo un po’ di Avanzi di Serena Dandini, un pizzico di Michela Murgia, una grattugiata di bottarga di Daria Bignardi, il tutto fatto rosolare in una notte di luna piena nel vecchio loft del Pd», allegriaaaa!.
Gli eventuali dissapori con Cabello, tuttavia, devono essere stati superati, visto che Vic il 16 gennaio era a Splendida cornice.
Che è la trasmissione su Rai 3, al debutto nel gennaio 2023, con cui si è finalmente imposta al grande pubblico («grande» per i parametri odierni, quando si brinda al successo se in prima serata si scavalla il milione di telespettatori).
Popolarità che però con la qualità del programma c’entra poco.
A luglio 2023, infatti, Geppi con due «p» fulmina Gennaro Sangiuliano, quando al premio Strega ammette - senza offesa: bel fesso - di non aver nemmeno sfogliato i libri della cinquina finalista.
Mentre Fabio Fazio lascia la Rai per la Nove.
Risultato? Si è ritrovata «sarda subito».
Vestale della sinistra televisiva.
Eroina del progressismo mediatico dentro il servizio pubblico (tendenza «pop», il fronte inchiestistico è invece coperto da Sigfrido Ranucci, anche se talvolta gli tocca cospargersi il capo di cenere).
Ma mai tuonando contro «TeleMeloni», perfino quando Concetto Vecchio l’ha sfruculiata per Repubblica il 14 gennaio 2024: «Io mi sento libera di dire quello che voglio».
Geppi con due «p» piace alla gente che piace.
Copertine di Vanity Fair e del Venerdì di Repubblica, con torrenziale chiacchierata sul divano a casa di Natalia Aspesi, che le ha chiesto: «Non hai avuto figli, ti spiace?».
«Mi spiace moltissimo ed è l’unica cosa che vorrei dire a questo riguardo».
L’argomento è - comprensibilmente - tabù.
Quando Vanity Fair, febbraio 2025, le ha domandato: «Nel 2012 hai detto: “Mi preparo per la prova atletica più grande per una donna, avere un figlio”», la replica fu gelida: «Questa è una domanda che a un uomo che non ha figli non si fa mai, e mi chiedo perché. Gli anni in cui era in essere quell’idea, era più facile, ma li ho spesi male».
Gode della stima e della affettuosa considerazione di Sergio Mattarella, il che conferma che nessuno è perfetto.
Con un «fan» così, ovvio che Geppi con due «p» sia arrivata a concludere di potersi concedere qualunque battuta, in ogni dove.
Anche quando sede e occasione richiederebbero forse un altro standing, vedi alla voce Alessandro Giuli (per il quale non ho alcuna simpatia, come sa chi sa), maggio 2025, cerimonia di presentazione dei David di Donatello al Quirinale, così perculato: «Lei è l’unico ministro i cui interventi possono essere addirittura ascoltati al contrario come un disco dei Black Sabbath, e a volte migliorano».
Domanda: se tale esercizio di stile se lo fosse concesso, che so, quel «fascista» del comico Andrea Pucci nei confronti di un ministro dem come Dario Franceschini, tanto più al cospetto del capo dello Stato, riuscite a immaginare lo sturm und drang che si sarebbe scatenato, nevvero?
«È questo suo modo di essere, la capacità endemica della giocoliera che lancia le parole, senza mai farle cadere nel vuoto», ha commentato in brodo di giuggiole Beatrice Dondi sull’Espresso, «che le permette di sbriciolare un ministro della Cultura dietro l’altro», nientemeno.
Geppi Sbriciolator è entrata a far parte del laboratorio artistico di Zelig nel 2001, anno della laurea in legge alla Cattolica (a 28 anni, con calma).
Da allora non si è più fermata, «dimostrando la sua anima poliedrica», è scritto sul sito dell’agenzia del Caschetto di cui sopra, il boss delle cerimonie tv, «potente» per definizione (pigra: di dirigenti tv che lo subiscono, o che hanno con lui inconfessate corrispondenze di amorosi sensi professionali, e di conduttori e giornalisti che lo temono).
Sui propri inizi, lei in verità non ha dettagliato più di tanto.
Sicché, per apprendere di trascorsi con Alessandro Siani, ho dovuto inciampare in una di lui intervista, al Corriere della Sera il 18 marzo 2025: «Abbiamo fatto insieme la gavetta in un localino di cabaret dove non c’era nemmeno il camerino, eravamo un gruppo nutrito di comici, ma nutrito non è la parola giusta, perché facevamo la fame».
E il 13 aprile 2026 in quella di Lucio Wilson, che ha preso il posto di Carlo Taranto nel trio della Gialappa’s band: «Lei era a Milano per studiare, lavorava da un commercialista. Un giorno mi telefona: ciao, mi presento, sono Geppi, so che sei sardo come me e bazzichi lo Zelig, vorrei fare la comica, mi aiutti? Abbiamo iniziato a buttare giù pezzi insieme, così».
«La qualità in tv esiste ancora. Geppi Cucciari ha fatto un ottimo lavoro con Splendida cornice, un programma che funziona, intelligente, e con un’idea nuova», ha sentenziato Mia Ceran, in Rai con Tv talk, sulla Stampa il 15 maggio scorso.
Ma: davvero il mixare l’«alto» e il «basso» sarebbe inedito?
Il giochino era già praticato vent’anni fa a La7 da Niente di personale e Le invasioni barbariche.
Che Geppi con due «p» conosce perché nella stagione 2013 nel talk di Bignardi aveva una rubrica, Agenda Geppi.
Non per inzigare, ma Ceran fa parte, toh, della stessa scuderia di Geppi, la Itc del Caschetto-sempre-in-piedi.
Come Pif, al secolo Pierfrancesco Diliberto, che il 2 aprile, giorno di uscita del suo nuovo film, era ospite, toh, chez Geppi con due «p».
Come Fabio Volo, tornato in tv con Kong, su Rai 3, che è andato a presentare, toh, anche lui da Geppi con due «p», il 9 aprile.
Scriveva l’8 marzo 2012 Aldo Grasso sul Corriere, a proposito di G Day, in onda in quel momento su La7: «Mi dichiaro ufficialmente primo supporter di Geppi Cucciari».
Contento lui.
Che tuttavia avvertiva: «Per esaltare le doti precipue di Geppi, ci vogliono interlocutori sconosciuti, perché altrimenti si tende inevitabilmente al cazzeggio, come con Giovanni Floris (toh: anche lui rappresentato da Caschetto, la parentesi è mia). Sono tutti amici, fanno tutti parte della stessa compagnia di giro, non è il caso di infierire (e certe sere ci sono ospiti che meriterebbero di essere impalati, metaforicamente)», questa parentesi invece è proprio di Grasso, una rasoiata che nemmeno il Franti che è in me sarebbe stato capace di partorire.
Conclusione: «Geppi rischia il fazismo, la marketta occulta. Anche se quello più grande è di diventare un ufficio di collocamento della scuderia di Caschetto», come volevasi dimostrare.
Impeccabile Grasso.
Che coerentemente il 9 aprile scorso, insieme a Volo ed altri, era ospite di Splendida cornice (e non era neppure la prima volta), per parlare della sua ultima fatica letteraria, Cara televisione (Raffaele Cortina 2023), vabbè.
Il 16 aprile è stata la volta di un altro Grasso, Giovanni Grasso, portavoce di Mattarella e capo della comunicazione del Quirinale, in quanto autore del romanzo Finchè durerà la terra (Rizzoli, 2026).
Con lui Geppi con due «p» si è intrattenuta a proposito della grazia.
Quella a Nicole Minetti, il cui caso era deflagrato cinque giorni prima?
Macché: hanno amabilmente disquisito sul film La grazia di Paolo Sorrentino, e ciccia.
Non subito, ma «prima o poi mi candido in Sardegna», ha annunciato Geppi Sbriciolator.
L’anno scorso l’abbiamo vista intervenire sul referendum sul Jobs act.
Dove? Da Maria De Filippi ad Amici.
Voleva sensibilizzare i giovani: «Votare è una questione di principio».
«Ma perché? Non sono già abbastanza sensibili di loro?», si interrogherebbe oggi Francesco De Gregori, indispettito dal conformismo buonista.
Che essendo un tic, una posa, può essere clonato dall’algoritmo.
Masneri sul Foglio: il giorno in cui «un’Intelligenza artificiale di sinistra mischierà autonomamente la Costituzione più bella del mondo, Gaza, la santità delle librerie fisiche, il corpo delle donne... quanti posti di lavoro si perderanno?».
A si biri!










