Stop alle faide in nome del No. Le «toghe rosse» si assegnano il processo a Delmastro
Era il 7 settembre 2017. Da lì a poco Cascini sarebbe andato al Csm, sarebbe diventato procuratore aggiunto e il fratello sarebbe stato trasferito a Roma.
Quando le chat di Palamara, compresa questa, sono finite al Csm, in qualità di consigliere delegato alla Sezione disciplinare, Cascini le ha esaminate una per una e ha certamente letto anche questa.
Voi penserete che abbia chiuso tutti i rapporti con Auriemma, uno che era abituato a dire pane al pane e vino al vino (per esempio su Matteo Salvini, ebbe a dire: «Mi dispiace dover dire che non vedo veramente dove Salvini stia sbagliando» a proposito della linea sui porti chiusi).
Sembrerebbe di no. Infatti i due, il prossimo 18 marzo, rappresenteranno gomito a gomito le ragioni del No in un confronto con tre avvocati e un pm, Giuseppe Bianco, favorevoli al Sì. La tenzone si terrà nella sala consiliare della Provincia di Rieti, città in cui Auriemma è stato promosso procuratore e che quindi sarà il padrone di casa.
Chissà se uno dei rappresentanti del No tirerà fuori la chat della «fetta di culo», imperituro esempio di come la casta delle toghe, in nome dell’istinto di autoconservazione, sia capace di superare le vecchie frizioni e di ricompattarsi come una testuggine romana. In nome di quel Sistema che così bene distribuiva incarichi e promozioni ai magistrati sponsorizzati dalle correnti.
Di Cascini abbiamo già detto ieri, ma per capire come anche Auriemma intenda (o intendesse) il proprio ruolo di esponente di punta della corrente Unicost (il cui leader era Palamara) basta leggere un messaggio, che ricorda tanto una canzone di Elio e le storie tese: «Ma che avete fregato mio cugino a presidente di sezione senza neanche dirmelo? Tu (Palamara, ndr) come hai votato? Perché continuate a leccare Canzio (Giovanni, all’epoca membro di diritto del Csm essendo primo presidente della Cassazione, ndr) anche dopo l’accordo che ha fatto con i giudici amministrativi?».
Così ragionavano i vertici del Sistema (la maggior parte dei quali usciti indenni dalle forche caudine - si fa per dire - della Sezione disciplinare del Csm).
In queste ore i magistrati del Sì stanno setacciando le chat di Palamara proprio per dimostrare come i pistoni e i beneficiati del Sistema non siano stati messi da parte, ma anzi abbiano continuato a far carriera.
Auriemma era uno dei referenti di Lazio e dintorni di Unicost e divideva il ruolo di capataz territoriale con Marco Mancinetti. Entrambi, come Palamara, sono stati eletti al Csm.
Ieri il nome di Mancinetti circolava sulle bacheche di Facebook e nelle mail dei magistrati del Sì al referendum per alcune chat imbarazzanti. Il giudice oggi lavora in Corte d’Appello e a partire dal 22 aprile farà parte del collegio che giudicherà il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove. Il politico è stato condannato in primo grado dal Tribunale di Roma a otto mesi di reclusione per rivelazione di segreto d’ufficio. La sentenza, emessa nel 2025, riguarda la diffusione di informazioni riservate sui colloqui in carcere dell’anarchico Alfredo Cospito, utilizzate in Parlamento dal collega di partito Giovanni Donzelli.
Ma veniamo alle chat. Mancinetti si rivolse a Palamara per cercare la strada giusta per far ammettere il figlio alla facoltà di medicina dell’università di Tirana.
Per quella vicenda il giudice è stato iscritto sul registro degli indagati per istigazione alla corruzione, dal momento che il faccendiere Piero Amara aveva dichiarato che il magistrato avrebbe pagato una somma di denaro. Un’accusa che si è dimostrata falsa e per cui Amara è stato imputato per calunnia e poi assolto perché il pubblico ufficiale da lui ingiustamente accusato di avere incassato la mazzetta apparteneva a uno Stato estero.
Nella sentenza milanese di primo grado i messaggi e le intercettazioni concernenti la vicenda vengono così riassunti: «Tra il 7 e l’8 settembre 2017 emergevano i segnali dell’effettiva attivazione da parte di Palamara per l’accesso del figlio di Mancinetti all’Università di Tirana. […] Sempre dalla disamina della messaggistica Whatsapp emergeva uno scambio di messaggi tra Anna Maria Soldi, ex moglie di Mancinetti, e Palamara, volto a concordare un incontro per il successivo 25 settembre 2017, d’accordo con Mancinetti che nel frattempo sarebbe partito per Tirana. L’incontro veniva concordato alle ore 15.30 a Palazzo Montemartini». Dove la Soldi, oggi sostituto procuratore generale della Cassazione e suffragetta del No al referendum, incontrò anche Nicola Di Daniele, all’epoca dei fatti professore ordinario di Medicina Interna presso l’Università di Roma Tor Vergata.
In un’intercettazione Palamara critica la decisione di far partecipare solo la Soldi al summit: «Facciamo l’incontro io e Anna… cioè… tu ti rendi conto… come se io chiedo, vai per mio figlio… e non vengo io… io sono andato a fa’ questo… cioè tu lo sai chi so’ io per gli amici … cioè io mi butterei da un ponte…».
Per il giudice «evidentemente tali elementi documentavano in maniera incontrovertibile l’effettivo interessamento da parte di Palamara, per conto di Mancinetti, per l’iscrizione del figlio Enrico presso la facoltà di medicina dell’Università di “Nostra Signora del Buon Consiglio” di Tirana».
Alla fine a Mancinetti e Soldi non è stato contestato alcun illecito (anche se il primo, per tale vicenda, si è dimesso dal Csm) perché come sostiene Cascini «non tutto ciò che è sbagliato, è reato».
Ma dalle chat con Palamara riemergono messaggi che ci riportano ai giorni nostri e, persino, al processo Delmastro Delle Vedove.
In un messaggio Mancinetti fa capire che le carriere dei magistrati erano una sorta di Risiko. Qui più che i nomi citati, conta l’attitudine: «Luca fidati… lui indica Fimiani e Pezzullo e tale Leuzzi… fotte pure la Sangiorgio… così i romani votano entrambi e i napoletani solo la Pezzullo». Due settimane dopo Mancinetti torna alla carica: «Luca devi capire che io devo condividere e partecipare, se non accetti almeno questo allora non mi consenti di avere un ruolo. E ora invece inevitabilmente, io devo avere un ruolo. Scusa per le intemperanze, sono nervoso in questi giorni, ma il concetto di fondo rimane e non sragiono affatto».
Ma eccoci al momento clou. È l’autunno 2017 e Mancinetti, in veste di pizzardone romano, dirige il traffico delle nomine. Per esempio a dicembre scrive a Palamara: «Maria Vittoria Caprara da più parti viene considerata di Cartoni (consigliere del Csm, ndr). Lei è libera di fare quello che vuole, ma sta lì a 2.200 euro al mese in più da 5 anni con i voti di Unicost. Questo è intollerabile. Lei se ne deve andare via di lì». Ma la data più significativa è il 21 ottobre, quando Mancinetti prova a far saltare un «pacchetto» di Palamara (quando le correnti si accordano su più nomi): «Ti volevo dire: ma su Roma presidente di sezione Tribunale non potreste posticipare la Palmisano? Mandate Ciriaco e De Martiis in prima battuta… ne parlate con Monastero (in quel momento presidente del Tribunale, ndr) e con consenso di Palmisano…». Poi il giudice tira fuori l’argomento da usare con la collega: «Rinunciasse e aspettasse che se ne va Baldovino (De Sensi, ndr)… sono pochi mesi, poi si sistema per la vita, non c’è bisogno di fare questi strappi e sconvolgere gli equilibri, che non sarebbero mai più ripristinati».
Ecco le parole chiave: «Equilibri» e «sistemare». Ovviamente «per la vita».
In realtà Paola De Martiis, dopo essere stata travolta come candidata di bandiera nel plenum di dicembre, viene nominata nel febbraio successivo proprio insieme a Roberta Palmisano (votata all’unanimità), considerata una toga d’area progressista (è una delle firme della rivista telematica Giustizia Insieme, fondata e promossa dal Movimento per la Giustizia-Articolo 3, confluito nella corrente di Area). Nel 2024 il Csm l’ha promossa, di nuovo all’unanimità, questa volta presidente di sezione di Corte d’Appello.
Nella sua sezione, la terza, è la seconda più anziana e si occupa, tra l’altro, delle assegnazioni dei procedimenti con imputati liberi.
In Corte d’Appello non ci sono rigide griglie e assegnazioni automatiche come per i giudici delle indagini preliminari e per il primo grado. Anche se in teoria nel suo collegio dovrebbero sedersi il secondo giudice più anziano e il secondo più giovane della sezione. Ma quasi mai si rispettano queste tabelle. Ed ecco che al suo fianco adesso siede proprio Mancinetti, colui che aveva suggerito di farla aspettare un giro per poi farla sistemare per la vita.
Non sappiamo se la Palmisano abbia letto quel messaggio, ma di certo la presidente non avrebbe inserito nel proprio collegio, in barba alle tabelle, un giudice non di suo gradimento.
Come deve essere di suo gradimento anche il processo a Delmastro. In Appello, come detto, non vi sono criteri trasparenti di assegnazione accessibili alle difese, però, a quanto risulta alla Verità, il processo, riguardando un imputato libero, è stato assegnato dalla stessa Palmisano a sé stessa e quindi al collegio con Mancinetti e Alessandra Cuppone. Adesso bisognerà capire se Delmastro Delle Vedove, per cui la Procura di Roma aveva chiesto l’assoluzione, troverà un’altra Corte pronto a impallinarlo, come ha già fatto l’ottava sezione penale del Tribunale.
Dicono che sia stato promosso. Effettivamente fra il Vaticano a Roma e la diocesi di Lodz in Polonia non c’è partita. Accompagnato dalle sinfonie degli amici (dalle quali traspare una certa, sospetta malinconia), Konrad Krajewski noto come «cardinal Bolletta» si appresta a oltrepassare le Mura Leonine per tornare a casa.
L’Elemosiniere di papa Francesco è stato nominato da Leone XIV arcivescovo metropolita della quarta città polacca, dov’era nato 62 anni fa. È molto giovane per lasciare il cuore del cristianesimo con biglietto solo andata, ma davanti a certe «promozioni» non si può dire di no. Al suo posto, nella stretta cerchia del pontefice, entra il monsignore spagnolo Luis Marín de San Martín, sottosegretario della Segreteria del Sinodo, moderato, molto amico del Papa e agostiniano come lui.
La mossa è sorprendente e conferma il metodo Prevost, la volontà del Santo Padre di riequilibrare i poteri all’interno della Chiesa con discrezione e passo felpato, dopo la lunga ricreazione turbo-progressista dell’era Bergoglio. Krajewski non è un cardinale qualsiasi: nel 2005 fu uno dei pochi ammessi nella camera di papa Wojtyla al momento della morte e aiutò i tre infermieri a vestirlo. È stato nell’Ufficio delle celebrazioni liturgiche del pontefice, arcivescovo di Benevento, cerimoniere con Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Don Corrado, come lo chiamano tutti, non era mai stato un prete ribelle. Poi è diventato il braccio destro di Francesco come Elemosiniere. Una voce ascoltata nel cerchio magico, colui che ne interpretava lo stile e aveva il mandato di concretizzarne la filosofia: pauperismo oltre la carità, marketing mediatico oltre la discrezione. Non essendo gesuita, l’alto prelato polacco avvertiva la necessità di farsi accettare e più volte ha oltrepassato il confine della moderazione e del riserbo per dimostrare di essere all’altezza del compito.
Quando, nel maggio 2019, decise di calarsi in un vano dello stabile romano occupato in via di Santa Croce in Gerusalemme per riattaccare la corrente che era stata tolta per morosità (300.000 euro) dall’ente proprietario (l’Inpdap), in Vaticano il gesto di disobbedienza da centro sociale rimase sotto il pelo dell’acqua solo per spirito di colleganza e perché Francesco ci rise sopra. Ma le pietre della Santa Sede hanno buona memoria e ora lui sarà costretto a mettere in valigia anche pinze e cacciaviti. Si giustificò dicendo: «È stato un gesto disperato». Ma quel quadro elettrico fu percepito come una scelta di campo politica. Krajewski lasciò il suo biglietto da visita e disse che le bollette le avrebbe pagate lui; non accadde e non fu mai denunciato. Il gesto da Robin Hood improvvisato ha avuto delle conseguenze: oggi il Leonka romano occupato dal 2013 (9 piani, 450 abusivi) è un simbolo della sinistra gruppettara, impossibile da liberare. Lo Stato italiano è stato condannato a pagare 21 milioni di risarcimento alla società «Investire» per non averlo sgomberato. E quell’alleanza nell’illegalità del cardinale con lo Spin time labs e con il movimento Action guidato dall’ex consigliere comunale Andrea Lanzetta detto Tarzan, aprì la stagione onlus della Chiesa, applaudita da una parte politica ben precisa.
Da Elemosiniere, Krajewski si è segnalato per numerose iniziative umanitarie derivanti dal ruolo: l’aiuto diretto ai poveri e ai senzatetto della Capitale, l’organizzazione di mense per gli indigenti. Ha lasciato il suo appartamento a una famiglia di profughi siriani. Era una presenza instancabile nelle missioni all’estero, soprattutto nell’Ucraina occupata. Organizzava i convogli, guidava personalmente uno dei camion, affiancato dal compagno di avventure cardinal Michael Czerny. Nel settembre 2022, durante un viaggio a Zaporizhzhia, la carovana umanitaria è stata coinvolta in una sparatoria ma nessuno è rimasto ferito.
Gentile nell’approccio ma plateale nelle azioni, accusato all’interno di scarsa prudenza, non poteva entrare in sintonia con Leone XIV. Il cardinal Bolletta porta con sé un’altra colpa: non aver protetto papa Francesco dalla cricca di Luca Casarini, un vecchio arnese extraparlamentare, un mangiapreti che gestiva la locanda dello Sbirro Morto. L’allegra compagnia era entrata nelle sacre stanze per farsi finanziare con l’obolo dei fedeli (due milioni) le missioni di Mediterranea saving humans nella stagione della deificazione delle Ong.
Le intercettazioni dell’inchiesta della Procura di Ragusa rimangono una ferita aperta per la Santa Sede. E quando Casarini - accusato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina - scrive in una chat «O riuscivamo a fare ’sta roba per pagare l’affitto di casa e la separazione, oppure mi me dovevo andare a lavorar in un bar», a Krajewski dev’essere venuto un mancamento. Perché a sponsorizzare la creativa raccolta fondi, e con il grado più alto, c’era lui, l’Elemosiniere.
Gli è andata meglio con Open Arms, involontariamente scagionato da don Mattia Ferrari, il cappellano di bordo di Mediterranea. In una conversazione rivelò: «Quando papa Francesco ha pagato Open Arms (la nave per cui Matteo Salvini è finito sotto processo a Palermo, ndr), i fondi non erano passati per Krajewski ma erano arrivati direttamente da lui». In seguito, con il supporto del presidente della Cei, Matteo Zuppi, il cardinale polacco avrebbe aperto al medesimo Casarini (neanche fosse un apostolo ritrovato) le porte della Conferenza episcopale come testimonial di carità cristiana. Ora don Corrado torna a Lodz, dove aveva cominciato da vicario. Però è stato promosso.
«Non è un referendum contro la magistratura. Se fosse contro, noi avvocati saremmo contrari: non limita l’autonomia e l’indipendenza dei magistrati perché per noi sono valori di democrazia. Questa riforma, invece, libera il giudice dalla pressione che viene fatta dall’ufficio del pubblico ministero che sottomette l’avvocatura rispetto alle altre due parti del processo».
Così Francesco Greco, presidente del Consiglio Nazionale Forense, a margine dell’inaugurazione dell’anno giudiziario 2026 a Roma.
«È una riforma di libertà, è una riforma che serve a mettere alla pari l’Italia agli altri Paesi europei a democrazia avanzata, dove le carriere sono separate da sempre — aggiunge —. Soltanto Turchia, Bulgaria e Romania hanno le carriere così come in Italia. L’Italia non ha come fiore all’occhiello la giustizia, quindi dobbiamo fare questo passaggio per far sì che l’Italia sia come tutti gli altri Stati europei».
Ho vissuto le vicende dell’Associazione nazionale magistrati fin dai tempi del cosiddetto «caso Palamara». Già pm al tempo della Brigate rosse, quando prendevo il tram tutti i giorni, senza scorta, ho poi proseguito la mia carriera come giudice penale. Avendo la specializzazione in prevenzione infortuni e tutela del lavoro, spesso mi son trovata a giudicare amministratori pubblici, sindaci e assessori.
Ai giornalisti che mi chiedevano se sapessi il loro colore politico, ho sempre risposto che non mi interessava, così sono stata definita a volte come estremista di destra o di sinistra, secondo i casi. Non mi son mai occupata di politica, perché amministrare la giustizia vuol dire offrire un servizio alla collettività, non ricercare potere o visibilità. Questo è uno dei motivi per cui mi sono schierata da tempo per il sorteggio dei giudici che devono esser componenti del Consiglio superiore della magistratura e, oggi, per il Sì al referendum. Il fatto che già quattro anni prima di ogni elezione le varie correnti abbiano i loro candidati «in pectore» porta a ritenere di tutta evidenza che esiste una forma di «mandato diretto» dalle singole correnti ai componenti che verranno eletti. Questa osmosi può essere eliminata attraverso il sorteggio.
Quale il vantaggio? Finisce la cooptazione e si inserisce un elemento di democrazia, già ritenuto indispensabile da Aristotele, fino a Rousseau e Montesquieu, per rendere effettiva la separazione dei poteri, indispensabile per la democrazia stessa. Questo renderà più liberi i magistrati, specie i più giovani, evitandogli di doversi inserire in una corrente per poter avere sicurezza di una carriera serena e consentendogli di gestire finalmente in piena autonomia la giurisdizione loro attribuita. Il criterio per l’attribuzione di incarichi direttivi, che prevedeva come preferenziale l’unico effettivamente oggettivo, «l’anzianità senza demerito», è stato abolito consentendo in tal modo alle correnti di promuovere coloro che erano ideologicamente più vicini e affidabili, aumentando la discrezionalità delle correnti e la spartizione delle influenze. Con il sorteggio si viene a sminuire in modo significativo il legame diretto fra correnti e Csm, dando respiro a quei giudici indipendenti che si battono per una magistratura veramente terza e garante di equidistanza ed equilibrio per tutti i cittadini. Nel 2022 un referendum interno all’Anm aveva certificato che il 42% dei magistrati era favorevole al sorteggio e, in passato, numerosi governi di sinistra hanno inserito nel proprio programma elettorale il sorteggio.
Qualcuno ha affermato che potrebbe essere rischioso affidare a giudici «non qualificati» l’attività svolta nel Csm, tuttavia occorre fare due osservazioni. Quale garanzia dà un giudice scelto da una corrente più per le sue qualità «comunicative» e di «buon soldatino» che per competenza e terzietà? I giudici che possono esser nominati o scelti per il Csm devono avere un’anzianità di almeno 12 anni e questa mi pare una garanzia di competenza nell’organizzazione interna del sistema giustizia, certamente maggiore rispetto a quella ideologica. Un giudice che può interferire pesantemente nella vita di imputati, parti lese e rapporti fra i cittadini può essere definito incapace di gestire la carriera dei colleghi con raziocinio e obiettività? Se un giudice sorteggiato non si sente all’altezza, potrà non accettare l’incarico, mentre chi viene scelto e sponsorizzato nella propria campagna elettorale da una corrente, può essere veramente terzo, dovendo decidere fra più aspiranti a una promozione o avanzamenti di carriera?
Negli anni passati non sono mancati gli scambi di favori fra gli aderenti alle correnti, secondo il principio sempre valido «io faccio un favore a te e tu ne fai uno a me», ma anche le bocciature eccellenti come quella di Giovanni Falcone, sconfitto e isolato dal punto di vista professionale dal Csm nel 1988, nonostante fosse un pioniere del pool Antimafia. Da qui le conseguenti limitazioni per il suo metodo investigativo. Le sue idee furono definite come «antidemocratiche» dalla stessa Anm e fu ostacolata e criticata la sua nomina a Procuratore nazionale antimafia fino alla sua tragica scomparsa nel 1992. Non pare sufficiente il mea culpa odierno per ritenere che il metodo correntizio sia terminato e l’attuale presa di posizione dell’Anm sulla normativa appare ispirata alla strenua conservazione del potere para-politico acquisito più che volta alla difesa effettiva dei principi democratici della Costituzione.
Interessante è in particolare il richiamo fatto dal nuovo articolo 105 della Costituzione alla «valutazione di professionalità» in sostituzione della dizione «promozioni», che sottende una disamina approfondita dei provvedimenti del singolo magistrato non solo numerica, ma anche e soprattutto di aderenza alle norme, come maggior tutela del cittadino di fronte alla legge.
L’articolo 111, riformato nel 1999, sancisce il principio del giusto processo, affermando che occorre il contraddittorio delle parti in condizioni di parità davanti a un giudice terzo e imparziale. L’attuale riforma viene a dar concretezza a questa affermazione separando l’accusa dal giudicante. Troppo spesso, per esperienza personale, specie in secondo grado, ho constatato, nelle sentenze dei giudici di merito, un appiattimento sulle argomentazioni dei pubblici ministeri, motivando anche solo con stralci delle conclusioni dell’accusa, senza nessun ragionamento e motivazione propria sulla scelta fra condanna o assoluzione. A questo punto appare chiaro che un giudice terzo è importante, come lo è l’arbitro in una partita di calcio, che non è il dodicesimo uomo, a seconda delle simpatie o convenienze, ma colui che decide secondo equità senza far il tifo per l’amico di corrente.
In più, il sorteggio non è estraneo al nostro ordinamento: viene utilizzato per scegliere i giudici che devono valutare il presidente della Repubblica in caso di messa in stato d’accusa, per selezionare i membri del tribunale dei ministri, per comporre la giuria popolare della Corte d’Assise, per individuare i revisori dei conti o formare le commissioni dei concorsi pubblici, le commissioni d’esame dei futuri magistrati, dei concorsi universitari, quelle aggiudicatrici degli appalti. Tutti sanno che il sorteggio, per assegnare cariche pubbliche o formare organi deliberativi, ha l’obiettivo di ridurre la corruzione e le lobby e viene descritto infatti, come una forma di «igiene istituzionale».
Al proposito ricordo un episodio personale, quantomeno singolare. Avendo dato disponibilità per esser nominata nella rosa dei candidati fra cui scegliere con sorteggio gli esaminatori e avendo tutti i titoli per tale nomina, come risultava dal mio curriculum, mi veniva comunicato dalla segreteria di un componente del Csm che ero stata inserita nell’elenco. Ma il giorno successivo il mio nome era stranamente scomparso. Lo stesso membro del Csm, da me interpellato, mi assicurò che il giorno prima lo aveva visto sicuramente. Lascio a chi legge ipotizzare che cosa possa essere accaduto. Con tutta evidenza il mio era un nome sgradito e poco adatto a giudicare i giovani magistrati secondo specifici orientamenti che, con la giustizia, temo, abbiano poco da spartire.
Passando al tema dell’Alta Corte di giustizia, la riforma non tocca le percentuali di membri togati e non togati, sotto la direzione imparziale del presidente della Repubblica, cui spetta la nomina di tre giudici. Avere un organismo diverso da quello che decide sulle carriere è importante per ottenere un’effettiva responsabilizzazione dei magistrati riguardo alle proprie sentenze, che devono essere frutto di ragionamenti lineari, esenti da protagonismo o da ispirazioni politiche. Spesso abbiamo visto come campagne di accusa prima hanno squassato la vita dei cittadini e poi, in anni successivi, sono finite nel nulla (il caso di Enzo Tortora è l’emblema di questo malcostume), senza che siano seguite le giuste sanzioni. I magistrati che hanno giudicato Tortora hanno fatto tutti splendide carriere, quelli che si intrattenevano con Palamara, fra autorizzazioni a procedere negate e aut aut all’uso di intercettazioni o interrogatori e testimonianze, hanno proseguito la carriera sotto l’ala protettrice delle correnti. Additando Palamara come unico responsabile e capro espiatorio, pur avendone condiviso l’opera, sono stati nominati al Csm o hanno intrapreso la carriera politica.
Occorre porre fine a questo malvezzo di proteggersi all’interno di una professione, purtroppo comune a troppi Ordini, specie in un settore così delicato come la magistratura, che giudica e influisce pesantemente con le proprie decisioni sulla vita non solo di imputati, ma di famiglie, della collettività, lasciando negletta la giustizia spicciola che non fa notizia, pur essendo quella che la gente comune vuole: un giudizio giusto, equo e imparziale, con un giudice che svolge un servizio: rendere a ciascuno il suo, anche nei processi che danno poca visibilità. Conosco tanti magistrati, di cui non sentirete mai il nome al di fuori delle aule di tribunale, che lavorano quotidianamente con abnegazione perché, come me, credono nella giustizia. Potete chiamarli «peones» e si distinguono da quelli che, invece, privilegiano al lavoro le pubbliche relazioni, trovando ampio spazio nelle correnti dell’Anm. I giovani giudici, lungi dall’aver timore per questa riforma come ipotizzato da una collega, saranno finalmente liberi di render giustizia secondo le norme e la propria coscienza e non per compiacere coloro da cui dipende la loro carriera.
Non sono pochi i magistrati che sono favorevoli al Sì: la verità è che molti, come tanti mi hanno confidato, non osano dichiararsi apertamente per paura di ritorsioni. Purtroppo, oggi, se non si è simpatizzanti o iscritti a una corrente, più facilmente si viene attaccati nella propria professionalità, anche attraverso monitoraggi nascosti dei provvedimenti dei magistrati sgraditi.
Questo referendum, quindi, non tradisce i Padri costituenti, ma attua il giusto processo accusatorio, con una netta separazione dei ruoli, riscontrabile in ben 23 Stati della Comunità europea, senza dovere evocare Putin o altri dittatori. Nella nuova dizione non vengono toccati gli articoli che confermano che la magistratura è un organo autonomo e indipendente da ogni altro potere, i magistrati sono inamovibili e il pubblico ministero gode delle garanzie stabilite dalle norme sull’ordinamento giudiziario. Di fronte a queste considerazioni, appare evidente come debba essere espresso un Sì convinto alle norme modificate, per una giustizia equilibrata e rispondente alle aspettative di tutti coloro che, per qualsiasi motivo, non solo come imputati, debbono ricorre al tribunale per avere quella giustizia, rappresentata, è vero, come cieca, ma con una bilancia in mano, simbolo della sua equidistanza dalle parti.










