La burocrazia europea continua nel suo fondamentalismo green e sforna ciclicamente normative a danno dei consumatori. L’ultimo esempio di cui si discute in questi giorni è la direttiva europea Sup (Single use plastic) in materia di plastica, in base alla quale le bottiglie di Pet devono contenere (già dall’anno scorso) almeno il 25% di plastica riciclata, percentuale che aumenterà al 30% dal 2030.
L’obbligo previsto dalla legge che ha recepito la direttiva, dovrà essere raggiunto come media del singolo Paese, cioè come media di tutte le bottiglie in Pet immesse al consumo nel territorio nazionale ogni anno. Ma questo criterio non sta funzionando perché metterebbe alcune aziende, in particolare le medio-piccole, a dover sostenere costi fuori mercato. Infatti, il prezzo del R-Pet (la plastica riciclata) è quasi il doppio del prezzo del cosiddetto Pet vergine: parliamo di 1600 euro contro 800 euro alla tonnellata. Sicché le imprese che utilizzano come previsto la plastica riciclata, la importano da Paesi terzi perché il prezzo è di poco più alto del Pet vergine.
La Commissione Ue sta pensando di cambiare il criterio di calcolo ponendo l’obbligo del 25% in capo a ogni operatore e quindi nei fatti, a ogni impianto produttivo, abolendo il criterio della «media Paese».
Secondo quanto emerge dalla bozza più aggiornata di un documento tecnico della Commissione per i dati sul contenuto di plastica riciclata nelle bottiglie per bevande monouso, Bruxelles sta pensando a una ulteriore preoccupante prescrizione: quella di escludere dal conteggio del 25%, da subito e almeno fino a novembre 2027, il Pet riciclato (R-Pet) di origine extra Ue, cioè quello che oggi ampiamente le aziende produttrici di bottiglie di plastica comprano all’estero.
«È una misura protezionistica, non si è mai vista una cosa del genere. Lede la libertà d’impresa poiché un’azienda acquista la materia prima dove ritiene sia più vantaggioso, dove la paga meno, prevedendo, è ovvio, tutte le specifiche di qualità», afferma il vicepresidente di Mineracqua, Ettore Fortuna e avverte: «Questa misura rischia di far salire ulteriormente i prezzi della R-Pet che già oggi, come si è visto, ha valutazioni doppie rispetto a quella vergine. È un esempio di burocrazia negativa che ancora persiste a Bruxelles, è lo strascico della riforma del Green Deal che è tutta ideologica. I governi sono riusciti a mitigare le norme green sull’automotive ma sull’alimentare non è stato fatto niente. Basta pensare che stiamo discutendo da mesi a Bruxelles sul fardello, cioè quell’involucro che compatta una serie di sei bottiglie per trasportarle. Ora il regolamento prevede che il fardello si possa utilizzare per far uscire le bottiglie dallo stabilimento ma quando arriva al supermercato deve essere spaccato e la distribuzione deve mandarlo al riciclo. Ma il consumatore come porta via le bottiglie? Quel modo di confezionare le bottiglie è funzionale al trasporto ma non lo si vuole capire. I burocrati di Bruxelles ci hanno obiettato che è fatto per vendere di più, ignorando che serve a proteggere le bottiglie».
Tornando alla misura sulla plastica, sta generando grande agitazione nel settore perché si avvicina la decisione finale che dovrebbe essere adottata il prossimo 6 febbraio in una riunione con i rappresentanti di tutti gli Stati membri. Una iniziativa che rischia di mettere in contrapposizione i produttori europei di plastica riciclata contro quelli di bottiglie Pet con ricadute non facilissime da quantificare ma non irrilevanti sui bilanci dei consumatori. È ovvio che i maggiori costi saranno scaricati sulle famiglie. Fortuna non fa una stima. «Dipenderà dal prezzo che i riciclatori europei faranno. Quando avranno l’esclusiva o ci sarà una limitazione delle importazioni extra Ue, comanderanno loro sui prezzi» afferma. Se volessimo azzardare un calcolo, ipotizzando 2 centesimi in più per ogni bottiglia di acqua minerale e un consumo di 2 litri a testa giornalieri, per una famiglia di quattro persone possiamo immaginare un aggravio di circa 60 euro l’anno. In più c’è da considerare che questo aumento delle bottiglie inciderebbe diversamente sulle produzioni, penalizzando in maniera percentualmente più significativa, l’acqua minerale con listino largamente accessibile.
Per questo, Enrico Zoppas, presidente di Mineracqua, la federazione delle acque minerali e di sorgente, aderente a Confindustria, si è rivolto direttamente al ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin. In una lettera che La Verità ha potuto visionare, ha espresso tutta la preoccupazione per il divieto di utilizzo del Pet riciclato proveniente da Paesi extra Ue. Questo divieto, spiega Mineracqua, inciderebbe in misura significativa sulla disponibilità del materiale con il rischio che la domanda di Pet riciclato non possa essere interamente soddisfatta dalle aziende europee e la conseguenza logica di vedere aumentare il prezzo con ricadute dirette sulle imprese e sui consumatori. Mineracqua fa poi presente al ministro che questa misura, inciderebbe sulla libertà di iniziativa delle imprese che utilizzano Pet riciclato impedendo loro di acquistare e utilizzare materiale riciclato a un prezzo più competitivo.
La giustizia disciplinare nei confronti dei magistrati procede a ritmo di lumaca. Le toghe che sbagliano, salvo nel caso di Luca Palamara, vengono giudicate con tempi biblici e spesso non di pari passo con gli avanzamenti di carriera che, invece, procedono senza ostacoli. E così i giudici, prima di subire una condanna, hanno tutto il tempo di vedere crescere (automaticamente, in base all’anzianità) il proprio stipendio e, come succede, di dimettersi dalla magistratura prima dell’arrivo della condanna.
In più, negli ultimi anni, la sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura ha registrato un notevole aumento dei rinvii e, di conseguenza, del costo dei procedimenti (appesantito, per esempio, dalla convocazione di testimoni e spostamento delle udienze).
Nel 2025, su 80 azioni disciplinari definite sono arrivate solo 35 condanne. Un numero che fa a pugni con la montagna di denaro che il governo deve pagare ogni anno ai cittadini per riparare i casi di ingiusta detenzione: 26,9 milioni di euro nel 2024, 27,8 nel 2023 e 27,4 nel 2022 (fonte Ministero dell’Economia e delle Finanze). Gli ultimi dati sulle azioni disciplinari sono contenuti nell’intervento sull’amministrazione della Giustizia preparato dal procuratore generale della Cassazione, Pietro Gaeta, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario.
Dalle tabelle apprendiamo che le rare sanzioni subite dai magistrati partono da procedimenti che prima di prendere corpo devono superare filtri severi. Infatti, se sono moltissimi gli esposti che giungono alla Procura generale della Cassazione (per esempio nel 2025 sono stati 1.587), la maggior parte di queste denunce (laddove siano considerate «notizie non circostanziate» o che non riguardano magistrati ordinari) vengono definite con uno stringato provvedimento che finisce tra gli atti di segreteria (1.067 l’anno scorso). Gli estremi, in tal caso, sono inviati, con una sintetica descrizione, al ministro della Giustizia. Questo tipo di archiviazione disciplinare non passa per un giudice che potrebbe anche rigettare la richiesta come nel giudizio penale. Quando viene avviata l’azione disciplinare può arrivare, comunque, l’archiviazione, ma deve passare per il Csm che, come il gip, può non condividere e ordinare l’imputazione coatta. L’anno scorso hanno superato questa prima ghigliottina appena 520 denunce su 1.587 e, alla fine dell’anno, l’azione disciplinare è stata richiesta solo 76 volte (43 volte dal pg Gaeta e 33 dal ministro Carlo Nordio), un dato che rappresenta il 14, 6 per cento delle 520 iscrizioni di procedimenti predisciplinari. Nel 2025 risultano ancora pendenti in Procura generale 461 notizie di illecito (un numero in linea con gli anni precedenti). Da un’altra tabella apprendiamo che l’azione è stata promossa contro 38 magistrati (12 pm, 26 giudici), un numero molto più basso di quelli coinvolti negli anni precedenti (58 nel 2024, 66 nel 2023) e in particolare nel biennio del cosiddetto caso Palamara (84 e 79) o nel 2017 (98). Numeri comunque risibili se confrontati con le denunce. Sono davvero tutte così campate per aria o tra colleghi si tende a non essere troppo severi? Si tratta comunque di cifre che non possono non suscitare qualche riflessione e dare argomenti a chi, per esempio i sostenitori della riforma Nordio, ritengono che serva un’Alta corte disciplinare al di fuori della giurisdizione.
Infatti i magistrati in Italia sono 9.192 (di cui 6.898 giudicanti e 2.294 requirenti) e quindi, a voler fare un conto grossolano, nel 2025, per ogni sei magistrati è stata presentata una denuncia. Eppure solo lo 0,7 per cento di loro risulta sottoposto a procedimento disciplinare nel 2025. Certo qualcuno obietterà che per il disciplinare dei magistrati occorre considerare che spesso i cittadini, come i tifosi di calcio con l’arbitro, si considerano vittime di illecito quando perdono una causa che ritenevamo di aver ottime ragioni per vincere. Quindi moltissime notizie di reato sono infondate per questo motivo, quando non provengono da squilibrati e querelomani. Semmai il dato interessante è che la tanto temuta iniziativa disciplinare del ministro continua a essere, quantitativamente, poco significativa, e questo, in teoria, è un dato che può essere letto come rassicurante anche rispetto alla riforma perché è evidente che non solo la Procura generale, ma anche il ministro opera una grande selezione a monte ed esercita l’azione disciplinare solo in pochi casi ritenuti gravi.
Nel 2025, come detto, su 76 azioni disciplinari solo il 43,4 per cento è stata avviata su iniziativa di Nordio, mentre il 56,6 è partita da Gaeta. Nel biennio precedente, sempre con questo governo, il Guardasigilli ha promosso il 33,8 e il 26,7 per cento delle azioni. Complessivamente ministro e pg ne hanno fatte partire 80 nel 2024 e 90 nel 2023. Non esattamente numeri da purga. L’anno scorso il Csm, in pratica il tribunale di questo tipo di procedimenti, ha emesso 154 provvedimenti. Di questi 118 sono state decisioni: 35 condanne, 31 assoluzioni, 52 ordinanze di non luogo a procedere. In quest’ultimo caso in 24 occasioni il magistrato ha lasciato l’ordine giudiziario, quasi sempre per dimissioni volontarie, in 13 è scattata l’esimente della scarsa rilevanza del fatto. Ventisei magistrati hanno ottenuto, invece, l’applicazione dell’istituto della riabilitazione. Il perdono è toccato a un numero di toghe di poco inferiore a quello dei condannati. A questi ultimi è quasi sempre toccato un buffetto: nel 2025, una ha ricevuto un ammonimento, 19 la censura, sette la perdita di anzianità, quattro sono state sospese dalle funzioni e altrettante sono state rimosse. Tale decisione è quasi sempre la conseguenza di una condanna penale di una certa rilevanza (anche se Palamara, per esempio, è stato espulso dalla magistratura prima del suo patteggiamento davanti al tribunale di Perugia).
Nella relazione ci sono anche altri numeri interessanti. Si scopre che i magistrati sotto procedimento disciplinare sono soprattutto quelli delle grandi città (l’11,8 per cento fa parte del distretto di Roma, il 10,3 di Milano, l’8,8 di Torino e Bari, il 5,9 di Napoli). Ovviamente la percentuale si abbassa se il numero è parametrato ai magistrati in servizio nell’area (l’incidenza di Milano scende a 0,9 e quella di Torino a 1,1). Più birichine le toghe di Ancona che hanno una media di 2,2 toghe incolpate ogni 100 in servizio e il 5,9 del totale (come Napoli, ma anche Lecce e Salerno). Nei procedimenti le contestazioni più frequenti sono i «reiterati, gravi e ingiustificati ritardi» e la «grave violazione di legge determinata da ignoranza e negligenza inescusabile». Ma c’è anche chi è accusato di avere leso l’immagine della magistratura commettendo reati penali o, al di fuori delle funzioni, di avere utilizzato il proprio ruolo «per conseguire vantaggi ingiusti per sé o per altri» o di avere svolto «incarichi extragiudiziari non autorizzati». Solo a un magistrato, l’anno scorso, è stato contestato di avere divulgato atti coperti da segreto. Per quanto riguarda il genere, le donne, pur essendo la maggioranza delle toghe (il 57 per cento del totale), subiscono meno procedimenti disciplinari, anche se, nel 2025, il numero di azioni nei loro confronti è aumentato (le incolpate sono passate dal 33,3 per cento al 38,2). Pare di capire che pure in questo settore poco commendevole le signore abbiano intrapreso il cammino della parità.
Il fascino delle destinazioni emblematiche esercita un’attrazione fatale sui viaggiatori. Pura illusione pensare di scardinare il desiderio di osservare un tramonto a Santorini, ammirare la Sagrada Familia, fotografare i Faraglioni di Capri o sfilare lungo La Croisette. Ma come evitare di finire in mezzo alla folla nelle destinazioni super gettonate?
Costa Crociere attracca, sì, ai porti agognati, ma affina l’approfondimento culturale ed emotivo di ogni tappa con deviazioni più sostenibili in mare e a terra. Con l’aiuto della tecnologia nella personalizzazione del viaggio, l’innovazione tramuta un istante unico in un ricordo felice e duraturo. Il nuovo futuro crocieristico, condensato nel motto «a World of Wonder», integra la prospettiva inusuale e sorprendente delle mete attraversate e dell’intrattenimento a bordo all’apertura di nuove rotte e al rinnovamento della flotta. Aggiornate in ottica sostenibile, le nove navi Costa si arricchiscono di nuove isole gastronomiche, come la pizzeria Pummid’oro, il sushi bar Sushino at Costa e la formula della piastra giapponese con showcooking Teppanyaki, e di suite e ambienti esterni ridisegnati per migliorarne il comfort. Riponendo al centro la navigazione, intesa come un viaggio senza fretta, la dimensione multisensoriale della crociera armonizza mare e terra, notte e giorno, luoghi e spirito dei viaggiatori. Da qui nasce l’intuizione di navigare virtualmente in un mare di proposte attraverso la piattaforma digitale Sea & Land Wonder Platform, «un continuum di meraviglia che costruisce la perfetta connessione tra ciò che accade a bordo e ciò che avviene a terra» spiega Francesco Muglia, Chief Commercial Officer, Senior VP Costa Crociere.
Le escursioni a terra si articolano in tour complessivi sulla località, approfondimenti delle peculiarità e attività fuori dal comune o adatte alle famiglie. Tornati a bordo, il tempo cambia frequenza al ritmo delle esperienze intensamente aggrappate alle località e si ferma per coglierne l’attimo essenziale in mezzo al mare. Quest’estate, nell’itinerario Mediterraneo Occidentale si sbarca a Golfo Aranci dalla rada di Costa Pacifica, raggiungendo l’emozione di un tuffo nelle acque dell’isola di Tavolara al tramonto. Sempre negli anfratti più suggestivi del Mediterraneo, il protagonista più solcato sia dalle crociere settimanali sia dalle mini-crociere di quattro giorni di i Costa Fascinosa, la partenza speciale di metà agosto con Costa Pacifica omaggia l’eclissi solare da un punto di osservazione irripetibile alle Baleari. La connessione con le coste lambite dal Mare Nostrum si estende con un tour in Mehari tra i paesaggi di Cassis, un giro in Vespa per Roma o una divertente caccia al murales per il quartiere Panier di Marsiglia, cimentandosi nella tecnica incoraggiati da un assaggio di Pastis. Nel 2026, la collezione Sea & Land moltiplica le occasioni di contatto con la meraviglia anche oltre le Colonne d’Ercole, in Estremo Oriente, America centrale e Nord Europa. Lì, Costa Favolosa potenzia la maestà naturale dei fiordi Geirangerfjord e Nærøyfjord, Patrimonio UNESCO, con una meditazione all’alba scandita dallo scroscio delle cascate delle Sette Sorelle, mentre in autunno la Crociera Costa Club va a caccia dell’aurora boreale. Nelle medesime stagioni, ma distante 8 mila km, Costa Serena circumnaviga il Giappone fotografando baie metropolitane e tramonti all’orizzonte del vulcano Sakurajima.
Tra le novità caraibiche spicca il debutto delle due «destinazione nella destinazione» di Samanà e Cabo Rojo, un'area di giungla, dune, acque turchesi e antiche cave nel sud-ovest della Repubblica Dominicana, famosa per l’incontaminata Bahía de las Águilas e il Parco Nazionale di Jaragua, a cui si accede con un porto esclusivo per le crociere. Il racconto emozionale non svanisce levando l’ancora, si concretizza nei piatti dell’imponente offerta ristorativa – rinnovata con un menù stellato a sei mani nel Ristorante Archipelago - o nei party a tema tra i 12 e i 19 ponti passeggeri, tra un gyoza appena preparato e un rum puro o con ghiaccio. Impera il binomio di qualità e intensità di ciò che si fa, dove «l’ambiente diventa parte integrante dell’esperienza con eventi irripetibili, che raccontano la volontà di esaltare la bellezza del mondo e portarla dentro ogni momento della crociera» secondo Luigi Stefanelli, VP Worldwide Sales Costa Crociere. Info: www.costacrociere.it.
Cognome e nome: Fiorello Rosario Tindaro. «Lo showman più completo che la tv italiana abbia mai avuto», per Aldo Grasso. «Permaloso», «ossessionato dal consenso», nella vita di tutti i giorni ben diverso dall’uomo che appare sul palco, per Selvaggia Lucarelli, al centro di una querelle con lui ai tempi di Sanremo 2020.
Per gli smemorati: Tiziano Ferro dal palco dell’Ariston fece una battuta in diretta sui troppi interventi di «Fiore» al Festival: «Hashtag #Fiorellostattezitto». Fiorello non gradì, Amadeus corse in soccorso dell’amico: «Io proporrei piuttosto #Fiorelloparlaquantovuoi».
Troppo poco, per un incontinente Stefano Coletta, direttore di Rai 1: «Senza Fiorello diventiamo tutti orfani a qualsiasi età», urca, «lanciamo #FiorellopersempreaSanremo». Fiorello cercò Lucarelli per sfogarsi, accusandola poi di aver tradito la sua fiducia.
Replica della presunta scostumata: «Non lo frequento, non siamo amici, ci siamo sentiti una sola volta cinque anni fa, mi ha chiamato lui per contestare un mio articolo, gli ho replicato che non gradivo i suoi toni, e comunque non mi ha mai chiesto che la telefonata rimanesse segreta».
Lucarelli è tornata alla carica alla vigilia dello scorso Natale, attaccandolo sul caso Corona: «“Ti salutiamo, ti vogliamo bene!”. Fiorello ieri se la rideva nel suo programma La Pennicanza su Rai Radio 2. Videochiamava l’ex detenuto per sbellicarsi tra applausi ed entusiasmo del pubblico dopo lo scoop su Alfonso Signorini» (e chissà se quest’ultimo ripeterebbe oggi il giudizio formulato il 26 novembre 2018 con Tony Damascelli del Giornale: «Amo l’intelligenza, la leggerezza, la genialità di Fiorello»). Episodio che, toh, è sfuggito a Grasso, quando il critico del Corriere della Sera, lo scorso 12 gennaio, ha stroncato il documentario Netflix su Corona.
Come esempio dell’implicita complicità dei tanti che faticano a «chiamare le cose con il loro nome, specie se siamo di fronte a ricatti o estorsioni», ha rievocato la volta in cui Maurizio Costanzo chiuse brutalmente la bocca a Roberto D’Agostino, inventore del sito Dagospia, «reo» di aver osato sostenere che i reati commessi da «Furbizio» non gli consentivano di essere esempio di alcunché.
Si citano i morti per non infastidire i vivi, si potrebbe inzigare. Dagospia invece ha messo Fiorello nel mirino: «Come fa a ospitare l’ex galeotto, lo sciacallo del web, per lo squallido scoop su Alfonsina La Pazza messo in piedi per arricchirsi?».
Non basta.
Il 22 gennaio il sito spara una «foto-flash», postata peraltro dallo stesso Fiore, in cui lo si vede preparare un piatto di pasta: «Ma Fiorello in Rai si sente il padrone di casa? Sono due giorni che cucina nella sua stanzetta di via Asiago, anche se è vietato dalle regole aziendali. Non può spadroneggiare come gli pare, nonostante la Rai con lui sia sempre appecoronata».
Il giorno dopo Fiorello in diretta - «con il solito tono malmostoso di chi si sente intoccabile» (Dagospia) - carica a testa bassa: «Cialtrone!». D’Agostino squaderna allora il lungo elenco delle norme Rai in materia. E Fiorello avanza rinculando: «Io sono fumantino, lo è anche Dagospia. Sai i due cani che s’incontrano, baubau e l’altro fa baubau, però poi non si mordono, perché alla fine si stimano?».
Un dietrofront non molto dissimile da quello con Bruno Vespa, quando Fiorello aveva tuittato: «Nooo, hanno tolto una serata a Vespa! Se gli avessero tolto un rene avrebbe sofferto di meno!». Il conduttore di Porta a Porta lo aveva infilzato: «Se avessero tolto a te un rene quando hai investito quel poveraccio, avresti fatto una battuta migliore», con riferimento all’incidente motociclistico che aveva coinvolto un pensionato, la figlia: «Mio padre centrato sulle strisce mentre attraversava», Repubblica del 3 marzo 2014.
Duelli verbali conclusi con il calumet della pace, sia con Vespa sia con D’Agostino.
Sotterrato il fornelletto della discordia, però, Fiorello torna sulle nuove «rivelazioni» di Furbizio: «Noi siamo solo spettatori, e da spettatori è meraviglioso», che è un po’ come farsi un selfie sorridendo a 32 denti mentre sullo sfondo c’è un maranza che con un machete minaccia i passanti. E Dagospia: «Se Corona sputtana (senza prove) Signorini, Gerry Scotti e tele-compagnia, Fiorello gongola? E se Corona avesse messo lui nel mirino?».
In verità, se c’è uno reattivo a quanto detto o scritto di lui, quello è Fiorello. Che nel 2017 con Vanity Fair ha ammesso: «Sono permaloso e rancoroso e faccio molta fatica ad accettare le critiche. Sono fatto così».
Prendiamo un episodio marginale, che però conferma come in passato si sia risentito per banali notiziole, altro che gli insulti e le invettive infamanti di Corona. Corriere, 29 aprile 2025: «Fiorello sparisce alla vigilia della nuova trasmissione: irritato dalla fuga di notizie», che riguardava il suo ritorno a Radio 2 nel giorno del suo compleanno, il 16 maggio.
Risultato? L’iper-suscettibilità finisce con l’oscurare il suo indubbio talento di mattatore per eccellenza, la cui arma migliore è l’improvvisazione, grazie alla quale ha vinto 14 Telegatti, 9 Oscar della tv, più una miriade di targhe e riconoscimenti. Tra cui, nel 2016, il premio È giornalismo - in giuria Giulio Anselmi, Paolo Mieli, Mario Calabresi, Gian Antonio Stella - per il programma Edicola Fiore.
Uno sparigliamento che ha fatto assomigliare i proponenti ai tacchini in vista del Thanksgiving: la certificazione di un destino segnato per la casta stampata.
A un certo punto della sua arringa radiofonica Fiorello ha aggiunto: «I cialtroni si domandano: Fiorello crede di essere a casa sua visto che cucina in Rai? Risposta: sì. Fa quello che gli pare? Sì. La Rai glielo concede? Sì. Ma la Rai è appecoronato a Fiorello? Sì». Le stesse domande dei residenti di via Asiago nel 2023, inferociti per il suo spettacolo mattutino in strada che li tirava giù dal letto all’alba, e lui: «Li capisco, non li biasimo. Mi dispiace ma credo che Viva Rai 2 o si fa lì o non si può fare in nessun altro luogo» (invece poi traslocò al Foro Italico).
Ma come? Sei il Numero Uno, e da siculo di certo lo sai, cu mancia fa muddichi, chi mangia fa molliche, il successo porta invidie e non si può piacere a tutti. Quindi: perché passare per un arrogante «Fiorello del Grillo», finendo per alimentare sospetti e pregiudizi già circolanti tra i tuoi detrattori, cui aveva dato voce il 19 marzo 2024 il giornalista del Tg2 Piergiorgio Giacovazzo, lanciando un servizio sul duetto canoro che avevi fatto con tua figlia Angelica?
Pensando di essere «coperto» dalla messa in onda, aveva sospirato: «Che carini, adesso questa c’avrà dodici trasmiss…», lasciando intendere cioè che, con cotanto padre, la ragazza avrebbe trovato le porte spalancate a viale Mazzini.
Apriti cielo.
L’amministratore delegato Rai Roberto Sergio è scattato sull’attenti con una nota ufficiale, parlando di «commento inappropriato e del tutto gratuito», spiegando di aver conferito l’incarico di «avviare un provvedimento disciplinare» ai danni di Giacovazzo, cui Fiorello si è peraltro dichiarato contrario.
«Ma siamo sicuri» ha chiosato Mario Manca per Vanity Fair, «che Sergio si sarebbe speso così tanto se le parole di Giacovazzo fossero state indirizzate al figlio di un altro volto Rai?».
Dopo di che, chapeau al Fiorello artista, da decenni sulla cresta dell’onda (con annessi pit-stop), un’enorme popolarità e un conseguente fatturato, che gli invidio.
Il fatturato, intendo.
Franco Bechis aka Fosca Bincher per Open, 5 luglio 2025: «Guadagnati raddoppiati, case per 20 milioni di euro, Roma, Milano, Sardegna, Cortina, Venezia: per Fiorello 2024 d’oro. Grazie all’abilità della moglie Susanna Biondo», amministratrice delle loro società.
Quando Fiorello esce dal personaggio, risulta agreable per la lucidità con cui si racconta, anche con gli addetti ai lavori «acrobati», quelli che fanno le domande in ginocchio pur stando in piedi o seduti.
2016: «Dare un premio giornalistico a me è come dare il riconoscimento di showman dell’anno a Giovanni Floris».
2022: «Ho abbandonato i social perché mi svegliavo con l’ansia di dover dire qualcosa. Alla fine l’egocentrismo ci porta a controllare i commenti nella speranza di leggere i complimenti, invece a volte ci si scontra con attacchi davvero feroci. Due anni senza essere connesso nel privato, ma solo professionalmente per lanci di clip o annunci di lavoro, mi hanno fatto stare una meraviglia, ho ricominciato ad osservare il mondo».
2023: «Non siamo al centro del mondo. Siamo niente. Nient'altro che saltimbanchi».
2024: «Mi guardo da fuori e mi chiedo: ma io che so fare? Mi sento artisticamente sopravvalutato. Giuro. Non penso di essere ’sto fenomeno. Imitatore? Ne trovo almeno dieci più bravi. So cantare, ma di cantanti ce ne sono almeno 190.000 più dotati di me. Monologhista? Ci sono colleghi che mi danno una spanna. Gli altri sono più bravi, forse io sono più forte perché creo quello che altri non fanno, l’aspettativa, l’idea dell’evento».
Il prossimo spero sia il ritorno con un suo show in prima serata, l’ultimo fu nel 2011, abbandonando la furbesca comfort zone delle nicchie del palinsesto.
Cristiano Ronaldo non può limitarsi a giocare in un campionato interregionale.









