In molte Asl si fissano esami urgenti a distanza di mesi o anni, scrivendo che il paziente ha rifiutato una data precedente. Che però non era mai stata proposta. In questo modo si aggira la legge e si taroccano le statistiche. E i manager incassano i premi.
La signora Marisa vive a Ischia e ha un figlio di 19 anni con un grave problema agli occhi. Dovrà subire trapianto di cornea. Perciò deve fare un esame importante. Si rivolge all’Asl il 12 dicembre 2025, l’esame viene fissato il 7 gennaio 2027. Fuori tempo massimo. Fuori da ogni logica. E pure fuori legge. Ma non è tutto: sul suo foglio di prenotazione compare una scritta: «L’assistito rinuncia alla prima disponibilità per giovedì 26 marzo 2026». Con un piccolo particolare: Marisa e Riccardo non hanno mai rinunciato a quella visita per il semplice fatto che nessuno gliel’ha mai proposta. Li hanno presi in giro.
La signora Liliana vive a Reggio Calabria, è cardiopatica e invalida. Ha bisogno di una visita pneumologica. Si rivolge all’Asl il 7 settembre 2025, la visita viene fissata il 24 marzo 2026. Fuori tempo massimo. Fuori da ogni logica. E pure fuori legge. Ma non è tutto: sul suo foglio di prenotazione compare una scritta: «L’assistito rinuncia alla prima disponibilità per martedì 7 ottobre 2025». Con un piccolo particolare: Liliana non ha mai rinunciato a quella prima visita per il semplice fatto che nessuno gliel’ha mai proposta. L’hanno presa in giro.
Il signor Giovanni vive ad Avellino e soffre di una grave malattia al cuore. Ha bisogno di una visita: si rivolge all’Asl l’8 ottobre 2025, la visita viene fissata il 20 maggio 2026. Ancora una volta: fuori tempo massimo. Fuori da ogni logica. E pure fuori legge. Ma non è tutto: sul suo foglio di prenotazione compare una scritta: «L’assistito rinuncia alla prima disponibilità per il 6 novembre 2025». Con un piccolo particolare: Giovanni non ha mai rinunciato a quella prima visita per il semplice fatto che nessuno gliel’ha mai stata proposta. Hanno preso in giro anche lui.
Potremmo continuare: le testimonianze di questo tipo sono a decine. Quello che abbiamo scoperto a Fuori dal Coro è uno scandalo nello scandalo: non bastano le liste d’attesa lunghissime e le visite fissate il giorno di san mai più, hanno deciso di prendere i pazienti per i fondelli indicando sui loro fogli di prenotazioni l’esistenza di prime visite che in realtà non esistono. Sono finte. Inventate. Completamente farlocche. Sui documenti ufficiali dell’Asl c’è scritto che quelle visite (mai esistite) sono state rifiutate dal paziente. Ma le Asl lo sanno benissimo che non è vero. In pratica dichiarano il falso. E lo fanno deliberatamente, per aggirare la legge e taroccare le statistiche. Una delle Regioni dove sono state segnalate più visite farlocche, per esempio, è la Campania, che si autoproclama «eccellenza nella gestione delle liste d’attesa» presentando report con risultati strepitosi. Che sono fasulli, però.
Prendiamo il caso della signora Marisa: la visita per suo figlio è stata fissata nel gennaio 2027, cosa già di per sé completamente illegale. Ma nei report ufficiali della Regione Campania risulterà fissata il 26 marzo 2026, perché, se è stato il paziente a rifiutare, il ritardo non può essere attribuito all’Asl. Peccato che il paziente non abbia rifiutato un bel niente: quella visita rifiutata non è stata proposta. Quella visita (fintamente) rifiutata compare automaticamente sul foglio di prenotazione e molti pazienti, magari, neppure se ne accorgono. Si tratta di un trucco. Un trucco indecente. Anzi di più: si tratta di una vera e propria truffa ai danni di chi sta male. E non capisco come si possa tollerare: se io dichiarassi il falso verrei (giustamente) condannato. Perché se lo fa l’Asl nessuno dice nulla?
Per altro c’è anche un tema economico: sulla base di quelle statistiche (evidentemente taroccate) e di quei report (evidentemente fasulli), infatti, vengono distribuiti premi ai dirigenti che possono dimostrare di aver raggiunto gli obiettivi, quando invece gli obiettivi non sono stati raggiunti per una beata mazza di niente. Vengono così premiati dirigenti che ogni giorno mettono a repentaglio la vita di chi sta male e non può permettersi visite a pagamento. È chiaro infatti che se a un malato di cuore, a rischio infarto e con insufficienza respiratoria, viene fissata una visita il 22 settembre 2027 (è successo a Mario, ad Avellino), probabilmente lo si condanna a morte. E leggere sul foglio prenotazione la palese falsità che Mario avrebbe rinunciato a una visita il 2 dicembre 2025, è una crudeltà, oltre che una truffa.
«Perché mai avrei dovuto rinunciare a una visita il 2 dicembre scorso se ho ogni notte paura di morire?», ci ha detto Mario. In effetti. Ma sono settimane che raccogliamo testimonianze come la sua. E raccogliamo pure documenti. Ed è incredibile che nessuno si sia ancora mosso per porre fine a questo scandalo. Un ministro della salute ce l’abbiamo ancora? Orazio Schillaci che fa? Dorme?
Faccio notare a buonanotte fiorellino Schillaci, ex collaboratore di Speranza, che lui aveva fatto approvare una legge, pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 31 luglio 2024, sulle liste d’attesa: in base a quelle norme le Asl, quando non riescono a rispettare i tempi previsti delle prenotazioni, dovrebbero consentire ai pazienti di fare la visita privatamente senza pagare. Invece non succede. E questo trucchetto delle prime visite rifiutate viene utilizzato anche e proprio per aggirare quella legge, per fare in modo che le visite siano tranquillamente fissate nel maggio 2027 o addirittura nel settembre 2027, senza che nessun direttore Asl si senta obbligato a intervenire. Ovvio, no? «Il ritardo è colpa del paziente». Ma non è vero. È un inganno. Una truffa. Possibile che il ministro non abbia nulla da dire? Possibile che non senta il dovere di almeno muovere gli ispettori? O di far sentire la sua voce? Che cosa aspetta?
Il 13 gennaio, la prima sezione penale della Corte d’Appello di Brescia ha depositato le motivazioni della sentenza (datata 16 ottobre) che conferma la condanna di primo grado a 8 mesi per omissione di atti d’ufficio nei confronti dei pm milanesi Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro, e, con le sue 132 pagine, ha scritto un altro capitolo a favore del Sì alla riforma della Giustizia per cui si andrà a votare a marzo.
Infatti, una delle argomentazioni più usate dai promotori del No è che, con l’attuale sistema, le Procure devono inserire nei fascicoli d’inchiesta tutte le prove raccolte, pro o contro gli indagati, mentre dopo la riforma il pm sarà una specie di superpoliziotto che penserà solo a incastrare chi è sospettato di reati. I giudici di Brescia hanno smascherato l’ipocrisia di questa narrazione e hanno confermato come la storia del sostituto procuratore impegnato a difesa dell’indagato sia stata negli anni una specie di favoletta.
Da sempre i successi e gli insuccessi dell’accusa, anche a livello di pubblica opinione, si sono misurati con la percentuale di processi conclusi con condanne. Non certo in base alle archiviazioni richieste. E anche un pm celebrato e di lungo corso come De Pasquale è diventato la prova lampante del tradimento dei principi che avevano ispirato il nuovo codice.
Prima di procedere nel racconto conviene fare un breve riassunto delle puntate precedenti.
De Pasquale e Spadaro sono alla sbarra con l’accusa di avere nascosto, in primis, al Tribunale di Milano e, poi, all’Eni, alla Shell e agli altri imputati del processo Opl 245 prove a discarico, come i messaggi trovati nel cellulare del principale accusatore, Vincenzo Armanna, che rivelavano come l’ex manager infedele del Cane a sei zampe avesse corrisposto 50.000 dollari a due testimoni chiave.
Questi e altri elementi fondamentali (come il video in cui Armanna annunciava i propri «propositi ritorsivi» nei confronti dei vertici dell’Eni parlando di una «valanga di merda» che stava per fare arrivare) erano stati ripetutamente segnalati ai magistrati alla sbarra dal collega Paolo Storari, ma gli imputati li avevano tenuti chiusi nel cassetto, senza produrli nel processo e bollandoli come «ciarpame», in attesa di una sentenza di condanna. Una condotta che il nostro ordinamento, almeno sulla carta, stigmatizza con forza. E anche i giudici bresciani hanno voluto sottolineare come l’obbligo di condividere elementi favorevoli alle difese non termini con le investigazioni preliminari, ma valga anche per le attività integrative d’indagine durante il dibattimento, in Appello o anche dopo.
Per gli avvocati degli imputati, però, «l’esercizio della discrezionalità della pubblica accusa circa la pertinenza e la rilevanza delle produzioni non è sindacabile».
E a conferma di ciò sono stati citati due articoli del codice di procedura penale: il 53 e il 430.
Ma per i giudici di primo e secondo grado «non ricorreva, nel caso di specie, discrezionalità e autonomia di scelte degli imputati […] non potendosi occultare risultanze investigative a favore delle altre parti del processo».
A pagina 25 il «presidente estensore» Anna Maria Dalla Libera (coadiuvata dai consiglieri Roberto Gurini e Greta Mancini) scrive: «Onde evitare di cadere in possibili equivoci, va evidenziato sin d’ora che ciò che si contesta agli imputati non è l’uso improprio del potere discrezionale nella scelta degli elementi probatori da spendersi nel dibattimento “Eni Nigeria”, rispetto a cui hanno correttamente affermato la loro piena autonomia, quanto piuttosto di aver trascurato che il pubblico ministero […] non può rivendicare a se l’esclusività del giudizio sulla pertinenza e rilevanza della prova, arrogandosi una sfera illimitata di insindacabilità».
Per la toga, la «piena autonomia» riconosciuta al pm dal codice e rivendicata nella memoria conclusiva degli imputati, «non può tradursi in una sconfinata libertà di autodeterminazione tale da rendere discrezionali anche le scelte obbligate».
Il giudice attribuisce agli imputati un comportamento doloso e parla anche di «visione monocromatica o “tunnellizzata”». La «tunnellizzazione» del pm è un concetto interessante: il magistrato, anche a livello psicologico, quando si imbarca in procedimenti che attirano l’interesse dell’opinione pubblica e dei mezzi di informazione, rischia di sentirsi come dentro a un tunnel, talmente stretto che gli impedisce di girarsi e di tornare indietro. Per affermare la propria professionalità e assecondare le proprie convinzioni può andare solo avanti e cercare l’unica uscita possibile, la condanna dell’imputato.
De Pasquale e Spadaro, per raggiungere il traguardo, avrebbero persino tentato di fare astenere il giudice Marco Tremolada, ritenuto troppo garantista, cercando, diversamente dalle prove a discarico, di introdurre nel processo una testimonianza imbarazzante sulla toga, un’accusa portata avanti dall’avvocato Piero Amara e risultata successivamente del tutto infondata.
Per questo, nella sentenza, il presidente del collegio bacchetta i pm: «Se l’approccio "tunnellizzato” impresso al processo dal dottor De Pasquale e dal dottor Spadaro poteva trovare una spiegazione, sia pure metagiuridica, nella volontà di chiedere la condanna degli imputati in virtù di un intimo convincimento morale circa la loro colpevolezza, il comportamento assunto dalla Pubblica accusa nei confronti del presidente del Collegio giudicante ha costituito sotto ogni punto di vista un azzardo inescusabile».
Ai magistrati viene persino contestato di avere provato a coinvolgere la Procura di Brescia in una violazione del segreto istruttorio, per «giustificare o, meglio, attenuare il rilievo» del proprio comportamento illecito.
Spadaro in aula aveva riferito di avere saputo dal suo vecchio procuratore, Francesco Greco, che l’omologo bresciano, Francesco Prete, sarebbe stato d’accordo nel portare l’avvocato Amara a testimoniare contro Tremolada. Senonché sia il procuratore aggiunto di Milano Laura Pedio, presente al summit bresciano, che Greco hanno smentito tale ricostruzione, parlando di «frasi veramente gravi».
Dalla Libera appare sconcertata dall’idea che De Pasquale e Spadaro avrebbero della propria funzione: «A voler seguire il ragionamento degli appellanti, si arriverebbe al paradosso che, anche qualora il pubblico ministero venisse a conoscenza della prova certa dell’innocenza dell’imputato dopo l’esercizio della azione penale (prova di cui magari la difesa dell’imputato è all’oscuro), non avrebbe l’obbligo di depositarla, pervenendosi così ad una condanna ingiusta, in spregio alla funzione di parte pubblica volta alla ricerca della verità, che la Costituzione riconosce al pubblico ministero».
Ma «la veste di organo di Giustizia preposto, nell’interesse della generalità dei consociati», almeno in questo caso, sarebbe stata stretta ai due pm. E perciò, come troppo spesso accade, sarebbe venuta a mancare, «a tutela dei diritti fondamentali dei cittadini», «la concreta attuazione del principio di obbligatorietà dell’esercizio dell’azione penale», una dichiarazione che perde completamente di senso di fronte alla rivendicata «discrezionalità assoluta del pm».
Ci aveva già pensato il professor Franco Cordero a strappare il velo d’ipocrisia del nostro sistema, allorquando era arrivato alla conclusione che «tutto sommato, il “parquet” (l’ufficio del procuratore in Francia, ndr) a vertice ministeriale, esposto a censura parlamentare, è più trasparente dell’autarchia togata».
Infatti, come dimostra il caso attuale, il pm, in nome dell’insindacabilità del proprio operato, può adattare alla bisogna il concetto dell’obbligatorietà dell’azione penale, un’attitudine che solo con la separazione delle carriere sarà arginata da un vero controllo, fascicolo per fascicolo, sull’operato delle Procure da parte di un giudice terzo e separato.
De Pasquale e Spadaro, per provare a difendersi, hanno agitato proprio il «mal francese» come spauracchio, quello di un pm con la museruola.
Un tentativo che Dalla Libera ha prontamente stoppato: «È “suggestivo”, ma assolutamente “fuori tema”, il richiamo difensivo alla cosiddetta “sovranità limitata” dell’ufficio del pubblico ministero francese» ha scritto. E ha aggiunto: «Premesso che l’appellante non ha indicato, in tale generico richiamo, quale concreto pregiudizio sarebbe derivato alla funzione del pubblico ministero, svolta dagli odierni imputati, dalle ripetute-esplicite-motivate-qualificate iniziative/richieste provenienti dal collega Storari […], non è chi non veda come proprio l’esercizio di tale funzione […] imponeva, in conformità alle norme costituzionali e processuali italiane, lo svelamento […] alle difese tutte del procedimento Eni Nigeria» di quanto era emerso nel procedimento gemello Eni complotto. Ma questo non è accaduto.
Ed ecco che arriva l’ultimo insegnamento per De Pasquale e Spadaro: «Gli atti/documenti in questione si sarebbero dovuti inserire nel fascicolo del pubblico ministero, a disposizione delle parti e, quindi, a queste resi conoscibili tempestivamente, con conseguente salvezza sia del diritto di difesa, sia del principio della parità delle parti». Un feticcio giuridico che in Italia raramente trova la sua applicazione e che, nonostante ciò, i comitati per il No al referendum sventolano come aglio contro i vampiri. Ma sentenze come quella di Brescia smascherano l’infondatezza di tali argomenti e ne rappresentano l’antidoto.
La paura si mescola alla rabbia e al dolore di una mattinata «tragica». In via Montello, a Lonate Pozzolo (Varese), si respira un’aria triste e anche piena di tensione perché c’è chi ha paura delle «ritorsioni dei rom» nei confronti della famiglia di Jonathan Maria Rivolta, il giovane di 33 anni che martedì ha reagito nei confronti di due ladri che si erano introdotti nella sua villa, uccidendone uno. Adamo Massa, un cittadino rom di 37 anni, è deceduto nell’ospedale di Magenta dove i suoi complici lo hanno scaricato poco dopo la rapina in villa. Adesso, tutti hanno paura.
I residenti di via Montello stanno monitorando la zona perché temono che «i rom» si possano vendicare. Ma il giorno dopo la rapina finita in tragedia, sul piano investigativo gli inquirenti stanno cercando prima di tutto di individuare l’altro rapinatore che assieme alla vittima ha fatto irruzione nella villa dove abitano Jonathan e i suoi genitori e si cerca anche l’altro componente della banda che faceva da «palo» in auto e che poi ha accompagnato e lasciato il trentasettenne in ospedale, scappando.
I carabinieri della compagnia locale e i colleghi del nucleo investigativo di Varese stanno passando al setaccio ogni zona della città, ma stanno cercando anche altrove dal momento che, da quanto è stato ricostruito, la vittima risiedeva in un campo rom di Torino. Le indagini proseguono e la Procura di Busto Arsizio è al lavoro per cercare di ricostruire l’esatta dinamica della rapina e stabilire le responsabilità del giovane proprietario di casa. Il pm Nadia Calcaterra ha disposto l’autopsia sul corpo della vittima. Mentre i carabinieri stanno provando a ricostruire il percorso fatto dall’Audi, auto sulla quale si trovava la vittima con i due complici, grazie al supporto delle immagini delle telecamere di videosorveglianza. Al momento, la Procura ha aperto un fascicolo solo per «tentata rapina» perché per gli inquirenti, la versione dei fatti di Jonathan Maria Rivolta risulta «molto credibile» e il giovane avrebbe agito esclusivamente per «legittima difesa». Il padre del ragazzo e gli altri familiari lo ripetono in continuazione agli investigatori e ai giornalisti ribadendo che il trentatreenne ha agito «solo per difendersi».
In zona tutti conoscono questo giovane «brillante» con due lauree, una in Scienze della comunicazione e una in Economia, che mai pensava di poter vivere un incubo. Era al piano di sopra della sua villa, quando all’improvviso ha sentito dei rumori ed è sceso in cucina: lì ha sorpreso la vittima e l’altro complice a rubare, ma i due immediatamente - ha raccontato il proprietario - si sono fiondati su di lui aggredendolo e prendendolo a pugni. L’uomo ha avuto «paura di morire» e si è difeso prendendo un pugnale conservato nel kit di sopravvivenza da trekking che aveva lì nelle vicinanze e si è difeso. Il suo colpo ha ferito uno dei due ladri, che subito sono scappati. Poi, Massa è stato «scaricato» dai suoi complici in ospedale e lì i medici hanno provato a salvarlo, ma è deceduto. Intanto, Jonathan Maria Rivolta è rimasto pietrificato dalla paura nella sua casa, con l’angoscia che i rapinatori potessero tornare e uccidere i suoi genitori.
Mentre proseguono le indagini, i riflettori della politica sono nuovamente accesi sulla spinosa questione della legittima difesa. Il vicepremier Matteo Salvini , su Instagram, ha espresso «solidarietà a chi è stato aggredito in casa sua e si è difeso». Anche Romano La Russa, assessore regionale alla Sicurezza, ha voluto far sentire la sua vicinanza al «trentatreenne che si è semplicemente difeso dall’assalto dei rapinatori rom che si sono introdotti nella sua abitazione e lo hanno malmenato. Come Regione Lombardia siamo disponibili, come già accaduto in passato, a pagare le spese legali dello sfortunato Rivolta se, come appare evidente e mi auguro, verrà riconosciuta la legittima difesa». L’assessore regionale spera che quanto accaduto possa non avere conseguenze ulteriori: «La difesa in casa propria è un atto legittimo e chi delinque deve sapere a cosa va incontro e quali possono essere le gravi conseguenze dei propri gesti violenti. Mi auguro che l’aggredito di Lonate Pozzolo non debba subire, come è già accaduto in passato ad altri nella sua stessa posizione, lunghi procedimenti penali tramutandosi da vittima a carnefice». La Russa ha auspicato «che la famiglia del criminale deceduto non adduca scuse sostenendo tesi innocentiste che giustifichino odiose ritorsioni. L’assalto al pronto soccorso dell’ospedale di Magenta, come loro abitudine, è già un segnale del loro sentirsi al di sopra della legge e padroni del mondo». L’assessore regionale ha rivolto un pensiero all’uomo deceduto: «Dispiace per la giovane vittima, figlio di un ambiente e di un clima sbagliato dove non esiste la legge e che non ha messo in preventivo le tragiche conseguenze che avrebbe potuto avere il suo gesto illegale e violento. Confido, e spero, che la magistratura faccia il proprio dovere secondo coscienza».
C’è molta preoccupazione per eventuali «ritorsioni o vendette dei rom». «Abbiamo paura anche di stare nella nostra casa», è stato il commento di alcuni abitanti di via Montello. E il dibattito politico torna ad accendersi pure sulla pericolosità dei campi rom, trasformati in ritrovi di «violenza e illegalità».
I punti chiave del nuovo decreto in materia di sicurezza, elaborato dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, stanno provocando una inspiegabile reazione negativa da parte della sinistra, che continua a non capire che proprio su questo tema è più evidente lo scollamento tra i leader di partito e l’elettorato. Paradosso dei paradossi, quando Giorgia Meloni, nella conferenza stampa di inizio anno, ha ammesso che sulla sicurezza occorre fare di più, il Pd l’ha attaccata sostenendo in estrema sintesi che aveva ammesso un fallimento.
Ora che si procede a varare nuove e più stringenti regole, i dem cambiano di nuovo posizione e giudicano i provvedimenti sbagliati perché «repressivi». Una posizione strumentale, pregiudiziale e puramente propagandistica che produce effetti grotteschi. Leggete quanto dichiarato ieri dalla eurodeputata del Pd Cecilia Strada: «Piantedosi lo chiama pacchetto sicurezza ma forse sarebbe meglio chiamarlo pacchetto repressione. Sarebbe più onesto e coerente con l'idea che tanto piace alla destra italiana di uno Stato di polizia. La verità è che il governo Meloni sogna un Paese illiberale», argomenta la Strada, «fatto di fermi preventivi, trattenimenti discrezionali di cittadine e cittadini che manifestano, scudo penale per gli agenti, divieto di scendere in piazza per chi è stato anche solo denunciato, ammende esorbitanti per chi urla slogan contro le autorità. Sulle migrazioni poi il governo prova a realizzare il suo vero sogno: certificare per legge che i diritti delle persone migranti sono sempre più comprimibili con l’interdizione per ragioni di sicurezza fino a sei mesi delle acque territoriali e dei porti italiani per le Ong che salvano persone in mare, con espulsioni sempre più facili e ricongiungimenti familiari sempre più difficili». Se non sorprendono le levate di scudi di parte di forze politiche come Avs, fa veramente impressione la posizione dei dem, il cui elettorato è assolutamente sensibile al tema della sicurezza. Misure come lo stanziamento di nuovi fondi per aumentare la sicurezza nelle stazioni, il fermo preventivo fino a 12 ore per manifestanti con volto coperto, casco o armi nelle strade, la tolleranza zero sul porto di coltelli, espulsioni più facili per gli immigrati che delinquono, maggiori tutele per le forze dell’ordine che si ritrovano sotto inchiesta per fatti compiuti nell’adempimento del loro dovere o per legittima difesa, sono provvedimenti di buon senso che, non crediamo di esagerare, saranno accolti positivamente dalla quasi totalità della popolazione italiana. Qualche perplessità suscita l’introduzione negli impianti sportivi di sistemi di identificazione biometrica remota a posteriori, con riconoscimento facciale attivabile dopo la commissione di un reato: si dovrà trovare un punto di equilibrio tra la necessità di garantire la sicurezza negli stadi e il sacrosanto diritto dei tifosi che non commettono alcun illecito di veder tutelata la propria privacy.
A proposito di sicurezza, l’operazione Strade sicure, quella che vede l’impiego di militari dell’Esercito nelle strade e nelle piazze, resterà operativa, e sarà anche potenziata: lo dice alla Verità il deputato della Lega Eugenio Zoffili, componente della commissione Difesa della Camera dei deputati: «Strade sicure non terminerà alla scadenza attualmente prevista, quella del 31 dicembre 2027», spiega Zoffili, «ma verrà prorogata. Non solo: come Lega abbiamo proposto un aumento dei militari impiegati di 3.000 unità, che porterà così a un totale di 10.000 militari impegnati». La seduta della Commissione Difesa di Montecitorio, in calendario ieri, è stata rinviata proprio per questo motivo: «La commissione Difesa», scrivono i componenti del Carroccio Anastasio Carrà e Fabrizio Cecchetti «è stata sconvocata per essere, semplicemente, rimandata alla prossima settimana. Una prassi comune che gli addetti ai lavori conoscono bene. La Lega non arretrerà di un millimetro sulla sua richiesta di aumentare il numero di militari impegnati in Strade sicure». L’operazione, varata nel 2008 dal governo guidato da Silvio Berlusconi, su proposta del ministro dell’Interno Roberto Maroni, prevede l’impiego dei militari come strumento per rafforzare la presenza dello Stato sul territorio, portando i militari stessi a collaborare con le forze di polizia per garantire maggiore sicurezza nelle aree urbane aumentando la percezione e il controllo della sicurezza nelle città, specialmente in aree ad alta densità di criminalità. Il ministro della Difesa Guido Crosetto, da parte sua, è convinto della necessità di uscire da una logica emergenziale e ha infatti annunciato «il rifinanziamento di Strade sicure nell'attuale configurazione» chiedendo «di implementare il numero dei carabinieri». Al di là delle valutazioni della politica, va detto con chiarezza che la presenza dei militari nelle strade, nelle piazze, nei quartieri, è diventata familiare agli italiani, e contribuisce certamente a aumentare la percezione di sicurezza degli italiani e a fungere da deterrente per i criminali.









