Quando nell’estate di otto anni fa, dopo un colloquio in una stanza d’albergo a Milano, Matteo Salvini e Luigi Di Maio lo scelsero per guidare il governo gialloblù, certo non immaginavano di infilare la testa nelle fauci di uno spietato animale politico. All’epoca Giuseppe Conte era uno sconosciuto docente universitario di diritto privato e sia il leader della Lega che quello dei 5 stelle pensavano di avere a che fare con un professorino di belle speranze ma di nessuna esperienza.
Erano convinti che a Palazzo Chigi sarebbe stato una docile marionetta nelle loro mani, una bella statuina da girare e raggirare con facilità.
La storia ha dimostrato che si sbagliavano e il primo a fare la sgradita scoperta fu lo stesso Salvini, che nell’estate del 2019 decise di far cadere il governo e di invocare le elezioni anticipate per capitalizzare il 34% preso alle Europee. Purtroppo, l’allora ministro dell’Interno non aveva fatto i conti con le capacità camaleontiche di Conte il quale, abbandonati i toni felpati assunti fino ad allora, mostrò il suo vero volto. Con una ferocia inaspettata, il fu Avvocato del popolo attaccò Salvini nell’aula del Senato avendolo accanto. Tanta crudeltà nascondeva una giravolta già decisa, che consentì al professore di Volturara Appula di passare senza soluzione di continuità da un esecutivo spostato a destra, con la Lega, a uno spostato a sinistra, con il Pd. Ma sempre con lui premier.
Ecco, quella fu la prima volta in cui si capì che il vero caimano non era Silvio Berlusconi, a cui la stampa di sinistra aveva affibbiato il soprannome, ma Giuseppe Conte, uno con l’aria mite ma le mascelle d’acciaio, capaci di triturare qualsiasi avversario. Da alligatore voracissimo, in otto anni - tanti ne ha finora accumulati sulla scena politica - il Camaleconte ha ingoiato senza batter ciglio Luigi Di Maio e Davide Casaleggio, Alessandro Di Battista e Virginia Raggi, Danilo Toninelli e Vincenzo Spadafora e, da ultima, Chiara Appendino. Nell’elenco delle vittime del professore, cresciuto nelle grazie di Villa Nazareth, collegio vigilato dalla segreteria di Stato vaticana, non può certo essere dimenticato il fondatore dei 5 stelle, ovvero Beppe Grillo, che pur avendo provato a contrastare l’avanzata di Conte, alla fine ha dovuto ripiegare, costretto a lasciare campo largo all’ex premier.
Ecco, appunto, il campo largo. Da quando l’Anm ha sconfitto il governo sulla riforma della giustizia, l’avvocato di Volturara Appula sogna un ritorno trionfale a Palazzo Chigi. Prima ancora che gli altri leader di centrosinistra parlassero, lunedì scorso lui si era già preso la scena, convocando una conferenza stampa per commentare il risultato del referendum. Da allora, ed è passata una settimana, Conte non ha più smesso di dichiarare, passando dalle interviste ai talk show e viceversa, ma soprattutto aggiustando il tiro con una serie di capriole: non più contrario ad aiutare l’Ucraina e nemmeno più ostile alle regole europee, e magari, presto, pure non più a ostile Trump. In campagna elettorale prima ancora che siano indette le elezioni, Conte si è subito candidato alle primarie della coalizione, convinto che in un duello con Elly Schlein - ma anche con Silvia Salis, Ernesto Maria Ruffini e chiunque altro volesse sfidarlo - non ci sarebbe partita. Quelli che se ne intendono, in effetti, dicono che il Caimano a 5 stelle ingoierebbe tutti gli avversari. Prova ne sia che Matteo Renzi non soltanto si guarda bene dall’intralciargli la strada, ma addirittura si è affrettato a dire che non c’è alcuna preclusione nei confronti del leader pentastellato e le primarie per la sinistra sarebbero una benedizione.
Ma c’è chi va anche oltre. Paolo Mieli, ad esempio. L’ex direttore del Corriere ieri ha vergato un editoriale per suggerire a Elly Schlein di lasciare a Conte il ruolo di competitore contro Giorgia Meloni. L’ex premier avrebbe il vantaggio di essere già stato a Palazzo Chigi con una coalizione di cui faceva parte il Pd. «Cedendogli lo scettro eviterebbe una contesa insidiosa, dai probabili risvolti destabilizzanti», ha scritto l’inventore del cerchiobottismo. «Sarebbe una prova di saggezza da parte sua cedere il passo a un leader che ha 20 anni più di lei. Il futuro, ne siamo certi, la ripagherebbe». Non sono sicuro, al contrario di Mieli, che il futuro o Conte ripagherebbero il passo indietro. Però sono certo che gli italiani ricordano bene i guasti provocati dall’ex presidente del Consiglio, a cominciare dal reddito di cittadinanza per finire con il Superbonus. Ma ancor di più credo che abbiano memoria dei lockdown e della gestione dell’emergenza Covid, con l’Italia messa in stand by, i punti Primula di Domenico Arcuri, i banchi a rotelle, eccetera. Così come penso non abbiamo dimenticato i voltafaccia sulle misure anti migranti. Per questo mi viene spontanea una domanda: rimettereste il Paese nelle mani di costui?
- Il libro di Catherine Birmingham scatena polemiche, ma il caso della famiglia nel bosco rivela contraddizioni sociali: si stigmatizza uno stile di vita alternativo mentre si tollerano altri disagi. Intanto i figli, allontanati, mostrano segni di forte sofferenza.
- Secondo l’avvocato Giorgio Vaccaro, l’allontanamento dei tre figli della famiglia nel bosco è stato troppo rapido e privo delle necessarie verifiche e tutele. Manca un adeguato percorso di supporto e valutazione: una decisione definita abnorme, dannosa per i minori.
- «C’è un farmaco abortivo venduto senza ricetta nei supermercati». Secondo il medico Bruno Mozzanega, l’uso di pillole come EllaOne cresce ma sarebbe presentato in modo fuorviante: venduta come contraccettivo, potrebbe avere effetti abortivi. Denuncia carenze normative, scarsa informazione e un mercato da 15 milioni annui.
Lo speciale contiene tre articoli.
Catherine Birmingham, la mamma della famiglia nel bosco, ha scritto il libro sbagliato. A maggio dovrebbe uscire per Solferino un volume a sua firma intitolato La nostra vita libera. L’editore lo presenta come «un libro che va oltre il caso di cronaca, raccontando una scelta di vita autentica, vicina alla natura, capace di fare appello alla coscienza di molti. Il memoir-manifesto della mamma dei bambini nel bosco».
Come prevedibile, da qualche giorno sui social si leggono attacchi di ogni genere, come se Catherine stesse cercando di lucrare sulla sua tragedia o fosse incoerente perché, invece di rifiutare la modernità, abbraccia il sistema mediatico affidandogli la sua opera. In realtà, questo non è il primo libro di Catherine. Ne ha scritti altri due, di cui uno Ride for Life (Cavalca per la vita) uscito anche in italiano. Posto che una donna sottoposta al trattamento riservato a Catherine ha il sacrosanto diritto di scrivere tutti i libri che vuole per dare la sua versione degli eventi, il fatto che pubblichi un saggio, come dice giustamente Tonino Cantelmi, «dimostra due cose: la prima è che Catherine non è quella persona asociale che hanno cercato di accreditare, ma è una che ha una rete sociale immensa, è intelligente e propone uno stile di vita sicuramente sfidante per noi borghesi. La seconda è che le scelte di questa famiglia sono frutto di un pensiero molto riflettuto, non sono degli instabili che improvvisano, ma delle persone che hanno fatto scelte molto ponderate». Il problema, dicevamo, è che Catherine ha scritto il libro sbagliato, ha scelto lo stile di vita sbagliato. Se avesse pubblicato saggi sul diritto di abortire o sul cambiamento di genere dei suoi figli (come fanno molte madri di ragazzini transgender) oggi probabilmente non sarebbe costretta ad affrontare un dramma che prosegue da mesi.
La vicenda della famiglia nel bosco svela la profonda ipocrisia della nostra società. La quale da un lato consente a ragazzine minorenni di prendere senza ricetta farmaci abortivi o di assumere a spese dello stato bloccanti della pubertà, poi però giudica insana l'esistenza di bambini che vivono nei pressi di un bosco.Quei piccoli sono stati tolti ai genitori perché ritenuti socialmente isolati. Anche se erano sereni, interagivano con i vicini ed erano gioviali con tutti, a differenza di altri minorenni come il tredicenne del bergamasco che ha accoltellato la sua insegnante. Costui viveva in un mondo digitale parallelo fatto di rabbia e violenza, ha assaltato l'insegnante come in un videogioco, e pare abbia detto ai carabinieri di essere «dispiaciuto di non averla uccisa», e di aver avuto in programma di ammazzare anche i propri genitori. Mica viveva nel bosco, questo ragazzo. Stava con i suoi normalissimi genitori nella sua normalissima casa, e almeno una delle sue normalissime amiche sembra si fosse accorta che qualcosa non andava, ma non è scattato alcun meccanismo preventivo.
No, la macchina coercitiva si è mossa per Catherine e i suoi figli, che ora non stanno bene per niente. Nei giorni scorsi i consulenti della famiglia hanno assistito a una videochiamata tra la mamma e i piccoli e, dice Cantelmi, «siamo rimasti impressionati dallo stato di grande sofferenza dei bambini, e non voglio entrare nei dettagli. Questo materiale sarà messo a disposizione dei giudici per la valutazione. Ma la domanda è semplice: a che serve tenere tre bambini di quell’età in quella struttura? Non serve certo socializzare, non serve certo ad andare a scuola, non serve certo a farli stare meglio», prosegue l’esperto. «Ormai è chiaro a tutti che questa situazione procura solo dolore». Ma forse, oggi, provare dolore è considerato normale.L’avvocato: «Normalmente prima di separare i figli dai genitori ci vogliono anni, qui invece si è agito di fretta e “manu militari”. E senza nemmeno usare, come si fa di solito, mediatori linguistici e culturali».
«Ignorata perfino la Cassazione per togliere i bimbi ai Trevallion»
Giorgio Vaccaro è avvocato e docente a Verona, da molti anni si occupa di diritto di famiglia e sta seguendo con attenzione dall’inizio la vicenda della famiglia del bosco.
Avvocato, che cosa non torna secondo lei nel provvedimento con cui il Tribunale per i minorenni dell’Aquila ha allontanato i tre bambini dei Trevallion?
«Gli aspetti dei provvedimenti che maggiormente richiamano l’attenzione riguardano la tempistica e la estremizzazione della soluzione adottata sin dall’inizio. Più precisamente la tempistica dei provvedimenti che hanno impattato su questa famiglia è, rispetto alle tantissime altre situazioni nelle quali viene chiamato un Tribunale per i minorenni da una segnalazione dei servizi, singolarmente breve».
Cioè?
«Normalmente un intervento così estremo, come l’allontanamento di tre fratelli dal luogo della loro vita, interviene molto dopo, con una scansione di anni e non certo di pochi mesi. Il tempo che passa dalla segnalazione a un intervento giudiziale così invasivo come quello adottato è quello necessario alla effettuazione di interventi di sostegno con un programma di recupero delle competenze genitoriali. E, nei casi di difficoltà linguistica, come quelli evidentemente esistenti nel caso in questione, con la presenza – a garanzia dei genitori e della conseguente serena crescita nella vita dei minori – di più figure di mediatori, sia linguistici che culturali. Nel caso della famiglia “silvestre” non c’è, nei provvedimenti adottati, alcun richiamo a tali percorsi e al coinvolgimento di tali figure professionali che, per altro, non rappresentano una eccezione, ma sono ben conosciute dagli operatori del Tribunale per i minorenni, perché costantemente presenti, a fianco dei servizi sociali, quando si tratti di intervenire sulle dinamiche familiari. La stella polare dell’intervento è la tutela della serenità dei minori e l’intervento disposto si deve orientare a tutelare le figure genitoriali, esaltandone le competenze e, laddove immaginate deficitarie (dai servizi), adottando degli interventi formativi e di supporto e non certamente ablativi della serena convivenza di una famiglia».
Questo però è un caso particolare rispetto alla media degli interventi.
«Sì, è un caso straordinario rispetto alla normale realtà nella quale si trovano a dover operare i servizi sociali: questi infatti si trovano a svolgere la loro attività normale intervenendo su famiglie difficili in crisi manifesta e che presentano un ambiente quotidiano fatto di violenze fisiche e verbali nella coppia e in danno e in presenza di figli minori, fatto di condotte genitoriali con problematiche di grave dipendenza o abuso di sostanze (droghe o alcool), fatto di abbandoni o gravi inadeguatezze nell’assicurare ai figli conviventi un ambiente affettivo stabile e formativo. Tali specifiche non sono il frutto di un mio ragionamento personale, ma sono il senso che deriva dallo studio di quanto affermato dalle innumerevoli ordinanze della Prima sezione della Suprema Corte di Cassazione , quella che si occupa di “insegnare” ai giudici del Tribunale e a quelli delle Corti di appello la corretta lettura e il corretto modo di interpretare le norme di legge che regolano la materia».
E che possiamo dedurne riguardo ai Trevallion?
«Che nel caso della famiglia del bosco non vi era nessuna delle gravi criticità che sono presenti nella normalità degli interventi dei servizi sociali. A maggior ragione, quindi, era necessario un intervento in punta di piedi per assicurare ai quei minori e a quei genitori di poter raggiungere un grado di funzionamento migliore rispetto a quello immaginato non sufficiente dalla relazione dei servizi. Ma questo non è stato fatto; non è stata assicurata la presenza di mediatori, né linguistici né culturali, e si è preferito intervenire manu militari, come rispondendo ad una provocazione rispetto alle resistenze dei due genitori».
C’è stato un indubbio irrigidimento delle istituzioni.
«Questo è un aspetto centrale, ricordo infatti come il Tribunale per i minorenni abbia il compito di tutelare i minori, rispetto a quelle deficienze genitoriali che siano talmente gravi da poter richiedere l’applicazione di provvedimenti limitativi del libero esercizio della responsabilità genitoriale che, in forza del codice civile, costituisce l’unica legge alla quale deve richiamarsi ogni genitore nel vivere il suo rapporto con i figli. Il codice civile assicura a tutti i genitori in Italia la massima libertà nella esplicazione della responsabilità genitoriale e la sua eventuale limitazione, proprio perché impatta sul diritto del figlio a crescere nella propria famiglia (principio di legge anch’esso), deve essere assicurata non solo da una ipotesi di lettura della relazione dei servizi ma da un intervento specialistico che in un primo momento è quello del servizio pubblico della psichiatria infantile. Poi il processo, come è il caso di cui ci occupiamo, deve svolgersi con le modalità del giusto processo, attraverso la nomina di un consulente del giudice affiancato dall’opera insostituibile dei consulenti delle parti».
Insomma sarebbe stato necessario sentire più consulenti prima di togliere i bambini?
«Prima, e senza una relazione del Ctu, ogni provvedimento che limiti l’esercizio della responsabilità genitoriale, come è accaduto a L’Aquila, deve ritenersi atto straordinario ed è tanto straordinario che la Corte di Cassazione ha statuito come ben possa essere immediatamente ricorso avanti al suo cospetto, senza attendere il provvedimento finale di quel processo. Riassumendo, il tempo dei genitori con i figli è tema delicatissimo e centrale per la serena crescita dei minori e non può essere compresso e limitato senza il controllo immediato della Corte Superiore, proprio perché segna - sulla crescita dei minori coinvolti in una qualsivoglia limitazione del tempo con la mamma o il papà – un vero e proprio danno esistenziale e una compressione del primo diritto di ogni bambino, quello di vedersi assicurata la costante presenza dei genitori nella sua crescita».
Riassumendo: sono state fatte tutte le verifiche necessarie prima di togliere i bambini?
«No, non è stata fatta la prima e la più importante verifica a tutela dei bambini, ovvero quella dell’esistenza di una modalità di esercizio della responsabilità genitoriale che fosse di danno alla loro serena crescita, danno tanto grave da creargli dei problemi di sviluppo. Questo accertamento, che come è evidente costituisce il cuore di ogni processo della crisi famigliare, tema che studio ed affronto quotidianamente nei 30 anni della mia professione, è prodromico ad ogni provvedimento ablativo della competenza genitoriale, non per tutelare i genitori, ma proprio per garantire ai minori di non subire quei danni che sono stati somministrati purtroppo ai bambini di cui ci occupiamo. Quella triade di fratellini si è infatti vista - prima di ogni accertamento processuale degno di questo nome e da svolgersi nel loro interesse e che doveva essere il risultato finale della relazione del consulente di ufficio - stravolgere la realtà famigliare fatta non di abusi, urla, violenze o deprivazioni affettive, ma solo di un modo di vivere non consueto, in presenza di una diade genitoriale in armonia ed accogliente per tutti i figli: insomma un provvedimento abnorme».
Che cosa di potrebbe fare concretamente per uscire da questa situazione ?
«Credo che si debba rimettere al primo posto quanto richiesto, da sempre, dalla legge in Italia a tutti i giudici che si occupano delle crisi della famiglia: la centralità dell’interesse dei minori. E non un interesse generico o solo immaginato, ma quello indicato dalla norma stessa, ovvero il diritto di ogni figlio minore a mantenere rapporti significativi con entrambi i genitori e con i parenti e le famiglie dei genitori: nel nostro caso è stata immaginata una criticità dei genitori tale da troncare frettolosamente, e in assenza di una consulenza svolta con le garanzie del giusto processo, la vita di tre bambini, stravolgendoli e privandoli della figura del padre che hanno sempre avuto vicino con dei tempi di cura molto più importanti di tante altre famiglie, e limitando loro la figura della madre, con una compressione della attività di cura e supporto affettivo, che ha provocato molti più danni di quelli che immaginava di risolvere. Per uscire da questa situazione si potrebbe provvedere a riunire quella famiglia immediatamente, dando loro la possibilità di collocarsi nella casa messa a disposizione da terzi (se tanto preoccupa quella da sempre abitata) e così da proseguire gli accertamenti peritali in un contesto famigliare, che finalmente consenta al consulente esperto nominato, di far conoscere al giudice la verità di quella relazione familiare e non una cosa diversa. Che tutto è, meno che la verità di vita di quella famiglia e di quei minori, che per legge devono essere tutelati nella loro serenità di crescita».
«C’è un farmaco abortivo venduto senza ricetta nei supermercati»
Dall’ultima relazione sull’aborto in Italia, appena resa disponibile dal ministero della Sanità, emerge come l’uso delle pillole abortive in Italia sia in continuo aumento, soprattutto fra le giovani donne. Di questo argomento si occupa da tempo il dottor Bruno Mozzanega, presidente della Sipre (Società Italiana Procreazione Responsabile). Di recente si è occupato soprattutto del farmaco chiamato EllaOne.
Dottore, che differenza c’è tra la nota pillola abortiva Ru486 e un farmaco come EllaOne?
«La Ru486 o mifepristone è ufficialmente utilizzata per l’interruzione di gravidanza e i suoi numeri rientrano in quelli che ha citato lei, nei 65.000 aborti circa riferiti dal ministero. È un farmaco che impedisce l’azione del progesterone, cioè dell’ormone pro-gestazione, pro gravidanza, che prepara l’utero ad accogliere il figlio. E lo è esattamente come EllaOne, che è un farmaco venduto senza alcuna necessità di ricetta nelle farmacie e nei siti medici di alcuni grandi supermercati. Quest’ultimo è un antiprogestinico, viene venduto alle donne come antiovulatorio da usare nella contraccezione d’emergenza fino a cinque giorni dopo il rapporto ritenuto a rischio. Uno studio pubblicato sul più importante giornale mondiale di medicina, il New England Journal of Medicine, ha dimostrato che con l’assunzione di due sole compresse di EllaOne si può interrompere la gravidanza fino a nove settimane».
In sostanza la differenza è che la Ru486 è trattata da pillola abortiva, mentre EllaOne è trattato come un anticoncezionale di emergenza, anche se può provare aborti.
«Questa pillola agisce impedendo l’annidamento di un concepito e i suoi numeri non rientrano in quelli comunicati dal ministero, ma si può stimare che su 500.000 pazienti che attualmente ne fanno uso all’anno solo in Italia, un 5% - quindi 25.000 gravidanze - non compaiano clinicamente perché l’embrione concepito non riesce ad annidarsi. Preciso: la nostra è una specie a bassa fertilità, su 100 rapporti a rischio nel periodo fertile ci si aspettano 6 gravidanze. Con questo farmaco ne compare meno di una, da qui la deduzione che ne spariscano 25.000 su 500.000».
Quindi sostanzialmente si sta commercializzando una pillola contraccettiva che in realtà può essere considerata una pillola abortiva, questo è il punto?
«Il punto è che si sta commercializzando, presentandola ingannevolmente come antiovulatoria, una pillola che è antinidatoria, meccanismo che non sarebbe permesso dalle nostre leggi. Viene data senza prescrizione e basta che una donna si rechi in due diverse farmacie per ottenerne due, cioè la dose che consente di interrompere la gravidanza fino a nove settimane. Peraltro ne bastano 60 milligrammi contro i 200 della Ru486, quindi è anche molto più potente della Ru486».
Ma lei pensa che chi ne fa uso sappia che può essere usata come pillola abortiva?
«Penso che tutti i medici sappiano queste cose. Mettiamo che io sia un medico che non ha a cuore la tutela della vita umana, un medico che va per le sbrigative. Viene una paziente e mi dice: “Dottore, saltiamola tutta questa trafila della legge, non ho voglia di farmi vedere, non ho voglia di andare in ospedale, di fare le procedure...”».
Ebbene questo medico che potrebbe fare?
«Potrebbe dire: “Prendi queste due compresse in due farmacie diverse, le mangi e quando sanguini vieni da me che ti ricovero per aborto spontaneo”. Questa è una via breve ma le strutture che hanno questo tipo di mentalità esistono: parlando con alcune persone che hanno una visione opposta rispetto alla mia sulla vita, mi hanno risposto che cosi per le donne è più facile abortire».
Come Sipre vi siete rivolti a Aifa, l’agenzia del farmaco, facendo notare questi problemi.
«Sì, il 16 febbraio dello scorso anno abbiamo fatto un’istanza ad Aifa per chiedere che EllaOne venisse trattata esattamente con la stessa normativa con cui è trattata la Ru486, di cui peraltro è più potente. Cioè tolta dalla farmacia e riservata solo a un uso ospedaliero».
Risposta di Aifa?
«Aifa si è riunita soltanto dopo che io ho mandato a tutti i membri della commissione scientifico-economica il testo dell’istanza, perché altrimenti penso che neanche si sarebbero occupati della cosa. Si sono riuniti in novembre e a metà gennaio mi hanno dato una risposta in cui si è scritto che lo studio da me citato è stato fatto in Messico, cioè in un contesto diverso dal nostro. Mi hanno risposto che in quello studio hanno usato due compresse, e che per la contraccezione d’emergenza ne viene raccomandata una e quindi non si possono fare paragoni. Come se la gravidanza in Messico fosse diversa da quella in Italia... Tutto ciò senza tener conto che lo studio che ho citato è stato così irrilevante da essere pubblicato sul più importante giornale medico del mondo, il New England Journal of Medicine. Da Aifa poi hanno aggiunto che l’Ema, l’agenzia europea del farmaco, non se n’è ancora occupata. Dato che noi facciamo quello che dice l’Ema non abbiamo ragione per prendere provvedimenti».
È così?
«Dal 2009 l’Ema descrive questo farmaco come un farmaco potenzialmente abortivo nel documento con cui l’ha messo in commercio in Europa. Nel 2009 hanno discusso del possibile uso off label del farmaco e hanno deciso che non c’è alcuna possibilità di evitare che venga usato per l’aborto. Nel 2015, quando hanno tolto l’obbligo di ricetta medica e deciso di continuare a darlo come anti ovulatorio, hanno scritto di aver chiesto al produttore di documentare che non potesse essere usato per interrompere la gravidanza, e che non era uscito alcuno studio al riguardo. Ma adesso la risposta c’è, ed è venuta da un gruppo indipendente che non ha alcuno sponsor. Aifa avrebbe il dovere di sollecitare Ema ad esaminare il problema, tanto più che per i farmaci che riguardano aborto e contraccezione ogni Stato può far valere la propria legislazione e tutte le nostre leggi tutelano la vita umana dal concepimento».
Forse tutte queste lentezze e reticenze nascono dal fatto che la vendita di questo farmaco genera parecchi soldi.
«Parliamo di un giro d’affari da 15 milioni all’anno solo in Italia».
Quindi limitandone la circolazione si andrebbero a toccare notevoli interessi.
«Questa è una delle spiegazioni più probabili. La seconda cosa che si può pensare è che si voglia continuare ad escludere l’embrione dal novero di chi ha diritto di cittadinanza e di tutela, nonostante le nostre leggi lo ribadiscano: anche la stessa 194 che dice che la vita umana va tutelata dal suo inizio. Inizio che la Corte di giustizia europea riconosce essere nel momento della fecondazione. La cosa grave è che ci sono 500.000 donne che usano questo farmaco e penso che la grande maggioranza di queste credano di impedire l’ovulazione, quindi sono ingannate. E lo sono in un ambito che è estremamente importante dal punto di vista intimo ed esistenziale. Io non posso dire a una donna che questa pillola fermerà l’ovulazione e al contempo sapere che con estrema probabilità quella donna concepirà, ma suo figlio a causa del farmaco non potrà proseguire la vita. Come si può disinformare a questi livelli?».
Ancora una volta un tribunale, assesta un colpo durissimo ai provvedimenti varati dal governo Meloni per contrastare l’immigrazione clandestina.
La prima sezione civile del Tribunale della città campana ha infatti annullato il terzo provvedimento di fermo della Geo Barents, nave di ricerca e soccorso di Medici senza frontiere (Msf), operativa nel Mediterraneo tra giugno 2021 e novembre 2024. Il fermo, emesso alla fine di agosto 2024, era stato sospeso dal tribunale a settembre dello stesso anno a seguito di un ricorso presentato da Msf.
Si tratta della terza decisione giudiziale che riguarda la Geo Barents (dopo quella del Tribunale di Genova e della Corte di Appello di Ancona) e tutte hanno dichiarato l’illegittimità delle sanzioni irrogate. Sulla base del decreto Piantedosi approvato nel 2023.
Tra le motivazioni che si leggono nelle 13 pagine del provvedimento, firmato dal giudice Gelsomina De Angelis, la più pesante per la linea di Palazzo Chigi è il riferimento alla sentenza numero 101/2025 della Corte costituzionale, con la quale la Consulta «è intervenuta affermando che la norma deve essere interpretata in conformità agli obblighi internazionali di soccorso e che non può essere sanzionata l’inosservanza di ordini che conducano a violare tali obblighi o a sbarcare i naufraghi in un luogo non sicuro». Un riferimento che rafforza il timore che la decisione dei giudici costituzionali sia di fatto la pietra tombale sul contrasto al traffico di esseri umani nel Mediterraneo.
«Come espressamente affermato dalla citata sentenza», prosegue il Tribunale, « “la normativa nazionale è legata indissolubilmente alla Convenzione Sar che, a sua volta, si inserisce a pieno titolo in un complesso di regole improntate all’obiettivo della salvaguardia della vita in mare”».
Il 26 agosto 2024, pochi minuti dopo le 7.30, la Geo Barents aveva attraccato alla banchina del molo Manfredi del porto di Salerno, con a bordo 191 migranti, recuperati in mare nei giorni precedenti con cinque operazioni di salvataggio. Dalle prime informazioni circolate i sanitari avevano dovuto farsi carico di una ventina i casi di scabbia presenti a bordo, mentre alcuni dei migranti avevano riportato ustioni durante la traversata. La maggior parte dei migranti a bordo era stata ospitata nei centri di accoglienza in Campania, mentre 66 erano stai trasferiti nelle province del Lazio.
La sentenza del Tribunale di Salerno ha dichiarato illegittimo il provvedimento di fermo basandosi sul fatto l’onere della prova delle violazioni spetta alle autorità italiane, che, secondo il giudice, non sarebbero riuscite a fornire elementi a sostegno delle loro accuse contro la condotta dell’equipaggio della Geo Barents.
In secondo luogo, per i giudici, gli ordini della Guardia costiera libica, che impongono alle navi di soccorso di allontanarsi dai luoghi di salvataggio, non possono essere considerati «coordinamento da parte dell’autorità competente». Anzi, sempre «sulla scorta» della sentenza della Consulta, «nessun ordine di allontanamento formulato dalle autorità libiche è giustificabile nei confronti dell’unica imbarcazione che ha attuato condotte in adempimento del dovere assoluto di soccorso in mare». Secondo il Tribunale: «Anche alla stregua della normativa internazionale, l’ordine di allontanamento formulato dall’autorità libica non può ritenersi giustificato in quanto contrastante con il carattere assoluto che connota, a livello internazionale, il dovere di soccorso a carico di tutti i comandanti delle navi che trova un limite unicamente nella circostanza che tale attività sia possibile senza mettere a repentaglio la nave, l’equipaggio o i passeggeri e si possa ragionevolmente aspettare una tale iniziativa. Ciò per la ragione assorbente che l’intervento di salvataggio operato dalla nave Geo Barents appare, per il contesto e le condizioni in cui si è esplicato, l’unico conforme alle fonti internazionali e al dovere di soccorso in mare dei migranti». Con tanti saluti, di fatto, al Memorandum tra Italia e Libia firmato nel 2017 dall’allora governo Gentiloni e prorogato due volte, con l’attuale scadenza fissata nel 2026, che prevede che il governo italiano fornisca aiuti economici e supporto tecnico alle autorità libiche (in particolare alla Guardia costiera), nel tentativo di ridurre il traffico di migranti attraverso il Mediterraneo, mentre in cambio la Libia si impegna a migliorare le condizioni dei propri centri di accoglienza per migranti.
E anche le conclusioni della sentenza di Salerno sembrano lasciare sempre meno margine di condotta al governo: «Dal vaglio di tutti gli elementi sopra, emerge che la nave Geo Barents ha posto in essere le condotte contestate in adempimento del dovere assoluto di soccorso in mare, né può, in alcun modo, affermarsi che il soccorso attuato dai ricorrenti, tenuto conto delle modalità attuative in cui si è estrinsecato, abbia cagionato pericolo all’incolumità delle persone coinvolte non risultando accertato, in difetto di alcun supporto probatorio, il nesso di causalità tra la condotta ed il pregiudizio lamentato».
La chiamano «migrazione circolare», perché «remigrazione» pare brutto e «deportazione» si usa solo se di mezzo c’è Donald Trump. Il senso rimane quello riassunto dal cancelliere tedesco, Friedrich Merz: l’80% dei siriani presente in Germania, cioè oltre un milione di persone, «dovrà tornare nella propria patria entro i prossimi tre anni».
È l’accordo che il governo tedesco ha raggiunto a Berlino, dove lo stesso Merz e il presidente della Repubblica, Frank-Walter Steinmeier, hanno ricevuto - tra proteste e malumori - il leader di Damasco. L’uomo che, deposta la scimitarra, ha cambiato anche nome: non è più il combattente Abu Muhammad al-Jolani, bensì il politico in giacca e cravatta Ahmad Husayn al-Sharaa.
È stato lui a coniare il neologismo che indica il rientro a casa volontario dei siriani: un modello che permetta loro, ha detto al-Sharaa, «di contribuire alla ricostruzione della loro patria senza dover abbandonare la vita stabile che si sono costruiti» in Germania. Per la verità, il principale contributo alla ricostruzione del Paese, reduce da anni di guerra civile, lo darà proprio la Germania: Merz ha accettato di stanziare, già quest’anno, 200 milioni per adeguare la rete idrica e ristrutturare gli ospedali siriani. È il prezzo da pagare per rispedire indietro gli immigrati che Angela Merkel, undici anni fa, aveva iniziato ad accogliere a braccia aperte, all’apice della crisi umanitaria in Medio Oriente.
Il 31 agosto 2015, dopo aver visitato un centro per rifugiati a Dresda, la cancelliera cristiano-democratica pronunciò una frase passata alla storia: «Wir schaffen das!», «Possiamo farcela!». Fu lo «Yes, we can!» con i crauti, pensato per convincere i cittadini ad accettare l’ingresso di 1 milione e 200.000 richiedenti asilo nel biennio 2015-2016, il 35-40% dei quali provenienti dalla Siria. Dietro l’afflato di carità, si celavano motivazioni ben più materialistiche: la Merkel aveva intravisto la possibilità di importare la manodopera a basso costo di cui l’industria tedesca aveva bisogno per rimanere competitiva sui mercati. Ma nel giro di pochi mesi, iniziarono i guai: la notte di Capodanno, i nuovi arrivati, in primis nordafricani e afgani, ringraziarono per l’ospitalità organizzando molestie e stupri di gruppo in varie città. Gli episodi più gravi avvennero a Colonia, ma aggressioni analoghe si verificarono pure altrove, da Amburgo a Stoccarda. Le autorità fecero di tutto per occultare la notizia, finendo per indignare ancora di più l’opinione pubblica.
In seguito, vennero le ondate di attentati e di assalti all’arma bianca, che costrinsero persino il socialdemocratico Olaf Scholz a un giro di vite: sospensione di Schengen, reintroduzione dei controlli ai confini, espulsione dei criminali anche in Paesi che si farebbe fatica a considerare sicuri, tipo l’Afghanistan. È la stessa strada battuta dal governo in carica di Cdu e Spd, che ha attivato un canale con Kabul e adesso, pur di mandar via i siriani, sdogana l’ex miliziano di Damasco. Reduce da trasferte di successo negli Stati Uniti di Trump e nella Francia di Emmanuel Macron.
Così, l’intesa di ieri completa il matricidio cristiano-democratico: Merz rinnega la Merkel. La quale, nel 2024, in occasione della presentazione della sua autobiografia, Libertà, insisteva: «Fu giusto accogliere quei rifugiati. Quale sarebbe stata l’alternativa? Respingere i profughi alle frontiere con gli idranti?». Intanto, rivendicava l’altra furbata tedesca: l’accordo da 6 miliardi di euro con la Turchia di Recep Erdogan, che consentì al Paese, una volta soddisfatte le richieste delle imprese, di chiudere le porte e scaricare sulle nazioni mediterranee barconi e naufragi. Un esempio che deve aver convinto Merz ad allentare i cordoni della borsa a beneficio del collega mediorientale.
Il cancelliere, ieri, ha dichiarato che «la maggior parte dei siriani desidera tornare nel proprio Paese». Tutto sta a instaurare anche lì uno «Stato di diritto» e garantire la tutela dei cittadini, «indipendentemente dalla loro religione, etnia o genere». A Berlino, però, hanno talmente fretta di sgomberare le strade dagli indesiderati, che sembrano disposti ad accontentarsi di impegni puramente verbali. Al-Sharaa ha giurato: «Vogliamo diventare uno Stato di istituzioni, in cui tutte le componenti della società possano vivere senza paura». «Tutte le minoranze», ha proclamato, «dovranno godere dei diritti». Nel frattempo, però, i cristiani continuano a essere oggetto di abusi.
Gli ultimi episodi si sono verificati, in questi giorni, ad Al-Suqaylabiyah, l’unico centro del governatorato di Hama a maggioranza greco-ortodossa. Una lite scoppiata per la vendita di alcolici in un negozio, che per gli islamici va proibita e che è stata già bandita quasi ovunque a Damasco, ha provocato pesanti rappresaglie: orde di giovani radicalizzati, a bordo di motociclette, hanno devastato vetrine, locali e una statua della Madonna, per poi aggredire e insultare ragazze cristiane. La comunità è stata costretta a celebrare in modo molto discreto la Domenica delle Palme. E i crimini restano impuniti. Ad Asia News, monsignor Jacques Mourad, arcivescovo siro-cattolico di Homs, ha riferito che, nella sua città, «quasi ogni giorno vi sono uccisioni», specie di alawiti. «Nessuno dice nulla o fa nulla per fermare questo circolo di vendetta», ha sospirato il prelato.
Sono le premesse adeguate per ordinare rimpatri di massa. In Germania esisterà Magistratura democratica?















