Chiuso causa intelligenza artificiale. L’incubo industriale vaticinato da centinaia di report sul mondo del lavoro si è materializzato poche ore fa a Marghera (Venezia). Per la prima volta in Italia (non ricordiamo casi simili) un’azienda annuncia l’addio non a un reparto o a una particolare area produttiva, ma all’intero sito perché a causa dell’Ia chi ci lavora non ha più ragion di prestare la propria opera.
O almeno così sostengono da InvestCloud. La multinazionale americana con sede in California che opera nel settore della tecnologia finanziaria ha fatto sapere a parti sociali e istituzionali di aver avviato le pratiche per il licenziamento collettivo di tutti i 37 dipendenti dell’unica sede italiana. Motivo? Il nuovo modello organizzativo, basato su sistemi integrati con l’intelligenza artificiale «non prevede il mantenimento di strutture locali autonome».
Nella lettera l’azienda spiega che l’attuale configurazione del business, «sviluppata nel tempo secondo un modello fortemente distribuito in diversi Paesi nel mondo e parzialmente basato su soluzioni adattate a livello locale, non risulta più compatibile con l’obiettivo di realizzare una piattaforma tecnologica integrata centrata su soluzioni basate sull’Ia». Una comunicazione asettica, probabilmente realizzata inserendo qualche parola chiave («tagli»?, «Italia»?, «profitti»?) su ChatGpt, Gemini o Grok, che se ne frega altamente del destino dei lavoratori.
E pensare che il motto aziendale, «Experience Wealth Connected», presuppone l’obiettivo di connettere tecnologia avanzata (quindi l’Ia), dati e persone per rendere più efficienti le relazioni tra consulenti e clienti. Alla faccia della coerenza.
«Nei prossimi giorni», spiega alla Verità il segretario generale della Cisl Veneto Michele Zanocco, «è prevista un’assemblea per valutare quali strumenti normativi opporre alla decisione, anche attraverso l’apertura di un tavolo di crisi della Regione Veneto. E chiederemo di parlare il prima possibile con un rappresentante dell’azienda. Detto questo, siamo consapevoli di non avere grandi armi a disposizione. Se una multinazionale decide di cambiare il suo modello organizzativo e di chiudere o ridimensionare una sede all’estero, purtroppo c’è ben poco che possiamo fare. Abbiamo degli esempi recenti non solo in questo campo. Qui in Italia penso ad Amazon».
E veniamo al punto. Che lo tsunami dell’intelligenza artificiale avrebbe travolto il mondo del lavoro è chiaro da tempo. Che quest’onda impetuosa avrebbe colpito alcuni settori (quello dei software e delle nuove tecnologie per esempio) più di altri era altrettanto evidente. Il problema sta nell’individuare le soluzioni e nel farlo in fretta.
«Pensare di fermare il processo in atto», continua Zanocco, «è pura illusione. Se lo blocchi in Italia continuerà a svilupparsi altrove provocando un gap competitivo del quale non sentiamo il bisogno. Nessuno ha la bacchetta magica, ma studio il fenomeno da tempo e quello che possiamo fare è gestirlo. Innanzitutto con una politica a livello nazionale che individui i settori sui quali puntare e le nuove professioni che questa rivoluzione può creare. Poi sta al territorio indicare le singole priorità sia industriali che di formazione e riqualificazione professionale».
Lo tsunami insomma non si può fermare, ma va di certo arginato. E qualche spunto in questa direzione potrebbe arrivare dal nuovo contratto della Pubblica Amministrazione. Se ne sta discutendo in queste ore. E per la prima volta prevede una regolamentazione articolata dell’Ia. Nelle bozze per esempio viene messo nero su bianco che «l’utilizzo di sistemi di intelligenza artificiale non può dar luogo a decisioni esclusivamente automatizzate [...] senza l’intervento dell’uomo», così come è evidenziato che il lavoratore ha il diritto di conoscere in forma comprensibile i criteri generali di funzionamento dell’Ia utilizzati per esempio per la valutazione della prestazione dei dipendenti.
Prevedere esplicitamente l’intervento dell’uomo e dare la possibilità anche ai lavoratori di comprendere l’algoritmo che sta alla base dell’Intelligenza artificiale va di certo nella corretta direzione. Altra cosa è capire come nella pratica tutto ciò sarà possibile. Probabilmente si procederà per tentativi. E per fallimenti. La speranza è di accelerare per evitare che quello di Marghera (Venezia) sia il primo «strike» di posti di lavoro di una lunga serie.
«Tanto, dopo il referendum, con voi del Foglio faremo i conti». La frase cade lì, secca. Non è una battuta. Non è neppure una provocazione da talk show. Nicola Gratteri, oggi capo della procura di Napoli, l’avrebbe pronunciata parlando con la cronista del Foglio, Ginevra Leganza, dopo la polemica nata da una sua uscita televisiva su La7, quando aveva detto che Sal Da Vinci canta Per sempre Sì ma alla fine «voterà No». Il cantante ha poi smentito.
A quel punto il clima cambia. «Ascolti», avrebbe detto serio Gratteri, «se dovete speculare e diffamare persino su Sal Da Vinci, fate pure. Non è un problema. Tanto, dopo il referendum, con voi del Foglio faremo i conti». La conversazione, stando a quanto riportato ieri dal quotidiano, deve essere stata a tratti delirante: «I conti?», ha chiesto la cronista. Gratteri: «Nel senso che tireremo una rete». «La famosa rete?», chiede ancora la giornalista. Risposta: «Sì, una rete». Ancora una domanda: «Si riferisce alla pesca a strascico?». Risposta secca: «Speculate pure». Il punto, però, non è la polemica televisiva. E neppure la battuta su Sal Da Vinci. Il punto sono proprio i «conti». E i conti si fanno con i numeri.
Il conteggio più citato negli ultimi mesi è quello dell’Unione delle Camere penali sulle principali operazioni coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro negli anni in cui Gratteri era procuratore capo. Il perimetro riguarda le inchieste arrivate almeno a una sentenza di primo grado tra il 2017 e il 2023. Il totale indicato è di «1.121 arresti». Le «assoluzioni» sono «423», cioè «il 37,4%». Non significa automaticamente arresti illegittimi. Anche perché, a proposito di separazioni delle funzioni, la misura cautelare la decide un gip. Ma i numeri raccontano qualcosa di molto concreto: una quota rilevante delle accuse iniziali non ha retto alla prova del processo. E non è l’unico numero che riguarda il distretto giudiziario di Catanzaro. Secondo la relazione del ministero della Giustizia sulle misure cautelari personali e sulla riparazione per ingiusta detenzione, tra il 2018 e il 2024 nel distretto di Catanzaro sono state presentate 847 domande di risarcimento per ingiusta detenzione.
Nel solo 2024 la Corte d’appello di Catanzaro ha definito 198 procedimenti, accogliendone 117: una percentuale di accoglimento pari al 59%, superiore alla media nazionale (circa 45%). Nello stesso periodo, sempre secondo il documento ministeriale, lo Stato ha pagato nel distretto quasi 29 milioni di euro di indennizzi. Solo nel 2024 i risarcimenti liquidati hanno superato i 10 milioni di euro, uno dei livelli più alti registrati tra le Corti d’appello italiane. Si tratta di dati aggregati che riguardano tutte le Procure del distretto ma che restituiscono comunque la dimensione del fenomeno nel territorio in cui operava anche la Procura guidata da all’epoca da Gratteri.
Il caso simbolo è l’inchiesta «Rinascita-Scott», un maxi blitz del dicembre 2019 contro le cosche vibonesi. L’operazione partì con 334 arresti. Con rito abbreviato arrivarono 70 condanne e 20 assoluzioni. Nel troncone principale di primo grado la sentenza registrò 207 condanne e 131 assoluzioni su 338 imputati. Tra le storie finite dentro quell’indagine c’è anche quella di Danilo Tripodi, giovane cancelliere del tribunale di Vibo Valentia indicato come particolarmente zelante. Arrestato con accuse che andavano dalla corruzione alla mafia, è rimasto mesi in carcere e ai domiciliari. La Cassazione ha poi annullato senza rinvio, stabilendo che non era né mafioso né corrotto e parlando di «ipotesi congetturale» costruita su circostanze irrilevanti. Uno schema simile si è visto nell’operazione Stige, il blitz del 2018 contro il clan Farao-Marincola tra Calabria e Germania. Allora gli arresti furono 169.
Negli anni successivi, tra rito abbreviato e ordinario, le assoluzioni sono state numerose: circa cento su 169 arrestati. Tra gli arrestati c’era l’imprenditore vinicolo di Cirò Marina Francesco Zito, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Ha trascorso sei mesi tra carcere e domiciliari. Dopo quasi sette anni è arrivata l’assoluzione definitiva e la Corte d’appello di Catanzaro gli ha riconosciuto 47.000 euro di indennizzo per ingiusta detenzione, sottolineando i danni subiti anche dall’impresa. Alla fine, in Cassazione l’inchiestona conquista condanne definitive per 19 appartenenti al clan e assoluzioni definitive per altri 19 imputati, tra cui gli ex sindaci di Cirò Marina e Strongoli e diversi imprenditori coinvolti nell’indagine.
Poi c’è «Basso Profilo», gennaio 2021: 48 arresti tra imprenditori, politici e presunti uomini della ‘ndrangheta crotonese. Nel processo d’Appello il bilancio è stato di 29 condanne e undici assoluzioni. Tra gli imputati eccellenti dell’area amministrativa figurava anche Pasquale Anastasi, ex dirigente del dipartimento Turismo della Regione Calabria. Arrestato con l’accusa di traffico di influenze aggravato dal metodo mafioso, è stato poi assolto insieme ad altri imputati per i quali erano state chieste pene fino a 8 anni.
Un andamento non molto diverso emerge da «Imponimento», operazione del luglio 2020 contro il clan Arena di Isola Capo Rizzuto: 75 arresti tra Italia e Svizzera. Nel primo grado arrivano 48 condanne e 25 tra assoluzioni e prescrizioni. In altre indagini della Dda di Catanzaro, come «Brooklyn», la Cassazione ha annullato diverse contestazioni nei confronti dell’imprenditore Eugenio Sgromo, escludendo l’esistenza di gravi indizi per alcuni dei reati più pesanti, tra cui il concorso esterno e l’autoriciclaggio. Infine «Farmabusiness», novembre 2020, l’indagine sui rapporti tra ‘ndrangheta e settore farmaceutico. Tra gli arrestati c’era l’ex presidente del Consiglio regionale della Calabria, Domenico Tallini. Nel rito abbreviato del 2022 il tribunale ha pronunciato 14 condanne e 6 assoluzioni, tra cui proprio quella di Tallini. Nel processo ordinario il bilancio si è ulteriormente ridotto: una condanna e due assoluzioni. In questo caso la partita se la sono aggiudicata gli assolti.
Ecco i conti. Ma prima del referendum.
La cosa più interessante di Enrica Bonaccorti, scomparsa oggi nella sua città d’adozione, Roma, è la biografia, in particolare la storia professionale. È un dato, questo, condiviso con tanti protagonisti - maggiori e minori - del mondo dello spettacolo italiano della seconda metà del Novecento, la cui carriera, proprio come quella di Enrica, risulta quasi sempre ricca di cambi di direzione, imprese insospettabili, passaggi repentini dal puro intrattenimento all’attività intellettuale.
Il grande pubblico la conosce per i suoi trascorsi di conduttrice e opinionista tv, ruoli ricoperti a partire dai primi anni Ottanta e proseguiti in modo pressoché continuativo fino a pochi anni or sono, ma la Bonaccorti, nei suoi 75 anni di vita (era nata a Savona il 18 novembre 1949), ha fatto tantissimo altro. Innanzitutto l’attrice, muovendo i primi passi in ambito teatrale tra il finire degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, in quella Capitale dove si era da poco trasferita con la famiglia. Il suo debutto avviene presso il Teatro alla Ringhiera di Trastevere, uno dei tanti luoghi di sperimentazione e avanguardia della Roma di quel tempo (curiosità: lo spazio era situato in Via dei Riari e i Riario erano una nobile famiglia di origini savonesi, come Enrica), quindi giunge la partecipazione, nel 1970, allo spettacolo Mi è cascata una ragazza nel piatto (dalla pièce dell’inglese Terence Frisby), al fianco di Domenico Modugno e Paola Quattrini. Nello stesso periodo, in virtù della frequentazione di Modugno, si cimenta nella stesura di liriche, co-firmando i testi di due capisaldi del repertorio dell’artista pugliese: Amara terra mia (1971) e l’ancor più celebre La lontananza, uscita l’anno precedente. Al 1973 risale un evento fondamentale nell’esistenza della Bonaccorti: la nascita dell’amata (e unica) figlia Verdiana, frutto della relazione con l’allora marito Daniele Pettinari, regista e sceneggiatore. Nel 1969, intanto, Enrica aveva debuttato al cinema, entrando nel cast del film Metti, una sera a cena di Giuseppe Patroni Griffi. Seguirà la partecipazione a numerose pellicole, buona parte delle quali riconducibili ai generi (talvolta fusi tra loro) della commedia e dell’erotismo, quest’ultimo frequentato dalla Bonaccorti in ragione di un fisico procace e statuario, esibito in film come Il maschio ruspante di Antonio Racioppi (1973) e Rag. Arturo De Fanti, bancario precario di Luciano Salce (1980) e in seguito, nel 1982, in un servizio fotografico per la rivista Playboy.
La carriera televisiva, che le darà la piena celebrità, ha inizio come già detto nei primi anni Ottanta, dapprima con le trasmissioni Rai Italia sera (1983-1986) e Pronto, chi gioca? (1985-1987, continuazione del Pronto, Raffaella? condotto dalla Carrà), poi con vari programmi per la Fininvest come La giostra (1987-1988), Cari genitori (1988) e l’indimenticata prima edizione di Non è la Rai (1991-1992). La Bonaccorti è stata anche scrittrice: nel suo ultimo libro, Nove novelle senza lieto fine, pubblicato pochi mesi fa, vi è un componimento in cui, confermando la sua abilità nell’uso delle parole, affronta con ironia ammirevole quella morte che sapeva vicina a causa del carcinoma al pancreas da cui era affetta: «Ho spesso pensato / alla morte / ma non ci ho mai veramente creduto / Soprattutto alla mia / Ora fra anagrafe e acciacchi / qualche dubbio mi assale / E se anch’io fossi mortale? / Ma non voglio sapere / né approfondire / l’idea di morire / mi uccide».
Dai Giochi invernali di Milano-Cortina 2026 ai mercati globali: l’Ia affianca atleti e tifosi e spinge un settore che passerà da 1,22 miliardi di dollari nel 2025 a 5,01 miliardi nel 2034 (+310%). Dalla prevenzione degli infortuni allo storytelling automatico, ecco come gli algoritmi stanno cambiando le regole del gioco.
Non solo talento e allenamento: l’era dei dati entra nelle competizioni e vale miliardi. Dopo l’esperienza di Milano-Cortina 2026, l’intelligenza artificiale spinge performance, strategie e coinvolgimento dei tifosi, con un mercato globale previsto in crescita del 310% entro il 2034.
Alle Olimpiadi Invernali di Giochi Olimpici Invernali Milano Cortina 2026 non si è visto solo talento, fatica e spettacolo. Accanto agli atleti, spesso lontano dalle telecamere, ha lavorato anche un altro protagonista: l’algoritmo. Silenzioso, invisibile, ma sempre più decisivo. È il segno di una trasformazione che non riguarda solo una singola edizione dei Giochi, ma l’intero sistema sportivo.
I numeri aiutano a capire la portata del fenomeno. Secondo Fortune Business Insights, il mercato globale dell’intelligenza artificiale applicata allo sport valeva 1,22 miliardi di dollari nel 2025, salirà a 1,43 miliardi nel 2026 e toccherà i 5,01 miliardi entro il 2034. Una crescita del +310% in meno di dieci anni, con un tasso medio annuo del 16,9%. A trainare questa espansione sono soprattutto le decisioni basate sui dati per migliorare le prestazioni e i risultati competitivi, insieme alle soluzioni di coinvolgimento personalizzato dei tifosi. Sempre più diffusa è anche l’analisi predittiva, utilizzata per prevenire infortuni, gestire i carichi di allenamento e programmare lo sviluppo degli atleti, mentre le piattaforme cloud rendono questi strumenti accessibili a squadre e campionati di ogni dimensione.
A Milano-Cortina l’intelligenza artificiale si è vista in modo concreto. Il Comitato Olimpico Internazionale ha presentato Olympic Gpt, un assistente digitale capace di rispondere in tempo reale alle domande degli spettatori su regolamenti, risultati e curiosità. Una sorta di guida virtuale per orientarsi tra gare e classifiche. Dietro le quinte, Olympic Broadcasting Services ha sperimentato strumenti di Ia per catalogare enormi flussi video, creare highlight automatici e arricchire le immagini con dati e analisi in tempo reale. Il salto di uno sciatore «fermato» a mezz’aria, con grafica su velocità e angolo d’atterraggio, non è solo un effetto scenico: è un nuovo modo di raccontare lo sport.
L’intelligenza artificiale però non si limita a descrivere le imprese, contribuisce a costruirle. La snowboarder americana Maddie Mastro ha corretto un errore tecnico grazie alla ricostruzione tridimensionale del suo movimento attraverso modelli basati su IA. La nazionale statunitense di bob e skeleton ha trasformato micro-variazioni e dati in un vantaggio competitivo. Nel pattinaggio di velocità sono stati creati gemelli digitali degli atleti per simulare la resistenza dell’aria, replicando virtualmente ciò che un tempo si faceva in galleria del vento. Secondo Giacinto Fiore e Pasquale Viscanti, fondatori della community Intelligenza Artificiale Spiegata Semplice e organizzatori della Ai Week, l’Ai non sostituisce il talento ma lo amplifica, permettendo di vedere dettagli invisibili e di prendere decisioni migliori in meno tempo. In discipline dove le medaglie si decidono per centesimi, anche una micro-correzione può fare la differenza. Anche l’Italia ha investito in monitoraggi e protocolli scientifici. Le due medaglie d’oro nello sci di Federica Brignone, tornata in gara dopo un grave infortunio, raccontano anche di analisi continue e della collaborazione tra la Federazione Italiana Sport Invernali e partner privati per prevenire ricadute e ottimizzare il rientro. E perfino il curling, diventato popolare grazie ai successi di Stefania Constantini e Amos Mosaner, ha visto l’impiego di sistemi capaci di tracciare traiettorie reali e previsionali in tempo reale, offrendo un supporto tattico che fino a ieri era affidato soprattutto all’intuito.
La trasformazione in atto si muove lungo cinque direttrici principali: l’ottimizzazione delle performance in tempo reale attraverso sensori e dispositivi indossabili; la previsione preventiva degli infortuni grazie all’analisi di dati biometrici e carichi di lavoro; il coinvolgimento personalizzato dei tifosi con contenuti e offerte su misura; lo storytelling automatizzato con riassunti generati in tempo reale; e un modello decisionale sempre più fondato su analisi oggettive di video e dati statistici. La passione resta umana, ma l’infrastruttura che la sostiene è sempre più intelligente. E quanto visto a Milano-Cortina potrebbe essere solo l’inizio.








Pierluigi Bolla

