Orazio Schillaci ha battuto un colpo: il nuovo piano pandemico 2025-2029, approvato ieri dalla Conferenza Stato-Regioni, dovrebbe aver archiviato i lockdown alla Conte e le vaccinazioni forzate alla Speranza.
Lo si evince consultando la sezione dedicata agli «interventi non farmacologici» (Npi) per il controllo delle infezioni. Essa conferma che, qualora si diffonda un «patogeno respiratorio ad elevata contagiosità e/o patogenicità», verranno «valutate misure restrittive e autorizzate attraverso leggi o atti aventi forza di legge» (quindi, niente più dpcm, i famigerati decreti del presidente del Consiglio sfornati a raffica da Giuseppi), con l’obiettivo di «limitare o evitare aggregazioni di persone». Tuttavia, il documento riconosce che, siccome «possono incidere sulle libertà personali», i provvedimenti dovranno «essere sostenuti sia da un processo decisionale trasparente basato sulle conoscenze e sulle evidenze disponibili sia da solidi quadri giuridici». Due precisazioni che non trascurabili: entrambe le condizioni mancarono quando l’allora premier dei 5 stelle e il ministro della Salute introdussero regole di dubbia efficacia, con deroghe grottesche (ricordate gli «affetti stabili»?) e dalle comprovate conseguenze disastrose (le altre gravi malattie trascurate, nonché il record di ore di lezione perdute a scuola).
L’applicazione dei divieti, si legge nel piano pandemico, avrà «intensità proporzionale alla contagiosità e/o alla patogenicità dell’agente patogeno». In più, si terrà conto delle «ripercussioni» che le contromisure «possono determinare sulla popolazione in termini sociali ed economici». È il riconoscimento di un principio fondamentale: anche nella gestione di un’emergenza, il governo deve saper soppesare e bilanciare diversi principi e beni altrettanto degni di considerazione. Compreso il diritto di portare a casa il pane.
Quanto alle campagne di vaccinazione e alla somministrazione di farmaci, il testo è chiaro: senza sbandate pseudoscientifiche o derive complottiste, evidenzia che ogni campagna dovrà «garantire un’elevata appropriatezza prescrittiva, intesa come corrispondenza tra indicazione clinica, scelta terapeutica e profilo del paziente». Alla luce di queste indicazioni, viene difficile immaginare una replica dell’increscioso spettacolo della persecuzione fondata sul green pass. Con milioni di giovani sottoposti a ricatto medico-politico, in assenza di adeguata valutazione del rapporto tra rischio e benefici delle inoculazioni di vaccini anti Covid. È la clausola che dovrebbe impedire tragedie come quella di Camilla Canepa, la diciottenne ligure stroncata dal medicinale di Astrazeneca.
Le Regioni e le Province autonome hanno chiesto al governo di intervenire ancora su due fronti. Primo: assicurare che le risorse possano essere utilizzate per reclutare personale anche in deroga ai tetti attualmente previsti, com’è accaduto già con la legge di Bilancio 2025; e ammettere le Regioni a statuto speciale e le Province autonome di Treno e Bolzano alla ripartizione di eventuali risorse aggiuntive, qualora si rendano disponibili.
Attenzione, però: un’altra novità importante è che non arriveranno fondi a pioggia. I finanziamenti pluriennali, con stanziamenti crescenti (50 milioni per il 2025, 150 per il 2026 e 300 l’anno dal 2027), saranno vincolati a una pianificazione dettagliata da parte degli enti. Entro 90 giorni dalla stipula dell’accordo, Regioni e Province autonome dovranno trasmettere al ministero della Salute la delibera di recepimento del piano (pensato per virus respiratori e influenzali) e il cronoprogramma con le prime azioni per attuarlo; entro nove mesi dovrà arrivare un secondo cronoprogramma; dal 2027 saranno necessarie relazioni di attività e resoconti finanziari. L’erogazione del denaro pubblico sarà subordinata al rispetto e alla verifica di questi passaggi: prima si approvano i programmi, poi vengono valutati, infine si sbloccano i soldi. A svolgere il ruolo di supervisore sarà un Comitato di coordinamento, vero e proprio organismo di controllo centralizzato. Utile anche a definire bene le rispettive competenze di Stato e Regioni - uno dei punti che, nel 2020, creò confusione e compromise la reazione all’epidemia.
Tutto affinché non si ripeta l’indegna recita di Conte. Che in tv giurava: «Siamo prontissimi». E poi ci rinchiuse a doppia mandata.
L’indice di sforzo sul mutuo. Per capire cosa c’è alla base del piano casa da circa 10 miliardi per creare almeno 100.000 alloggi a canone agevolato in Italia, bisogna partire proprio da qui. Dal rapporto, spiegato ieri in conferenza stampa dal premier Giorgia Meloni, tra lo stipendio netto e quanta parte di quel salario bisogna investire per pagare un mutuo o un affitto.
«Roma e Milano», ha evidenziato il presidente del Consiglio, «sono tra le città europee dove è più difficile acquistare casa: 16 a Roma, 13 a Milano sono i metri quadri di abitazione che un giovane può permettersi se destina un terzo del suo stipendio al pagamento di un prestito a 30 anni a tasso fisso. E quindi capiamo che un problema c’è. Non riguarda esclusivamente le città, perché il problema esiste ovunque».
E visto che c’è un problema che riguarda giovani, famiglie e anziani, il governo è intervenuto con un provvedimento «corposo» che poggia su tre pilastri. Il primo riguarda l’edilizia residenziale popolare e prevede di impiegare inizialmente non meno di 1,7 miliardi per ristrutturare alloggi pubblici che in questo momento non sono «agibili» e quindi restano fuori dalla graduatorie. Quanti? «L’obiettivo», ha sottolineato il vicepremier Matteo Salvini, «è recuperare entro un anno dall’approvazione del decreto 60.000 appartamenti ad oggi non assegnati perché fuori norma, perché occupati abusivamente, perché non hanno gli infissi ecc. in tutte le regioni italiane, con un costo medio per appartamento fra i 15 e i 20.000 euro».
Ma non ci sono solo i soldi. Perché a breve verrà nominato un commissario che avrà il compito di «facilitare» tutte le procedure. Il secondo pilastro invece prevede la nascita di uno strumento finanziario in capo a Invimit nel quale confluiranno le risorse finanziarie sia nazionali che europee destinate all’housing sociale e all’emergenza abitativa e che saranno ripartite tra i vari livelli di governo. Poi c’è la terza gamba, quella che fa perno sui privati, affiancati dalla mano pubblica che vede come protagonista Cassa Depositi e Prestiti, Confindustria e la rete del Real Estate guidata dal manager Mario Abbadessa.
Risorse che dovrebbero aggiungersi ai 10 miliardi di cui parla la Meloni. Secondo quanto risulta alla Verità sarà costituito un fondo immobiliare chiuso che oltre a Cdp (che investirà più di 400 milioni per avere un ruolo soprattutto di supervisione) coinvolgerà anche Mubadala (il fondo sovrano di Abu Dhabi che metterà sul piatto 1 miliardo per poi accrescere la sua partecipazione) e quasi sicuramente anche il fondo sovrano del Kuwait (Kia). E sempre dal Golfo Persico potrebbero arrivare altre sorprese. Anche per la creazione della terza gamba del piano casa il ruolo e i rapporti internazionali della Meloni (pensiamo al bilaterale di dicembre con l’Emiro del Kuwait Misha’al Al-Ahmad Al-Sabah e all’incontro di gennaio con il presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohamed bin Zayed Al Nahyan) sono stati fondamentali.
I fondi sovrani puntano a un ritorno certo, ma va ricordato che nel piano di Cdp e Abbadessa avranno un ruolo importante le più grandi casse di previdenza del Paese, soggetti che per loro natura hanno una visione poco speculativa (Enpam, Cassa Forense, Inarcassa, Cnpadc ed Enasarco).
Si parla di una potenza di fuco (a leva) di circa 20 miliardi.
Anche per il terzo pilastro è prevista la nomina di un commissario alla semplificazione, ma come ha spiegato la Meloni, «lo Stato assicura al privato che vuole investire semplificazioni burocratiche, e procedure veloci, ma in cambio il privato dovrà garantire su 100 alloggi che costruisce che 70 siano di edilizia convenzionata. Un prezzo di affitto scontato di almeno il 33% rispetto al costo di mercato, ma speriamo che si possa fare anche meglio».
Sono essenziali per la riuscita del piano anche altre operazioni. Lo stesso presidente del Consiglio ha sottolineato come per la parte di edilizia a prezzi calmierati sia previsto il dimezzamento di tutti gli oneri dei notai: «Significa», ha spiegato, «dimezzare il costo dell’atto di compravendita, del mutuo, della locazione». Così come sarà centrale l’approvazione del disegno di legge con la dichiarazione d’urgenza sul tema degli sgomberi. Un pacchetto di misure per rendere più efficace e veloce la liberazione degli immobili occupati abusivamente intervenendo sulle procedure di notifica di esecuzione dello sfratto, sui tempi per le esecuzioni e sulla procedura accelerata e di urgenza per ottenere in via giudiziale il titolo esecutivo e quindi il rilascio dell’immobile.
Occhio infine al meccanismo del rent to buy. «C’è per l’edilizia sociale la formula innovativa del rent to buy. Cioè», ha insistito Salvini, «non si paga più a vuoto l’affitto di una lunga locazione perché dopo un tot di anni puoi andare a riscattare quell’immobile. Quindi non è più un affitto ma è un anticipo diluito nel tempo dell’acquisto». A cui si aggiunge anche un «aiuto per i prossimi tre anni dedicato esclusivamente ai genitori separati di 400-500 euro al mese». Mostrano apprezzamento le parti sociali. «Come Confindustria Assoimmobiliare», commenta per esempio il presidente Davide Albertini Petroni, «apprezziamo il forte impegno che Meloni, Salvini e Foti hanno dedicato all’emergenza abitativa, oggi tra le principali urgenze sociali del Paese».
Tutto bellissimo nella pratica, ora arriva il difficile: mettere il piano casa a terra.
O l’Europa garantisce controlli severi alle frontiere oppure liberi tutti: non si può stare sul ring mondiale con una mano legata dietro la schiena.
Il Commissario alla Salute Oliver Varhely è arrivato ieri a Roma e si è trovato di fronte il ministro dell’agricoltura e per la sovranità alimentare Francesco Lollobrigida, deciso a far valere le ragioni dell’Italia stanca di condurre una battaglia per la massima qualità e salubrità del cibo e poi di vedere che le regole dell’Ue vengono sistematicamente. La venuta a Roma del Commissario alla Salute è stata sollecitata dalla Coldiretti che ieri ha dedicato una giornata di studio al rapporto cibo e salute. La battaglia è quella contro gli ultraprocessati, contro le importazioni selvagge – di fatto l’incontro di palazzo Rospigliosi è la conclusione della mobilitazione degli agricoltori a difesa del made in Italy – contro il codice doganale che con l’ultima trasformazione (fosse anche solo il confezionamento) consente di etichettare come italiana qualsiasi merce d’importazione, contro la politica Ue che nicchia sull’origine, ma ha nostalgie del Nutri-score e vuole le etichette allarmistiche. Nell’incontro col ministro Francesco Lollobrigida, Oliver Varhely si è sentito dire: «Per noi Commissario lei è interlocutore fondamentale nella tutela della salute e della qualità: anche sulla gestione degli agrofarmaci lei è stato un interlocutore fondamentale. L’Italia vuole utilizzare tali sostanze solo quando strettamente necessario, vietandone l’impiego laddove sia effettivamente possibile farlo senza compromettere le colture. Abbiamo richiesto un potenziamento dei controlli e ringrazio il Commissario per il suo attivismo, che oggi compensa anni di immobilismo. L’Italia ha recentemente approvato una normativa molto rigorosa per la tutela dell’agroalimentare e chiederemo ulteriori verifiche nei nostri scali, a partire dal porto di Genova». Non a caso Lollobrigida aveva chiesto che fosse radicata a Roma l’autorità doganale per rendere più efficaci i controlli colabrodo dei porti del nord Europa (solo il 3% delle merci è monitorato) da qui la scelta rivendicata dal ministro di sostenere il cosiddetto «pacchetto Omnibus» sulle importazioni «esigendo tuttavia che venga sancito il principio di reciprocità: se un agrofarmaco è vietato, tale divieto deve valere per qualsiasi prodotto che acceda al nostro mercato».
È la stessa posizione della Coldiretti che ha consegnato a Varhely un milione di firme di cittadini e 2034 delibere tra Regioni, Province, Anci e Comuni italiani per tutelare trasparenza e salute con l’etichettatura d’origine obbligatoria sui cibi e la riforma del Codice doganale restituendo agli Stati la possibilità di definire con chiarezza la provenienza dei prodotti. Si è molto discusso con gli interventi dei professori Felice Adinolfi e Antonio Gasbarrini del rapporto inscindibile tra cibo e salute e della primazia della dieta mediterranea. Vincenzo Gesmundo, segretario Coldiretti, ha detto: «Per gli agricoltori la salute e la fiducia del consumatore sono valori non negoziabili, basta cibi ultraprocessati, falso made in Italy e attacchi alla nostra qualità». Ettore Prandini che di Coldiretti è presidente ha ribadito: «Serve un’alleanza strategica europea per estendere l’indicazione obbligatoria dell’origine in etichetta a tutti i prodotti alimentari in commercio nell’Unione Europea e riformare l’attuale codice doganale; l’Ue deve arrivare a un elemento di trasparenza, dando la possibilità ai cittadini di non essere ingannati». Varhely non si è limitato a prendere buona nota, ma ha affermato che «la sicurezza alimentare è un impegno fondamentale per l’Ue e che la salute passa prima di tutto dal cibo, ciò che l’Italia ci suggerisce è paradigma fondamentale per la nostra azione». Viene da dire: finché c’è pane c’è speranza.
La scena, a volerla guardare senza fretta, sembra girata a teatro: la Bce lascia i tassi al 2% e apparentemente non succede nulla. Sipario immobile, orchestra in silenzio. Pubblico che aspetta senza tossire. Ma dietro le quinte si intravede il vero spettacolo. Perché dietro il voto «all’unanimità» rassicurante come un semaforo in piena notte, si è consumato dell’altro.
Lo ammette senza troppi giri di parole Christine Lagarde: abbiamo discusso un possibile rialzo dei tassi. Discusso. Valutato. Soppesato. Poi archiviato. Per ora. Con un’aggiunta che sa più di promessa che di prudenza: se ne riparlerà a giugno. La realtà è salita sul palcoscenico e ha cambiato la scena. La guerra in Medio Oriente riapre una ferita che l’Europa conosce benissimo ma finge di dimenticare: l’energia che diventa arma. Il blocco dello Stretto di Hormuz - nome quasi astratto finché non arriva la bolletta della luce - non è solo una variabile economica. È una leva politica travestita da pompa di benzina. E infatti l’inflazione, che sembrava finalmente domata, decide di rialzare la testa. Ad aprile torna al 3%. Non un’esplosione, ma abbastanza per ricordare alla Bce che il 2% non è un suggerimento: è una linea di confine. Perché mentre i prezzi ripartono, l’economia rallenta. L’Eurozona nel primo trimestre è migliorata dello 0,1%. Tecnicamente è un miglioramento, praticamente un battito di ciglia. Definirla «bassa crescita», come fa Lagarde, è un esercizio di stile che meriterebbe un premio a parte: quello per l’ottimismo resistente.
Ed è in questo equilibrio instabile che la Bce si ritrova intrappolata. Da una parte l’inflazione che rialza la voce, dall’altra una crescita che ha perso le corde vocali. In mezzo, la politica monetaria che tenta di non scegliere per non sbagliare. O meglio sceglie di aspettare perché qualsiasi scelta avrebbe un costo. «Abbiamo preso la decisione di non toccare i tassi perché le informazioni sono ancora insufficienti», dice Lagarde. Onesta, ma inquietante. Il tempo che passa, in economia, non è mai neutrale. Poi arriva la frase chiave che fa alzare qualche sopracciglio: «Ci stiamo allontanando dal nostro scenario di base». Come dire: le stime su cui pensavamo di basarci - guerra breve, energia sotto controllo, inflazione in discesa - si stanno sgretolando. Non crollano, certo. Ma si incrinano abbastanza da rendere ogni previsione una scommessa. E qui la lettura diventa inevitabilmente più critica. Perché la sensazione è che la Bce, ancora una volta, si trova a inseguire gli eventi invece di anticiparli. Un thriller già visto: nel 2011, con il rialzo dei tassi che alimentò la crisi del debito. Nel 2022, sottovalutando l’inflazione fino a farla diventare un problema strutturale. Due errori opposti, ma figli dello stesso difetto: arrivare sempre un attimo dopo. È proprio questo l’incubo che incombe sulle riunioni di Francoforte. Non tanto cosa fare, ma cosa non fare. E in economia, come in politica, la paura di sbagliare diventa strategia: quella del rinvio permanente. Nel frattempo, il resto del mondo fa coro. La Federal Reserve per la terza volta di fila resta ferma, la Bank of England pure. Tutti prudenti, tutti immobili, tutti in attesa che qualcun altro faccia il primo passo. È la globalizzazione della cautela: nessuno vuole essere ricordato come quello che ha mosso la pedina sbagliata nel momento sbagliato. Sotto questa calma apparente, il sistema si muove. Le aspettative di inflazione risalgono, la fiducia di imprese e famiglie si incrina, la guerra non ha ancora scaricato tutto il suo impatto sull’economia reale. La quiete che precede non il temporale ma la revisione del meteo. E così il quadro finale è quasi sospeso: tassi fermi, dibattito acceso; inflazione in salita, ma non fuori controllo; crescita debole, ma non assente. Una sorta di equilibrio instabile in cui tutto sembra tenere finché non precipita. Ed è qui che la narrazione di Lagarde diventa più fragile, quasi difensiva. La prudenza viene presentata come virtù, ma rischia di diventare una postura permanente. E il mercato, si sa, non premia chi aspetta troppo a lungo di decidere: premia chi arriva prima di essere costretto a rincorrere. La conclusione, allora, è meno rassicurante di quanto sembri. La Bce non è immobile: è semplicemente in attesa del momento in cui muoversi sarà inevitabile. Ha scelto la pausa. Ma è una pausa che somiglia sempre di più a una sospensione carica di tensione. E quando il sipario si rialzerà non basterà più raccontare che «si è discusso il rialzo». Il pubblico chiederà spiegazioni.








