«Questa riforma non s’ha da fare». Si potrebbe ricorrere alla parafrasi di una delle battute più celebri de I promessi sposi per sintetizzare l’attuale posizione del ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, rispetto a una delle proposte di revisione dei programmi scolastici liceali avanzate nei giorni scorsi da una commissione ministeriale formata da docenti di scuola superiore e dell’università.
Proposta in base alla quale la lettura del capolavoro ottocentesco di Alessandro Manzoni andrebbe spostata dal secondo al quarto anno dei licei. Valditara si è appunto mostrato scettico: «È una proposta della commissione. Ha una sua ragionevolezza ma ho qualche perplessità, perché ritengo che I promessi sposi siano particolarmente formativi anche per un giovane di 14-15 anni. Penso sia prematuro dare per scontata questa innovazione».
In sé, il cambiamento suggerito dalla commissione non avrebbe nulla di particolarmente traumatico o rivoluzionario e, come osservato dallo stesso Valditara, esso non appare nemmeno privo di una sua ragion d’essere. Ma è proprio questa ragion d’essere a suscitare domande e qualche preoccupata considerazione sull’istruzione italiana nel suo complesso. Per suffragare il differimento di un biennio della lettura del romanzo manzoniano, pietra angolare della letteratura del nostro Paese e testo che - «risciacquando i panni in Arno» - ha posto le fondamenta della lingua italiana odierna, i redattori della bozza delle nuove linee guida per i licei affermano: «Com’è evidente, I promessi sposi non sono più un “classico contemporaneo”. Al secondo anno del biennio, a discrezione dell’insegnante, in alternativa al romanzo di Manzoni sarà pertanto possibile far leggere integralmente agli studenti altri libri meno complessi dal punto di vista linguistico (per esempio quelli elencati nelle righe precedenti), rimandando la lettura de I promessi sposi, in forma integrale o per brani, al quarto anno del percorso di studio».
Si potrebbe intanto obiettare che la definizione «classico contemporaneo» - recuperata dai programmi scolastici di fine Ottocento - è non solo sorpassata ma una contraddizione in termini, dato che un classico è necessariamente e sempre contemporaneo (cioè in grado di parlare a noi come ha fatto con i nostri predecessori), altrimenti classico non sarebbe. Inoltre, molti degli autori che vengono suggeriti come possibili sostituti non risultano affatto linguisticamente meno complessi del Manzoni de I promessi sposi (il che segnala un certo disorientamento da parte dei componenti della commissione): si pensi a nomi come Aldo Palazzeschi, Beppe Fenoglio, Cesare Pavese, Pier Paolo Pasolini, Leonardo Sciascia e Giuseppe Pontiggia, per non parlare di stranieri quali Stendhal, Dickens, Tolstoj, Dostoevskij, Henry James e Kafka.
A destare inquietudine, però, è soprattutto il motivo del rinvio: poiché gli studenti di oggi non hanno confidenza con la lettura di «testi lunghi» (che dunque faticano a comprendere) e viceversa sono «abituati alla comunicazione breve», si ritiene opportuno - anziché provare a mitigarla almeno a scuola - assecondare in tutto e per tutto tale deriva, arrendendosi al fatto che le nuove generazioni dispongano di sempre più limitate capacità cognitive. È un percorso che sembra smentire gli intenti della «scuola del merito» - l’approccio educativo e didattico promosso, sulla carta, dall’attuale governo - e che somiglia piuttosto a una resa a quel livellamento verso il basso che ha caratterizzato, con forti accelerazioni nei tempi più recenti, l’ultimo mezzo secolo d’istruzione in Italia. Peraltro, il fatto che le difficoltà nella comprensione di un testo siano così diffuse e gravi persino fra gli studenti liceali chiama in causa, e pone sotto accusa, l’intero ciclo di studi che questi studenti hanno svolto in precedenza, ossia negli anni della scuola primaria e secondaria di primo grado (elementari e medie); oltre, ovviamente, a evidenziare i limiti - se non proprio a sancire il fallimento - di quell’insegnamento da remoto a cui gli odierni liceali sono stati a lungo costretti durante il periodo della pandemia.
Ieri, su Repubblica, il professor Claudio Giunta, coordinatore della commissione ministeriale per le Indicazioni nazionali di letteratura, ha scritto che «I promessi sposi risultano incomprensibili a molti studenti: incomprensibili, dunque scoraggianti, frustranti, e quindi inutili. Sarà bene che questi studenti comincino la loro carriera di lettori “seri” con un libro oggettivamente molto difficile oppure con un libro più facile, per poi arrivare due anni dopo, adeguatamente maturi, alla difficoltà di Manzoni?».
Ammesso e non concesso che i libri proposti in alternativa - lo si è già detto - siano più «facili», il vero rischio derivante dal considerare I promessi sposi un romanzo «oggettivamente difficile» è ritrovarsi poi con degli studenti che, una volta usciti dal liceo, si domandino: «Manzoni! Chi era costui?». Senza nemmeno immaginare di stare citandolo, Manzoni.
Notte di paura all’Hilton di Washington durante la cena dei corrispondenti della Casa Bianca: un 31enne apre il fuoco nell’area controlli, ferito un agente. L'aggressore avrebbe dichiarato di voler colpire «funzionari del governo». Trump evacuato e poi l’appello: «Risolviamo le differenze pacificamente».
Notte di paura a Washington, dove la cena annuale dei corrispondenti della Casa Bianca si è trasformata in pochi istanti da evento simbolo della libertà di stampa a scena di panico e tensione. Nella lobby dell’hotel Hilton, sede del gala, un uomo armato ha aperto il fuoco mentre all’interno erano presenti il presidente Donald Trump, la first lady Melania Trump, il vicepresidente JD Vance e circa 2.600 invitati, tra giornalisti e rappresentanti delle istituzioni.
L’aggressore, identificato come Cole Tomas Allen, 31 anni, originario della California, è stato bloccato dalle forze dell’ordine dopo aver sparato diversi colpi nell’area dei controlli di sicurezza, poco prima dell’ingresso alla sala principale. Secondo le prime ricostruzioni, avrebbe colpito un agente al torace: il giubbotto antiproiettile ha evitato conseguenze gravi e il poliziotto è stato medicato e dimesso poco dopo. Fermato sul posto, l’uomo avrebbe dichiarato di voler colpire «funzionari del governo».

La dinamica indica che l’attacco si è consumato in una zona cruciale del dispositivo di sicurezza, quella dei metal detector, dove gli ospiti vengono filtrati prima di accedere all’evento. Allen, armato di fucile, pistola e coltelli, sarebbe riuscito ad arrivare fin lì nonostante la presenza massiccia di agenti, aprendo un interrogativo immediato sulle falle nei controlli in un appuntamento che coinvolgeva il vertice politico del Paese. All’interno della sala, il rumore degli spari ha innescato il caos. Gli invitati si sono gettati a terra, cercando riparo sotto i tavoli o allontanandosi dall’ingresso. In pochi secondi sono scattate le procedure di emergenza: gli uomini del Secret Service hanno evacuato il presidente e i membri dell’amministrazione, mentre l’aggressore veniva immobilizzato.
La serata è stata sospesa e non è più ripresa. Trasferito alla Casa Bianca, Trump ha parlato circa un’ora dopo l’accaduto. «Ho parlato con l’agente ferito e sta bene, il giubbotto ha fatto il suo lavoro», ha detto, definendo l’attentatore «un lupo solitario» e «una persona malata». Poi l’appello: «Alla luce di questa sera, chiedo agli americani di risolvere le differenze pacificamente. Nessun Paese è immune alla violenza politica». Il presidente ha anche ringraziato la moglie per «il coraggio e la pazienza» e annunciato l’intenzione di riprogrammare l’evento entro un mese. In un primo messaggio pubblicato a caldo, aveva elogiato l’operato delle forze di sicurezza, parlando di «lavoro fantastico».
Le indagini si stanno concentrando ora sul profilo dell’attentatore e sulla preparazione dell’azione. L’Fbi ha avviato una perquisizione in un’abitazione collegata all’uomo a Torrance, nell’area di Los Angeles, mentre le autorità cercano di chiarire come sia riuscito ad avvicinarsi così armato a un evento di questo livello. Gli investigatori non escludono che abbia agito da solo. L’episodio riporta inevitabilmente alla memoria un precedente storico: lo stesso hotel Hilton di Washington fu teatro, nel 1981, dell’attentato contro Ronald Reagan.
Dura la reazione internazionale. Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha espresso «piena solidarietà» a Trump, sottolineando che «nessun odio politico può trovare spazio nelle nostre democrazie». Sulla stessa linea il presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, che ha ribadito come «la violenza non ha posto in politica», e diversi leader occidentali, da Emmanuel Macron a Keir Starmer. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha parlato di «tentato assassinio», esprimendo sollievo per il fatto che il presidente sia rimasto illeso.
Belfast e la Causeway coastal route sono tappe essenziali per capire la destinazione Irlanda del Nord e la sua storia. La capitale è incantevole e contraddittoria, con gli imponenti edifici edoardiani e vittoriani, le architetture industriali e rinascimentali, i quartieri degli studenti e quelli di mattoni rossi degli operai.
Girando a piedi ci si imbatte nella monumentale City hall, municipio-museo con le vetrate colorate che ritraggono leggende e miti celtici, i lussureggianti giardini all’inglese, le statue e i cimeli. Poco distante la Linen hall library, antica biblioteca di fine Settecento che custodisce l’archivio dei «troubles», i disordini scoppiati nel 1968 tra cattolici e protestanti che culminarono nel trentennale conflitto nordirlandese.
Sempre a piedi o con i mezzi pubblici si raggiunge Queen’s arcade, Victoria square, Royal avenue, Albert clock, la cattedrale, il museo del Titanic, moderno edificio che racchiude su sei piani la storia del Titanic, dai sogni alla tragedia, attraverso un’esperienza interattiva e immersiva. Poi i poetici pub, tutto legno, angoli nascosti, buio illuminato, whisky e birra a fiumi. Infine i famosi murales, opere d’arte urbana e soprattutto testimonianze visive della storia politica e sociale della città. Quelli del centro storico sono per molta parte il lascito degli artisti locali e internazionali che ogni anno partecipano all’Hit the North, festival di street art che anima tutta la città. Gli altri murales, quelli della zona periferica di Shankill e Falls road, rappresentano il pensiero degli unionisti e dei nazionalisti. Sono coloratissimi, creativi, simbolici, realizzati con le più diverse tecniche artistiche. Da quale partire? Da quello di Bobby Sands ovviamente, il più iconico, che rappresenta l’eroismo di chi ha combattuto ed è morto per l’unificazione dell’Irlanda.
Da Belfast si parte, anche con auto a noleggio facendo attenzione alla guida a sinistra, per un interessante itinerario sulla Causeway coast, la strada scenografica che costeggia il mare fino a Giant’s causeway, e attraversa un paesaggio dove la natura si alterna a castelli, chiese, piccoli paesi, insenature, cottage, musei, sentieri con viste a strapiombo sul mare, baie, parchi, spiagge.
Lungo la strada, nella contea di Antrim, si può far tappa nel laboratorio Gobbins craft, gestito dalla deliziosa Heather McFadden, che nel suo fiabesco cottage bianco conduce una scuola di creazione di oggetti di metallo, con corsi e workshop prenotabili online. Altra tappa obbligatoria, il Rope bridge di Carrick-a-Rede, un ponte di corda che ondeggia sospeso su una gola a 30 metri di altezza. Il ponte, che collega la terraferma a un isolotto roccioso un tempo riserva di pesca al salmone, fu fatto costruire oltre 200 anni fa dai pescatori e da allora resiste. L’oscillazione delle corde e il vento non devono spaventare, l’attraversamento è sicuro e la vista sulle lontane isole scozzesi ripaga di ogni resistenza. Intorno, mare a perdita d’occhio, scogliere tappezzate di licheni colorati, prati di un verde accecante.
Poco distante, verso ovest, ecco apparire Giant’s Causeway, sito patrimonio Unesco caratterizzato da rocce basaltiche che delineano il leggendario «selciato del gigante». Un ampio fenomeno geologico iniziato 60 milioni di anni fa e che oggi appare come una vasta estensione di colonne di rocce di dimensioni e forme diverse, sopra e sotto le quali si cammina stupiti. Vere e proprie sculture incastrate tra baie, promontori e scogliere striate di rosso. Un sentiero panoramico consente di ammirarle e fotografarle dall’alto, prima di raggiungerle e percorrerle a piedi.
Il sentiero si può imboccare anche dal tenebroso Causeway hotel, che da 184 anni accoglie viandanti e turisti, compreso il Principe del Galles.
Da qui si riparte per Belfast, con una piccola deviazione: the Dark Hedges, il tunnel di faggi del XVIII secolo diventato famoso come King’s road grazie alla serie Il trono di spade. Al suggestivo viale si accede da Bregah road, e ne vale davvero la pena, anche con la pioggia battente. Camminare sotto gli alberi secolari, che sovrastano di bellezza il paesaggio, è emozionante e magico, quasi commovente.
Info: www.ireland.com.
Cognome e nome: De Luca Vincenzo. Nato a Ruvo - «Ruve» per gli autoctoni lucani - del Monte, in quel di Potenza, nel 1949.
Energico ed esuberante politico che si ricarica quando sta in carica (suonando la carica: è bersagliere onorario dal 19 maggio 2013). Un Duracell del potere locale, decentrato ma comunque «di peso», visto che la Campania - di cui VDL è stato governatore fino all’anno scorso - ha un Pil di oltre 111 miliardi di euro (anno 2024), un terzo del Pil di tutto il Sud.
Sindaco di Salerno per complessivi 17 anni. Una prima volta dal 1993 al 2001.
Stante il limite dei due mandati, si parcheggiò in Parlamento, eletto nella lista Ds/Ulivo, venendo riconfermato nel 2006.
Ma a Montecitorio si annoiava: «Mi si anchilosò il dito a forza di schiacciare il pulsante».
Eccolo quindi di nuovo primo cittadino dal 2006 (con una lista propria, senza l’appoggio di Ds e Margherita) al 2010, quando viene candidato dal centrosinistra alla presidenza della Regione, ma perde contro Stefano Caldoro.
Non sapendo che fare, ma sempre con il gradimento dei salernitani (il sindaco più amato del Belpaese, secondo l’annuale classifica del Sole 24 Ore del 2008, con tre cittadini su quattro più che soddisfatti del suo operato), arricchisce il suo curriculum con altri quattro anno da sindaco.
Fino al 2015, quando viene eletto governatore, con tanto di bis nel 2020.
Siccome nel 2025 non ha potuto competere per la terza volta, se n’è fatto una ragione trattando con Elly Schlein l’appoggio al pentastellato Roberto Fico in cambio dell’incarico di segretario del Pd regionale.
Magnanimamente non per sé, ma per il figlio Piero («la famiglia innanzi tutto» è un mantra, a destra come a sinistra).
VDL aveva dunque deciso, a 76 anni, di godersi la meritata pensione e una serena vecchiaia?
Macché.
L’ho immaginato - come Adriano Pappalardo in Ricominciamo - cantare al Pd: «E lasciami gridare / lasciamo sfogare / io senza potere non so stare», intraprendendo la sua ennesima battaglia elettorale, la quinta (si vota il 24 e il 25 maggio), per tornare ad amministrare Salerno.
In realtà, l’appuntamento con le urne era per l’autunno prossimo.
Ma a gennaio sono intervenute le dimissioni-lampo dell’ex sindaco Vincenzo Napoli, proprio per spianare la strada all’ex presidente di regione, desideroso di sedersi subito su quella poltrona.
Risultato? Pd in bambola, e conseguente decisione di non dargli il simbolo (in un clima di apparente condivisione: «È De Luca junior a negarlo al padre, tanto le insegne di partito non ci sono mai state alle Comunali»), più che altro per non compromettere i delicati equilibri della maggioranza in Regione. Dal momento che il M5s ha detto no dal primo momento a un ritorno di De Luca senior a Salerno.
Questo per ricordare come il «campo largo» sia una chimera a Roma come in provincia.
VDL. Riformista pragmatico, ipse dixit.
Capace di volare a Los Angeles nel 2008 per convincere l’architetto Frank Owen Gehry, autore del museo Guggenheim di Bilbao in Spagna, a progettare il termovalorizzatore di Salerno. L’idea si rivelò tuttavia troppo complicata: «Due anni e mezzo solo per il progetto esecutivo, non potevamo aspettare».
Già comunista old school.
«Fece il servizio militare con Fausto Bertinotti, peccato che nessuno sceneggiatore, tipo i Vanzina, se ne sia mai accorto» ha infierito Pino Corrias nel 2020 sul Fatto quotidiano (diretto da quel Marco Travaglio che De Luca, sempre impegnato a difendere «la mia immagine di carogna», spera «di incontrare di notte, al buio», e non pare per un rendez-vous romantico).
«Quando al sindaco De Luca piacevano le fontane, ne fece costruire una per ogni piazza, e la più appariscente di tutti in mezzo al mare, in un tripudio di zampilli. Per questo fu soprannominato dal popolino Vicienzo ’a funtana» annotò Angelo Mastrandrea sul manifesto del 12 settembre 2006.
Articolo che ricordava come la sua parola d’ordine da sindaco fosse «rigore, repressione, ordine e solidarietà» tanto da munire i vigili motociclisti e le pattuglie mobili di agenti municipali di manganelli: “Ma come, proprio lui che quando era un militante comunista li assaggiò sulla propria testa durante un’occupazione di terre a Persano nel 1979 e capì, parole sue, “il senso dell’espressione”, tutta campana, “sentire ’a botta ’ncuorpo”».
Sì, lui, che spiegò come lo sfollagente fosse «uno strumento della solidarietà e della non violenza», e ciccia.
VDL. Politica e commedia dell’arte.
L’Hugo Chavez del Vesuvio, secondo Antonello Caporale, che con Salvatore Merlo ha scritto Destra, sinistra e viceversa (Marsilio, 2024), in cui VDL è dipinto come «l’esponente del Pd che odia il Pd, l’uomo politico che da oltre un ventennio gestisce il potere rinfacciando il potere agli altri, ma poi è il dante causa della scelta monarchica, della trasmissione del potere per via ereditaria, uomo di sinistra che utilizza il linguaggio più trito della destra, un borghese che all’occorrenza si fa proletario, confondendo élite e popolo, progetti e premonizioni», ahpperò.
VDL. Il Mike Tyson del Volturno.
Uno sceriffo dal linguaggio insopportabile, per Roberto Saviano.
De Lucashenko, come Aleksandr Lukashenko, presidente della Bielorussia ma già generale sovietico, per come ha affrontato l’emergenza Covid: «In piena pandemia mi arrivano notizie che qualcuno vorrebbe preparare la festa di laurea. Mandiamo i carabinieri, ma li mandiamo con i lanciafiamme», anche perché «i no-mask non sono un fenomeno, ma imbecilli fenomenali».
Per Carlo Verdone «il più grande attore vivente», con tempi «da grandissimo caratterista della tradizione partenopea, lo invidio, e mi rode perché non riesco ad imitarlo».
VDL ha ricambiato - incontrandolo al Museo Madre dove Verdone espose nel 2020 42 foto, titolo della mostra: Nuvole e colori - definendo il linguaggio comico dell’attore «una felice sintesi di quello di Alberto Sordi e del principe Antonio De Curtis», in arte Totò.
Una soavità quasi inconsueta, tenuto conto dei complimenti rivolti ad amici e avversari da almeno vent’anni a questa parte, da quando cioè deliziava i salernitani ogni venerdì con le dirette attraverso le telecamere di Lira tv: miserabili, poveri uomini, nullità politiche, cialtroni, idioti, dementi, tristi, anime morte, manovali, cafoni, fessi, sfessati, bestie malvissute, farabutti, infami, somari, chiaviche, iettatori, nullità, pippe e mezze pippe.
A Rosy Bindi andò peggio: «Un’infame da uccidere».
Frase captata a intervista finita - con Matrix, Canale 5, novembre 2016 - con quello che VDL bollò come «l’ennesimo atto di delinquenza giornalistica. Non c’era e non c’è alcun problema con l’onorevole Bindi, cui riconfermo, al di là di ogni differenza politica, il mio rispetto oltre ogni volgare strumentalizzazione», che lui stesso però aveva alimentato, avendo presentato una denuncia-querela contro Bindi, presidente della Commissione Antimafia.
Accusandola di aver «danneggiato in maniera pesante e consapevole il Pd a 24 ore da un voto importante (le elezioni regionali del 2015, nda). Nei Paesi civili che si rispettano impresentabili sono coloro che hanno una condanna definitiva, e non quelli che stanno sullo stomaco a qualcuno». Impresentabilità che era collegata a una vicenda giudiziaria (le ipotesi di reati erano concussione, truffa abuso d’ufficio, legate alla vicenda Sea Park, il parco marino mai realizzato di Salerno) da cui nel settembre 2016 De Luca fu assolto, dopo 18 anni (!), «perché il fatto non sussiste».
Nel febbraio 2024, il format «fuori onda» si ripete: mentre è seduto a parlare, su un divanetto della Camera dei deputati, con Francesco Verderami del Corriere della Sera, qualcuno lo registra mentre dà della «str...» a Giorgia Meloni per non aver ricevuto una delegazione dei 550 sindaci sbarcati a Roma per protestare contro l’autonomia differenziata, e averli invitati ad «andare a lavorare». «Ma lavora tu, str...!».
La vendetta della premier si consumò a Caivano a maggio.
Andandogli incontro, Meloni, sguardo saettante, lo inchiodò: «Presidente De Luca, (ecco) quella str... della Meloni. Come sta?».
De Luca rimase fulminato, perdendo il timing per una replica (da lui ci si sarebbe potuti aspettare una cosa tipo: «Via, Presidente, con rispetto parlando: non si sopravvaluti»), risposta - fiacca - che arrivò 48 ore dopo: «Ho visto che Meloni ci ha tenuto a comunicare la sua nuova e vera identità, e noi non possiamo che concordare, ovviamente».
Nel 2007, all’inaugurazione dei lavori del Crescent - un complesso architettonico progettato dall’archistar spagnolo Ricardo Bofill nell’area prospiciente il lungomare di Salerno, in modo da creare un nuovo spazio in forma di semicerchio - esternò il suo proposito finale: «La piazza rappresenterà la liberazione, la vittoria di una battaglia che ha richiesto impegno e sacrificio personale. Per questo mi piace immaginare l’urna con le mie ceneri posta al suo centro».
Per poi aggiungere, non si sa se con scaramantico gesto apotropaico: «Anche se m’aspetto che accada tra moltissimi anni».
Augurio che sinceramente sottoscriviamo.









