Un contratto, che La Verità mostra in queste pagine, potrebbe avvalorare la scottante ricostruzione di due imprenditori sulle presunte proposte indecenti che avrebbero ricevuto da un team di legali in stretti rapporti con l’ex premier Giuseppe Conte.
I denunciati, nella Commissione parlamentare per la gestione del Covid, hanno raccontato che gli avvocati Luca Di Donna (che collaborava con Conte nello studio del professor Guido Alpa) e Gianluca Maria Esposito, in piena pandemia, si offrivano come risolutori di problemi in cambio di sostanziose percentuali sul fatturato ottenuto grazie alla loro (millantata?) capacità di intercedere presso Palazzo Chigi, ai tempi in cui l’inquilino era Giuseppi.
Un’ipotetica attività di lobbying che li ha fatti finire sul registro degli indagati della Procura di Roma con l’accusa di associazione per delinquere finalizzata al traffico di influenze illecite.
Dario Bianchi, titolare della romana Jc Electronics Italia, ha spiegato che Di Donna gli avrebbe chiesto il 10% per sbloccare la fornitura di milioni di mascherine alla struttura commissariale all’epoca guidata da Domenico Arcuri.
Un altro imprenditore, l’umbro Giovanni Buini, della Ares safety, con i magistrati di Roma e con gli onorevoli commissari, ha rivelato che, ai tempi del Covid, non riuscendo a mettersi in contatto con Arcuri per parlare direttamente con lui di dispositivi di protezione, era stato dirottato da un amico su Di Donna ed Esposito.
«Di Donna mi disse di essere il braccio destro del presidente del Consiglio (Giuseppe Conte, ndr) e di avere buoni rapporti con la struttura commissariale», ha spiegato Buini a Palazzo San Macuto. I due legali avrebbero fatto firmare all’imprenditore un accordo per il riconoscimento di una commissione per la mediazione del 5% e poi lo avrebbero convocato nello studio di Alpa (il maestro di Conte).
Buini in commissione ha confessato l’imbarazzo: «Io mi sono trovato questo foglio davanti e l’ho firmato. Ma se tornassi indietro non lo rifarei. Purtroppo in quella circostanza, introdotto da un amico, per non fargli fare una figuraccia, ho siglato questo foglio». Di cui non avrebbe mai ricevuto una copia. In ogni caso, dopo pochi giorni, Buini avrebbe spedito, via pec, la disdetta del contratto.
Risultato? L’11 maggio 2020, l’imprenditore ha ricevuto una mail dal braccio destro di Arcuri, Antonio Fabbrocini, che gli annunciava il benservito «per mutate sopravvenute esigenze della struttura commissariale».
Ma veniamo all’accordo che confermerebbe i racconti di Bianchi e Buini. Il contratto (su carta intestata al «Prof. Luca Di Donna, ordinario di diritto Privato Sapienza» e al «Prof. Gianluca Maria Esposito, ordinario di diritto Amministrativo Sapienza») è stato trasmesso il 30 marzo 2020 alla società Jarvit dell’imprenditore calabrese Francesco Alcaro, allora trentaquattrenne, il quale era alla ricerca di finanziamenti da parte di Invitalia, l’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa, di proprietà del ministero dell’Economia, all’epoca guidata proprio da Arcuri.
Il testo, allegato all’informativa inviata alla Procura dagli uomini del Nucleo investigativo dei carabinieri, rivela come i due professionisti si offrissero di gestire i rapporti con il ministero dello Sviluppo economico (di cui Esposito è stato per anni uno dei direttori generali) e con Invitalia.
Alla Verità Alcaro aveva spiegato di non aver cercato lui la coppia di professionisti, ma che erano stati loro a proporsi, anche se non è chiaro come fossero venuti a conoscenza del suo nominativo e dei rapporti che questi aveva con Invitalia. Nelle sette pagine del contratto è indicata la specialità della casa: «Un supporto qualificato» nell’ambito della «realizzazione di un contratto di sviluppo per il tramite di lnvitalia Spa-ministero Sviluppo economico».
Per raggiungere l’obiettivo, l’accordo predisposto da Di Donna ed Esposito prevedeva cinque «fasi», tra cui «scouting ed esame preliminare», «assistenza amministrativa nella predisposizione del business plan e del progetto» e «assistenza legale nella procedura amministrativa presso lnvitalia». In cambio i due chiedevano questo corrispettivo: «Per tutte le attività professionali descritte nel presente incarico al professionista è riconosciuto un compenso determinato in una percentuale pari al 5%, oltre oneri di legge (rimborso spese forfettario, Iva e Cassa avvocati), da calcolarsi sul totale del valore dell’operazione». Un cinque per cento da pagare, però, soltanto «alla data del relativo decreto di concessione del contributo pubblico». In pratica i clienti pagavano a risultato raggiunto. Una condizione che lascia intendere come i nostri fossero sicuri di chiudere l’affare.
Il racconto di Alcaro davanti all’allora procuratore aggiunto di Roma Paolo Ielo e al pm Fabrizio Tucci è molto interessante.
A verbale, il 29 dicembre 2020, l’imprenditore spiega come fosse iniziato il rapporto con i consulenti: «Sono stato contattato da Di Donna per telefono, credo anche con una comunicazione mail, insieme a un altro avvocato, che a questo punto potrebbe essere l’avvocato Esposito. I due mi dissero che conoscevano la mia azienda e che avrebbero potuto aiutarmi per ottenere un finanziamento da Invitalia. Essi, nella sostanza, conoscevano l’esistenza di due brevetti industriali in seno alla mia azienda e l’esistenza di un progetto industriale, relativo all’intelligenza artificiale e alla salute».
Alcaro firmò il contratto di consulenza e ai magistrati riferì alcuni interessanti dettagli della trattativa: «Ricordo che i due mi dissero che il progetto andava presentato entro 4/5 giorni dalla data del contatto, cosa assai complicata per la complessità dell’opera, e che comunque a loro andava bene qualsiasi tipo di progetto».
Il verbale prosegue svelando lo strano comportamento dei consulenti: «Poi i due sparirono e io mi feci seguire da altri professionisti ai quali comunicai l’esistenza di questo contratto e i medesimi mi suggerirono, per la sua particolare onerosità e per il fatto che sarei stato legato a loro per tutti i rapporti futuri che avrei avuto con Invitalia, di recedere dal contratto, cosa che feci immediatamente con pec».
I nuovi consulenti avrebbero definito l’accordo persino «vessatorio» e «lesivo per l’azienda stessa».
Successivamente Alcaro invia in Procura una memoria che non convince gli investigatori, i quali nella loro informativa annotano: «Nella relazione, Alcaro, evidentemente temendo di venire coinvolto in un procedimento penale, ha fortemente mitigato il tenore delle proprie affermazioni (davanti ai magistrati, ndr), evitando qualunque riferimento alle frasi proferite dalla coppia Esposito/Di Donna […] in ordine al fatto che la domanda per il finanziamento e la complessa documentazione necessaria avrebbe dovuto essere presentata entro 4 o 5 giorni e che sarebbe andato bene qualsiasi tipo di progetto».
In effetti Alcaro, riferendosi alla trattativa con i due legali, scrive: «Ci hanno fatto perdere tempo nelle registrazioni su Invitalia, telefonate, valutazioni e fatto firmare un contratto infruttuoso. Il rapporto si è dissolto nel nulla, non ci sono stati più contatti con il Prof. Di Donna passati quei “fatidici 4/5 giorni” che avevamo a disposizione per concludere l’iter». Quindi puntualizza, probabilmente per il timore evidenziato dai carabinieri: «Non ho mai ricevuto promesse per l’ottenimento del finanziamento Invitalia attraverso canali preferenziali».
La Commissione Covid non lo ha ancora convocato e sarà interessante capire quale versione sceglierà di offrire dalla cattedra di Palazzo San Macuto. Nel frattempo, Di Donna e Esposito sono stati archiviati dall’accusa di traffico di influenze, mentre per lo stesso reato e in una vicenda analoga, quella per la compravendita di 800 milioni di mascherine da parte della Struttura commissariale, la Procura di Roma ha chiesto il conflitto di attribuzioni davanti alla Consulta. Il motivo? Verificare la legittimità costituzionale della riforma del reato di traffico di influenze voluta dal ministro Carlo Nordio.
Da una parte il pm Fabrizio Tucci e l’aggiunto Stefano Pesci hanno chiesto l’archiviazione di Di Donna, Esposito e di altri indagati in due procedimenti, dall’altra lo stesso Tucci e Ielo, in apparente violazione del principio di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, hanno sollevato la questione di costituzionalità nel procedimento gemello 37684/2020 a carico di Andrea Tommasi ed altri presunti trafficanti di influenze illecite. Nella memoria del 2 dicembre 2024 Ielo e Tucci scrivono che la modifica dell’articolo 346 bis della legge Nordio non rispetterebbe l’articolo 12 della Convenzione di Strasburgo perché escluderebbe «quel nucleo minimo di condotte» che, secondo gli inquirenti capitolini, andrebbero perseguite. In questo modo la Procura si sarebbe opposta a una sorta di cancellazione mascherata della fattispecie. Ma lo avrebbe fatto solo in questo caso e non in quello di Di Donna ed Esposito.
Noi, nelle scorse settimane, abbiamo provato a chiedere conto a Tucci di una tale differenza di interpretazione per una materia praticamente identica e il pm ci ha rimandato all’aggiunto. Pesci ci ha risposto: «Nulla so di questioni di costituzionalità in altri procedimenti». E poi ci ha domandato, spiazzandoci: «Ma è stata da noi sollecitata?». In pratica sembra che alla Procura di Roma la mano destra non sappia quello che fa la sinistra e che le decisioni vengano prese a compartimenti stagni.
Quando abbiamo fatto presente che il doppio registro era stato adottato da uno stesso pm e abbiamo inviato l’istanza che questi aveva firmato con Ielo, Pesci ha replicato: «L’articolo 53 del codice di procedura penale dà piena autonomia di scelta al pm di udienza». Cioè a Tucci. Che, però, come detto non ci ha voluto parlare.
Auspichiamo che la Commissione parlamentare presieduta dal senatore Marco Lisei faccia piena luce su tale evidente disparità di trattamento convocando i pubblici ministeri interessati affinché chiariscano perché nel caso di Tommasi & C. abbiano sollevato la questione di costituzionalità, mentre in quello degli avvocati amici di Conte abbiano chiesto l’archiviazione.
Trump, furioso per l’altolà della Meloni sugli insulti al Papa, attacca: «Inaccettabile è lei. Sono scioccato: non ha coraggio, non mi aiuta con la guerra». Per Giorgia (che ha scaricato Netanyahu) è quasi un assist. Ma ora ha una nuova sfida tra Usa e Ue. Mentre l’opposizione vive di miserie.
Prima era una cheerleader, ora un servo sciocco. In altre parole, qualunque cosa dica e faccia, per l’opposizione Giorgia Meloni comunque sbaglia. Nella foga di attaccarla anche ora che ha preso le distanze dalle volgari accuse di Trump al Papa, a Riccardo Ricciardi, capogruppo dei 5 stelle alla Camera, scappa la frizione.
Non soltanto dichiara che «ci sono servi sciocchi talmente sciocchi che poi anche i padroni li prendono in giro», ma addirittura accusa la premier di essere stata prona a Trump per quattro anni, anche se il presidente americano si è insediato a gennaio del 2025.
Giuseppe Conte, appena più misurato del suo capogruppo, a Meloni rimprovera di essere stata ambigua e dunque, ora che i nodi vengono al pettine, di pagare la mancanza di linearità. Gongola invece Matteo Renzi, che su X riporta le parole di Trump, per concludere che se questo è ciò che dice un suo alleato, figuratevi che cosa sostengono gli altri.
Insomma, avete capito che a sinistra fanno festa, nella speranza che in un futuro prossimo questo serva a fare la festa al capo del governo. Dopo aver chiesto per mesi, anzi per un anno (non per quattro come dice Ricciardi) di dichiarare guerra a Trump, adesso gli stessi sprizzano gioia perché Trump dichiara guerra a Meloni, mostrando in qualche caso perfino sorpresa. Volevano che si dissociasse e quando lo ha fatto, ecco la prevedibile reazione. Che c’è da stupirsi? Per mesi abbiamo assistito agli attacchi del presidente americano contro chiunque intralciasse la sua strada. Che fosse per una critica sui dazi o per una obiezione sulle strategie per il Medioriente e l’Ucraina, l’inquilino della Casa Bianca ha sempre reagito allo stesso modo, ovvero con una valanga di insulti. Dunque, invece di riconoscere che per un anno Meloni è stata abile a non portarci in guerra contro il capo della più importante potenza mondiale, sfruttando i fragili equilibri fra Stati Uniti e Europa anche sui temi economici, l’opposizione va all’attacco, non riuscendo a celare l’entusiasmo per un’aggressione che è contro l’Italia e gli interessi nazionali. Trump attacca la premier perché non asseconda la sua guerra contro l’Iran e la sinistra, che dice di voler fermare la guerra, ma anche che Trump è un dittatore pazzo, gode.
È il cortocircuito di partiti e leader che hanno perso i punti cardinali e navigano alla cieca, senza sapere nulla della direzione intrapresa. Nel tentativo di dare la spallata a Meloni sono pronti a usare perfino l’uomo che fino a ieri definivano uno squilibrato al comando. Ma al di là di queste miserie umane e politiche, delle contraddizioni, e tralasciando la pochezza di chi oggi si diverte a vedere insultato il capo del governo dell’Italia, resta un tema di fondo. Dichiarare guerra agli Stati Uniti non si può. E non si può neppure sposare tutte le fesserie di un’Europa che si è dimostrata inesistente anche nell’ora più buia della guerra nel Golfo. Dunque a Giorgia Meloni tocca un compito non facile e cioè trovare, dopo l’attacco di Trump, una terza via, per riuscire a mantenere relazioni con gli Stati Uniti ma senza esserne vittima, come si rende necessario individuare un rapporto con Bruxelles senza subirne le follie. Ci vorrà pazienza e serviranno capacità per non essere schiacciati né sull’America né sull’Europa. La sfida dunque è tutta italiana ed è quella che a sinistra non soltanto non sanno cogliere, ma neppure immaginano. Il loro velleitarismo infatti si esaurisce nel tentare di essere la brutta copia di Pedro Sánchez. Un parolaio rosso simile, ma più furbo, a compagni che a forza di allargare il campo hanno perso la via d’uscita.
Il rischio rincari e carenze, quale effetto del blocco prolungato del canale di Hormuz, colpisce sempre più settori. Dopo i voli e i traghetti, ora il problema degli aumenti e delle difficoltà per i rifornimenti interessa il settore farmaceutico.
A lanciare l’allarme è Lucia Aleotti, vicepresidente di Confindustria per il Centro studi, azionista e membro del board di Menarini, nel corso di un evento promosso da Farmindustria a Roma. «Le forniture a livello globale sono tutte connesse e i produttori di principi attivi sono energivori» quindi risentono in modo importante degli aumenti delle fonti fossili. A questo si aggiunge il rincaro dell’alluminio, usato per il confezionamento dei farmaci. Quindi il rischio, secondo Aleotti, è che ci possa essere una limitazione delle forniture in Europa e in Italia, «a partire dall’estate».
Il presidente di Farmindustria, Marcello Cattani, ha fornito qualche dettaglio in più dell’impatto della guerra sul settore. «Stiamo osservando un aumento dei costi legati agli ingredienti attivi tra il 20 e il 60% nei casi peggiori. A questi si aggiungono i rincari su alluminio, oltre il 20%, sulle plastiche e il pvc tra il 20 e il 30%».
Le carenze, ha detto il numero uno di Farmindustria, sono legate «all’insostenibilità dei costi industriali e all’indisponibilità di alcune materie prime». Sugli scaffali potrebbero esserci meno farmaci come paracetamolo, antibiotici, antidiabetici ma anche prodotti oncologici la cui produzione dipende dai precursori petrolchimici che arrivano dal Golfo. Quanto alla durata delle scorte, Cattani non si sbilancia perché dipende dai piani di approvvigionamento di ciascuna azienda ma «normalmente lo stock è di alcuni mesi».
La crisi ha messo in evidenza le debolezze dell’industria europea del farmaco. «Mentre Usa, Cina, Emirati Arabi, Singapore, Arabia Saudita hanno puntato sull’innovazione e corrono velocemente l’Europa continua a perdere terreno», avverte Cattani. Una deriva pericolosa se si considera che l’industria farmaceutica è un asset importante dell’economia italiana. Nel 2025 l’export ha superato i 69 miliardi di euro e la produzione 74 miliardi di euro mentre sono oltre 4 i miliardi di investimenti, in impianti ad alta tecnologia e ricerca.
La situazione del comparto farmaceutico si inserisce in uno scenario che in base alle previsioni del Centro studi di Confindustria, appare «molto grave per l’economia europea». A parlare sono i dati. Una crescita che non era già brillante nel 2025, pari all’1,5%, scenderà, se la crisi finirà rapidamente, all’1,1% e allo 0,4% se la congiuntura negativa dovesse prolungarsi. Quanto al nostro Paese, che è più esposto, dice il Centro studi, «passerebbe da una crescita che sarebbe stata interessante, dello 0,7% senza la crisi del Golfo, a una crescita zero se il conflitto continuerà fino a giugno e addirittura potrebbe ripiegare in una recessione con un -0,7% se la guerra dovesse arrivare al quarto trimestre di quest’anno». Aleotti, senza girarci tanto attorno, va dritta al punto: «L’esplosione dei costi energetici, le disruption nelle forniture, le difficoltà dei costi di trasporti delle materie prime, i materiali, sono una vera bomba per il sistema industriale italiano». Per la farmaceutica «qualcuno potrebbe pensare che il problema non sia così bruciante, perché magari non viene individuato come un settore energivoro. Questo è un enorme errore, perché l’intera filiera di fornitori della farmaceutica è energivora e quindi i prezzi dei beni intermedi della produzione delle materie prime esplodono».
Ci sono settori in cui la situazione sta già degenerando. In Sicilia gli autotrasportatori hanno bloccato le merci nei porti. Tir e container bloccati, piazzali desolati e scaffali della grande distribuzione che rischiano di restare vuoti se, come spiega Salvatore Bella, leader degli autotrasportatori, «il governo non interverrà». E avverte che «la protesta procederà a oltranza. Oltre i 5 giorni di stop annunciato, non movimentando i semirimorchi in entrata e in uscita».
Tra i punti che hanno scatenato la mobilitazione c’è l’Ets, spiega Bella, ovvero la tassa ecogreen imposta dall’Europa ed estesa al trasporto marittimo: «Da due anni paghiamo circa 400 euro in più per viaggiare sulle navi, perché le compagnie di navigazione hanno trasferito le loro spese su di noi, facendo lievitare i nostri costi». A questo, osserva ancora il sindacalista, «si aggiunge l’aumento del costo del carburante». Un combinato disposto che «mette in ginocchio il sistema di trasporto, in particolare quello siciliano».
Intanto i segnali di possibili negoziati Usa-Iran hanno attenuato i timori del mercato sulle interruzioni delle forniture legate alla presenza statunitense vicino allo Stretto di Hormuz. Le quotazioni del petrolio sono scese. In serata, il Brent si è attestato a 95,23 dollari al barile e il West Texas Intermediate a 92,48 dollari, in calo del 6,66%. E a Piazza Affari il Ftse Mib sale dell’1,36% a 48.175 punti.
In tutto questo, Bruxelles non prende in considerazione deroghe al Patto di stabilità, ma valuta di ampliare la possibilità di accedere agli aiuti di Stato fino a coprire una quota del 50% dei costi aggiuntivi derivanti dagli sviluppi di mercato influenzati dalla guerra in alcuni settori come quello dei carburanti e dei fertilizzanti.
«In alcuni casi, la cosa migliore per il Vaticano sarebbe quella di attenersi alle questioni morali, lasciando che il presidente degli Stati Uniti si occupi di decidere le politiche pubbliche americane». Alla fine, al cattolico JD Vance è toccato dire la sua sull’attacco di Donald Trump al Papa, accusato di essere «debole con i criminali» e «pessimo in politica estera».
Non era facile cavarsela: se il vicepresidente avesse difeso il pontefice, avrebbe dovuto dare torto al suo principale; ma per non sconfessare il tycoon, doveva tacitare i suoi sentimenti religiosi. Come prevedibile, non ne è uscito benissimo: il commento che ha affidato a Fox news ricorda in maniera paradossale la dottrina prodiana del «cattolico adulto». Quello che, in politica, si emancipa dal magistero della Chiesa e dai suoi insegnamenti immutabili. Da questo punto di vista, il conservatore Vance potrebbe intendersi con il progressista Joe Biden. A meno di considerare «questione morale» soltanto l’aborto - che l’ex presidente sosteneva mentre continuava serenamente a ricevere la comunione - ma non il ricorso a una guerra ingiusta.
L’effetto che sortirebbe la nuova linea Maga è lo stesso che hanno sempre auspicato i mangiapreti di sinistra, almeno finché i cattolici si concentravano sui ratzingeriani valori non negoziabili, anziché predicare l’immigrazione di massa: ridurre la Chiesa al silenzio. Esattamente ciò che ha ribadito Trump ieri al Corriere: Leone XIV «non ha idea di costa sta succedendo in Iran», «non capisce che in Iran hanno ucciso 42.000 manifestanti lo scorso mese». «Non capisce e non dovrebbe parlare di guerra». Ecco: non dovrebbe parlare. Se non per dire: «Volemose bene».
Dopodiché, le frasi di Vance meritano di essere riportate per intero, perché il ragionamento che ha svolto l’altra notte, durante il programma Special report with Bret Baier, era più complesso di quanto lasci intuire il passaggio estrapolato. «Credo», ha dichiarato il numero due di Washington, «che il presidente abbia la prerogativa di stabilire la politica estera americana; ha la prerogativa di stabilire le politiche migratorie americane; deve occuparsi degli interessi degli Stati Uniti d’America. E ciò, inevitabilmente, significa che quando il Vaticano interviene su questioni di politica pubblica, a volte ci sarà accordo e a volte ci sarà disaccordo. Non penso che sia una cosa che fa particolarmente notizia». Il senso delle parole del vice di The Donald è chiaro: cercava di gettare acqua sul fuoco, di derubricare a fenomeno «naturale», che «accadrà di nuovo in futuro», l’inaudito contrasto con il Palazzo Apostolico.
Se a Vance, a un certo punto, è scappato il piede sull’acceleratore, non è solo per via del suo doppio conflitto d’interessi culturale. Oltreoceano, un cattolico, specie un cattolico di destra, vive sotto esame. Vige un’antica ossessione anglosassone per la presunta duplice lealtà dei «papisti»: sono fedeli a Roma oppure alla nazione? È la congettura ereditata dall’epoca dei conflitti religiosi nella madrepatria britannica; la convinzione che spingeva il filosofo John Locke, altrimenti considerato il padre del liberalismo, a escludere dall’applicazione del principio di tolleranza proprio i cattolici, in quanto sudditi ambigui della Corona. Uomini che, in caso di frattura insanabile con il pontefice, avrebbero di sicuro preferito il vicario di Cristo al re. Forse, è la carta che i protestanti stanno giocando anche dentro l’amministrazione repubblicana, per mettere alle corde un aspirante candidato alle presidenziali del 2028. È un argomento più difficile da ritorcere contro Marco Rubio, meno identificabile per i suoi principi religiosi rispetto a Vance.
Visto che gli evangelici sono stati capaci di sfruttare il narcisismo del tycoon, trattandolo alla stregua di un profeta, potrebbero avergli messo la pulce nell’orecchio: attento, perché tra Gesù e l’imperatore, JD sceglierebbe Gesù. Sorge allora il sospetto che sia Trump stesso a brigare affinché il delfino si bruci. In fondo, egli si considera insostituibile e non ama chi coltiva l’ambizione di raccoglierne il testimone. Ha spedito il vice a svolgere i lavori più sporchi: era stato affidato a lui il compito di incalzare Volodymyr Zelensky, al primo tragico colloquio nello Studio ovale; è stato Vance a dover mettere la faccia sulla sconfitta di Viktor Orbán; e si è intestato lui la difficilissima trattativa con l’Iran, coprendo il fiasco del genero di Trump e dell’inviato speciale, Steve Witkoff. Se si giungesse a un’intesa, in che misura potrebbe rivendicarla? Il presidente tollererebbe che qualcuno gli rubi la scena?
Vance cammina sui gusci d’uovo, dunque. Ma la Chiesa deve prestare attenzione a non lasciarsi strumentalizzare dai dem. È ridicolo ipotizzare che Leone si sia lasciato convincere a scontrarsi con la Casa Bianca dall’ex consigliere di Barack Obama, David M. Axelrod, ricevuto qualche giorno fa in Vaticano. Lo spin doctor, ieri, ha sottolineato che l’udienza «era stata programmata mesi fa» e che non era «legata ad alcuna ipotesi di incontro» del Papa con Obama. È evidente, però, che l’insistenza dell’episcopato statunitense sulla questione migratoria, analoga a quella della Cei, rischia di aggravare la frattura con il popolo dei fedeli. Questi ultimi, nonostante tutto, sembrano fidarsi ancora di Trump: stando all’ultimissimo sondaggio di Politix, il 58% dei cittadini che vanno a messa una volta a settimana ne approva l’operato. È addirittura più del 55% dei voti cattolici ottenuti da The Donald nel 2024.
Certo, la Santa Sede non è tenuta a inseguire gli elettori. E una democrazia, come ha sottolineato ieri Leone, «rimane sana solo quando è radicata nella legge morale». Essere universali è più difficile che guidare una nazione: nella Chiesa c’è Vance, ma c’è pure Rosy Bindi…













