«Io sono nel video incriminato, quello del poliziotto preso a martellate». A parlare è Leonardo. Ha circa vent’anni e frequenta il centro sociale di Cinisello Balsamo, Comune della città metropolitana di Milano.
Sono circa le 18 di venerdì 6 gennaio quando lo incontro fuori dell’Ex Plasharp di Milano durante un’inchiesta per il programma di Rete4, Fuori dal Coro. Ha un cappellino con la visiera che spunta dal cappuccio della felpa nera. Fuma una sigaretta e presidia il cancello dell’ex palazzetto che dalla mattina di sabato 7 gennaio è occupato abusivamente da circa 200 antagonisti in segno di protesta contro le Olimpiadi. «Tu c’eri alla manifestazione di Torino?», chiedo. «Avoglia, in prima linea!», mi risponde. Leonardo è uno tra migliaia di black block presenti alla manifestazione del 31 gennaio, a Torino, contro la chiusura del centro sociale Askatasuna che hanno assaltato le forze dell’ordine e distrutto la città durante una guerriglia urbana durata ore. «Ho preso il numero di un paio di avvocati perché io sono nel video incriminato dai movimenti di destra». «Quello del poliziotto preso a martellate?», chiedo. «Sì». Risponde lui. «Se vai a manifestare per lo sgombero di Askatasuna ovviamente un minimo di lotta la devi fare».
Il video di cui parla il ragazzo è quello dell’aggressione al poliziotto Alessandro Calista. Che nell’ultima settimana ha scosso un’intera nazione. «Io ero lì e nel video mi si vede un pochino…». Leonardo si dichiara tra i responsabili del pestaggio. Presente e lucido nel momento in cui l’agente viene accerchiato, picchiato e preso a martellate. «Tutti i “compagni” tra quelli più incazzati», spiega il picchiatore, «ovviamente vogliono fare una rivolta seria, non vogliono fare la passeggiata del sabato. Essere per la pace non vuol dire essere pacifisti». Insomma, gli antagonisti combattono per la pace usando la violenza. Una violenza inaudita, figlia di quella che loro chiamano la lotta, conseguenza diretta di un credo politico che fonda le sue basi sulla guerra allo Stato.
Il centro sociale Askatasuna, a seguito della manifestazione, non condanna gli scontri, ma li rivendica. Non dichiara l’intento pacifico del corteo, ma difende la violenza. Nel comunicato, firmato Askatasuna, si legge: «Se la politica chiude spazi a volte qualcuno si incazza», poi descrivono i responsabili degli scontri come «una popolazione giovane che non si rassegna a stare calma ed è pronta a tracciare un confine netto». E infatti, alla vigilia delle nuove manifestazioni di piazza a Milano contro le Olimpiadi, gli stessi che a Torino hanno condotto la guerriglia, pensano a come portare avanti la lotta, organizzando i nuovi scontri.
Leonardo mi passa il suo contatto «Signal», un’app di messaggistica non controllata, perché «domani c’è da prepararsi, si vogliono fare un paio di azioni, si vorrebbe entrare in tangenziale, se loro (gli agenti della celere, ndr.) lanciano un paio di lacrimogeni arriva la risposta da dietro, quindi bisogna essere un minimo preparati». La mattina seguente mi arriva un messaggio, è Leonardo: «Qui tutto bene, tra poco si parte». Qualche ora dopo lui è in mezzo alla guerriglia. Il corteo arriva in via Mompiani, zona Corvetto, da lì una storia che sembra ripetersi. Si schierano in migliaia. Volto coperto, occhiali, caschi e maschere antigas. Partono le bombe carta contro gli agenti della celere. Fuochi d’artificio. Fumogeni che colorano di rosso il caos. Non si vede più niente. L’aria è irrespirabile. Il rumore dei botti copre le grida dei feriti e le indicazioni, alla squadra, dei capi di polizia.
Difendono l’illegalità, odiano le forze dell’ordine, vogliono abolire lo Stato é questo l’identikit degli antagonisti in rivolta. Dietro, c’è un mondo, che si raccoglie nei centri sociali, dentro le occupazioni abusive.
«I poliziotti avevano lanciato lacrimogeni e noi, come è giusto che sia, abbiamo lanciato bottiglie contro di loro. Ci siamo fatti prendere dalla foga. Abbiamo preso un furgone e lo abbiamo spaccato tutto. A tutti stanno sul cazzo i poliziotti…Poliziotti di merda». Ci racconta fiero, proprio a Torino nel centro autogestito «Gabrio», un altro tra i partecipanti agli scontri del 31 gennaio, ora indagato.
A Palazzo Nuovo, sempre a Torino, dopo l’occupazione dell’università da parte degli antagonisti sono apparse decine di scritte sui muri dell’ateneo. «Più pirati, meno sbirri», si legge sul muro di ingresso. Dentro lo stabile le pareti sono tappezzate di frasi contro le forze dell’ordine: «Più sbirri morti, più orfani, più vedove», «fuck police», «Acab fino alla morte», «spara» con il simbolo dell’anarchia, «digos boia».
In questi giorni a difendere i facinorosi di Torino e Milano sono stati i centri sociali di tutta Italia.
Sono le 13.02 di domenica 8 febbraio, sul mio cellulare appare un messaggio, «ieri m’hanno cattato.» Leonardo il giorno prima aveva preso parte al corteo di Milano, le forze dell’ordine lo hanno arrestato durante gli scontri. «Vabbè, ho risolto», mi spiega con un secondo invio in chat. Poche ore dopo Leonardo è stato rilasciato.
Ma qual è la fonte dove trovano alimento, dove trovano ispirazione tutti quei soggetti che appartengono alla galassia delle baby gang, dei maranza, degli adolescenti e dei pre adolescenti che vanno in giro col coltello, insomma di quei gruppi di giovani dei quali ci troviamo, e mi trovo personalmente, a parlarne durante le trasmissioni televisive e in particolare a Dritto e rovescio?
Talvolta mi trovo di fronte a gruppi organizzati, talvolta a gruppi appartenenti a città diverse ma che tra di loro instaurano delle relazioni non tali da formare un vero e proprio movimento, ma certamente tali da rafforzare la loro appartenenza a un non ben definito «gruppo sociale» in modo che si rafforza in loro l’idea di non essere soli, ma di appartenere a una sorta di «comunità», pur non conoscendosi personalmente, pur non frequentandosi se non attraverso i social.
Se uno si mette a parlare con loro, cercando di capire qual è, e se c’è, una visione, un’idea della loro vita e del significato delle cose che fanno, tornerà a casa con un pugno di mosche in mano. La prima impressione, infatti, che si ricava dal parlare con loro è che tutto ruota intorno a qualche comportamento che consiste nel portare il coltello in tasca come arma di difesa da persone che sono sostanzialmente uguali a loro, di uso delle stesse armi da taglio, se non da sparo, per ottenere un paio di scarpe griffate o qualcosa del genere (più raramente soldi) che rappresenta il simbolo di ciò che, nella loro mente, è per loro un diritto avere e, quindi, devono procurarselo al di là di ogni norma, di ogni legge, di ogni comportamento benevolo nei confronti degli altri che possono permetterselo.
Accade spesso che alcune aggressioni verso persone che non appartengono a questi gruppi avvengano anche senza una motivazione che possa essere ricondotta alla all’appropriarsi indebitamente di beni altrui: soldi, meno spesso, capi di abbigliamento trendy (secondo loro), cappellini, giubbotti, scarpe, jeans, cinture, borselli e zainetti. Molte volte certe aggressioni, veri e propri pestaggi, accoltellamenti qualche volta letali (comunque praticamente sempre necessitanti di cure mediche, se non interventi chirurgici), ebbene tutto questo avviene senza un motivo che non sia quello di compiere la violenza per il gusto della violenza e per il fatto che, compiendo questi atti, si è qualcuno, si è una personalità, si tratteggia la propria soggettività in modo che sia riconoscibile agli altri, positiva per gli aderenti al gruppo o a altri gruppi che compiono gli stessi gesti, negativa per chi subisce questi gesti e per chi ritiene questi comportamenti immorali e illegali. Questo secondo gruppo di persone che contestano le azioni dei teppisti (raramente, se non mai, si tratta di azioni individuali) rafforzano l’identità e l’idea di questi delinquenti di essere nel giusto.
Uno potrebbe legittimamente chiedersi: «Ma qualcuno che compie un’azione senza motivazione, come questi gruppuscoli compiono le loro azioni violente senza un’apparente causa, come fanno a sentirsi rafforzati compiendo qualcosa senza alcun significato? Questa domanda ci porta fuoristrada perché, per gli appartenenti a questi gruppi, questo non costituisce un problema. Quando uno compie la violenza per la violenza è perché sente che quella violenza è la migliore espressione di sé, da una parte, e dall’altra lo rende soggetto riconoscibile all’interno della società che pure li disprezza, ma per loro questo è un segno che stanno agendo «bene»: agiscono, cioè, per un fine che è quello di esprimere sé stessi nella violenza e di assumere così un ruolo riconosciuto, sia pure negativamente, dalla società che secondo loro non ha fatto quello che avrebbe dovuto fare e, quindi, sono legittimati a compiere queste azioni come dimostrative di uno stato di disagio contro quello che, alla fine, chiamano Stato.
Rientra in questa logica anche l’attacco alle forze di polizia, in quanto rappresentanti dello Stato e perché si comporterebbero in modo discriminatorio nei loro confronti, soprattutto quando questi soggetti sono immigrati, con la pelle nera e magari con situazioni irregolari sia familiari sia che riguardano loro direttamente, magari perché hanno precedenti in giovane età. Perché attaccano la polizia? Perché ritengono di essere discriminati dalla polizia? Certo, non escludiamo a priori che qualche rappresentante delle forze dell’ordine possa avere avuto nei loro confronti comportamenti censurabili. Ma trattasi di eccezioni.
Nella norma, le forze dell’ordine non fanno che accertamenti su soggetti o conosciuti o che frequentano ambienti che possono far pensare che non tutto sia regolare per quanto li riguarda. Ma anche qui non c’è da cercare un’idea, un ideale, una qualche forma anche pur primitiva di ideologia, si tratta di una legge del branco e anche in questo caso di un branco che vive compiendo questi atti e trovando la loro identità nel fatto stesso che li compiono.
Insomma, purtroppo dietro c’è il nulla, almeno da un punto di vista ideologico, a meno che non si voglia elevare al rango di ideologia quello che abbiamo descritto.
Tornando alla domanda iniziale, dov’è che possiamo trovare un’idea che fa da propulsore a questo tipo di comportamenti? La risposta è, in un certo senso, devastante: da nessuna parte. Non è un’idea quella da cercare per spiegare questi fenomeni ma è la vita di queste persone che si svolge, che si sviluppa, che si alimenta, che degenera nella frequentazione dei social. Quello è il mondo, per loro. Quello reale è il mondo degli altri, dei loro nemici, di chi ha più di loro, di chi è diverso da loro, della polizia, dello Stato che, genericamente, non ha dato loro quello che loro era dovuto ivi compresi i cappellini, i giubbotti, le scarpe, i borselli e gli zainetti, tutti i griffati. La griffe, il marchio, l’etichetta diventano parte della loro identità, parte della loro riconoscibilità sociale, parte della loro esistenza violenta, più profondamente, della loro esistenza e del senso della loro vita. Non importa il consenso sociale, importa il consenso sui social. Non importa quella che, con termine antico, si definisce l’onorabilità, importa la riconoscibilità. Non importa il giudizio sulle loro azioni, importa la ridondanza delle loro azioni che rende le loro vite diverse dalle altre e, pur prive di contenuto, distinte da un punto di vista identitario. Di un’identità basata sul nulla, ma questo nulla, per loro, è tutto.
Allora c’è da chiedersi se non sia proprio nei confronti dei social e nei confronti di coloro che hanno macinato miliardi costruendoli, rendendoli così potenti, accessibili a chiunque, fruibili da chi non ha ancora gli strumenti e un livello di personalità tali da poter vagliare criticamente i contenuti proposti, e proprio a questi signori che dobbiamo attribuire gran parte di questa responsabilità, senza infingimenti, senza paure di essere trattati da censori morali senza averne l’autorità. Questi signori che cancellano (che bannano) contenuti leciti ma non coincidenti con le cosiddette culture dominanti (ad esempio quella definita woke), perché non cominciano a bannare i contenuti di istigazione alla violenza che sono presenti nei post di questi gruppi, di questi singoli, di alcune associazioni, nei testi dei rapper? Perché non compiono un gesto di responsabilità civile autoregolamentandosi e cominciando a occuparsi di tutta quella violenza, quel disprezzo per la figura femminile, l’incitamento all’odio sociale, dell’incitamento esplicito, ripetuto, invadente e pervadente alla violenza, all’uso delle armi da taglio, all’uso delle armi nonché l’istigazione al pestaggio di persone innocenti che non hanno fatto nulla a nessuno?
È inutile che questi personaggi proprietari e responsabili di queste piattaforme si vantino di aver dato vita a fondazioni benefiche, di aver fatto opere di mecenatismo e, nel contempo, lasciare che i giovani, gli adolescenti e i preadolescenti rischino di perdere la loro vita perché immersi in questo nulla profittevole per pochi al mondo e che danneggia vite di chi frequenta e di coloro che subiscono le violenze dei frequentatori.
- La svolta ai cortei contro il G20 del 2017: da allora nel continente il copione degli scontri è lo stesso. Come pure tanti protagonisti.
- Le Procure si concentrano sulle attività illegali che forniscono entrate aggiuntive.
Lo speciale contiene due articoli.
Il punto non è soltanto chi scende in piazza, ma come: catene di comando informali, gruppi di copertura, servizi d’ordine paralleli, staffette e un apparato comunicativo che spesso si muove su canali chiusi e messaggistica cifrata. Durante le azioni, hanno documentato gli investigatori della Digos, sono stati usati addirittura i disturbatori di frequenza elettronica (jammer), per rendere più complicate le comunicazioni tra gli operatori delle forze dell’ordine. L’attenzione di Digos e carabinieri del Ros è tutta concentrata sull’area antagonista e anarco-insurrezionalista. Una materia calda, che ribolle. Perché alcuni gruppi provano a compattare il fronte contro quella che chiamano «deriva securitaria» del governo. È una parola che gira, torna e rimbalza sui canali social monitorati. Dentro c’è di tutto. Una massa di attivisti che sa muoversi. Che ha già incendiato diverse piazze: più volte a Torino, ma anche a Roma e a Milano. Sempre grandi manifestazioni, sempre lo stesso copione. Con specialisti della guerriglia urbana, non improvvisati, come protagonisti. Con rinforzi che arrivano anche da oltre confine: Francia, Spagna e perfino Turchia e Grecia. A loro si sono saldati anche minorenni, ragazzi di seconda generazione. I cosiddetti «maranza».
Il modello operativo di riferimento è quello dei Black Bloc, non come organizzazione formalizzata ma come tattica militante condivisa. Piccoli gruppi vestiti di nero, con volto coperto, si muovono all’interno di manifestazioni formalmente legali con l’obiettivo di trasformarle in episodi di guerriglia urbana. La violenza non è reattiva né casuale, ma preordinata: sopralluoghi preventivi, studio dei dispositivi di contenimento, comunicazioni criptate, accumulo di materiali offensivi, definizione di ruoli e vie di fuga. Questo schema, emerso in modo plastico durante il G20 di Amburgo nel 2017, è diventato patrimonio comune dell’antagonismo europeo ed è oggi replicato, con adattamenti locali, anche nel contesto italiano. A renderlo più efficace è l’esistenza di una logistica leggera ma capillare: spostamenti organizzati, ospitalità in spazi occupati, raccolta fondi attraverso iniziative formalmente lecite e una condivisione diffusa di tecniche di scontro.
In questo quadro si inserisce un ulteriore fattore di radicalizzazione: la galassia dei gruppi pro Palestina che opera in prossimità dell’area antagonista. In numerosi contesti italiani ed europei, la causa palestinese viene progressivamente utilizzata non come piattaforma politica o umanitaria, ma come cornice mobilitante per la conflittualità violenta. Cortei formalmente dedicati a Gaza o al cessate il fuoco diventano spazi di convergenza per militanti antagonisti, Black Bloc e anarchici insurrezionalisti, che sfruttano l’emotività del conflitto per legittimare lo scontro con lo Stato. In questo processo, slogan e simbologie pro Pal finiscono spesso per sovrapporsi a narrazioni di giustificazione della violenza, con uno slittamento dalla solidarietà politica alla normalizzazione dell’azione fisica contro forze dell’ordine e istituzioni. Non si tratta, nella maggior parte dei casi, di strutture direttamente riconducibili a organizzazioni terroristiche, ma di ambienti di contiguità, nei quali il confine tra attivismo radicale ed estremismo si fa sempre più labile. L’antagonismo italiano si inserisce in un ecosistema transnazionale di violenza politica, dove in Europa convivono estrema sinistra, aree autonome storiche e ultradestra radicale: mondi ideologicamente opposti ma uniti da pratiche simili, da una logica di conflitto permanente e da una crescente legittimazione della violenza contro lo Stato.
In Francia l’anarchismo violento si manifesta soprattutto attraverso la tattica dei Black Bloc, protagonisti delle grandi mobilitazioni sociali e responsabili di azioni di guerriglia urbana, incendi e attacchi a obiettivi simbolici. A questa galassia si affiancano le Zad (Zones à Défendre), territori occupati che hanno rappresentato vere aree di conflitto strutturale con le istituzioni, come nel caso di Notre-Dame-des-Landes. In Germania il fenomeno appare più radicato e organizzato. I gruppi degli Autonomen, attivi dagli anni Ottanta soprattutto ad Amburgo, Berlino e Lipsia, mostrano una forte continuità organizzativa e un ricorso sistematico alla violenza contro polizia e infrastrutture. Nel Regno Unito Londra è uno dei principali epicentri europei della polarizzazione violenta, dove manifestazioni e contro-manifestazioni degenerano frequentemente in scontri. Sul fronte dell’ultradestra, Combat 18 rappresenta un nodo storico del neonazismo europeo, ispirato alla dottrina della «resistenza senza leader», mentre movimenti come l’English Defence League hanno contribuito a radicalizzare lo spazio pubblico, alimentando una dinamica simmetrica di escalation. Nei Paesi Bassi l’antagonismo è meno strutturato ma altrettanto insidioso: reti fluide e temporanee emergono su temi come immigrazione e ambiente, con Amsterdam e L’Aia divenute piattaforme logistiche dell’estremismo europeo. Nel Nord Europa il baricentro della minaccia è invece l’estremismo neonazista organizzato, con il Nordic Resistance Movement attivo tra Svezia e Danimarca. Copenaghen resta infine uno storico crocevia dell’antagonismo continentale, grazie a spazi autonomi che hanno svolto nel tempo una funzione di hub culturale e logistico transnazionale.
Il dato centrale che emerge, partendo dal caso Askatasuna, è che non ci si trova di fronte a episodi locali o spontanei. L’antagonismo europeo funziona ormai come una rete integrata, caratterizzata da mobilità dei militanti, scambio di competenze, mimetismo organizzativo e una narrazione che giustifica la violenza come risposta necessaria a uno Stato percepito come illegittimo.
Ai «ribelli» il solo auto finanziamento non basta
Per comprendere la capacità di tenuta, mobilitazione e conflitto dell’area antagonista non basta fermarsi alla dimensione ideologica. Il vero fattore strutturale è economico. Dietro cortei, occupazioni, campagne mediatiche e – nei casi più estremi – violenza organizzata, esiste infatti un sistema di finanziamento articolato, frammentato e resiliente, capace di adattarsi alle pressioni giudiziarie e politiche. La prima fonte, rivendicata apertamente, è l’autofinanziamento militante. Concerti, cene sociali, feste politiche e sottoscrizioni pubbliche costituiscono il cuore visibile della raccolta fondi. A queste iniziative si affianca la vendita di gadget – magliette, bandiere, adesivi – che svolgono una doppia funzione: economica e identitaria.
Un secondo pilastro, meno dichiarato ma centrale, è rappresentato dalle occupazioni. L’uso stabile di immobili sottratti al mercato consente un abbattimento drastico dei costi: niente affitti, spese ridotte o assenti per le utenze, disponibilità permanente di spazi per eventi a pagamento. È un finanziamento indiretto, ma strutturale, che garantisce continuità organizzativa e logistica anche in assenza di grandi flussi di cassa.
Esiste poi una vasta area grigia composta da associazioni culturali, circoli ricreativi e progetti sociali formalmente legali. Queste strutture raccolgono fondi attraverso tesseramenti, eventi pubblici e talvolta contributi esterni, fungendo da cerniera tra militanza antagonista e società civile. Non sempre si tratta di attività illecite, ma la destinazione finale delle risorse risulta spesso opaca e difficilmente tracciabile. Negli ultimi anni si è affermato anche il ricorso agli strumenti digitali. Crowdfunding online, appelli social e donazioni elettroniche vengono attivati soprattutto in occasione di arresti, sgomberi o procedimenti giudiziari. Piattaforme di pagamento diffuse consentono di raccogliere rapidamente somme significative, mentre in alcuni casi emergono anche canali in criptovalute, usati per ridurre la tracciabilità dei flussi. Un ruolo non marginale è giocato dalla solidarietà politica. Casse di resistenza, eventi pubblici promossi da ambienti contigui e forme di legittimazione istituzionale contribuiscono a rafforzare l’ecosistema antagonista. Anche se non si configurano come finanziamenti diretti, queste dinamiche moltiplicano risorse, visibilità e capacità di mobilitazione.
Infine, le indagini giudiziarie segnalano l’esistenza di segmenti minoritari ma radicalizzati che ricorrono ad attività illegali o borderline. Spaccio, furti, ricettazione e danneggiamenti non rappresentano l’intero movimento, ma costituiscono un canale di finanziamento e pressione che attira l’attenzione di Procure e forze dell’ordine, soprattutto nei contesti urbani più tesi.
Il quadro è quello di un sistema economico composito, capace di rigenerarsi. Quando un canale è colpito altri subentrano e l’auto finanziamento «puro» non è sufficiente a spiegare la persistenza dell’area antagonista nel tempo.
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 9 febbraio con Carlo Cambi










