Non andate in vacanza e possibilmente guidate piano, senza correre in autostrada. Abbassate di qualche grado il riscaldamento e indossate la maglia di lana. Insomma, la ricetta della Ue per affrontare la crisi energetica si traduce in una raccomandazione: state in casa e copritevi bene. Fin lì ci sarebbe arrivata anche mia nonna, nonostante fosse una povera contadina che viveva in una cascina riscaldata da un grande camino.
Non c’era bisogno di un commissario all’Energia e neppure di una pletora di funzionari ben pagati: per indossare vestiti più pesanti e risparmiare sui consumi bastava il buonsenso, di cui in genere sono dotati padri e madri di famiglia. Ma a Bruxelles a quanto pare il buonsenso non va di moda.
Perciò la Commissione europea, invece di prendere decisioni in grado di assicurare le forniture di gas e petrolio indispensabili a non far piombare il Vecchio continente nella crisi più nera, escogita una serie di pannicelli caldi, tipo le domeniche a piedi, le giornate di telelavoro, la riduzione della temperatura in salotto. Misure che verranno proposte come raccomandazione a tutti i 27 Paesi dell’Unione. La bozza del piano, che dovrebbe essere una risposta ai problemi creati dal blocco dello Stretto di Hormuz, con una buona dose di ironia si chiama «Accelerate Eu». In realtà, visto che le persone rischiano di venir appiedate, più che parlare di un’accelerazione sarebbe il caso di definirlo un rallentamento. Da ieri, dopo l’annuncio della riapertura da parte dell’Iran del transito delle petroliere, la questione parrebbe non essere più così urgente. Ma la strategia europea per limitare l’uso dell’energia, spegnendo la luce nelle città e riducendo i consumi, anche se non immediatamente applicata perché superare Hormuz a quanto pare per i prossimi giorni non sarà un problema, resta comunque un esempio di quanto poco senso pratico abbiano a Bruxelles.
Noi non sappiamo quanto durerà la tregua dichiarata da iraniani e americani e dunque non possiamo immaginare se il passaggio delle navi di greggio sarà garantito per sempre o soltanto per una settimana. Tuttavia, ci è chiaro che famiglie e imprese non possono restare senza gas e carburante.
L’energia da fonte fossile, per ora, è indispensabile per far funzionare aziende e tenere in piedi il sistema. Dunque, che serietà può avere una Ue che invita i propri cittadini a spegnere la luce e abbassare il termostato perché è necessario risparmiare e consumare meno? Fino a ieri ci veniva spiegato non soltanto che l’Intelligenza artificiale è indispensabile per poter consentire alle aziende di restare competitive, ma ci veniva pure detto che per far funzionare i grandi cervelloni dell’Ia bisognava disporre di molta energia. Dunque, noi europei di fronte a queste necessità che facciamo? Non cerchiamo forniture alternative, riaprendo le centrali nucleari o riavviando gli scambi commerciali con la Russia, ci limitiamo a spegnere la luce e tanti saluti allo sviluppo e alla crescita. Che questa non sia la direzione giusta lo hanno capito in tanti e qualcuno comincia persino a manifestare insofferenza di fronte a vertici europei che invece di risolverli, i problemi li aggravano.
A Genova, a margine di un convegno dedicato all’economia del mare, il presidente di Confindustria Emanuele Orsini se n’è uscito con uno sfogo, dicendo che di fronte alla crisi energetica e alle mancate risposte di Bruxelles forse «è giunta l’ora di cambiare chi ci sta governando in Europa». Per il capo degli imprenditori c’è una miopia che spaventa. «Prima dello scoppio del conflitto tra Russia e Ucraina il costo dell’energia era a 28 euro al megawattora, oggi siamo a 160 euro. Io credo che su questo sarà necessario fare una riflessione». Che intende, gli hanno chiesto i giornalisti, vuole riaprire al gas russo? La risposta non è stata un no. «Credo si debbano fare dei ragionamenti, bisogna avere una visione complessiva». Insomma, il suicidio della Ue - ma soprattutto di imprese e famiglie - si può evitare, immaginando soluzioni che non siano la maglia di lana.
Dite remigrazione, ditelo senza paura. Ditelo forte. Urlatelo in piazza. Re-mi-gra-zio-ne.
Non è una parola oscena, non è l’anticamera del razzismo, non nasconde nessun orrore. Anzi: è l’unica speranza per cancellare l’orrore che stiamo vivendo, l’orrore di una civiltà che sta morendo per colpa di un’accoglienza senza regole e senza freni. Re-mi-gra-zione: perché la parola fa così paura?
Perché anche la Lega, che l’aveva messa al centro della manifestazione in piazza di sabato 18 aprile, sembra volerla nascondere sotto milioni di altre sacrosante, ma diverse motivazioni? L’Europa, i soldi, i prezzi: tutto giusto. Ma se davvero bisogna essere «senza paura», come dice il claim dell’adunata, allora «senza paura» bisogna dire: basta immigrazione. Senza paura bisogna dire: re-mi-gra-zio-ne. Fra Pesaro e Cattolica, sull’Adriatico, vaga un immigrato gambiano, Babu Jallow, che ha undici denunce per resistenza a pubblico ufficiale, diverse denunce per lesioni, ha molestato una ragazza in treno, ha ferito quattro poliziotti mandandoli all’ospedale e ha aggredito due carabinieri: nonostante tutto ciò resta libero di girare per le nostre città perché il giudice gli ha sospeso la pena in attesa della perizia psichiatrica. E gode della protezione internazionale. Ma dico: possiamo dare protezione internazionale a soggetti del genere? Che vengono qui non per integrarsi ma per delinquere? Eppure, come tutti sanno, non è un caso isolato. Anzi, è la normalità. Le nostre strade, ormai, pullulano di persone fuori controllo, che minacciano, delirano, terrorizzano i cittadini perbene, senza rispetto per nulla. Ieri a Sarzana (La Spezia) un immigrato è stato fotografato mentre cucinava un gatto in un parco pubblico. A Saronno (Varese) poco tempo fa è stato fermato un immigrato del Benin senza fissa dimora: minacciava con l’ascia una donna italiana colpevole di essere cristiana e di uscire di casa senza velo islamico. A Siracusa un nigeriano ha tentato di sfondare la parete della casa di una donna: «Sono Dio», diceva l’immigrato, «e voglio aprire una finestra per far comparire mio figlio Gesù». La donna, per la paura, era stata addirittura costretta ad abbandonare la sua casa.
E di fronte a tutto ciò noi dovremmo temere la parola remigrazione? Davvero? Quella parola fa più paura della paura che stanno vivendo gli italiani? Sempre ieri don Samuele, parroco di Santa Maria delle Grazie ad Ancona, ha scritto una lettera al sindaco e al prefetto perché si sente ostaggio dei maranza che spacciano fin sul sagrato, bestemmiano, fanno a botte, rompono le vetrate e fanno i loro bisogni sulla parete della chiesa. Non ce la fa più. Ed è la terza notizia, nel giro di pochi giorni, di preti che finiscono vittima dei giovani violenti, per lo più stranieri, che ormai rendono impossibile la vita delle parrocchie. È successo prima a don Andrea, aggredito a Caravaggio, e a un sacerdote del Giambellino, a Milano, minacciato e perseguitato da un giovane egiziano. Ormai tenere aperto un oratorio o una chiesa è diventato un atto di coraggio. L’altro giorno a Milano un gruppo di maranza non ha esitato a profanare la basilica di Santa Maria delle Grazia al Naviglio: sono entrati dentro con coltelli e bastoni. Risse e violenze non si fermano neppure davanti alla casa di Dio.
Del resto chi li ferma i maranza? Quello che ha fatto la banda di rumeni a Massa Carrara lo abbiamo visto tutti. Ma non c’è giorno ormai che la cronaca non riporti notizie di accoltellamenti, sangue, risse, massacri di giovanissimi. Ci sono anche italiani fra di loro, certo. Ma è indiscutibile che la violenza sia cresciuta a dismisura, soprattutto nelle periferie, per la presenza di immigrati di seconda generazione che non si riconoscono nel nostro Paese, non ne condividono la cultura, la civiltà, spesso nemmeno la lingua, perché si sentono egiziani, tunisini o marocchini prima che italiani. Ci hanno raccontato per anni la favola dell’integrazione. Ma l’integrazione è fallita. E la stiamo pagando tutti. E dovremmo avere paura di parlare di remigrazione? Davvero?
Pochi giorni fa è stato espulso un imam di Brescia che sosteneva i matrimoni delle spose bambine. «A 9 anni per l’Islam ci si può sposare», diceva. Pedofilia pura nel nome di Allah. L’uomo è stato scoperto grazie a un servizio a telecamere nascosto di Fuori dal Coro, altrimenti sarebbe ancora lì a predicare i suoi orrori. Ma la domanda è: quanti altri ce ne sono come lui? Quanti, in quelle moschee abusive, che proliferano fuori da ogni regola e fuori da ogni norma, predicano i matrimoni delle bimbe, la poligamia, la sottomissione della donna, il ripudio e tutte le altre norme della sharia che sono contrarie alle nostre leggi, alla nostra Costituzione e alla nostra civiltà? Eppure continuiamo a portare i nostri ragazzi a lezione di Corano: ieri è toccato all’Istituto tecnico industriale Enrico Fermi di Modena: sottoporrà le sue seconde classi all’indottrinamento dell’imam di Sassuolo, così come in precedenza era successo in altre città d’Italia. A Treviso, qualche tempo fa, sono stati portati in moschea anche i bambini di una scuola materna. La loro foto, inginocchiati verso la Mecca, è il simbolo della sottomissione in atto.
In effetti: gli imam entrano in classe, la Madonna di San Luca no. A Bologna l’hanno tenuta fuori. Si fa la guerra al presepe, a Gesù Bambino, ai riti della Quaresima, ma si spalancano le porte all’islam. Eppure il progetto dei veri islamici è chiaro, ce lo racconta la storia (Poitiers, Lepanto, Vienna…) e ce lo raccontano tutti quelli che li conoscono davvero: non vogliono integrarsi. Vogliono conquistarci. E per farlo sono disposti a usare tutti i mezzi, soprattutto quelli che la nostra debole democrazia mette a loro disposizione: non a caso si stanno facendo le prove del partito islamico, al referendum c’è già stata la prima manifestazione di forza, con i musulmani compatti per il No e pronti a rivendicare il loro ruolo nella vittoria. E di fronte a tutto ciò noi dovremmo avere paura della remigrazione? Davvero? Ma che cos’è che scandalizza tanto? Sia la Germania sia l’Austria dispongono già di un ufficio per la remigrazione (si chiamano Returning from Germany e Returning from Austria), seppur non ben funzionanti, persino l’Oim, Organizzazione internazionale per le migrazioni, gestisce un «Programma generale di rimpatrio». E noi dovremmo vergognarci? Ma di cosa? Re-mi-gra-zio-ne. L’unico orrore è averne paura.
Sono giorni che cerchiamo dal governo alcune risposte rispetto alla questione Biennale di Venezia e risposte chiare non ne arrivano. Sappiamo solo che l’Europa ha tagliato 2 milioni di euro di finanziamento per ragioni politiche. Ma, come bene aveva sottolineato recentemente, la Fondazione presieduta da Pietrangelo Buttafuoco è autonoma per statuto, a maggior ragione dalla politica italiana e Ue. Dunque? Nemmeno Mattarella ha nulla da eccepire in difesa dell’autonomia della Biennale, detta anche l’Onu dell’arte (tra l’altro delle Nazioni Unite la Russia è membro permanente)?
La questione è che il ministro della Cultura Alessandro Giuli non ha solo isolato Buttafuoco ma lo ha consegnato alla Commissione europea perché questa, attraverso la minaccia del taglio dei finanziamenti, lo facesse tornare sui suoi passi. Ma Buttafuoco non è un politico: è un vero intellettuale. Quindi ora a Roma hanno un problema da gestire. A maggior ragione dopo che la vicepresidente esecutiva della Commissione europea, Henna Virkkunen, ha involontariamente ammesso l’intento punitivo verso la Biennale.
Cadendo nello scherzo dei soliti comici russi russi Vladimir Kuznetsov (Vovan) e Alexey Stolyarov (Lexus) che si erano finti l’ex presidente ucraino Petro Poroshenko, la Virkkunen ha svelato di aver fatto pressioni sugli organizzatori della Biennale di Venezia nel tentativo di far cambiare loro la decisione sulla partecipazione della Russia alla 61esima Esposizione internazionale d’arte. «Naturalmente per noi è stata una decisione piuttosto scioccante quella di consentire ai russi di riaprire la loro parte della mostra in questo padiglione. Stiamo valutando ulteriori provvedimenti per ribaltare questa decisione, perché riteniamo che sia totalmente contraria alla nostra politica».
È l’autonomia della Fondazione? Il governo sovranista non ha battuto ciglio: ha calato le braghe verso le logiche europeiste (logiche che Thomas Fazi nel libro La macchina della propaganda europea. Il lato oscuro di Ong, Media e Università ha ben spiegato) e si sta facendo sfilare soldi che gli italiani hanno inviato alla Ue della signora Von Der Leyen. Questi infatti sono soldi trasferiti alla Ue dagli italiani e non - sia detto con rispetto - dagli ucraini, ai quali mi sembra che non stiamo facendo mancare nulla.
Allora rinnoviamo la questione politica sia alla Meloni che a Giuli: vi sta bene che Bruxelles intacchi l’autonomia della Biennale perché ha consentito alla Russia di riaprire il proprio stand? Potete non risponderci, così come non c’è risposta alla riflessione sulle sanzioni al gas russo avanzata dal presidente di Confindustria Emanuele Orsini (il quale tra l’altro fa notare la doppiezza dell’Europa che ha comprato più gas russo della Cina).
Ma al Senato c’è una interrogazione firmata dal capogruppo dei Cinquestelle Stefano Patuanelli che non può cadere nel vuoto e dove si rileva il doppio standard di comportamento tra il caso Regeni e il caso Buttafuoco: «Il ministro della Cultura ha recentemente dichiarato di non poter intervenire in alcun modo su decisioni relative al finanziamento del docu-film sul caso Regeni, sostenendo l’impossibilità di ingerirsi in scelte demandate a commissioni tecniche indipendenti; risulta invece che, in relazione alla Biennale di Venezia, siano intervenute valutazioni e pressioni di natura politica, anche in ambito europeo, con la formalizzazione del taglio dei fondi europei di ben 2 milioni di euro a causa della presenza della delegazione russa; tali scelte appaiono motivate da indirizzi politici e geopolitici, con un evidente coinvolgimento delle istituzioni e una chiara assunzione di responsabilità politica».
Che pensa di fare Giuli: imbambolarci con il solito ipnotico calembour retorico o di indossare il mantello dell’invisibilità di Harry Potter come fosse il trench nero di New York, oppure si degna di rispondere seriamente una volta per tutte? Difende il diritto all’autonomia della Fondazione della Biennale e si fa ridare i due milioni oppure nel famoso governo sovranista decide la Von Der Leyen?
Non esiste alcuna giustificazione circa le parole usate dal presidente Donald Trump all’indirizzo del Santo Padre, Leone XIV. Sono espressioni offensive e prive di ogni elementare buon senso, rivolte alla più alta autorità morale universalmente riconosciuta. La guerra - cioè morti, distruzioni, dolori infiniti, violenze e nefandezze di ogni genere - non può e non deve mai essere un’opzione per raggiungere scopi anche positivi.
Che il regime iraniano grondi sangue innocente dai mantelli dei suoi ayatollah, che pasdaran, Hamas, Hezbollah siano il covo del terrorismo più crudele, non può e non deve giustificare massacri di bimbi, famiglie, uomini e donne, anziani la cui unica «colpa» è di vivere in luoghi in cui la pietà è scomparsa da anni. Il «male» è e resta sempre male e anche un giusto fine non può mai giustificare mezzi di violenza e di morte. Certamente il nucleare iraniano è un drammatico incubo da contrastare, ma non a prezzo di morti innocenti. Questo è la civiltà. Il contrario è barbarie. Chiunque ne sia l’artefice.
Bambini, famiglie, innocenti non hanno colore; che vivano a Gaza o in un kibbutz, a Beirut piuttosto che a Gerusalemme non fa differenza: la vita - ogni vita - è sacra e non può essere sacrificata né sull’altare della geopolitica, né su quello delle leggi delle «vite indegne di essere vissute». La profezia di suor Teresa di Calcutta si sta compiendo: fino a che la vita di un bimbo nel grembo materno verrà considerata carta stracciata, il mondo non avrà mai pace. Non è ciò che sta accadendo e che stiamo vivendo? Questa è l’integralità del messaggio del Papa: il rispetto e la difesa totale della vita. In questi giorni stiamo assistendo al festival dell’ipocrisia: quegli stessi che oggi osannano il Papa perché mette un freno al delirio trumpiano, sono da sempre i primi ad attaccare il Papa e la Chiesa cattolica perché condanna aborto e eutanasia.
E sono gli stessi che - paladini della libertà, della democrazia, del rispetto del pensiero di chiunque - negarono la parola a papa Benedetto XVI vietandone l’ingresso all’Università «La Sapienza» di Roma nel 2007. E non si tratta semplicemente di due pesi e due misura, si tratta del «lupo che si veste da agnello», si tratta di «lacrime di coccodrillo» per Gaza o per l’Ucraina, e di crudele e vergognosa indifferenza per la vita nascente e per la vita al termine.
Papa Leone XIV è davvero un «gigante» della pace, ma non si deve dimenticare che i suoi piedi camminano sicuri sulle orme dei suoi predecessori, da Pio XII a Francesco. I Papi non sono leader politici, i Papi sono «servitori» di un messaggio che non appartiene a loro, perché è divino e si è incarnato di Gesù Cristo: servitori di Cristo, dunque, vuol dire difensori della sacralità della vita umana, perché ogni vita è «sacra», dal concepimento alla morte naturale, dato che Dio stesso si è fatto uomo. L’orrore nel vedere i corpicini avvolti nel panno bianco a Gaza o in Ucraina, non può essere diverso dall’orrore per i bimbi cui viene negato di nascere. Forse, almeno sul piano storico, può essere utile ricordarci che chi si mette contro il Papa non finisce bene. Napoleone imprigionò Pio VII, Adolf Hitler organizzò di rapire Pio XII, Stalin si prese burla dello stesso Papa («Quante divisioni ha il Papa di Roma?») e massacrò preti e suore, l’Urss sappiamo come è andata a finire. Uomo avvisato, mezzo salvato … da Trump ai green-radical-chic del diritto all’aborto.










