Mentre in Iran le proteste contro il regime degli ayatollah non accennano a fermarsi e in migliaia restano nelle strade e nelle piazze nel tentativo di abbattere la Repubblica Islamica, la diaspora rimane molto attiva e organizza manifestazioni in tutto il mondo. Anche in Italia, sia a Roma che a Milano, gli iraniani hanno manifestato contro gli ayatollah e soprattutto in appoggio a fratelli, sorelle, figli e amici che rischiano la vita nel loro Paese.
Aysan Ahmadi è un’attivista che vive nel nostro Paese e una donna decisa. «Siamo in piazza per cacciare dall’Iran Ali Khamenei, le situazione è molto peggiore di quello che si dice perché con il blocco di internet arriva soltanto l’1% dei crimini del regime. Le nostre fonti parlano di almeno 12000 morti, senza contare il numero degli arrestati che potrebbe essere doppio o triplo. Dopo l’appello del Principe Reza Pahlavi sono scesi tutti in strada a protestare, perché lui è una figura cha da fiducia per il futuro dell’Iran. Quando ci saremo liberati sarà necessario un referendum per decidere se vogliamo la monarchia o la repubblica, ma adesso l’importante è cacciare il regime». Le proteste sono dilagate in tutto il paese mediorientale e sono iniziate per la difficile situazione economica. «L’economia in difficoltà è stata soltanto la scusa per far partire la rivolta verso questo governo che uccide la nostra gente. Da Teheran, la mia città natale, mi dicono che ci sono miliziani che parlano arabo e che sparano sui manifestanti. Tutta la nazione è in rivolta anche i centri più tradizionalisti come Mashad o Qom e non è vero che il movimento non ha un leader: il suo nome è Reza Pahlavi e gli slogan scanditi per strada sono Lunga Vita allo Shah e Questa è l’ultima battaglia e Pahlavi tornerà!” La polizia sta inviando messaggi alle famiglie perché convincano i figli a restare a casa ed anche agli iraniani all’estero arrivano messaggi simili. «Ai padri e alle madri scrivono che se i figli non restano a casa verranno uccisi, mentre a noi ha scritto l’ambasciata per convincerci a calmare i parenti. L’Australia ha già espulso l’ambasciatore dell’Iran e adesso mi aspetto che l’Europa faccia lo stesso. Oltre il 90% della popolazione è in rivolta e le foto della contro manifestazioni del regime sono fatte con l’intelligenza artificiale e si vede benissimo che sono dei falsi».
Aysan Ahmadi ha le idee molto chiare per il futuro della sua patria. «Qualche politico coinvolto con gli ayatollah proverà a riciclarsi come riformista, ma non vogliamo avere niente a che fare con loro. Nemmeno i Mujahedin-e Khalq sono affidabili, sono come la Repubblica Islamica, fingono di essere oppositori e sono stati una delle causa del crollo della monarchia dello Shah. Io sono favorevole all’intervento militare degli Stati Uniti perché il nostro popolo è disarmato e non ha modo di difendersi». Hana Namdari è una giornalista ed oppositrice del regime che non può rientrare nel suo paese. «Il dissenso nel mio paese va avanti da 40 anni, il popolo iraniano si è sollevato più volte contro il regime, questa volta, il messaggio è chiaro: la popolazione chiede una trasformazione radicale. Non è vero che i movimenti del passato sono scomparsi, hanno continuato ad esistere, anche se il mondo ha chiuso gli occhi e le orecchie di fronte alla voce del popolo iraniano. Se la comunità internazionale avesse sostenuto il popolo iraniano, forse non saremmo giunti a una situazione così drammatica. Tutti i movimenti hanno sempre avuto delle figure di riferimento, anche se il regime ha cercato, con grande crudeltà e strategie mirate, di dividere la popolazione lungo linee etniche, religiose e politiche. Questa volta, ciò che distingue questo movimento è proprio la chiarezza dell’obiettivo: il cambiamento radicale del paese. Molti cittadini invocano il ritorno del principe Reza Pahlavi, figlio dello Shah, auspicando una nuova era. In questo senso, possiamo dire che oggi il popolo ha un leader riconosciuto». Anche Hana Namdari vede nel figlio dell’ultimo Shah una figura chiave per il nuovo Iran. «Oggi si fa la storia in Iran, ma non sappiamo nemmeno il numero delle vittime, fonti attendibili parlano di un range tra i 20.000 e i 25.000, ma non avremo mai dati certi. Ogni singola vita merita rispetto e giustizia e ogni perdita è un richiamo alla nostra coscienza».
Per quanto riguarda l’intervento diretto degli Stati Uniti Hana Namdari ribadisce che il popolo iraniano non va più lasciato da solo a combattere. «In molti citano l’esempio dell’Afganistan o dell’Iraq, ma a Teheran la situazione è diversa. Queste decisioni richiedono tempo e riflessione, ma la storia ci insegna che se il popolo iraniano viene lasciato solo, il regime può resistere e quindi un intervento delle autorità internazionali può essere determinante. Se gli Stati Uniti e Israele avessero continuato a indebolire il regime, forse avremmo già visto la sua caduta. Purtroppo, oggi la popolazione iraniana è ostaggio degli ayatollah e quindi l’intervento esterno potrebbe rivelarsi necessario». Nemmeno la Namdari vede positivamente il coinvolgimento dei Mujahedin-e Khalq. «Come donna iraniana vedo che la loro leader Maryam Rajavi porta il velo e si presenta in modo tradizionale. Questo contrasta con il movimento Donna, Vita, Libertà, che ha visto le donne iraniane rimuovere il velo come atto di disobbedienza civile. Mi chiedo come i Mujahedin-e Khalq possano effettivamente rappresentare il popolo iraniano e non credo che abbiano un posto nel cuore del popolo iraniano. Ripeto che l’unica figura di riferimento rimane il principe Reza Pahlavi, perché vediamo in lui un simbolo della continuità della vera identità iraniana, che per secoli è stata messa in discussione dall’arrivo dell’Islam e dall’invasione araba. Oggi molti invocano il suo ritorno, vedendolo come il simbolo di un’identità persiana perduta. Questo ci fa pensare che, così come abbiamo vissuto un rinascimento culturale tra il 1925 e il 1979, anche oggi, con la guida di una figura come il principe Reza Pahlavi, potremmo essere vicini a un nuovo rinascimento iraniano persiano».
Donald Trump ha scelto la linea dura con il governo di Teheran. Ieri, rivolgendosi direttamente ai manifestanti iraniani che stanno protestando contro il regime khomeinista, ha dichiarato: «Patrioti iraniani, continuate a protestare: prendete il controllo delle vostre istituzioni! Ricordate i nomi degli assassini e degli abusatori. Pagheranno un prezzo altissimo». «Ho annullato tutti gli incontri con i funzionari iraniani finché l’insensata uccisione dei manifestanti non cesserà. L’aiuto sta arrivando! Miga!», ha proseguito, riferendosi allo slogan «Make Iran Great Again»: un acronimo che il diretto interessato aveva già usato in un suo post di fine giugno, in cui aveva esplicitamente aperto all’eventualità di un regime change a Teheran. Quando, più tardi, un reporter gli ha chiesto a che tipo di aiuto si riferisse, il presidente ha risposto sibillino: «Dovrete capirlo da soli, mi dispiace».
«Dichiariamo i nomi dei principali assassini del popolo iraniano: 1 Trump, 2 Netanyahu», ha tuonato, dal canto suo, il capo del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano, Ali Larijani. E così, mentre ieri la temperatura si surriscaldava, la Casa Bianca ospitava una riunione del team di sicurezza nazionale statunitense, con l’obiettivo di analizzare le opzioni sul tavolo per colpire la Repubblica islamica: opzioni che, stando a quanto rivelato dalla Cbs, andrebbero dal lancio di missili a operazioni di natura informatica volte a destabilizzare ulteriormente il regime. Al meeting Trump, che era a Detroit, non ha preso parte. Vi hanno partecipato invece il segretario di Stato, Marco Rubio, il capo del Pentagono, Pete Hegseth, e il direttore della Cia, John Ratcliffe. Proprio Rubio, secondo Axios, ha dichiarato, in incontri a porte chiuse tenutisi nei giorni scorsi, che in questa fase Trump sta valutando risposte non militari a sostegno dei manifestanti.
Insomma, il presidente americano pare aver chiuso il canale diplomatico che si era aperto tra Washington e Teheran. Negli scorsi giorni, si erano infatti tenuti dei contatti tra l’inviato statunitense per il Medio Oriente, Steve Witkoff, e il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi. Sembrava, in particolare, che i due stessero per organizzare un incontro diplomatico: incontro che, come abbiamo visto, ieri Trump ha annullato, almeno fin quando il regime non cesserà la sanguinosa repressione delle manifestazioni in corso. Del resto, che il presidente americano stesse inasprendo la sua linea era già diventato chiaro nella serata di lunedì, quando aveva annunciato dei dazi secondari all’Iran. «Con effetto immediato, qualsiasi Paese che faccia affari con la Repubblica islamica dell’Iran pagherà un dazio del 25% su tutte le attività commerciali concluse con gli Stati Uniti d’America», aveva affermato. Inoltre, secondo Axios, Witkoff avrebbe incontrato segretamente nel fine settimana il principe ereditario iraniano, Reza Pahlavi, che da giorni si sta proponendo per guidare la transizione di potere a Teheran. Come che sia, secondo il Wall Street Journal, le monarchie del Golfo starebbero cercando di persuadere la Casa Bianca a non attaccare l’Iran.
Continua nel frattempo a salire la tensione tra la Repubblica islamica e il Vecchio continente. Ieri, i governi di Francia, Germania, Spagna, Italia, Paesi Bassi, Regno Unito, Finlandia e Danimarca hanno annunciato di aver convocato i rispettivi ambasciatori iraniani per criticare le uccisioni avvenute nel corso delle manifestazioni: uccisioni che, secondo la Cbs, oscillerebbero tra le 12.000 e le 20.000. È in questo quadro che, sempre ieri, Palazzo Chigi ha chiesto alle autorità iraniane «di assicurare il rispetto dei diritti del popolo, incluso quello di espressione e di pacifica assemblea, e l’incolumità di chi manifesta nelle piazze». Tutto questo, mentre il capo della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha reso noto di voler proporre «ulteriori sanzioni» contro Teheran.
Mosca ha frattanto manifestato tutta la sua irritazione. «Le forze straniere ostili all’Iran stanno tentando di sfruttare le crescenti tensioni sociali per destabilizzare e distruggere lo Stato iraniano», ha tuonato la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, bollando anche come «assolutamente inaccettabili» le minacce americane di attacchi militari contro la Repubblica islamica. «Vengono usati i famigerati metodi delle “rivoluzioni colorate”», ha proseguito. La Russia teme particolarmente il crollo del regime khomeinista, dopo aver perso, nel 2024, un altro suo storico alleato come Bashar al Assad in Siria. Mosca ha quindi paura che, in caso di caduta di Ali Khamenei, possa vedere ulteriormente ridotta la propria influenza sullo scacchiere mediorientale.
Una preoccupazione, questa, che attanaglia anche la Cina. Pechino si è infatti lamentata dei dazi secondari annunciati l’altro ieri da Trump su Teheran. Non dimentichiamo infatti che la Repubblica popolare intrattiene significativi legami economici e politici con il regime khomeinista. È in tal senso che l’ambasciata cinese a Washington ha ventilato l’ipotesi di ritorsioni commerciali contro gli Stati Uniti.
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La morbosa attenzione riservata ai dazi imposti da Donald Trump non ha portato bene all’Unione europea, che continua a picconare quella che dovrebbe essere la sua reale ragione d’essere, ovvero il mercato unico.Secondo una bozza del rapporto annuale sulla salute del mercato unico dell’Unione, il commercio tra gli Stati membri in percentuale sul Pil è sceso dal 23,8% del 2023 al 22% del 2024. La bozza del documento, la cui versione ufficiale è attesa per la fine di questo mese, è stata vista dal Financial Times che ha rilanciato la notizia. Dopo avere scandagliato il rapporto dello scorso anno, noi aggiungiamo che anche nel 2023 il dato era in calo, rispetto ad un 2022 in cui la percentuale era al 26% del Pil europeo.
Il calo del valore del mercato unico dimostra che quello che avrebbe dovuto essere un grande ammortizzatore rispetto agli shock esterni, il mercato unico appunto, in realtà funziona sempre meno.
Per come è l’architettura finanziaria dell’Unione europea, del resto, non può che essere così. L’Ue si è dedicata a cercare di mantenere le proprie quote di export verso gli Stati Uniti, si è preoccupata di stipulare nuovi accordi commerciali come il Mercosur, dialoga costantemente con Cina e India per aumentare gli scambi. Bruxelles cioè ha fatto di tutto tranne che aiutare il mercato unico a svolgere la propria funzione assorbente degli shock della domanda estera.
Naturalmente, il rapporto cita molti ipotetici motivi per questa débâcle, tra cui le norme nazionali frammentate, la burocrazia, l’eccessiva regolazione. Ma la realtà è che il modo per far crescere il mercato unico sarebbe sostenere la domanda interna, ridare potere d’acquisto ai salari e proteggere l’Unione dal dumping asiatico.
Peccato che questi strumenti siano preclusi dalle rigide norme del Patto di stabilità, funzionali all’architettura stessa della moneta unica, l’euro, e contrari alla natura stessa dell’Ue. Essendo quella europea un’economia guidata dalle esportazioni, i mercati interni all’Unione sono depressi, alla ricerca spasmodica di una competitività costruita sulla compressione dei salari.
L’integrazione monetaria ha in realtà favorito una disintegrazione economica reale tra i Paesi membri, forzando aggiustamenti recessivi che danneggiano il mercato unico. Un meccanismo ben descritto nello studio Monetary integration vs. real disintegration: single currency and productivity divergence in the euro area, di Alberto Bagnai e C.A. Mongeau Ospina pubblicato sul Journal of Economic Policy Reform nel 2018.
Secondo il Financial Times, nel rapporto della Commissione è scritto che «il mercato unico è la nostra risorsa migliore per contrastare le pressioni esterne ed è giunto il momento di sfruttare i suoi punti di forza». Una frase certamente foriera di qualche nuovo regolamento escogitato a Bruxelles con chissà quali fantastici rimedi, nella certezza che sarà ignorata l’unica cosa sensata da fare.
Ieri poi la Bce, sul bollettino economico n. 8, ha diffuso alcuni dati sul monitoraggio del commercio globale. Emerge che dopo il tonfo registrato nel secondo trimestre 2025, il commercio mondiale è in netta ripresa ed è tornato a crescere nella media storica trimestrale registrata tra il 2016 e il 2024, ovvero 0,8%. A quanto pare, insomma, chi paventava una catastrofe del commercio globale dopo l’ondata di dazi imposti da Donald Trump si sbagliava di grosso.
I dati della bilancia dei pagamenti europea diffusi ieri da Eurostat lo confermano. Se il saldo è positivo (surplus), significa che il Paese è un creditore netto rispetto ai partner commerciali, se è negativo (deficit), il Paese è debitore verso l’estero.
Ebbene, nel terzo trimestre del 2025, l’Unione europea ha registrato un surplus delle partite correnti di 57,3 miliardi di euro (pari all’1,2% del Pil). Si tratta però di un valore in netto calo dagli 80,5 miliardi di euro del secondo trimestre e dai 96 miliardi del quarto trimestre 2024. Nella sola area euro il surplus è stato di 45,8 miliardi, in netto calo rispetto al trimestre precedente (83,7 miliardi) e al corrispondente trimestre del 2024, quando il surplus fu di ben 88,2 miliardi di euro.
L’Ue ha registrato i surplus più alti nei confronti di Regno Unito (+75,7 miliardi, era 69,2 nel terzo trimestre 2024), Canada (+12 miliardi, in calo dai 13,7 del terzo trimestre 2024) e Usa (+9,2 miliardi, in netto calo rispetto ai +25 miliardi dello stesso trimestre del 2024). Al contrario, ha registrato un forte deficit con la Cina (-58,3 miliardi, in peggioramento rispetto a -49,5 del terzo trimestre 2024). Deficit anche con l’India, sia pure in diminuzione (-0,3 miliardi nel terzo trimestre 2025 contro -0,7 dello stesso periodo del 2024).
Tra le pieghe del comunicato Eurostat vi sono alcune chicche. Ad esempio, sulle sole merci, nel terzo trimestre il deficit Ue con la Cina è peggiorato passando da 64,6 miliardi del 2024 a 70,1 miliardi del 2025.
Negli stessi periodi, il saldo merci con gli Stati Uniti è invece rimasto invariato a +66,5 miliardi. Dunque, l’Ue non è morta, seppellita dai dazi americani. Piuttosto, con gli Usa è peggiorato di molto il saldo dei servizi, da -30,8 miliardi a -41,6 miliardi.
A livello di Stati membri Ue, la Germania ha fatto registrare un saldo delle partite correnti di 41 miliardi nel terzo trimestre, in calo rispetto a tutti i trimestri precedenti dell’anno. In crescita l’Italia, con un surplus di 14,4 miliardi, in salita dai 10,3 del trimestre precedente e +5 miliardi rispetto allo stesso trimestre del 2024. Male la Francia, che inanella il terzo deficit consecutivo dell’anno (-4,8 miliardi di euro).
Mentre le leggi dell’economia fanno il proprio mestiere, insomma, l’Unione europea resta prigioniera delle proprie contraddizioni. Il surplus estero comincia a calare e il mercato unico non è in grado di assorbire lo shock, per la natura austeritaria delle politiche fiscali europee. Non sarà qualche nuovo piano Draghi a salvare la situazione.









