Non bastavano le decisioni orientate di alcuni giudici: ora, in soccorso dei clandestini da espellere, scendono in campo anche i medici. Lo strumento messo a disposizione sarebbe il certificato anti rimpatrio. I pm della Procura di Ravenna, Daniele Berberini e Angela Scorza, l’altro giorno hanno disposto una perquisizione informatica nel reparto di Malattie infettive dell’ospedale Santa Maria delle Croci. L’ipotesi di reato è falsità ideologica continuata commessa da pubblico ufficiale in atto pubblico.
Ma l’inchiesta pare stia cercando di accertare l’esistenza di un sistema. Gli indagati, per ora, sono sei. Stando alle ricostruzioni degli investigatori della Squadra mobile e alle segnalazioni dello Sco, il Servizio centrale operativo della polizia di Stato, i camici bianchi, nell’esercizio delle loro funzioni, avrebbero emesso certificazioni false per impedire che stranieri irregolari, sottoposti a visita, venissero accompagnati nei Cpr. Il meccanismo contestato è preciso: attestare l’inidoneità al rimpatrio «pur in assenza delle specifiche condizioni previste dalla legge». Le condizioni richiamate: malattie infettive contagiose, disturbi psichiatrici, malattie acute o croniche degenerative. La perquisizione non si è limitata agli ambienti di lavoro. Sono state scandagliate anche le abitazioni degli indagati e le loro automobili. Ma il cuore dell’operazione è informatico: telefonini e dispositivi.
Con ricerca mirata di sms, chat ed email tra gli indagati per verificare se esistano comunicazioni idonee a dimostrare la consapevolezza di attestazioni false. Se l’inidoneità al rimpatrio viene certificata senza che ricorrano le condizioni previste, la conseguenza è immediata: il trattenimento nel Cpr non può proseguire. E di casi eclatanti (come quello di Emilio Gabriel Valdez Velazco che in via Paruta a Milano ha assassinato la diciannovenne Aurora Livoli), in cui le certificazioni mediche hanno inciso sul percorso verso il rimpatrio (ma che al momento non sono riconducibili agli indagati), ne erano già stati segnalati un paio proprio a Ravenna: un senegalese irregolare di 25 anni che era stato fermato dopo aver molestato sette donne nelle vicinanze della stazione e poi salvato dal rimpatrio grazie a un certificato medico che lo ha dichiarato «inidoneo» alla permanenza in un Cpr; e un gambiano, anche lui irregolare, che aveva distrutto la pensilina di un bus urbano e che in tasca aveva 15 fogli di via firmati dal questore. In quest’ultimo caso, però, dopo il salvacondotto medico, c’è ricascato.
E dopo un furto è finito in carcere. «Se fosse confermato, sarebbe una vergogna da licenziamento, da radiazione e da arresto», ha commentato il leader del Carroccio Matteo Salvini. Mentre il presidente dell’Ordine dei medici (Fnomceo), Filippo Anelli, replica: «Alle sentenze sommarie sui social rispondiamo con le parole del nostro Codice deontologico. Il dovere del medico è tutelare vita e salute e operare con libertà, indipendenza, autonomia e responsabilità». Anelli esprime fiducia nella magistratura e solidarietà ai colleghi perquisiti, difendendo autonomia e dignità dell’atto medico: «Utilizzare i medici come strumenti di controllo dell’ordine pubblico è un errore». Ma è scattato anche il soccorso rosso.
La Cgil di Ravenna si è subito detta «stupita» per le modalità con cui sono stati condotti gli accertamenti in ospedale, definite come «assimilabili a quelle adottate per reati violenti o contro la persona, ancor più sconcertanti poiché avvenute in un luogo di cura e assistenza». Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha difeso il ruolo dei Cpr, affermando che servono a trattenere, in attesa di rimpatrio, soggetti che hanno commesso reati e sono giudicati pericolosi, respingendo la «narrazione romantica» secondo cui vi finirebbero colf o badanti senza permesso. Il vero problema sui Cpr, aggiunge il Viminale, «sono quelli che per motivi puramente ideologici, anche per contrastare un'azione del governo che intanto ha moltiplicato le espulsioni, fanno sabotaggio e ostruzionismo». E mentre a Ravenna un’inchiesta è già entrata nel vivo, in Toscana la sinistra scivola sullo stesso tema. Un marocchino di 28 anni, che da mesi intimidiva commercianti e cittadini a Scandiano, il 13 gennaio viene accompagnato in Questura a Reggio Emilia per l’avvio delle procedure di espulsione.
Ma il giovane, dichiarato da un sanitario inidoneo al trattenimento in un Cpr, torna di nuovo in città. La vicenda finisce in Parlamento. «Abbiamo presentato un’interrogazione al ministro dell’Interno per sapere per quali ragioni non sia stato disposto il rimpatrio», dichiarano i deputati dem Andrea Rossi e Ilenia Malavasi dopo essersi scoperti securitari. Rossi parla di una situazione «davvero gravosa». E aggiunge: «Troppe persone ritenute pericolose o addirittura affette da malattie psichiatriche sono in attesa di essere ricondotte nel loro Paese e nel frattempo sono dannose alla comunità». Ma O.M., il marocchino del caso Scandiano, classe 1997, sbarcato a Lampedusa il 10 marzo 2009, nel 2022 aveva ottenuto grazie all’emersione (un provvedimento di sanatoria per i migranti introdotto dal governo giallorosso) un permesso di soggiorno in attesa di occupazione. È qui che la memoria dei due parlamentari dem si è fatta selettiva. Proprio un provvedimento del governo votato anche dai dem è stato il primo intralcio. Successivamente, la richiesta di rinnovo del permesso è stata negata per i numerosi precedenti e per l’assenza dei requisiti amministrativi. Il 13 gennaio 2026 viene accompagnato al Cpr di Ponte Galeria.
Poi, il 27 gennaio, parte per il centro albanese di Gjader. Il 9 febbraio, dopo una valutazione sanitaria da parte della Commissione di vulnerabilità che opera nella struttura, viene dimesso. Rientra in Italia con ordine di lasciare il territorio nazionale entro il 16 febbraio. Ma la valutazione sanitaria ha ormai interrotto il percorso verso il rimpatrio. Che non viene eseguito. E a O.M., grazie a un provvedimento del secondo governo Conte e a un certificato medico, nessuno ha potuto impedire di tornare a Scandiano. Con buona pace di Rossi e Malvasi.
Non possono passare sotto silenzio le parole con cui il presidente del Consiglio europeo, il portoghese Antonio Costa, ieri ha presentato i lavori del vertice informale dei capi di governo dei 27 Stati membri: «La vera priorità è sbloccare i fondi privati, mobilitare i nostri risparmi per investire nelle nostre aziende e creare un ecosistema di investimento più dinamico e vivace».
Non è la prima volta che i vertici delle istituzioni europee si esprimono in questi termini e ogni volta che lo fanno, un brivido dovrebbe correre lungo la schiena non solo dei risparmiatori ma anche di tutti gli operatori del settore finanziario.
Perché questa dichiarazione – con gli obiettivi che si prefigge di raggiungere e gli strumenti che pensa di utilizzare – ha due immediate conseguenze: la prima è che i risparmiatori – quasi tutti, tranne quelli che tengono i contanti sotto il materasso – potrebbero essere presto interessati da un sistema di incentivi (o disincentivi) nelle scelte di allocazione dei loro risparmi, perché altrimenti continuerebbero a tenerli «bloccati»; la seconda è che, implicitamente, oggi il settore finanziario non sta facendo bene il suo mestiere, che è proprio quello di consentire al risparmio di fluire verso gli investimenti di qualsiasi natura (reale o finanziaria). Significa ammettere che il mercato mobiliare europeo non funziona, cioè non riesce a prezzare adeguatamente il rischio e a investire in iniziative ad alta redditività.
Ma, soprattutto quest’ultima, è una conclusione che fa a pugni con la realtà. Perché è sotto gli occhi di tutti la profondità dei mercati mobiliari europei, la relativa liquidità e numerosità degli strumenti ivi quotati. Certamente, non siamo nell’ordine di grandezza del mercato Usa, ma ognuno ha le Borse che si merita, nel senso che sono le imprese che fanno i mercati finanziari, in un circolo virtuoso che si autoalimenta.
Se, ormai da 25 anni, la Ue è il luogo in cui politiche di bilancio restrittive hanno demolito il pilastro della crescita costituito dagli investimenti pubblici, quale volete che sia il risultato in termini di crescita, occupazione, produttività e dimensioni dei mercati finanziari? Oppure qualcuno a Bruxelles crede davvero che sia sufficiente inventarsi uno strumento finanziario che incentivi o (ma non vorremmo dare idee pericolose) addirittura costringa la famosa casalinga di Voghera a investire nelle azioni della start-up appena sorta all’angolo dietro casa, abbandonando il suo Bot o un deposito bancario?
A questo proposito, in Italia è passato sotto silenzio ciò che sta accadendo in Spagna, dove a dicembre il ministero dell’Economia ha avviato una consultazione pubblica per creare un conto di risparmio e investimento destinato ai privati, con l’obiettivo di spostare oltre 1,2 miliardi di euro dai depositi a bassa remunerazione verso strumenti come azioni, obbligazioni e fondi di investimento. L’iniziativa segue l’input della Commissione e del rapporto Draghi e mira a semplificare regole, costi e fiscalità per i piccoli investitori, favorendo il finanziamento dell’economia. Una consultazione che ha visto però le grandi banche opporsi decisamente alla proposta del ministro Carlos Cuerpo, nel fondato timore di perdere commissioni significative.
Perché se gli intermediari finanziari hanno un senso – e lo hanno – è quello di gestire professionalmente il rischio, ponderandolo e frazionandolo adeguatamente. Se manca la «materia prima» (imprese profittevoli e appetibili per il mercato) non è certo colpa degli intermediari e la soluzione non è quella di introdurre nuovi strumenti.
E la «materia prima» manca – facendo un’analisi in prospettiva – anche e soprattutto perché l’economia della Ue e, ancor più, dell’Eurozona, si è fondata sulla compressione della domanda interna e dei salari, come più volte è stato costretto ad ammettere anche Mario Draghi. In un mercato in cui languono i consumi e gli investimenti, quali prospettive di reddito possono offrire le imprese e quindi, quali flussi di investimento possono attrarre, quando altrove nel mondo si corre a velocità ben superiore? In questo modo, mentre negli ultimi 25 anni in Cina e Usa è partito un salto tecnologico di proporzioni epocali – con investimenti pubblici e privati nell’ordine di migliaia di miliardi – nella Ue abbiamo piombato le ali sia dei primi che dei secondi. Per detenere solo un triste primato: quello della decarbonizzazione.
Anziché prendere atto di questa (mortifera) dinamica, i vertici delle istituzioni europee continuano a propalare slogan privi di senso. Perché anche i tanto decantati Eurobond sono una foglia di fico che va spazzata via, non solo per motivi giuridici ma soprattutto finanziari. Infatti - ammesso e non concesso che il problema sia solo quello del finanziamento degli investimenti – la sostenibilità di un debito si basa sulla capacità dell’emittente di ripagare interessi e capitale. E se la Ue non ha una rilevante capacità fiscale propria e quindi sono gli Stati membri a garantire le emissioni di Eurobond con la loro capacità fiscale, che differenza c’è tra un’emissione di Bruxelles ed una di Roma, visto che pro-quota garantisce sempre il contribuente italiano? Nessuna. La differenza c’è soltanto quando quei titoli vengono acquistati dalla Bce. Tutto qua.
La battuta del procuratore di Napoli Nicola Gratteri è stata senza dubbio infelice: «Voteranno per il Sì (al referendum per la giustizia, ndr) gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata, tutti i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente». Giovedì sera, a Piazzapulita, il magistrato ha denunciato la strumentalizzazione delle sue parole che avrebbero riguardato la sola Calabria. Quindi ha provato a spiegarsi meglio: «I miei interventi non possono essere parcellizzati. Non ho detto che quelli che votano Sì sono tutti appartenenti a centri di poteri, alla ’ndrangheta, alla massoneria deviata». Gratteri, però, non ha spiegato perché la vittoria del No renderebbe la «giustizia più efficiente».
Di certo queste dichiarazioni hanno creato scompiglio non solo nel mondo della politica, ma anche in quello della magistratura.
Giovedì è stato diramato un comunicato con sotto la firma di 58 toghe (alcune delle quali in pensione) che animano una chat di «Magistrati per il Sì». Ma, nel giro di poche ore, un terzo dei sottoscrittori, ha ritirato la propria adesione, dal momento che l’elenco era stato formato attraverso una sorta di silenzio-assenso.
Ieri erano rimasti in 40, ma in serata la lista non era ancora definitiva.
Tra i firmatari si trovano, tra gli altri, nomi noti della magistratura come il giudice della Cassazione Giacomo Rocchi, Andrea Padalino e Clementina Forleo (due ex gip di Milano), l’ex procuratore e presidente di Tribunale Carlo Maria Grillo, ma pure giudici che lavorano nel Palazzo di Giustizia di Napoli come la gip Fabrizia Fiore o i consiglieri della Corte d’Appello Daniele Colucci e Natalia Ceccarelli (che è membro del Comitato direttivo centrale dell’Anm e ha preparato il comunicato). Tra i 18 che si sono, invece, defilati, sentendosi tirati per la toga, troviamo diversi magistrati che lavorano in Calabria, un paio di procuratori e il consigliere del Csm Andrea Mirenda.
Nel documento viene denunciato «l’assordante silenzio dell’Anm» per «l’ultima dichiarazione pubblica -resa, ancora una volta, senza contradditorio - dal procuratore di Napoli Gratteri», secondo cui «votano No le persone perbene e le persone che credono nella legalità», mentre votano Sì i sopracitati personaggi in odore di criminalità.
I firmatari, dopo aver ricordato «l’inversione a U» di Gratteri «sul sorteggio» e «la falsa citazione di Falcone» sulla separazione delle carriere a cui il giudice eroe sarebbe stato contrario, stigmatizzano «la lectio magistralis sull’identikit del voto» del collega e chiedono venia anche per lui: «Ci scusiamo con i cittadini che si sono sentiti oltraggiati da tali affermazioni. La cultura della giurisdizione è per noi comandamento di vita e non vuoto slogan da fiera».
La chiusa è a effetto: «Intanto, aumentano le adesioni dei magistrati che votano Sì. Ci indaghi tutti signor Gratteri».
Forse il riferimento è alla battuta televisiva del procuratore che ha invitato a controllare chi faccia commenti a favore del Sì sui social, per verificare «se sono persone perbene, se ci sono pregiudicati, ci sono parenti di pregiudicati. Andiamo a vedere […], poi vediamo più avanti se serve altro».
Gennaro Varone, ex pm di Roma, oggi a Pescara, dopo aver firmato il documento dei 40, sui social ha rincarato la dose con un video. Ha ricordato che con l’attuale assetto giudiziario, quello che Gratteri difende, lo stesso procuratore di Napoli dovrebbe svolgere indagini a favore di quegli indagati che «considera indegni del voto».
Nel filmato Varone rivolge al collega questa domanda retorica: «Comprende che per precetto di civiltà e dignità, prima ancora che per precetto costituzionale, imputati e indagati, non colpevoli per presunzione costituzionale, hanno la stessa legittimazione al voto che ha lei?». Per poi concludere così: «Allora, dottor Gratteri, queste manifestazioni che io ritengo imbarazzanti per un giurista, mi dicono quanto lei sia lontano dai valori costituzionali della presunzione di non colpevolezza e del giusto processo e che il suo invito sia la peggiore propaganda che si possa fare al No in questa campagna referendaria».
Ieri le parole di Gratteri hanno mandato in tilt anche il parlamentino dei giudici. «Come cittadini e come componenti del Csm, siamo profondamente preoccupati: a votare Sì non saranno i mascalzoni descritti da Gratteri, ma italiani liberi e onesti» hanno protestato le consigliere laiche Isabella Bertolini e Claudia Eccher, socie fondatrici del Comitato «Sì Riforma». Le due avvocatesse hanno denunciato «assurdi allarmismi» e «toni apocalittici» e hanno accusato il fronte del No di cercare di «trasformare il dibattito solo in una battaglia ideologica», evitando «accuratamente il cuore dei quesiti referendari». Per Bertolini ed Eccher «chi propone il cambiamento viene dipinto come un pericolo per la democrazia».
A fine giornata 20 consiglieri del Csm (mancavano solo i laici del centro-destra, quello dei 5 stelle, e due togati, tra cui il già citato Mirenda), appartenenti a tutte le correnti e capitanati dal professore in quota dem Roberto Romboli, si sono lagnati per la «polemica» costruita «su singole frasi» di Gratteri, definendola «un metodo che non serve a nessuno» e «distorce il senso delle argomentazioni».
Il gruppone ha sposato la tesi di Gratteri con queste parole: «In un Paese come il nostro, segnato dal peso delle grandi organizzazioni criminali, interrogarsi su interessi e convenienze - anche criminali - che possono muoversi intorno a una riforma non è un’eresia: è un dovere di responsabilità per chi ricopre funzioni pubbliche». Infine i 20 hanno contestato «il tentativo di trascinare il Csm nel dibattito referendario, ventilando iniziative in chiave disciplinare» contro il procuratore di Napoli.
Fa sorridere che Gratteri sia diventato il frontman della campagna per il No al referendum, lui che è un magistrato noto per i suoi valori conservatori e che i colleghi di sinistra hanno sempre trattato con sufficienza e senso superiorità.
Emblematiche le parole pronunciate in un’intercettazione da un ex giudice della Corte d’Appello di Catanzaro, il progressista Emilio Sirianni, al telefono con l’ex sindaco di Riace Mimmo Lucano. Nella conversazione Gratteri venne bollato come «uno sbirro» che scrive peggio di «un piccirillo della terza media», «un fascistone di merda» che «vuole che i piccoli spacciatori stiano in galera, i piccoli consumatori stiano in galera, tutto il mondo deve stare in galera e la chiave devono darla a lui».
Nel 2022, quando il Csm a trazione progressista gli preferì come procuratore nazionale antimafia, Giovanni Melillo, raffinato giurista ed ex capo di Gabinetto del Guardasigilli dem Andrea Orlando, in tv Gratteri si lasciò andare a uno sfogo: «Sì, ci sono rimasto male. Credo di essere il magistrato con maggiori competenze internazionali sulla lotta alla mafia».
E poi sparò a palle incatenate contro quelle correnti che lo avevano penalizzato nella corsa alla Dna e che il Sì al referendum sta provando a depotenziare: «Chi è iscritto a una corrente è molto, molto avvantaggiato. Io questo già lo sapevo, ma ho fatto la scelta di non iscrivermi. Io non conosco nemmeno il 50% dei membri del Csm, non li riconoscerei nemmeno per strada, perché non li frequento».
L’anno successivo le correnti progressiste di Area e Md e il consigliere laico in quota dem Romboli provarono a fermare con i loro voti l’ascesa di Gratteri anche al soglio di procuratore di Napoli. Ma a spingerlo su quella poltrona furono, invece, l’intero comitato di presidenza del Csm (con la necessaria benedizione di Sergio Mattarella), tutti i consiglieri laici di centro-destra e i rappresentanti di Magistratura indipendente, la corrente conservatrice delle toghe.
Ma adesso che è diventato il peggior nemico della Riforma voluta dal governo Meloni, Gratteri viene innalzato a campione della sinistra (giudiziaria e politica) e coccolato dai media progressisti. Una cosa impensabile sino a pochi mesi fa.
Donald Trump fa un passetto indietro. Aveva abituato il mondo a una politica aggressiva sui dazi ma ora, stando alle ultime indiscrezioni, sarebbe intenzionato ad ammorbidire la linea dura adottata lo scorso anno. A spingere questo cambio di rotta, secondo quanto dice il Financial Times, ci sarebbero le sollecitazioni provenienti dal dipartimento del Commercio e dall’ufficio del rappresentante del commercio degli Stati Uniti, oltre a uno studio della Federal reserve di New York, tutti allarmati per i danni collaterali inflitti all’economia domestica, a cominciare da rincari generalizzati che stanno penalizzando i consumatori.
Un report della Fed rileva che nel 2025 le aziende e i consumatori statunitensi hanno pagato quasi il 90% del costo legato alle tariffe.
L’impatto sull’inflazione è stato comunque più contenuto di quanto molti economisti temessero. La crescita dei prezzi al consumo è scesa dal 3% di gennaio 2025 al 2,7% di dicembre. I funzionari della Fed sostengono che gli effetti si faranno sentire nel corso di quest’anno, con il calo delle scorte e i conseguenti rincari da parte delle aziende. Nel dubbio che questo scenario si avveri, la Casa Bianca starebbe, secondo il Financial Times, valutando un passo indietro sulla politica doganale a cominciare dai dazi su acciaio e alluminio.
L’aumento dei costi delle materie prime importate ha, infatti, portato a un ritocco al rialzo dei listini dei prodotti quotidiani, dai semplici stampi per le torte fino alle lattine per alimenti e bevande. Lo scorso anno il presidente degli Stati Uniti, con un ordine esecutivo, aveva imposto tariffe sulle importazioni di acciaio e alluminio del 50%, a prescindere dal Paese di origine, estendendo il prelievo fiscale anche a beni realizzati con questi metalli, tra cui lavatrici e forni.
Il malessere dei consumatori sulla accessibilità economica negli Stati Uniti, sempre secondo il Financial Times, avrebbe spinto l’amministrazione di Washington a riconsiderare l’efficacia di tali misure. Il costo della vita potrebbe diventare un fattore determinante in vista delle elezioni di midterm, in programma per novembre.
Pertanto, sempre secondo quanto riportato dal quotidiano finanziario, la Casa Bianca starebbe pianificando una riduzione mirata delle tariffe su acciaio e alluminio. Il nuovo orientamento prevede una revisione accurata degli elenchi dei prodotti colpiti. Al posto dei dazi generalizzati, il governo statunitense intenderebbe avviare indagini di sicurezza nazionale più circoscritte e mirate su singole categorie di merci.
Una politica di passi in avanti e repentini ripensamenti, a suo tempo castigata dal Ft che appioppò al presidente americano il nomignolo di Taco, che sta per Trump always chickens out (Trump si tira sempre indietro). Ma tra il quotidiano londinese e la Casa Bianca non è mai corso buon sangue e anche questa volta, il consigliere commerciale della Casa Bianca, Peter Navarro, si è affrettato a smentire le indiscrezioni bollandole come «fake news basate su fonti anonime che vogliono sabotare la politica commerciale di Trump». Poi ha ribadito che l’acciaio e l’alluminio sono «sacri» per questa amministrazione e «non c’è alcun fondamento nel fatto che stiamo pensando di ridurre i dazi. Trump ha come regola che non ammette eccezioni o esclusioni».
Intanto, Stati Uniti e Taiwan hanno firmato l’accordo sulla riduzione dei dazi americani a carico dei beni importati da Taipei, assieme agli impegni di spesa dell’isola per i prodotti a stelle e strisce. L’intesa mette nero su bianco quanto concordato a gennaio sul taglio delle tariffe statunitensi su molte esportazioni taiwanesi dal 20% al 15% e sul contestuale aumento degli investimenti nel settore tecnologico americano. Un accordo che è anche in chiave anti Cina, dal momento che Pechino è fortemente contraria a rapporti formali tra Washington e Taipei. Taiwan prevede di aumentare gli acquisti dagli Usa, fino al 2029. In ballo ci sono 44,4 miliardi di dollari in gas naturale liquefatto e petrolio, 15,2 miliardi in aerei e motori civili, altri 25,2 miliardi in apparecchiature elettriche, reti elettriche e altri prodotti.
Intanto la Camera degli Stati Uniti, a maggioranza repubblicana, ha votato per revocare i dazi decisi da Trump sul Canada. Sei deputati conservatori, appartenenti all’ala più moderata del Grand old party, si sono uniti ai colleghi democratici e votato a favore del blocco dei dazi al Canada, consentendo alla Camera di approvare una misura che lo speaker Mike Johnson e il presidente in persona avevano con tutte le loro forze cercato di fermare. Sono crepe, queste nella maggioranza, che indicano come sia tutta in salita la strada per i repubblicani in vista dell’appuntamento elettorale del prossimo novembre.
C’è, poi, il caso pendente alla Corte suprema che dovrà decidere sulla legittimità delle tariffe Usa. Tuttavia, anche in caso di sconfitta, il presidente Trump potrà adottare nuove barriere commerciali all’importazione utilizzando una base giuridica differente.










