È uno degli ultimi colpi di coda del Superbonus. La misura vessillo del M5s tiene ancora sotto stress i conti pubblici, ostacolando la discesa del deficit sotto la fatidica soglia del 3% stabilita dal Trattato di Maastricht per consentire ai Paesi di usare di più la leva della spesa. Secondo le stime dell’Istat, nel 2025 il deficit misurato in rapporto al Pil è stato pari al 3,1%, in miglioramento rispetto al 3,4% del 2024 anche se oltre il limite di un decimo relativo agli accordi dell’Unione europea. Nel Dpfp (il Documento programmatico di finanza pubblica) di ottobre scorso, con l’aggiornamento degli obiettivi di finanza pubblica il governo stimava di raggiungere il 3,0%. I tecnici della Commissione Ue erano stati anche più ottimisti e a metà novembre avevano ipotizzato un disavanzo italiano al 2,98%.
I dati dell’Istat erano molto attesi poiché una discesa sotto il 3% avrebbe infatti consentito all’Italia di uscire dalla procedura di infrazione Ue per deficit eccessivo e di avviare già da quest’anno il rilancio degli investimenti nella Difesa con i prestiti comunitari del programma Safe, attivando la clausola di salvaguardia che esclude dai calcoli sul rispetto del Patto di stabilità una spesa aggiuntiva fino all’1,5% del Pil. Alla luce dei conflitti internazionali e della necessità di implementare l’apparato bellico, ecco che il balletto dei decimali diventa decisivo.
In una nota a piè di pagina, l’Istat sottolinea che «il conto è suscettibile di modifiche, se dovessero essere disponibili informazioni più aggiornate», pur precisando in un altro passaggio che l’utilizzo di questa finestra per rivedere i dati avviene «raramente».
L’ultima parola, però, a questo punto spetta all’Eurostat nella notifica attesa per il 21 aprile. Se l’indebitamento sarà confermato al 3,1%, l’obiettivo di uscita dalla procedura d’infrazione si sposta al 2027 con la conseguenza che il rifinanziamento del comparto della Difesa slitta di un anno. Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, a più riprese, rintuzzando le polemiche dell’opposizione, ha sottolineato che questo percorso si sarebbe svolto «senza togliere un euro» alle spese per la Sanità o il Welfare proprio in virtù del calo del deficit in anticipo sui tempi. Ora, però, quel paio di decimali in più rendono complicata la richiesta dei fondi del programma Safe (fino a 14,9 miliardi per l’Italia), che in quanto prestiti pesano sull’indebitamento netto. Questo pone l’Italia in una situazione difficile sul piano internazionale, poiché rallenta l’avvio dell’attuazione degli impegni assunti con i partner dell’Ue e dell’Alleanza atlantica proprio mentre i conflitti si allargano.
Questo spiega la cautela di Giorgetti nel commentare la valutazione Istat che «va capita», ovvero approfondita, e che comunque «è provvisoria, prima delle comunicazioni che l’Italia farà all’Ue».
Il nostro Paese risulta quello più «in salute» nella Ue come emerge da un report dell’Ufficio parlamentare di bilancio. La Francia ha un deficit del 5,4% e la Germania viaggia sul 3,3% e per il 2026 prevede un incremento fino al 4,8% del Pil.
Una cosa è certa, però, in questo gioco tra stime e conferme, ed è l’impatto della maxi agevolazione fiscale introdotta dal governo Conte II, sui conti pubblici. «Peccato per il colpo di coda del Superbonus nei condomini, causa principale del dato diffuso oggi», ha detto Giorgetti. Il che ha scatenato la replica piccata dei 5 stelle, punti nel vivo. Il vicepresidente del Movimento, Stefano Patuanelli, ha arringato stizzito che «la misura non influisce sul deficit», piuttosto «significa che nonostante la folle austerità che avete imposto e il record di pressione fiscale che avete raggiunto, non siete nemmeno riusciti a portare il deficit sotto il 3%».
I 5 stelle però dimenticano che lo scorso anno il Superbonus ha portato una spesa di altri 5,3 miliardi che incidono sull’indebitamento netto, accanto ai 44,2 miliardi di crediti d’imposta riconosciuti in passato e utilizzati nel 2025 che pesano invece sul debito. Non spiccioli. L’Istat riporta anche l’aumento del debito al 137,1% dal 134,7% del 2024. Ma su questa tendenza, pesano le maggiori disponibilità liquide del Tesoro.
Un altro dato atteso era l’andamento del Pil che nel 2025 è cresciuto un modesto 0,5% ma in linea con il programma di finanza pubblica.
Il saldo primario (indebitamento netto meno la spesa per interessi), in rapporto al Pil è migliorato (+0,7% dal +0,5% nel 2024). Significa che senza il fardello del debito, lo Stato sarebbe in attivo di circa 15 miliardi.
Le importazioni sono salite del 3,6% e le esportazioni dell’1,2%. La domanda nazionale al netto delle scorte ha contribuito positivamente alla dinamica del Pil per 1,5 punti percentuali. Il valore aggiunto, calcola ancora l’Istat, ha registrato aumenti dello 0,3% nell’industria, del 2,4% nelle costruzioni e dello 0,3% nelle attività dei servizi, mentre si è registrata una lieve flessione dello 0,1% nell’agricoltura, silvicoltura e pesca.
A Perugia, in queste ore, si sta riscrivendo il cosiddetto caso Palamara, ovvero la storia del suk delle nomine al Csm per cui hanno pagato solo lo stesso Luca Palamara e pochi altri, tra cui l’ex pm di Roma, Stefano Fava, sino al 2019 stimatissimo inquirente, espulso dal Sistema come danno collaterale di un bombardamento a tappeto realizzato con il supporto di alcuni giornali per evitare lo slittamento a destra del parlamentino dei giudici e la nomina a procuratore di Roma della toga moderata Marcello Viola.
A Perugia, in queste ore, si sta riscrivendo il cosiddetto caso Palamara, ovvero la storia del suk delle nomine al Csm per cui hanno pagato solo lo stesso Luca Palamara e pochi altri, tra cui l’ex pm di Roma, Stefano Fava, sino al 2019 stimatissimo inquirente, espulso dal Sistema come danno collaterale di un bombardamento a tappeto realizzato con il supporto di alcuni giornali per evitare lo slittamento a destra del parlamentino dei giudici e la nomina a procuratore di Roma della toga moderata Marcello Viola.
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella parlò di «poche mele marce» e seppellì il problema. Ma il Sistema delle correnti non è morto con Palamara, rapidamente radiato dalla magistratura: ha continuato a imperversare e a gestire le nomine non in base a criteri oggettivi. Tanto che ancora oggi molti incarichi vengono affidati a colpi di maggioranze risicate, secondo logiche correntizie. Ma a smascherare l’ipocrisia con cui era stata fatta pulizia arriva adesso il Tribunale di Perugia. Che lascerà il Re nudo.
Oggi, davanti al giudice dell’esecuzione Natalia Giubilei, si terrà l’udienza che potrebbe segnare un passaggio decisivo nella complessa vicenda giudiziaria che ha coinvolto Palamara. Sul tavolo vi è la richiesta di revoca della sentenza di patteggiamento per traffico di influenze, la prima delle due pronunce che hanno riguardato l’ex magistrato romano e che riguarda il procedimento in cui sono stati coinvolti anche gli imprenditori Federico Aureli e Leonardo Ceglia.
L’indagine era nata dall’ipotesi che Palamara si fosse interessato presso il giudice Luciana San Giovanni, oggi presidente della sezione Immigrazione, di una causa di separazione che coinvolgeva il fratello di Ceglia. All’epoca la San Giovanni aveva negato qualsiasi interferenza da parte di Palamara: una smentita netta che, però, non aveva scoraggiato l’accusa.
Il reato contestato era quello di traffico di influenze, che, però, il Parlamento, nel frattempo, ha sensibilmente modificato, facendo uscire dal perimetro della fattispecie punita comportamenti come quelli contestati all’ex presidente dell’Anm e allo stesso Ceglia. Che il 27 febbraio scorso è stato prosciolto dal giudice dell’udienza preliminare di Perugia, Giorgio Margheri, il quale ha dichiarato l’abolitio criminis, riconoscendo che il fatto contestato non costituisce più reato alla luce dell’intervento del legislatore.
All’interno di questo nuovo quadro si inserisce l’istanza di revoca del patteggiamento di Palamara. Che si fonda su un presupposto giuridico evidente: non è possibile mantenere in vita una pronuncia fondata su una fattispecie penale che il Parlamento ha successivamente abrogato.
Ma l’udienza ha un rilievo che va oltre il piano tecnico. Negli ultimi anni, il patteggiamento è stato sfruttato come uno dei principali argomenti di delegittimazione nei confronti di Palamara e delle sue denunce. La tesi, ripetuta come un mantra, era che un accordo di quel tipo equivale a una condanna e rende il diretto interessato un «pregiudicato» e, di conseguenza, un «impresentabile» che non può più intervenire nel dibattito pubblico. Soprattutto alla vigilia del referendum. Una tenzone in cui il fronte del No difende il potere delle correnti e lo status quo del Csm, lo stesso che ancora si spacca in due per le nomine e i cui sostenitori vogliono impedire al vecchio mazziere di spiegare con quali trucchi venissero distribuite le carte. Se la richiesta di revoca dovesse essere accolta, verrebbe meno l’unico elemento formalmente utilizzato per tappare la bocca a Palamara. I suoi avversari, a livello mediatico, strilleranno, come già fatto di fronte alle assoluzioni pronunciate per un altro reato abolito, l’abuso d’ufficio, sostenendo che la maggioranza salva i mariuoli. La realtà di cui occorre prendere atto, invece, è che la vicenda giudiziaria di Palamara si fondava su un reato che il legislatore non ritiene più meritevole di sanzione e che il Sistema delle correnti è ancora vivo e vegeto. «Il governo salva Palamara», griderà qualcuno per portare acqua al mulino del No, ma la verità è che, finalmente, senza un facile capro espiatorio, sarà più evidente come il caso Palamara non abbia portato a nessuna vera riforma del Sistema.
Tutto è rimasto immutato. E i conservatori hanno avuto gioco facile sventolando lo scalpo dell’ex presidente dell’Anm: «Noi abbiamo fatto il nostro dovere, abbiamo eliminato la cellula malata» hanno ripetuto per anni i vertici della magistratura correntizzata. Peccato che nel plotone d’esecuzione della sezione disciplinare che ha impallinato Palamara ci fossero anche diversi suoi beneficiati. La maggior parte di quelli che hanno puntato il dito contro l’ex ras delle nomine sino al giorno prima lo trattavano con rispetto, gli facevano arrivare i propri desiderata, lo invitavano a cene e partite di calcio.
Tra i pochi che non lo frequentavano per motivi di carriera c’era un pm, Fava, che aveva provato a combattere da solo contro quelle che riteneva logiche distorte del potere giudiziario. E da queste era rimasto schiacciato. In quattro e quattr’otto è stato liquidato come un pm «integralista», uno che avrebbe fatto arrestare anche sua madre. Da un giorno all’altro era diventato un paria. Per quanto avesse sempre e solo fatto il proprio lavoro. Però si era macchiato di lesa maestà: aveva osato accusare il suo vecchio procuratore, Giuseppe Pignatone (oggi indagato per favoreggiamento della mafia) e uno dei suoi più stretti collaboratori, Paolo Ielo, il quale contesta a Fava di avere fatto indagini illecite sul proprio conto.
L’ex pm romano è stato rinviato a giudizio per tre reati. Per due (omissione in atti di ufficio e violazione del segreto d’ufficio) è stato assolto in primo grado. È stato, invece, condannato a cinque mesi di reclusione per accesso abusivo a sistema informatico, per avere visionato e scaricato alcuni atti di un processo in cui l’accusa era rappresentata da Ielo e che aveva riguardato il giudice Brunella Bruno (poi assolta), il cui fratello, tre anni più tardi, avrebbe conferito incarichi all’avvocato Domenico Ielo, a sua volta fratello del magistrato. Nel capo di imputazione (che non è mai stato modificato) è indicata come finalità dell’accesso l’avvio di «una campagna mediatica» ai danni di Pignatone e Ielo «da effettuarsi anche mediante l’ausilio di Palamara».
Il Tribunale, verificata l’insussistenza del fatto così come contestato dal pubblico ministero (per la «campagna mediatica» vi è stata, infatti, l’assoluzione), ha sostenuto, in sentenza, che l’accesso sarebbe stato effettuato per «destare un’attenzione non istituzionale» o per «precostituirsi un dossier» o «per consegnare gli atti a Palamara perché li diffondesse negli ambienti giusti per danneggiare Ielo e Pignatone».
Mercoledì scorso, di fronte ad accuse così confuse, la Procura generale ha chiesto l’assoluzione di Fava perché il fatto non sussiste. Non sussiste per come originariamente contestato e non sussiste per come rimodulato in sentenza. Il sostituto procuratore generale Paolo Barlucchi ha sostenuto che la contestazione dell’accesso abusivo «non può essere riferita ad atti che ancora non si conoscevano». Infatti Fava aveva avuto notizia della sentenza dallo stesso Ielo, ma non aveva cognizione dei dettagli della vicenda.
Però la parte più interessante della requisitoria è quella in cui si evidenza come la sentenza di condanna non abbia mai affrontato «i veri problemi posti da Fava con la presentazione dell’esposto al Csm su Pignatone» e sui presunti conflitti d’interessi all’interno dell’ufficio. Infatti, come ha denunciato Fava, almeno due indagati della Procura di Roma, Ezio Bigotti e Piero Amara, avevano intrattenuto rapporti economici con il fratello avvocato di Pignatone.
Non basta. Barlucchi ricorda anche lo «schema» confessato dallo stesso Amara per «inquinare» i processi: «Cercavo di nominare persone che erano vicine perché erano testimoni di matrimonio di qualche magistrato». E qui entra in campo Ielo, visto che Amara aveva scelto come legale Salvino Mondello, compare di nozze dell’ex aggiunto di Roma. Scrive Barlucchi: «Amara, quale verosimile ispiratore degli incarichi di Eni e Condotte al fratello di lelo, questa è la prudente e fondata ipotesi che Fava ha fatto, e quale assistito del migliore amico di lelo, corrispondono esattamente a questo schema».
Il magistrato dell’accusa giustifica ex post le supposizioni di Fava, dal momento che «i rapporti tra Amara e il fratello del procuratore Pignatone e tra Amara e il migliore amico di Ielo, potevano far apparire che le loro decisioni investigative su Amara ne fossero condizionate».
E di fronte a un simile sospetto, secondo Barlucchi, un pm deve poter fare il pm e togliersi i dubbi, senza incorrere in reati, utilizzando le banche dati a disposizione. Come ha fatto Fava.
Va detto che sia Ielo che Pignatone avevano proposto di astenersi nei processi che coinvolgevano Amara, ma Pignatone stesso (per Ielo) e il procuratore generale Giovanni Salvi (per Pignatone) non avevano ritenuto necessario quel passo. E allora Barlucchi si domanda retoricamente: «L’esistenza o meno dei presupposti per l’astensione del procuratore o dell’aggiunto li stabilisce una riunione di ufficio? Li stabilisce sulla sola base delle informazioni ricevute da chi si deve astenere?».
Barlucchi ammette che Pignatone potrebbe essere stato ingannato dal fratello e non mette mai in dubbio l’onorabilità e la buona fede di Ielo (a cui contesta però la permalosità), ma, nello stesso tempo, lascia intendere, a sette anni di distanza, che se si fosse trovato nella situazione di Fava avrebbe avuto gli stessi dubbi. Questa è la sua conclusione: «La realtà si è incaricata di dimostrare che aveva ragione Fava a chiedere al procuratore di valutare con attenzione se vi fossero gravi ragioni di convenienza ad astenersi nel processo a carico di Amara e Bigotti».
A Barlucchi non pare possibile che il Tribunale «non affronti questo tema perché Amara è, al tempo stesso, la ragione per cui Fava riteneva che Pignatone e Ielo si dovessero astenere, e la ragione del contrasto sul mancato assenso da parte loro sulle sue richieste di cattura». A cui Ielo aveva contrapposto ragioni di «opportunità» stigmatizzate da Barlucchi («Questo significa sottrarre elementi di prova» ha detto in aula).
La sentenza di domani su Fava potrebbe riportare ai blocchi di partenza il caso Palamara e consentire a tutti di riflettere sulla cortina fumogena che è stata alzata dalla stessa magistratura a protezione del Sistema.
C’è una sensualità che non alza la voce, una tensione sottile tra disciplina e desiderio, tra struttura e pelle. È lì che si muove Ermanno Scervino, che prima ancora di diventare un marchio globale è stato un’idea precisa di femminilità: colta ma istintiva, romantica ma mai fragile, consapevole del proprio potere. Una donna che decide come e quando essere guardata. Da Firenze al mondo, Scervino ha costruito un linguaggio che unisce disciplina sartoriale e tensione emotiva, materia e corpo, rigore e seduzione. Lo definiscono «romanticismo sexy», ma dentro c’è una visione precisa del desiderio contemporaneo.
Da dove parte una sua collezione: da un’immagine, da un tessuto, da una donna reale?
«L’ispirazione non ha orari né confini. Vivo in Toscana, nella bellezza, affascinante quanto il paesaggio è il lavoro delle première: un’idea può scaturire dalla loro manualità come dagli imprevisti. Le capitali del mondo, comunque, rimangono grandi fonti di ispirazione: la gente per strada, nei locali, la vita di tutti i giorni, i giovani».
Il suo stile è spesso definito «romanticismo sexy»: cosa significa questa espressione e come si traduce in silhouette, materiali e lavorazioni?
«Una sottoveste di pizzo, una gonna di organza, un vestito di chiffon acquistano grazia e carattere soprattutto quando indossate con qualcosa di insolito, magari di maschile o sportivo. Questo accostamento è forse il mio modo più significativo di vedere un romanticismo contemporaneo, una sensualità vissuta con personalità».
Cosa le chiedono oggi le sue clienti?
«Sicuramente la portabilità, la funzionalità e il dialogo col corpo rimangono caratteristiche sempre richieste. Negli anni tutto cambia ma non il gusto per il bello. La donna contemporanea rischia di più, la strada offre e cerca stimoli sempre maggiori; vestirsi bene, oggi, non significa essere convenzionali. Io mi rivolgo a una donna libera, che non ama gli stereotipi, ma moderna e attuale».
Ha vestito molte personalità del cinema, della musica e della società internazionale. Per un abito da red carpet quanto conta il dialogo con la persona che lo indossa?
«Ogni donna è un universo da scoprire, e sono tante quelle con cui abbiamo condiviso momenti di bellezza e di arte. Il dialogo conta: gli abiti nascono non per imporre un’identità ma per accompagnare e valorizzare chi li indossa. La vera eleganza è essere sé stesse e il mio lavoro è facilitare questo processo».
La produzione made in Italy è un valore centrale per il suo brand. Cosa significa oggi difendere e promuovere l’artigianalità italiana in un mercato globale?
«È una missione. Il made in Italy è frutto di una tradizione secolare, intere generazioni hanno primeggiato nella maestria sartoriale lasciando al Paese un’eredità diventata patrimonio mondiale».
Quali sono oggi i mercati più importanti? Nota differenze di gusto tra Europa, America e Asia?
«I mercati più importanti sono Europa e America. Non ci sono differenze di gusto nei mercati, ma nelle donne sì, nella loro individualità. Immagino le mie creazioni al di là del Paese di provenienza di chi le indosserà».
Come riesce a coniugare tecniche sartoriali tradizionali con la sperimentazione su tessuti e lavorazioni innovative?
«La ricerca è fondamentale: creare nuovi tessuti, provare lavaggi e trattamenti. Tradizione e innovazione devono camminare assieme per realizzare un prodotto contemporaneo, ma il gesto artigianale resterà sempre al centro».
Quanto influisce Firenze sul Dna del marchio? È solo sede produttiva o anche fonte di ispirazione estetica?
«Firenze è sinonimo di casa. Territorio di tradizione e sapere, custodisce e tramanda competenze uniche. È questo patrimonio umano e culturale che alimenta il nostro lavoro e predispone alla creatività e da cui il brand continua ad attingere».
Le sue lavorazioni knit e i tessuti ricercati sono diventati un segno distintivo. Quanto conta la ricerca sui materiali nello sviluppo di ogni collezione?
«Prima ancora di disegnare penso ai materiali, li provo sul manichino, osservo il loro movimento e la luce, e mentre li studio penso a come trasformarli e a quello che possono diventare».
In che modo la maison affronta il tema della sostenibilità senza rinunciare al lusso e alla qualità?
«La sostenibilità è una responsabilità, non una scelta. Oltre a selezionare materiali e lavorazioni nel rispetto dell’ambiente, un capo ben realizzato nasce per durare a lungo ed è per definizione sostenibile: le mie collezioni sono concepite per vivere attraverso gli anni».
Dopo tanti anni di successi, quali sono oggi le sue nuove sfide e quali sogni desidera ancora realizzare?
«I successi non li considero un punto di arrivo ma una direzione. C’è la volontà di sviluppare senza tradire il nostro percorso, e di tramandare una visione ambiziosa che nasce dalla sapienza del nostro territorio. Abbiamo in programma molte aperture in alcune delle città più importanti e prestigiose del mondo».
Zero su 9.000. I numeri della disfatta arrivano da tre parrocchie e sono sconfortanti: zero bambini iscritti al catechismo nel centro di Bologna dove 9.000 abitanti hanno altre priorità e dove sembra essere passato Friedrich Nietzsche a sancire la morte di Dio. Zero per la confessione e per la prima comunione, zero per dare continuità a un’evangelizzazione millenaria. Un buco nero fra il quartiere Santo Stefano e Strada Maggiore dove neppure l’altra Chiesa (quella comunista) era riuscita a scalfire la devozione popolare negli anni di baffone e di baffino.
L’allarme arriva dal cardinal Matteo Zuppi, arcivescovo della città e presidente della Cei: «È un segnale molto preoccupante, specchio di una trasformazione sociale rapidissima. Non si tratta di una crisi di fede ma di un radicale mutamento del territorio. Gli alti affitti hanno spinto fuori le famiglie, gli studenti hanno preso il loro posto per poi essere a loro volta sostituiti dalla proliferazione di Bed&breakfast e uffici. Il centro rischia di diventare una vetrina vuota. Questi processi vanno governati e non subìti». Lo dice con struggente preoccupazione. Lo dice come se fosse arrivato da Marte con l’ultima navicella spaziale; invece da dieci anni è il più importante pastore di anime del territorio.
L’analisi sociologica (parziale e un minimo interessata) per quello zero in religione è completata da don Giovanni Bonfiglioli, parroco delle centralissime chiese di San Giuliano e della Santissima Trinità: «Quando andiamo nelle case per le benedizioni di rito ci accorgiamo che non c’è nulla da benedire, solo Bed&breakfast e uffici. Un vero e proprio spopolamento nel cuore della città». Ed ecco che torna ad aleggiare l’anatema del cardinale Giacomo Biffi, quel «Bologna sazia e disperata» con il quale, 40 anni fa, l’alto prelato intendeva svegliare la società dal sonno consumistico e nichilista.
Sarà anche colpa dei B&b, delle sedi di società e banche, dei locali da apericena ma la sindrome da catechismo deserto non coincide con quella da vetrina vuota. Ed è anche conseguenza delle politiche sociali dell’amministrazione turbo-progressista degli ultimi 15 anni (prima Virginio Merola, poi Matteo Lepore), in prima linea nell’incentivare l’immigrazione con l’imprinting cofferatiano «senza se e senza ma». Con il risultato che, nelle case popolari del centro, buona parte degli abitanti è di origine straniera, spesso di altre religioni. Nel 2021 ne erano stati censiti 7.500. Una società multietnica che non ha alcuna intenzione di integrarsi e va ad aggiungersi a una quota fisiologica di abitanti radical, atei e per nulla interessati al messaggio cristiano. Il resto è turismo mordi e fuggi.
Molte famiglie sono spinte ad abbandonare il centro storico con pochi spazi per l’infanzia (se non al chiuso) dalla mancanza di sicurezza, dalla microcriminalità dilagante, dal degrado determinato dai clandestini, dai raid dei maranza stranieri. E dalle scelte urbanistiche che tendono a escludere - con le Ztl sulle porte - l’osmosi sociale. Un dentro e un fuori sempre più rigido. Una realtà sotto gli occhi di tutti, che ha preso forma con la benedizione del cardinal Zuppi medesimo, fautore principe dell’accoglienza diffusa, nume tutelare di ogni accelerazione woke voluta dal Comune.
L’Osservatorio della Curia aggiunge che «lo spopolamento del cuore della città è dovuto anche alle difficoltà di ingresso nella zona, al degrado (soprattutto nelle zone calde come Montagnola e la parte finale di via Indipendenza) e ai costi dell’affitto e della vita in generale, non compatibile con gli stipendi attuali». Ma al di là delle problematiche urbanistiche c’è qualcosa di più profondo: l’abdicazione della diocesi stessa nel farsi garante dei valori cristiani e della dottrina. E nel difendere i simboli cattolici da chi tenta di annientare don Camillo 70 anni dopo con spirito di rivalsa.
Il silenzio davanti a provocazioni come «il crocifisso è un simbolo medioevale» (Merola), ai tentativi di abolizione del presepe (Lepore), alla laicizzazione strutturale in nome del globalismo sociale, alla demonizzazione dell’identità e della tradizione per non urtare la (molto presunta) suscettibilità islamica hanno provocato ferite profonde nel tessuto religioso. Così, quando Zuppi afferma che «non si tratta di crisi di fede» incrocia le dita. E quando aggiunge che «questi processi vanno governati e non subìti», chiama in causa anche le proprie amnesie.
Ribaltare il paradigma? Forse è tardi. E quei bambini assenti, lasciati più felicemente dai genitori alla dottrina dello smartphone, sono il segnale politico di una sconfitta. Il «catechismo zero» è anche l’effetto più triste del disincanto davanti a sacerdoti che non credono più. Senza contare una piccola dose di ipocrisia, come fa notare con spirito caustico un cittadino bolognese su Facebook. «Strada Maggiore, incrocio Piazzetta dei Servi, palazzo storico di proprietà della Curia: due Bed&breakfast. Da che pulpito. Forse è il caso di cominciare a guardarsi dentro».










