Caro Calenda, le scrivo questa cartolina perché la vedo dappertutto e non potevo accettare che non fosse anche qui. Da sempre prezzemolino acido della politica, negli ultimi tempi ha accentuato ancor di più il suo frenetico attivismo: stasera, per dire, è in scena a Napoli (con Gentiloni), domani a Bologna (con Prodi), mercoledì a Genova (con Silvia Salis). Quasi una campagna elettorale anticipata, seppur mascherata dietro la presentazione del libro. Che s’intitola: Difendere la libertà, ma si traduce: Difendere il seggio. Far politica, si sa, è un impegno molto duro. Ma è pur sempre meglio che lavorare.
La sua carriera politica è da sempre un’ascesa continua sulla scala degli insuccessi. Ha fondato Italia Futura con Montezemolo, ed è fallita. È entrato in Scelta Civica, ed è fallita pure quella. È entrato nel Pd proclamando: «Non serve un nuovo partito», poi se ne è uscito fondando un nuovo partito. Si è candidato come sindaco di Roma e ha perso. Si è alleato con Renzi e ci ha litigato. Si è alleato con Emma Bonino e ci ha litigato. Ha preso a bordo di Azione Mariastella Gelmini e Mara Carfagna e poi loro se ne sono andate. Memorabile la sua intervista del 14 settembre 2024: Gelmini non esce dal partito. Poche ore dopo l’annuncio che Gelmini era uscita dal partito. Si sa, quando uno capisce la politica, non sbaglia mai.
Infatti lei, forte dei suoi fallimenti, continua a impartire lezioni a tutti. E a litigare. Ormai è un format, l’incredibile CalendHulk contro tutti. Salvini? «Un prosciutto». Emiliano? «Una sega». Boccia? «Inetto». Renzi? «Ridicolo». Conte? «Incapace». Ha dato del bugiardo all’economista Jeffrey Sachs, del cafone all’ad di Enel Flavio Cattaneo, del traditore a Roberto Vannacci, si è scontrato con Marco Travaglio, ha attaccato i bilanci del Fatto Quotidiano, ha litigato con l’ex governatore Francesco Storace, con l’ex ambasciatrice Elena Basile e con l’ex Iena Ismaele Lavardera. Ci manca solo l’ultima lite: quella con sé stesso. L’ex intelligente.
In effetti da un po’ non appare lucidissimo. «Impossibile non allearsi con i 5 stelle» disse nel febbraio 2024, dopo le elezioni in Sardegna. Il giorno dopo li definì: «Populisti, trasformisti e incapaci». Strana alleanza. Qualche mese dopo in tv confuse la Sicilia con la Sardegna, ma che ci volete fare? Capita a quelli bravi. Così si è dimenticato anche di quello che diceva da viceministro e ministro («Quello fra Italia e Russia è un rapporto profondo, da molti anni, ora dobbiamo migliorarlo») e ormai vede putiniani dietro ogni cespuglio. È arrivato a dire che gli ucraini hanno fatto bene a far esplodere il gasdotto North Stream, inaugurando così la nuova fase del suo partito, ormai ribattezzato Azione Tritolo. Parola d’ordine: moderatismo e sabotaggi. Per non dimenticare la nuova linea politica, non confidando più sulla sua mente, è stato costretto ad affidarsi al corpo: perciò si è fatto tatuare il simbolo dell’Ucraina. L’hanno presa molto in giro per questo, ma noi la capiamo: meglio mettersi un tridente sul polso, prima che a qualcuno venga voglia di metterglielo altrove.
La richiesta del premier Giorgia Meloni a Bruxelles di sospendere il Patto di stabilità, ha rimesso in moto la grancassa degli avvoltoi che vorrebbero questo governo già al capolinea solo perché non è riuscito a centrare il traguardo del 3% del Pil. E questo nonostante la difficile congiuntura internazionale culminata con il conflitto che ha fatto decollare la bolletta energetica e imposto il taglio delle accise. Una situazione eccezionale che il governo finora ha gestito come poteva e che rischia però, prolungandosi, di stritolare il Paese e mandarlo in recessione.
Ma c’è chi prepara la strada, anche se al momento tra le righe di interviste critiche, a un governissimo, uno di quegli esecutivi di emergenza guidati da un outsider (da Monti a Draghi) di cui il Paese ha memoria fresca ma non ha affatto nostalgia. Ecco quindi che La Stampa affida un’intera pagina allo scenario cupo disegnato dall’economista Francesco Giavazzi, già consigliere chiave del governo Draghi. Il professore di Economia politica alla Bocconi prima boccia il taglio delle accise sui carburanti, poi promuove il No di Ursula von der Leyen alla richiesta di sospendere il Patto di stabilità. La sua tesi è «wait and see», ovvero aspettiamo ancora un mese prima di fare qualcosa. Nel frattempo l’economista sconsiglia una manovra di austerità che «ammazza la crescita». Allora che fare se il Patto di stabilità non va toccato? Intervenire sul potere d’acquisto, alzare i salari, far ripartire gli investimenti, suggerisce. Ma dove si prendono i soldi se le regole europee legano le mani del governo? Giavazzi completa il menu dei buoni consigli suggerendo di sganciare il costo del gas da quello dell’elettricità. Un’operazione che lui stesso definisce «complicata» poiché richiede l’intervento dell’Europa. Dulcis in fundo, si tirano in ballo le rinnovabili.
Tutte manovre che richiedono tempo mentre qui c’è un’emergenza da affrontare.
Al No alla sospensione del Patto di stabilità si unisce anche l’ex membro del board della Bce, Lorenzo Bini Smaghi, presidente della Société générale. «Il Patto è stato appena rivisto consentendo gradualità e flessibilità. Chiedere di cambiarlo rischia di far perdere credibilità a chi l’aveva sottoscritto», sentenzia su Repubblica, e sottolinea che la sospensione è prevista solo «in caso di grave recessione e non siamo in queste condizioni». Anzi, avverte: «Un’espansione fiscale prematura può stimolare la domanda e far ripartire l’inflazione, spingendo la Bce ad alzare i tassi e di conseguenza l’onere sul debito».
Critiche a pioggia al governo e un punto fermo: giù le mani dal Patto di stabilità. Nessuno però dice come gestire l’emergenza della crisi energetica aggravata da due situazioni: il Superbonus che per il 2026 pesa ancora 40 miliardi, che diventano 20 miliardi nel 2027 e la restituzione del prestito europeo del Recovery Fund. Per il triennio 2026-2028 il Mef prevede un costo di interessi pari a circa 10 miliardi di euro (2,8 miliardi nel 2026 e 3,4 miliardi per ciascuno degli altri due anni). Non briciole.
Agli assalti degli economisti sulla presunta inerzia di Palazzo Chigi, il governo con Giorgia Meloni in prima linea risponderà a breve con il decreto Lavoro e il Piano Casa. Con il primo si introducono misure a sostegno dell’occupazione e del potere d’acquisto, per combattere il caro-vita e rafforzare le tutele del lavoro, con l’altro si affronta l’emergenza abitativa creando le condizioni per aumentare l’offerta a canoni sostenibili. La strategia non finisce qui. Giovedì prossimo è prevista la discussione e il voto in Aula, alla Camera, sulla risoluzione relativa al Documento di finanza pubblica. La risoluzione di maggioranza impegna il governo a trasmettere alle Camere un documento strutturato contenente due sezioni: l’evoluzione della situazione economica internazionale e le previsioni macroeconomiche nazionali, inclusi gli obiettivi di finanza pubblica. Probabile si voti una risoluzione che chiede al governo di accelerare sullo scostamento di bilancio. Insomma, è probabile che ci siano nel frattempo interlocuzioni con la Commissione europea per avere una maggiore flessibilità. Il nuovo Patto di stabilità prevede la clausola di salvaguardia nazionale che consente di deviare temporaneamente dall’iter di riduzione del deficit e del debito e quindi di spendere di più, quando si verificano situazioni particolari.
Il che vuol dire uno sforamento al massimo fino all’1,5% su più anni. Ballano circa 30 miliardi su più anni, non noccioline. Tutto però va concordato con Bruxelles. Altra opzione sulla quale si tenterà di lavorare e su cui il presidente Emmanuel Macron ha fatto da apripista, è di ritardare la restituzione del Recovery Fund. «Sarebbe stupido» ha detto, considerando la scarsità attuale di risorse. Intanto il tempo corre: c’è il tema urgente di rinnovare il taglio delle accise e il Mef lavora alle coperture.
Due agenti della Polizia di Stato sono rimasti feriti ma sono riusciti a salvare la vita a un uomo di 60 anni che stava tentando il suicidio alla periferia di Lecce.
L’intervento è scattato dopo che l’uomo aveva contattato la sala operativa dichiarando di volerla fare finita, interrompendo poi bruscamente la telefonata. Le pattuglie della squadra volante della questura di Lecce si sono immediatamente dirette verso il casolare dove si trovava.
Una volta sul posto, gli agenti hanno visto il 60enne dirigersi verso il retro dell’abitazione armato di un coltello da cucina. Nonostante i ripetuti tentativi di instaurare un dialogo, l’uomo si è portato la lama alla gola procurandosi una ferita.
A quel punto i poliziotti sono intervenuti: nel tentativo di disarmarlo sono rimasti feriti, ma sono riusciti a bloccarlo e a metterlo in sicurezza.
Il personale del 118 ha prestato le prime cure e disposto il ricovero del 60enne. In un video diffuso dalla Polizia di Stato, gli agenti hanno raccontato di aver provato una «gioia incommensurabile» per essere riusciti a salvargli la vita.
Influencer, commentatori e cospirazionisti si scatenano: gli spari all’Hilton sarebbero stati una messinscena per santificare il presidente americano per fare dimenticare guerre e scandali.










