La grande abbuffata solare spagnola somiglia ad una festa di matrimonio finita male. Di quelle che iniziano con il jamón iberico, proseguono con il Rioja d’annata e terminano all’alba con gli invitati stesi sulle sedie e il padrone di casa che non può pagare il conto. Solo che qui il conto non lo presenta il ristoratore. Lo presentano le banche. E rischia di essere salatissimo. Per anni la Spagna è stata raccontata come il paradiso della transizione ecologica. La celebrazione del modello Sánchez. Distese infinite di pannelli fotovoltaici, investitori internazionali in fila come pellegrini a Santiago de Compostela, fondi infrastrutturali convinti di aver trovato la miniera d’oro del XXI secolo: il sole.
Del resto l’idea sembrava geniale. La Spagna ha sole in abbondanza, terreni disponibili, vento politico favorevole, Bruxelles pronta a benedire qualsiasi cosa avesse la parola «green» nel piano industriale. Banche entusiaste di finanziare la redenzione climatica dell’Occidente.
Così hanno costruito pannelli ovunque. Campi, colline, altipiani, pianure. Mancavano solo i pannelli sul dorso dei tori di Pamplona. Adesso il miracolo verde rischia di trasformarsi in una corrida finanziaria. Perché il problema del fotovoltaico spagnolo, come riporta il sito specializzato El Periodico de la Energia è tanto semplice quanto devastante: hanno prodotto troppo sole. O meglio, troppa capacità per una domanda che non cresce abbastanza. Il risultato è tragico: nelle ore centrali della giornata l’elettricità vale zero. A volte meno di zero.
I numeri raccontano una storia che dalle parti di Madrid cercano di sussurrare a bassa voce. Oltre 50.000 megawatt di fotovoltaico installato. Altri 8.000 in arrivo. Peccato che il sistema elettrico non riesca ad assorbirli. E così il grande sogno della transizione si sta mangiando se stesso.
Il super-consulente Javier Revuelta - uno che nel settore viene ascoltato come il medico di famiglia durante un’epidemia - lo ripete da anni: attenzione, state costruendo una gigantesca bolla solare. Ma nel pieno dell’euforia nessuno voleva ascoltare i guastafeste. Quando scorrono i miliardi, tutti diventano poeti della sostenibilità. E infatti il mercato ha tirato dritto.
Il risultato è che il prezzo catturato dagli impianti solari è precipitato fra 17 e 19 euro per megawattora. Una miseria. In molte aree le perdite arrivano al 40-50% del fatturato. Significa che due società su tre non stanno più in piedi. I business plan promettevano 1.500 ore redditizie l’anno. Nella realtà se ne fanno 650 o 700. Come comprare un taxi e scoprire che i clienti escono di casa solo il martedì. Ma gli investimenti non si fermano. Una specie di corsa dei lemming finanziari. Per anni il governo socialista spagnolo guidato da Pedro Sanchez ha venduto al mondo l’idea di essere l’avanguardia del Green deal europeo. Una Silicon Valley dell’energia pulita. Una California iberica alimentata dal sole. Adesso però arriva il momento meno poetico. A giugno scadono le rate dei finanziamenti bancari. Finisce la retorica green e comincia Excel.
Molti operatori semplicemente non hanno ricavi per pagare il debito. Le banche per ora tacciono. Un silenzio eloquente. Perché nessun istituto vuole ritrovarsi proprietario di migliaia di ettari di pannelli sotto il sole dell’Estremadura o della Castiglia. E così il settore spera nella grande madre pubblica. Lo Stato. Il ministero. Bruxelles. Qualcuno. Da mesi si discute di possibili aiuti, prezzi minimi garantiti, sostegni impliciti, meccanismi di salvataggio più o meno mascherati. Ma il governo Sánchez ufficialmente non vuole sentir parlare fallimento. Dopo anni passati a raccontare che il mercato verde era la nuova frontiera del capitalismo etico, scoprire che senza aiuti pubblici il giocattolo si rompe sarebbe imbarazzante.
Per anni si è ragionato come se bastasse installare pannelli per risolvere tutto. Domanda? Accumuli? Stabilità della rete? Prezzi? Redditività? Dettagli. L’importante era inaugurare megawatt. Adesso la realtà presenta il conto. E il conto, come sempre accade quando la politica incontra la finanza creativa e l’ideologia, arriva con interessi bancari molto elevati. Il rischio è trasformare il sole - la fonte energetica più abbondante e poetica del pianeta - in un gigantesco problema creditizio. E questa, bisogna ammetterlo, sarebbe un’ironia degna di Cervantes.
I giudici a marzo hanno vinto il referendum sulla riforma Nordio, ma a distanza di un mese e mezzo dal voto si scopre che a perdere non è stata Giorgia Meloni né la maggioranza di centrodestra, ma la possibilità di riformare la giustizia. Lo si vede in questi giorni, con il caso Garlasco, ma anche con la riapertura delle indagini sulla cosiddetta Banda della Uno bianca e l’assoluzione del presunto assassino di Fabrizio Piscitelli, un pluripregiudicato ucciso con un colpo di pistola alla testa mentre era seduto su una panchina nel parco degli Acquedotti di Roma.
In apparenza l’omicidio di Chiara Poggi non ha nulla da spartire con gli altri fatti di cronaca nera. I killer della Uno bianca non erano fidanzati o spasimanti respinti, ma agenti di polizia che per sette anni, nel periodo fra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, scatenarono il terrore fra Emilia-Romagna e Marche, mettendo a segno centinaia di rapine in cui morirono 24 persone e altre 115 rimasero ferite. Mentre Diabolik, questo il soprannome di Piscitelli, era un ultrà della Lazio con un curriculum criminale di un certo peso, e il suo assassino era stato identificato in Raul Esteban Calderon, un argentino già accusato di altri delitti. Cosa lega dunque due episodi che hanno a che fare con la criminalità organizzata al giallo di Garlasco? Semplice: l’incertezza della pena. Ovvero l’impossibilità di stabilire chi è il colpevole e, soprattutto, di chiudere il caso giudiziario con una sentenza definitiva, in grado di assicurare che giustizia è stata fatta.
No, da noi nulla sembra certo, neppure il giudizio di ultima istanza. Prendete proprio il caso Garlasco. Il giudice di primo grado e quelli del secondo stabilirono che Alberto Stasi non era l’assassino di Chiara Poggi. Poi, sulla base degli stessi elementi che avevano portato all’assoluzione, la Cassazione decise che si doveva rifare il processo contro il biondino dagli occhi di ghiaccio e i magistrati del rinvio hanno condannato Stasi a 16 anni di carcere. Sentenza definitiva dopo cinque gradi di giudizio? Neanche a parlarne, perché dopo 18 anni la Procura di Pavia ha riaperto le indagini e ora accusa Andrea Sempio del delitto di Chiara. Le indagini sono state fatte male? Qualcuno ha sottovalutato delle prove? Altri si sono fatti corrompere? Al momento nessuno può dirlo con certezza, tuttavia due fatti sono incontrovertibili. Il primo è che una persona, ossia il fidanzato di Chiara, ha trascorso 11 anni in galera e ora la Procura ritiene che sia innocente. Il secondo è che se da un lato la magistratura dimostra di essere in grado di correggersi e dunque di avere degli anticorpi per correggere gli errori, dall’altro la riapertura del caso è comunque una clamorosa dimostrazione del fallimento della giustizia, che arriva, se arriva, a riscrivere la storia di un delitto dopo 20 anni.
Ma la drammatica storia dei killer della Uno bianca si lega a quella di Garlasco. Perché anche in questo caso, che risale alla metà degli anni Novanta, con numerose condanne all’ergastolo, arriva un giorno in cui uno degli assassini riapre la vicenda con un’intervista, lasciando intravedere misteri da scoprire. Così, dopo 30 anni, la magistratura torna a indagare per vedere se c’è qualche cosa da scoprire. Ma è possibile che dopo oltre un quarto di secolo, dopo 100 rapine, 24 morti e 115 feriti i pm debbano ancora svelare qualche cosa? Anni e anni di processi non sono bastati a dimostrare le connivenze e le responsabilità? Ma allora, che giustizia è?
Lo stesso di può dire del caso Piscitelli. Un uomo viene ucciso nel parco. Un killer professionista travestito da runner gli ha sparato. Dopo lunghe indagini la magistratura arresta il killer, accusandolo di essere sicario di un’organizzazione di narcotrafficanti. L’argentino dalla pistola facile viene portato davanti ai giudici, i quali lo condannano all’ergastolo. Il delitto è risolto e il colpevole assicurato alla giustizia? Neanche per sogno, perché in Appello si ribalta tutto. Raul Esteban Calderon, secondo i giudici di secondo grado, non ha commesso il fatto. Vi sembra incredibile? Come si può passare da una condanna all’ergastolo a un’assoluzione sulla base degli stessi elementi? Il discorso vale per il killer sudamericano (ha sulle spalle un altro omicidio, per il quale si è pure beccato una condanna a fine pena mai), come per Stasi e per gli agenti della Uno bianca. Possibile che non si arrivi mai a mettere la parola fine? Ma una giustizia che non è mai certa di essere giusta, che giustizia è? Già, era la domanda implicita e semplice posta dal referendum, ma non tutti gli elettori l’hanno capita, anche perché i magistrati hanno fatto di tutto per non farla capire agli italiani.
Il conflitto in Iran, iniziato a fine febbraio e che ha portato alla chiusura dello Stretto di Hormuz, punto di transito chiave per gli idrocarburi a livello mondiale, sta alimentando i timori di una carenza di carburante quest’estate. Tra i settori più colpiti c’è il trasporto aereo. L’associazione degli aeroporti tedeschi (Adv) ha deliberato uno scenario che prospetta un’estate da incubo per circa 20 milioni di viaggiatori in Germania a causa della possibile cancellazione dei voli.
Alcuni aeroporti rischiano di subire «una riduzione della capacità del 10%», ha dichiarato Ralph Beisel, direttore generale dell'Associazione, in un’intervista al quotidiano Welt am Sonntag. «Estendendo la situazione a tutti gli aeroporti, finirebbero per essere coinvolti fino a 20 milioni di passeggeri», ha spiegato. Sul banco degli imputati c’è sempre, come si dice da settimane, l’impennata del prezzo del cherosene, «che da oltre due mesi è il doppio rispetto al periodo prebellico» in Medio Oriente. E si stima che la crisi non si risolverà in breve tempo. Beisel ha detto di non prevedere un «ritorno alla normalità nei prossimi mesi». Il manager ha spiegato che i rischi maggiori di una possibile cancellazione, interessano soprattutto i «voli operati dalle compagnie low-cost e quelli diretti verso destinazioni di minore importanza turistica».
L'Unione Europea sostiene di non riscontrare al momento alcuna carenza di carburanti, pur preparandosi a tutti gli scenari possibili. L'Agenzia europea per la sicurezza aerea (Easa) ha dato il via libera venerdì scorso all'utilizzo del jet A, un cherosene prodotto negli Stati Uniti ma attualmente non distribuito in Europa per motivi tecnici. Tradizionalmente i vettori e gli aeroporti del Vecchio continente utilizzano il Jet A-1. La differenza tra i due sta nel punto di congelamento massimo. Il Jet A-1, congela a –47 °C mentre il Jet A, in uso quotidiano negli Stati Uniti e in Canada dagli anni Cinquanta, congela a –40 °C. I sette gradi di differenza sono importanti a 38.000 piedi. L’Easa, al riguardo, è chiara: «L’introduzione del Jet A in un sistema storicamente operativo sul Jet A-1 può introdurre rischi operativi, di aeronavigabilità e di fattori umani». Pianificazione del volo, calcoli di rotta, quote di crociera, scelta delle aerovie polari, gestione dei serbatoi alari nelle tratte lunghe: tutto, in Europa, è cucito addosso ai –47 °C. Quindi si tratterebbe di stare attenti a una corretta gestione del cambio di cherosene. Negli Stati Uniti il Jet A viene utilizzato, senza problemi, anche in zone molto fredde come l’Alaska, ricorrendo ad additivi specifici o a una pianificazione dei voli che tenga conto del monitoraggio costante delle temperature. Un portavoce della Commissione Ue ha precisato che «non sussistono problemi di sicurezza», ricordando che non sussiste un obbligo normativo che impone l’utilizzo di uno o dell’altro.
«Anche se il cherosene dovesse rimanere disponibile, le compagnie aeree non saranno in grado di operare molti voli in modo redditizio» ai prezzi attuali, ha sottolineato Beisel. Il più grande gruppo aereo europeo, Lufthansa, ha drasticamente ridotto la propria capacità di volo ad aprile, compresa la chiusura della sua controllata regionale CityLine, citando, tra le altre cause, proprio le pressioni derivanti dall'impennata dei costi del carburante per aerei.
Intanto la Commissione europea ha stilato una serie di linee guida rivolte al settore dei trasporti a beneficio di chi viaggia. In particolare, i passeggeri hanno diritto al rimborso, alla riprotezione (il volo alternativo) o al ritorno, all’assistenza in aeroporto e al risarcimento per cancellazioni dell’ultimo minuto. Le compagnie aeree possono essere esentate dal pagare un risarcimento solo se dimostrano che la cancellazione è stata causata da circostanze straordinarie, come la carenza di carburante. Gli elevati costi dei jet fuel, ribadisce la Commissione, non sono da considerare circostanze straordinarie. Allo stesso modo, non è possibile aumentare in un secondo momento il prezzo del biglietto già comprato. Il costo indicato al momento dell’acquisto deve sempre essere quello finale, comprese tasse, commissioni e oneri prevedibili e inevitabili. L’aggiunta di un supplemento carburante dopo l’acquisto «non è giustificabile», chiarisce una portavoce della Commissione europea. In questo caso, ci sarebbe una violazione della normativa Ue sulle pratiche commerciali sleali. Per quanto riguarda i pacchetti turistici, nel caso in cui non siano ancora stati attivati, sia gli organizzatori sia i viaggiatori possono recedere dal contratto a causa di circostanze inevitabili e straordinarie, dando agli utenti il diritto a un rimborso entro 14 giorni.










