C’è chi, fuori dai nostri confini, è riuscito a condannare in via definitiva un ex banchiere che da anni ha lasciato l’Europa e che, al tempo della pandemia, è stato uno dei principali artefici (se non il principale) della fornitura da 800 milioni di dispositivi cinesi arrivati dal Paese del Dragone e finiti, dopo un pagamento di 1,25 miliardi di euro, in gran parte al macero.
Stiamo parlando di Daniele Guidi, classe 1966, il cui passaporto è scaduto, e che adesso vive all’estero non si sa bene con quali documenti. Forse con quelli di uno staterello africano.
Per alcune fonti del quotidiano La Verità lui, l’ex moglie Maria Stefania Lazzari e il figlio Tommaso si sarebbero trasferiti a Dubai. L’ex banchiere risiederebbe nel Paese del Golfo grazie alla sponsorizzazione di una società di tecnologia finanziaria e di telecomunicazioni.
Prima di spostarsi negli Emirati, secondo la Guardia di finanza, «Guidi, con la collaborazione della moglie e di Ivano Poma, avrebbe trasferito le proprie attività e i propri interessi economici da San Marino a Hong Kong (dove avrebbe ottenuto il permesso di soggiorno, ndr) mediante la costituzione della Chenxing management consulting limited».
Dalle investigazioni è anche emerso che Guidi avrebbe reinvestito una parte significativa delle provvigioni percepite dal governo italiano in bond emessi da società localizzate in paradisi fiscali (Isole Vergini britanniche, Cayman, etc...).
Nel Belpaese, Guidi, insieme con altri indagati, era accusato dalla Procura di Roma di traffico di influenze e frode in pubbliche forniture. Nei mesi scorsi, lui e la sua squadra, a partire dall’amico Andrea Tommasi, imprenditore con ottimi contatti all’interno del mondo della Difesa e dei servizi segreti, hanno ottenuto il dissequestro di quasi 72 milioni di euro.
Lo Stato italiano dopo sei anni di inchiesta ha restituito tutto con tante scuse e adesso gli ex imputati potranno godersi il frutto delle commissioni milionarie ottenute per la più grande fornitura di mascherine del 2020 […].
Così va la giustizia in Italia. Ma mentre la maggior parte degli ex imputati si può adesso godere il denaro ricavato con la vendita delle mascherine cinesi, uno di loro non dorme sonni tranquilli, inseguito come è dai giudici sammarinesi.
Stiamo parlando del già nominato Guidi. Che sul Monte Titano sta collezionando condanne. Nel dicembre 2020 la Procura di Roma aveva ordinato, come detto, il sequestro di 72 milioni di euro di provvigioni incassati dai mediatori, 12,5 dei quali sarebbero stati destinati al «Gruppo Daniele».
In realtà, secondo una mail rinvenuta durante le perquisizioni, la somma riservata all’ex banchiere sarebbe stata ben più cospicua: 44,7 milioni su un totale di 203,8 di «fee».
Somme che, però, non sono mai state rintracciate dagli inquirenti.
L’avvocato di Guidi, Fabio Federico, non ha memoria dell’effettivo sequestro di denaro al suo cliente. Forse perché l’esperto banchiere potrebbe aver preferito mettere al sicuro le proprie sostanze fuori dall’Italia.
Il suo ruolo centrale nell’affaire era già chiaro nei primi atti dell’inchiesta, dove si diceva di lui: «Unitamente a Tommasi, ha curato l’aspetto organizzativo e, in particolare, i numerosi voli aerei per convogliare in Italia un quantitativo così ingente» di mascherine, «compiendo i necessari investimenti».
Ma l’importanza della sua figura risulta ancora più evidente dalle chat analizzate dalla Gdf. «Nel corso dei mesi di marzo e aprile 2020, periodo nel quale sono state affidate le sei commesse milionarie ai noti consorzi cinesi», per le Fiamme gialle Guidi sarebbe stato l’interlocutore privilegiato di Zhongkai Cai, il collegamento del gruppo con la Cina. «Dalla messaggistica si comprende il ruolo rivestito da Guidi nell’impartire a Cai le istruzioni per la predisposizione dei contratti e delle mail da inoltrare verosimilmente alla struttura commissariale. Le istruzioni così ricevute appaiono essere state condivise con i responsabili di diritto dei tre consorzi cinesi per gli adempimenti di competenza». Consorzi che erano guidati da persone di diretta conoscenza di Cai, cittadino italo-cinese, oggi sparito dal nostro Paese.
Dunque l’ex banchiere di San Marino avrebbe preparato i contratti che, poi, sono stati firmati dal commissario Domenico Arcuri, in quel momento uomo di stretta fiducia dell’allora premier Conte. Ma il regista che dirigeva le operazioni con discrezione e su cui i media italiani non hanno mai acceso un vero faro, intanto collezionava procedimenti sul Monte Titano proprio con l’accusa di depredare le casse dello Stato.
Però a San Marino hanno avuto la forza di perseguirlo, contrariamente a quanto accaduto con la nostra magistratura. Guidi è stato processato e punito più volte per reati collegati al dissesto di Banca Cis (Credito industriale sammarinese), di cui è stato amministratore delegato e direttore generale.
Per esempio è stato condannato in via definitiva a cinque anni e dieci mesi per truffa continuata ai danni dell’Istituto per la sicurezza sociale. Guidi avrebbe distratto e utilizzato indebitamente oltre 60 milioni di euro appartenenti ai fondi pensione dei lavoratori dell’Iss e circa 15 milioni di euro del fondo complementare Fondiss.
Il 14 giugno scorso, Giacomo Fumu, il giudice della terza istanza (la nostra Cassazione), prima di morire all’improvviso (il 24 giugno, all’età di 74 anni), ha dichiarato inammissibili i nove motivi d’appello della difesa di Guidi, rendendo definitiva la condanna.
Adesso il ministero della Giustizia sammarinese è pronto a procedere con la richiesta del mandato di cattura internazionale (provvedimento che dovrà essere emesso da una toga). Il nome di Guidi finirà così nel circuito dell’Interpol, a cui San Marino ha aderito nel 2006, con la cosiddetta «red notice», una segnalazione globale che invita le polizie di tutto il mondo ad arrestare provvisoriamente il ricercato in attesa di estradizione.
Ma i guai per Guidi non sono finiti: ad aprile del 2025 è stato condannato in primo grado a quattro anni e otto mesi di prigionia per amministrazione infedele e ostacolo alla vigilanza. A dicembre, sempre in primo grado, si è preso quattro anni per l’utilizzo indebito di titoli della clientela che sarebbero stati dati in pegno senza autorizzazione.
In un maxi processo, Guidi è alla sbarra con l’accusa di associazione per delinquere e, in un ulteriore procedimento, è sospettato di concorso in amministrazione infedele continuata.
Un elenco di contestazioni che non gli ha impedito di fare affari con l’Italia durante la pandemia. Grazie ai buoni rapporti con il governo di allora o, quanto meno, con la struttura commissariale […].
Il Gruppo interforze della Polizia giudiziaria di San Marino ha sequestrato al manager un audio (il file numero 50) in cui questi parla proprio di 007. La registrazione è stata effettuata mentre l’uomo si stava recando con una coppia di conoscenti presso il casello autostradale di Riccione. Nell’occasione avrebbe incontrato due sedicenti appartenenti ai servizi segreti italiani che sostenevano di poter impedire o procrastinare l’esecuzione di un non meglio precisato mandato di cattura emesso da San Marino nei confronti di Guidi. Uno dei presenti, il riminese F. P., puntualizza: «I miei che sono di Bologna, non di Roma […] mi hanno informato di questo procedimento, di questo deposito».
Al termine del colloquio che Guidi avrebbe avuto con le suddette barbe finte, si comprende che l’aiuto promesso non era gratuito: «Loro si aspettavano che gli dessi dei soldi adesso... metà prima dell’operazione, perché domani c’è questo mandato d’arresto, e metà dopo», commenta Guidi. Che aggiunge: «I capi di quelli che sono venuti qua erano a Roma, non erano qui».
Si trattava di millantatori? O erano davvero 007? Quel che sappiamo per certo è che, in quel momento, la comitiva, nonostante i guai giudiziari di Guidi, ha una sete incredibile di affari e, a un certo punto, mette gli occhi non solo sul business delle mascherine, ma anche sul grande affare della sanificazione dei palazzi istituzionali, a partire dagli uffici di Invitalia, di cui Arcuri era ad.
Purtroppo dalle chat degli indagati sono stati cancellati mesi di messaggi e non è facile capire se i piani siano stati realizzati e attraverso quali società. Ma mentre i servizi segreti italiani e la Procura di Roma sembravano non cogliere l’importanza della vicenda, a San Marino la magistratura e la Banca centrale aggredivano gli affari illeciti di Guidi.
Roberto Vannacci, uno che conosce bene la guerra, con tutte le atrocità che comporta, e che proprio per questo la detesta, sta applicando alla perfezione nella sua azione politica la necessaria armonia di strategia e tattica, dove la prima è il piano a lungo termine che definisce la direzione generale e gli obiettivi da raggiungere e la seconda è l’insieme delle azioni a breve termine utilizzate per eseguire quel piano sul campo. Guarda a domani Vannacci e guarda anche al 2029, quando scadrà il mandato di Sergio Mattarella alla presidenza della Repubblica e il prossimo Parlamento dovrà eleggere il successore. Bene: a quanto risulta alla Verità, in alcune conversazioni con i suoi, Vannacci ha anticipato cosa risponderà a chi gli chiederà chi vedrebbe bene al Quirinale: Giorgia Meloni.
Proprio così: Vannacci ha studiato questa mossa per disarticolare il campo avverso, ovvero il centrosinistra, e per far capire ai potenziali alleati di centrodestra di essere pronto, con le sue truppe parlamentari, a sostenere quella che sarebbe una vera e propria rivoluzione politica per l’Italia e per l’Europa intera: per la prima volta una donna capo dello Stato italiano, la donna che è stata anche la prima a sedere a Palazzo Chigi, e che avrà pure stabilito (scongiuri consentiti) il record di leader del governo più longevo della storia della Repubblica.
La proposta manderebbe in tilt il centrosinistra, che nelle ultime settimane dipinge Vannacci come il pericoloso estremista al quale non occorre consentire di essere determinante per l’elezione del successore di Mattarella. Proporre la Meloni, apprezzata a livello europeo e internazionale, metterebbe a tacere ogni grido di dolore (strumentale) da parte della sinistra italiana. Al tempo stesso, la prospettiva non può che ingolosire il centrodestra nostrano: la Meloni ha ampiamente dato dimostrazione di essere capace di mantenere alto il consenso della maggioranza e del governo, nonostante i tanti scivoloni di seconde file e comprimari.
Certo, a quel punto si porrebbe il tema di chi proporre come premier al posto di Giorgia: i nomi non mancano, qualcuno già circola, ma si vedrà al momento opportuno. Fin qui la strategia: dal punto di vista tattico, la mossa di Vannacci è altrettanto scaltra, perché se si vuole cogliere l’opportunità di avere per la prima volta in 80 anni un presidente della Repubblica di destra, occorre vincere le elezioni. E per vincerle, non si può prescindere da un’alleanza con Futuro nazionale, considerato che (vedrete) il centrosinistra un modo per mettere in piedi un’alleanza e indicare un leader lo troverà, proprio perché il prossimo Parlamento eleggerà il capo dello Stato, e le attuali opposizioni non possono permettersi il lusso di presentarsi al fischio d’inizio della partita delle politiche sapendo di aver già perso a causa di personalismi e divisioni interne, come accadde nel 2022. Non è un caso se le dichiarazioni degli esponenti di punta di Fratelli d’Italia e Forza Italia sull’ipotesi di un’alleanza con Vannacci diventano sempre meno gelide ora dopo ora, e non a causa delle temperature elevate: se Parigi val bene una messa, Roma val benissimo un generale in coalizione.
E Matteo Salvini? Il vicepremier è comprensibilmente deluso e amareggiato da Vannacci, e ieri, parlando a Milano Marittima a un evento della Lega giovani, lo ha ripetuto chiaramente: «Vannacci? Io non porto rancore. È più una delusione umana che politica nei suoi confronti», ha detto Salvini, «dura qualche ora poi si guarda avanti. Visto che gli abbiamo aperto le porte di casa nostra e gli abbiamo consegnato il nostro onore, la nostra storia e il nostro passato, vederlo rimangiarsi nel giro di qualche settimana tutta quest’apertura, da parte di un uomo in divisa che teoricamente dovrebbe essere cresciuto nel nome del rispetto della parola, degli ideali e del sapere far squadra, è stata una delusione. Farà quello che riterrà di fare. Se l’ho più sentito? No, mi freghi una volta, ma non mi freghi la seconda. E se ai loro convegni si salutano e si accolgono fra camerati», aggiunge, «io preferisco le giornate della Lega giovani, dove ci sono ragazze e ragazzi amici, fratelli compatrioti, autonomisti». Ok, ma l’ipotesi di un accordo per le politiche? «Arriveremo», argomenta Salvini, «con questa alleanza: con Vannacci a oggi evidentemente no. Ha votato contro il piano Casa e se ci ritiene dei falliti adesso non penso che cambierà idea tra un anno».
«A oggi no», «Non penso cambierà idea tra un anno»: Salvini in sostanza non esclude un’intesa con Vannacci e lascia la decisione finale al generale. Infine, la campagna elettorale: «Se guiderò la prossima campagna? C’è sempre la variabile ultraterrena», scherza il vicepremier, «non può essere stabilita da un congresso, se la salute lo permette, assolutamente si. La forza della Lega è sempre stata, e sempre sarà, la squadra. Non sarà una campagna elettorale solitaria, servono i capitani ma servono anche le truppe, perché capitani o generali o colonnelli, senza truppe motivate determinate e orgogliose, non vanno da nessuna parte. Quindi da Luca Zaia, Massimiliano Fedriga, ai sindaci e ai governatori me li aspetto tutti, non dietro ma di fianco, per vincere. Guiderò la Lega altri tre anni. In caso di vittoria mi piacerebbe fare il ministro dell’Interno? A me piace portare a termine le cose, in questa legislatura vado a chiudere tutti i cantieri. Se vinciamo, sì».
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La nostra rivelazione di ieri, quella su Roberto Vannacci pronto a proporre Giorgia Meloni come presidente della Repubblica nel 2029, si sposa perfettamente con quanto afferma la stessa Meloni a «10 minuti», in onda ieri su Rete4:.
«Si pensava che niente potesse cambiare», sostiene la Meloni, «e invece si è dimostrato che le cose potevano cambiare e non è detto che non possa superarsi anche questo altro grande tabù, quello di avere un Presidente della Repubblica che non è di centrosinistra. Si tratta di una cosa banalissima, cioè che chi non è di sinistra non è un figlio di un dio minore, ha gli stessi diritti degli altri, valeva per la presidenza del consiglio dei ministri, per la possibilità di governare e potrà valere per la Presidenza della Repubblica», aggiunge la premier, «ma decideranno gli italiani. Un presidente della Repubblica di destra sarebbe una notizia terribile, ma per un certo establishment, che esiste esiste...». Sull’ipotesi di un’alleanza con Futuro nazionale, la Meloni tiene la porta chiusa: «Per quello che riguarda Vannacci», precisa Giorgia Meloni, «francamente non mi pare che ci sia grande differenza tra il suo movimento e tutti gli altri partiti di opposizione, perché votano come la sinistra, vogliono mandare a casa il governo votando contro il voto di fiducia esattamente come la sinistra, parlano solo contro di noi tutto il giorno, esattamente come la sinistra. Quindi non vedo grande differenza. Ieri avevamo Schlein, Conte, Bonelli, Renzi, Gruber e compagnia cantante», azzanna la presidente del Consiglio, «oggi abbiamo Schlein, Conte, Bonelli, Renzi, la compagnia cantante e Vannacci. Gli attacchi arrivano su temi chiaramente diversi ma sono sempre sono temi sui quali io sono molto interessata e su cui lavoro da diversi anni e difficilmente tu puoi costruire qualcosa con qualcuno che palesemente vuole solo distruggere». Sulla legge elettorale: «Quella che si sta discutendo non favorisce nessuno», sottolinea la Meloni, «ma aiuta gli italiani perchè chi vince ha i numeri per governare. E infatti viene osteggiata da quelli che hanno governato senza vincere le elezioni per poter continuare a fare i giochi di palazzo». La Meloni torna anche sulla lite con Donald Trump: «Non sono antiamericana oggi e non ero inginocchiata ieri. Credo in un occidente più forte» sottolinea la presidente del Consiglio, «soprattutto se capace di restare unito e questo l’ho sempre creduto, ieri e oggi. Sono anche una persona franca e i rapporti solidi si fondano anche sulla franchezza. Ma sono una persona che non si fa mancare di rispetto da nessuno». E il ditino puntato contro il tycoon che si vede nei video? «Stavo parlando, e sono una persona che, si sa, gesticola parecchio», scherza Giorgia Meloni. Su Macron: ««Non ho mai litigato con Macron. Anche in questo caso abbiamo dei rapporti franchi: delle volte siamo d’accordo», spiega la Meloni, «delle volte no. Ma è stato un buon vertice quello che abbiamo fatto la settimana scorsa». Mentre le truppe di Fdi, Fi e pure Lega non avrebbero alcun problema a imbarcare Vannacci pur di avere la certezza di restare al governo, ai piani alti dunque, come scritto più volte dalla Verità, si ragiona in profondità. Per Forza Italia, ad esempio, dopo settimane di dichiarazioni ondivaghe da parte di vari esponenti del partito, arriva la vicepresidente del Senato Licia Ronzulli, esponente di punta della componente interna considerata sulle posizioni di Marina Berlusconi, a dare una linea chiara: «I valori di Vannacci sono opposti ai nostri», dice la Ronzulli alla Stampa, «si dice estraneo all’europeismo, alla cultura liberale, all’atlantismo. È il nostro opposto. In Parlamento lui vota contro il governo insieme a Schlein, Conte, Fratoianni e Bonelli. Ed è uscito dal centrodestra solo pochi mesi fa. Non vedo perché dovrebbe rientrare». E se la Meloni si impuntasse per farlo entrare, Forza Italia si sfilerebbe? «Questa coalizione», risponde la Ronzulli, «esiste da più di 30 anni e ogni decisione si prende insieme. Una coalizione con dentro Vannacci e fuori Forza Italia vorrebbe dire che non esiste più il centrodestra». Facile immaginare che da Marina Berlusconi sia arrivato un richiamo all’ordine: troppo morbidi fino ad ora i commenti di diversi esponenti di Fi nei confronti di Vannacci. Non a caso anche Antonio Tajani, ieri, diventa più tranchant: «Vannacci? Ha deciso lui di stare fuori dal centrodestra», dice il ministro degli Esteri a Radio24, «vota contro il governo, è una scelta sua. Ha lasciato lui. Perdere le elezioni pur di non scendere a compromessi? Noi non vogliamo perdere le elezioni», aggiunge Tajani, «si vuole vincere, con coerenza. Non è una questione di Vannacci o non Vannacci». Una eventualità, quella del veto di Fi, che i vannacciani hanno messo in conto: «Futuro nazionale», scrive su Facebook Pierino Diodato, ex Consigliere regionale della Campania e protagonista del partito del generale, «è una forza di destra che vuole stare (ovviamente previa accettazione dei punti programmatici non negoziabili) nel centrodestra. Se il centrodestra», aggiunge Diodato, «per ritorsioni leghiste, per veto di “Forza Von der Leyen”, per l’adesione di Carlo Calenda Zelensky eccetera, dovesse tenere fuori Fnv, allora il voto di indignazione dei medesimi elettori, ci porterebbe ad una percentuale a doppia cifra». Il post parla anche dell’ipotesi, pure largamente circolante nelle stanze arroventate dei palazzi romani, che vorrebbe Azione di Carlo Calenda pronta a subentrare nel centrodestra per compensare i voti transitati verso Vannacci. Ma c’è chi frena: «La Meloni», dice alla Verità uno dei massimi esponenti di Azione, «ci preferisce in corsa da soli per sottrarre al centrosinistra i voti dei moderati che non si sentono rappresentati da Elly Schlein, Giuseppe Conte e Avs. Vannacci col centrodestra? Nessun paese occidentale si fiderebbe più dell’Italia: il generale non è Salvini, che alla fine ha votato tutti i provvedimenti sull’Ucraina». La partita a scacchi è appena iniziata.









