«Come stare da cristiani dentro questa situazione di conflitto - politico, militare, spirituale - che sappiamo durerà ancora molti anni?». È la domanda che percorre l’intera lettera pastorale del cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, diffusa ieri e intitolata con un verso del Vangelo di Luca: Tornarono a Gerusalemme con grande gioia. Una domanda che non cerca risposte tecniche né soluzioni immediate, ma invita a un discernimento spirituale radicale.
La lettera, indirizzata alla chiesa di Gerusalemme, che ha giurisdizione su Israele, Palestina, Giordania e Cipro, offre innanzitutto una diagnosi lucida del presente. La guerra, scrive il Patriarca, «è diventata oggetto di un culto idolatra: non ci si siede più ai tavoli per evitare in modo assoluto i conflitti, ma li si tiene ben presenti come scenario possibile o, addirittura, inevitabile». In questo orizzonte, «i civili non sono più considerati vittime collaterali, ma diventano danni da imputare alla mancata resa del nemico o strumenti funzionali al raggiungimento del proprio scopo». La guerra, insomma, «agisce come fine a sé stessa».
Da questa constatazione emergono interrogativi etici inediti, specialmente di fronte all’uso dell’intelligenza artificiale nelle operazioni belliche. «Non si tratta più solo di armi sempre più sofisticate o di droni telecomandati: stiamo entrando in una fase in cui sono gli algoritmi a selezionare obiettivi, a compiere scelte che fino a ieri rimanevano esclusivamente umane». Il patriarca si chiede: «Cosa accade quando a decidere chi vive e chi muore è una macchina? Quale responsabilità resta all’uomo?».
La lettera affronta poi il tema del dolore e della vittimizzazione che nascono dalla guerra, con una distinzione che non può passare inosservata, specialmente con riferimento proprio alla situazione in Medio Oriente e a Gaza. «Di fronte alle tragedie e alle ingiustizie di questo tempo, il sentirsi vittima è una reazione profondamente diffusa. Ciascuno tende a percepire la propria tribolazione come unica e assoluta», ma «esiste una differenza tra chi esercita il potere e chi lo subisce, tra chi governa e chi è governato, tra chi possiede le armi e chi ne è minacciato, tra chi occupa e chi è occupato. Le responsabilità sono diverse. Riconoscere questa differenza è un atto di rispetto verso la giustizia e la verità».
Al cuore della riflessione del patriarca c’è Gerusalemme, non solo come realtà fisica ma come «modello di riferimento ideale». Uno sguardo che il Patriarca sviluppa a partire dal libro dell’Apocalisse. La città, nella visione biblica, «ha un cielo. Può sembrare banale o scontato», scrive Pizzaballa, «ma è il suo tratto distintivo più eloquente». Così il cuore della questione non è tecnico o politico, ma teologico: per costruire la città e tessere relazioni autentiche, «si deve partire innanzitutto dalla coscienza della presenza di Dio, il primato di Dio, la fede. Dio non deve essere escluso. Gerusalemme non è solo una questione di confini politici o accordi tecnici. La sua identità principale - la caratteristica più importante della Città e di tutta la Terra Santa - è quella di essere il luogo della rivelazione di Dio, il luogo dove le fedi sono a casa».
La lettera si sofferma quindi sulla Gerusalemme celeste dell’Apocalisse, «che scende dal cielo, da Dio», e ne trae una lezione decisiva per la città terrena. «Giovanni afferma: “Non vidi alcun tempio”. Non perché venga meno la Presenza di Dio, ma perché Essa non è più concentrata in uno spazio separato». Di conseguenza, «non esistono spazi nei quali Dio è presente e altri nei quali non lo è. Non ci sono luoghi in cui Egli ascolta e altri in cui non ascolta». Per la Gerusalemme terrena, spesso lacerata dall’«ossessione per l’occupazione degli spazi e per la proprietà», questo è un monito severo: l’uso di Dio per giustificare barriere o esclusioni nega la sua stessa natura.
Per abitare questa storia martoriata, occorre quindi un nuovo modo di vedere la realtà attraverso la «lampada dell’Agnello», una luce «pasquale», scrive Pizzaballa, che appartiene a chi ha donato la vita per amore. Questa luce permette di scorgere la vita anche tra le macerie, insegnando a riconoscere in ogni persona una creatura fatta a immagine di Dio.
La terza parte della lettera delinea 13 ambiti pastorali, dal dialogo ecumenico all’accoglienza, dalla cura degli anziani al rifiuto della cultura di violenza. Vie da percorrere per incarnare questa luce nuova. È significativo però che il Patriarca indichi come primo ambito «il primato della liturgia e della preghiera». Perché, scrive, «c’è una tentazione sottile che dobbiamo riconoscere: quella di ridurre la liturgia e la preghiera a uno strumento, a qualcosa che serve per ottenere qualcos’altro, fosse pure la pace, la fine della guerra, la soluzione dei problemi. La preghiera non è un mezzo. […] Chi prega trova fiducia, anche quando sembra impossibile, perché forse la preghiera non cambia tutto né porta risultati immediati e tangibili, ma trasforma il nostro modo di vedere le cose».
La lettera si chiude con l’immagine evangelica che le dà il titolo: i discepoli che, dopo l’ascensione, «tornarono a Gerusalemme con grande gioia». «Anche noi», conclude il Patriarca, «desideriamo tornare alla nostra Gerusalemme quotidiana - le nostre case, le nostre parrocchie, le nostre comunità, il nostro impegno quotidiano - con quella stessa gioia. Non una gioia ingenua, che ignora le fatiche. Ma una gioia pasquale, che sa che la luce vince le tenebre, che la vita sconfigge la morte, che l’amore disarma l’odio». Questa gioia è la vera resistenza per quella che papa Leone XIV ha definito «ora oscura della storia».
Siamo alla commedia dell’assurdo: Bruxelles non solo non vuole che si sfori il patto del 3%, ma punta addirittura a introdurre tasse europee dell’ordine di 60 miliardi l’anno. Se un uomo venisse dalla Luna e gli spiegassimo cosa sta accadendo nella Ue, ci prenderebbe per matti. Purtroppo è tutto vero. Che poi 60 miliardi l’anno di cosiddette «entrate proprie» fanno a spanne circa 8 miliardi di balzelli per il nostro Paese, a spanne 300 euro a famiglia. Aggiuntivi ovviamente a quelli tricolore. E gli effetti della guerra? E la crisi energetica? E il Pil dell’eurozona che cresce un quarto rispetto a quello americano? E l’invasione cinese?
Si parla spesso di rilanciare la competitività europea, ma con questa trovata partorita dal Parlamento dell’Unione si affosserebbe la competitività. Altro che rilancio. Altro che obiettivi al 2035 o 2050: di questo passo non si arriva nemmeno al 2027. Figuriamoci al 2028, anno in cui entrerà in vigore il nuovo bilancio europeo. È questo il progetto suicida di cui si discute in queste ore al Parlamento europeo. Andiamo con ordine.
A luglio dello scorso anno la Commissione europea ha presentato la sua proposta per il Quadro finanziario pluriennale (Qfp), prevedendo già un aumento considerevole di risorse, circa 700 miliardi di euro in più, rispetto al quadro attuale. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha definito l’entità «irragionevole» in un momento in cui gli Stati membri stanno riducendo le spese. Ursula von der Leyen allora ha fatto sapere agli Stati: non volete inviare a Bruxelles maggiori contributi? Allora sarà inevitabile introdurre nuove entrate. Proprio intervenendo dopo l’ultimo vertice informale Ue a Cipro, la presidente della Commissione ha sottolineato la necessità di ripagare i prestiti contratti durante la pandemia nell’ambito del programma NextGenerationEu, di incrementare gli investimenti in settori quali la competitività, la difesa e l’energia e di preservare i finanziamenti per l’agricoltura e la coesione.
Come? «C’è una sola soluzione. Nuove risorse proprie sono indispensabili. Senza di esse, la scelta è netta: maggiori contributi nazionali o minore capacità di spesa. [...] Ciò significherebbe meno Europa proprio dove l’Europa ha bisogno di fare di più». C’è da aver paura a sentire certe frasi. Ma il Parlamento vuole spingersi ancora oltre. La commissione bilancio chiede un aumento del 10% rispetto alla proposta della Commissione, senza però incrementare i contributi nazionali diretti. Infatti al punto 13 della «Proposta di risoluzione del Parlamento europeo» che sarà votata tra oggi e domani si legge: servono «entrate sostenibili, prevedibili e resilienti per il bilancio dell’Ue [...] che dovrebbero corrispondere al versante delle spese nonché alle priorità strategiche e alle esigenze di finanziamento individuate dell’Ue».
E ancora: si chiede un «fermo impegno del Parlamento a introdurre nuove risorse proprie, non solo per il rimborso del debito» legato ai Pnrr, «ma anche per finanziare le maggiori ambizioni politiche dell’Unione». Per tanto si «invita il Consiglio a sbloccare la situazione di stallo registrata dal 2020 in relazione a un paniere di nuove risorse proprie autentiche, per giungere a un livello di entrate di almeno 60 miliardi di euro all’anno».
Quali sarebbero queste nuove tasse? Si inizia con le entrate derivanti dal sistema di scambio di quote di emissione (Ets) della Ue, compresa la sua estensione agli edifici e ai trasporti a partire dal 2027. L’Italia vorrebbe abolire l’Ets, A Bruxelles invece vogliono tenerlo per spartirsi i soldi. Così come puntano a tenere una buona detta degli introiti derivanti dal Meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere: stiamo parlando del famoso Cbam, tanto odiato dalle nostre aziende, che di fatto è una tassa sul carbonio applicata alle importazioni che rischia di innescare tensioni commerciali. Terzo balzello: una tassa sulle imprese, nota come Core, in sostanza un onere annuale fisso sulle grandi aziende che operano nella Ue. Quarta gabella: una parte delle entrate nazionali derivanti dalle accise sul tabacco. Infine: una tassa sui rifiuti elettronici che mira ad allineare gli incentivi ambientali con la generazione di entrate.
E se la risoluzione non passasse? Punto 123: il Consiglio europeo «colmi la conseguente lacuna aumentando le aliquote di prelievo per altre fonti o sostituendole con un’altra fonte [...] le entrate potrebbero essere generate, tra l’altro, da un prelievo sui servizi digitali mirato alle principali piattaforme, da un prelievo sui servizi di gioco d’azzardo e scommesse online» e «da un prelievo sulle plusvalenze delle cripto-attività».
Che poi c’è un aspetto, come spiega alla Verità Paolo Borchia, capodelegazione della Lega al Parlamento europeo. «L’Italia versa più di quanto riceve dall’Unione: il nostro Paese è un contributore netto al bilancio. La parte di denaro che ci ritorna è sottoposto a vincoli: diamo, riceviamo una parte che dobbiamo spendere come ci dice Bruxelles. Già l’impianto di base non è esaltante», prosegue Borchia, «se iniziamo a guardare in quanti rivoli vengono sprecati i nostri soldi c’è da star male. Anziché parlare di aumenti di bilancio, sarebbe il caso di iniziare a spendere meno e meglio», conclude il capodelegazione leghista al Parlamento europeo, «senza avere l’illusione di poter arrivare ovunque: ogni ritocco verso l’alto, corrisponde a più soldi che dobbiamo versare nel calderone di Bruxelles».
La cura dell’ambiente collegata alla famiglia fondata sul matrimonio e alla difesa della vita. È uno sguardo controcorrente, quello delle 79 pagine de L’ecologia integrale nella vita della famiglia, il nuovo documento pubblicato ieri dal dicastero per il Servizio dello Sviluppo umano integrale e dal dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita e, appunto, pensato per educare alla cura del Creato.
«Quando ci si adopera per una cura adeguata della nostra Casa comune e di tutti, deve essere considerato un approccio integrale», scrivono i cardinali Michael Czerny e Kevin Joseph Farrell - prefetti rispettivamente dei due citati dicasteri - nell’introduzione al testo dove, peraltro, non manca una citazione di papa Benedetto XVI.
Certo, ci sono pure vari richiami a papa Francesco, com’è inevitabile avendo egli dedicato all’ecologia un’intera enciclica, la Laudato si' (2015). Tuttavia, il testo è del tutto coerente con la linea di papa Leone XIV, il quale, pur citando spesso papa Bergoglio, guida ora la Chiesa su acque dottrinalmente ben più tranquille. Prova ne è il fatto che L’ecologia integrale nella vita della famiglia non si limita, si potrebbe ironizzare, a invitare a fare la raccolta differenziata, ma dedica più passaggi a richiamare il ruolo stesso di quella che, per i cattolici, è la cellula fondamentale della società. Il documento infatti non parla genericamente di famiglia, ma lo fa sempre in riferimento al sacramento matrimoniale; non è un caso che il termine «matrimonio» ricorra ben dieci volte.
A tal proposito, sovvengono le parole di papa Prevost, che nell’omelia in occasione della Messa per il giubileo delle Famiglie, nelle prime settimane del suo pontificato, aveva precisato, esprimendo una linea cristallina, che «il matrimonio non è un ideale ma il canone del vero amore». Non stupisce, allora, che nelle pagine del documento appena pubblicato la famiglia fondata sul sacramento del matrimonio sia richiamata così spesso. Ma c’è più. In un testo che si presenta come di «ecologia integrale», con cioè una prospettiva che si prende cura del creato nel suo insieme, traspare con forza l’idea che non esista cura dell’ambiente senza quella dell’uomo, tanto che viene sottolineata con forza la necessità di far «rispettare la vita umana dal concepimento alla morte naturale dicendo no all’aborto, all’eutanasia, alla maternità surrogata e alle tecniche di fecondazione assistita e alla loro promozione» (p. 34).
Poco prima, anche una condanna all’ideologia antinatalista: «Oggi c’è la tendenza a considerare la crescita demografica come la principale minaccia per l’umanità» (p. 29). A seguire, un ammonimento ai governi che «operano attivamente per la diffusione dell’aborto, promuovendo talvolta l’adozione della pratica della sterilizzazione» e impongono «un forte controllo delle nascite» (p. 30).
Anche le proposte educative alle giovani generazioni, sia pure calibrate sul tema ambientale, sposano sempre un’antropologia cristiana. Così, nelle pagine dedicate all’istruzione, troviamo sì riferimenti all’importanza di «chiedere alla scuola di aggiornare le proprie attività e manuali didattici in materia di ecologia» e a quella di «educare a non sprecare il cibo» (p. 58); ma quest’ultimo impegno arriva comunque dopo l’esortazione a «parlare in maniera adeguata all’età della necessità di proteggere la vita umana da aborto, maternità surrogata ed eutanasia» (p. 57). Il solco tra l’ecologia integrale cristiana e l’ambientalismo caro al mainstream è davvero lampante.
Era il 10 dicembre del 2015 e la cucina italiana otteneva il riconoscimento di patrimonio immateriale dell’umanità dall’Unesco. Il ministro dell’Agricoltura e per la sovranità alimentare Francesco Lollobrigida ha giustamente esultato: era il successo del made in Italy agro-enogastronomico che vale 700 miliardi di euro di cui 73 dall’export.
Il professor Pier Luigi Petrillo ha dato l’anima per questo traguardo. Ieri 27 aprile s’è scoperto grazie alla mobilitazione della Coldiretti - ha portato al passo del Brennero 10.000 agricoltori - che alcuni piatti simbolo di questa cucina sono fatti con ingredienti che d’italiano hanno solo l’etichetta. Una rivelazione scioccante riguarda le mozzarelle campane della serie «tu vulive a pizza c’ha mozzarella e a pummarola in coppa e niente chiù». Secondo l’analisi di Coldiretti e Centro Studi Divulga su dati del ministero della Salute, «l’Italia ha importato nel 2025 circa 1,5 milioni di quintali di cagliate su un totale di 6,4 milioni di quintali di formaggi che arrivano nel nostro Paese (+9% rispetto al 2024)». Passano quasi tutti dal Brennero e «oltre la metà delle cagliate importate finiscono a Napoli (306.000 quintali) a Benevento (183.000 quintali), Campobasso (134.000) e Salerno (92.000)». Due terzi delle cagliate tedesche e polacche sono lavorate al Sud con la Campania che ne assorbe il 46,7%. Ieri al Brennero – Coldiretti aveva il supporto della Guardia di Finanza - hanno scoperto i «Tir dell’orrore». Correva il 9 gennaio 2026 quando sempre il ministro Francesco Lollobrigida annunciava che contrariamente a quanto sostenuto per anni l’Italia diceva sì al Mercosur - il trattato commerciale col Sud America – perché si erano ottenute da Ursula von der Leyen stringenti garanzie sulle clausole di reciprocità, sull’applicazione dell’etichetta d’origine e sullo stabilire in Italia l’autorità doganale europea visto che nessuno si fida dei controlli che fanno gli olandesi. La dogana europea ora sta Lille in Francia che ha detto no al Mercosur. Ursula forse s’è distratta. Al Brennero sono saltati fuori kiwi cileni (l’Italia è il primo produttore al mondo di questi frutti avendo superato anche la Nuova Zelanda) fettine di pollo sudamericano che diventano crocchette italiane, carciofi egiziani, lavorati e venduti come sottaceto italiani, arance sudafricane che diventano succhi di frutta italiani, grano canadese trasformato in pasta italiana. Tutta roba che passa da Rotterdam mentre i nostri partner europei ci danno le cosce di maiale fresche – sono le più «spacciate» al Brennero - che arrivano dalla Germania, dall’Olanda, dalla Danimarca, dalla Francia e diventano prosciutti italiani, così come tonnellate di miele tedesco, centinaia di migliaia di litri di latte francese e polacco e le mozzarelle tedesche già confezionate col tricolore. Un danno enorme alla nostra agricoltura, ma anche alla nostra reputazione commerciale dovuto al codice doganale europeo che consente di etichettare come italiano il prodotto che subisce in Italia anche solo il confezionamento.
«Al centro della mobilitazione che da mesi ha coinvolto almeno 100.000 agricoltori e ha la sua tappa finale qui al Brennero», spiega il segretario generale di Coldiretti Vincenzo Gesmundo, «c’è la battaglia per la revisione della normativa sull’ultima trasformazione che penalizza il lavoro agricolo nazionale e altera profondamente la trasparenza del mercato. E poi vogliamo l’etichetta di origine». Ettore Prandini, che di Coldiretti è il presidente, ribadisce: «L’agroalimentare rappresenta una filiera strategica per il Paese, che vale 707 miliardi di euro e garantisce 4 milioni di posti di lavoro, assistiamo a meccanismi che alterano la concorrenza, comprimono il reddito degli agricoltori e compromettono l’immagine del vero Made in Italy. Vogliamo un intervento europeo immediato. A partire da tre elementi: la sicurezza alimentare, la salute dei consumatori, il reddito degli agricoltori». E giovedì in Coldiretti si replica. A Roma si parla di cibo e salute con il commissario europeo Olivér Várhelyi.









