Un tempo, i capiredattori insegnavano ai cronisti alle prime armi la regola delle tre S. Un articolo di successo, che consentisse di vendere più copie, doveva parlare di Sesso, Soldi e Sangue. Da allora non è cambiato molto, infatti le storie che narrano di delitti, di denaro e pure di relazioni pruriginose sono le più seguite.
Se rispolvero le tre S della carta stampata non è per fare un viaggio intorno al giornalismo, ma per parlare di politica. Infatti, la regola vale anche per chi sta al governo, con una variazione di temi. Dopo i soldi, che rappresentano la questione centrale, vengono la sicurezza e la salute. Credo che in qualsiasi famiglia, la sera, a tavola o seduti in salotto, si parli di questo. Magari ci scappa qualche imprecazione (legittima) contro Gravina e Gattuso, dopo che l’Italia è rimasta fuori un’altra volta dai Mondiali di calcio, ma poi immagino che si torni ai problemi di tutti i giorni, ovvero lo stipendio che scarseggia, la sensazione di paura quando si passeggia per le vie della città o del paese, le liste d’attesa per farsi curare.
Fossi Giorgia Meloni, o qualcuno dei leader di centrodestra, dopo la batosta del referendum ripartirei da qui, dalle tre S. I soldi. Tagliare le accise va bene, quanto meno per tamponare i rincari dovuti alla chiusura dello stretto di Hormuz. E va bene anche un’indagine sugli speculatori, che approfittano di ogni crisi per ritoccare i prezzi. Ma poi c’è da fare qualche cosa di più strutturale. Lo so che le casse sono vuote, perché qualcuno che oggi si erge a statista le ha svuotate con il Superbonus e pure con il Reddito di cittadinanza, ma nell’anno e mezzo che manca alla fine della legislatura bisogna trovare dei fondi che diano aiuto alle famiglie e alle imprese, restituendo un po’ di fiducia. Facile a dirsi stando seduti in redazione, davanti al proprio computer, difficile a farsi se si è nella scomoda posizione di stare a Palazzo Chigi. Però, anche se l’operazione è complicatissima per via dei parametri di bilancio imposti dalla Ue, questa è la leva principale su cui agire se si vogliono recuperare consensi. Che si chiamino tagli delle tasse, sgravi, aiuti, sostegni o incentivi, alla fine sempre di quattrini parliamo e occorre metterne qualcuno nelle tasche degli italiani.
La sicurezza. Su questo giornale parliamo spesso di fatti di cronaca nera che hanno per protagonisti immigrati clandestini. So pure che l’espulsione di chi non ha diritto di restare in Italia, perché non fugge da una guerra ma talvolta soltanto da un mandato di cattura nel proprio Paese, non è facile. Però anche questa deve diventare una priorità. Urge riallacciare rapporti con gli Stati africani da cui molti extracomunitari arrivano, è necessario riannodare i fili delle relazioni con la Libia e la Tunisia, bisogna provare a costruire altri centri per il rimpatrio, magari con la benedizione di qualche organismo internazionale. So che anche questo è più facile a dirsi che a farsi, perché di mezzo c’è la magistratura, che è tutta o quasi pro migranti e non vede l’ora di lasciarli liberi di scorrazzare per l’Italia, ma sul giro di vite si gioca la credibilità del governo. Il caso Cinturrino, dal nome del poliziotto killer di Milano, ha gettato fango sulle forze dell’ordine, ma la difesa di chi indossa una divisa e garantisce la sicurezza dei cittadini non può essere buttata alle ortiche e dunque ogni iniziativa a tutela di polizia e carabinieri, pagando magari le spese legali quando sono necessarie, è benvenuta. Soprattutto in un momento in cui chi ha giustamente inseguito due giovani che si erano sottratti all’alt rischia il processo con l’accusa di omicidio stradale, perché uno dei due fuggiaschi è finito contro il palo di un semaforo ed è morto.
Poi c’è la salute, intesa come sanità. Nonostante le promesse, le liste d’attesa sono ancora lunghe, le Case di comunità volute da Giuseppe Conte e Roberto Speranza sono un flop e i buchi nella rete dei medici di base sempre più numerosi. La prima cosa da fare è integrare sanità pubblica e privata: quello che la prima non riesce a fare lo deve fare la seconda e non certo a spese del paziente, ma consentendo a chi ne ha bisogno di rivolgersi alla prima struttura disponibile a carico del servizio sanitario nazionale. E i medici che mancano? Bisogna riportare a casa quelli che se ne sono andati all’estero. Come? C’è un modo semplice: alzare gli stipendi.
Come avrete capito, in fondo la regola delle tre S ha un unico filo conduttore: che si tratti di soldi, di sicurezza o di salute serve mettere mano al portafogli, mandando al diavolo il dogma del tre per cento che tanto piace a Bruxelles. Se il governo vuole uscire dall’angolo, rinunci all’obiettivo del tetto al deficit di bilancio e punti all’obiettivo di rivincere le elezioni. E a proposito di angolo in cui la sinistra vorrebbe cacciare l’esecutivo, mi pare chiaro perché si prova a montare un can can contro il ministri dell’Interno. Se cade Matteo Piantedosi, per una faccenda privata che nulla ha a che fare con il suo ruolo al Viminale, la strategia per contenere immigrazione e criminalità rischia la battuta d’arresto. Far dimettere uno dei protagonisti dei decreti sicurezza significa azzoppare il centrodestra e pure il caposaldo di una delle tre S necessarie per rilanciare l’azione del governo. Che poi a strillare sia il partito che ha fatto eleggere Ilaria Salis spiega tutto.
Dopo le pressioni seguite alla mancata qualificazione ai Mondiali, Gravina si dimette e fissa le elezioni al 22 giugno. Per la successione circolano i nomi di Abete, Malagò e Marani, con Albertini più defilato. Lascia anche Buffon: «Atto di responsabilità».
Dopo otto anni di promesse e mancate riforme, due mancate qualificazioni ai Mondiali - la prima preceduta dalla vittoria dell'Europeo nel 2021 - Gabriele Gravina ha rassegnato le dimissioni da presidente della Figc. Dopo l'ennesima umiliazione subita dal nostro calcio in Bosnia, con la sconfitta ai rigori nel playoff decisivo per strappare un pass a Usa, Canada e Messico 2026, sono state necessarie pressioni da più parti, dalla politica all'opinione pubblica.
Il passo indietro è arrivato nel pomeriggio, al termine di una giornata che aveva già preso una direzione precisa fin dalle prime ore. Gravina ha rassegnato le dimissioni da presidente della Federcalcio, chiudendo formalmente un ciclo travolto dal terzo Mondiale consecutivo mancato dall’Italia (la prima nel 2017 era sotto la gestione di Carlo Tavecchio, che al contrario di Gravina lasciò subito dopo la sconfitta con la Svezia). La decisione è stata comunicata all’inizio della riunione con tutte le componenti federali, riunite nella sede di via Allegri a Roma, mentre fuori si respirava un clima teso, tra contestazioni, lancio di uova e presenza delle forze dell’ordine. Gravina, arrivato in mattinata senza rilasciare dichiarazioni, ha scelto il silenzio anche dopo l’annuncio ufficiale. Nessuna conferenza stampa, nessuna intervista. Solo un passaggio interno, davanti a tutte le componenti del sistema calcio.
Nel comunicato diffuso dalla Federazione, il presidente uscente ha rivendicato il rapporto con le varie anime del movimento e ha annunciato che l’8 aprile interverrà in audizione alla Camera per relazionare sullo stato di salute del calcio italiano. Nello stesso contesto ha anche chiarito il senso delle parole pronunciate dopo la partita di Zenica, oggetto di polemiche: un riferimento, ha spiegato, alle differenze normative tra sport professionistici e dilettantistici, «che non volevano assolutamente essere offensive».
Attorno alla sua uscita si è sviluppato un fronte compatto nel riconoscere la difficoltà del momento, ma senza una direzione condivisa sul futuro. Il presidente della Lega Serie A, Ezio Maria Simonelli, ha parlato della necessità per la massima serie di «rivendicare un ruolo primario» e di farsi guida del sistema, indicando come priorità riforme, giovani e solidità economica dei club: «Come i tifosi siamo delusi». Nessuna convergenza, però, su un nome per la successione: «Assolutamente no, non se ne è parlato». Sulla stessa linea il presidente dell'Assocalciatori, Umberto Calcagno, che ha sottolineato come la giornata dovesse servire a rimettere al centro i temi: «La figura che verrà individuata dovrà essere un passo indietro rispetto a ciò che bisogna fare. Oggi sono importanti i programmi». Anche Renzo Ulivieri, numero uno dell'Assoallenatori, ha allargato lo sguardo oltre l’immediato: «Il calcio è in difficoltà non da ora, ma dal 2006».
E ora cosa succede al calcio italiano? Le dimissioni di Gravina basteranno a cambiare un movimento che da anni si regge su un sistema contorto e con profondi problemi strutturali? Ovvio che no. Specialmente se i nomi per la successione sono quelli che circolano nei corridoi del palazzo. Contestualmente alla rassegna delle dimissioni, lo stesso Gravina ha indetto l’assemblea elettiva per il prossimo 22 giugno, data in cui verrà scelto il nuovo presidente. Fino ad allora resterà in carica per la gestione ordinaria, dando vita quindi a una transizione che si apre senza una linea già tracciata. Tra i possibili candidati vengono indicati Giancarlo Abete, Giovanni Malagò, e Matteo Marani, con Demetrio Albertini più defilato. Nel primo caso si tratterebbe di un ritorno al passato. Abete è già stato presidente della Figc dal 2007 al 2014, anno in cui lasciò l'incarico dopo l'eliminazione della Nazionale al girone di Brasile 2014 in quella che rimane l'ultima, triste, apparizione dell'Italia a un campionato del mondo. La candidatura di Malagò è sponsorizzata dalla Lega Serie A e rappresenterebbe una scelta nella direzione dell'esperienza e dell'indiscussa capacità manageriale, ma con un rapporto tutto da ricostruire con il ministro dello Sport Andrea Abodi dopo la vicenda della non rieleggibilità al Coni. Fattore che in un momento così delicato in cui calcio e politica dovranno necessariamente andare a braccetto per far sì che qualcosa davvero cambi, non è per nulla da sottovalutare. Marani, invece, potrebbe essere visto come l'ennesimo salto nel vuoto: l'ex direttore del Guerin Sportivo è dal 2023 alla guida della Serie C: un mondo dove i problemi fioccano e ogni anno più di un club non riesce a completare la stagione. Nelle scorse ore si era fatto anche il nome di Paolo Maldini. E c'è chi indicherebbe come soluzione Beppe Marotta, oggi presidente dell'Inter.
Il terremoto federale non ha toccato solo la presidenza. Poco dopo le dimissioni di Gravina è arrivata anche la decisione di Gianluigi Buffon, che ha annunciato le dimissioni da capo delegazione: «Rassegnare le mie dimissioni un minuto dopo la fine della gara contro la Bosnia, era un atto impellente. Ora che il presidente Gravina ha scelto di fare un passo indietro, mi sento libero di fare quello che sento come atto di responsabilità». Una decisione analoga è attesa a stretto giro di posta anche da Gennaro Gattuso. In tutta questa storia le responsabilità del ct sono forse quelle minori, ma di fatto l'ex allenatore di Milan e Napoli ha già maturato il passo indietro di cui manca soltanto l'ufficialità. Anche nel caso della guida tecnica, i principali nomi che girano per la sostituzione di Gattuso sono due ritorni al passato: da una parte Antonio Conte, che però dovrebbe liberarsi dal contratto con il Napoli, dall'altra Roberto Mancini, anch'esso sotto contratto in Qatar con l'Al-Sadd. Insomma, cambiare per non cambiare. Sia inteso, sia Conte che Mancini sono due ottimi allenatori e alla guida degli azzurri hanno ottenuto ottimi risultati, specialmente Mancini, ma sembra quasi che il nostro movimento non riesca a produrre qualcosa di nuovo. Qualcosa che possa portare una buona dose di aria fresca a Coverciano.
L’Anazionale. Se vogliamo capire cosa è successo e cosa succede ormai da tanti anni all’Italia degli Azzurri, partiamo dal ridefinire il nome. Il nome più consono è Anazionale, non nel senso romanesco né con grevi allusioni anali, ma Anazionale con l’alfa privativo davanti, per indicare qualcosa che manca, come si dice apolitico chi non ha una posizione politica, anonimo o afono chi è senza un nome o senza voce.
Dopo l’ultima sventura degli Azzurri con la Bosnia, e dopo l’ennesima esclusione dai campionati mondiali, è scattata subito la corsa al colpevole, al capro espiatorio. Ma quando poi vedi la sequenza dei fallimenti lungo gli anni, con responsabili sempre diversi, ti accorgi che sicuramente ci sono specifiche carenze e insufficienze a livello personale, per le quali è giusto che qualcuno poi risponda; ma il difetto è nel manico, è alle fonti. E allora se proprio vogliamo trovare il colpevole ve ne indico uno che per definizione è Innocente: il Bambino. Il colpevole è lui, a’ criatura, come dicono a Sud, o el puteo, come dicono in Veneto (e si potrebbe continuare nelle declinazioni locali). Perché il bambino è un disertore: diserta sin da piccolo la scuola dell’obbligo in cui nasce la passione del calcio, quel corso di teoria e prassi del calcio che si riassumeva ai tempi miei in due attività. In primis il gioco incessante al pallone per strada, nelle piazze, e per i più fortunati nei campetti di calcio. Ore di gioco, impazienza di uscire dopo i compiti o addirittura prima, taluni durante, pur di giocare; la caccia al pallone, la facile ricerca di complici e di sfidanti, la contesa coi vigili urbani che volevano impedirci di giocare negli spazi pubblici, le sfide senza quartiere, nel senso che i quartieri diventavano uno sfondo muto delle nostre partite. E poi le ginocchia ferite e gli indumenti impataccati, decorazioni sul campo al valor sportivo. Una passione che non vi dico. Ma oltre la prassi c’era anche la teoria e il culto del calcio. Ossia il corso di formazione, eccitazione e culto figurativo, estetico e feticistico che era l’album di figurine Panini. Era quello il nostro universo iconico, come oggi si dice, le immaginette venerabili, come quelle dei santi e le nostre devozioni per alcuni calciatori prediletti o più introvabili; e il fervore della ricerca, il consumismo elementare delle bustine da acquistare, la primordiale scoperta del mercato tramite lo scambio delle figurine davanti alle edicole, i primi conati di socialità e di interclassismo per i bambini per strada.
Voi dite, ma che c’entra con l’Anazionale? C’entra, eccome se c’entra. Era da quel fervore che nascevano i talenti del calcio; quel fervore alimentato poi con i quotidiani sportivi, con Tutto il calcio minuto per minuto alla radio e La Domenica Sportiva in tv (sono così antico che la seguivo quando la conduceva il mitico Enzo Tortora). Scusa Ameri, a te Ciotti, e sullo sfondo Bortoluzzi dallo studio. E in tv da Carosio a Martellini, fino a Pizzul, forse l’ultimo della dinastia.
Il calcio nasceva come un fiore selvatico sul cemento, non c’era bisogno di scuole o educazione, nasceva spontaneamente, per contagio, emulazione, ereditarietà, agonismo ed esuberanza fisica. Poi i privilegiati andavano allo stadio a vedere la squadra locale o lo squadrone di serie A. Ma il culmine per tutti, il Rito per eccellenza, in cui le Parti si riconoscevano nel Tutto, era la Nazionale, sintesi a priori di ogni differenza, direbbe Kant.
Intendiamoci, anche noi da bambini fummo traumatizzati da un’esclusione. Ricordo ancora come se fosse ieri quando da bambino patii l’esclusione della Nazionale nel mondiale del 1966 a opera della Corea, che diventò poi un modo di dire, un nome per evocare un’infamia, la Caporetto del calcio.
Ma ricordo anche la sollevazione di popolo contro quella nazionale, quel commissario tecnico (Fabbri); la rabbia, gli ortaggi, l’onta per l’orgoglio patrio ferito, che riaffiorava in quelle sconfitte. E poi con gli anni la gioventù mundial, la riscoperta del tricolore grazie alla vittoria del 1982, dopo 34 anni dalla celebre doppietta della Nazionale di Vittorio Pozzo ai mondiali, nel 1934 e nel 1938 (meglio tacere, epoca fascista).
Ora il calcio non alleva più i nostri bambini, non è più la prima palestra di vita e passione collettiva; si va in piscina, in palestra, a sciare, ora è esploso il tennis. Gli sport più seguiti sono individuali, ma non è un caso. È la nostra società che si è fatta più individualista, meno sociale; anche se individualisti siamo sempre stati e i social vanno oggi per la maggiore. Ma l’individualismo d’indole cresceva nella coralità, nella comunità famigliare, nella comitiva. E quella socialità era fatta di vita, di strada, di corpi, di passeggio, non da remoto e da smartphone. Se cercate un colpevole prendetevela col solito telefonino, con quell’intreccio di solitario e globale che caratterizza il nostro essere al mondo tramite quel totem portatile.
Certo, si può anche sfidare il fatalismo, cercare di andare controcorrente, e proporre - come sento in giro - nuove scuole di formazione dei ragazzini al calcio. Ma se non si coltiva il calcio da bambini non ha senso poi prendersela con la conseguenza, gonfiata dall’aspetto mercenario e commerciale del calcio, vale a dire lo shopping di calciatori dal resto del mondo. Non so se sia possibile a colpi di leggi, scuole e campagne promozionali contrastare la tendenza che sembra irreversibile allo scemare del calcio. Ma si può pure tentare. O in alternativa prendere atto che il calcio è finito, fu la passione del Novecento e poco oltre.
Restano alcuni problemi preliminari, che sono da un verso psicologici e culturali e dall’altro strutturali. Per rianimare la passione del calcio e poi reclutare nuovi talenti bisogna riaccendere almeno tre ingredienti di base. Il primo è vivere di più insieme, fare comitiva (non solo branco o clan rancoroso), vivere la dimensione corale dello sport, recuperare la naturale socievolezza che permetteva il formarsi spontaneo di squadre e di sfidanti. Il secondo è riattivare il gusto e la passione del marchio italiano; quel made in Italy che sta scomparendo in ogni settore, ormai colonizzato da marchi stranieri o reso apolide, transnazionale. Se non conta più il made in Italy e il calcio dei club è pieno di stranieri, poi non lamentatevi del calcio italiano. Infine, terzo ingrediente, è saper non solo formare ma anche selezionare i migliori: la società sembra voltare le spalle a questo criterio elementare, dal mondo del lavoro alla politica. Non nascono classi dirigenti e non si riconoscono e premiano i migliori, se non in ambiti spontanei, in alcuni risvolti del mercato e della ricerca, di solito lontani dai centri in cui dovrebbe avvenire: le scuole, le università, i centri di prima formazione.
In un Paese come il nostro che non si vuole bene, che sente l’amor patrio come un peso e una vergogna, che detesta tutto ciò che è nazionale e dall’altra parte sfugge a tutto ciò che esige dovere, sacrificio, responsabilità, riconoscimento dei talenti e delle gerarchie fondate sulla capacità e sul merito, da dove pensate che possa rinascere una fioritura del calcio? Il problema non è un presidente o un meccanismo burocratico, ma a monte, e a me pare quasi insormontabile. Intanto, se vi basta, consolatevi col dire che non ha perso l’Italia degli Azzurri, ha perso l’Anazionale.
Non so come andranno a finire le inchieste che riguardano il sindaco di Milano, Giuseppe Sala e, per quanto delicate visto che riguardano l’urbanistica e la vendita di San Siro, non intendo anticipare verdetti di natura giudiziaria. La questione di cui vorrei discutere è squisitamente politica e non è meno importante di quella che passa dal tribunale. Il modello Beppe Sala, dopo due mandati, è un modello che deve restare a galla oppure no?
Questa domanda anticipa la seconda: quale idea politica ha il centrodestra per riprendersi dopo tanta colpevole latitanza una città che sta sfuggendo di mano? Per quel che mi riguarda, boccio pienamente il modello Sala: un impasto di ingredienti incompatibili l’un l’altro, odorati con spezie che che oggi possiamo definire stucchevoli. Il sindaco green, Lgbt, il sindaco dei grattacieli, delle piste ciclabili, il sindaco manager: definizioni che si sono consolidate nella narrazione per assenza di contrasto politico netto.
Beppe Sala ha di fatto lavorato per escludere più che per includere. Al netto delle calze arcobaleno, Palazzo Marino ha alzato l’asticella della accessibilità e della vivibilità svantaggiando molte categorie di cittadini: ceto medio, operai, studenti universitari, giovani coppie, lavoratori in formazione o in tirocinio non possono abitare Milano se non per spezzoni di giornata, essenzialmente lavorativi o ricreativi. Parlate con chi fa i mercati e sentite quant’è difficile per loro accedere nelle zone adibite ai loro banchi. Parlate con le partite Iva che entrano in città per lavoro, magari si trattengono per un aperitivo, ma poi devono scappare perché il costo delle case è proibitivo. Come lo è per gli universitari e ormai per il ceto medio, un tempo polmone della città, anima dello spirito ambrosiano, diventato elitario pure quello. Parlate con le mamme di asili, elementari, zone comuni all’aria aperta…
Milano è sempre stata in grado di tenere in equilibrio l’alto e il basso, l’anima popolare e quella dei cumenda e finanche di quel fenomeno che andava sotto l’etichetta del rampantismo, degli yuppies. Tutte cose che sappiamo benissimo. Non è stato Sala a esaltare l’anima internazionale; il bolognese Lucio Dalla lo scrisse nel 1979: «Milano vicino all’Europa (…) Milano a portata di mano, ti fa una domanda in tedesco e ti risponde in siciliano», e tanti altri versi straordinari di inclusione. Tratto che, con il centrosinistra e con questo sindaco, la città ha perso.
Il tema delle case: grattacieli, affitti cari, immobili visti come affare, speculazione. Nei giorni delle Olimpiadi scendevi in metropolitana e campagne finanziate da Airbnb mettevano in chiaro le nuove regole del gioco globalista e neoliberista. Lo spirito di Milano al miglior offerente, che come arriva se ne deve andare. Ma Milano cresce con chi arriva e vorrebbe restare. I giovani che vivono la città lo fanno da forestieri, a meno che il reddito (dei genitori) non consenta certi affitti. Guardate cos’è diventato Isola, quartiere dall’anima popolare oggi nel portafoglio degli immobiliaristi. Cosa accadrà a Città Studi? Non c’è riqualificazione di Milano che non abbia dietro fondi, per lo più stranieri e magari arabi.
E la sicurezza? Hai voglia a tirar su case per le élite quando, poi ,Milano oggi è capitale di insicurezza per reati predatori, risse, regolamenti di conti tra bande di giovani (molti immigrati, i «maranza») e per violenze a malcapitati. Milano è tra le città più inquinate al mondo e, quindi, tutte le misure draconiane non sono servite a nulla. Abbiamo una rete di mezzi pubblici efficiente e importante, ma non basta aprire linee metropolitane se poi i parcheggi delle aree esterne sono sguarniti. Prendete Lampugnano: c’è un parcheggio dell’azienda milanese che necessiterebbe di un ammodernamento; e poi c’è un hub per i pullman di lunga percorrenza, un servizio che in tempi di crisi sta andando assai bene. Ecco, al mattino presto o alla sera tardi chi usa il parcheggio o deve prendere gli autobus non può fare a meno di incrociare capannelli di stranieri che si sentono padroni dell’area. Poco distante c’è San Siro.
Tutto questo è peggiorato negli anni di Sala, il cui bis poteva essere contrastato meglio se il centrodestra si fosse impegnato in un’azione seria sul territorio. Non solo con un candidato forte e credibile, ma che si regga su una politica innervata nel territorio e sostanziata a Palazzo Marino. In questi anni di opposizione doveva nascere e affermarsi una classe dirigente che contrastasse le azioni della maggioranza e non si limitasse a battaglie isolate. Io non vedo a Milano il primo pezzo di quella proposta che dovrà tentare di governare. Maurizio Lupi dice di essere disponibile: gli si riconosca il merito di essersi proposto e di aver aperto un dibattito sul profilo, cioè se un politico o un esponente della società civile. Concordo: dev’essere un politico, perché la politica non solo non deve nascondersi ma si deve pure svegliare. Basta con candidati scelti con l’affanno e, quindi, zoppi: il centrodestra milanese torni a giocare con coraggio. Che modello pensa di proporre? Che evolva quello di Sala o che ridia un’anima alla città? La politica si nutre di incontri, dibattiti, sfide tra temi: qui si vede poco. Milano non è un giochino che si esaurisce in spartizioni.









