Si aggravano le tensioni già presenti tra gli Stati Uniti e l’Europa sul dossier Groenlandia dopo che il presidente americano, Donald Trump, ha annunciato i dazi verso quei Paesi europei che «hanno messo in gioco un livello di rischio che non è sostenibile».
Che una de-escalation non sia dietro l’angolo è evidente dalle parole del tycoon. «Considerando che il vostro Paese ha deciso di non darmi il Premio Nobel per la Pace per aver fermato otto guerre in più, non mi sento più in dovere di pensare esclusivamente alla pace», ha scritto Trump in una lettera indirizzata al primo ministro della Norvegia, Jonas Gahr Store. E pur precisando che la pace «sarà sempre predominante», ha annunciato che ora penserà «a ciò che è buono e giusto per gli Stati Uniti d’America». Ha poi rincarato la dose, affermando che la Danimarca non «dovrebbe avere un diritto di proprietà» dato che «non ci sono documenti scritti». Ma, Premio Nobel a parte, Trump, in un’intervista rilasciata a Nbc news ha invitato l’Europa «a concentrarsi sulla guerra tra Russia e Ucraina» e «non sulla Groenlandia». Non si è voluto esprimere, invece, sull’eventuale uso della forza militare, rispondendo con un secco «no comment».
A prendere una posizione netta contro la linea adottata dall’amministrazione americana sono stati tre cardinali americani vicini al pontefice. Nella dichiarazione, rilanciata dall’Osservatore romano, si legge che «il ruolo morale degli Stati Uniti nell’affrontare il male nel mondo» è «sotto esame» e che «la costruzione di una pace giusta viene ridotta a categorie partigiane che incoraggiano la polarizzazione e politiche distruttive».
Certamente è prioritario per Bruxelles mantenere un canale di dialogo aperto con la Casa Bianca per scongiurare i dazi. Dunque, stando a quanto rivelato dal Financial Times, è probabile che il tycoon incontri domani a Davos alcuni leader europei, tra cui il presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen. Pare però che non ci sarà alcun faccia a faccia con i funzionari della Danimarca: secondo Bloomberg, Copenaghen non manderà alcun rappresentante al World economic forum. Però ha inviato ieri truppe aggiuntive in Groenlandia per le esercitazioni militari. A parlare della necessità di «trovare una soluzione costruttiva per andare avanti» è stato il commissario Ue all’Economia, Valdis Dombrovskis, che ha aggiunto: «Minacciare dazi non è accettabile».
Ma oltre al dialogo, Bruxelles sta pensando agli strumenti con cui rispondere a Washington. La questione è stata affrontata nella riunione del Coreper domenica, ma è stata anche sbandierata dall’Ue ieri. Il portavoce della Commissione Ue, Olof Gill, ha commentato che qualora Trump dovesse procedere con i dazi, Bruxelles «sarebbe pronta a rispondere utilizzando gli strumenti a sua disposizione e farà tutto il necessario per proteggere i suoi interessi economici».
Lo stesso è stato annunciato dall’Alto rappresentate Ue, Kaja Kallas: «L’Europa ha una serie di strumenti per proteggere i propri interessi». Le sue parole arrivano dopo l’incontro con il ministro della Difesa danese, Troels Lund Poulsen, e con il ministro degli Esteri della Groenlandia, Vivian Motzfeldt. Anche il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha visto Poulsen e Motzfeld per discutere «dell’importanza dell’Artico, inclusa la Groenlandia, per la nostra sicurezza collettiva e di come la Danimarca stia intensificando gli investimenti in capacità chiave». Nel frattempo, due dei Paesi su cui incombe la minaccia dei dazi hanno adottato un approccio diverso. Il premier britannico, Keir Starmer, ha ammesso che «il modo giusto per affrontare una situazione di questa gravità è attraverso una discussione calma tra alleati». Decisamente meno morbida è stata la linea della Francia: il ministro delle Finanze, Roland Lescure, ha invitato l’Ue a utilizzare «tutti gli strumenti che ha a disposizione» incluso quello anti-coercizione. Tra l’altro, la reazione francese si estende al Medio Oriente: l’Eliseo ha affermato che non è sua intenzione aderire al Board of peace di Gaza, visto che «suscita importanti interrogativi circa il rispetto dei principi e della struttura delle Nazioni Unite».
In attesa giovedì del vertice straordinario dei leader dell’Ue, il presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, ha voluto sottolineare la visione unanime dell’Europa: «L’Ue sta con la Danimarca e con la Groenlandia e lo fa in maniera unita e determinata». Tuttavia, a prendere le distanze è Budapest: «Consideriamo questa una questione bilaterale che può essere risolta tramite colloqui tra le due parti. Non credo che sia una questione dell’Ue», ha sentenziato il ministro degli Esteri ungherese, Peter Szijjarto. E mentre il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha reso noto che «l’Italia sta parlando a testa alta con gli Stati Uniti», c’è chi intravede nell’atteggiamento americano una minaccia per il territorio italiano. «Continuando di questo passo, a qualcuno potrebbe venire in mente di far diventare la Sicilia il 51esimo Stato americano per un controllo strategico del Mediterraneo», ha dichiarato Patto per il Nord.
Due anni e 8 mesi a Lucia Lotti: secondo il tribunale di Catania chiese aiuto ai politici per diventare procuratrice di Gela. I colleghi erano per l’assoluzione e il Consiglio superiore della magistratura la confermò come aggiunto.
La Lotti aveva scelto il rito abbreviato (che garantisce una riduzione di un terzo della pena) e rinunciato alla prescrizione, forte anche della convinzione dei pm nella sua innocenza.
Ovviamente adesso avrà la possibilità di fare valere le proprie ragioni in Corte d’Appello e, se necessario, in Cassazione, ma intanto deve incassare una condanna che in qualche modo segna una forte rottura, almeno a Catania, tra la Procura e l’ufficio dei giudici.
Il 20 dicembre 2024 il gip Luca Lorenzetti, dopo le ripetute richieste di archiviazione presentate dalla Procura, ha chiesto ai pm di formulare l’imputazione coatta per la Lotti e il suo presunto corruttore, l’ex avvocato (oggi radiato) Piero Amara, rinviato ieri a giudizio con rito ordinario (prima udienza il prossimo 13 ottobre).
Il 28 dicembre successivo, in piene vacanze natalizie, il sostituto procuratore Rocco Liguori ha dovuto elaborare di gran carriera l’imputazione per corruzione in atti giudiziari «perché in cambio della promessa, poi mantenuta, di Amara di intercedere presso l’allora componente del Consiglio superiore della magistratura Ugo Bergamo» per farla promuovere procuratrice di Gela, «la stessa Lotti, una volta nominata, con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, metteva a disposizione la sua funzione […] in favore di Amara, legale dell’Eni Spa (e successivamente allontanato dal Cane a sei zampe, ndr)», così «consentendo allo stesso di avere accesso ai fascicoli in fase di indagine, coperti da segreto investigativo, più rilevanti relativi alla raffineria di Gela». Addirittura la Lotti avrebbe consentito «di indicare i nominativi dei consulenti tecnici vicini all’avvocato Amara e comunque all’Eni, per gli incarichi che la Procura di Gela avrebbe dovuto assegnare nei procedimenti coinvolgenti la raffineria e che avrebbero potuto comportare sequestri o comunque l’interruzione dell’attività della raffineria».
In pratica la Procura riassumeva quello che aveva spiegato dettagliatamente Lorenzetti all’interno dell’articolato provvedimento di 32 pagine depositato il 20 dicembre, in cui aveva evidenziato che per stabilire l’innocenza degli imputati servisse un processo vero e proprio e aveva ricordato le contraddizioni della stessa Lotti: «Dopo avere, all’inizio, negato con forza di avere mai conosciuto e incontrato Amara, ha poi ammesso non solo l’incontro a Roma, ma anche di essersi riparata dalla pioggia insieme ad Amara con un solo ombrello».
Il gip ha anche evidenziato che sebbene l’ex legale abbia provato a negare «un rapporto di do ut des» tuttavia risulterebbe evidente come «a fronte della promessa di intercedere presso l’onorevole Saverio Romano per ottenere il voto favorevole del consigliere del Csm Ugo Bergamo e, quindi, l’unanimità per la nomina a procuratore di Gela, l’intenzione di Amara è stata fin da subito quella di assicurarsi un magistrato compiacente in una delle sedi più importanti per gli interessi di Eni». La vicenda nella sua complessità è tuttavia sfuggita al Csm che, il 20 novembre 2024, ha voluto a tutti i costi confermare la Lotti, considerata idealmente vicina alla sinistra giudiziaria (anche se la stessa ha rivendicato di non essere «mai stata iscritta a Magistratura democratica»), nella carica di procuratore aggiunto della Procura di Roma. La sinistra giudiziaria ha, invece, voluto vedere soltanto un innocuo caso di «autopromozione» venendo quindi sonoramente smentita dalle pronunce dei giudici di Catania.
Già all’epoca avevamo avuto da ridire. Infatti, avevamo criticato, e non poco, le linee guida diramate dall’ex procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi subito dopo la divulgazione delle chat di Luca Palamara, circolari che liquidavano come peccatuccio veniale l’autopromozione dei magistrati presso chi aveva potere decisionale sulle loro carriere. Nel caso della Lotti, la Quinta commissione del Csm aveva esteso la moratoria alle richieste di sponsorizzazione rivolte ai politici.
All’inizio della sua audizione presso Palazzo Bachelet una consigliera aveva introdotto così l’allora procuratrice aggiunta: «È emerso che la dottoressa Lotti si sarebbe rivolta allo stesso Amara per avere l’appoggio di Cuffaro (Totò, ex governatore della Regione Sicilia, condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, ndr) e dell’avvocato Romano per l’incarico di Procuratore di Gela».
Alla fine la Lotti, con le sue «argomentazioni ragionevoli, plausibili e coerenti», aveva convinto i consiglieri di avere «agito al solo fine di sensibilizzare la componente laica del Csm e, in particolare, un certo settore politico, in ordine alla sua domanda di tramutamento».
Dunque, per il Csm «autopromuoversi» in Parlamento per «sensibilizzare un certo settore politico» non rappresentava un problema. Al massimo era una scelta «inopportuna».
Per i giudici, invece, scopriamo adesso, questo comportamento configura la corruzione.
La Lotti nel parlamentino dei giudici aveva pure rinnegato ogni simpatia correntizia: «Io non ho mai fatto vita associativa, mai niente del genere; non sono mai stata a una riunione, forse a un congresso dell’Anm una volta. Ho sempre e solo lavorato, tanto che la mia nomina poi alla fine fu in qualche modo molto trasversale». Anche grazie, giova ricordarlo, il suo passaggio dalla Camera dei deputati.
Come fosse andata la faccenda l’aveva spiegato ai pm lo stesso ex ministro delle Politiche agricole Saverio Romano: «Mi incontrai con Amara e la Lotti, lei mi raccontò del suo curriculum e mi disse che aveva sentito che Bergamo aveva manifestato delle perplessità alla sua nomina. lo le dissi che potevo benissimo parlare con Bergamo che conoscevo bene e che le avrei fatto sapere». L’ex ministro aveva rivelato anche di aver contatto il consigliere e che «lui negò di aver manifestato perplessità sulla nomina della Lotti», tanto che l’aveva votata. Romano, a questo punto, aveva trasferito «l’informazione ad Amara e la vicenda si chiuse così».
La Lotti si era giustificata sostenendo che l’idea fosse stata di un suo amico, l’avvocato Angelo Mangione, a cui si era rivolta: «Sto vedendo che più che un’ostilità c’è una incredulità» gli avrebbe detto. E il legale avrebbe risposto così: «Guarda, c’è Saverio Romano che sta in Commissione giustizia, si occupa tra l’altro di queste cose e in questo momento stanno trattando della questione». La Lotti aveva riferito la propria risposta: «Dico: “Va bene”. Lì per lì non ho ritenuto di fare niente di clamorosamente errato». Dunque, aveva ammesso di essersi recata presso il politico di turno, ma solo per dirgli «Io esisto, ci sono, esiste questa vacanza alla Procura di Gela» (parole sue).
E, quanto al ruolo di Amara, aveva aggiunto: «Quando poi ho incontrato Saverio Romano, l’ho trovato lì». In sostanza l’ex legale non avrebbe avuto nessun ruolo da facilitatore di quell’appuntamento. Il Csm le ha creduto, i giudici siciliani no.
Eppure, prima della votazione a Palazzo Bachelet, un consigliere aveva estratto dal cilindro un altro precedente imbarazzante che riguardava la Lotti. Marco Bisogni, pm di Catania e consigliere della corrente centrista di Unicost, aveva ricordato che nella richiesta di conferma per la Lotti era stato totalmente ignorato un altro procedimento (archiviato) che la riguardava. Il fascicolo era collegato all’inchiesta che ha travolto l’imprenditore Antonello Montante, ex paladino della lotta alla mafia.
Nell’ambito dell’indagine sull’ex numero uno della Confindustria siciliana erano stati scoperti, «in una stanza occultata», documenti contenenti segnalazioni e raccomandazioni provenienti da diversi magistrati. Tra questi «una mail della Lotti a Montante nella quale la stessa sembra richiedere una segnalazione a favore di un ispettore per un concorso che in quel momento era in fase di svolgimento».
Esattamente un mese dopo quell’acceso dibattito, nel dicembre del 2024, è arrivata la richiesta di imputazione coatta del gip Lorenzetti. In essa la toga escludeva la prescrizione del reato contestato, punito con pene da sei a dodici anni di reclusione, mentre disponeva l’archiviazione per quello di rivelazione di segreto d’ufficio. Nell’autunno scorso, davanti al gup Barone, i pm non si sono scoraggiati e hanno chiesto nuovamente l’assoluzione nel rito abbreviato per la pm e il non luogo a procedere per l’ex legale. Il gup ha deciso diversamente.
L’avvocato Dario Piccioni, difensore della Lotti, «esprime il massimo sconcerto» per la condanna: «Gli atti del procedimento permettono a mio giudizio di escludere condotte illecite e da questi risalta il proficuo e costante impegno della Lotti negli otto anni da procuratore di Gela, nei quali ha affrontato con determinazione non comune i problemi di quel difficile territorio, comprese le gravi questioni ambientali e di salute pubblica collegate all’attività della raffineria Eni». Per il legale la sua assistita «ha sempre avuto fiducia nella possibilità che emergesse la piena correttezza del proprio operato e che nessun reato era stato commesso. Non a caso il pubblico ministero titolare delle indagini per ben tre volte aveva avanzato richiesta di archiviazione richiedendo di procedere per calunnia a carico di Amara, così come altro magistrato dello stesso ufficio aveva chiesto l’assoluzione piena in udienza, evidenziando ancora una volta l’inattendibilità delle dichiarazioni dello stesso». Piccioni annuncia anche che presenterà appello. E il grande accusatore? Amara sembra quasi contento per il rinvio a giudizio: «Fermo restando che umanamente mi dispiace che una persona venga condannata, mi preme rilevare che la decisione del gup di Catania è l’ennesima decisione che all’esito di un regolare processo conferma la mia credibilità nella narrazione degli accadimenti che hanno caratterizzato i miei rapporti con alcuni magistrati della giustizia ordinaria ed amministrativa italiana. Sebbene sia stato un corruttore (e per questo ho pagato la mia pena) non sono un calunniatore».
Non è stata una dichiarazione. Solo una frase lasciata cadere quasi per caso anche se in certi contesti, le parole pesano più dei documenti. Aula della Bocconi, accademia e industria che si parlano. Stefano Pontecorvo, presidente di Leonardo, guarda tra i presenti Claudio Cisilino, Executive Vice President Operations di Fincantieri, e dice: «Spero che un giorno sia pensabile che noi due ci fondiamo». Perché «questo è il secolo delle grandi potenze e per essere una grande potenza bisogna investire in Difesa. La deterrenza è il modo più economico per mantenere l’indipendenza e il modo più efficace per mantenere un posto nel mondo».
Nessun dettaglio, nessun piano, nessuna slide. Ma abbastanza per riaprire il dossier sull’integrazione tra il colosso dell’aerospazio e della difesa e il campione della cantieristica. Claudio Cisilino, top manager di Fincantieri, cui sembra rivolta la provocazione ci tiene a precisare: «Il consolidamento dell’industria europea della difesa si fa prima di tutto se si consolidano i programmi altrimenti si fanno sostanzialmente joint venture che poi rimangono delle scatole vuote». Infine ha ribadito che «Noi speriamo veramente che siano una miccia che innesti prima di tutto lo sviluppo industriale».
In questo momento l’unione tra i due campioni nazionali appare soprattutto come una suggestione. Resta il fatto che se Leonardo e Fincantieri unissero le forze, nascerebbe un gruppo da oltre 21 miliardi di ricavi, circa 40 miliardi di capitalizzazione di Borsa, un portafoglio ordini che sfiora i 72 miliardi, quasi 71 mila dipendenti. Una presenza internazionale robusta, soprattutto tra Regno Unito e Stati Uniti. Un campione europeo a tutti gli effetti, saldamente tra i primi dieci nel mondo.
Non è un’idea nuova. Come certi fiumi carsici della: scompaiono, riemergono, ma non smettono di scorrere. Leonardo - un tempo Finmeccanica - e Fincantieri si parlano da sempre. Né è venuta meno la collaborazione, come dimostra l’alleanza in Orizzonti Sistemi Navali, che vede Fincantieri al 51 per cento e Leonardo al 49 per cento. Si occupa programmi di sviluppo per fregate, unità anfibie, cacciamine. Ma un conto è un patto finalizzato a una singola operazione; ben altre complessità rivelerebbe il matrimonio tra i due gruppi. Del resto, nemmeno a livello societario la fusione appare come una passeggiata. È vero che Leonardo e Fincantieri sono entrambe a controllo pubblico, ma entrambe sono quotate in Borsa. Per Fincantieri non ci sarebbero problemi, considerato che per il 71 per cento è nel portafoglio di Cassa depositi e prestiti. Non lo stesso vale per Leonardo: il Tesoro ne detiene il 32 per cento, una quota che potrebbe essere non sufficiente ad aggregare in una assemblea straordinaria la maggioranza dei voti.
Ma anche tutto già visto. Ai tempi di Pier Francesco Guarguaglini e Giuseppe Bono, quando Finmeccanica era ancora un conglomerato onnivoro e Fincantieri un campione navale in cerca di un perimetro più largo, si era persino ragionato su una scissione-fusione: una Fin-militare e una Fin-civile. Un’operazione di ingegneria finanziaria poi accantonata. Definitivamente, si disse allora. Oggi il contesto è cambiato. Nel suo ultimo piano quinquennale Fincantieri ha chiarito di voler spingere con decisione sulla difesa. Leonardo è già un attore globale. Le tensioni geopolitiche, la corsa al riarmo europeo, la richiesta di piattaforme integrate – navi, sensori, sistemi, cyber, spazio – rendono sempre meno sostenibile la frammentazione. Non basta più essere eccellenti in un segmento: bisogna presidiare la catena del valore.
Non è un caso che il tema sia tornato anche nel dibattito politico. Giancarlo Giorgetti ha invitato a pensare a «un polo militare italiano».
Il modello francese insegna: un’offerta industriale capace di parlare al mondo intero. Non solo tecnologie di punta, ma anche prodotti di fascia media, esportabili, competitivi, appetibili oltre l’Europa e il Golfo.
In questo quadro, le parole di Pontecorvo non sono una boutade. Sono un segnale. Forse un provocazione buttata sul tavolo per vedere gli effetti. Fincantieri frena. Il matrimonio non sarebbe solo una grande operazione societaria. Sarebbero la risposta a una domanda che l’Italia si pone da anni: vogliamo davvero essere un attore industriale strategico, o preferiamo continuare a immaginarlo a voce bassa, sperando che qualcun altro lo faccia per noi? La suggestione, questa volta, somiglia molto a una possibilità. E in certi momenti della storia industriale, le possibilità contano più dei bilanci.
Lo grideranno migliaia di agricoltori stamane a Strasburgo «assaltando» la sede dell’Eurocamera sostenuti dalla voce dei trattori: «Von der Leyen vattene». Un’anteprima c’è stata ieri in tutta Italia – con particolari concentramenti nel veronese, a Roma e nel Lazio, lungo l’Adriatico – con i blocchi organizzati dal Cra (agricoltori traditi) e dal Co.api (coordinamento agricoltori e pescatori italiani). La baronessa può anche minacciare i controdazi per 90 miliardi di euro a Donald Trump, può anche mostrare i muscoli per difendere la Groenlandia, che fino a ieri per Bruxelles era «l’isola che non c’è», ma ha un problema: rischia di interpretare un’Europa che davvero non c’è. Il presidente americano, come del resto Xi Jinping e Vladimir Putin, lo sa. Torna stamani in auge un’antica attualissima battuta di Henry Kissinger: «Se devo telefonare all’Europa che numero faccio?».
Mentre il presidente della Commissione pensa di essere alla testa di un contingente anti Trump, la contestazione diventa feroce contro quell’accordo – il trattato di libero scambio col Mercosur – che lei ha firmato con due obbiettivi: fare un favore alla sua Germania e dimostrare che l’Ue non è come gli Usa, crea il più ampio libero mercato del mondo ed è ancora protagonista della globalizzazione. Domani però il Mercosur rischia di saltare: avrebbe ballato solo una novantina di ore perché il Parlamento europeo potrebbe decidere di far giudicare il comportamento della baronessa dalla Corte di giustizia e dopodomani votarle la sfiducia. Quella che stamani gli agricoltori che arrivano da Francia, Belgio, Spagna, Grecia, Polonia, Italia le grideranno in faccia scaricando tonnellate di letame per le strade dell’Alsazia. Peraltro l’Europa i dazi li mette – li sta usando come arma di pressione proprio sugli Usa, cerca d’imporli alla Cina arrivata a un surplus commerciale di 1.200 miliardi di dollari di cui 400 in Ue con un aumento del 5,5% – soprattutto al suo interno, e il Mercosur segna una frattura profonda nell’Ue. Emmanuel Macron che si agita per Trump è il primo ad opporsi alla Von der Leyen sul terreno agricolo, la Polonia – la più intransigente nel chiedere il sostegno all’Ucraina – sfiducia la Commissione sull’accordo commerciale, e così fa l’Irlanda che predica moderazione nei rapporti con l’Usa e l’Austria che mette in crisi l’asse con la Germania.
È un’Europa che si sfalda di fronte alla protesta degli agricoltori. I cantori dell’Ue si sforzano di dire che il Mercosur è una grande opportunità – lo ha fatto ieri il Corriere con Milena Gabanelli – ma raccontano solo un pezzo di verità. I numeri certificano come Ursula von der Leyen abbia lavorato alla distruzione della sovranità alimentare del continente in dispregio della Pac – fu la prima delle politiche comuni – che lei voleva ulteriormente tagliare e che invece avrebbe bisogno di una radicale riforma visto che ai 23 milioni di piccole imprese dell’Ue arrivano solo le briciole. I dati delle importazioni agroalimentari in Europa sono una sentenza. Nei primi dieci mesi del 2025 sono aumentate di 15,5 miliardi di euro (più 11%) peggiorando di quasi 13 miliardi il saldo. Dal Mercosur abbiamo comprato il 14% del totale, è il nostro secondo fornitore dopo il vicino Oriente, Turchia compresa.
Altre cifre raccontano che l’agricoltura è stata sacrificata sull’altare dell’industria tedesca: la Germania esporta verso il Mercosur per 15 miliardi di euro con una crescita del 40% nell’ultimo decennio. A Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay i tedeschi vendono auto, meccanica e chimica che sono oltre il 70% del totale delle esportazioni. In compenso arriveranno senza controlli e a prezzi di dumping 3 milioni di tonnellate di carne di manzo e di pollo dagli allevamenti dove si usano antibiotici vietati in Europa, 600.000 tonnellate di riso coltivato con l’uso di pesticidi proibiti in Ue (il potenziale di coltivazione è sei volte quello europeo), oltre a 180.000 tonnellate di zucchero prodotto anche attraverso lo sfruttamento dei lavoratori. Ma che gli fa, l’importante è che la baronessa sia contenta.
Fino a domani che avrà un alba di tensione per la contestazione degli agricoltori con Coldiretti in testa, ma anche per il voto del Parlamento. Sono 145 gli eurodeputati di Ppe, S&D, Renew, Verdi e The Left che hanno presentato la mozione che chiede alla Corte di giustizia di verificare la compatibilità dell’accordo con i trattati Ue. Fatti i conti, visto che tutti i francesi e tutti i polacchi votano per bloccare il Mercosur, il rinvio ai giudici è sulla carta maggioranza anche perché almeno 50 popolari votano contro il Mercosur. Per questo ieri la Von der Layen ha fatto una riunione «riservata» dei popolari minacciando: «Se il Mercosur fallisce, possiamo dimenticarci l’Ue come attore globale». Il Ppe da sempre si proclama il partito degli agricoltori e per evitare di essere smascherato sembra che chiederà il voto segreto. Tuttavia l’insoddisfazione dei contadini – come fa notare Ettore Prandini, presidente di Coldiretti – non è solo per il Mercosur; è la mancanza dei controlli doganali, dell’etichetta di origine, è il denominare i prodotti come europei in base all’ultima lavorazione, è la mancanza di clausole di reciprocità, ma soprattutto è «l’aver emarginato l’agricoltura scegliendo di finanziare le armi, svendendo come merce diplomatica la sovranità alimentare e questo riguarda tutta la politica di questa Commissione». Dopodomani c’è un altro voto: la sfiducia alla Von der Layen. Lo hanno promosso i francesi di Jordan Bardella, ma il consenso è ampio e divide anche gli schieramenti italiani: 5 stelle, Lega e Avs da una parte, Pdi, Forza Italia e Fdi a sostegno della baronessa. C’è il rischio concreto che vi sia una inedita saldatura: estrema destra ed estrema sinistra più i vari sovranismi per mandare a casa questa Commissione. Per questo Ursula von der Leyen ha fretta di menare le mani; non sa se può dire, come invece l’americana Rossella Hoara di Via col vento, «domani è un altro giorno».










