Nel cuore del centro storico di Genova, ieri, don Carlo Parodi, prete notissimo nei caruggi per il suo impegno anche sociale, ha deciso di aprire una finestra sul referendum sulla giustizia durante la messa. E lo ha fatto chiamando all’altare un pm di lungo corso della Procura di Genova, Francesco Paolo Cardona Albini, noto alle cronache per avere rappresentato l’accusa durante il processo per i fatti della scuola Diaz, durante il G8. Il siparietto si è svolto tra le navate della bellissima chiesa di San Donato, un gioiello di arte romanica con un originale campanile ottagonale. Un parrocchiano, al termine della funzione, si è sfogato con una nostra fonte, sostenendo che don Carlo avesse organizzato una predica per il No al referendum.
Nella foto che abbiamo ricevuto si vede il prete con a fianco Cardona Albini. Un’immagine che fa a pugni con la riconosciuta riservatezza del sostituto procuratore. Ma, evidentemente il magistrato non è riuscito a dire di no a don Carlo, un prete con cinquant’anni di onorato sacerdozio alle spalle.
Contattato dalla Verità, il parroco ha tagliato corto: «La sua fonte le ha riferito male. Ho chiesto io a Cardona di spiegare ai fedeli che cosa si vuol fare con questo referendum e lui l’ha spiegato e non si è schierato né per il Sì, né per il No. Sia chiaro». Quindi ha aggiunto: «Se domani mattina vedo sul giornale cose diverse da quelle che ho detto, io denuncio. Ho tutta la chiesa che può testimoniare su quello che le ho spiegato». Evidentemente per don Carlo è normale chiamare sull’altare, durante la messa, un pm a parlare del referendum. Ma che cosa ha raccontato esattamente il magistrato ai fedeli? «Ha riferito qual è adesso la situazione dei giudici e ciò che propone il referendum, ha parlato dei tre super consigli (in realtà il referendum introduce due Csm e un’Alta Corte disciplinare, ndr) e dell’estrazione a sorte. Ma non ha dato giudizi. Io ho concluso invitando tutti ad andare a votare. Quindi credo di aver fatto una cosa civica. Ho detto: “Siamo anche cittadini e dobbiamo parlarci come cittadini”. Ma l’ho fatto al termine, fuori della messa e ho chiesto, come detto, a Cardona di spiegarci il perché di questo referendum e lui l’ha fatto. Ma, lo ribadisco, non si è schierato né per il Sì, né per il No».
Intanto un altro appello alla partecipazione al voto referendario arriva dai missionari Comboniani della Provincia italiana. «Andiamo a votare» scrivono in un volantino. Per i missionari, «la partecipazione al voto non è un semplice diritto civile: è un dovere e un atto di responsabilità verso la comunità». La Costituzione viene definita «un patrimonio da custodire». C’è un riferimento alla «conservazione dell’assetto costituzionale attuale», le cui ragioni, ritengono i comboniani, sarebbero «molto più solide e convincenti di quelle a sostegno della riforma proposta». L’invito finale è esplicito: «Invitiamo a votare No perché questa riforma rischia di indebolire quei meccanismi di equilibrio e controllo che la Costituzione ha sapientemente costruito per garantire davvero la giustizia e il bene di tutti e tutte, specialmente dei più fragili». Solo pochi giorni fa un appello simile era partito dalla rivista dei gesuiti italiani Aggiornamenti sociali. L'invito era a difendere l’equilibrio istituzionale previsto dalla Carta costituzionale.
Il fronte era stato aperto a fine gennaio dall'appello al voto del cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza episcopale italiana, con una frase abbastanza esplicita: «C’è un equilibrio tra poteri dello Stato che i costituenti hanno lasciato come preziosa eredità da preservare».
A questo punto, l’ultima speranza a cui aggrapparsi rimane la politica. Il Tribunale dei minori dell’Aquila, con tutta evidenza, non ha alcuna intenzione di dialogare con la famiglia nel bosco e così tutte le istituzioni coinvolte in questa assurda vicenda. L’ultimo provvedimento con cui il giudice ha decretato l’allontanamento dei bambini dei Trevallion da mamma Catherine è il segno evidente e indelebile di una chiusura totale.
I toni utilizzati nell’ordinanza sono durissimi, puntano a descrivere la donna come ostile e fanatica. Sembra quasi che lo scopo di certe affermazioni sia quello di gettare zizzania fra i genitori e, forse, non è un caso che da un paio di giorni circolino sui giornali strane ricostruzioni riguardanti presunte liti fra i coniugi o addirittura un possibile affidamento esclusivo dei bambini al padre. Di fronte a tutto ciò è davvero difficile pensare che il tribunale possa rivedere le sue posizioni o riconsiderare i suoi provvedimenti senza qualche tipo di pressione esterna.
Una pressione che può arrivare soltanto dall’opinione pubblica e, appunto, dalla politica. E per fortuna sembra che qualcosa di importante abbia iniziato a muoversi. Parlando con La Verità, Matteo Salvini sembra cogliere il diffusissimo malumore popolare che da settimane monta attorno a questa vicenda. «Prima hanno portato via tre bambini e una mamma alla loro casa, lasciando solo il papà, adesso dividono i bambini dalla madre. Qui mi sembra si stia esagerando. Molti esperti, a partire dall’Autorità garante per l’infanzia, oltre che grandissima parte dell’opinione pubblica, fanno enorme fatica a comprendere l’accanimento verso una famiglia che certamente non contemplava violenze o abusi», dice il leader leghista. Che coglie il punto della questione: «È come se i magistrati non volessero ammettere errori o forzature. Ci auguriamo vivamente non sia così: il loro ruolo non può e non deve contemplare reazioni arroganti o permalose, e qui c’è in gioco il destino di una famiglia».
La sensazione, molto concreta, è che da settimane il tribunale aquilano e le varie istituzioni coinvolte nel caso della famiglia nel bosco si siano irrigidite su posizioni auto difensive, anche a costo di far passare in secondo piano il benessere dei bambini Trevallion. «Anziché trovare una soluzione, è evidente che questa vicenda si stia addirittura complicando», continua Salvini. «E trovo insopportabile l’ipocrisia di chi prova a difendere queste scelte che appaiono sproporzionate e irragionevoli, quando ci sono migliaia di casi in Italia di famiglie rom che vivono in condizioni igienico sanitarie ben peggiori, senza scolarizzazione e in un ambiente troppo spesso caratterizzato da violenze e illegalità. Ma per i rom i giudici e gli assistenti sociali sembrano meno solerti. La magistratura spero sia equilibrata: va bene che il referendum sulla giustizia potrà spazzare via le correnti e un sistema di potere che non funziona e non fa bene alla democrazia, ma conto che queste ansie non ricadano su tre bambini innocenti e sui loro genitori». Il leader della Lega ha deciso di prendere di petto la questione. «Sono determinato a chiedere, già nelle prossime ore, un incontro al Garante dell’infanzia nazionale e a quello della regione Abruzzo», annuncia. «Altro che festa della donna e festa della mamma, qui ci sono persone senza cuore e senza anima che fanno soffrire mamme e bambini».
Salvini fa sapere anche, tramite nota della Lega, di essere intenzionato a scendere in Abruzzo con l’obiettivo di «fare tutto il possibile perché i bimbi, dopo mesi di allontanamento forzato dalla loro casa e dai loro genitori, vengano dissequestrati e la famiglia possa tornare a vivere insieme».
Ieri sera sulla vicenda è intervenuta anche Giorgia Meloni, in una lunga intervista concessa a Mario Giordano a Fuori dal coro. «A me il caso della famiglia nel bosco lascia senza parole», ha detto il presidente del Consiglio. «Si era deciso di affidare ai servizi sociali questi tre bambini che vivano con i genitori nella natura, ma almeno stavano con la madre. Adesso si è deciso di allontanare la madre dalla struttura protetta. E penso che questa non sia una decisione che fa stare meglio questi bambini. Penso, anzi, che infligga loro un altro pesantissimo trauma. E noi dobbiamo assistere inermi a queste decisioni che sono secondo me figlie anche di letture ideologiche. Lo Stato», ha ribadito Meloni, «non ti può togliere i figli perché non condivide il tuo stile di vita, tra l’altro quando nulla si dice a chi i figli li fa vivere nel degrado - penso ai campi rom - o li manda ad accattonare o a rubare. E nessuno può fare nulla». Al di là della valutazione sulla vicenda, però, il presidente del Consiglio ha dato una notizia importante: ha annunciato che «il ministro Nordio sta mandando una ispezione» al tribunale dell’Aquila. A quanto pare, dunque, verrà finalmente preso un provvedimento molto atteso da quanti, in queste settimane, hanno assistito con sgomento alle decisioni dei giudici riguardo ai Trevallion. La politica, dunque, offre l’ultima speranza: la visita di Salvini, l’ispezione che Nordio sta approntando. Vedremo se serviranno a riportare un minimo di buonsenso tra le istituzioni abruzzesi.
L’attacco israelo-americano contro l’Iran ha innescato la reazione piccata della Corea del Nord. Ma, al di là della retorica, qual è la vera posizione di Pyongyang su questo dossier?
A prima vista, la condanna del regime di Kim Jong-un sembrerebbe inappellabile. Il governo nordcoreano ha detto che l’offensiva israelo-americana contro Teheran “costituisce un atto di aggressione del tutto illegale e la forma più vile di violazione della sovranità nella sua natura”. Non bisogna del resto trascurare che, nel 2024, Pyongyang inviò in Iran una propria delegazione: il che fece sospettare che, al di là della volontà di diminuire l’isolamento internazionale, Kim Jong-un puntasse a una cooperazione in materia di energia nucleare.
Tuttavia, bisogna fare attenzione. Come recentemente sottolineato da The Diplomat, sia Pyongyang the Teheran hanno sostenuto la Russia contro l’Ucraina, fornendo a Mosca del materiale bellico. Adesso, impegnata con l’attacco israelo-americano, la Repubblica islamica non è più in grado di svolgere questa funzione: il che rappresenta una buona notizia per la Corea del Nord, che ha così eliminato la concorrenza degli ayatollah, rendendosi ancora più centrale per il Cremlino.
Tra l’altro, Mosca ha firmato due trattati con entrambi i Paesi: uno, nel 2024, con la Corea del Nord, e un altro, l’anno scorso, con l’Iran. Ebbene, soltanto il primo prevede che la Russia debba intervenire militarmente al fianco della controparte, qualora quest’ultima subisse un attacco militare. Resta comunque il fatto che né in Venezuela né in Iran Mosca, impegnata nel fronte ucraino dal 2022, si sia granché data da fare per assistere gli storici alleati contro Washington. Il che potrebbe spingere Kim Jong-un a dubitare del sostegno concreto del Cremlino in caso di necessità.
Infine, ma non meno importante, resta sospesa un’incognita sul futuro degli eventuali colloqui nucleari tra Pyongyang e Washington. È ormai chiaro il ricorso dell’amministrazione Trump alla diplomazia coercitiva. Quando la Casa Bianca metterà sotto i riflettori la Corea del Nord, Kim potrebbe avere difficoltà a trovare adeguata copertura non solo dalla Russia ma anche dalla Cina. D’altronde, al netto delle dichiarazioni di facciata, non è che i rapporti tra Pechino e Pyongyang siano attualmente idilliaci. Insomma, la crisi iraniana risulta ambivalente per il regime nordcoreano: gli sta aprendo delle opportunità, è vero, ma anche degli scenari non poco preoccupanti.
Il 9 marzo 1976 una cabina si schiantò per la rottura della fune portante causando 42 vittime ed una sola superstite. L'incidente fu causato da negligenza e imperizia degli addetti. È ancora oggi il disastro funiviario più grave del mondo.
Iniziava a fare buio quel martedì 9 marzo 1976 sulle piste da sci dell’alpe Cermis di Cavalese e la funivia che collegava la località sciistica trentina si preparava alla penultima corsa della giornata. C’era coda per il rientro tra i tanti sciatori di quel giorno di fine inverno, per la mancanza di neve sulla pista di rientro. La cabina, caricata oltre la capienza, si mosse dai 2.000 metri dell’alpe Cermis per raggiungere senza intoppi la stazione intermedia di Doss dei Laresi. Dopo il trasbordo, la cabina che percorreva l’ultimo tratto fino al paese si riempì nuovamente oltre il limite, con 43 persone a bordo al posto delle 41 previste. Alle 17:20, la tragedia. Poco sopra la stazione di valle, appena superato l’ultimo pilone, i testimoni videro la vettura rossa arrestarsi di colpo. Poi, circa un minuto dopo, riprendere la corsa lentamente per qualche secondo ed improvvisamente impennarsi e scivolare all’indietro, accompagnata da un forte boato, per schiantarsi dopo un volo di oltre 100 metri nel vuoto su una radura in località Salanzada. Per i primi soccorritori la scena fu terrificante. Sei corpi sbalzati sul terreno, gli altri aggrovigliati nelle lamiere contorte della cabina, schiacciata dalla caduta e dal pesante carrello. Tra le vittime bambini e adolescenti in settimana bianca, italiani e stranieri, molti dei quali morti dopo l’agonia. Un giovane passeggero, il 19enne bergamasco Daniele Rota, respira ancora e viene caricato su un elicottero, ma arriverà all’ospedale di Trento senza vita. Si salva solo la 14enne Alessandra Piovesana, milanese studentessa del liceo Carducci, in vacanza con la classe. I corpi delle vittime l’avevano protetta e nonostante le gravi fratture a gambe e bacino, sopravviverà. Il bilancio di 42 morti segnò un tragico record, ancora oggi imbattuto: quello della sciagura con più vittime nella storia mondiale degli incidenti sugli impianti a fune. Altri due compagni di Alessandra non sopravvissero, Francesca Alano e Giovanni Diamanti Lelli, con lei nella cabina precipitata. Tra le vittime straniere, 21 tedeschi, 7 austriaci e un francese. Gli italiani morti furono 11, tra cui un’intera famiglia di Venezia.
Lo choc fu fortissimo in tutta Italia. Le cause della tragedia, tutt’altro che chiare. La caduta della cabina era avvenuta a causa della rottura della fune portante (la più robusta delle due presenti) ma il motivo risultava incomprensibile, mentre i tecnici si interrogavano in cerca della verità. Addirittura i media austriaci e tedeschi parlarono di guasti, difetti di manutenzione e persino di un attentato (per una presunta esplosione, rivelatasi in seguito dovuta al colpo causato dalla improvvisa rottura della portante). L'impianto tuttavia era relativamente nuovo, all'epoca aveva solamente 10 anni di esercizio alle spalle e le manutenzioni erano state eseguite regolarmente. La verità emerse nei mesi successivi, grazie al lavoro degli inquirenti e alle confessioni del manovratore di stazione, Carlo Schweizer. La causa dell’incidente fu tutta umana e mise in luce una gravissima negligenza nell’esercizio della funivia. Quel pomeriggio di 50 anni fa, gli addetti all’impianto avevano fretta di smaltire la lunga coda che andava formandosi a fine servizio. Oltre ad aver caricato due passeggeri in più del consentito, fecero scendere la cabina alla massima velocità di 10 m/secondo, disattivando il sistema automatico di rallentamento in prossimità dei piloni. La velocità sostenuta e le oscillazioni dei due cavi in prossimità dei sostegni generarono l’accavallamento della fune traente su quella portante, che fece scattare il dispositivo di arresto automatico dell’impianto come previsto in questi casi. Il dolo avvenne per una sciagurata volontà di far ripartire la funivia in tempi rapidi da parte dei due capiservizio Renato Chisté e Aldo Gianmoena, del tecnico responsabile Arturo Tanesini e dello stesso Schweizer, esecutore materiale della manovra che causò la caduta della cabina. Per mezzo di una chiave (che normalmente avrebbe dovuto essere sigillata ma che veniva usata ugualmente), l’addetto disinnescò il sistema di emergenza entrato in funzione per l’accavallamento delle funi e fece ripartire la cabina verso valle. Pochi istanti dopo la traente, per il forte attrito, tranciò la robusta portante con il cosiddetto «effetto sega», lasciando precipitare la cabina nell’abisso.
Il 17 dicembre 1976 Alessandra Piovesana, ancora con le stampelle, compariva in tribunale a Trento per deporre la sua testimonianza. Il racconto coincideva con quanto i periti sospettavano: l’impianto era ripartito dopo il disinserimento del sistema di sicurezza. Le colpe erano accertate, le pene furono alla fine lievi (3 anni e mezzo a tutti gli imputati ed emerse che Schweizer era sprovvisto del patentino di idoneità).
Ma la pace per la funivia del Cermis finirà ancora bruscamente 22 anni dopo la tragedia del 1976. Praticamente nello stesso tratto del primo incidente, un’altra cabina in discesa precipitò poco prima dell’arrivo a Cavalese. Il 3 febbraio 1998 fu un caccia americano a tranciare le funi dell’impianto, causando altri 20 morti.
Ed il 23 maggio 2021, su un impianto simile a quello del Cermis, un altra terribile sciagura. Sulla funivia Stresa-Alpino-Mottarone, a causa della rottura questa volta del cavo traente con l'atto doloso da parte del personale addetto di avere disattivato il freno di emergenza sulla portante, perirono 14 persone. Anche in questo caso, ci fu un solo superstite: il piccolo Eitan Biran. Proprio come accadde ad Alessandra Piovesana mezzo secolo fa.














