I numeri sono lo specchio dei fatti e i numeri dimostrano che le ricette del governo Meloni, con Matteo Piantedosi ministro dell’Interno, funzionano: diminuzione degli sbarchi, gestione virtuosa dei rimpatri e riduzione delle tragedie in mare. Per questo mi sorprende che quando le cose funzionano non le sanno comunicare; ci torneremo.
Puntelliamo i numeri e guardiamoli in grafica: il colpo d’occhio dice già tutto. Nel 2023 ne arrivano 157.651: sarà il numero più alto sotto questo esecutivo, che arriva sul trend crescente dei governi Conte 2 e Draghi. Il governo 5 stelle-Pd e sinistra varia - fatto salvo ovviamente il periodo del Covid quando tutto il mondo era bloccato - registra 34.154 sbarchi, che quasi raddoppieranno dodici mesi dopo (67.477 nel 2021) e lieviteranno nel 2022 (105.131) nel periodo del governo Draghi, sempre con l’ex prefetto Luciana Lamorgese al Viminale. Cambio di governo e al timone dell’Interno debutta Matteo Piantedosi, già capo di gabinetto di Matteo Salvini nel governo gialloverde del 2018: questo fatto non è un dato secondario perché è proprio in quell’anno che il decisionismo politico del leghista e la preparazione del suo braccio operativo fissano il numero record di sbarchi minimi: 11.471.
Piantedosi, quindi, sa come invertire la macchina del controllo e si mette immediatamente pancia a terra; la ricetta funziona, il trend dopo il primo anno cambia segnale e curva (come evidenzia anche il grafico), portando il dato degli sbarchi nel 2024 a 66.617 e nel 2025 a 66.316. Nei primi mesi del 2026 siamo a 8.304. Insomma, numeri importanti che confermano che quando il centrodestra governa il Viminale le cose funzionano (includo l’esperienza coi 5 stelle). Guardate il grafico e soffermatevi sugli anni del governo Renzi; tanto basta per farsi prendere un colpo: 170.100 sbarchi nel 2014; 153.842 nel 2015; 181.436 nel 2016. Come mai?
Una delle risposte è che l’attuale leader di Italia viva aveva preso tutti i soldi possibili dall’Europa per le politiche di accoglienza (anche se poi, anche con quella riserva di cassa, costruì il mito degli 80 euro), portando così sul nostro Paese il record di migranti e l’esigenza di hotspot. La solfa cambia - va ammesso - con Marco Minniti ministro dell’Interno del governo Gentiloni: 119.369 nel 2017 e 23.370 nel 2018, anno della staffetta Minniti/Salvini, il quale - attraverso Piantedosi - non disperde il lavoro del predecessore, anzi lo valorizza al contrario di quel che fecero il centrosinistra che arrivò a scaricare Minniti per essere troppo duro.
Il grafico poi dice altro. Se sulle ordinate sono sistemati i numeri relativi agli sbarchi, sulle ascisse ci sono i numeri dei rimpatri e le percentuali relative ai rimpatri rispetto agli sbarchi. Anche qui vediamo che le performance del governo Meloni sono assolutamente positive, tanto più rispetto alle esperienze passate. Vediamole nello specifico, ricordando che il primo anno dell’esecutivo Meloni risente del trend del Conte II e del Draghi. Partiamo nel 2023 con 4.796 rimpatri nel primo anno e una percentuale rimpatri/sbarchi del 3% e arriviamo nell’anno in corso (dati fino al 26 aprile) con 2.687 rimpatri e una percentuale del 32,4%.
Chi analizza i dati rivedrà dati pessimi nel governo Renzi, dati ottimi nel gialloverde con Salvini ministro e Piantedosi capo di gabinetto, con il famoso pugno di ferro sugli sbarchi anche verso le Ong - nel pieno rispetto della legalità come stabilito dagli stessi giudici - sufficiente per tenere alla larga i barconi, cioè i trafficanti di morte. Questo passaggio è fondamentale per il secondo punto del nostro ragionamento.
Contenere gli sbarchi e tenere ben in funzione la macchina dei rimpatri serve per ridurre le tragedie in mare e quindi i morti nel Mediterraneo. Sono ancora una volta i dati a darci una indicazione: proporzionalmente, con la diminuzione degli sbarchi, abbiamo una riduzione sensibile dei morti e dei dispersi. E infatti negli ultimi tre anni (quello in corso non viene riportato) abbiamo 2.526 morti su 157.651 sbarchi nel 2023; 1.810 morti su 66.617 sbarchi nel 2024; 1.330 morti su 66.316 nel 2025. Questi numeri ci consentono alcune riflessioni politiche: insistere nel contrasto alla immigrazione irregolare è un duro colpo per i trafficanti di esseri umani che scorrazzano nel Mediterraneo, pertanto, quando capiscono che le maglie si restringono, cercano nuove rotte.
Lo stesso contrasto è anche la leva giusta per salvare vite umane proprio per la restrizione del bacino dei partenti; questo va detto perché negli anni in cui le Ong si sentivano libere di interpretare la loro missione, i mercanti di esseri umani incrementavano il loro business, gli sbarchi aumentavano e, purtroppo, le tragedie erano più frequenti. Le politiche migratorie non le fanno le Ong ma i governi.
I numeri sono favorevoli al governo Meloni e all’azione di PIantedosi tanto che. se la magistratura non si fosse messa di traverso sul centro in Albania, oggi avremmo una condizione ancor migliore. L’avvocato della Corte Ue si è recentemente espresso sui centri riconoscendo al governo italiano lo spazio di agibilità politica, come a dire che quei siti non confliggono con le normative europee: intanto, certe azioni della magistratura hanno rallentato le azioni di contrasto. Ora speriamo che la decisione della Corte Ue arrivi presto e stabilisca una linea giurisprudenziale anche in Italia.
Infine, un ultimo aspetto: non capisco perché il governo Meloni non sia in grado di comunicare i risultati del contrasto all’immigrazione e si faccia soffocare dalle opposizioni. Sembra che siano campioni dell’annuncio e poi l’entusiasmo si spenga quando l’obiettivo è centrato.
Donald Trump ha annunciato un aumento dei dazi sulle auto e sui camion europei esportati negli Stati Uniti dal 15 al 25%. La misura dovrebbe entrare in vigore la prossima settimana e non si applicherà ai veicoli prodotti negli stabilimenti americani. La decisione arriva dopo mesi di tensioni sull’accordo commerciale raggiunto lo scorso anno in Scozia tra Trump e Ursula von der Leyen.
Quel compromesso prevedeva un tetto del 15% sui dazi americani applicati alla maggior parte delle esportazioni europee verso gli Stati Uniti. In cambio, l’Unione si era impegnata ad azzerare i propri dazi sui beni industriali americani e su alcuni prodotti agricoli. In più, l’Ue avrebbe dovuto fare enormi acquisti di energia ed eliminare una serie di barriere non tariffarie, come norme, standard, regolamenti e obblighi amministrativi che, pur non essendo dazi, possono rendere più difficile o costoso esportare. Un esempio è la regolazione europea sulle emissioni di metano.
Il punto è che quell’accordo non è stato ancora definitivamente attuato. Secondo Washington, Bruxelles non ha rispettato i tempi e gli impegni presi. Stando alla Commissione Ue, invece, l’Unione sta procedendo secondo le normali procedure legislative. Ma anche le ricostruzioni che ieri ne hanno fatto organi di informazione come Financial Times e Bloomberg confermano che l’iter europeo è stato rallentato e condizionato da una serie di passaggi politici interni.
Il Parlamento europeo ha avviato l’iter legislativo dando un via libera politico, ma introducendo condizioni e clausole di salvaguardia, tra cui la possibilità di sospendere l’intesa in caso di nuovi dazi americani e una scadenza temporale al marzo 2028. Il processo è stato più volte rallentato e rinviato, sia dopo la decisione della Corte Suprema americana di annullare i dazi del Liberation day, sia perché l’Ue ha utilizzato l’accordo come leva politica per rispondere alle pretese di Trump sulla Groenlandia. L’iter europeo non è concluso, perché oltre al via libera del Parlamento serve l’approvazione degli Stati membri in sede di Consiglio Ue, insieme alla traduzione dell’accordo in norme operative applicabili alle dogane e alle imprese.
Ora Bruxelles accusa Trump di inaffidabilità, ma al tempo stesso ammette che l’applicazione dell’accordo commerciale è stata frenata per ragioni estranee al contenuto dell’intesa sui dazi. È vero che la Groenlandia è legata alla Danimarca, ma non è un capitolo tecnico dell’accordo commerciale tra Usa e Ue. Inserirla di fatto nel processo di ratifica ha trasformato un’intesa economica già fragile in un terreno di scontro politico più ampio. Trump ha certamente scelto una risposta dura e dannosa e nessuno può esserne felice. Il rialzo al 25% colpisce direttamente l’industria automobilistica europea, in particolare quella tedesca. Secondo l’Istituto di Kiel, l’impatto per la Germania potrebbe arrivare a circa 15 miliardi di euro di perdita di output, con effetti fino a 30 miliardi nel lungo periodo. Anche Italia, Slovacchia e Svezia rischiano ricadute, perché integrate nelle catene di fornitura dell’auto europea.
La Vda, la potente associazione dell’industria automobilistica tedesca, ha chiesto ieri una de-escalation immediata e ha invitato l’Ue a ratificare finalmente la propria parte dell’accordo, il che rappresenta un dato politico importante. Non sono solo gli Usa a lamentare l’inerzia europea, ma anche una parte dell’industria europea chiede a Bruxelles di chiudere il dossier.
Va detto che il quadro è aggravato dalla disputa in corso sui dazi americani su acciaio e alluminio. Gli Stati Uniti hanno mantenuto dazi elevati, fino al 50%, e hanno esteso il perimetro a molti prodotti contenenti metalli. L’Ue sostiene che questa scelta ha già violato lo spirito dell’accordo. Washington ha poi proposto modifiche tecniche al calcolo dei dazi, ma Germania e Francia le hanno giudicate insufficienti o peggiorative per una parte dei prodotti coinvolti.
Dunque, la mossa americana di venerdì non nasce nel vuoto. Proviene da un accordo che Von der Leyen in persona aveva accettato, da impegni che dovevano essere tradotti in atti concreti e da un processo europeo rallentato da condizioni, emendamenti e dispute politiche collaterali. Bruxelles ora risponde accusando Trump di arbitrarietà e qualcuno invoca contromisure. Ma la scansione dei tempi mostra che l’Unione ha contribuito a creare lo spazio politico per questa escalation. Prima ha accettato un accordo sbilanciato per evitare una rottura commerciale più ampia, poi ha esitato nell’applicarlo, anche per ragioni politiche esterne al perimetro tariffario.
Il risultato è che i Paesi europei hanno affidato il negoziato a chi prima ha accettato in tutta fretta un’intesa con l’idea di limitare comunque l’import dagli Usa e poi, non avendo chiuso rapidamente la propria parte, si espone ora a un aumento al 25% sulle auto, uno dei settori più sensibili per Germania e filiere collegate.
Il rialzo al 25% è una scelta dannosa per l’Europa, ma attribuirla solo all’imprevedibilità americana cancella una parte essenziale dei fatti. L’inerzia europea, le condizioni introdotte dal Parlamento, il collegamento politico con la Groenlandia e il mancato completamento dell’accordo hanno offerto a Trump l’argomento per accelerare la conclusione di un negoziato che da troppo tempo si trascina.
Sembra quasi di sentire il ticchettio delle lancette di un coro immaginario di orologi che, nei secoli, hanno racchiuso in un unicum arti e conoscenze umane: astronomia, matematica, pittura, cesellatura, oreficeria, astrologia, incisione... E materiali preziosi: oro, argento, titanio, platino… È il coro della maestria orologiaia che, in oltre 500 anni, marchia di bellezza e cultura la sua Capitale, Ginevra. L’orologio: simbolo del tempo, che l’uomo ha voluto misurare per evitare la dissolvenza, per dare ordine, per preservare la memoria.
L’azzurra Ginevra, incisa dal fiume Rodano e riflessa sull’omonimo lago (detto anche Lemano), è la «Piccola Parigi» elvetica. La Rive gauche è sinonimo di Vieille Ville: antica, compatta, marchiata dallo storico quartiere Carouge ricco di botteghe, fontane, impreziosita da palazzi gotici e barocchi, dominata dalla Cathédrale de St.-Pierre. Sulla Rive droite si stagliano edifici moderni firmati spesso da architetti blasonati e spesso sedi di musei e organizzazioni di prestigio internazionale come la Croce rossa, le Nazioni Unite, l’Oms. La verde Ginevra vanta oltre 50 parchi, circa 310 ettari, superlativi in questo periodo. Per esempio, Parc des Eaux Vives e rododendri in fiore; Jardin Anglais e vista sul Jet d’eau, fontana con getto d’acqua alto 140 metri; Parc des Bastions e la scacchiera gigante; Jardin Anglais e l’aiuola con 6.500 fiori a forma di quadrante con lancette (quella dei secondi è lunga 2,5 metri). Ecco, Ginevra e gli orologi. Una splendida ossessione. Un vivido, illuminante itinerario storico, culturale, pratico nell’inarrivabile universo dell’orologeria ginevrina? Le 175 pagine fresche di stampa che compongono la «Geneva watchmaking guide», un’inedita guida a cura della Fondation Genève tourisme et Congrès; congrès e della Fondation de la haute horlogerie (30 Chf, acquistabile online o presso l’ente turismo e altri indirizzi cittadini).
Perfino i ristoranti parlano di quest’arte plurisecolare. Ne è esempio lo stellato F.P. Journe Le Restaurant, nella centrale rue de Rhone. I proprietari: lo chef D. Gauthier; il maestro orologiaio F. P. Journe con la passione per i vini d’autore. Ognuno lascia il proprio segno: in cucina, quello del primo, con piatti e ingredienti locali di tradizione venati da ispirazioni mediterraneo-thailandesi; quello del secondo nella cantina inarrivabile e nell’ambiente. È come trovarsi dentro un orologio. Ogni tavolo porta il nome di un maitre horologier e, per dire, i segnatempo alle pareti sono assemblati con componenti trovati negli storici laboratori cittadini. Le cioccolaterie artigianali rispondono alla ristorazione d’autore con deliziosi prodotti a forma di quadrante. Anch’essi d’autore. Appena fuori città, a Genthod, paesaggio tra verde e montagne, sorge Franck Muller Manufacture (per tutti, Watchland), sinonimo di capolavori. In quattro ville-laboratori-musei viventi, edificati a fine anni Novanta nello stesso stile della dimora originaria del 1905, si abbracciano, impegnando i cinque sensi, tutte le fasi realizzative della manifattura Muller, tra le più sofisticate al mondo (i modelli tourbillon, meccanismo di compensazione gravitazionale di precisione inventato nel Settecento, è stato perfezionato da Muller nel 1983).
In città, sulla Rive gauche, risponde da un palazzo-ex fabbrica, il Musée Patek Philippe dell’omonima maison, un contenitore-salotto a più piani con oltre 2.500 esemplari dal Cinquecento in poi: il meglio assoluto dell’arte che misura il tempo. In più, una biblioteca tematica con 8.000 volumi. Lo affianca e completa il Musée d’art et d’histoire, un excursus nei millenni e nelle grandi civiltà, sintetizzato in 650.000 opere su 7.000 mq in un edificio di pregio. Al pianoterra, Le Barocco restaurant, in questa stagione anche con tavoli nel cortile museale. Un’alternativa informale, moderna, affacciata sul lago, gustosi piatti unici con materie prime fresche (perfetto anche per aperitivi o dopocena), il Breitling kitchen restaurant. Per una cena di classe, Les Armures, nella Vieille Ville. Arredo con focus su argentee armature, servizio e menu impeccabili. Trionfano zuppe, carni, dolci di tradizione. Si soggiorna nel tecnologico e, insieme, magicamente bohémien, Hotel N’vY , avvolto nella luce del lago.
In questo periodo per godersi il paesaggio esuberante, 25 minuti di tram dal centro, l’occasione è la visita al Cern, il più grande laboratorio al mondo per ricerca scientifica, fisica e nucleare.
Cognome e nome: Lucia Federico Leonardo. Aka Fedez, nome di un file di una vecchia foto, risalente all’epoca in cui giocava a basket: «Gli diede il nome un mio amico di allora, Mauro. Non lo sa nemmeno, non ci sentiamo da 15 anni», ha raccontato al Corriere della Sera il 25 marzo 2017.
Nato a Milano il 15 ottobre 1989, è cresciuto in una zona di confine, «tra Buccinasco e Corsico: leggendo un libro su Renato Vallanzasca mi sono accorto che metà dei miei compagni di classe aveva cognomi poco raccomandabili».
Però, in occasione dell’incontro ravvicinato in discoteca con il personal trainer Cristiano Iovino, l’urlo «Lo uccido, io sono di Rozzano!» ha provocato le proteste del sindaco Gianni Ferretti, che nell’ottobre 2024 ha respinto l’immagine da malavita associata alla cittadina onesta e laboriosa.
La vita del rapper si divide in due fasi: a.C. e d.C., prima e dopo l’incontro, il matrimonio e la fine del medesimo con Chiara Ferragni.
Che, baciandolo, lo trasformò da tamarro tatuato a principino delle buone cause (le loro, visti i rispettivi fatturati).
«Il caso di Ferragni e Fedez è esemplare. Al vertice della categoria, nell’Olimpo milionario di Instagram, sono arrivati a dar nome e vita a linee di successo, diventando in tal modo sia imprenditori sia prodotti essi stessi. “Guadagnare essendo”, ha sintetizzato Walter Siti», così Filippo Ceccarelli in Lì dentro - Gli italiani nei social, Feltrinelli 2022.
Nell’era dei social, infatti - dove anche l’ultimo dei morti di fama s’impanca a influencer, content creator, podcaster -, Fedez si è fatto brand, seguendo una tendenza fotografata già all’inizio degli anni Dieci da Alessandro Baricco per il mercato letterario: «Il pubblico è molto legato al brand individuale. C’è chi sceglie Umberto Eco, chi Roberto Saviano, chi forse me».
Ora nel suo Pulp Podcast insieme a Mr. Marra veste i panni dell’intervistatore di politici, che pensano di «usarlo» per arrivare a parlare ai «gggiovani», non capendo di essere - banalmente - un mezzo tra i tanti con cui Fedez intende rimanere al centro dell’attenzione, incrementando gli incassi grazie alle visualizzazioni, anche con atteggiamenti talvolta infantili da «bimbominkia» (a rivolgergli il complimento, Selvaggia Lucarelli: lui l’ha querelata, ma lei è stata prosciolta).
Così, quando Gerry Scotti ha evocato, nel giugno 2023, la figura del regista teatrale Giorgio Strehler, lui è scoppiato a ridere: «Oh, raga, ma chi è ’sto Streller?», ignoranza curiosa - non sapere chi fosse un simbolo della milanesità - per uno a cui è stato assegnato l’Ambrogino d’Oro nel 2020.
In una successiva intervista al Messaggero, Scotti gli dedicò una frecciata agrodolce: «Questi ragazzi hanno un ego talmente grande che riempie tutto quello che li circonda. Diventati popolari in pochissimo tempo, Fedez e tanti altri sono bravi nel loro campo, come gli sportivi. Peccato parlino di presente e futuro senza sapere nulla del passato. C’è tanta ignoranza. Ma ho capito nel corso degli anni che non bisogna mai giudicare le persone dalle lacune che possono avere», ullallah.
Da ultimo, per una Elly Schlein che ha declinato l’invito, si sono accomodati da lui Giorgia Meloni (prima del referendum: non ha portato benissimo), Roberto Vannacci e Matteo Renzi, Angelo Bonelli - il 50% della premiata ditta Il Gatto e il Gatto, alla guida di Avs con Nicola Fratoianni - che forse ritiene di essere originale perché si è fatto una «canna» mentre era in streaming, emulando in realtà Marco Pannella 50 anni dopo.
Ancora prima, sono andati chez Fedez perfino l’effervescente Antonio Tajani e, udite udite, Maurizio Gasparri.
Che in precedenza aveva chiuso un lungo periodo di dissing - per i boomer: provocazioni e insulti reciproci - invitandolo al congresso dei giovani di Forza Italia, nel giugno dell’anno scorso.
«Fedez è diventato di destra?», si sono chiesti allora al Post. Ingenui.
Fedez surfa sulla politica, andando là dove lo porta l’iban (non dimenticando le iniziative benefiche e le donazioni, tanto più dopo la diagnosi di un tumore al pancreas nel 2022).
Nel 2014, per dire, sosteneva il M5s tanto da consentire che la sua canzone Non sono partito fosse usata come inno del movimento.
Sposata Ferragni, «la cui comunicazione si ispira a quella delle celebrità americane di idee progressiste» (come non ricordarla a Sanremo con lo scialle «Pensati libera» sulle spalle, un’idea loffia che mandò in sollucchero i media left oriented, almeno fino allo scandalo Balocco, scoppiato per un’inchiesta proprio della Lucarelli: da quel momento, tutto quello che la bionda inamidata ha toccato, si è tramutato in pand-oro), Fedez si impegnò su temi e campagne care al centrosinistra, a cominciare da quello dei diritti civili.
Su cui, giusto cinque anni, si consumò l’epico scontro con la Rai in occasione del «concertone» del Primo maggio. Trasmesso dalla tv di Stato ma gestito dai sindacati, attraverso una società specializzata nella realizzazione di eventi, la iCompany.
Fedez divenne l’eroe della battaglia, ca va sans dire: democratica e antifascista, contro l’omofobia di Matteo Salvini e della Lega, vicenda ricostruita nel capitolo «Il potere dei Ferragnez» del libro di Stefano Feltri Il partito degli influencer - Perché il potere dei social network è una sfida alla democrazia, Einaudi 2022.
Nella giornata dedicata ai lavoratori sceglie un tema che con il lavoro c’entra poco, il famigerato disegno di legge del Pd Alessandro Zan contro l’omotransfobia, con l’obiettivo di attaccare i leghisti ostili al provvedimento, autori negli anni di inqualificabili commenti omofobi e insultanti, tipo: «Se avessi un figlio gay lo brucerei nel forno».
Sul palco Fedez offre la sua versione della diatriba: «È la prima volta che mi succede di dover inviare il testo di un mio intervento per sottoporlo ad approvazione politica. I vertici di Rai 3 mi hanno chiesto di omettere partiti e nomi e di edulcorare il contenuto. Ho dovuto lottare un pochino ma alla fine mi hanno dato il permesso di esprimermi liberamente».
Fu una stoica battaglia? Fu vera censura?
Feltri: «Nessuno prova veramente a fermarlo o gli chiede di modificare il testo, come era chiaro nell’audio integrale della telefonata, un po’ diverso da quello tagliato e pubblicato da Fedez», in cui il rapper alza la voce perdendo il self-control. Eggià: perché tutti hanno registrato tutti, nella fase della «trattativa» pre-concerto. Segno evidente che gli interlocutori: a) non si fidavano gli uni degli altri; b) immaginavano che lo scontro da privato sarebbe diventato pubblico.
Fedez è stato infatti bravissimo a cavalcare la polemica pro domo sua (per Fedez: a proprio vantaggio), usando la vetrina del Primo maggio non certo per far riflettere su un tema a lui caro, quanto per imporre la sua supremazia: il vero consenso è quello che si costruisce sui social, dove nasce e si afferma «grazie all’acclamazione per indignazione. Quella con la Rai è una battaglia di potere politico, non di libertà di espressione», ha sottolineato Rick DuFer, all’anagrafe Riccardo Dal Ferro, un filosofo prestato al web.
Fedez insomma non ha cercato di catechizzare o informare le folle, ma ha voluto ribadire la sua identità social, e confermare agli occhi dei suoi fan, già convinti, motivati, schierati, il proprio «posizionamento ideologico e commerciale».
Certo, il fatto che in passato Fedez avesse scritto canzoni con versi «stonati» proprio su gay e dintorni, vedi alla voce: Tiziano Ferro con il brano Tutto il contrario, che è del 2011, ha alimentato il sospetto che la sua potesse sostanziarsi in un’iniziativa strumentale.
Dalle accuse (di essere un bel paravento) F. si è difeso accampando il pretesto della giovane età, «certe cose oggi non le rifarei uguali», e meno male, «non c’è mai stata nel quartiere in cui sono cresciuto educazione in tal senso, ma poi ho cercato di migliorarmi. Ho sbagliato per cose dettate dall’ignoranza».
Nel 2011, peraltro, Fedez aveva 22 anni, non proprio un ragazzino, tanto più in un Paese in cui dopo il risultato referendario sfavorevole al governo della «peggior destra di sempre» si è celebrata la coscienza civile e la maturità dei diciottenni corsi alle urne (e in cui i leader - Salvini, Enrico Letta, Giuseppe Conte, Carlo Calenda - per corteggiarli hanno in stagioni diverse proposto sconsideratamente di abbassare il diritto di voto a 16 anni).
Lucarelli: «Fedez è tutto un premettere, “io sono una mente semplice”, “io sono un ignorante”, “io non so niente, eh però”, che uno dice: “e allora visto che hai milioni di follower e vuoi parlare di politica e diritti civili perché non vai a studiare e torni quando sai qualcosa, per esempio?”».
Intanto dovrebbe avere contezza di cosa contengano i volumi che firma.
Domanda di Elvira Serra, sul citato Corriere: «Il periodo della pistola a quando risale?».
«Scusi, lei come lo sa?».
«Della pistola? Lo ha scritto lei nel suo ultimo libro FAQ. A domanda rispondo».
«Davvero c’è scritto della pistola?».
E dalla infosfera è tutto, buona domenica.








