Non possono passare sotto silenzio le parole con cui il presidente del Consiglio europeo, il portoghese Antonio Costa, ieri ha presentato i lavori del vertice informale dei capi di governo dei 27 Stati membri: «La vera priorità è sbloccare i fondi privati, mobilitare i nostri risparmi per investire nelle nostre aziende e creare un ecosistema di investimento più dinamico e vivace».
Non è la prima volta che i vertici delle istituzioni europee si esprimono in questi termini e ogni volta che lo fanno, un brivido dovrebbe correre lungo la schiena non solo dei risparmiatori ma anche di tutti gli operatori del settore finanziario.
Perché questa dichiarazione – con gli obiettivi che si prefigge di raggiungere e gli strumenti che pensa di utilizzare – ha due immediate conseguenze: la prima è che i risparmiatori – quasi tutti, tranne quelli che tengono i contanti sotto il materasso – potrebbero essere presto interessati da un sistema di incentivi (o disincentivi) nelle scelte di allocazione dei loro risparmi, perché altrimenti continuerebbero a tenerli «bloccati»; la seconda è che, implicitamente, oggi il settore finanziario non sta facendo bene il suo mestiere, che è proprio quello di consentire al risparmio di fluire verso gli investimenti di qualsiasi natura (reale o finanziaria). Significa ammettere che il mercato mobiliare europeo non funziona, cioè non riesce a prezzare adeguatamente il rischio e a investire in iniziative ad alta redditività.
Ma, soprattutto quest’ultima, è una conclusione che fa a pugni con la realtà. Perché è sotto gli occhi di tutti la profondità dei mercati mobiliari europei, la relativa liquidità e numerosità degli strumenti ivi quotati. Certamente, non siamo nell’ordine di grandezza del mercato Usa, ma ognuno ha le Borse che si merita, nel senso che sono le imprese che fanno i mercati finanziari, in un circolo virtuoso che si autoalimenta.
Se, ormai da 25 anni, la Ue è il luogo in cui politiche di bilancio restrittive hanno demolito il pilastro della crescita costituito dagli investimenti pubblici, quale volete che sia il risultato in termini di crescita, occupazione, produttività e dimensioni dei mercati finanziari? Oppure qualcuno a Bruxelles crede davvero che sia sufficiente inventarsi uno strumento finanziario che incentivi o (ma non vorremmo dare idee pericolose) addirittura costringa la famosa casalinga di Voghera a investire nelle azioni della start-up appena sorta all’angolo dietro casa, abbandonando il suo Bot o un deposito bancario?
A questo proposito, in Italia è passato sotto silenzio ciò che sta accadendo in Spagna, dove a dicembre il ministero dell’Economia ha avviato una consultazione pubblica per creare un conto di risparmio e investimento destinato ai privati, con l’obiettivo di spostare oltre 1,2 miliardi di euro dai depositi a bassa remunerazione verso strumenti come azioni, obbligazioni e fondi di investimento. L’iniziativa segue l’input della Commissione e del rapporto Draghi e mira a semplificare regole, costi e fiscalità per i piccoli investitori, favorendo il finanziamento dell’economia. Una consultazione che ha visto però le grandi banche opporsi decisamente alla proposta del ministro Carlos Cuerpo, nel fondato timore di perdere commissioni significative.
Perché se gli intermediari finanziari hanno un senso – e lo hanno – è quello di gestire professionalmente il rischio, ponderandolo e frazionandolo adeguatamente. Se manca la «materia prima» (imprese profittevoli e appetibili per il mercato) non è certo colpa degli intermediari e la soluzione non è quella di introdurre nuovi strumenti.
E la «materia prima» manca – facendo un’analisi in prospettiva – anche e soprattutto perché l’economia della Ue e, ancor più, dell’Eurozona, si è fondata sulla compressione della domanda interna e dei salari, come più volte è stato costretto ad ammettere anche Mario Draghi. In un mercato in cui languono i consumi e gli investimenti, quali prospettive di reddito possono offrire le imprese e quindi, quali flussi di investimento possono attrarre, quando altrove nel mondo si corre a velocità ben superiore? In questo modo, mentre negli ultimi 25 anni in Cina e Usa è partito un salto tecnologico di proporzioni epocali – con investimenti pubblici e privati nell’ordine di migliaia di miliardi – nella Ue abbiamo piombato le ali sia dei primi che dei secondi. Per detenere solo un triste primato: quello della decarbonizzazione.
Anziché prendere atto di questa (mortifera) dinamica, i vertici delle istituzioni europee continuano a propalare slogan privi di senso. Perché anche i tanto decantati Eurobond sono una foglia di fico che va spazzata via, non solo per motivi giuridici ma soprattutto finanziari. Infatti - ammesso e non concesso che il problema sia solo quello del finanziamento degli investimenti – la sostenibilità di un debito si basa sulla capacità dell’emittente di ripagare interessi e capitale. E se la Ue non ha una rilevante capacità fiscale propria e quindi sono gli Stati membri a garantire le emissioni di Eurobond con la loro capacità fiscale, che differenza c’è tra un’emissione di Bruxelles ed una di Roma, visto che pro-quota garantisce sempre il contribuente italiano? Nessuna. La differenza c’è soltanto quando quei titoli vengono acquistati dalla Bce. Tutto qua.
- Mr Bce: «L’economia peggiora». L’ex capo del Pd: «One market act contro Trump». Il premier li liquida: «Grazie per i dossier». Ora però la linea la danno lei e Merz.
- Madrid frigna: «Esclusi dal pre-vertice». Palazzo Chigi: «Dal leader spagnolo nessuna protesta». E il presidente francese mendica un punto stampa con Berlino.
Lo speciale contiene due articoli
Nel progetto di Giorgia Meloni (e Friedrich Merz) per cambiare l’Ue, rafforzando il Consiglio e quindi restituendo poteri agli Stati nazionali, non sembra esserci molto spazio per i sermoni degli eurosaggi. «Non credo che esista una figura del genere», ha tagliato corto il presidente del Consiglio ieri, quando le hanno chiesto se Mario Draghi o Enrico Letta potessero diventare inviati speciali di Bruxelles per la competitività. «Stanno fornendo un contributo molto importante», ha detto, «si parte dai loro rapporti e penso che siano stati entrambi preziosi». Per il premier, però, i predecessori a Palazzo Chigi non potranno avere un incarico ufficiale. Coperti di onori da una burocrazia di elefanti, sì; ma a decidere non sarà chi ci ha traghettato dove siamo, eppure pretende di impartire lezione su come diventare una superpotenza.
Licenziati ancor prima di essere assunti, Draghi e Letta, invitati al vertice informale nel castello belga di Alden Biesen, hanno comunque avuto la possibilità di pontificare di nuovo, dispensando, dinanzi alla platea dei Ventisette, soluzioni su come salvare l’Europa dal baratro. Come se fossero stati passanti o spettatori. Come se non avessero contribuito al suo declino.
Per la verità, stavolta i padri nobili sono stati più sintetici del solito. Mr Bce ha parlato solo un quarto d’ora («almeno», riportavano alcune agenzie, con una sottile sfumatura semantica). Ha lanciato un monito - stando a quanto riferito da un funzionario Ue - sul «deterioramento del panorama economico», ha insistito sulla «necessità di ridurre le barriere nel mercato unico», ha deplorato «la frammentazione dei mercati azionari» e ha spronato a compiere «sforzi per mobilitare i risparmi europei», per ridurre «il costo dell’energia» e introdurre «una preferenza europea mirata in alcuni settori». In sostanza, l’agenda francese, che era apparsa da subito perdente rispetto all’asse Roma-Berlino. E che però, con lo zampino della Commissione, ha ottenuto di far includere in una bozza alcuni settori chiave per l’applicazione del «buy european». L’ex banchiere ha chiesto di insistere sugli investimenti e, d’altronde, benché ieri abbia biasimato le «soluzioni classiche», il piano che aveva vergato e illustrato ripetutamente prevedeva già lo stanziamento 800 miliardi. Chissà cosa ci dovrebbe essere di più classico che avere a disposizione una montagna di soldi e provare a farli fruttare. Il diavolo, semmai, è nei dettagli. Il punto, cioè, è sempre dove prendere i quattrini. E se «mobilitare i risparmi» significa ciò che sembra, non c’è da dormire sonni tranquilli.
Anche Enrico Letta ha concluso rapidamente il suo discorso, preceduto da un post dalle solite atmosfere trasognate: su X, ha dimostrato di stare veramente «sereno», pubblicando la foto di una coccinella. Un «buon segno», ha commentato. «Se non si riesce a lanciare una forte integrazione dei mercati finanziari», ha spiegato il fu segretario del Pd, «sarà impossibile essere sufficientemente competitivi». La sua proposta si sostanzia in un «One market act», basato «su tre punti verticali: energia, connettività e mercati finanziari, e tre fattori abilitanti». Essi, si badi bene, orizzontali. Prendete appunti, perché «questi tre punti verticali e orizzontali», ha aggiunto Letta, «compongono una matrice». Vi siete persi nell’algebra? L’idea è la seguente: «Rilanciare l’integrazione interna dell’Unione europea per rendere l’Europa più forte ed efficace». In ballo, ha proclamato il professore, c’è «la quinta libertà, del ventottesimo regime, della libertà di soggiorno e della coesione sociale e territoriale». L’accordo «di alto livello» per il mercato unico andrebbe concluso entro il 2028. E sarebbe «l’unica risposta efficace a ciò che Trump sta facendo contro l’Europa». Non pare facilissimo, senza una laurea in matematica. Di sicuro, pure il disegno di Letta pende più verso Parigi. E verso l’ossessione di Emmanuel Macron, in rotta con The Donald, di iniziare un confronto serrato con gli Usa.
Non a caso, al termine del summit, l’inquilino dell’Eliseo ha rivendicato di aver «aderito a questo programma di approfondimento del mercato unico presentato da Enrico Letta». Insignito - lo ricordiamo - della legion d’onore francese nel 2016.
Il contributo dei due italiani ha meritato il plauso del presidente del Consiglio Ue, Antonio Costa. «La tua impostazione ha offerto una prospettiva nuova alle nostre discussioni», ha scritto il portoghese a Draghi. Di Letta, il numero uno dell’assemblea dei capi di Stato ha lodato la «profonda competenza» e la «chiara consapevolezza della posta in gioco».
Il vento soffia in una direzione precisa, ormai. Dietro la tesi della Meloni, per cui il Consiglio dovrebbe dettare alla Commissione «cose chiare da fare», c’è un profondo cambio di rotta. Un superamento dell’unanimità che non equivale a esautorare i membri riottosi, ma riporta in auge le intese strategiche tra grandi. Mettere in comune poche cose importanti, con meno regole asfissianti. Formalmente, un passo indietro; sostanzialmente, un passo avanti. Il nome - se definirla, alla Macron, «cooperazione rafforzata» - conta poco. Dopodiché, resta sempre un Meloni per cui Draghi e Letta sono l’«orgoglio italiano»: Marco. Senatore pd.
Sánchez e Macron fanno le vittime
Ci sarebbe voluta Raffaella Carrà che gli cantava «Pedro, Pedro, Pedro, Pedro, Pè, praticamente il meglio di Santafè», così magari il signor Sánchez si sarebbe rabbonito. Anche Giorgia Meloni ha il caschetto biondo, ma il piglio è assai diverso. Al suo omologo spagnolo, che si lamentava d’esser stato escluso dal pre-vertice organizzato al castello di Alden Bisen, ha fatto notare che piantare una grana non valeva la pena.
Tutto è nato perché nella riunione formalmente nelle mani del presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, ma in realtà messa su da Italia, Germania e Belgio con ospite d’onore Mario Draghi - che ha fatto la solita reprimenda caduta nel vuoto - hanno partecipato 19 Paesi più la baronessa Ursula von der Leyen, con Emmanuel Macron nella parte dell’imbucato. El Pais, che è di fatto l’house organ della Moncloa, ha detto che Sánchez c’è rimasto molto male e che questo genererà attriti con il governo italiano. Sánchez ha tenuto il punto: allo spagnolo non piacciono i pre-vertici prima del Consiglio europeo perché a suo dire sono divisivi e ha fatto l’offeso con l’Italia. Le cose però stanno assai diversamente. La posizione di Madrid è incompatibile con le idee di Berlino. Sánchez anche ieri ha fatto sapere che lui è d’accordo con Macron - sono due debolezze che s’illudono di essere forza - sulla necessità del debito comune e spinge perché si vada in direzione del «buy european» che la Commissione cerca di varare per mettere una pezza ai disastri del Green deal. Questo «buy european» vuol dire che su una serie di prodotti ci dev’essere una quota percentuale di componenti fabbricate in Europa stabilita per legge. Il sospetto che hanno alla Moncloa è che l’Italia abbia tenuto fuori dal pre-vertice Madrid proprio per non dispiacere a Merz.
Ma Palazzo Chigi ha dato una pronta risposta: «Nel corso del colloquio, con il presidente Meloni, il presidente Sánchez non ha sollevato alcuna questione in merito al mancato invito alla riunione di coordinamento svoltosi nella mattinata prima dell’avvio dei lavori al Castello di Alden Biesen».
L’enigma spagnolo però rimane perché non si è capito se al nuovo pre-vertice previsto verso fine marzo Sánchez si presenterà o meno. Ci sarà invece Emmanuel Macron, che come detto si è imbucato all’ultimo con in testa le stesse idee di Sánchez: rilanciare gli eurobond e inventarsi i pannelli solari (insieme a molte altre cose) Dop a denominazione di origine europea. Friedrich Merz lo ha squadrato tra lo scetticismo e la compassione e gli ha risposto che di debito comune non se ne parla. Anche gli irlandesi hanno provato a fare la voce grossa. Il premier, Micheál Martin, ha espresso perplessità riguardo al pre-vertice da cui è stato escluso. Gli hanno fatto notare che il suo giudizio lo metteva in una posizione scomoda e lui è rientrato nei ranghi confermando la fiducia ad Antonio Costa e sostenendo che la cosa importante era occuparsi della competitività europea. Difficile, se le cose stanno così, che gli appelli di Mario Draghi ed Enrico Letta all’Europa superpotenza abbiano un qualche effetto.
Portatore di grandeur si sente ancora Emmanuel Macron («il colloquio con Putin non sarà a breve», ci ha tenuto a specificare) che prende spunto dal mediano di mischia dei «bleu» che disputano il sei nazioni di rugby (l’Italia neppure con la palla ovale è più la cenerentola e questo ai francesi non piace) e ha cominciato a sgomitare per entrare nel pre-summit. Una volta beccato lo strapuntino ha cominciato a concionare chiedendo a gran voce il debito comune per far crescere l’Ue. Merz ha fatto capire che non era tema sul tavolo, ma siccome Macron ha insistito per far vedere che non poteva stare ai margini, il cancelliere tedesco gli ha concesso un punto stampa franco-germanico. L’inquilino dell’Eliseo ha affermato: «Condividiamo un sentimento d’urgenza: l’Europa deve agire con chiarezza. La priorità è una reazione anzitutto a brevissimo termine che consiste nel mettere in atto tutto ciò su cui siamo d’accordo; dobbiamo andare veloci e avere decisioni molto concrete entro giugno». Quali siano è ancora tutto da scoprire perché nelle pretese del presidente francese c’è un bouquet di proposte sufficientemente confuso. Quasi che lo avesse tirato fuori dalla borsa all’ultimo quando i buttafuori lo hanno lasciato entrare. L’Eliseo propone che le batterie green siano assemblate nell’Unione mentre per il pannelli solari «l’inverter e il collettore solare termico devono avere origine nell’Unione». Alla faccia della deregolamentazione! A Macron, che ha visto precipitare la produzione auto francese sta molto a cuore che «le apparecchiature di fornitura per veicoli elettrici, le apparecchiature di fornitura di elettricità a terra e le apparecchiature di fornitura per il trasporto elettrico aereo debbano avere origine nell’Unione». A tutto concedere, si può allargare il perimetro a dei fedeli alleati. Ma anche su questo Merz ha fatto finta di non sentire. Morale: hanno protestato i due leader che più traballano nei loro Paesi. A conferma che più che un’idea federale ieri in Belgio si è visto il profilo di un’Ue che mette d’accordo nazioni forti, a cominciare da Italia e Germania.
Love Story: John F. Kennedy Jr. & Carolyn Bessette, su Disney+ a partire da venerdì 13 febbraio, ripercorre la storia della coppia: dall’incontro al successo mediatico, fino alle crepe causate dall’esposizione e alle tensioni private. Un racconto dell’amore e del prezzo della celebrità, fino alla tragedia del 1999.
Un colpo di fulmine, di quelli capaci di vincere ogni pregiudizio. L'amore fra John F. Kennedy Jr. e Carolyn Bessette, gli occhi azzurro cielo sotto i capelli biondi e fini, è iniziato come nei film. Ma nessun lieto fine lo ha mai coronato. Il figlio del presidente Usa e sua moglie si sono inabissati nelle acque scure dell'Oceano Atlantico, sette anni dopo essersi conosciuti.
Allora, si dice la passione fosse ormai sopita, logorata da un'esposizione mediatica eccessiva, da incomprensioni e battibecchi, da un chiacchiericcio che, a distanza di oltre venticinque anni, ancora non ha perso veemenza. Cosa sia successo dentro quell'amore da filma, tra persone che sembravano essersi scelte senza riserve, sole tra mille, nessuno lo ha mai saputo con certezza. La cerchia di John F. Kennedy Jr. riferisce di sensibilità diverse, cuori distanti. Voleva figli, l'erede della dinastia Kennedy. Si avvicinava ai quaranta e avrebbe voluto la moglie gli consentisse di allargare la famiglia.
Ma Carolyn non avrebbe avuto alcun istinto materno. Carolyn, ex commessa con un lavoro nella moda. Carolyn, che le cronache descrivono cocainomane. Carolyn, che nei racconti degli amici voltava la testa dall'altra parte, ogniqualvolta il marito toccava l'argomento.Gli affetti più cari di John John sostengono lui stesse per chiedere il divorzio. Prima, però, sarebbe andato al matrimonio della cugina, portando con sé la moglie, un abito nero di Yves Saint Laurent comprato da Saks, e la cognata. Guidava lui il Piper Saratoga che, il 16 luglio 1999, è decollato alla volta di Martha's Vineyard, senza mai arrivarvi. Quel piccolo aereo è caduto nel mare, John e Carolyn sono morti, con loro la sorella di lei. L'amore da film s'è interrotto quel giorno, è finito prima che un giudice lo rendesse carta straccia, prima che i giornali facessero a pezzi il ricordo di quel che erano stati. La coppia più bella degli Stati Uniti d'America è morta, e - venticinque anni più tardi - è una serie tv a ritrovarla.
Love Story: John F. Kennedy Jr. & Carolyn Bessette, su Disney+ a partire da venerdì 13 febbraio, vuole ricostruire quell'amore da film. Dagli inizi, dal primo incontro all'interno di Calvin Klein, quando Carolyn, bionda ed etera, si era ormai affrancata dal ruolo di commessa per diventare dirigente e confidente di CK. Lo show, che alla regia porta la firma di Ryan Murphy, racconta come la coppia si sia innamorata, come lo scapolo d'oro sia diventato marito, gli americani pazzi di quel duo-gioiello. Ma racconta altresì come i media, la sovraesposizione, abbiano pian piano minato la serenità della coppia. Di Carolyn, in particolare, una donna della porta accanto che non avrebbe mai voluto essere oggetto della bulimia dei rotocalchi.
In Italia la maternità surrogata è reato universale, ma si mette in scena uno spettacolo che gode di contributi pubblici. In questi giorni, la storica associazione milanese Teatro della Cooperativa sta promuovendo la pièce M(Other), diretta da Renato Sarti. Il debutto è stato ieri, repliche fino al 22 febbraio.
A spiegarci di che cosa si tratti è stato anche il Corriere della Sera, che giovedì così titolava la recensione: «Gestazione per altri, storia di solidarietà». Ovvero, come far passare la pratica dell’utero in affitto per «una storia d’amore, solidarietà, rispetto, al di là di ogni ideologia». Potenza artistica della rappresentazione, di e con Rossella Fava, autrice e attrice, che sui social racconta di aver «preso spunto dalle interviste che ho realizzato nel giro di un anno, a uomini e donne che hanno affrontato percorsi di Pma e Gpa».
Sulla piattaforma del Teatro della Cooperativa lo spettacolo viene presentato come «un testo importante e necessario che affronta un tema complesso e ancora troppo poco conosciuto, di estrema delicatezza, e che nel nostro Paese, a differenza di altri, fatica ancora a trovare una legislazione più giusta e più umana».
Senza mezzi termini, si definisce dunque disumana la legge italiana che vieta la surrogata e la rende reato universale. Non bastasse, viene lanciata questa provocazione: «Oggi chi è madre? Chi un bambino lo partorisce o chi lo desidera e lo cresce?».
E per togliere anche l’ultimo dubbio sulla collocazione ideologica dell’iniziativa, il pubblico è informato che domenica 15 febbraio «al termine dello spettacolo, ci sarà un incontro con Francesca Re, avvocato e consigliere generale dell’Associazione Luca Coscioni Aps», che vuole la legalizzazione dell’eutanasia, la gestazione per altri e le tecniche di fecondazione assistita per le coppie dello stesso sesso. Venerdì prossimo, 20 febbraio, sempre al termine dello spettacolo «ci sarà un incontro con l’Associazione Famiglie Arcobaleno», composta da genitori Lgbt.
«Non conosco questo spettacolo ma il modo in cui viene presentato è sufficientemente eloquente. C’è un continuo, tenace tentativo di presentare l’utero in affitto come un gesto solidale, mentre è una organizzazione commerciale, sempre regolata da un contratto e da passaggi di denaro», interviene con fermezza Eugenia Roccella, ministro per la Famiglia, la Natalità e le Pari opportunità. «È una pratica che lede nel profondo la dignità delle donne e i diritti dei bambini. Nonostante la ricerca spasmodica di storie che dimostrino il contrario, la verità è che dietro l’utero in affitto c’è un mercato transnazionale che commercializza i corpi, i bambini, la genitorialità. Ci sono dei contratti molto rigidi, delle penali, uffici legali e clausole durissime, cataloghi di ovociti come fossero merce da banco, giri vertiginosi di denaro, del quale di norma alle donne bisognose che portano avanti le gravidanze vanno le briciole».
Il ministro sottolinea: «In Italia l’organizzazione, la realizzazione e anche la pubblicizzazione di queste pratiche è reato da più di vent’anni, e la legge approvata in questa legislatura, che impedisce di aggirare il divieto e rende l’utero in affitto punibile per i cittadini italiani anche se vanno all’estero a praticarlo, pone il nostro Paese all’avanguardia nella lotta per i diritti delle donne e dei bambini. Siamo un esempio per il mondo, e stiamo lavorando per costruire un’alleanza internazionale contro questa barbarie. Nessun tentativo di “normalizzarla” o spacciarla per una pratica solidale potrà cambiare la realtà».
Invece, in questi giorni la maternità surrogata viene spacciata come un gesto altruistico lanciando un messaggio devastante dal palcoscenico di un teatro che riceve contributi statali e regionali. L’associazione, fondata nel 2002 dal drammaturgo, regista e attore Renato Sarti e che ha come obiettivo «fin dalla sua fondazione, la promozione dei valori della memoria storica e dell’antifascismo», mostra la contabilità solo fino al 2024. In quell’anno aveva ricevuto dal ministero della Cultura 113.838 euro; dalla direzione Cultura area spettacolo del Comune di Milano 52.898,18 euro; dalla Regione Lombardia, direzione generale cultura, tre acconti per complessivi 20.800 euro. Gli anticipi 2025 del ministero della Cultura sono di 63.555,76 euro; dalla Regione Lombardia di 27.000 euro. L’acconto contributo per le attività 2026 è di 18.900 euro, 18.900 euro l’importo per quelle del 2027. Sicuramente le cifre liquidate saranno ben superiori. Nella graduatoria Next - Laboratorio delle idee per la produzione e programmazione dello spettacolo lombardo 2025/2026, «M(Other)» era stato selezionato con il punteggio 73 su 100. E aveva ricevuto un «rimborso spese» di 10.500 euro.
Alla trasmissione Il Suggeritore Night Live di Radio Popolare, a cura di Ira Rubini, Rossella Fava ha spiegato di essere cresciuta «con l’immagine della donna con il pancione e che partorendo sarebbe stata lei la mamma del bambino ma oggi, grazie al progresso della scienza e della tecnica in maniera di procreazione, grazie alla gestazione per altri, di madri tra virgolette ce ne possono essere fino a tre. La donna che partorisce il bambino, la donna che fornisce il materiale genetico e la donna che invece lo desidera e lo crescerà. La mamma diventa doppia o trina». Ecco, con quale atteggiamento si affronta a teatro un reato universale. Sempre a Radio Popolare, il regista Sarti (che a settembre era tra coloro che manifestavano «giù le mani dal Leoncavallo»), ha definito «bella l’dea di tre donne in un unico corpo, soprattutto in un periodo di maschilismo esasperato».










