Potrebbero arrivare dalla natura dell’ordigno che stavano costruendo le prime risposte sul tipo di azione che gli anarchici Alessandro Mercogliano e Sara Ardizzone, morti a Roma nella notte tra giovedì e venerdì nel crollo del Casale Sellaretto, all’interno del parco degli Acquedotti, intendevano mettere in atto.
Le verifiche si concentreranno, in particolare, sul tipo di esplosivo usato per assemblare la bomba esplosa accidentalmente, e capire quindi la portata. In particolare, verrà stabilito se si tratta di una sostanza che si trova in commercio o di esplosivo utilizzato nelle cave. La presenza di chiodi, ritrovati dagli investigatori durante i rilievi, porta a ipotizzare una sorta di «salto di qualità» rispetto a un’azione dimostrativa.
Stando alle prime indiscrezioni trapelate, l’ordigno che stavano preparando i due anarchici morti era abbastanza voluminoso, cosa che rende difficile ipotizzare che potesse essere contenuto o nascosto in una borsa. Una bomba, quindi non facilmente trasportabile. Inoltre, si tratterebbe di un tipo di ordigno che in genere viene preparato e utilizzato in tempi brevi. Elementi che fanno presumere, a chi indaga, che l’intenzione fosse quella di utilizzarlo nel breve tempo e in un raggio ristretto.
Ad avvalorare questa ipotesi c’è il fatto che il casolare scelto dagli anarchici per confezionare la bomba non si trova in una zona isolata ma in un parco che di giorno è molto frequentato, un luogo dove non sarebbe stato possibile rimanere per tanto tempo. Nel casolare, però, non sono stati trovati mappe o documenti con l’indicazione dell’obiettivo dell’attentato.
Gli investigatori, che indagano a 360 gradi, stanno valutando i possibili obiettivi nel quadrante Sud-Est di Roma. E una delle ipotesi emerse durante la riunione del Comitato di analisi strategica antiterrorismo, che si è tenuta ieri al Viminale su convocazione del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, è quella che il bersaglio dei due anarchici morti poteva essere un luogo vicino al parco degli Acquedotti. Una pista presa in considerazione alla luce della natura dell’ordigno che sarebbe stato realizzato con fertilizzante e un innesco, quindi considerato poco «stabile» per il trasporto. Tra i possibili obiettivi «d’interesse anarchico» nel quadrante Sud-Est della Capitale si trovano uno snodo ferroviario come anche il Polo Tuscolano della polizia e una caserma dei carabinieri. Ma al momento non si escludono altre piste.
Il Polo Tuscolano, inaugurato nel 2005, viene descritto così sul sito Internet della Polizia di Stato: «Una struttura di otto piani, tutta in acciaio, travertino e vetrate specchiate che si estende su una superficie di circa 75.000 metri quadrati. Millesettecento postazioni di lavoro, 42 laboratori scientifici supertecnologici e oltre 1.500 operatori.
All’interno del Polo si trovano, tra gli altri: la direzione centrale della polizia di prevenzione, la direzione centrale dell’immigrazione e della polizia delle frontiere, la direzione centrale per la polizia stradale, ferroviaria, delle comunicazioni e per i reparti speciali della Polizia di Stato e la direzione centrale Anticrimine.
A separare il Casale Sellaretto dalla struttura della polizia c’è una striscia verde di parco (che confina con il retro del polo) lunga circa un chilometro, un percorso percorribile a piedi di notte senza particolari difficoltà e al riparo da occhi indiscreti. Il parco degli Acquedotti, infatti, non è chiuso da cancelli ed è in larghissima parte privo di illuminazione. Una caratteristica che nelle ore notturne lo trasforma in una sorta di terra di nessuno.
Già in passato gli anarchici avevano messo a segno attentati presso strutture delle forze dell’ordine utilizzando ordigni contenenti chiodi. La mente torna alla doppia bomba piazzata nel 2006 a Fossano, nei pressi della caserma che ospita la Scuola allievi carabinieri, per le quali è stato condannato a 23 anni di carcere l’anarchico Alfredo Cospito, attualmente in carcere a Sassari in regime di 41 bis.
E dal passato di Mercogliano spunta un’indagine per un altro attentato che ha visto Cospito condannato, quella sulla gambizzazione del manager di Ansaldo Energia Roberto Adinolfi, avvenuta a Genova nel 2012. Inizialmente Mercogliano era stato sospettato di avere rubato e poi nascosto il motorino usato per l’aggressione, ma la mancanza di riscontri aveva portato all’archiviazione della sua posizione.
Tra le ipotesi al vaglio degli inquirenti c’è anche quella che la bomba esplosa nel parco degli Acquedotti possa essere legata proprio alla carcerazione di Cospito, il cui regime di 41 bis scadrà ai primi di maggio. Il ministero della Giustizia può disporre una proroga di due anni. Nelle ultime settimane la comunità anarchica ha dato vita in
diverse località italiane a una serie di iniziative (concerti, presidi, volantinaggi) di solidarietà proprio a Cospito, chiedendo la revoca del 41 bis. Tra le altre piste al vaglio in queste ore ci sono anche possibili rivendicazioni legate al contesto geopolitico internazionale e in particolare al tema degli armamenti e in chiave anti imperialista ai processi di globalizzazione. Non si può escludere, comunque, che ci fosse l’intento di portare a compimento un’azione antigovernativa, in particolare legata al referendum sulla Giustizia.
Intanto, nella notte tra venerdì e sabato, gli uomini della Digos hanno eseguito cinque perquisizioni nei confronti di altrettanti appartamenti alla galassia anarchica. Gli agenti hanno sequestrato vario materiale relativo all’area anarchica, ora al vaglio degli investigatori ma che dalle prime informazioni non sarebbe attinente all’episodio dell’esplosione della bomba nel Casale Sellaretto.
Nel frattempo la galassia anarchica è tornata a farsi sentire con scritte e slogan sui muri, tra cui «La vendetta sarà terribile», «Fuori tutti dalle galere» e richiami alla guerra sociale, al punto che Sara e Sandro vengono indicati dai circoli come militanti morti mentre combattevano.
L’Europa se n’è inventata un’altra. Seguite il ragionamento perché è talmente sottile, arguto e fino da rasentare pericolosamente il nulla assoluto. Poiché con la guerra ci può essere un problema di approvvigionamento del gas (ma va’?, ci era sfuggito), e ora già costa troppo (menomale che ce l’hanno detto, sennò avremmo pensato che qualcuno ci stesse rubando i soldi nel portafoglio), mettetene da parte un po’ meno e, soprattutto, consumatene di meno perché se aumenta troppo il numero di coloro che ne comprano tanto (la domanda) poi aumenta il prezzo e cresce l’inflazione.
Follia pura. Nessuna logica economica. Sprezzo della realtà. Menefreghismo totale nei confronti delle conseguenze di queste misure. Poiché gas, benzina e gasolio sono aumentati un secondo dopo l’attacco all’Iran, da parte di Israele e degli Stati Uniti, dovrebbe risultare chiaro ed evidente anche a un cretino che gli aumenti sono stati compiuti da compagnie che hanno speculato: non ne hanno aumentato il prezzo perché lo hanno pagato di più, ma perché hanno rubato soldi ai consumatori vendendo gas, benzina e gasolio che avevano già e che non avevano pagato a prezzi alti perché la Guerra non c’era ancora.
Chiaro? Cosa avrebbe dovuto fare l’Europa? Avviare tempestivamente, cioè il giorno dopo gli aumenti ingiustificati, un’azione del Commissario della concorrenza per impedire intese tra compagnie petrolifere per alzare il prezzo e speculare su famiglie imprese. Avrebbe dovuto poi, una volta riportato il gas al suo valore naturale di mercato, invitare tutti gli Stati membri a stoccare il più possibile in modo da prevenire, nel caso di prolungamento della guerra, l’aumento del prezzo e quindi dell’inflazione. Poiché sono degli imbelli, cioè degli inermi e privi di alcun coraggio, non hanno agito nei tempi giusti facendo le cose giuste, ma nei tempi sbagliati facendo le cose sbagliate.
Essendoci di mezzo il gas, evidentemente non hanno usato il cervello che avrebbe prodotto un ragionamento, un flatus vocis, ma hanno usato quella parte del corpo che produce appunto il gas e non si esprime attraverso la bocca col ragionamento, ma produce esclusivamente un «flatus culi». Lo stoccaggio, cioè l’immagazzinamento, la conservazione e il deposito del gas era stato considerato dalla Ue un buono strumento di prevenzione dell’aumento dei costi e lo aveva esortato fino al 90% delle possibilità. Non si capisce perché ora indichi nell’80% il limite massimo. Ma che cacchio di ragionamento hanno fatto? Per fare i conti leggono la mano dei benzinai? Fanno le carte agli autotrasportatori? Fanno delle sedute spiritiche? No, perché non c’è in natura altra spiegazione, almeno di stampo economico. L’Ansa ci informa che «in una lettera visionata dal Financial Times, il commissario per l’energia Dan Jorgensen ha istruito i ministri dell’energia dell’Ue a non affrettarsi a reintegrare le riserve di gas dei loro Paesi e a usare la “flessibilità” per ridurre la domanda da parte di famiglie e industrie in un momento in cui l’offerta è tesa». Nella missiva la percentuale di stoccaggio consigliata come obiettivo è pari all’80%, il 10% in meno rispetto al target finora indicato. Ma se al posto di Jorgensen avessero messo Dan Peterson, certamente avrebbe fatto cose più ragionevoli.
Quel genio che porta indegnamente il nome di Peterson ha poi esortato a consumare di meno. A parte che le temperature si stanno alzando e quindi il consumo di gas e gasolio diminuiranno automaticamente, ma questo è già un ragionamento eccessivo per le menti gassose. Chi dovrebbe diminuire l’uso di gas? Le imprese? Così produrrebbero di meno e si creerebbe ulteriori disoccupazione? Le famiglie? Caro Dan, le famiglie ci pensano da sole a ridurre l’uso di gas, di benzina e di gasolio, purtroppo. Lei dovrebbe pensare a come non farglielo ridurre, non invitarli a ridurlo, famiglie o imprese che siano. Ma possibile mai che in queste poche esortazioni riportate dal Financial Times non ne abbia azzeccata una. Ma sa che lei non passerebbe neanche l’esame di microeconomia che di solito si affronta il primo anno di università, dove spiegano il formarsi dei prezzi e le regole della concorrenza? In uno studio condotto dai ricercatori del I-Aer si legge che «l’analisi, condotta su 457 piccole e medie imprese italiane, evidenzia un segnale molto chiaro: il 58% delle aziende ha deciso di congelare temporaneamente gli investimenti previsti per il 2026, mentre il 46% sta valutando di rinviare nuove assunzioni per preservare liquidità e margini in uno scenario di forte volatilità energetica». Ma lei in un’impresa, per capire come funziona, c’è mai stato? E come funziona l’economia di una famiglia lo sa o no? Perché delle due l’una: o glielo hanno spiegato e non ci ha capito una mazza, o vive talmente fuori dalla realtà che proprio la ignora. Le due ipotesi non sono incompatibili nello stesso soggetto. E questo è il caso del nostro commissario europeo per l’Energia.
Alcuni numeri per intenderci: circa 27 miliardi di ricavi annui, 4,8 miliardi di margini lordi, oltre 150.000 dipendenti. Queste cifre sono quelle sciorinate da Poste Italiane per descrivere il gruppo che potrebbe nascere nel caso l’Offerta pubblica di acquisto e scambio, Opas, su Telecom Italia andasse in porto. Sì, avete letto bene: all’ora di cena di una domenica sera elettorale, le Poste guidate da Matteo Del Fante e dal direttore generale Giuseppe Lasco puntano al controllo della totalità di Tim.
Andiamo al sodo. L’offerta da 10,8 miliardi rappresenta un premio del 9% sull’ultimo prezzo di venerdì di Tim. «Il corrispettivo riconosciuto da Poste Italiane agli azionisti di Telecom che dovessero aderire» all’Opas - si legge nel comunicato - «sarà rappresentato da (i) una componente in denaro pari 0,167 euro per ciascuna azione di Tim portata in adesione all’Offerta, e (ii) da una componente in titoli pari a 0,0218 azioni ordinarie di Poste Italiane di nuova emissione per ciascuna azione di Tim portata in adesione all’Offerta».
Il mercato da tempo fiutava un blitz di Poste su Tim che recentemente aveva ritoccato la sua quota di controllo portandola a oltre il 27%. Il titolo dell’ex monopolista telefonico è infatti salito del 100% in Borsa nell’ultimo anno. Anche Poste ha beneficiato dei risultati messi a segno da Del Fante guadagnando oltre il 30% rispetto a marzo 2025 e arrivando al record storico di 23,87 euro per azione. Ma già prima si poteva intuire che sarebbe finita così, quando Cdp (azionista di Poste col 35%, poi c’è il Mef poco sotto il 30%) scambiò le partecipazioni in Nexi e Tim. La «mamma» Cdp è diventata socio forte nel gruppo leader dei pagamenti digitali, la «figlia» Poste ha preso in dote Tim, fino a volerla ora sposare. PosTim, se così possiamo chiamarla si candida a essere la «più grande infrastruttura connessa in Italia», con «posizione di leadership nei servizi finanziari e assicurativi, nella logistica, nella logistica» e chiaramente «nelle telecomunicazioni». Le sinergie previste sono di circa 0,7 miliardi l’anno combinando «una rete fisica estremamente capillare - costituita da quasi 13.000 uffici postali, gli oltre 4.000 punti vendita Tim e una rete di oltre 49.000 partner terzi - con una base di oltre 19 milioni di clienti digitali attivi, facendo leva sull’App “P” di Poste Italiane, leader con oltre 4 milioni di utenti attivi giornalieri - prosegue il comunicato - concepita come piattaforma scalabile per l’integrazione di nuovi prodotti e servizi, inclusi quelli di tlc di cui Tim diventerà unica fabbrica prodotto».
Se Poste fa il colpaccio, lo Stato forse si mangia le mani. Nel 1997 Telecom Italia - la «madre di tutte le privatizzazioni» targate Romano Prodi - venne collocata in Borsa a 5,16 euro. Ora Tim vale circa 0,6 euro. In questi quasi 30 anni hanno appesantito quasi tutti il debito della vecchia Sip: i capitani coraggiosi Colaninno e Gnutti, poi Tronchetti Provera, gli spagnoli di Telefonica, i francesi di Vivendi, fino al ritorno dello Stato attraverso Cdp con successiva cessione della rete al fondo Usa Kkr e ora l’offerta di Poste che riporterà appunto lo Stato sopra il 50%. Complimenti a Poste, zero commenti su come è stato privatizzato e gestito un patrimonio come Telecom Italia.
Tutto cominciò con una fetta di salame. Perché proprio a 14 anni un giovanissimo garzone di nome Fausto trovò lavoro come addetto alle consegne in una salumeria di Novi Ligure. Fu così che cominciò a pedalare. Sempre in bicicletta, mattina e sera. E poi il ritorno a casa e quella interminabile salita da Villalvernia a Castellania.
Cosa altro dire se non che quel giovane, Fausto di nome, faceva Coppi di cognome? Oggi il museo dei Campionissimi di Novi, all’interno di un insediamento industriale dismesso, celebra i suoi trionfi e quelli di tanti che resero lo sport italiano celebre nel mondo. Erano gli anni del ciclismo eroico, i primi decenni del Novecento, quando i campionissimi, Coppi, Costante Girardengo, Gino Bartali, Felice Gimondi, Francesco Moser si sfidavano a colpi di pedale, quando le e-bike non esistevano e il cicloturismo non era ancora di moda.
In Monferrato oggi sono in tanti a pedalare, non più per necessità o sfida, ma solo per diletto. Un modo per godere in ogni stagione di panorami straordinari. Non è per caso che i Paesaggi vitivinicoli del Piemonte - che comprendono Langhe, Roero e Monferrato - siano Patrimonio Unesco dal 2014.
Novi Ligure, quieta cittadina nella valle dello Scrivia, a ridosso dell’Appenino, vanta palazzi dipinti, la Collegiata di Santa Maria Assunta e il Teatro Marenco. Nonostante sia in Provincia di Alessandria mantiene il suffisso «Ligure» che indica l’antica appartenenza a Genova, durata quasi tre secoli, dal 1447 al 1815, grazie a un regio decreto del 1863.
Un territorio rinomato per le eccellenze enogastronomiche: deliziosa la farinata cotta nel forno a legna del ristorante Il Banco. Come il cioccolato di Bodrato, già bottega artigianale, oggi moderno laboratorio di delizie. Boeri, cremini, gianduiotti, ma anche tavolette alle spezie, praline al tèmatcha, cremini al sale per palati esigenti. Le fantasiose ricette utilizzano materie prime piemontesi come la ciliegia Bella di Garbagna, presidio Slow food, e le nocciole Igp Piemonte.
Un’altra degustazione è alla pasticceria del Vicolo, Da Bianca, dove assaggiare i canestrelli al Gavi, biscotti secchi rustici senza uova conditi al Cortese.
Il Gavi in Monferrato è re indiscusso: anche i tipici ravioli locali - un’autentica prelibatezza - vengono intinti nel vino purpureo. La cooking class del raviolo di Gavi - ricetta antichissima, gelosamente custodita dall’Ordine Obertengo dei Cavalieri del raviolo e del Gavi - nel laboratorio del ristorante Cantine del Gavi, ovviamente a Gavi, è un’esperienza. Il locale, gestito da due affabili sorelle, Roberta ed Elisa Rocchi, è nelle stanze di un antico palazzo ed è composto da una sala con volte a botte, una cappella privata, un giardino all’italiana con roseto e piante aromatiche.
Altra visita d’obbligo è alla Cantina dei Produttori del Gavi che rappresenta la principale realtà vitivinicola del territorio. Il Cortese di Gavi docg è, tra l’altro, uno dei vini bianchi italiani più esportati nel mondo: ben l’85% della produzione. Dal 1951 la cooperativa cura la coltivazione e la produzione del più̀ grande vigneto della denominazione Gavi docg: 80 soci, 300.000 bottiglie, 200 ettari distribuiti tra gli 11 Comuni che costituiscono le Terre del Gavi.
Nel cuore di quelle colline s’incontra anche La Raia, azienda agricola biodinamica: 180 ettari, dei quali 50 coltivati a vigneto, 60 a seminativo e i restanti occupati da pascoli, boschi di castagno, acacia e sambuco in un microclima unico che favorisce la maturazione dell’uva. Vera oasi di biodiversità anche per api ed insetti impollinatori. L’azienda, infatti, produce pure mieli biologici: un aromatico millefiori e un monofloreale di acacia. Ma la sorpresa è quella di un itinerario artistico legato al paesaggio.
Architetti, artisti, agronomi, fotografi sono stati invitati a vivere e sperimentare i vigneti, i campi e i boschi della tenuta. E ad offrire, attraverso opere d’arte e installazioni permanenti, un percorso che dialoga con la natura circostante. Oggi a La Raia, che gestisce anche un raffinato ristorante e una locanda di design, si producono tre tipi di Gavi docg: Gavi, Gavi riserva vigna Madonnina e Gavi pisé che ha una permanenza di 20 mesi sui lieviti e fa un passaggio in botte. E due tipi di Piemonte doc Barbera – Barbera e Barbera largé, affinata in barrique di rovere per 18 mesi prima di invecchiare. «Perché quando si stappa una bottiglia, è casa».










