Dall’Emilia-Romagna alla Campania, le amministrazioni Pd-M5s dicono no ai centri di rimpatrio pure con la scusa di salvare uccelli.
Giovedì scorso, durante una puntata di Dritto e rovescio, Pierfrancesco Majorino, consigliere regionale lombardo del Pd e aspirante sindaco di Milano al posto di Beppe Sala, ha detto che se in Italia non si riescono a costruire Centri per il rimpatrio per chi non ha diritto di restare qui la colpa non è delle amministrazioni di sinistra, ma del governo. Non tocca ai Comuni, ha spiegato, scegliere dove aprire i Cpr, ma al ministero dell’Interno.
Dunque, se nel nostro Paese i clandestini in attesa di espulsione circolano liberamente, la responsabilità non è dei compagni, bensì di Palazzo Chigi. Beh, come spesso capita, la cronaca si è incaricata di smentire il consigliere lombardo del Pd, il quale, al pari di tanti altri suoi compagni, invece di riconoscere che la questione della mancanza di sicurezza nelle città è diretta conseguenza delle politiche della sinistra, preferisce scaricare sull’attuale maggioranza.
La prima notizia che contraddice la tesi di Majorino e di altri esponenti dell’opposizione arriva da Bologna, dove da mesi si discute se inaugurare o meno un centro per stranieri da rispedire a casa. Il consiglio comunale del capoluogo emiliano-romagnolo è giunto fino al punto di approvare un ordine del giorno contrario al Cpr, impegnando il sindaco e la giunta a opporsi a qualsiasi progetto del genere. Inutile dire che Matteo Lepore, primo cittadino della città, non vedeva l’ora di ricevere un mandato per dire no a un Centro per il rimpatrio, perché lui e quelli come lui ritengono che i Cpr siano luoghi di detenzione. Risultato, a Bologna e dintorni quando un immigrato clandestino, che magari ha anche un curriculum criminale di tutto rispetto, deve essere trattenuto prima di essere imbarcato su un aereo con biglietto di sola andata, non si sa dove metterlo e dunque resta in libertà.
Stessa cosa si ripete a Napoli, dove a opporsi all’apertura di un centro per stranieri, oltre alla sinistra e ai gruppuscoli che le ruotano attorno, c’è perfino la Chiesa. Cardinali e vescovi dicono no alla costruzione di un Cpr a Castel Volturno. «La nostra regione», ha scritto in una lettera l’arcivescovo del capoluogo campano, «non può essere continuamente mortificata». L’umiliazione, a quanto si capisce, non consiste nell’aumento della criminalità di importazione, con spaccio di droga e violenza, e neppure nello sfruttamento dei migranti da parte di organizzazioni malavitose, ma nel tentativo di rimandare a casa chi non ha diritto di restare. Il presule dice di non voler criticare il governo, ma poi in realtà va anche oltre, contestando le politiche di contenimento migratorio. Insomma, respingere chi va respinto perché non ha diritto a ricevere protezione o perché ha compiuto più di un reato, secondo la Chiesa non va bene. E figuratevi se va bene alla sinistra che governa la città e la Regione: Gaetano Manfredi e pure Roberto Fico, con il no dell’arcivescovo ci vanno a nozze, perché combacia con la linea della coalizione. Vescovi e compagni vogliono i migranti, ma non a casa loro. E se serve a fermare il Cpr si usano perfino gli uccelli migratori che, come sostengono da sinistra, verrebbero disturbati da un Centro per il rimpatrio.
Risultato, gli unici centri che si possono fare sono quelli in Albania, dove nonostante tutti i tentativi per farli chiudere, finora i compagni non sono riusciti ad avere successo. Però, ogni volta che si registrano episodi di criminalità commessi da stranieri, invece di ammettere le proprie colpe e riconoscere di avere ostacolato l’espulsione dei clandestini, opponendosi ai Cpr o solidarizzando con i magistrati «democratici» che li scarcerano, la sinistra accusa la maggioranza, dicendo che il governo non ha fatto nulla per fermare degrado e criminalità. Cioè, prima legano le mani all’esecutivo, poi lo mettono sul banco degli imputati.
Come si è visto anche nel caso dell’incentivo agli avvocati che assistono i loro clienti per tornare a casa, a difendere il sistema affaristico che prospera sull’immigrazione (per certi legali opporsi ai decreti di espulsione è diventato un business) sono gli esponenti di Pd, 5 stelle e Avs. Secondo loro, un legale che aiuti uno straniero a fare le valigie compie un infedele patrocinio. Ma se qualcuno un bel giorno accusasse i compagni di non aver fatto gli interessi degli italiani? Ormai è chiaro che a sinistra non si occupano della questione nazionale, ma di quella migratoria. Più che rappresentanti del popolo italiano sono i difensori di un popolo di stranieri. E tradire gli interessi dei propri cittadini non è forse molto peggio di un infedele patrocinio?
«Stasi non ha ucciso Chiara». Omicidio da riscrivere, verso la revisione del processo
Il caso di Alberto Stasi, condannato con sentenza definitiva dopo un processo tortuoso a 16 anni di carcere, torna sul tavolo della giustizia con un carico di atti che sembra riscrivere la storia del giallo di Garlasco. La Procura di Pavia, però, nonostante in questi mesi di indagini abbia curato la raccolta di perizie, consulenze e intercettazioni, da questo momento è fuori dalla partita.
Tecnicamente non può chiedere la revisione del giudicato a carico di Stasi. Il pallino passa alla Procura generale di Milano o, in alternativa, alla difesa. È dentro questo schema che si inserisce l’incontro tra il procuratore di Pavia, Fabio Napoleone, e il procuratore generale di Milano, Francesca Nanni. Quarantacinque minuti di riunione. Con un unico momento pubblico che ha annunciato che non ci saranno fughe in avanti. «Non sarà uno studio né veloce né facile», ha affermato Nanni. Settimane, forse mesi. E una domanda che vale i quasi 20 anni di indagini, processi, sentenze e poi di nuovo indagini: dentro quelle carte ci sono davvero nuove prove?
Una valutazione è possibile farla proprio partendo dall’incontro tra Procura e Procura generale. Con molta probabilità, il procuratore Napoleone si è determinato a chiedere un incontro con il magistrato requirente più alto in grado nel distretto perché nel corso delle indagini su Andrea Sempio, amico di Marco Poggi (fratello della vittima), che all’epoca aveva 19 anni e che è l’unico indagato del nuovo procedimento (dopo aver incassato due archiviazioni, una delle quali è finita davanti alla Procura di Brescia), devono essere emerse delle prove a discarico su Stasi. Perché è questo il passaggio obbligato. Non bastano dubbi, suggestioni o ricostruzioni alternative. Servono elementi nuovi che, da soli o insieme a quelli già valutati nei cinque processi, dimostrino che il condannato doveva essere assolto. Per superare questa soglia bisogna intaccare quelli che vengono definiti i «gravi, precisi e concordanti» indizi su cui si regge la sentenza che nel 2015 ha mandato Stasi dietro le sbarre.
Il primo scoglio è il tempo: 23 minuti, tra le 9.12 e le 9.35, la finestra in cui è stata ufficialmente collocata la morte di Chiara Poggi. È lì che Stasi, pur avendo dimostrato che era a casa sua al computer per scrivere la tesi di laurea, non aveva un alibi ritenuto credibile. Quella finestra temporale, però, oggi sarebbe stata messa in crisi dalle nuove consulenze tecniche. I quesiti posti dai pm a Cristina Cattaneo, antropologa forense, miravano a ridefinire l’orario del decesso. Ma anche a rileggere le ferite sul corpo di Chiara. Un doppio binario: cronologia e dinamica. Se cambiano entrambi, cambia tutto lo scenario.
Poi c’è la scena del crimine. Il racconto di Stasi, quello del ritrovamento del corpo sulla scala che porta al seminterrato, era stato bollato come «illogico e falso». Il nodo è sempre lo stesso: le scarpe pulite. Come si attraversa una scena intrisa di sangue senza sporcarsi? Nell’appello bis, i periti avevano tradotto il dubbio in numeri: 0,00038% di probabilità di evitare il sangue fermandosi al primo gradino, 0,00002% al secondo. Praticamente zero. Ma oggi quell’assunto viene rimesso sotto esame. L’inchiesta su Sempio ha riaperto in modo netto il capitolo delle tracce. Le nuove analisi sulla Bpa (letteralmente Bloodstain pattern analysis, ovvero l’analisi delle macchie di sangue) sono state affidate al Ris di Cagliari e per ora restano secretate. Ma c’è un’ipotesi che filtra: possibili impronte mai rilevate all’epoca. Se emergono, il racconto che non tornava potrebbe ora reggere. Gli oggetti repertati restano un altro snodo: l’impronta di Stasi sul dispenser del sapone che, all’epoca, era stata letta come segno di un lavaggio e l’impronta insanguinata della scarpa a pallini sul tappetino. Elementi che per anni hanno fatto parte dell’incastro accusatorio. Quel meccanismo ora viene riaperto: modalità di formazione delle tracce, tempi e compatibilità sono tornati sotto esame.
Poi c’è il capitolo più controverso: le biciclette. La bici nera da donna vista da una testimone fuori da via Pascoli alle 9.10, mai citata da Stasi nel 2007 ma richiamata dai genitori in versioni discordanti. Un dettaglio che non ha mai trovato una collocazione definitiva. Con la Umberto Dei, bici di lusso degli Stasi, entrata nel processo nell’appello bis. I pedali risultarono «dissonanti» rispetto a quelli di serie. Sostituiti, modificati o, comunque, diversi. Su quei pedali viene trovato il Dna di Chiara, definito «altamente cellulato». Otto microtracce, tutte positive al test. Sul pedale destro almeno due leucociti fotografati al microscopio. È uno degli elementi più pesanti della condanna. Ed è anche uno di quelli che oggi vengono riletti: modalità di trasferimento, conservazione, interpretazione scientifica. Con una inquietante coincidenza ritenuta scientificamente quasi impossibile che è emersa solo ora in modo nitido: la quantità di Dna rilevata su un pedale della Umberto Dei (2,78 nanogrammi) sarebbe lo stesso del reperto 29, ovvero il cucchiaino lasciato nel lavandino. Una misura che, per sua natura, dovrebbe essere il risultato di processi diversi: modalità di trasferimento, superfici, tempi, condizioni ambientali. E che invece si replica.
Il punto, però, è l’insieme. La condanna non si regge su un solo elemento, ma su un sistema. Su una valutazione delle prove non prese singolarmente ma valutate nel loro insieme. E oggi è proprio quel percorso valutativo che viene messo alla prova. Se un tassello cede, l’equilibrio complessivo può saltare. L’indagine su Sempio ha una scadenza in estate (quella dei termini per le indagini preliminari). Ma la decisione sulla revisione potrebbe arrivare prima. Tutto dipende da cosa troverà la Procura generale di Milano dentro quelle migliaia di pagine. Nanni di certo ha già esperienza con le revisioni. A Cagliari, dove ricopriva lo stesso incarico, revisionò il processo per la strage di Sinnai (8 gennaio 1991) che produsse la condanna all’ergastolo di Beniamino Zuncheddu per tre omicidi e un tentato omicidio. Dopo 32 anni di carcere, grazie a quella revisione, Zuncheddu risultò innocente.
Ingredienti – 4 fette di arista di maiale (circa 600 gr), 350 gr di salsa o passata o pelati frullati di pomodoro, tre spicchi d’aglio, un peperoncino fresco o un cucchiaino di peperoncino macinato, 4 cucchiaini di origano, 6 cucchiai di olio extravergine di oliva, 200 gr di mozzarella fiordilatte, una ventina di olive, sale q. b.
Procedimento – Sbucciate gli spicchi di aglio, privateli dell’anima verde e fateli soffriggere in una capace padella con l’olio extravergine e il peperoncino. Quando l’aglio è appena dorato ritiratelo e aggiungete la salsa di pomodoro aggiustando appena di sale e profumando con l’origano. Fate tirare un po’ il sugo a fuoco moderato. Nel frattempo battete un po’ con il batticarne le fette di arista, salatele appena in superfice da entrambi i lati e fate loro prendere calore nel sugo di pomodoro. Continuate la cottura per 6/7 minuti a fuoco moderato girando un paio di volte le fette di carne. Ora alzate un po’ la fiamma a fate addensare il sugo e a un minuto dalla cottura completa della carne aggiungete le olive e adagiate abbondante mozzarella su ogni fetta di carne. Fate fondere il formaggio appena e servite.
Come far divertire i bambini – Fate salare a loro le fette di carne che massaggeranno con le loro manine.
Abbinamento – Abbiamo scelto un Aglianico, grande vino dell’Irpinia con la denominazione Taurasi, ma anche del Vulture o del Cilento. In alternativa un Piedirosso (detto Pere e palumme) o un Nerello Mascalese dell’Etna.
Lo avevano annunciato e lo hanno fatto. I Carc hanno dato, da Milano a Firenze passando per Napoli e Roma, la «caccia ai sionisti per buttare fuori dalle piazze del 25 aprile la Brigata ebraica».
E lo hanno fatto con la solidarietà tanto della Fiom quanto del Movimento 5 stelle che, mentre Giuseppe Conte veste i panni dell’antifascista difendendo la Costituzione e prendendosela con il presidente del Senato, Ignazio La Russa, con la portavoce pentastellata a Montecitorio Stefania Ascari esprime «piena solidarietà ai militanti e alle militanti dei Carc».
Dopo le perquisizioni a Napoli e Firenze (sono le due regioni, Toscana e Campania, dove il Partito dei comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo) con sei inquisiti (c’è anche un ragazzino) i Carc hanno fatto un salto di qualità e si pongono alla testa del movimento antagonista. L’accusa contro di loro è pesantissima. Nel decreto di perquisizione della Procura di Napoli che si è esteso Firenze - lì è indagato il capo storico, Paolo Babini - si legge: «Agiscono con finalità di terrorismo e si richiamano alle Brigate rosse di cui fanno apologia». Il salto di qualità si avverte. Dopo aver dichiarato che «la giornata del 25 aprile è una giornata di lotta contro chi si sottomette ai gruppi imperialisti Usa e ai sionisti, per prendere di mira i consolati Usa, sionisti e le prefetture, bloccare tutto e cacciare il governo fascista di Giorgia Meloni», hanno usato le manifestazioni per la Liberazione come raduni di propaganda e reclutamento. La Digos e i carabinieri hanno spedito alla Procura di Napoli ieri un rapporto in cui si legge: «Le conversazioni tra i militanti dei Carc documentano un modello strutturato di indottrinamento giovanile, l’inserimento graduale in attività operative, l’affiancamento di militanti esperti, la formazione ideologica attraverso l’azione, l’utilizzo dei giovani come moltiplicatori del consenso».
A questa galassia, dopo la solidarietà dell’ex magistrato ed ex sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, che fu eletto anche con il sostegno dei Carc, giungono parole di «conforto» dai 5 stelle e dai metalmeccanici della Cgil. Per chi negli Anni di piombo c’era fa male passare dalle 5 stelle alla stella a cinque punte e ricordarsi che nelle fabbriche fino a quando non fu ammazzato Guido Rossa si diceva che le Br erano «compagni che sbagliano». Anche perché l’inchiesta di Napoli sta assumendo contorni preoccupanti.
Nonostante questo Stefania Ascari, onorevole M5s, ha spedito questo messaggio ai Carc partenopei: «Quello che è avvenuto (le perquisizioni e l’indagine, ndr) è gravissimo, ha un evidente peso politico e si inserisce in un clima in cui ogni voce critica viene infamata, delegittimata e criminalizzata. Terrorista è chi si schiera con chi ha le mani sporche di sangue in un genocidio, con chi sta devastando il Medio Oriente con crimini di guerra e contro l’umanità, non chi lotta per la pace, i diritti e la giustizia sociale. Questa deriva è allarmante e ci spinge a non abbassare la guardia, ma a continuare a far sentire la nostra voce con ancora più determinazione. Vi sono vicina».
Non diverso il tono della Fiom dello stabilimento Baker Hughes di Casavatore, che «esprime piena solidarietà ai compagni del Partito dei Carc, colpiti dalle recenti perquisizioni avvenute a Napoli e Firenze e al compagno Vincenzo Iossa. Parliamo di persone che, nella nostra vertenza sul licenziamento del compagno Massimo Vasaturo, sono state presenti per giorni davanti ai cancelli, dando un contributo concreto di solidarietà e partecipazione. Esprimiamo inoltre forte preoccupazione per gli effetti dei recenti decreti Sicurezza che stanno introducendo misure sempre più restrittive sulle manifestazioni e sulle forme di dissenso».
Ma dissenso c’è anche nell’area antagonista. Il Pmli - i marxisti leninisti - rimproverano ai Carc di aver partecipato il 19 marzo alla Camera a un convegno promosso da Stefania Ascari a cui erano presenti «otto fra deputati e deputate 5 stelle tra cui Ilaria Cucchi di Avs e Maurizio Acerbo segretario del Prc». Secondo i marxisti - leninisti i Carc si stanno svendendo alla borghesia perché «occorre marcare una netta differenza tra le istituzioni rappresentative borghesi e chi vuole davvero il socialismo. È essenziale dare alle masse popolari - a partire da coloro che si professano “comunisti”, anticapitalisti e rivoluzionari - e agli astensionisti di sinistra, una vera coscienza di classe anticapitalista capace di abbracciare attivamente la lotta per il socialismo e il potere politico del proletariato».
Non sono purtroppo parole inedite. La Procura di Napoli sta conducendo indagini anche sui legami tra i Carc e ambienti dell’islamismo estremista che si trincera dietro le posizioni radicali dei pro Pal. Sotto i riflettori, oltre al reclutamento da parte dei «comunisti», ci sono anche i contatti con gli ambienti di Mohammad Hannoun.
Ieri a Roma, in zona Piramide, gli anarchici che esaltavano Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano, i due saltati per aria mentre costruivano una bomba, i pro Pal che inneggiavano alla «Palestina libera dal fiume fino al mare» e chiedevano la liberazione di Mohammad Hannoun si muovevano dietro la regia dei Carc nel corteo del 25 aprile.










