- La famiglia nel bosco paga il fatto di essere troppo bianca ed educata. Perché da noi ci sono toghe che tutelano gli stranieri violenti e assassini, non le persone normali.
- Ieri sera Catherine Birmingham è stata invitata a lasciare la struttura che la ospitava. Il Tribunale: «Si illudeva di tornare a casa presto». Il premier: «Scelta ideologica». Lo strazio della figlia, avvinghiata alla gamba della donna.
Lo speciale contiene due articoli
Poiché a pensare male spesso si coglie nel segno, viene da credere che se i Trevallion si comportassero come fanno altri e ben più pericolosi stranieri, non si troverebbero a vivere l’inferno a cui attualmente sono inchiodati. Viene da crederlo perché, con allarmante frequenza, ci troviamo a osservare casi allucinanti di immigrati verso i quali la magistratura utilizza ogni cautela e molta creanza. Forme di attenzione che, al contrario e inspiegabilmente, non sono tributate alla famiglia nel bosco.
Nei giorni scorsi abbiamo raccontato almeno due vicende agghiaccianti. Giorgia Meloni ha citato gli stranieri irregolari che erano stati trasferiti in Albania e che per volontà dei giudici sono rientrati in Italia nonostante avessero condanne per reati odiosi come spaccio, violenza sessuale e violenza sessuale di gruppo. Ad esempio Fathallah Ouardi, marocchino di 39 anni che aveva collezionato tutte le imprese di cui sopra. Poiché questo gentile signore aveva presentato richiesta di protezione internazionale, non può essere espulso né portato oltre l’Adriatico, ma deve essere ricondotto in Italia a piede libero.
E poi c’è la storia - tanto mostruosa da risultare grottesca - del pakistano presunto omicida che la Corte di appello di Firenze ha deciso di lasciare a spasso per l’Italia, benché sia colpito da mandato di arresto europeo. Il signore in questione non può essere estradato in Grecia - non in chissà quale feroce dittatura, ma in una civilissima nazione europea - perché rischierebbe, secondo i giudici, di trovarsi male in carcere. Intendiamoci: sappiamo molto bene che ogni sentenza fa storia a sé, che ogni vicenda giudiziaria ha le sue asperità e talvolta le sue contraddizioni.
Eppure è evidente che qui c’è qualcosa che non va. In virtù di quale delirante sistema si possono favorire spacciatori, omicidi e violentatori e ci si mostra, invece, ferocemente duri nei riguardi di una famiglia che non ha fatto niente di male? I Trevallion non hanno stuprato, molestato, ucciso o pestato nessuno. Ma chissà, forse avrebbero dovuto, perché a quel punto sarebbero stati trattati come tutti gli altri immigrati, clandestini compresi. Le istituzioni italiane si sarebbero preoccupate molto del loro benessere, avrebbero esibito grande rispetto per le differenze culturali, avrebbero tirato in ballo tolleranza e accoglienza. E i due poveri anglo-australiani avrebbero potuto continuare a vivere al limitare del bosco. Invece no, invece Nathan e Catherine non sono abbastanza stranieri. Sono troppo bianchi e troppo educati, non pretendono chissà quali privilegi, non hanno richiesto particolari favoritismi: volevano solo essere lasciati in pace. E questo, a quanto pare, per le nostre istituzioni non è accettabile.
L’astio nei confronti in particolare di Catherine che traspare dalle carte giudiziarie è talmente palese che solo un cieco non lo vedrebbe. Su di lei pesa una colpa terribile: vuole proteggere i suoi figli ed è arrabbiata perché glieli hanno tolti. Dunque, va punita. Se rubasse portafogli in stazione la tratterebbero con più rispetto.
Mamma Trevallion divisa dai figli. Ira di Meloni: «Non sono dello Stato»
Non veniteci più a raccontare che la priorità è l’interesse dei minori. L’ordinanza del Tribunale dei minorenni dell’Aquila ha ordinato l’allontanamento dei tre piccoli Trevallion-Birmingham «dalla comunità in cui sono attualmente ospitati e il loro collocamento in diversa struttura, senza la madre».
Non bastasse l’orrore del provvedimento, il giudice «autorizza l’esecuzione dell’ordine di allontanamento con l’assistenza della forza pubblica». La bambina di otto anni e i due gemelli di sei, sottratti lo scorso novembre alla coppia che abitava nel bosco di Palmoli, nel Chietino, sono amati dai genitori. Mai è stata commessa violenza nei loro confronti eppure non si vuole che tornino in famiglia.
E, se un peggio ancora doveva accadere, vengono separati dalla mamma. Anche con la forza, poco importa ai giudici gli effetti devastanti su quei tre piccoli. Ieri sera Catherine Birmingham era stata invitata senza mezzi termini ad abbandonare subito la struttura: scene strazianti con la bambina avvinghiata alla mamma per non lasciarla andare via mentre la febbre le saliva a 38. La motivazione di tutto ciò? Appare mostruosa: «L’umore materno è andato col tempo peggiorando verosimilmente poiché la signora mostra di avere per qualche ragione coltivato l’illusione di una permanenza in comunità molto breve e di un sollecito ripristino della convivenza di tutta la famiglia presso la propria abitazione», scrive Cecilia Angrisano, presidente del Tribunale dei minorenni.
Pensa un po’, la mamma si era illusa di avere la famiglia riunita: come ha potuto essere così sventata? Siamo in Quaresima e la Via Crucis della famiglia nel bosco non sembra potersi concludere con la liberazione dei Trevallion-Birmingham dal giogo dei giudici e dei servizi sociali. L’ordinanza parla di «condotta indisciplinata», dei tre piccoli. Afferma che la relazione del 12 febbraio 2026 della casa famiglia descrive il peggioramento del loro comportamento. «Si sono moltiplicati i tentativi dei minori di accedere autonomamente ai piani superiori della struttura, dove sono ubicati l’ufficio della responsabile, lo spazio neutro per gli incontri protetti, la stanza studio e l’appartamento assegnato alla madre». Proprio dei cattivi bambini, volevano il libero accesso alla parte della comunità dove è confinata la loro mamma.
Nella relazione si dichiara pure che «nell’ultimo periodo la donna consente ai bambini di soggiornare a qualsiasi ora nel proprio appartamento, chiudendo la porta. […] Tale condotta espone i minori a rischi significativi, considerata la loro tendenza a muoversi senza controllo in tutta la struttura». Preoccupazione per i possibili rischi, o rifiuto di accettare che delle creature vogliano passare più tempo con la mamma? Il giudizio su Catherine continua a essere inspiegabilmente duro. Nessuna attenzione per il dolore, la sofferenza di questa mamma.
L’ordinanza attinge sempre a piene mani dalla relazione dei servizi sociali e della casa famiglia, affermando che «la condotta tenuta dalla madre dalla fine di gennaio ha iniziato a essere, invece, fonte di grave pregiudizio, non solo per l’istruzione dei figli, ma anche per il loro equilibrio psichico, per la loro educazione e persino per la loro incolumità. Tale condotta legittimerebbe pertanto un provvedimento cautelare di allontanamento». Marina Terragni, Garante nazionale per l’infanzia e l’adolescenza, chiede la sospensione del provvedimento e una nuova perizia medica indipendente. «È l’unico modo in cui posso muovermi, tutelando la salute dei minori», afferma Terragni, oltremodo preoccupata perché «si rischia di infliggere ai bambini un ulteriore trauma dopo la separazione dal padre». Il garante si chiede: «Se le condizioni psicofisiche di questi piccoli si aggravassero, ipotesi poi non così remota considerati i ripetuti traumi che hanno subito, qualcuno sarà chiamato a risponderne?».
«Le ultime notizie mi lasciano senza parole», ha commentato il premier Giorgia Meloni, «il mio pensiero va ai bambini e ai loro genitori colpiti da una assurda concatenazione di decisioni dal chiaro tenore ideologico. Il compito dei tribunali per i minorenni è quello di tutelare i bambini e gli adolescenti di fronte ai casi di maltrattamento, abuso o abbandono, agendo nel superiore interesse del minore. Non è compito della giustizia, e dello Stato in generale, sostituirsi ai genitori, decidere come vadano educare i figli, imporre uno stile di vita fondato su standard che sono chiaramente ideologici. Perché i figli non sono dello Stato: i figli sono delle mamme e dei papà. Il governo era già intervenuto su questa materia, varando un disegno di legge apposito, che spero che il Parlamento possa approvare nel minor tempo possibile, per restringere l’arbitrio e combattere esclusivamente il superiore interesse dei minori», ha concluso Meloni.
Alessandra De Febis, Garante per l’infanzia e l’adolescenza della Regione Abruzzo, interviene osservando che «Non è pensabile che bambini già così gravemente esposti a cambiamenti e situazioni traumatiche vengano caricati di ulteriori choc, con nuovi stravolgimenti della loro quotidianità, dopo aver già cambiato radicalmente vita solo pochi mesi fa». Duro il commento dello psichiatra Tonino Cantelmi, consulente della difesa dei coniugi anglo-australiani. «Ci siamo dichiarati disponibili a una collaborazione equilibrata, ma tutto ciò è caduto nel vuoto».
Il professore osserva che il provvedimento «accoglie l’ostinazione del servizio sociale ad attribuire tutte le cause di difficoltà a Catherine e con incredibile tranquillità non esita a smembrare ulteriormente la famiglia e a generare un nuovo trauma a questi bambini, che dovranno essere trasferiti in un’altra struttura, confrontarsi con altri adulti sconosciuti e inserirsi in altri contesti problematici».
Il presidente della Regione Abruzzo, Marco Marsilio, «pur nel pieno rispetto delle decisioni assunte dall’autorità giudiziaria», parla di decisione che, «anziché accorciare le distanze, allarga la frattura».
Secondo il presidente dell’Osservatorio sui diritti dei minori e già Garante per l’infanzia e l’adolescenza della Regione Calabria, Antonio Marziale, «era del tutto prevedibile che la madre potesse manifestare atteggiamenti oppositivi in una condizione del genere».
La Lega ha commentato sui social: «Una famiglia divisa e distrutta per cattiveria e arroganza. Chiederemo ispezione urgente del ministero della Giustizia».
Il petrolio potrebbe salire a 150 dollari al barile entro poche settimane se lo Stretto di Hormuz rimanesse chiuso, avverte il ministro dell’Energia del Qatar. Il traffico di petroliere è crollato da 138 navi al giorno a sole due, mentre il Kuwait ha iniziato a sospendere la produzione di petrolio a causa di problemi di stoccaggio. E poi c’è il gas. Sempre da Hormuz transita il Gnl del Qatar, leader mondiale, che arriva in Italia.
Ma è tutto fermo. Fino a marzo possiamo stare tranquilli per le forniture. Da aprile si vedrà, sostengono i manager del settore. Risultato: il Brent, ovvero il greggio europeo, è rincarato del 25% da venerdì scorso a oltre 92 dollari al barile, il gas ad Amsterdam del 65% in una settimana a 52 euro per megawattora, la benzina e il gasolio hanno visto un balzo di poco inferiore al 20%. E ora attendiamo l’effetto caro-gas sulle bollette del metano e soprattutto dell’energia elettrica, dato che dal gas dipende circa metà della produzione elettrica italiana. Le stime parlano di possibili aumenti della bolletta energetica tra 250 e 300 euro annui per famiglia, nel caso le quotazioni non calassero. Per le imprese il peso potrebbe essere ancora più rilevante: un’azienda con consumi pari a un milione di kilowattora all’anno potrebbe affrontare rincari fino a 30.000 euro.
Consumi energetici più cari vuol dire più inflazione. Secondo il Codacons, se la crisi dovesse tradursi in un aumento complessivo dei prezzi di un punto percentuale, la spesa annua di una famiglia con due figli crescerebbe di circa 457 euro a parità di consumi. Questo aggravio si sommerebbe al carovita già acquisito nel 2026, pari all’1,1% secondo l’Istat, portando il conto complessivo per lo stesso nucleo familiare a circa 959 euro in più all’anno.
Dal caro carburanti infatti scatta tutta una filiera di aumenti. Secondo le stime di Cna Fita, l’incremento dei prezzi alla pompa registrato negli ultimi giorni si traduce già in un aggravio di oltre 2.400 euro l’anno per un mezzo pesante che percorre 100.000 chilometri. Se le tensioni nello Stretto di Hormuz dovessero proseguire, gli autotrasportatori potrebbero trovarsi di fronte a un rincaro ulteriore di circa 0,445 euro al litro, pari a un aumento del 25%, con un costo aggiuntivo di circa 13.000 euro annui per ogni camion. L’impatto si estende anche al settore dei trasporti aerei. L’interruzione delle forniture dal Golfo ha fatto impennare il prezzo del carburante per l’aviazione di oltre l’80%. Prima degli attacchi il carburante per aerei nell’Europa Nord-occidentale costava circa 830 dollari a tonnellata, ora ha superato i 1.500 dollari. Si tratta dei livelli più alti dal 2022, quando i mercati furono scossi dall’invasione russa dell’Ucraina. Secondo gli analisti, se i costi resteranno elevati le compagnie aeree potrebbero trasferire gli aumenti sui biglietti, con tariffe più alte in vista delle vacanze estive. Più o meno un 10%, considerando che il carburante vale un quarto del biglietto finale.
Gli effetti potrebbero arrivare però rapidamente anche sugli scaffali dei supermercati. L’associazione di consumatori Codici stima che un aumento dei carburanti tra il 2% e il 3% possa generare nel breve periodo rincari dei prezzi alimentari tra lo 0,5% e l’1,5%. In questo scenario la spesa alimentare delle famiglie italiane potrebbe crescere di circa 20-40 euro al mese entro la fine di marzo, con aumenti che riguarderebbero soprattutto ortofrutta fresca, latticini, carne e prodotti legati alla filiera cerealicola.
Nel settore agricolo le tensioni internazionali stanno già incidendo sui costi di produzione. Confagricoltura segnala aumenti rapidi dei prezzi dei fertilizzanti e ovviamente dei carburanti, con punte superiori al 30%, con immaginabili effetti sui prezzi finali. Gianclaudio Torlizzi di T-Commodity ricorda che «dopo lo scoppio della guerra tra Russia e Ucraina, il petrolio passò da 68 a 94 dollari al barile, un aumento del 37%. Nello stesso periodo i prezzi alimentari globali salirono del 15%». Ci siamo quasi.
Le tensioni geopolitiche stanno influenzando anche alcune materie prime industriali. I future sull’alluminio sono saliti fino a 3.350 dollari a tonnellata, il livello più alto degli ultimi quattro anni, e parliamo di un metallo leggero e resistente alla corrosione comunemente utilizzato in settori come l’edilizia, i trasporti e l’imballaggio. Corre pure il prezzo del tanto vituperato carbone che ha raggiunto i 138 dollari a tonnellata, massimo da 15 mesi, spinto dalla maggiore domanda di combustibili alternativi dopo le chiusure in Qatar.
Gli analisti dunque avvertono che una crisi energetica prolungata potrebbe riportare l’inflazione su livelli più elevati. Secondo Ing Direct, se il conflitto dovesse protrarsi per diverse settimane l’inflazione potrebbe tornare intorno al 2,5% nell’eurozona, col rischio che la Bce rialzi i tassi. «Nel breve periodo, il recente aumento dei prezzi dell’energia seguito alle tensioni in Iran rende più incerto il percorso dell’inflazione», minaccia Isabel Schnabel, membro del consiglio esecutivo Bce. Ci mancherebbe solo l’aumento del costo del denaro. Allora sì che, come dopo il 2022, pagheremmo mutui e prestiti più cari, di fatto non fermando più l’inflazione e ammazzando definitivamente il potere d’acquisto degli italiani.
In questi giorni che precedono il referendum avverto quale cittadino e magistrato un certo disagio. Non già per l’esito del responso; la mia coscienza di cittadino è a posto e posso dire di aver divulgato a tutti i miei interlocutori la bontà della riforma non già sparando offensivi slogan o cercando di far prevalere la mia opinione da tecnico, quanto piuttosto esibendo letteralmente il facile testo normativo dal quale è agevole ricavare che tutti i disastri preconizzati dai detrattori non sono minimamente rinvenibili nella riforma.
Il disagio è forse dettato dal fatto che illustri giornalisti e famosi colleghi che, anni prima, avevano dettagliatamente indicato sui mass media i mali del cosiddetto «correntismo giudiziario», abbiano oggi effettuato una totale abiura dell’originale pensiero e, contestualmente, indicato ai cittadini di votare No. Si dirà, cambiare opinione è consentito. Certo che sì. Tutti possono cambiare opinione; anzi è segno di raffinata intelligenza direbbe Talleyrand.
Eppure qualcosa non torna. Nelle primigenie dichiarazioni, giornalisti e famosi colleghi effettuarono una disamina dettagliata e completa della criticità (basta rivedere le impietose registrazioni su Youtube): sostanzialmente, dissero che l’Anm, a mezzo delle consustanziali correnti, aveva potenzialmente eterodiretto le valutazioni dei magistrati di competenza del Csm (per come dettagliatamente indicato non solo nei libri di Livadiotti e Palamara), deformando gli esiti finali di tanti provvedimenti amministrativi. Invocavano tutti una riforma normativa che oggi, senza motivo, avversano. Va bene, come detto, cambiare idea ma a questo punto occorrerebbe spiegare agli italiani perché quelle degenerazioni, descritte sin nei minimi dettagli, in chiare interviste esplicative, sono ora svanite e non sono più considerate meritevoli di riforma. Eppure risento ancora la eco del messaggio del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella (insediamento alle Camere in data 3 marzo 2022, vedi Youtube), il quale aveva addirittura riferito dell’urgente indispensabilità delle riforme e del superamento delle logiche di «appartenenza che per dettato costituzionale devono restare estranee all’Ordine giudiziario».
Allora erano tutti favorevoli al superamento delle nomine per appartenenza. Prendiamo atto che oggi gli stessi dichiaranti non ne avvertono più l’esigenza, senza spiegarne le ragioni. È lecito domandarsi: ma quei meccanismi opachi, eppur così minuziosamente descritti dagli esperti erano veri o inventati? Non sussistono più compromessi e baratti e, quindi, non serve oggi il sorteggio dei componenti del Csm? Perché un conto è cambiare un’opinione, ontologicamente diverso è raccontare nei minimi dettagli un fenomeno che asseritamente ora è evaporato. Implicitamente ci stanno dicendo che la lottizzazione correntizia non esiste più, siamo stati troppo severi, quasi esagerati. Il cittadino dovrebbe credere che oggi ci sia stata una sorta di moralizzazione autogena. Io, invece, rimango dell’idea che il Sistema sia esistito ed esista ancora e stia oggi facendo come il Timavo, un fiume noto per l’impetuosità delle sue acque, il quale, a un certo punto, sparisce dalla vista. Io ho il sospetto che il Sistema delle nomine per appartenenza viva ancora. Ho la certezza che solo il sorteggio possa debellare il cordone ombelicale elettore-eletto-beneficiario, prima causa della criticità. Io non ho cambiato idea: condivido ancora quel messaggio di dolore che quei colleghi illuminati avevano lanciato.
Qualche positivo indizio, a riscontro dell’esistenza perdurante della criticità, me lo fornisce la giurisprudenza amministrativa. Il Consiglio di Stato, anche adottando una giurisprudenza restrittiva al limite dell’inerzia, continua inascoltato ad annullare le nomine dettate dall’appartenenza, pur ritrovandosi il ricorrente-vincitore sovente di nuovo soccombente nella nuova imposta valutazione, in un balletto senza fine che mortifica l’essenza della giurisdizione amministrativa.
Quello che stupisce ancora di più sono i colleghi che, invece di essere felici del sorteggio quale foriero inizio di un rinnovato rispetto dell’articolo 97 della Costituzione, si oppongono alla scelta casuale dei componenti del Csm. Scelta che valorizzerebbe il prestigio della magistratura verso i consociati, oggi, proprio per questi fatti, ai minimi storici.
Siamo tutti elettori e cittadini, eppure siamo come avvezzi alle comode acque stagnanti del compromesso e non ci accorgiamo di quanto potrebbe cambiare in meglio il servizio giustizia (e l’Italia intera) se ognuno di noi fosse valutato solo con il metro dei meriti. Di cosa abbiamo paura? Perché il sorteggio fa paura? La domanda è, ovviamente, retorica. Le logiche dell’appartenenza mortificano le professionalità di tanti magistrati, i quali, sfiduciati, non presentano neanche più domanda per un posto direttivo e aspirano unicamente ad andare in pensione. L’attuale sistema, come dicevo sopra, dettagliatamente illustrato dai tanti illustri colleghi nel suo oggettivo disvalore e poi negato, ha finito per far emergere due tipologie di magistrati.
Quelli a cui l’attuale sistema elettivo dei consiglieri del Csm, per appartenenza di corrente, non va poi così male. Nei dibattiti qualcuno ha peraltro chiaramente confessato: «Io quello l’ho votato e deve fare quello che gli è stato detto per mandato di appartenenza». Il facile mantra è: «La riforma è un attacco alla democrazia». Verrebbe da dire attacco sì, ma a quali condotte? A questo serve l’autonomia e l’indipendenza?
Ma ci sono anche quelli che non scenderebbero mai al compromesso di chiedere un provvedimento favorevole a persone o sedi non istituzionali, quelli i cui nomi non si trovano nelle famose chat, né in altre analoghe non intercettate, quelli che discutono della loro auspicata promozione solo nelle sedi ufficiali e sono fiduciosi dell’asettica valutazione delle loro allegazioni documentali.
Io a questa laboriosa (spero) maggioranza silenziosa mi rivolgo: perché avversate la riforma se ne siete vittime? Perché non palesate il vostro disagio? Un messaggio anche ai cittadini elettori: aiutate con il libero voto la magistratura a comprendere che solo il sorteggio può salvare il merito e, con esso, l’efficienza di questo Paese. Liberate la magistratura, restituitele il prestigio che merita. Votate Sì.
Roccella: «L’allontanamento va sospeso. Hanno preso una decisione brusca con i piccoli molto provati»
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Ministro Eugenia Roccella, come valuta questo provvedimento del Tribunale dei minori dell’Aquila che separa Catherine Trevallion dai suoi tre figli?
«Da tutte le parti, in tutti i documenti che riguardano l’infanzia, abbiamo sempre il principio del best interest, del miglior interesse del bambino. Accertiamo qual è il miglior interesse del bambino, di solito c’è almeno una seconda opinione. Quando si parla di questioni sanitarie, c’è sempre la possibilità di chiedere un secondo parere. In questo caso c’è stata una mossa radicale che, per altro, interviene su una situazione in cui già c’è stata una separazione e sicuramente ci sono stati traumi. Parliamo di un’ulteriore separazione dei bambini, anche dalla struttura in cui sono stati in questi mesi. Sembra davvero che in questo caso non si abbia come stella polare il migliore interesse dei minori. A mio parere, prima si dovrebbe accertare quali potrebbero effettivamente essere le ricadute di un atto su questa famiglia e poi, eventualmente, si dovrebbe decidere quale misura prendere. Non mi sembra un percorso accettabile quello di prendere prima i provvedimenti e poi, successivamente, verificare quali siano le ricadute».
La sensazione è che da parte delle istituzioni in questo caso ci sia stato un irrigidimento. È stato preso un provvedimento e lo si vuole difendere a ogni costo, anche se ci sono tante voci che invitano a cambiare idea. Nelle carte del tribunale si leggono toni molto duri, eppure le istituzioni dovrebbero prendersi cura della famiglia.
«Certo, la famiglia va sostenuta, si dice che i figli non sono dei genitori, ma non sono nemmeno dello Stato. I figli prima di tutto sono minori da tutelare e per tutelarli bisogna, in qualche modo, trovare un accordo, il massimo di condivisione possibile fra istituzioni e famiglie. Le istituzioni devono sostenere la famiglia, coinvolgerla in un percorso e mi sembra che questo percorso fosse stato avviato. Se poi la signora Trevallion non è sufficientemente collaborativa, allora si dovrebbero trovare percorsi accettabili anche per lei, anche a questo servono gli psicologi, anche a questo servono gli esperti».
In teoria sì.
«Penso che, comunque, il nodo del problema sia il metodo. Prima di tutto bisogna accertare l’effetto che le misure che si vogliono prendere potrebbero avere sui bambini. La Garante per l’infanzia ha chiesto quello che mi sembra proprio il minimo sindacale: un approfondimento sull’effetto che avrebbe questa ulteriore separazione su minori che già sono provati da traumi precedenti. Questo mi sembra un passaggio fondamentale: qui c’è un problema di salute emotiva e psichica e questa è la linea guida che dobbiamo seguire. Non si tolgono i bambini o le famiglie se non in caso di pericoli veramente radicali. E non, come abbiamo letto nella prima ordinanza del tribunale, perché i bambini non avevano una sufficiente vita sociale con i pari. Perché bisognerebbe vedere se il rapporto con i pari sia prioritario rispetto al rapporto con i famigliari».
Ha citato la Garante per l’infanzia, Marina Terragni. A nome dell’Autorità chiede la sospensione di quest’ultimo provvedimento. Dice che bisogna prendersi un attimo per riflettere. Forse questa potrebbe essere la soluzione adeguata, non crede?
«Io non posso che associarmi a questa richiesta della Garante: la richiesta di sospendere questo provvedimento e di un approfondimento sugli effetti che potrebbe avere sui bambini. Mi sembra veramente un passaggio di buon senso educativo, di tutela minima nei confronti di questi bambini. Non credo che questo offenda la magistratura o il tribunale. Non mi sembra che quella di una sospensione - nell’ottica della tutela del migliore interesse del minore - sia una richiesta offensiva o strabiliante. Penso che su questo potremmo essere tutti d’accordo, potrebbe essere un punto di caduta di questo dibattito».
E se per caso questo suggerimento non fosse accolto dal tribunale, ci sono secondo lei delle altre strade percorribili?
«A me pare che, per forza di cose, la via si quella di ripensamento da parte del tribunale. Finora si è sempre agito con grande rispetto nei confronti delle decisioni del giudice. Non c’è mai stato, nonostante l’opinione pubblica sia molto divisa su questo caso, alcun tipo di pressione nei confronti né degli operatori né del tribunale. Anzi, c’è sempre stata solo una richiesta di approfondimento, una richiesta di valutazioni ulteriori, di un secondo parere. Cosa che, insisto, anche da un punto di vista sanitario, è il minimo che si possa chiedere. Il confronto fra operatori, esperti, medici è una cosa assolutamente normale. Proprio tenendo conto di questo, credo che davvero il tribunale potrebbe accogliere la richiesta della Garante che, tra l’altro, è la stessa che fa anche l’Asl del territorio».
Insomma, bisogna riaprire una riflessione su questa vicenda.
«Il punto è capire se si vuole aiutare la famiglia o se c’è un’idea di conflitto, con il tribunale da una parte e, dall’altra, la famiglia. Io non credo che sia giusto impostare tutto in questo modo. L’intervento sui minori ha successo se la famiglia viene coinvolta. Chiediamo sostanzialmente collaborazione. Da parte della famiglia, per quello che era possibile, non c’è stato un irrigidimento. Adesso chiediamo collaborazione da parte di chi, in maniera un po’ brusca, ha stabilito di spostare i bambini senza ulteriori approfondimenti o verifiche».
Quello che traspare è quasi un irrigidimento, come se il tribunale dovesse difendersi in da attacchi. Ma mi sembra di capire da lei che non ci sia alcuna intenzione di attaccare o di farne uno scontro politico o altro.
«Ma no, appunto. Attacchi non ce ne sono stati, c’è un grande dibattito e anzi io ringrazio il vostro giornale in particolare, perché mantenere vivo questo dibattito serve anche a dare fiducia all’opinione pubblica, a far capire all’opinione pubblica che non viene ignorata. Quello che noi chiediamo è un’attenzione ai bambini, ma un’attenzione preventiva, non successiva. Non si può con i bambini avere superficialità, non considerare che ogni cosa che si fa ha delle ricadute, ha degli effetti. E a volte ha degli effetti che durano per sempre. Il rapporto con i genitori, quello con la mamma in particolare, sono questioni su cui non si può intervenire in maniera brutale, in maniera così radicale. Un atto di responsabilità sarebbe quello di sospendere il provvedimento e fare altre verifiche su come prenderebbero, questi bambini, una separazione ulteriore. Qui non ci si può muovere senza la dovuta delicatezza, le dovute cautele, la dovuta considerazione per le conseguenze che tutto questo può avere. Penso, da genitore, che ognuno di noi senta questo provvedimento come davvero troppo brusco».










