L’IA e il vizio del nucleare: nelle simulazioni di guerra effettuate con l’intelligenza artificiale l’arma atomica non è un tabù
Gli appassionati di cinema ricorderanno certamente Skynet, la malvagia super-intelligenza artificiale che nel mondo fantascientifico della saga Terminator inizia la sua guerra all’umanità scatenando l’apocalisse nucleare. Quella era fantascienza, per fortuna. Eppure, nelle simulazioni di guerra effettuate al King’s College di Londra utilizzando i tre principali modelli di IA (ChatGPT, Gemini e Claude Sonnet), questi ultimi appaiono molto più disposti a ricorrere all’arma atomica rispetto alla controparte umana di fronte a crisi geopolitiche simulate.
L’esperimento voleva replicare i war games, quei giochi di guerra effettuati dagli Stati Maggiori di tutte le principali forze armate del mondo in cui vengono simulati scenari di crisi. Tra esse vi erano intensi scontri internazionali, dispute sui confini, competizione per risorse scarse e minacce esistenziali alla sopravvivenza dei regimi. Le simulazioni sono state ben 21, con un vasto range di opzioni fornito ai tre modelli IA, che andavano dalle semplici proteste diplomatiche alla resa completa fino alla guerra nucleare strategica totale. Ebbene, nel 95% dei casi la simulazione è terminata con l’utilizzo di almeno un’arma nucleare tattica da parte dei modelli di IA.
Appare quindi chiaro che per l’intelligenza artificiale il tabù nucleare non sia poi così tanto un tabù. Mentre un leader umano è (o dovrebbe essere) condizionato da un insieme di fattori etici, emotivi e politici, tali da rendere l’opzione atomica l’ultima risorsa assoluta, i modelli di intelligenza artificiale, invece, sembrano operare secondo una logica puramente utilitaristica e strategica.
Per l’IA, la vittoria è l’obiettivo primario, e se l’uso di armi nucleari tattiche rappresenta il percorso più efficiente per raggiungerla, allora quella diventa la scelta preferibile, scevra da remore morali o dalla paura delle conseguenze a lungo termine. Durante le simulazioni svolte dal King’s College, infatti, in nessun caso i modelli hanno optato per la resa, anche di fronte a una sconfitta palese, preferendo sempre un’escalation della violenza.
Può sembrare cosa da poco, ma l'intelligenza artificiale è già stata testata in giochi di guerra da Paesi di tutto il mondo. Di più, l’integrazione dell’intelligenza artificiale nei sistemi di difesa è una realtà che appare ormai inarrestabile.
Basti pensare che per l’anno fiscale 2026 il Pentagono ha allocato 9,8 miliardi di dollari solo per sistemi autonomi e IA, mentre la Russia, secondo un report del Center for Strategic and International Studies, effettua ormai l’80% delle sue missioni di fuoco con droni, e sta puntando forte sull’integrazione dell’IA per il comando e controllo di tali missioni.
L’attrattiva è innegabile. Essa promette di accelerare il ciclo decisionale, analizzando enormi quantità di dati in tempo reale; dalla logistica alla sorveglianza, dalla cyberguerra alla guida di veicoli autonomi. L’impronta nel settore militare è insomma destinata a crescere in modo esponenziale. Ma è proprio per questo che l’esperimento del King’s College suona come un campanello d’allarme che non può essere ignorato. Affidare a un’intelligenza artificiale, per quanto avanzata, decisioni che implicano l’uso di forza letale, e in particolare di armi di distruzione di massa, richiede una riflessione profonda e un’attenzione meticolosa alla sua programmazione.
D’altra parte è proprio questo uno dei motivi di forte attrito tra il Ceo di Anthropic, Dario Amodei, e il Pentagono. Il proprietario di Sonnet vuole che il suo software IA non venga utilizzato in armi autonome e per la sorveglianza di massa, mentre il governo americano desidera l’accesso completo al software senza restrizioni. Non si tratta solo di scrivere un codice efficiente, ma di infondere nei sistemi di IA dei principi etici solidi, dei vincoli morali invalicabili e delle “linee rosse” che non possano essere superate neanche nel perseguimento dell’obiettivo strategico.
La sfida è anche filosofica, oltre che politica. Come possiamo insegnare a una macchina il valore della vita umana e il principio di proporzionalità? La risposta a questa domanda determinerà se l’intelligenza artificiale sarà un utile strumento per la sicurezza o un acceleratore di distruzione.
Molti dei lettori di questo giornale ricordano l’epopea giudiziaria di Mani pulite, ma non tutti ricordano che il pool di pubblici ministeri (tre esattamente) aveva un unico gip di riferimento, ossia che, tra le decine di giudici per le indagini preliminari che erano in servizio a Milano, le richieste di quel pool, comprese quelle di misure cautelari, andavano tutte sempre e soltanto a un medesimo gip. E non era un caso. Era un sistema di rapporti tra Procura e giudice delle indagini preliminari appositamente predisposto per consentire alla prima di vedersi accolte, se non tutte, almeno la maggior parte delle sue richieste. Il tempo ha dimostrato che moltissimi tra gli indagati, dapprima sottoposti a misura cautelare, sono stati poi assolti. Quanti di costoro avrebbero evitato il carcere se il gip fosse stato un altro, se anziché essere sempre il medesimo, ci fosse stata una normale e logica turnazione?
È di tutta evidenza che buona parte di quegli indagati avrebbe evitato la gogna e gli arresti se non fosse stato predisposto un meccanismo di rapporti tra la Procura e l’ufficio gip, tale da garantire alla prima di avere un gip di esclusivo e prevedibile riferimento.
E quello di Mani pulite non è stato e non è l’unico caso. È solo il più noto. In diversi tribunali l’ufficio del gip è organizzato in modo tale che la Procura abbia un interlocutore privilegiato.
Quale garanzia può derivare al cittadino se l’organizzazione della giustizia può essere usata per far sì che le richieste delle Procure vadano ai giudici che sono, a torto o a ragione, neanche questo importa, predisposti ad accoglierle?
Ognuno vede come la riforma di questo sistema, che impedisce che l’indagato debba difendersi da un’opinione già fatta tra giudice e pubblico ministero, non può che giovare al cittadino sottoposto a indagini, così come avrebbe giovato agli indagati di Mani pulite, poi assolti, ma, nel frattempo, condotti alla gogna e alla galera, da un sistema precostituito allo scopo di aumentare le probabilità che le richieste della Procura trovassero esito positivo.
Si obietta che, in tal modo, il pm diventa un poliziotto, una parte privata dedita a vincere le cause piuttosto che a ricercare la verità, come avvererebbe oggi. Obiezione a cui è semplice replicare che l’azione del pm resta quella di sempre, regolata dalle norme della procedura penale, che non cambiano e che gli impongono di chiedere l’archiviazione se non ha niente in mano contro l’indagato. Oggi il pm è obbligato a chiedere l’archiviazione in assenza di sufficienti elementi non dalle norme che la riforma intende cambiare, ma dalle regole del processo, e domani lo sarà ugualmente, con il vantaggio, però, che la sua separazione dalla componente giudicante inciderà significativamente sul rispetto del contraddittorio nella fase delle indagini.
Resta, poi, come lo è adesso, l’obbligatorietà dell’azione penale, che impone al pm di indagare davanti alla notizia di un reato e che rende ininfluente ogni possibile ed astratta ingerenza del potere politico nei suoi confronti: alla telefonata del potente che gli chiedesse di non indagare sul tale politico, il pm, oggi come domani, potrà opporre che egli è obbligato a farlo dalla Costituzione. E la Costituzione egli continuerà ad avere dalla sua parte.
Nessun rischio di controllo politico, dunque, ma semmai, e piuttosto, solo il vantaggio di avere un organo dell’accusa che agisce in contraddittorio con la difesa prima ancora che in preordinato accordo con il giudice.
Le cronache di questi decenni riportano notizie di operazioni giudiziarie che hanno coinvolto centinaia di cittadini in indagini poi finite in maggior parte con assoluzioni. Cronache recenti e meno recenti dimostrano, dunque, che è oggi che alcuni procuratori non hanno la sbandierata «cultura della giurisdizione», ossia l’attitudine a valutare obiettivamente gli indizi e le prove, che, invece, secondo i detrattori della riforma, andrà definitivamente perduta con un pubblico ministero staccato dall’ordine dei giudicanti e messo da solo ad indagare. Il fatto è che, proprio oggi, con questo sistema, circa la metà delle accuse viene rigettata e, incomprensibilmente, secondo alcuni ciò sarebbe indizio di ottimo funzionamento del sistema (vallo a dire a chi lo ha subito…); dunque, il fatto che proprio oggi si producano questi risultati è segno che, con questo sistema, non c’è affatto «cultura della giurisdizione».
Se un pubblico ministero, come è ripetutamente accaduto fino a giorni recenti, dopo aver ottenuto la custodia cautelare di un indagato, dopo averne chiesto la condanna, una volta che quell’imputato sia assolto, non impugna l’assoluzione, si può dire che una tale situazione è indice di un sistema che funziona adeguatamente e che non va cambiato oppure è segno del fatto che i procuratori sono inseriti in una organizzazione giudiziaria nella quale diluiscono le loro responsabilità? Quante volte in questi casi abbiamo sentito il pubblico ministero scusarsi dicendo che non è stato lui ad applicare la custodia cautelare, che lui l’ha soltanto chiesta, e che poi è stato il giudice a concederla? Non si direbbe, ma tutto ciò è il frutto di un pubblico ministero che, oggi, con questo ordinamento giudiziario, agisce come parte spuria, ossia come un organo che, alla fine, fa parte di un ordinamento in cui ci sono altri che decidono e in cui lui ha solo un ruolo di impulso.
Il pubblico ministero, dunque, oggi, non domani a causa di questa riforma, dispone di centinaia, e in alcuni casi migliaia, di uomini di polizia giudiziaria, che muove alla ricerca di elementi di reati, che poi riversa su un giudice delle indagini preliminari, a cui chiede un provvedimento nei confronti dell’indagato, e quando tutto finisce nel nulla, quando l’indagato è assolto, la spiegazione è che è stato il giudice a far fare la galera preventiva.
È il sistema attuale, non quello che si vuole introdurre, che istituisce un pubblico ministero irresponsabile, non tanto disciplinarmente, ma proprio deontologicamente, che è cosa più grave. È il sistema attuale che mimetizza il pubblico ministero in un ordinamento unico con il giudice, e fa sì che le sue azioni si confondano con quelle del giudice.
Si obietta che in realtà ciò accade in casi sporadici e che, invece, nella maggior parte degli altri casi i comportamenti sono virtuosi, si tengono nel rispetto dei diritti, delle garanzie e delle procedure; che, dunque, il fatto che ci siano errori non può giustificare una riforma così incisiva, e che, piuttosto, basterebbe correggere gli errori.
Ecco, questo è un altro argomento propagandistico, per almeno due ragioni. La prima è che non si tratta affatto soltanto di errori (e neanche sporadici), ma di situazioni favorite dal sistema. L’errore è l’esito di una colpa umana, mentre qui siamo davanti a una distorsione che questo sistema di integrazione tra pubblici ministeri e giudici consente e favorisce. La seconda ragione è che le riforme si fanno per cambiare le prassi distorte, non quelle virtuose; se c’è una piena maggioranza di pubblici ministeri che fa benissimo il suo lavoro, ed è vero, ma una minoranza che approfitta del sistema abusandone, la riforma è giustificata da questi ultimi, e non può essere impedita dal fatto che gli altri lavorano bene.
I conti del calcio italiano tornano sotto la lente di istituzioni e club. Nella sede della Lega Serie A, a Milano, dirigenti delle società e rappresentanti dello Stato si sono ritrovati per una giornata di confronto dedicata alla sostenibilità economico-finanziaria del sistema. Un tema sempre più centrale per il futuro dei club, chiamati a coniugare competitività sportiva e solidità dei bilanci.
All’incontro ha partecipato anche il vice ministro dell’Economia Maurizio Leo. L’obiettivo è stato quello di rafforzare il dialogo tra il mondo del calcio e alcune delle principali istituzioni coinvolte nei controlli economici: Agenzia delle Entrate, Inps e la Commissione indipendente incaricata di verificare l’equilibrio finanziario delle società.
Ad aprire i lavori è stato Massimiliano Atelli, presidente della nuova Commissione incaricata di monitorare i conti dei club e verificarne la solidità economica. Il confronto è poi entrato nel merito dei rapporti tra le società e gli enti pubblici. Gabriele Fava, presidente dell’Inps e membro della Commissione indipendente, ha affrontato il tema dei contributi previdenziali e delle relazioni tra i club e l’istituto, soffermandosi sulle possibili forme di collaborazione. A seguire è intervenuto Vincenzo Carbone, direttore dell’Agenzia delle Entrate e membro della Commissione, che ha presentato il modello della cosiddetta «cooperative compliance», il sistema di adempimento collaborativo pensato per favorire un rapporto più diretto tra amministrazione finanziaria e contribuenti. Nelle conclusioni, il vice ministro Maurizio Leo ha sottolineato proprio l’importanza di questo approccio basato sulla collaborazione e sulla trasparenza, indicando possibili sviluppi futuri per sostenere il sistema calcio. Per il presidente della Lega Serie A, Ezio Simonelli, il confronto rappresenta «un passaggio molto importante per il futuro del calcio». Simonelli ha ricordato come la Lega abbia già attivato, all’interno della propria Commissione fiscale, un tavolo dedicato al sistema di controllo del rischio fiscale, con l’obiettivo di definire una valutazione specifica per il settore.
Il dialogo con le istituzioni – dalla Commissione indipendente all’Inps, dall’Agenzia delle Entrate al ministero dell’Economia – secondo il numero uno della Lega conferma la volontà di rafforzare i principi di sostenibilità e trasparenza nella gestione delle società sportive. Un percorso che punta a costruire un modello più solido per il calcio italiano nei prossimi anni.
Ecco #DimmiLaVerità del 16 marzo 2026. La nostra Francesca Ronchin ci rivela i dettagli dell'egemonia della sinistra nelle associazioni degli italiani all'estero.










