L’uomo zombie (sul divano con il reddito di cittadinanza sul conto corrente) era il sogno di Beppe Grillo. L’uomo senza coscienza, annullato dall’Intelligenza artificiale, è il costante incubo di papa Leone XIV. L’uomo sostituito dall’algoritmo è lo spunto più interessante dell’intervista del presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, a Bloomberg.
Da qualunque angolo la si osservi, la rivoluzione digitale portata al suo estremo dissimula la trappola della marginalizzazione dell’essere umano. Un problema che sorge nella Londra della prima rivoluzione industriale, passa attraverso le fabbriche disumanizzate di Metropolis, precipita nelle aberrazioni ideologiche marxiste, sembra risolto con l’equilibrio fra diritti e doveri nella seconda parte del secolo breve. Ma rispunta, carsico, al culmine del terziario avanzato con la resa dei conti attuale: cervello umano o microchip?
Per il premier Meloni «il rischio è che milioni di persone siano espulse dal mercato del lavoro, e non perché sostituite dalle macchine nel lavoro fisico che servì ad aiutare l’uomo ad elevarsi. Ma perché sostituite nel lavoro intellettuale, quello dei professionisti». Quello di oggi e di domani, con un corto circuito imminente nella società dei consumi senza più il denaro in tasca per consumare. Ci avviciniamo alla resa dei conti. Ed è ancora una volta la realtà a sorpassare le teorie da convegno. Dario Amodei, ceo di Anthropic (creatore dei modelli Claude, secondo lui non disumanizzanti), aveva lanciato un ulteriore allarme: nei prossimi cinque anni «i sistemi avanzati di intelligenza artificiale potrebbero interrompere o eliminare fino al 50% dei posti di lavoro entry level nel mondo forense, con un impatto significativo sulla professione degli avvocati». Se è bene che gli studenti di Giurisprudenza facciano un pensierino alle prospettive a breve termine, ancora più significativa è la notizia che arriva dal Belgio: l’operatore di telecomunicazioni Proximus ha annunciato che procederà a tagli di personale nell’ambito di una strategia di riduzione dei costi guidata dall’intelligenza artificiale. Proximus taglierà 1.200 posti di lavoro entro il 2030 a causa di misure legate all’Ia, pari al 15% della sua forza lavoro. L’ad Stijn Bijnens ha annunciato che «l’azienda mira a ridurre i costi della forza lavoro esterna di 25 milioni entro il 2028, nell’ambito di un più ampio programma di efficienza da 180 milioni di euro, trainato principalmente dal risparmio sul personale».
È il cuore del problema, via gli uomini e pure in fretta. Prima i collaboratori esterni, poi i consulenti, infine una quota di dipendenti. Una strategia che presuppone l’implementazione dell’algoritmo al potere, ritenuta una strada obbligata per continuare a distribuire dividendi agli azionisti, impegnati a moltiplicare i patrimoni e a giocare a golf. Proximus ha infatti annunciato nello stesso contesto di essere pronta a investire 1,25 miliardi in infrastrutture. L’annuncio ha avuto due prevedibili reazioni: il taglio dei dividendi oggi per tornare a scendere nei prossimi anni e il crollo in Borsa (-20%), ritenuto dagli esperti «emotivo», nella certezza che il gruppo - una volta chiusa la stagione degli esuberi - tornerà all’età dell’oro grazie all’Ia.
È la fotografia di una realtà in evoluzione rapidissima, che coinvolge quasi tutti i settori dei servizi. Block (ex Square) del guru in bermuda Jack Dorsey ha annunciato il licenziamento di circa 4.000 dipendenti (una parte significativa della sua forza lavoro) a inizio 2026, con l’obiettivo di diventare un’azienda «più piccola, più veloce e nativa dell’Ia», sfruttando i guadagni di produttività dell’algoritmo, che non ha pretese, rivendicazioni sindacali, ferie pagate. Amazon ha confermato tagli massicci (circa 30.000 posizioni corporate entro il 2026); Jeff Bezos chiama il piano «riduzione degli strati», manco si trattasse di una torta con meno ingredienti. La compagnia telefonica inglese Bt Group ha potato 55.000 posti di lavoro e ha annunciato con orgoglio «di volare in Borsa». Così anche Ibm e Duolingo. Il colosso assicurativo Accenture ha licenziato circa 11.000 dipendenti, citando il potenziale dell’Ia per automatizzare il lavoro. Meta ha mandato a casa centinaia di dipendenti in vari dipartimenti, inclusi curiosamente quelli legati alle infrastrutture Ia: neppure gli ingegneri servono più, l’importante è efficientare. L’esempio principale rimane la fintech svedese Klarna, che ha ridotto la sua forza lavoro del 40% tra il 2022 e il 2024 per investire nell’Ia. Con una conseguenza che resta una speranza: è stata costretta a riassumere personale in carne ed ossa «a causa di un calo della qualità dei servizi».
Mentre tutto ciò accade, la politica è ferma e i sindacati pensano alla Flotilla o all’allarme democratico. Lo ha sottolineato Giorgia Meloni, che già al G7 di due anni fa volle un focus dedicato: «La politica è troppo lenta ed è già costretta a inseguire la rapidità delle trasformazioni. Questo è il rischio più grande». Papa Leone è andato oltre: «La possibilità di accedere a vaste quantità di dati e di conoscenze non va confusa con la capacità di trarne significato e valore. Occorre una profonda inversione di rotta». Il problema è capire chi ha in mano il timone.
- Usa e Israele attaccano: il corpo del leader trovato in serata. Teheran bombarda Qatar, Arabia, Emirati e Kuwait: decine di italiani bloccati. Il presidente Usa: «Posso chiuderla in pochi giorni».
- Un primo bilancio parla di oltre 200 morti. Starmer: «Coinvolti anche jet britannici».
Lo speciale contiene due articoli.
L’attacco di Israele e Stati Uniti contro l’Iran potrebbe cambiare definitivamente gli equilibri geopolitici in Medio Oriente. Teheran ha risposto lanciando missili contro le basi americane in Qatar, Kuwait, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti e colpendo anche la Capitale saudita Riyad, mentre ad Abu Dhabi c’è stata la prima vittima. Il nuovo scontro con l’Iran ha scoperchiato un vaso di Pandora che rende ancora più profonda l’antica frattura fra musulmani sciiti e musulmani sunniti. L’isolamento internazionale di Teheran, capace di avere rapporti stretti soltanto con la galassia di movimenti e minoranze sciite tutte finanziate dall’Iran, appare sempre più evidente. Il contrattacco degli Ayatollah ha scelto di non limitarsi a puntare su Israele, come nella cosiddetta guerra dei 12 giorni, ma il loro obiettivo primario sono diventate le basi statunitensi in Medio Oriente, ospitate da Paesi che sono ormai apertamente nemici dell’Iran.
Gerusalemme, con il supporto di Washington, sta lavorando da anni per rafforzare i rapporti con il mondo arabo e l’adesione di quattro nazioni arabe e sunnite come Marocco, Sudan, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti agli Accordi di Abramo ha dimostrato chiaramente quale fosse la loro scelta di campo. La Giordania ormai da anni lavora con gli israeliani ed è stata la contraerea di Amman, con istruttori inglesi e francesi, a intercettare la maggior parte dei missili e droni iraniani diretti in Israele. L’Arabia Saudita aveva iniziato il percorso di adesione agli Accordi di Abramo, vale a dire il riconoscimento di Israele, un iter poi bloccato, ma non annullato definitivamente, dopo la guerra a Gaza. Riyad aveva subito assunto il ruolo di portavoce politico regionale, denunciando gli attacchi iraniani contro Qatar, Bahrein, Emirati, Kuwait e presentandoli come un’aggressione collettiva ai Paesi arabi del Golfo. Un atto geopolitico fondamentale che rafforza la narrativa di un fronte arabo compatto, una situazione estremamente rara nella storia di questa regione.
Ma il regno dell’Arabia Saudita ha fatto molto di più, dopo che l’Iran aveva colpito la sua Capitale e le regioni orientali, dichiarando che si sarebbe riservata il diritto di rispondere a livello militare. Il portavoce del governo saudita ha usato parole forti dichiarando che quella iraniana era un’aggressione ingiustificata e che verranno prese tutte le contromisure necessarie per difendere la sicurezza nazionale e proteggere il territorio, i cittadini e i residenti, senza escludere l’opzione di rispondere all’aggressione di Teheran con tutta la forza necessaria. Le parole dell’Arabia Saudita hanno un peso eccezionale nel mondo arabo-sunnita, perché la casata degli Al Saud è custode dei luoghi più sacri dell’islam. Il peso di ogni decisione presa a Riyad è determinante per molte nazioni del Golfo Persico e del Medioriente. Se i sauditi con il loro peso economico, storico, geopolitico e religioso, scendessero in guerra al fianco di Israele, questo avrebbe un valore addirittura superiore alla firma degli Accordi di Abramo, che sarebbe comunque stato un passo storico. L’offensiva sul Golfo appare un chiaro boomerang per Teheran che così ha spinto le nazioni arabe a una scelta, accelerando comunque un processo che appariva inevitabile. L’influenza statunitense è in grande crescita in Medio Oriente e Israele si sta affermando come potenza geopolitica regionale. I suoi competitor per questo ruolo erano appunto l’Iran, l’Arabia Saudita, che pare aver abdicato da questo ruolo e la Turchia che in queste ore si sta proponendo come mediatore per recuperare una qualche credibilità internazionale.
In una guerra dove anche la propaganda ha un peso determinante, il regime degli Ayatollah ha chiesto al gruppo libanese filo-iraniano di Hezbollah di fare un appello agli Stati e ai popoli della regione di opporsi all’aggressione contro l’Iran, ma senza specificare se i miliziani interverranno direttamente nel conflitto. Le esplosioni di grattacieli e centri commerciali a Manama e Dubai restano però emblematiche di questa fase della guerra. Località fortemente turistiche e apparse sempre lontane da ogni tipo di violenza si sono improvvisamente ritrovate in prima linea con morti e feriti.
L’ultima mossa iraniana di chiudere lo Stretto di Hormuz, quasi disperata e utilizzata di solito soltanto come minaccia, è un danno enorme per i Paesi del Golfo che esportano da questo stretto passaggio oltre il 25% del petrolio mondiale e quasi il 20% del gas liquefatto. L’Iran potrebbe minare il passaggio più stretto rendendo questa via marittima inservibile e colpendo con forza le economie delle nazioni affacciate sul Golfo Persico. La guerra fra Iran da una parte e Israele e Stati Uniti dall’altra potrebbe rapidamente prendere una nuova forma e diventare uno scontro fra sciiti e sunniti, che riporta alla memoria la lunga guerra fra Iran e Iraq negli anni Ottanta. Le mosse iraniane appaiono limitate e il coinvolgimento delle nazioni arabe del Golfo Persico è servito soltanto ad aumentate il fronte che si oppone all’ormai pericolante regime degli Ayatollah. L’apporto saudita alla guerra non sarebbe determinante a livello militare, ma avrebbe un significato profondo e definitivo per il mondo arabo.
Usa e Israele affossano Teheran che si vendica sui «fratelli» arabi
È iniziata all’alba l’operazione «Furia epica» condotta dagli Stati Uniti e da Israele contro l’Iran. E l’effetto domino della rappresaglia iraniana sta paralizzando il Medio Oriente.
Gli obiettivi dei raid americani e israeliani sono stati i siti nucleari, l’apparato militare, ma anche la struttura presidenziale iraniana. Dalle immagini satellitari risulta infatti evidente che sia stata colpita a Teheran l’area che ospita la residenza del leader supremo, Ali Khamenei, l’ufficio presidenziale e il Consiglio supremo per la sicurezza nazionale. In serata di è chiarita la sorte toccata all’ayatollah: prima i funzionari iraniani hanno dichiarato che si trovava in un luogo sicuro, ma alla fine da Israele è arrivata la conferma del ritrovamento del cadavere della Guida suprema. Per i media iraniani pare invece certa la morte del genero e della nuora di Khamenei. E secondo alcune indiscrezioni potrebbero essere stati eliminati anche il comandante delle Guardie rivoluzionarie, Mohammad Pakpour, e il ministro della Difesa, Aziz Nasirzadeh, anche se al momento non ci sono conferme ufficiali.
A condividere un primo bilancio dei raid è stato Israele: l’Idf ha dichiarato che è stato «completato un ampio attacco contro i sistemi di difesa strategici» dell’Iran, incluso un «avanzato sistema di difesa aerea SA-65 situato nella zona di Kermanshah, nell’Iran occidentale». Nell’operazione sono stati impiegati «200 aerei da caccia» israeliani, con «centinaia di munizioni» che sono state «sganciate contro 500 obiettivi». L’operazione è stata di certo estesa: Karaj, Qom, Isfahan, Shiraz, Chabahar, Urmia, Minab sono solo alcune delle località colpite. I media iraniani parlano almeno di 201 morti e oltre 740 feriti. E proprio a Minab, nel Sud dell’Iran, un attacco israeliano ha colpito una scuola elementare femminile, uccidendo 85 persone secondo la stampa dell’Iran. Il target di Gerusalemme era una delle sedi del corpo delle Guardie della rivoluzione islamica che si trova sempre nella stessa località.
Dall’altra parte, la rappresaglia iraniana è arrivata qualche ora dopo i primi attacchi sul suo territorio. Il primo Paese su cui si è sfogata la vendetta di Teheran è stato Israele: già nelle prime ore della mattina sono suonate le sirene a Tel Aviv, la popolazione si è nascosta nei rifugi e lo spazio aereo è stato chiuso. I missili iraniani sono stati intercettati, ma nel pomeriggio è scattato di nuovo l’allarme. La polizia israeliana ha dichiarato che non risultano vittime, ma alcune proprietà sono state danneggiate.
La risposta di Teheran si è anche estesa a macchia d’olio nei Paesi vicini che ospitano le basi militari statunitensi. A essere stati attaccati sono stati gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar, il Bahrein, il Kuwait, l’Arabia Saudita e la Giordania. Il Central command americano ha sottolineato che ci sono «danni minimi alle installazioni americane», ma alcuni Paesi del Golfo hanno già avvertito che si riservano «il diritto di rispondere» all’Iran. Nel Bahrein sono stati danneggiati alcuni edifici della capitale. In Kuwait almeno 12 persone sono finite in ospedale. Ad Abu Dhabi si conta una vittima, mentre a Dubai le esplosioni hanno scatenato un incendio nell’isola artificiale Palm Jumeirah. E l’intera regione è paralizzata: diverse compagnie aeree hanno cancellato i voli su Israele, Libano, Bahrein, Giordania, Iran, Iraq, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Oman. Ed Emirates e Qatar Airways hanno annunciato la sospensione dei voli da e per Dubai e Doha. A sostegno degli «alleati del Golfo» è intanto intervenuto il Regno Unito: il premier britannico, Keir Starmer, ha affermato che gli aerei della Raf si sono alzati in volo «nei cieli del Medio Oriente». Dall’altra parte, i Pasdaran hanno chiuso lo stretto di Hormuz, mettendo a rischio un quinto del petrolio mondiale.
In effetti sentivamo proprio il bisogno di tornare a dibattere pubblicamente di deriva autoritaria, di pericoli per la democrazia e di fascismo di ritorno. A quanto pare, però, l’opposizione manca di argomenti più seri e, dunque, le tocca aggrapparsi ai grandi classici del piagnisteo progressista. I salotti che contano sono già in fibrillazione, lo studio di Lilli Gruber da qualche giorno è percorso da brividi freddi e timori feroci: la dittatura incombe. Ad alimentare l’ansia ci ha pensato l’altra sera Massimo Giannini, il quale ha sobriamente commentato il progetto di legge elettorale appena presentato dal centrodestra.
L’editorialista di Repubblica ha citato Giuseppe Conte spiegando che la nuova norma sarebbe peggiore della legge truffa e della legge Acerbo del 1923 che concesse la maggioranza alla lista di Benito Mussolini. «Stiamo virando dalle democrazie rappresentative alle autocrazie elettive», ha affermato in diretta un preoccupatissimo Giannini. A suo dire, esiste un piano di Giorgia Meloni che coincide con quello di Donald Trump in cui la riforma della giustizia, il premierato e, appunto, la legge elettorale si incastrano quali tasselli di un mosaico eversivo. Il centrodestra sarebbe, dunque, alla «ricerca di pieni poteri» e usa la legge elettorale come «scorciatoia per raggiungerli il prima possibile». Tale norma, infatti, «consente alla maggioranza di prendere tutto, dove tutto significa non solo il Parlamento, ma anche le nomine e le elezioni di tutti gli organi di garanzia, la Corte costituzionale, il Csm e la presidenza della Repubblica».
Ed eccolo qui il vero problema. La sinistra accusa Meloni di voler mettere le mani sul Colle e questo è semplicemente inaccettabile per un sola, cristallina ragione: il Quirinale è prerogativa progressista, non sia mai che vi salga qualcuno su cui il Partito democratico non abbia fatto calare la sua entusiastica benedizione. Per questo motivo i dem dichiarano ai quattro venti che il testo di legge è «inaccettabile» e «irricevibile». Elly Schlein ripete che «può essere molto distorsivo della rappresentanza e con premi alti e senza limiti. Quindi, da questo punto di vista», ribadisce il segretario del Pd, «rischiano di consegnare a chi può vincere le elezioni anche la possibilità di eleggere da solo il presidente della Repubblica».
Ovviamente, queste grida scomposte e allarmate sono strumentali e piuttosto pretestuose. Posto che, come notava qualcuno, questa legge potrebbe persino giovare alla Schlein, garantendole, in mancanza di altri leader credibili, di inchiodarsi alla guida del suo partito, non è affatto detto che una nuova norma avvantaggi la destra. Anzi, la storia recente insegna che le leggi elettorali pensate da una maggioranza per assicurarsi maggiore stabilità non hanno mai funzionato granché, rivelandosi più spesso un boomerang.
In ogni caso, è bene rinfrescarsi un poco la memoria a proposito di alchimie elettorali, premi di maggioranza e pieni poteri, anche solo per svelare l’ipocrisia democratica sul tema. Quelli che ora berciano di deriva autoritaria e si struggono per il premio di maggioranza abbondante, in passato hanno profittato eccome dei premi offerti dalle leggi elettorali vigenti. Nel 2006, per dire, si andò a votare con il famigerato Porcellum di cui va riconosciuta la paternità a Roberto Calderoli. Quella norma prevedeva un premio di maggioranza su base nazionale per la Camera e regionale per il Senato. Il partito più votato risultò essere Forza Italia, ma vinse l’Unione di Romano Prodi con un margine risicatissimo, grazie ai famigerati voti esteri. Alla Camera, il centrosinistra prese il 49,81% dei voti contro il 49,74% del centrodestra. Grazie al premio, la sinistra prese 67 seggi in più e tanti saluti. Romano Prodi divenne presidente del Consiglio e, a stretto giro, la sinistra elesse Giorgio Napolitano al Quirinale. Nessuno si fece scrupoli, non ci furono pianti sulla deriva autoritaria e la legge elettorale pensata a destra alla fine fu un bel regalo per la sinistra. Altro giro e altro regalo nel 2013, di nuovo con il Porcellum. Il partito più votato alla Camera risultò essere il Movimento 5 stelle, che si era sempre opposto al Porcellum giudicandolo addirittura immorale. Il centrosinistra prese il 29,54% dei voti, il centrodestra il 29,18%, i grillini arrivarono al 25,5%. Grazie al premio previsto dalla legge, la sinistra ottenne 220 seggi in più e, dunque, la maggioranza alla Camera e, dato che Pier Luigi Bersani non fu in grado di trovare un accordo con i pentastellati, nacque il governo di larghe intese guidato da Enrico Letta. Il Pd, insomma, si prese senza restarci troppo male la presidenza del Consiglio e di lì a un paio di anni circa si avviò serenamente a scegliere Sergio Mattarella quale presidente della Repubblica.
In buona sostanza, quando c’è stato da prendere il potere, il Partito democratico non si è mai fatto troppi scrupoli, e non si è dato gran pena per il rispetto delle decisioni degli elettori, la concentrazione dei poteri. Come al solito, la deriva autoritaria non è deriva e non è autoritaria se favorisce il Pd.
Quando parlano i cannoni, i mercati smettono di ragionare. Risultato? Il primo effetto dell’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran non è soltanto geopolitico ma economico e finanziario. Come sempre accade, dolorosamente globale. Con i listini tradizionali chiusi nel weekend, l’unico termometro acceso sono rimaste le criptovalute. E il termometro è sceso di colpo.
Il Bitcoin è scivolato sotto la soglia psicologica dei 64.000 dollari, bruciando - secondo i dati riportati da Bloomberg - qualcosa come 128 miliardi di capitalizzazione in poche ore. Ethereum ha fatto anche peggio, con cadute vicine all’8%.
Gli analisti lo chiamano «risk-off». Vuol dire che quando iniziano a volare i missili gli investitori cambiamo spalla al fucile. Vista la situazione puntano sulla concretezza dell’oro, che comunque è salito molto.
Il punto non è tanto quanto petrolio produce l’Iran - circa 3,45 milioni di barili al giorno, meno del 3% dell’offerta globale secondo la International Energy Agency.
Il punto è dove passa il petrolio degli altri. Il collo di bottiglia si chiama Stretto di Hormuz di cui ieri i pasdaran iraniani hanno annunciato la chiusura. Da lì transita circa un quinto dell’offerta mondiale di greggio: qualcosa come 21 milioni di barili al giorno provenienti da tutto il Golfo. Non è una rotta. È la rotta. Alternative? Poche, complicate e molto più costose. Tradotto: se Hormuz si inceppa, il prezzo dell’energia non sale. Vola.
Secondo Capital Economics, citata dal Wall Street Journal, il blocco del traffico nello stretto potrebbe spingere il greggio fino a 100 dollari al barile, trascinando anche il gas naturale.
Uno scenario che aggiungerebbe tra lo 0,6% e lo 0,7% all’inflazione globale media. In altre parole: proprio quello che le banche centrali non volevano vedere mentre iniziavano a sognare il taglio dei tassi. Il rischio - sottolinea ancora il giornale americano - è quello di mandare all’aria una convalescenza economica già fragile, rallentata da guerre commerciali e crescita asfittica. Paradossalmente, la perdita dei barili iraniani, da sola, sarebbe gestibile. Analisti di Ubs osservano che Arabia Saudita e altri produttori potrebbero compensare eventuali stop temporanei. In questo senso una prima risposta potrebbe arrivare dalla riunione dei Paesi Opec di oggi. Il vero problema è l’effetto domino: assicurazioni marittime che esplodono, navi che evitano l’area, traffico che rallenta anche senza un blocco formale. Negli anni Ottanta Teheran minò quelle acque: i mercati se lo ricordano benissimo. Un petrolio stabilmente a tre cifre significherebbe inflazione di ritorno, proprio quando sembrava sconfitta. Banche centrali costrette a fermare, o invertire, i tagli dei tassi. Crescita rallentata in Europa e Stati Uniti. Nuova pressione sui Paesi emergenti importatori di energia. In sintesi: la geopolitica che si trasforma immediatamente in macroeconomia.
La globalizzazione digitale, l’Intelligenza artificiale, la finanza algoritmica. Tutto modernissimo. Poi basta un tratto di mare tra Iran e Oman per ricordare che l’economia mondiale funziona ancora con logiche ottocentesche: navi, petrolio, strozzature fisiche. Le criptovalute dovevano essere il futuro senza confini. Alla prima crisi vera, hanno reagito come qualsiasi asset speculativo: scendendo. Il petrolio, invece, continua a fare quello che fa da un secolo: comanda. E oggi, più che nei palazzi della diplomazia, il destino dell’economia mondiale si decide lì, nello Stretto di Hormuz. Dove non passa solo il greggio. Passa il sangue dei mercati.








