Il governo italiano va a caccia di gas. Lo fa con la consapevolezza di chi è molto esposto al sole cocente delle crisi globali. Perché mentre nel Golfo Persico si accendono i fuochi della guerra e lo Stretto di Hormuz - la strettoia da cui passa un quinto dell’energia mondiale - rischia di trasformarsi in un collo di bottiglia geopolitico, Roma resta tra i Paesi più vulnerabili d’Europa.
Non è una sorpresa. La dipendenza energetica è una malattia cronica. Mai davvero curata. Solo tamponata. I numeri, come sempre, sono impietosi. Il settimanale tedesco Spiegel cita uno studio da cui emerge che l’Italia importa 9,8 miliardi di dollari dai Paesi del Golfo, una dipendenza robusta dal Qatar che è diventato il nuovo hub tra gas naturale liquefatto (4,4 miliardi) e propano (3.3 miliardi). Se Doha tossisce all’Italia viene la polmonite. In queste settimane il Qatar è fuori gioco, colpito dagli attacchi iraniani che hanno trasformato un fornitore affidabile in un’incognita strategica. Il risultato è una parola che torna a dominare il lessico: austerità energetica. Come spiega il Financial Times, quando c’è scarsità il mercato si trasforma in un suk. Non più prezzi, ma offerte da bazar. Il ministro Gilberto Pichetto Fratin si muove come un ambasciatore del bisogno, parlando con tutti: Stati Uniti, Azerbaigian, Nordafrica. Una diplomazia del metano che somiglia sempre più a una tournée di elemosine, con l’Eni nel ruolo di braccio operativo e le mappe del mondo come catalogo. In questo grande giro del gas, l’Algeria torna protagonista. Vecchia conoscenza italiana, fornitore fedele nei momenti difficili, partner strategico che conosce bene il valore della propria posizione. Algeri è pronta ad aiutare, certo. Ma non gratis. Anzi, a prezzi raddoppiati. Perché nel nuovo ordine energetico non esistono amici, solo equilibri di convenienza. E la richiesta di vendere le forniture aggiuntive sul mercato spot - dove i prezzi corrono più veloci dell’inflazione - è il segnale più chiaro: il banco è cambiato, e chi vende detta le regole. È il trionfo della legge non scritta delle crisi: chi ha la materia prima detta il prezzo, chi ne ha bisogno paga e tace. E così l’Italia si ritrova a negoziare da una posizione di debolezza strutturale, mentre altri Paesi europei - Spagna in testa - bussano alla stessa porta algerina. Il risultato è una gara interna all’Unione che rischia di trasformare Bruxelles in un condominio litigioso, dove ciascuno cerca di assicurarsi il riscaldamento per l’inverno, anche a costo di far salire il conto per tutti. La visita della premier Giorgia Meloni ad Algeri non è solo un viaggio istituzionale: è una tappa obbligata nella nuova geografia dell’energia, dove ogni incontro può tradursi in qualche metro cubo in più e qualche euro in meno - o viceversa. Ma il punto, quello vero, è che la crisi non è più un incidente temporaneo. È un cambio di paradigma. Gli attacchi alle infrastrutture del Qatar non si riparano in qualche settimana: potrebbero volerci anni. E questo trasforma lo shock in sistema, l’emergenza in normalità. È la fine dell’illusione che basti superare l’onda per tornare a galla. Qui l’onda è diventata mare.
E allora riaffiora il ricordo del 2022, quando l’Europa reagì all’invasione russa dell’Ucraina con una strategia a quattro mosse: sostituire le forniture, riempire gli stoccaggi, proteggere i consumatori, calmierare i prezzi. Funzionò. Ma a caro prezzo. La corsa globale al gas liquefatto fece esplodere i costi, lasciando a secco i Paesi più poveri, mentre i sussidi interni crearono una distorsione quasi paradossale: si chiedeva di consumare meno, ma si incentivava a farlo.
Oggi il rischio è ripetere lo stesso copione, ma con meno margine di manovra e più concorrenza. Perché il gas disponibile è meno, la domanda è più nervosa e la geopolitica è decisamente più instabile. In questo scenario, l’Italia parte svantaggiata. E quindi paga di più.
Ed è qui che entra in scena la ricetta dell’Agenzia internazionale dell’energia. Una ricetta che ha il sapore dell’austerità moderna, versione digitale e sostenibile. Più smart working, meno voli. Meno acceleratore, più treno. Più car sharing, meno auto private. Una sorta di decalogo del buon cittadino energetico, dove il sacrificio diventa virtù e il risparmio un dovere civico.
Lavorare da casa, rallentare in autostrada, usare i mezzi pubblici, alternare le targhe, condividere l’auto, ottimizzare la logistica, ridurre i voli, cambiare modo di cucinare, rendere più efficienti le industrie. Dieci comandamenti per un mondo che scopre, ancora una volta, di non avere energia infinita.
Ma dietro questa lista ordinata e razionale si nasconde una verità meno elegante: quando la politica non riesce a garantire l’offerta, scarica il problema sulla domanda. In altre parole: se il gas costa troppo, consumatene meno. È la versione contemporanea del «tirate la cinghia», con l’aggiunta di una connessione Internet e di una call su Zoom.
La toga rossa «salvata» dal Csm al figlio di 5 anni: «Tua madre è una straniera morta di fame»
Mario Fresa, consigliere di Cassazione, teorizzava la questione morale, ma è stato indagato per percosse su due donne. I colleghi l’hanno lasciato al suo posto. Ecco gli audio choc.
«Tua madre è la classica straniera morta di fame che viene in Italia, si sposa un ricco e famoso e dopodiché gli rovina la vita e si vuole fottere pure il patrimonio. Questo è mamma tua. Però con me purtroppo ha sbagliato». È l’1 novembre 2023 e questa è l’educazione poco siberiana e molto latina impartita al figlio di 5 anni da Mario Fresa, un magistrato considerato per anni uno dei campioni del progressismo in toga. Un uomo che appena tre mesi fa è uscito indenne, davanti al Csm, da una richiesta di trasferimento d’ufficio «per incompatibilità ambientale e/o funzionale». Una dolorosa vicenda che, di fronte agli audio che La Verità pubblica oggi sul suo sito, rischia di diventare la prova provata dell’inefficacia della giustizia disciplinare in house del Csm.
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Un problema che il governo sta provando a risolvere con l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare indipendente da Palazzo Bachelet. Una riforma che gli italiani, con il referendum del 22 e 23 marzo, dovranno approvare o bocciare. Nel 2020 l’allora moglie, una donna sudamericana, aveva denunciato Fresa per violenza, dopo essersi presentata con un occhio nero al pronto soccorso, ma poi ha ritirato la querela, facendo chiudere il procedimento per percosse e maltrattamenti in famiglia. Poi ha presentato una seconda denuncia, e si è recentemente opposta all’archiviazione. La vicenda è finita davanti alla sezione disciplinare del Csm, che ha riservato a Fresa un buffetto, togliendogli due mesi di anzianità professionale per le lesioni causate all’ex moglie. Il magistrato, come rilevano gli atti del procedimento, «pur negando di avere agito intenzionalmente, ha ammesso di avere esercitato un’azione violenta in danno della moglie» e ha riconosciuto di «avere bisogno di un supporto psicologico, reso evidentemente necessario dalla sua incapacità di controllare i propri impulsi violenti».
Sembra preistoria il periodo delle battaglie civili di Fresa. Da segretario regionale del Lazio della corrente progressista dei Verdi era stato tra i primi a sollevare la questione morale dentro la magistratura e quando conquistò un seggio dentro al Csm, da giudice disciplinare, fu particolarmente inflessibile. Negli anni successivi si distinse per le prese di posizione politiche: difese i colleghi che stavano processando Silvio Berlusconi dagli attacchi, plaudì la bocciatura del lodo Alfano da parte della Consulta e firmò un documento di Magistratura democratica che criticava Beppe Grillo per «le offese volgari e sessiste» rivolte a Laura Boldrini. Ma se in pubblico Fresa era un campione della sinistra in privato ha avuto un rapporto complesso con il gentil sesso e, dopo l’incidente del 2020, ci sarebbe ricascato. Le vicende coinvolgono per lo più donne straniere provenienti da Paesi come l’Ucraina o l’Iran. Insomma persone spesso alla disperata ricerca di una vita migliore. E che possono avere visto in Fresa un salvatore. Lui ne ha assunte diverse come badanti o infermiere a causa di alcuni suoi problemi di salute. Dal 2020, come abbiamo raccontato a gennaio, sono stati aperti altri due fascicoli penali per presunte violenze perpetrate dall’uomo, uno a Roma su richiesta sempre dell’ex coniuge e un altro a Civitavecchia, quando la cinquantenne N., nell’estate del 2024, è stata ritrovata ferita sul lungomare di Fregene in stato confusionale dopo una serata ad alto tasso alcolico trascorsa con Fresa (da lei definito, in un messaggio, «pericoloso»). Sentita in audizione protetta dai carabinieri, N. ha, però, deciso di non sporgere denuncia, portando all’archiviazione del fascicolo iscritto per il reato di percosse. La vicenda è stata oggetto nella primavera del 2025 di un articoletto nella cronaca di Roma di Repubblica e, successivamente la palla è passata alla prima commissione del Csm per la valutazione di un’eventuale incompatibilità ambientale.
La pratica è stata archiviata dopo che il procuratore generale della Cassazione Piero Gaeta ha deciso di non promuovere alcuna azione disciplinare e ha giustificato tale decisione con le richieste di archiviazione in sede penale. Gaeta, a proposito del collega d’ufficio (lavorano entrambi al Palazzaccio), non ha rilevato nemmeno l’incompatibilità ambientale, non essendoci stato lo «strepitus» mediatico. Il Pg ha precisato di avere «limitato le funzioni interne» di Fresa in ragione di «queste problematiche che allora emersero e che ora si sono ripetute». Il Csm ha riconosciuto che «i fatti posti all’attenzione dell’autorità giudiziaria di Civitavecchia non risultano oggetto di alcuna divulgazione» e ha disposto l’archiviazione. Fresa è così rimasto al suo posto con lo stipendio invariato. Ma come rivelano carte e audio depositati agli atti dei procedimenti romani (ce n’è uno anche in sede civile) Fresa non ha risolto i suoi problemi con le donne. Che, anzi, se possibile, sembrano essersi aggravati. A colpirci è stata soprattutto una surreale discussione avvenuta il 7 marzo 2024 in piazza Cavour, davanti alla Cassazione, in mezzo alla gente. I protagonisti sono Fresa e una delle sue presunte amanti, una sessantenne iraniana, M., che in quel momento sta tra trasportando l’uomo con la sua auto. Al culmine di un litigio, il magistrato telefona all’ex moglie, che chiameremo B., che accende prontamente il registratore. In quel momento la donna persiana giura di essere stata picchiata, ma, in Tribunale, non ha confermato l’accusa. In ogni caso, dai file, emerge il carattere collerico di Fresa, che alterna momenti di apparente calma ad altri di perdita di controllo. L’uomo dice a B., in presenza dell’iraniana: «Io ti chiedo perdono di tutti i miei peccati». L’ex consorte domanda di chi sia l’altra voce e il magistrato replica: «Non ti preoccupare, ne parliamo dopo, stasera a casa. Cerchiamo di fare la pace e andiamo avanti insieme…». La donna medio-orientale urla in sottofondo: «Mi ha menato, mi ha menato!». La toga quasi incolpa B., la quale, con la prima denuncia, gli avrebbe causato l’imbarazzante nomea: «Vedi, questo è il risultato. Hai capito? Perché adesso ogni donna fa così!». L’«autista» non desiste e strilla cercando di comunicare con l’ex coniuge: «Come puoi stare con questo uomo schifoso?». Quindi aggiunge: «Sei una donna meravigliosa. Lui è un puttaniero (sic, ndr)». Il 7 marzo 2024 Fresa sa che l’accusa non può sorprendere B.. Infatti, l’ex compagna ha consegnato in Tribunale anche una registrazione in cui l’ex marito le faceva proposte oscene: «Dai facciamo una cosa pazza […] chiamiamo qualcuna», avrebbe detto. Sentendosi rispondere così: «Non è normale che mi proponi di chiamare una prostituta per scopare adesso con noi dal nulla. C’è nostro figlio a casa».
Per questo Fresa dice a M., riferendosi all’ex consorte: «Vabbè! Lo sa purtroppo (che è un “puttaniero”, ndr). Ma anche se lo sa, io e lei supereremo ogni problema, nel nome di Dio». Il magistrato, a questo punto, prova a mettere a tacere la sua accusatrice: «Stai zitta! hai capito? Zitta!». Poi torna a parlare all’ex consorte con tono gentile: «Senti facciamo la pace e io ti prometto che queste schifose non le vedo più in vita mia!». M. esplode: «Chi è schifosa?». Fresa assicura che l’insulto è riferito all’amante-infermiera ucraina («con una retribuzione personale di oltre 2.000 euro mensili», si legge in una memoria), la stessa che quattro mesi dopo sarà trovata malconcia dai carabinieri sul lungomare di Fregene: «N. è schifosa!». A un certo punto, di fronte al gran vociare e forse per una richiesta di intervento di M., entrano in azione i carabinieri del Palazzaccio per riportare un po’ di calma in piazza Cavour. Fresa fa subito sapere di essere un magistrato e che la donna che lo accusa, avrebbe «dei precedenti». Il consigliere spiega: «Questa signora […] è andata a fare la babysitter per un calciatore e lo ha denunciato, non denunciato, lo ha ricattato […] cerchiamo di calmarla […] voi avete modo di farci fare la pace formalmente?». Quindi avverte: «Questa è un’estorsione che sto subendo». In un altro audio Fresa viene registrato mentre fa al piccolo figlio maschio un discorso da patriarca che farà sanguinare le orecchie dei paladini della cultura woke. Dopo avere ricevuto una richiesta di soldi da parte dell’ex moglie, denari che servirebbero per portare il bambino al cinema, Fresa sbotta: «Io ho pagato a mamma 40 euro per farti prendere un aperitivo, adesso. E mamma mi sta trattando così, dopo che io le ho dato soldi, che tolgo a me, a te, a tutti, perché io sto nella m…, nei guai con i soldi. Non c’ho più un soldo grazie a mamma tua che sta facendo la bella vita da anni sulle spalle di papà. Perché papà lavora, suda, fatica, si stressa e mamma sta tranquilla, bella, ingrassa, mangia, beve e fa casino. È normale una vita del genere?». Il bambino, avvilito, risponde che non lo è e il padre lo incalza: «Allora dovresti cercare tu di crescere in fretta e far capire a mamma che sta sbagliando. Perché non è possibile. È una vita da delinquenti». A questo punto la toga pronuncia la frase che potrebbe far svenire generazioni di femministe, quella sulla «classica straniera morta di fame». In un altro dialogo il padre si accomiata dal figlio con tono teatrale, questa volta lasciando stecchiti gli allievi di Maria Montessori e Jean Piaget: «Papà non ti vede più». Il piccolo non capisce: «Perché?». Fresa continua: «Tu l’hai buttato a terra, a papà. Hai cercato di ucciderlo, a papà». La madre interviene: «Lui non ha cercato... non dire queste cose sennò lo traumatizzi. Lui ha usato violenza, perché è quello che vede». A questo punto Fresa inizia a urlare. Il piccolo, in un altro audio, racconta alla madre e a un’altra donna: «Mio papà ha sbattuto N. nel muro fortissimo e l’ha menata come se un leone stava uccidendo N. così». In un’altra conversazione B. chiede al magistrato i soldi per pagare una lastra per il figlio. Ma Fresa non ci sente. La donna si lamenta, avendo scoperto un presunto acquisto dell’uomo presso un orefice: «Ma ti sembra normale che io mi devo umiliare per chiedere i soldi per fare la lastra al bambino quando spendi 8.000 euro con un gioiello? È tuo figlio!». Il magistrato grida: «Quanto cazzo ti serve?». E aggiunge: «Devo andare al centro a pagare, hai capito? Devo pagare i cazzi miei, hai capito?». Nella memoria presentata al Tribunale civile di Roma Sezione famiglia il 20 novembre 2025 i difensori di Fresa si oppongono alla modifica delle condizioni della separazione richieste dall’ex compagna poiché non vi sarebbero ragioni per impedire gli incontri padre/figlio, né per aumentare di 1.000 euro la cifra disposta per il mantenimento, evidenziando come le accuse mosse dall’ex coniuge siano sempre state archiviate in sede penale e abbiano soltanto esposto Fresa al rilievo disciplinare pregiudicandone l’immagine professionale. I difensori hanno anche evidenziato l’inverosimiglianza delle accuse di aggressione fatte dalla donna essendo Fresa afflitto da una importante disabilità che gli impedirebbe di cagionare lesioni. Gli assistenti sociali dell’ufficio Gruppo integrato lavoro per la prevenzione del disagio minorile di Roma Capitale, a novembre, hanno inviato una relazione al Tribunale sul figlio della coppia: «In conclusione si può affermare, che allo stato attuale, non emergono elementi che indichino rischio o pregiudizio per il minore nei due contesti di vita (a casa del padre e della madre, ndr). Per il futuro si suggerisce un monitoraggio periodico della sua situazione scolastica». Forse i genitori della famiglia del bosco dovrebbero trasferirsi nella Capitale.
I posti in abbazia saranno limitati e senza assegnazioni, a eccezione della famiglia e di un numero ristretto di alte cariche istituzionali. L’accesso sarà libero fino a esaurimento dei posti disponibili. La funzione sarà celebrata dall’abate del monastero, mentre all’uscita è previsto un coro degli alpini che intonerà il Va pensiero. All’esterno verrà allestito un maxischermo per seguire la cerimonia in diretta. L’organizzazione è curata da militanti della Lega, su indicazione della famiglia e del ministro Giancarlo Giorgetti. Sospese, infine, le altre celebrazioni previste in mattinata nell’abbazia.
Il fondatore della Lega Nord è morto giovedì 19 marzo all'età di 84 anni all’ospedale di Circolo della sua Varese. Nato il 19 settembre 1941 a Cassano Magnago, al confine tra le valli varesine e la pianura, seppe intercettare istanze profonde del cambiamento economico e sociale senza una formazione teorica tradizionale. Non era un intellettuale – come osservò in modo netto Gianfranco Miglio – ma disponeva di due qualità decisive per la sua parabola politica: l’intuizione sui temi da cavalcare e una capacità immediata di entrare in sintonia con il proprio elettorato.
Ex pm antiterrorismo di Torino
Da magistrato che ha svolto per 40 anni la funzione di pubblico ministero, sono fermamente convinto che la riforma costituzionale sulla quale si dovrà esprimere il voto confermativo o no i prossimi 22 e 23 marzo non sia contro la magistratura, né una riforma con connotazioni politiche. Separare le carriere del pubblico ministero e del giudice è una necessità fisiologica. Svolgono compiti completamente diversi. Non è concepibile che facciano lo stesso concorso di accesso in magistratura, lo stesso tirocinio e, solo al momento della scelta della prima sede, sappiano quale sarà la funzione che andranno a svolgere. Fare il pubblico ministero richiede caratteristiche e requisiti che il giudice non deve avere.
Con la separazione delle carriere il giudice non avrà più il compito dell’accertamento della fondatezza della tesi accusatoria del pm che a lui non compete, essendo «terzo ed imparziale». Suo compito sarà solo quello di ricostruire la verità processuale, in un confronto fra le due parti del processo: pm e difesa. È il pm che deve dimostrare la fondatezza della tesi accusatoria, unico responsabile dell’esercizio dell’azione penale. Per fare ciò occorre che il pm sappia coordinare la polizia giudiziaria e non farsi da questa guidare e deve avere capacità investigative specifiche anche per confrontarsi con una criminalità altamente tecnologizzata, con profili transnazionali. Deve anche essere un manager dell’indagine capace di valutare il rapporto costi-benefici delle indagini, valutazione oggi completamente omessa, con costi che ricadono sull’erario. Con la conseguenza che circa il 50% dei processi che giungono a giudizio si risolvono nella assoluzione degli imputati. Questo non è frutto (come dicono i fautori del No) della indipendenza e terzietà del giudice (che attualmente non c’è), ma della impossibilità, anche per il giudice più disposto verso il pm, di accoglierne la richiesta di condanna fondata su elementi d’accusa inconsistenti.
La proposta di riforma referendaria non toccherà le regole processuali, ma le rinvigorirà di un rinnovato spirito accusatorio, non toccherà le regole del diritto penale sostanziale. Sfatiamo quella falsità che avremo un pm che non potrà svolgere indagini contro la criminalità organizzata. Se la riforma sarà approvata, il pm avrà a disposizione gli stessi strumenti investigativi e processuali di cui dispone ora. Dalle misure di prevenzione personali e patrimoniali agli accertamenti tecnici, al ricorso alla misure cautelari, all’applicazione del 41 bis e, a seguire, tutti gli altri mezzi di cui dispone adesso. Parimenti, il pm non sarà sottoposto all’esecutivo, né da questo condizionato. L’esercizio dell’azione penale continuerà a essere una sua prerogativa, come la contemporanea disponibilità a tal fine della polizia giudiziaria. Qualora un futuro e improvvido legislatore volesse togliergliele, dovrebbe quindi confrontarsi con una nuova riforma costituzionale. Non dimenticando che con la riforma attuale per la prima volta al pm sarebbe riconosciuta una tutela costituzionale (articolo 104).
Fanno sorridere, quindi, tali affermazioni espresse da esponenti del No che ricoprono rilevanti incarichi nella magistratura, e che le ripetono senza dimostrare tecnicamente come ciò possa avvenire. Affermazioni analoghe a quelle provenienti sempre dalla stessa fonte che ritiene che i mafiosi, i massoni deviati, i condannati voteranno sicuramente Sì alla riforma. Non disponiamo delle doti taumaturgiche di quell’autorevole magistrato, né vogliamo ergerci a livello di Nostradamus ma, restando a livello terreno, ricordiamo che i condannati per reati di criminalità organizzata o associazioni sovversive o, comunque, a condanna con pene superiore a cinque anni, perdono il diritto di voto. Viene difficile immaginare come costoro possano, quindi, esercitare tale diritto a favore dell’accoglimento della riforma costituzionale.
Altra affermazione che non si comprende è perché, prevedendo due Csm in luogo dell’attuale unico, che svolgeranno le stesse funzioni e avranno gli stessi poteri, sarebbe lesa l’autonomia e l’indipendenza della magistratura rispetto a quanto accade oggi. Nessuno lo spiega. Il problema è un altro. Oggi il Csm è un organo costituzionale gestito da una associazione privata, l’Associazione nazionale magistrati. Il vero punto cruciale è questo: togliere potere alle correnti che dominano il Consiglio e gestiscono la vita professionale dei magistrati. Quando si tocca questo tema, l’Anm reagisce mettendo in campo argomenti pretestuosi. Come il tema controverso che con il doppio Csm si duplicherà inutilmente un organo costituzionale con aumento sproporzionato dei costi. Possiamo ribattere che tale duplicazione è la logica conseguenza della separazione delle carriere. Ogni Csm (pm e giudici) dovrà occuparsi specificamente delle questioni amministrative che riguardano quei magistrati senza possibilità di interferenza e contaminazione nei giudizi come avviene ora, dove al Consiglio siedono assieme pm e giudici.
Sui costi si potrebbe ricordare che oggi il Csm dispone di fondi che raggiungono anche i 34 milioni di euro annui, sproporzionati rispetto a quelle che sono le competenze. Sicché ogni anno il Csm si ritrova con la disponibilità di somme oscillanti tra gli 8 e 10 milioni di euro che mette a bilancio attivo per l’anno successivo. Chiedo ai competenti in materia contabile se, dividendo per due, ci troveremo a dover fronteggiare veramente spese non prevedibili e incontrollabili. Tenuto conto che il personale sarà ripartito fra i due organi. E, quindi, le spese saranno dimezzate. Si riduca piuttosto il compenso dei gettoni di presenza dei magistrati consiglieri del Csm, vera spinta che determina la corsa a ricoprire quel ruolo.
Ruolo che la riforma vuole che sia assegnato non attraverso elezioni, ma con il sorteggio. Un sistema che garantisce eguaglianza, libertà e indipendenza. Secondo alcuni, «se dovesse passare questa riforma, si romperebbe l’equilibrio tra i poteri dello Stato, quindi legislativo, esecutivo e giudiziario, con quest’ultimo soccombente rispetto ai due precedenti». Non è dato comprendere perché il sistema del sorteggio dei membri togati dei due Csm dovrebbe incidere negativamente sull’esercizio della funzione giurisdizionale dei magistrati. Ebbene, il sorteggio tra soggetti di pari competenza non è un criterio discriminatorio, punitivo o altro. Anche perché, lo ricordo, le valutazioni di professionalità dei magistrati forniti dal Csm sono positive nel 99% dei casi. La distinzione discriminatoria si verifica oggi con il sistema delle correnti, come denunciato da Luca Palamara, il quale ha indicato che il criterio selettivo per accedere al Csm di un magistrato in luogo di un altro era ed è essenzialmente, o comunque prevalentemente, l’appartenenza a una corrente politica della magistratura. Questa classificazione è incostituzionale.
Unico criterio ammissibile è la distinzione tra magistrati di maggiore o minore esperienza, non altro. Il criterio oggi in vigore e che non verrà toccato dalla riforma prevede che per accedere al Csm si deve avere un’anzianità di servizio di almeno 12 anni. Inoltre, come hanno già sottolineato molti altri magistrati, il sorteggio è previsto nel nostro sistema giudiziario per la formazione di diverse Corti giudicanti. Volendo operare richiami più alti, negli Atti degli Apostoli (1, 15-26) si racconta che dopo l’Ascensione di Gesù e il tradimento di Giuda Iscariota, gli undici apostoli rimasti decisero di reintegrare il loro numero a dodici, come le tribù di Israele. San Pietro indicò i criteri di selezione: la scelta sarebbe dovuta ricadere su coloro che avevano seguito Gesù in vita, dal battesimo di Giovanni sino all’Ascensione. Furono proposti due nomi: Giuseppe detto Barsabba e Mattia. Decisero di estrarre a sorte il nuovo apostolo che risultò essere Mattia, poi divenuto santo, così come il beato Barsabba. Se anche gli Apostoli ritennero che il sorteggio fosse espressione di scelta ispirata una riflessione sull’ipotesi del sorteggio andrebbe fatta.
Ricordiamo che il sistema correntizio determina una disfunzione nella gestione delle nomine ai posti direttivi. Risulta che la scelta dei ruoli direttivi più rilevanti è costantemente oggetto di annullamento da parte del Tar o del Consiglio di Stato, con conseguente condanna alle spese per il Csm quale parte soccombente, ulteriore costo che ricade sulla comunità. Un sistema fondato non sul merito, ma sulla appartenenza determina anche queste distorsioni. A riprova, richiamiamo le parole del presidente della Associazione nazionale magistrati amministrativi, che verificano la regolarità di quelle nomine che ha dichiarato: «Il problema è stato ancorare le nomine a delle presunte valutazioni meritocratiche, che però di meritocratico evidentemente hanno ben poco […]. Se la carriera della magistratura viene agganciata a criteri fluttuanti è chiaro che ognuno è costretto a trovarsi un santo protettore. Ecco che il sistema delle correnti si sbizzarrisce e si dà spazio al Far West».
Continuare a sostenere che il sorteggio delegittimerà, il Csm è negare l’esistenza di una situazione patologica non più accettabile.










