Domani a Roma la terza edizione dell’evento organizzato dalla Verità: confronto tra politica, governo e imprese con il leader M5S Giuseppe Conte, i ministri Antonio Tajani, Guido Crosetto, Giancarlo Giorgetti, Francesco Lollobrigida, Marina Calderone e la partecipazione di imprenditori e manager dei principali settori produttivi su energia, infrastrutture, digitale e lavoro. In chiusura l’intervista del direttore Belpietro al premier Giorgia Meloni.
L'evento sarà trasmesso in streaming sul nostro sito e su tutti i nostri canali social a partire dalle 12.
«È arrivato il giorno della verità». Maurizio Belpietro presenta così la terza edizione dell’evento in programma domani all’Acquario Romano di Roma.
Dalla geopolitica all'economia, dall'energia all'agroalimentare, fino al lavoro e all'innovazione. Saranno le grandi sfide che stanno ridefinendo il ruolo dell'Italia e dell'Occidente al centro dell'evento promosso dal quotidiano. Una giornata di confronto che vedrà alternarsi sul palco esponenti delle istituzioni, leader politici, ministri, imprenditori e manager chiamati a discutere i temi che più incidono sul presente e sul futuro del Paese.
Ad aprire i lavori, dopo i saluti del direttore Belpietro, sarà il ministro degli Esteri Antonio Tajani. L'intervista dedicata alla crisi globale affronterà i dossier internazionali più delicati, tra conflitti, diplomazia e tutela degli interessi italiani in uno scenario internazionale sempre più instabile. Subito dopo sarà la volta del presidente del Movimento Cinque Stelle Giuseppe Conte, protagonista di un confronto dedicato agli equilibri politici e alle prospettive del Paese. Il pomeriggio entrerà nel vivo con un approfondimento sul nuovo disordine mondiale e sulle sfide della sicurezza. Al centro del dibattito il rapporto tra guerre, difesa, approvvigionamenti energetici e competizione globale. È prevista l'intervista al ministro della Difesa Guido Crosetto. I temi economici saranno invece al centro dell'incontro con il ministro dell'Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti. Debito pubblico, dazi, crescita industriale e competitività del sistema produttivo saranno alcuni degli argomenti affrontati nel corso del confronto.
L'attenzione si sposterà quindi sulla trasformazione digitale e sulle infrastrutture che sostengono la crescita del Paese. Nel panel dedicato alla «Fabbrica del futuro» dialogherà con Belpietro l'amministratore delegato di Autostrade per l'Italia Arrigo Emilio Giana. Porteranno inoltre il loro contributo Georg Gufler, amministratore delegato di Doppelmayr Italia, Fulvio Giuliani, responsabile della comunicazione di Interporto Rivers, e Stefano Paggi, chief technology and operation officer di Fibercop.
Uno dei momenti centrali della giornata sarà dedicato all'agroalimentare, settore strategico per l'economia nazionale. Il ministro dell'Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste Francesco Lollobrigida sarà intervistato dal condirettore Massimo de' Manzoni, mentre Federico Vecchioni, amministratore delegato di BF Spa, offrirà il punto di vista di una delle principali realtà del comparto.
Ampio spazio sarà riservato anche al nodo energetico, considerato decisivo per il futuro dell'Europa e per la competitività del sistema industriale. Nel panel dedicato a «L'energia del potere», condotto dal vicedirettore Giuliano Zulin, interverrà Regina Corradini D'Arienzo, amministratore delegato e direttore generale di Simest. Seguiranno gli interventi di Riccardo Toto, direttore generale di Renexia, Edoardo Antonio De Luca, head of central affairs di Enel, Lorenzo Fiorillo, director technology, R&D/digital di Eni, e Marco Gay, presidente dell'Unione Industriali Torino. Sempre sul fronte energetico è prevista l'intervista al ministro dell'Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin.
La riflessione proseguirà con un focus dedicato alle infrastrutture strategiche e alla sicurezza degli approvvigionamenti. Nel panel «Le reti della sovranità» interverranno rappresentanti di alcune delle principali realtà del settore: Andrea Giordano, chief infrastructure officer di Aeroporti di Roma, Lorenzo Giussani, direttore strategy and growth di A2A, ed Enrico Pezzoli, amministratore delegato di Acea Acqua.
La parte finale della manifestazione sarà dedicata al mercato del lavoro e alle trasformazioni in corso nel mondo dell'occupazione. Il ministro del Lavoro e delle Politiche sociali Marina Calderone discuterà di salari, formazione e sviluppo economico. Al dibattito parteciperanno inoltre Andrea Stazi, professore di Diritto comparato e Diritto delle nuove tecnologie dell'Università San Raffaele di Roma, Rosario Rasizza, amministratore delegato di Openjobmetis e presidente di Assosomm, e Daniele Grassucci, direttore di Skuola.net. A condurre l'evento lungo i diversi momenti della giornata sarà la giornalista Rai Manuela Moreno, chiamata a guidare il confronto tra istituzioni, politica e mondo delle imprese.
A chiudere la terza edizione de «Il Giorno della Verità» sarà l'intervista del direttore Belpietro al presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Un confronto conclusivo che offrirà l'occasione per affrontare i principali dossier politici, economici e internazionali che attendono l'Italia nei prossimi mesi.
«Un appuntamento ormai fisso, lo facciamo da alcuni anni – spiega il direttore – l’abbiamo tenuto a Milano nei primi anni ma ultimamente lo facciamo a Roma e invitiamo ministri, personalità, uomini dell’economia, uomini dell’opposizione, perché no? E quindi discutiamo con loro del futuro che ci attende»
Due fotografie. La prima, 4 giugno del 2023, Zlatan Ibrahimovic commosso e con gli occhi gonfi di lacrime che al centro di San Siro si prende gli applausi dei tifosi del Milan nella serata del suo addio al calcio. Con la consapevolezza che quello sarebbe stato solo un arrivederci per i colori rossoneri. L’inizio di una nuova storia giocata dietro a una scrivania piuttosto che su un rettangolo verde. «È il momento di dire addio al calcio non a voi», declamava sicuro il quasi 42enne attaccante svedese corrisposto dall’ovazione adorante di tutto lo stadio.
Tre anni dopo: 24 maggio del 2026, ultima giornata di campionato, Milan-Cagliari 1-2. Lo stesso pubblico di San Siro è inferocito e subissa di fischi e improperi squadra, allenatore e dirigenza, con Ibra che sgattaiola via dagli spalti scortato fino al parcheggio. La squadra di Massimiliano Allegri è riuscita nell’impresa titanica di passare dalla lotta per lo scudetto all’addio alla Champions League nell’arco di poche settimane. E a Ibra vengono addossate buona parte delle colpe, forse troppe. Il campione vincente che non deve chiedere mai è accusato di assenza, di essere stato più negli States che in Italia, di aver snobbato il Milan. In una parola sola: tradimento. Passare da bandiera a mercenario nel calcio è un attimo.
Cos’è successo in questi tre anni? Qual era il ruolo che realmente avrebbe dovuto avere Ibra nel Milan? Perché all’indomani del tracollo con il Cagliari è stato escluso dal repulisti che ha riguardato Giorgio Furlani (ad), Igli Tare (direttore sportivo), Geoffrey Moncada (direttore tecnico) e Massimiliano Allegri (allenatore)? Cosa prevede il contratto firmato con Cardinale? La confusione è amplificata anche dallo stesso svedese, che a un certo punto, verso la fine dell’era Fonseca (a cavallo tra il 2024 e il 2025), si comportava (con interviste e una certa sovraesposizione) come la vera interfaccia del club tra management e campo. Salvo poi fare un passo indietro.
Ecco perché diventa fondamentale avere qualche informazione in più sull’intesa che dà a Ibrahimovic il ruolo di Operating Partner di RedBird Development Group. Una posizione importante rispetto a tutti gli investimenti del portafoglio Sports, Media & Entertainment del fondo. Con il Milan al centro. Secondo quanto risulta alla Verità, che ha chiesto conferma al club su alcuni dati ricevendo come risposta un «no comment», nel contratto si parla dello svedese come consulente senior della proprietà dell’Ac Milan, ma anche dell’amministratore delegato e del presidente. Un ruolo di super-advisor sia nell’ambito sportivo che in quello commerciale e dei progetti speciali. E qui va spiegata una cosa: Ibra non ha l’ultima parola nella scelta dell’ad, del direttore sportivo o dell’allenatore. Ma è altrettanto evidente che se mantieni per così tanto tempo un ruolo centrale a 360 gradi nella stessa società, la tua opinione ha un peso. E conoscendo il carattere di Zlatan, il peso è importante.
Del resto l’accordo prevede che l’attività di consulenza possa riguardare anche le valutazioni sui calciatori, il reclutamento di talenti, la gestione dell’accademia e la motivazione della rosa. Poi c’è l’aspetto commerciale, quello che spesso non va giù ai tifosi e nel quale Ibra oggi dà il meglio di sé. Lo svedese è considerato una sorta di brand ambassador mondiale (cioè di interlocutore con Stati, multinazionali, partner commerciali attuali e potenziali). Con un occhio di riguardo per gli States anche rispetto alle principali società di produzione cinematografica e televisiva di Hollywood, tra le quali vengono menzionate SkyDance Media, Artists Equity e la SpringHill Company.
Qui va aperto un altro inciso: anche il lato RedBird del contratto ha una corposa indicazione dei potenziali accordi commerciali con l’opportunità di collaborare a progetti con i partner del fondo nei settori sport, media e intrattenimento. Vengono citati a titolo di esempio Ben Affleck, Matt Damon, Dwayne Johnson, LeBron James, Maverick Carter, Jennifer Lopez, ma anche Nfl (football americano), Xfl (sempre football americano), Nba, Mlb (baseball), New York Yankees, New England Patriots, Dallas Cowboys eccetera. Con postille anche sulla possibilità di «sviluppare» la carriera post-agonistica dello svedese, facendo crescere il suo marchio a livello globale con un focus strategico sul mercato americano.
Tanti ruoli che prevedono anche la possibilità di operare in completa libertà ovunque l’ex campione ritenga opportuno. E su questo aspetto c’è una sottolineatura nell’intesa. Importante ricordarlo perché le polemiche per le assenze del campionissimo da Milano non sono mancate, ma vista l’eterogeneità delle funzioni svolte, l’obbligo di una sede fisica sarebbe stato bizzarro. Più che altro verrebbe da porsi una domanda molto semplice: come può un sol uomo, anche se si chiama Ibra, farsi carico di tutti questi impegni?
Veniamo all’aspetto economico. Secondo le ricostruzioni della Verità, lo stipendio base di Ibra è di un milione di dollari all’anno per cinque anni. Non risulta una partecipazione azionaria nel Milan, se non tramite warrants convertibili. Nell’immediato, l’ex centravanti di Juve, Inter, Barcellona e Manchester United non ha investimenti diretti, ma in futuro potrà acquistare 5 milioni di dollari di azioni del Milan al prezzo di acquisizione del club (il passaggio del 2022 da Elliott a RedBird per 1,2 miliardi di euro) e 10 milioni di dollari a un prezzo pari al doppio di quello di acquisto, quindi qualora si arrivasse a quotarlo almeno 2,4 miliardi di euro. Valore che realisticamente è raggiungibile solo con il volano economico del nuovo stadio in costruzione. Al di là delle cifre, il concetto è: più aumenta la valutazione dei rossoneri, più Ibra avrà un guadagno dal diritto di entrare nell’azionariato a un prezzo predefinito. Cosa vuol dire? Da un lato che lo svedese ha tutto l’interesse a far crescere il valore della società. Dall’altro che la mancata partecipazione alla Champions è stata una notizia (almeno dal punto di vista economico) ferale anche per il fuoriclasse di Malmö.
Molto interessante poi il capitolo dei «diritti di coinvestimento» senza pagare commissioni o costi di gestione nelle operazioni commerciali o del Milan. Perché dà l’idea del coinvolgimento a 360 gradi nel club e perché ricomprende, a titolo di esempio, il già citato nuovo stadio e le potenziali acquisizioni di società calcistiche in Brasile, Arabia Saudita, Australia e altri mercati chiave.
Il quadro che emerge è quello di un legame molto intenso di Zlatan con l’universo RedBird. Da qui la decisione (probabilmente mai entrata neppure nel novero delle possibilità) di non includerlo nel repulisti. Ecco perché diventano ancor più importanti le mosse della società Milan di questi giorni. Mancano al momento amministratore delegato, direttore tecnico e direttore sportivo. La scelta finale spetterà a Gerry Cardinale che, scosso dalla mancata partecipazione alla Champions, sta delegando meno e operando di più in prima persona. Per capire che peso reale abbia ancora il super consulente Ibra nelle scelte del Milan non resta che aspettare l’ufficializzazione dei nomi. Un’attesa eccessiva che agli occhi del deluso mondo dei tifosi rossoneri appare infinita.
Gianluca Nana è un professionista della carne che spopola sui social ma che ha alle spalle grande esperienza, tanto lavoro, tanti viaggi e tantissima passione. Ha aperto Nana Meat & Wine a La Spezia e per l’editore Gribaudo ha pubblicato Non è solo un pezzo di carne. Sceglierla, cucinarla e mangiarla in modo consapevole, un manuale fondamentale per gli appassionati.
Va molto di moda, anche sui social network, la stagionatura della carne. Può spiegare di che cosa si tratta?
«Ha detto bene, è una moda perché tutti adesso cercano carne diciamo frollata, più conosciuta come dry age, un termine che letteralmente significa invecchiatura a secco. Come nel caso del formaggio o del salame piuttosto cìè una maturazione della carne, che si trasforma. Si concentrano proteine e zuccheri, aminoacidi e quindi diventa più saporita. È un procedimento che c’è sempre stato, perché si è sempre fatta la frollatura in macelleria, però ora ci spingiamo fino a un massimo di tre mesi, periodo di tempo che rappresenta l’eccellenza per queste carni».
Viene però spontaneo domandarsi: ma non ci sono dei rischi? Una carne che invecchia tre mesi si può ancora mangiare senza problemi?
«Certo. Non parliamo di conservazione in celle normali, ci sono macchinari studiati appositamente per il controllo di aria, che è fondamentale, temperatura, umidità. Questo ci consente di tenere sotto controllo la situazione, non fare in modo che si formino delle cariche batteriche che possano essere dannose per il consumatore. Soprattutto andiamo a disidratare il pezzo di carne. Togliendo acqua togliamo anche la possibilità che proliferino i batteri».
Ma questa carne è anche più buona?
«Più buona secondo me sì. È più buona ma va saputa fare, perché mettere un pezzo di carne in un frigorifero non vuol dire frollare. Frollare vuol dire scegliere un pezzo adatto per fare questo percorso, pulirlo in maniera adeguata, per bene. L’età dell’animale poi è importantissima, insomma sono tutti dettagli fondamentali perché il risultato sia ottimale».
E quanto può arrivare a costare una bistecca di carne stagionata a tre mesi?
«Al tavolo, dunque cotta e pronta per essere mangiata, diciamo che mediamente si parte dagli 80 euro in su. Noi ad esempio abbiamo del wagyu di Canegra in osso che ha un prezzo molto alto, siamo a 250 euro al chilo e quindi anche la vendita è molto lenta».
Il wagyu, il manzo giapponese, è un altro mito gastronomico dei nostri giorni. Che cosa lo distingue dalle altre carni bovine?
«Per me è completamente un’altra cosa. Io sono stato in Giappone due anni di fila per capire la loro cultura e lì c’è un lavoro di selezione maniacale sulla genetica, sugli incroci, sull’alimentazione... Insomma c’è tanta storia dietro a quel pezzo di carne, che poi non sembra carne perché si scioglie in bocca, è tenerissima».
Anche costosa?
«Costosa dipende, perché per tanti è stomachevole proprio per la quantità di grasso. Pensate che in Giappone la scelgono in base a quanto si scioglie in cella. Cioè quando la tagliano al freddo, se il taglio è regolare, vuol dire che il grasso è di grande qualità perché si scioglie in cella al freddo, non diventa soda».
Il fatto che una carne abbia molto grasso la rende più saporita?
«Sì, però diciamo che il fattore vincente è la proporzione tra grasso e carne e età dell’animale. Questi elementi danno il sapore. Come diceva mia nonna, gallina vecchia fa buon brodo.... Se l’animale è più adulto, costa di più farlo ma ha più sapore ed è anche più tenace. È per questo che è importante il grasso. La percentuale di grasso toglie la parte di acqua, quindi è carne più sicura dal punto di vista dei batteri ed è più saporita e più tenera».
Se uno entra in un ristorante come il suo trova persone specializzate che sanno scegliere e consigliare. Ma uno che va al supermercato come deve scegliere la carne? Cioè come si fa a sapere quale sia la carne di manzo più buona?
«Io quasi 30 anni fa ho iniziato proprio nella grande distribuzione e lì bisogna comunque cercare di avere un rapporto col macellaio, quindi non prendere proprio tutto dalle confezioni che sono esposte, ma chiedere e informarsi sull’età dell’animale, sulle caratteristiche che non sono specificate in etichetta. Secondo me bisogna cercare di avere un rapporto con chi lavora la carne, questo è il segreto più importante. Poi cercate di non mangiare scottone perché sono troppo giovani e il sapore non ci sarà mai. Ci sarà tanta tenerezza ma poi bisogna usare sale e olio perché il sapore cala. E dovete cercare, se possibile, un animale che sia superiore ai 24 mesi di età, lì c’è sapore, c’è struttura e c’è anche un po' di marezzatura, perché quella la mette nel tempo».
Spieghi che cos'è questa famosa marezzatura.
«Sono quelle righette di grasso che trovate all’interno del taglio anatomico. Quelle le mette l’animale nel tempo».
Ma non è sgradevole mangiare una carne molto grassa?
«No, no. Certo, dipende anche dalla qualità del grasso, però mediamente quel grasso - se cotto in maniera adeguata - crea la reazione di Maillard che piace un po’ a tutti, che è quello che cerchiamo quando andiamo a mangiare la carne. La carne semmai è sgradevole quando viene bollita, no? Come magari in casa faceva mia mamma: per non fare fumo, bolliva la bistecca. Non faceva fumo ma la carne non era buona».
Come si fa a cuocere per bene una bistecca a casa senza farla diventare dura, senza avere il grasso che diventa di marmo?
«Con una padella e un forno si possono fare miracoli, non servono 4 metri di griglia a carbone come ho io. Se è una carne bassa di spessore consiglio di andare solo in padella. Io ho la mia idea, vado un po’ contro tante cose che si sentono dire. Quando la padella è troppo calda, la carne diventa amara, quindi facciamo attenzione perché va bene la padella calda, ma non troppo. Se è caldissima, non appena appoggi la carne diventa amara».
Quindi niente padella troppo calda.
«La carne non deve essere amara, si deve sentire il gusto. Se è amara vuol dire che abbiamo superato la temperatura di cottura. La carne, se è bassa, non serve neanche tirarla fuori dal frigo molto prima, perché sennò ti si cuoce troppo dentro. La tirate fuori dal frigo, la passate nella padella e la girate di continuo finché non diventa croccante all’esterno. Dopodiché la levate dalla padella e la fate riposare coperta. L’andrete ad assaggiare, non sarà troppo cotta all’interno ma sarà gradevole e calda perché mettendola a riposare avviene uno scambio termico: il freddo che si è accumulato all’interno esce, quindi mangerete una carne tenera, succosa e calda».
Quindi non c’è bisogno di usare olio o grassi per cuocerla.
«Esattamente, perché se la carne ha il suo non serve. Soprattutto se non è una carne giovane e fresca che fa il classico effetto per cui si ritira in padella e lascia liquido. Attenzione, se esce liquido non è detto che sia per forza carne dopata».
No?
«Guardate, io ho girato in Argentina, in Giappone e ragazzi... i controlli che ci sono in Italia sono altissimi. Magari fa acqua perché quando l’animale è giovane la sua fibra muscolare è composta da tanta acqua. Se già è più marezzata e sopra 24 mesi, il grasso e le strutture vanno a sostituire l’acqua».
A livello di bovini quali sono le carni italiane migliori secondo lei?
«Non è facile... Togliamo fassona e chianina».
Perché?
«Perché il nome purtroppo è così famoso che io alla fine trovo poco prodotto di qualità. Forse dico una cosa un po’ pesante... Però c’è troppa richiesta e quindi non c’è carne bella per tutti. Questo è il primo motivo per cui mi sposto su altre razze meno ricercate come Grigio alpina, Bruna alpina, dolica, maremmana, marchigiana... Ci sono un sacco di razze in Italia, tutte razze da lavoro, tutti animali che vanno portati almeno sopra i tre anni, però danno soddisfazioni».
Che rapporto ha con la morte? Cioè con il fatto che si debba comunque ammazzare un animale per mangiare una bistecca?
«Intanto per rispetto dell’animale cerco di usarlo tutto, quindi compro l’intero, odio gli sprechi. E mi sentirei a disagio nel non rispettare il sacrificio dell’animale buttando via merce o non valorizzandola. Cioè spesso si mangiano bistecca e filetto e con tutto il resto nessuno si chiede cosa venga fatto, viene svalorizzato, entra in industria per essere finito e questo non fa che alzare i prezzi e creare sprechi. La mia idea è di valorizzare tutto quello che c’è, ringraziare per il sacrificio».
Ha citato il filetto. Ma a parte quello e la classica tagliata che si ordina al ristorante, ci sono altri tagli buoni e magari meno costosi?
«Questo è ciò che ho provato a fare con il libro. I miei viaggi mi hanno insegnato che ogni paese ha le sue tradizioni, le sue tecniche. Tutti i pezzi dell’animale sono buoni come un filetto, basta fare la cottura e la lavorazione adeguate per ogni singolo taglio. Quindi da un cappello del prete che tutti fanno brasato ci si può fare anche la griglia, basta togliere le parti nervose. Tecnicamente il concetto è molto semplice: quello che va in griglia non deve avere nervi perché induriscono. In base allo spessore del taglio e alla nervatura bisogna fare una cottura adeguata e tutti i tagli diventano buoni, tutti. Chiaramente se devo fare un brasato non andrò a prendere un taglio magro. Io in estate faccio lo stinco, monoporzione, come se fosse un filetto. Prima lo cuocio alla brace e poi lo metto sottovuoto, faccio 21 ore a 78 gradi ed ecco che ho valorizzato un taglio che altrimenti avrebbe fatto una brutta fine».
Quindi dove c’è una parte dura non bisogna fare in modo che si indurisca ulteriormente.
«Va sciolta. È quello il gioco. Al contrario se prendo una carne magra per il brasato, anche se la cuocio venti ore combino un casino perché non avendo collagene da sciogliere verrà secca e asciutta lo stesso».
Quando si ricorda bambina in una Torino imbiancata dalla neve a Natale ha quel modo incantato di raccontare come fosse una fiaba. È anche questo il modo di essere di Antonella Elia, forse quello che di lei aveva colpito anche Mike. Con la sua spontaneità una volta lo fece sobbalzare ma le voleva così bene che subito dopo la abbracciò.
Ti sei classificata seconda al Grande Fratello Vip 2026, tra i cui concorrenti c’erano Alessandra Mussolini, risultata vincitrice, e Adriana Volpe. Come valuti l’esperienza?
«Molto divertente. È stato faticoso, doloroso, ma molto divertente, un’esperienza off-limits che mi ha segnata, mi ha toccata, forse anche un po’ cambiata…».
Il rapporto più difficile con gli altri in gara?
«Il rapporto più difficile è stato con la Mussolini».
L’isola dei famosi. Concorrente nel 2004 e nel 2012. Nel 2012 hai vinto. Il pubblico sceglie con il televoto. Qual è l’elemento di un personaggio che colpisce più?
«Per quel che mi riguarda la verità e l’umanità. Parlo di me, non degli altri. Viene fuori la mia umanità ma anche la mia stravaganza, la mia libertà, il mio essere insomma».
Nel 2012 cosa è più piaciuto di te, in particolare?
«Guarda, non ne ho la più pallida idea, mi vedo attraverso gli occhi del pubblico, mi nutro di questo e poi penso di essere migliore di quella che sono. Diciamo che di me non c’è mai nulla che mi piaccia, mi vedo in un certo modo attraverso le persone e quello che loro dicono è il mio essere vera, libera, selvaggia, irruente, impulsiva, irresponsabile, queste sono le cose. Irresponsabile veramente non me l’hanno mai detto».
Hai partecipato a tanti reality. A prescindere da come ti senti, da un punto di vista emotivo, quando torni a casa serve una risocializzazione?
«Risocializzazione no perché ti fa piacere essere di nuovo in mezzo alle persone, incontrare delle persone che magari non vedevi da mesi. È molto facile reintegrarsi anche perché senti l’affetto di tutte le persone che hanno tifato per te, che ti hanno sostenuto. Però, psicologicamente, per quel che mi riguarda è sempre un trauma. Lunga o breve che sia la mia esperienza, ne esco sempre un poco frastornata, abbattuta… è sempre una cosa emotiva molto molto forte, per cui dopo è come dovessi leccarmi le ferite, non so, perché a livello emotivo e psicologico comunque si hanno perlomeno delle ferite. I rapporti umani, con gli altri, almeno per me, sono sempre rapporti di tensione, con litigi, amore e odio, tanto, tutto è molto ingigantito perché vivi in una bolla, una realtà a sé, il tuo mondo diventa quelle 15-20 persone e lì si scatenano tutti i tuoi tormenti, le tue passioni, la tua competitività. Sono sempre esperienze per me molto forti».
Sia nella vita professionale sia in quella privata, quale ritieni essere il punto di forza e quello di debolezza del tuo carattere?
«In generale il mio essere vera, non è un vanto eh, ma io non riesco a usare tattiche o maschere o a fingere di essere qualcosa che non sono. Quello che sono si vede e quindi credo sia il mio punto di forza, io non mi nascondo, non faccio nemmeno un tentativo».
Ciò può diventare anche una debolezza?
«Assolutamente, una debolezza nel senso che ti esponi e poi magari soffri e non è fragilità o forse è fragilità ma è soprattutto emotività. Sono estremamente emotiva ma penso di essere comunque forte, dura come la roccia, mi piego ma non mi spezzo. Quindi non sono fragile ma molto emotiva. Le fragili si disfano, si spezzano, si disperano. Io no, io lotto».
Nella tua carriera televisiva, sei stata a fianco di Corrado, Bongiorno, Vianello, Castagna e altri. C’è qualcuno di essi per il quale provi qualche risentimento?
«Risentimenti assolutamente no, ogni lavoro che ho fatto è stato fatto con passione, sia nel mio caso sia nel caso del conduttore che ho affiancato. Sicuramente Corrado, Raimondo e Mike sono le mie tre perle, quelli cui sono stata più legata».
Mike Bongiorno, ti scelse lui per affiancarlo in vari programmi. Celebre quella sua sfuriata alla Ruota della fortuna del 1996. Esultasti quando una concorrente rifiutò una pelliccia offerta dallo sponsor. Come ricomponeste l’incidente?
«Ma immediatamente, perché mi voleva bene. Poco dopo mi ha fatto chiamare nel suo ufficio e mi ha abbracciato».
Nel 2002 ancora accanto a Mike per il programma Qua la zampa!...
«Esatto, ricordo che c’erano dei bei cagnoni»
Hai qualche animale, un cane, un gatto?
«Adesso no, ma ho avuto due pastori tedeschi».
Quali erano secondo te i pregi e i difetti di Mike?
«Non mi permetterei mai di parlare di difetti rispetto a Mike o a Corrado. Proprio no, non esiste al mondo. A parte che Mike lo trovavo adorabile e mi trovavo benissimo con lui…».
Invece il tuo miglior pregio e il tuo peggior difetto?
«Quello di essere una persona vera e quello di essere emotiva. Ma non lo ritengo un difetto. Essere molto emotivi ti espone molto e quindi, esponendomi molto, probabilmente sono una persona a pelle nuda, sono carne viva».
E Raimondo Vianello?
«Auto-ironico, scherzava su tutto e su tutti, su sé stesso, sulla vita, sulla morte, il re dell’autoironia».
Qual è il tuo pensiero sulla spiritualità?
«La spiritualità è la base degli esseri umani. Gli esseri umani se non sono spirituali non hanno ragione di esistere».
Pensi che, dopo, ritroveremo le persone che abbiamo amato?
«Sono convinta che i miei genitori, i miei nonni e la mia seconda mamma mi stiano aspettando. Veramente penso che anche che i miei due cani mi stiano aspettando ma non vorrei essere blasfema».
Non è questione di essere blasfemi, anche la stessa Chiesa cattolica ha varie aperture rispetto a questa tematica. Personalmente ti confesso che ho buone speranze…
«Anch’io!».
E sull’amore, nel senso di amore romantico, pensi possibile quello eterno?
«No, l’amore in senso assoluto sì, resta, ma amore eterno cosa vuol dire? Parli delle coppie?».
Sì.
«L’amore e la passione dopo un po’ diventano affetto, complicità…».
Si tratta sempre di amore, tuttavia. Certo, la passione può andare in calo…
«Certo, si trasforma. Ma in genere diventa noia, fastidio e sopportazione».
Vero anche questo ma con un po’ di lontananza il rapporto potrebbe riaccendersi…
«Certo, perché l’amore comunque non finisce, si trasforma».
Hai perso la mamma quando avevi un anno, il papà, avvocato, in un incidente stradale, purtroppo. Esperienze dolorose. Come hai trovato la forza per arrivare dove sei arrivata?
«È il mio carattere, sono una persona estremamente resiliente e quindi mi risollevo e lotto. Lotto per la mia sopravvivenza, per la realizzazione dei miei sogni, per la mia creatività, io lotto…».
Com’eri da bambina?
«Ero molto vivace. Ma un ricordo di me è che ero sempre un po’ solitaria».
Figlia unica?
«Sì, figlia unica».
Sei nata a Torino. Come ricordi la Torino della tua infanzia?
«Con la neve a Natale, romantica, sempre un po’ grigia però… bella la neve che cadeva a Natale».
In quale città vivi ora?
«A Roma».
Hai fatto teatro, anche cinema. Qual è la cosa alla quale, nei tuoi progetti, terresti di più?
«Questa è una domanda difficile. A me piace recitare ma non sono mai arrivata a fare cinema e fiction. Ho fatto delle cosette. Il teatro mi piaceva molto farlo ma adesso mi piace di più la televisione per cui vorrei continuare a fare tv a meno che non capiti un miracolo e mi offrano una fiction, mi piace tantissimo recitare, magari mi offrissero una fiction, bello, entri in un altro personaggio, magari drammatico, è liberatorio, è catartico».
Tuttavia, lo spettacolo di teatro cui hai partecipato che ti ha dato maggior gratificazione?
«A Chorus Line, il musical di Saverio Marconi».
Perché?
«Perché mi piaceva tanto cantare, ballare, recitare ed era un musical bellissimo degli anni Ottanta, era venuta la coreografa americana a insegnarcelo, un mese e mezzo di prove a Tolentino, nella compagnia erano simpaticissimi, tutti ballerini, abbiamo fatto grande amicizia, esperienza bellissima».
La cosa che più ti annoia di una persona?
«La monotonia, le persone banali, scontate, che so già quello che diranno e quello che faranno».
Una persona imprevedibile dunque?
«La adoro».
Un libro che hai letto che ti ha particolarmente colpito…
«Nel corso della mia vita ho letto libri meravigliosi. Da piccola avevo iniziato Guerra e pace, Anna Karenina. La maturità l’ho fatta con Moravia, lo adoravo, La noia. Ho letto valanghe di libri e leggo anche adesso perché leggere è come fare un viaggio dell’anima. Un libro che mi ha molto toccato è Una vita come tante, di Hanya Yanagihara».
Romanzo imponente di oltre 1.000 pagine edito da Sellerio. Mi parlavi della tua maturità. Classica o scientifica?
«Classica. Veramente avrei voluto fare il liceo artistico perché sin da piccola sognavo di dipingere. Latino e greco li studiai a forza, una palla colossale, mi piacevano italiano, filosofia…».
Oggi dipingi?
«Certo, ma una pittrice brava non s’inventa a meno che tu non sia un talento come Caravaggio».
Soggetti?
«Donne e natura, a olio o acrilico. Solo gelosissima dei miei quadri, è come ci fosse un pezzo di anima mia attaccato, è l’unica cosa di cui vado terribilmente fiera, non li venderei mai».
La canzone pop che più ti piace?
«Sei nell’anima, della Nannini».










