- Il nuovo libro di Aresu racconta ai ragazzi (ma non solo) storia, volti e problemi intorno a Chatgpt & C. Dai padri fondatori dell’elettronica ai padroni della Borsa, dell’innovazione scientifica e della geopolitica.
- Nel volume di Warner le strategie e i motivi per cui la scrittura merita di resistere e sopravvivere al dominio delle macchine.
Lo speciale contiene due articoli.
QUELLI DI DARTMOUTH
John McCarthy (Stati Uniti, 1927-2011)
Tanto brillante nell’insegnamento della matematica - disciplina che ha trasmesso ai suoi studenti per quarant’anni all’Università di Stanford - quanto sgargiante nell’abbigliamento. Coniò l’espressione «intelligenza artificiale» e organizzò la prima conferenza sul tema, al college di Dartmouth nel 1956. Per lui, l’intelligenza umana era come un puzzle, fatta di molte tessere; sarebbe bastato insegnare a una macchina tutti i passaggi e le regole per completarlo per ottenere l’intelligenza artificiale.
Ray Solomonoff (Stati Uniti, 1926-2009)
Matematico geniale, sempre scarruffato, tra i partecipanti più assidui alla conferenza di Dartmouth. Per quanto i numeri fossero il suo elemento, era convinto che nella vita non tutto si potesse calcolare: l’incertezza era il suo tormento. Bisognava dunque insegnare alle macchine anche a dubitare. Così inventò la grammatica della probabilità, un sistema che assegna valori numerici alle parole e alle frasi, stabilendo qual è probabilità che vengano usate nella realtà.
Marvin Minsky (Stati Uniti, 1927-2016)
Matematico e informatico, docente per oltre cinquant’anni al Massachusetts Institute of Technology (MIT), dove fondò insieme a McCarthy un laboratorio dedicato all’informatica e all’intelligenza artificiale. Era ferrato nella fantascienza, tanto che fu consulente scientifico del film di Stanley Kubrick 2001: Odissea nello spazio.
Claude Shannon (Stati Uniti, 1916-2001)
Ingegnere, matematico e giocoliere, coordinò i lavori della conferenza di Dartmouth. Ricercatore nei Bell Labs, poi professore al Mit; padre della teoria matematica della comunicazione, la scienza che spiega come i messaggi possono viaggiare da un posto all’altro senza intrecciarsi né perdersi. Il nome del chatbot Claude si ispira a lui.
IL PRECURSORE
Alan Turing (Regno Unito, 1912-1954)
Matematico e logico straordinario, nonché esperto di crittografia. Decifrò Enigma, la macchina usata dai nazisti per cifrare le comunicazioni militari. Fu uno dei primi a porsi la domanda: «Le macchine possono pensare?». Per rispondere, ideò il cosiddetto test di Turing.
QUELLI DELLE RETI NEURALI
Warren Sturgis McCulloch (Stati Uniti, 1898-1969)
Di professione medico, per diletto poeta, nella vita reale geniale studioso. Invitato alla conferenza di Dartmouth, non si presentò quasi mai. Detestava chi ragiona a compartimenti stagni: per lui tutto era collegato. È il padre delle reti neurali artificiali, il primo a intuire che l’intelligenza artificiale doveva ispirarsi a quella umana, e dunque alla struttura del cervello. Era il gioco dell’imitazione.
Geoffrey Hinton (Regno Unito, 1947)
Formalmente psicologo, nella sua vita è stato di tutto e potrebbe riservarci ancora delle sorprese: falegname negli anni settanta, premio Nobel per la fisica nel 2024 con John Hopfield grazie alle sue scoperte fondamentali sulle reti neurali e l’apprendimento automatico. Sulla scia di McCulloch, si è concentrato - e tutt’oggi continua - a perfezionare le reti neurali artificiali. Ragionando profondamente, ha avuto un’intuizione: la nostra attività cerebrale è molto complessa, dunque le reti neurali artificiali devono essere profonde, cioè formate da vari strati (come le lasagne), ciascuno responsabile di elaborare informazioni con un diverso grado di profondità. Dice che il suo segreto è sapersi scegliere gli allievi: infatti, proprio grazie ai suoi studenti dell’Università di Toronto, Alex Krizhevsky e Ilya Sutskever, ha «scatenato» nel 2012 il Big Bang dell’intelligenza artificiale.
I VISIONARI
Fei-Fei Li (Cina, 1976)
La «madre della vista» dell’intelligenza artificiale, oggi professoressa di informatica a Stanford. Nata in Cina (il suo nome in mandarino significa «volare»), cresciuta fra i panda di Chengdu, a 16 anni si trasferisce a Parsippany, negli Stati Uniti. Là, come si confà al mondo americano, fonda la sua prima start-up: una lavanderia. Studia a Princeton, dove viene ammessa con suo immenso stupore, dato il suo inglese stentato. Il suo obiettivo era «far vedere» un gatto a un computer, e ci è riuscita, catalogando grazie al suo Imagenet 15 milioni di immagini in 22.000 categorie.
Alex Krizhevsky (ex Urss, 1986) e Ilya Sutskever (ex Urss,1986)
Entrambi informatici nati nell’ex Unione Sovietica emigrati in Canada con le loro famiglie, e allievi di Geoffrey Hinton. Sono balzati alle cronache scientifiche per aver vinto la gara lanciata da Fei-Fei, la Imagenet large scale visual recognition challenge (Ilsvrc). L’obiettivo era presentare l’algoritmo migliore per il riconoscimento delle immagini, e loro vinsero con Alexnet, un sistema che usava le reti neurali profonde e che consentì a un computer di riconoscere un gatto tra molti altri animali. Sutskever sarebbe diventato, qualche anno più tardi, uno dei fondatori di Openai, la casa madre di Chatgpt.
L’UOMO CON
IL GIUBBOTTO IN PELLE
Jensen Huang (Taiwan, 1963)
Ha creato Nvidia, l’azienda più grande al mondo per capitalizzazione, e oggi è fra gli uomini più ricchi del pianeta. Ma la sua storia comincia da lontano, e dal basso. Nato a Tainan, Taiwan, immigrato con i genitori in Thailandia, piombato a soli 9 anni nel bel mezzo del Kentucky senza conoscere l’inglese. Bullizzato, si è riscattato pulendo bagni, servendo hamburger alla tavola calda Denny’s e facendo cento flessioni al dì. Un giorno ha capito che le Gpu utilizzate per i videogiochi potevano essere usate per fornire potenza di allenamento e calcolo all’intelligenza artificiale. Da allora indossa un giubbotto in pelle. È il direttore d’orchestra dei «ragazzi di Taiwan», che costruiscono la struttura materiale dell’intelligenza artificiale.
IL GIOCATORE DI SCACCHI
Demis Hassabis (Regno Unito, 1976)
Ha cofondato l’azienda Deepmind, poi acquisita da Google, con un unico obiettivo: creare l’intelligenza artificiale generale, inizialmente per applicarla al gioco. Demis è prima di tutto uno scacchista superlativo, e infatti ha cominciato inventando un computer capace di battere il campione mondiale di scacchi. Poi ha deciso di dedicarsi a sfide più importanti, e ha vinto il premio Nobel per la chimica con John Jumper e David Baker nel 2024 per aver creato Alphafold, uno strumento in grado di predire la struttura delle proteine proprio grazie all’IA.
I DUELLANTI DI CHATGPT
Elon Musk (Sudafrica, 1971)
Arriva nella Silicon Valley per dei tirocini e da lì in avanti la sua carriera è un’accelerazione continua. Fonda e guida aziende molto diverse tra loro, tra cui SpaceX, che ha l’obiettivo di portare l’uomo su Marte, e Tesla, per diffondere le auto elettriche. È stato consigliere del presidente americano Donald Trump; quasi per gioco ha comprato Twitter, ribattezzandolo «X», e ha introdotto Grok, un chatbot simile a Chatgpt ma più irriverente. Genio o folle? Difficile dirlo.
Sam Altman (Stati Uniti, 1985)
È uno dei fondatori di Openai, la casa madre di Chatgpt, e uno dei pochi a esservi rimasto, anche se, nel 2023, è stato licenziato per alcuni giorni (non chiedetegli il perché). Non ha mai terminato la facoltà di informatica ma, a soli 19 anni, ha creato Loopt, un’app che permetteva di condividere con gli amici la propria posizione. Se oggi farlo vi sembra normale, è anche grazie a questo. È stato presidente di Y combinator, una sorta di palestra per start-up. Ha una qualità chiave: una grande visione commerciale e finanziaria.
I FRATELLI RESPONSABILI
Dario (Stati Uniti, 1983) e Daniela Amodei (Stati Uniti, 1987)
Due fratelli di origini italiane (il padre era toscano) che sembrano usciti da una storia di opposti che si completano: il sole e la luna, lo yin e lo yang. Dario ama i numeri, il calcolo infinitesimale e i problemi complicati: studia a Stanford, si laurea in fisica, specializzandosi in biotecnologie, prima di approdare alla Silicon Valley come sviluppatore. Daniela, invece, è attratta dalle parole, dalle storie: sceglie le materie umanistiche, si laurea in letteratura inglese e poi unisce il pensiero umanistico al mondo del business e dell’innovazione. Nel 2016 Dario entra in Openai, affascinato dall’idea di un laboratorio non profit che promette di sviluppare l’intelligenza artificiale tenendo al centro l’etica. Due anni dopo lo raggiunge anche Daniela. Con il tempo i due fratelli, d’accordo fra loro ma in disaccordo con la direzione dell’azienda, fondano Anthropic, una start-up dedicata alla ricerca e alla sicurezza dell’intelligenza artificiale, con un’idea chiara fin dal nome (rimettere l’essere umano al centro), ma sempre mossa da fini commerciali.
QUELLO DI DEEPSEEK
Liang Wenfeng (Cina, 1985)
È il fondatore di Deepseek, l’azienda cinese di intelligenza artificiale che ha una balena come logo e che, con la stessa irruenza, un bel giorno è comparsa sul mercato mondiale. Ha studiato informatica e ha fondato una società finanziaria, High-flyer, con cui ha ottenuto le risorse per il suo laboratorio di intelligenza artificiale, chiamato appunto Deepseek. Attraverso Deepseek ha voluto mostrare che i ricercatori cinesi, presenti in molte aziende tecnologiche degli Stati Uniti, possono ottenere ottimi risultati anche quando rimangono in Cina.
QUELLO DEI ROBOT
Jim Fan (Cina)
È un ricercatore trentenne di Nvidia e guida l’iniziativa sugli agenti IA, quei sistemi che non si limitano a risponderci, ma sanno anche fare delle cose. La sua missione è creare dei robot intelligenti tuttofare, capaci di muoversi nel mondo reale - immaginate robot che cucinano, camminano e non inciampano - e in quello virtuale, come giochi e videogiochi. Appassionato di visione artificiale, ha conseguito il dottorato allo Stanford Vision Lab sotto la supervisione di Fei-Fei Li. Nel 2016 è stato il primissimo stagista di Openai, quando Chatgpt era ancora fantascienza e nessuno immaginava che un giorno avrebbe quasi fatto i compiti al posto degli studenti.
Ma il bot non è tutto. Manuale di difesa per salvare l’umano
Nel suo famoso saggio Che cos’è l’arte, Tolstoj esprime lo scopo dell’esperienza artistica: «Risuscitare in sé stessi un sentimento già provato per trasfonderlo negli altri col soccorso di moti, di linee, di colori, di suoni, d’immagini orali: ecco il vero oggetto dell’arte».L’«arte» prodotta attraverso l’IA generativa può essere interessante o impressionante, ma senza nessun sentimento originale che crei l’impulso di creare, e perché mai, in mancanza di un’intenzione che guidi la creazione, dovremmo attribuirle un significato?Nel 2016, quando al regista di animazione Hayao Miyazaki, dello Studio Ghibli, vennero mostrate alcune immagini generate dall’IA nello stile di un suo film, il classico La città incantata, egli le definì: «un insulto alla vita stessa». Il rifiuto di Nick Cave di una «canzone» alla Nick Cave generata dall’IA, che definì una «grottesca contraffazione», mi sembra un atto di resistenza necessaria e di principio, se consideriamo l’intenzionalità e l’espressività umane al centro della creazione artistica. [...] Se davvero consideriamo la comunicazione e lo scambio di idee parte integrante della lettura, della scrittura e dell’istruzione, dovremmo opporci anche alla «necromanzia» digitale incorporata nell’interfaccia Khanmigo, che permette agli studenti di «chattare» con avatar che rappresentano personaggi storici, come Martin Luther King Jr o Thomas Jefferson. Evocare un Martin Luther King generato dall’IA, che risponda a domande sui diritti civili, potrà sembrare strano o futuristico ma, in termini di qualità e profondità delle conversazioni possibili, è decisamente inferiore al leggere le parole di King e reagirvi con idee personali. La nostra storia - i nostri pensatori, la nostra cultura - non è fissata per sempre. Viene riplasmata da ogni successiva intelligenza individuale che vi si confronti. [...] Tutto questo vale in particolare quando si tratta di come insegniamo a scrivere. La valutazione automatica degli scritti scolastici è diventata da decenni una sorta di miraggio per gli specialisti dell’apprendimento robotizzato, un problema fondamentale che, se risolto, aprirebbe la strada a una nuova comprensione non dell’istruzione, ma piuttosto di come funzionino gli algoritmi. I grandi modelli linguistici hanno cancellato tutti i precedenti tentativi, avendo dimostrato di poter generare plausibili risposte scritte, dietro suggerimenti minimi e del tutto diversi dal pre-addestramento richiesto dai precedenti approcci.Il Texas è passato a giudicare una quantità significativa degli scritti studenteschi ottenuti nei test valutativi servendosi di algoritmi. Gli studenti ottengono un buon punteggio se si avvicinano allo scritto giudicato in precedenza più che sufficiente. Consideriamo i valori soggiacenti a questa scelta: la scrittura non deve essere interessante, originale o comunicativa. Lo «scritto» migliore, secondo l’algoritmo, è quello che più assomiglia a quanto è venuto prima. Una ben misera griglia di valutazione, se lo scopo è trasformare i discenti in abili scrittori e in liberi pensatori.[...] Il mio giudizio definitivo sulle valutazioni e sulle stime algoritmiche della scrittura scolastica è semplice. Si scrive per essere letti. Ottenere che qualcosa che non sa leggere generi risposte alla scrittura è sbagliato. È un tradimento morale delle nostre responsabilità nei confronti degli alunni. Capisco benissimo le ragioni per cui si è tentati di delegare questo tipo di lavoro all’IA, soprattutto perché le ho vissute sulla mia pelle nella mia carriera d’insegnante - troppi studenti, tempo insufficiente, pressioni per ottenere risultati - però non sono altro che indici di problemi sottostanti che dovrebbero essere affrontati, invece di servirsi dell’IA per mascherarli.I grandi modelli linguistici sono meravigliosi risultati tecnologici che non c’entrano niente con la scuola e con le situazioni di apprendimento, quando si tratta di valutare o di dare giudizi sugli scritti degli studenti. Non possiamo chiedere ai ragazzi di comunicare con i lettori attraverso la scrittura facendo valutare il loro lavoro da qualcosa che non sa comunicare.
Che fine hanno fatto i professionisti del disastro? Quelli che parlando di economia scuotono la testa, sospirano, annunciano la sciagura imminente e poi, già che ci sono, prenotano un posto in prima fila al funerale.
Solo che il funerale, ancora una volta, è stato rinviato. E i becchini della sinistra si ritrovano con la pala in mano e la faccia lunga. Perché i numeri, quei fastidiosi segni che non leggono i talk show e non frequentano i salotti buoni raccontano un’altra storia. Raccontano che l’Italia, nel primo trimestre del 2026, cresce più del previsto. Piano? Certo. Con prudenza? Ovvio. Ma cresce. E soprattutto cresce mentre da mesi l’opposizione dipingeva un Paese sull’orlo della carestia, una specie di Venezuela con le sagre di paese e il Parmigiano Reggiano.
Giuseppe Conte, il 26 maggio a È sempre Cartabianca sentenziava: «Questo governo in quattro anni non è riuscito a presentare una misura di crescita vera». Matteo Renzi, dal suo osservatorio del catastrofismo permanente, scriveva su X subito dopo il referendum: «Saranno 15 mesi di piano inclinato fino alle elezioni, il crollo è appena cominciato». Elly Schlein, invece, non perdeva occasione per annunciare il funerale dell’economia italiana: «Crescita zero, debito/Pil al 138%, politica economica fallita». Peccato che nel frattempo l’Istat ha pubblicato i dati veri. Una coltellata nelle sceneggiature scritte con la penna dell’ideologia.
Nel primo trimestre del 2026 il Pil cresce dello 0,3% rispetto al trimestre precedente e dello 0,8% su base annua. Non solo: la stima viene rivista al rialzo rispetto alle previsioni preliminari, ferme allo 0,2% trimestrale e allo 0,7% annuale. Una seccatura enorme per i profeti di sventura.
Ancora più interessante è la composizione della crescita. Perché non arriva da droghe fiscali o da qualche costoso bonus in stile grillino. Arriva dalla domanda interna salita dello 0,4%. Gli investimenti aumentano dello 0,7%. Le esportazioni fanno un balzo del 2,2%, mentre le importazioni scendono dello 0,7%. In pratica le imprese vendono di più all’estero e comprano di meno. Un dettaglio non proprio irrilevante considerato l’esplodere dei costi delle importazioni di gas e petrolio
Certo, ci sono le ombre. L’inflazione resta una zavorra. A maggio i prezzi salgono del 3,2% su base annua, contro il 2,7% del mese precedente. Gli energetici corrono. I trasporti aumentano. Le famiglie sentono la pressione sui bilanci. Nessuno lo nega. Ma qui arriva il punto che manda in cortocircuito la retorica apocalittica: nonostante inflazione, guerre, tensioni sullo Stretto di Hormuz, rallentamento europeo e crisi geopolitiche, l’Italia continua a crescere e soprattutto continua a creare lavoro. Ed è qui che il castello polemico dei profeti di sventura si sbriciola come un grissino nella bagna càuda.
Ad aprile gli occupati aumentano di 123.000 unità in un solo mese. Totale: 24 milioni e 337.000 persone al lavoro. Mai così tante. Il tasso di occupazione sale al 63,1%, il livello più alto dal 2004.
Il dato cresce ovunque: uomini e donne, dipendenti e autonomi, giovani e adulti. Tranne la fascia 35-49 anni, sostanzialmente stabile. Contemporaneamente calano i disoccupati; sono 1 milione e 310.000: 18.000 in meno rispetto a marzo e addirittura 260.000 in meno rispetto ad aprile 2025. Il tasso di disoccupazione scende al 5,1%. Anche gli inattivi diminuiscono. Sono 13.000 in meno rispetto a un anno fa. Resta un problema enorme, certo. Un terzo degli italiani tra 15 e 64 anni resta fuori dal mercato del lavoro. Il tasso di inattività, comunque, scende al 33,4%
E c’è un dettaglio che dovrebbe far arrossire anni di comizi progressisti contro la precarietà: aumentano i contratti stabili e diminuiscono quelli a termine. I dipendenti permanenti crescono di 143.000 unità in un anno. I contratti a tempo calano di 64.000. Gli autonomi aumentano di 190.000. Una dinamica che Giorgia Meloni ha rivendicato: «La sinistra ha sempre detto di voler combattere il precariato. La destra lo sta facendo».
Il governo di centrodestra, descritto per anni come incapace di governare l’economia, si ritrova oggi con occupazione record, Pil positivo, export in crescita e contratti stabili in aumento.
Naturalmente non tutto gira per il verso giusto. Sarebbe ridicolo sostenerlo. L’inflazione pesa. I salari reali devono ancora recuperare pienamente. La produttività italiana resta storicamente debole. L’agricoltura arretra dello 0,5%. L’industria ristagna. E il debito pubblico continua a essere una montagna parcheggiata sopra il bilancio dello Stato.
Ma proprio qui emerge la differenza tra propaganda e realtà. I gufi appollaiati sul ramo che gracchiano «crolla tutto», mentre sotto il ramo passa un treno pieno di occupati in più.
Il Trentino, si sa, è meta molto ambita dagli amanti della montagna e, in generale, della vita all’aria aperta. Ma quali le novità della stagione in arrivo? A imporsi a un primo sguardo sono gli eventi ospitati negli innumerevoli castelli del territorio.
Da giugno a settembre, infatti, il calendario si fa fitto: nei prossimi mesi si avvicenderanno, nella romantica cornice delle fortezze trentine, esperienze guidate, mostre, laboratori e iniziative didattiche, per la gioia di un pubblico eterogeneo quanto a età e interessi.
A partire da Castel Beseno, a Besenello: aperto dal 1° maggio al 1° novembre prossimo tra le 10 e le 18 (a eccezione del lunedì), è il più grande castello del Trentino. Gli avventori possono ammirare, prima di tutto, la sezione museale dedicata alla battaglia di Calliano, combattuta nel 1487 tra le truppe della Repubblica di Venezia e quelle del Principato vescovile di Trento e della Contea del Tirolo. Passeggiare tra le cucine, le cantine e la cinta muraria è una vera e propria un’immersione nella storia e nella natura trentine. Per conoscere tutti gli appuntamenti, tra cui le rievocazioni storiche che avranno luogo su questo pregiato palcoscenico, basta scrivere a info@buonconsiglio.it o chiamare lo 0464-834600.
C’è poi Castel Nanno, situato a Ville d’Anaunia: ogni domenica, dal 7 al 28 giugno, sarà possibile sperimentare un picnic di livello. «Visita e picnic sull’erba nei giardini di Castel Nanno» è la formula che propone prodotti a chilometro zero abbinata a una visita guidata. Il prezzo è di 20 euro per gli adulti, 15 euro per i ragazzi dai 4 ai 12 anni e 8 euro per i bambini sotto i 4 anni. La prenotazione, obbligatoria entro le 12 del giorno prima, può essere effettuata chiamando lo 0463-830133 o scrivendo a info@visitvaldinon.it. Castel Nanno è comunque aperto alle visite libere tutte le domeniche fino al 1° novembre, dalle 10 alle 17, con apertura straordinaria i primi due giorni di giugno e a Ferragosto.
Per il divertimento dei bambini l’ideale è invece Castel Valer, sempre a Ville d’Anaunia (frazione Tassullo). I più giovani potranno andare a caccia dell’indizio per ricostruire gli antichi fasti di questa fortezza. Facile diventare detective tra queste pareti, trattandosi di uno dei manieri più ricchi della Val di Non, che al suo interno custodisce un inestimabile patrimonio di oggetti e arredi appartenuti alla nobile famiglia Spaur.
La proposta, pensata per bambini e ragazzi dai 6 ai 14 anni, sarà valida tutte le domeniche, a partire dalle 10. Un’esperienza di un’ora e mezza, che prevede per i più piccoli la guida verso i dettagli più curiosi e per i più grandi enigmi e giochi investigativi per apprendere la storia del luogo. Alla fine dei giochi, ciascuno potrà vivere un momento memorabile, come la trasformazione in conte di Castel Valer. L’intero nucleo familiare può accedere al costo di 30 euro.
Infine «Dal Castello alla Montagna» è il percorso che collega Folgaria a Castel Beseno, seguendo l’antica viabilità medievale. Un itinerario lungo poco più di 8 chilometri, che parte dall’altopiano e raggiunge il fondovalle attraversando luoghi di rara bellezza, come la chiesetta cinquecentesca di San Valentino, Mezzomonte di sopra e di sotto, il maso Ponte di Folgaria e il torrente Rio Cavallo Rosspach. Una volta arrivati a Castel Beseno, è obbligatoria una visita senza preoccuparsi troppo degli orari: il rientro può avvenire in pullman; ma se si hanno ancora energie a disposizione, il consiglio è di percorrere a piedi il versante orografico sinistro, che offre magnifiche visuali e luoghi storici lungo il percorso.
Un altro indimenticabile modo di vivere il Trentino al meglio è il treno: il Trenino dei Castelli è l’esperienza di un’intera giornata tra la Val di Sole e la Val di Non, che consente di scoprire il patrimonio storico, culturale ed enogastronomico del territorio. Si parte da Trento e si viene sospinti tra castelli arroccati su speroni di roccia o adagiati su dolci colline. Si potranno così visitare il Castello di San Michele a Ossana o Castel Caldes, gotico maniero legato alle leggende riguardanti la nobildonna Olinda.
Castel Valer e Castel Thun sono due delle altre dimore storiche che popolano la zona attraversata dal trenino ed entrambi hanno molto da offrire al visitatore: se il primo si distingue per la ricchezza degli arredi e le ricche collezioni e della cappella di San Valerio, il secondo è uno dei più visitati, sia per il contesto in cui sorge che per la sua ricchezza architettonica e artistica.
Presso molte strutture ricettive è possibile richiedere la Trentino Guest Card, che consente la visita gratuita a oltre 60 castelli e 20 musei, tra cui Mart, Muse e Castello di Avio. La si può usare anche per i trasporti pubblici provinciali e per ottenere sconti sui prodotti locali.
La storia continua e si arricchisce di un nuovo capitolo. Nell’ormai infinita saga dell’esasperato dibattito tra risultatisti e giochisti, stavolta tocca a quest’ultimi festeggiare. Tocca al Paris Saint-Germain di Luis Enrique, che dopo aver iscritto lo scorso anno i parigini nell’albo d’oro della Champions League per la prima volta, si ripete e concede il bis battendo nella finale di Budapest l’Arsenal dell’allievo Mikel Arteta.
Due mondi opposti e due filosofie a confronto, hanno detto in molti alla vigilia, guardando, stile di gioco, numeri e statistiche. Da una parte il pragmatismo e l’organizzazione dell’Arsenal, capace di concedere appena sei gol agli avversari in tutto il torneo, prima della finale. Dall’altra le 45 reti messe a segno dal Psg, eguagliando il record stabilito nel 1999/2000 dal Barcellona, nella cui rosa figurava proprio Luis Enrique. Alla fine, nella serata della Puskas Arena, a fare la differenza è stata la qualità offensiva dei campioni di Francia e d’Europa, l’esperienza e quel pizzico di buona sorte necessari in appuntamenti del genere. Tuttavia, la finale si è rivelata essere più equilibrata e meno scontata di quanto si potesse ipotizzare alla vigilia. A dimostrarlo non è solo il fatto che la banda di Luis Enrique abbia avuto bisogno dei tempi supplementari e dei rigori per sbrogliare la matassa che aveva preparato Arteta. Ma anche l’approccio e l’atteggiamento tattico dell’Arsenal, arrivato in Ungheria con legittime ambizioni e reduce dalla conquista della Premier League, ventidue anni dopo l’ultima firmata da Arsène Wenger. Il Psg aveva tutto dalla sua per confermarsi sul tetto d’Europa: forza, qualità della rosa, blasone, esperienza, favore del pronostico. L’Arsenal si è dimostrato comunque all’altezza con Arteta che si è addirittura concesso il lusso di iniziare la partita con 152 milioni di euro dell’ultima campagna acquisti parcheggiati in panchina. Il tecnico spagnolo ha infatti sorpreso tutti preferendo in attacco Kai Havertz allo svedese Viktor Gyokeres, pagato allo Sporting Lisbona 73 milioni di euro, e scegliendo di rimpolpare il centrocampo con il giovane Lewis-Skelly a scapito della mezza punta Eberechi Eze, strappato al Crystal Palace per 79 milioni. Scelte, specialmente la prima, che si stavano rivelando azzeccate visto che pronti via, al 5’ Havertz, che già una finale di Champions l’aveva decisa nel 2021, quando con il Chelsea trionfò nel derby inglese contro il Manchester City di Pep Guardiola, approfitta di un rimpallo a metà campo con Marquinhos e fugge verso la porta di Safonov: il mancino potente sotto la traversa è una sentenza che gela i tifosi del Psg e manda in delirio quelli inglesi.
Da quel momento in poi la partita prende esattamente la piega immaginata da Arteta. L’Arsenal si chiude, concede il pallone agli avversari e difende con ordine, densità e pazienza. Il Psg controlla il possesso, ma per lunghi tratti lo fa in maniera sterile. Kvaratskhelia e Doué faticano ad accendersi, Dembélé appare lontano dalla versione dominante ammirata per tutta la stagione e le occasioni arrivano con il contagocce. I campioni d’Europa rientrano dagli spogliatoi con un atteggiamento più aggressivo, ma rischiano addirittura di subire il raddoppio quando ancora Havertz si presenta dalle parti di Safonov. È il preludio alla svolta dell’incontro. Al 62' Mosquera interviene in ritardo su Kvaratskhelia all’interno dell’area. Siebert indica il dischetto e il Var conferma. Dembélé non sbaglia, spiazza Raya e riporta il risultato in equilibrio.
L’1-1 cambia l’inerzia della finale. Il Psg aumenta la pressione, l’Arsenal perde qualche certezza e la gara si apre. Vitinha sfiora il vantaggio con una conclusione dalla distanza, poi è Kvaratskhelia ad avere la palla più pesante della serata quando approfitta di un errore di Saliba e si presenta davanti a Raya: il portiere spagnolo devia il sinistro del georgiano sul palo, tenendo in vita i Gunners. Nel finale dei tempi regolamentari le occasioni migliori capitano ancora ai francesi. Vitinha manca di poco il bersaglio grosso e, in pieno recupero, Barcola spreca clamorosamente un contropiede che avrebbe potuto chiudere i conti.
I supplementari sono molto più nervosi che spettacolari. L’Arsenal protesta per un contatto tra Nuno Mendes e Madueke, ma per Siebert non ci sono gli estremi per il rigore. Dall’altra parte il Psg continua ad avere una maggiore iniziativa, senza però trovare il colpo decisivo. Così, per la prima volta dal 2016, una finale di Champions si decide ai rigori. Dal dischetto Ramos e Doué trasformano i primi due tentativi, mentre Eze condanna subito l’Arsenal calciando fuori il secondo penalty della serie. Raya tiene aperto uno spiraglio parando la conclusione di Nuno Mendes, ma Rice risponde soltanto in parte. Hakimi e Beraldo non tremano, mentre dall’altra parte Martinelli segna prima che Gabriel spedisca alto il rigore che consegna definitivamente la coppa al Psg e a Luis Enrique. Per il club francese è un successo che prolunga il ciclo aperto dodici mesi fa e si conferma sul tetto d’Europa. I francesi entrano così nel ristretto gruppo di squadre capaci di vincere la Champions League per almeno due stagioni consecutive, diventando al tempo stesso il primo e unico club francese a riuscire nell’impresa. Per Luis Enrique, invece, è la terza coppa dalle grandi orecchie alzata al cielo.








