Mentre a inizio settimana Italia, Cile, Camerun e Santa Sede lanciavano a Ginevra una moratoria internazionale sulla maternità surrogata, da raggiungere attraverso la sottoscrizione di una «Dichiarazione politica congiunta», la Società italiana di pediatria (Sip) e l’Associazione culturale pediatri (Acp) erano impegnate a lanciare Oltre lo sguardo.
Prima guida pediatrica «dedicata ai temi dell’identità di genere, dell’orientamento affettivo e sessuale e dell’accoglienza delle differenze nei percorsi di cura pediatrici», è stata pubblicata il 15 giugno e verrà presentata il prossimo 6 novembre a Roma, nientepopodimeno che presso l’Istituto superiore di sanità (Iss).
Dunque, l’Italia preme per un impegno comune contro la gestazione per altri (Gpa), che nel nostro Paese è reato universale punibile anche se commessa all’estero, invece le associazioni che rappresentano i nostri medici dei bambini la descrivono come tecnica procreativa dei padri gay, fornendo istruzioni al pediatra su come gestirne le implicazioni cliniche.
Più che una guida, risulta un manuale di indottrinamento, costruito attorno alla premessa che bambini e adolescenti Lgbtqia+ «sperimentano stigma, incomprensioni e discriminazioni» e che il pediatra deve essere «primo punto di ascolto». Oltre che specialista delle malattie infantili, può anche essere un supporto per il benessere emotivo e psicologico dei bambini e un riferimento per le famiglie, ma secondo Sip e Acp dovrebbe dare assistenza al coming out, inclusa la promozione della carriera alias scolastica. Scorrendo il documento, si resta stupefatti dall’inquadramento suggerito ai pediatri.
Si parte con una annotazione che è già piena adesione al mondo Lgbtqia+, dove il simbolo addizionale è spiegato come «apertura verso un linguaggio in evoluzione, rappresentativo e rispettoso di ogni identità e vissuto». L’excusatio è altrettanto significativa: «Pur consapevoli dei limiti dell’impiego del maschile sovraesteso, si è scelto di aderirvi per garantire maggiore comprensibilità del testo e ridurre il carico cognitivo per il lettore». Insomma, un manifesto delle rivendicazioni di gay o trans anche nel linguaggio. Ma veniamo ai consigli pratici per i poveri medici. Dovrebbero utilizzare «nomi e pronomi elettivi», in base all’identità di genere che il bimbo avrebbe scelto (sic), e un «linguaggio verbale e non verbale inclusivo con bambini e bambine indipendentemente dall’espressione di genere». Ovvero asterischi, schwa che fluttuano nell’aria come nuvolette dei fumetti?
L’ambulatorio deve mostrare «segnali di accoglienza», per esempio un logo con l’arcobaleno, e nella sala d’attesa occorre lasciare in bella vista non giornaletti o giocattoli bensì «brochure/libri per bambini che rappresentino diverse tipologie di famiglie (incluse omogenitoriali) e la diversità di genere». Non è finita, il bagno deve essere «neutro rispetto al genere o con indicazione che l’accesso è libero per tutti». Per chi si fosse distratto, ricordiamo che è una guida per pediatri. Fortemente raccomandata è una modulistica inclusiva: «Indipendentemente dalla presenza di spazio dedicato nel software gestionale della cartella clinica, è importante specificare nelle note il sesso», ovvero se «maschio, femmina o indeterminato». Il genere: «Maschile/femminile/non binario/agender»; il nome d’elezione (alias).
Mamma e papà sono banditi dai moduli di iscrizione, viene suggerita la sostituzione «con diciture neutre come “genitore/genitore” anche se non legalmente riconosciuti in toto per finalità di cura». Per «prevenire il minority stress», dovuto a «stigma sociale e discriminazioni», è vietato chiedere «Che lavoro fa il papà?». Bisogna optare per un neutro «Che lavoro fanno i tuoi genitori?». Già, ma se uno dei due è morto, non si rischia di intristire il piccolo?
Il catalogo delle «parole che feriscono», e che un pediatra non deve mai utilizzare proviene direttamente dall’agenda Lgbtqia+. Guai se il medico chiede a un bimbo che si affaccia al suo studio: «Sei maschio o femmina?». Orrore fare a una bimba ben vestita l’apprezzamento: «Sembri una principessa!», così pure vanno bandite frasi del tipo: «Quando avrai dei figli…». Sì, perché secondo la guida la maternità non è un bene da affermare. Meglio optare per una recriminazione: «In Italia coppie dello stesso sesso possono unirsi civilmente e accedere all’ “adozione speciale del figlio del partner”, ma non possono accedere al matrimonio, all’adozione piena di bambini e alla Pma», lamenta il manualetto.
Attenzione a come Sip e Acp descrivono l’utero in affitto, reato universale in Italia: «Nelle coppie maschili, che ricorrono alla Gpa, il padre biologico fornisce il seme, l’altro è il genitore intenzionale; l’ovocita proviene da una donatrice, mentre la gravidanza viene portata avanti dalla gestante (secondo modalità altruistica o contrattuale), la quale rinuncia alla responsabilità genitoriale mantenendo comunque nella maggior parte dei casi rapporti di comunicazione con la famiglia».
Insomma, una pratica clinica neutra, del tutto normale.
Chissà come mai c’è chi si affanna per una moratoria, con il fine di sviluppare un quadro giuridico internazionale per abolire la Gpa in tutto il mondo. Non bastasse, le associazioni dei pediatri italiani dichiarano con assoluta certezza: «La comunità scientifica concorda, i genitori omosessuali sono adeguati quanto quelli eterosessuali». Sottinteso, ma non troppo: fateli usare il corpo delle donne per ottenere bambini da strappare alle loro mamme.
In Francia ecologisti storditi dalla calura: l’aria condizionata è un pericolo fascista
Fare il bagno nella vasca è di destra, far la doccia invece è di sinistra. Fu Giorgio Gaber a tracciare il solco in una canzone del 1995, forse immaginando, da artista, che un giorno saremmo arrivati a dirlo davvero, o quasi. In effetti, oggi è la Francia a dettare la linea: l’aria condizionata è di destra.
Del resto, l’aria fresca era una delle poche cose rimaste fuori dal romanzo climatico raccontato dai media, secondo cui i combustibili fossili e il motore a scoppio sono residui del patriarcato maschilista tossico. Ora all’indice finisce anche il raffrescamento, accusato di nefandezze perché scalda le città e aumenta le emissioni, che a loro volta aumentano l’effetto serra.
Marine Le Pen ha scatenato la battaglia politica al di là delle Alpi nel corso di una ondata di calore che ha portato oltre i 40 gradi la temperatura in tutto il Paese. «È assurdo che le persone muoiano per il caldo. Se sarò eletta presidente, metterò in atto un massiccio piano di installazione di impianti di climatizzazione, a partire dai luoghi frequentati dalle fasce di popolazione più vulnerabili: ospedali, case di cura e scuole», aveva detto tempo fa la candidata (forse) alle prossime elezioni presidenziali in Francia, che archivieranno una volta per tutte l’era Macron.
Non l’avesse mai fatto. Gli ha risposto il prode Jean-Luc Mélenchon: «Assolutamente no, significherebbe aumentare i danni», alludendo alle emissioni di CO2. I Verdi hanno risposto alla Le Pen sfottendola per il suo improvviso interesse al caldo, dopo che avrebbe, secondo la forza politica ambientalista, screditato per anni gli scienziati del clima giudicandoli allarmisti. I Verdi dicono che l’aria condizionata riscalda i quartieri e sovraccarica la rete elettrica.
La canicule ha preso d’assalto la Francia e sui giornali è guerra totale. Su L’Opinion, Emmanuelle Ducros deride una «Francia che non ama l’aria condizionata», preferendo la «penitenza» del caldo. Il saggista Olivier Babeau sul social X tronca il dibattito: «Ricordate: è l’assenza di aria condizionata che uccide. Non il contrario». Ma il quotidiano Liberation di ieri risponde ad alzo zero: «Di fronte all’offensiva di un ecosistema di destra (sic) e di estrema destra che non esita a deformare il loro discorso per attribuire loro le difficoltà sopportate dalla popolazione, i verdi sono soli contro tutti». Liberation dice che occorre «politicizzare la canicola».
Fa molto discutere, poi, un manifesto dei verdi che illustra come i condizionatori farebbero scendere l’aria calda verso le strade mentre gli alberi farebbero salire l’aria fredda verso le case (sic). Nel mirino anche la nuova stazione di Nantes, inaugurata nel 2020 con criteri termici green e super efficienti, che avrebbe dovuto raffrescarsi naturalmente in presenza di calore esterno. In realtà, con il caldo attuale all’interno della stazione si registrano in media 5 gradi centigradi in più che all’esterno. Con 41 gradi a Nantes, dentro la stazione ce ne sono 46. Auguri a chi parte e arriva.
Ovviamente la saga dell’aria condizionata arriva anche in Italia. Sul fronte del lavoro, Il segretario della Cgil Maurizio Landini chiede l’applicazione di un protocollo dello scorso anno sulle tutele per i rider e i lavoratori esposti a temperature superiori ai 35 gradi, invocando l’integrazione del reddito nei casi di sospensione dell’attività. Forte disagio anche nelle scuole per gli esami di maturità: l’Anp (Associazione nazionale presidi) sollecita una riflessione strutturale sull’edilizia scolastica e maggiore flessibilità nel numero di candidati giornalieri, suggerendo di anticipare le prove orali al mattino presto. Ieri Christian Raimo ha scritto che «gli esami di maturità vanno completamente ripensati alla luce del cambiamento climatico». A questo proposito, sarebbe certamente auspicabile, anziché parlare di cambiamento climatico, investire come si deve sull’edilizia scolastica, ristrutturando o costruendo nuove scuole e provvedendole di sistemi di riscaldamento e raffrescamento moderni ed efficienti. Più che politicizzare la canicola, occorre investire sul benessere dei nostri figli, rompendo le catene della cieca austerità che considera debito improduttivo la costruzione di una scuola.
L’ondata di calore che sta flagellando l’Europa però non dà tregua e si avvia verso il picco, atteso tra il fine settimana e lunedì prossimo con punte di 40 e 41 gradi a Firenze e in Pianura Padana. E in Italia si fa anche un bilancio dei morti: sono quattro le vittime accertate per il caldo estremo. Dopo il decesso di un cinquantasettenne nel Lodigiano, hanno perso la vita un uomo di 61 anni mentre lavorava in una vigna nel Piacentino, un cinquantaseienne colto da malore a Garlasco e un senzatetto trovato senza vita a Napoli. I bollini rossi salgono a 17 oggi e a 18 domani, spingendo il ministro della Salute, Orazio Schillaci, a convocare una riunione d’emergenza.
A distanza di 17 anni, diventa definitiva la condanna a cinque anni di reclusione per Mauro Moretti, ex ad di Rete Ferroviaria Italiana e Ferrovie dello Stato, nel processo per la strage ferroviaria di Viareggio del 29 giugno 2009, quando morirono 32 persone e oltre 100 rimasero ferite. La rottura dell’asse delle ruote del primo carro di un treno che portava Gpl provocò lo sviamento della cisterna e di altri quattro vagoni. Il serbatoio si squarciò dopo l’urto: il gas fuoriuscì, raggiunse le case vicine e prese fuoco, provocando esplosioni e un vasto incendio. Moretti andrà in carcere.
La Quarta sezione penale della Cassazione ha rigettato i ricorsi contro la sentenza dell’appello ter, confermando per Moretti la condanna per disastro ferroviario colposo. Con la decisione definitiva si apre ora la fase dell’esecuzione della pena e quindi l’ingresso in carcere per l’ex numero uno di Fs e Leonardo. Confermate anche le condanne per altri dieci imputati, tra ex dirigenti e tecnici delle società coinvolte nella gestione e nella manutenzione del convoglio deragliato. Tra loro Michele Mario Elia, già ad di Rfi, condannato a quattro anni, due mesi e 20 giorni.
Il nuovo giudizio d’appello era stato disposto dalla stessa Cassazione nel gennaio 2024. La responsabilità penale degli imputati era già stata confermata, mentre restava da ridefinire la quantificazione delle pene, con particolare riferimento alle attenuanti generiche. Le difese chiedevano che la riduzione fosse applicata nella misura massima di un terzo. La Corte d’appello di Firenze aveva invece mantenuto la diminuzione a un nono, ritenendola adeguata alla «gravità eccezionale dei fatti».
La Cassazione ha ora reso definitivo quel verdetto. Dura la reazione dell’avvocata Ambra Giovene, difensore di Moretti. «Sono indignata da questa sentenza perché profondamente ingiusta», ha dichiarato. Secondo la legale è ingiusto che, per un reato colposo, si aprano le porte del carcere per persone coinvolte in un fatto di estrema gravità.
«Ci furono 32 morti e centinaia di feriti, ma l’ingegnere Moretti non è colpevole. Non lo dice il suo avvocato, lo dicono le carte», ha aggiunto Giovene, ribadendo la posizione sostenuta dalla difesa nel corso del processo.
La legale ha poi fatto riferimento alle iniziative organizzate dai familiari delle vittime dopo la sentenza, tra cui un concerto. «C’è niente da festeggiare, per noi e per loro», ha detto, sottolineando che tutte le parti sono chiamate a rispettare la decisione definitiva della magistratura.
Quando, nel maggio 1980, Gianmaria Derìu iniziò a prestare servizio come agente di custodia presso il sistema carcerario dell’isola dell’Asinara fu assalito dalla malinconia.
Nel corso della sera, scrutando le luci tremule della Sardegna, gli venivano quasi i lucciconi. Nel 1984 divenne sottufficiale, nel 1987 aiuto-coordinatore del servizio navale. Fu promosso con il grado di ispettore superiore di polizia penitenziaria. Nel 1997 la struttura fu dismessa e poi istituito il Parco nazionale dell’Asinara e nel marzo 1998 andò via l’ultimo detenuto. Due anni prima del congedo è stato distaccato dal ministero della Giustizia a quello dell’Ambiente e oggi, anche in collaborazione con la Regione Sardegna, è il custode dell’isola. Oggi, dopo 46 anni, sua malinconia tornerebbe se dovesse lasciarla.
L’insieme carcerario dell’Asinara è stato paragonato al penitenziario di Alcatraz, nella Baia di San Francisco, chiuso nel 1963, da cui il noto film del 1979 Fuga da Alcatraz, con Clint Eastwood, storia dell’evasione di tre detenuti di cui non si conobbe mai il destino. Rarissimi anche i tentativi di fuga dall’Asinara. Se ad Alcatraz fu rinchiuso Al Capone, nell’isola sarda hanno soggiornato Raffaele Cutolo, Totò Riina, Leoluca Bagarella, Renato Vallanzasca, Pasquale Barra, detto «o’ animale», che, con altri, il 17 agosto 1981 a Nuoro, a Badu e Carros, sventrò il boss della mala milanese Francis Turatello. Se ne spartirono il cuore. «Per fortuna quel giorno non c’ero», ricorda il sottufficiale. «Una volta, nell’ora d’aria, mi chiese: “Tieni o’ pattadese?”, coltello a serramanico sardo, “che questi li scanno tutti”». Alcuni detenuti comuni ebbero buona condotta. Uno di essi costruì un veliero e lo donò all’ispettore. L’ha sistemato nel museo della memoria, visitabile, con oggetti originali, metal detector, forchette e chicchere con stemma del ministero della Giustizia. Essendo stretto collaboratore dell’ente parco è attento anche alla sua biodiversità.
Qual è stato il percorso che la portò a operare all’Asinara?
«Dopo un corso accelerato a Cassino, 80° battaglione, in tempo di leva, sono stato destinato al supercarcere di Nuoro Badu e Carros. Decisi di restare. Finito l’anno ero destinato a Lucca. Mia madre, in lacrime, fece di tutto per bloccare il mio trasferimento. Scelse lei l’Asinara. Essendo, all’epoca, scapolo, vivevo in caserma e talvolta, la sera, sentivo un po’ di malinconia. Mi sono sposato il 1° maggio 1985».
Il sistema carcerario come si strutturava?
«C’erano otto carceri sparse per l’isola, con un sottufficiale responsabile. Ogni diramazione aveva un nome, con una popolazione media per ogni carcere di circa 120 detenuti».
E l’organico del personale penitenziario in servizio?
«Meno di 300 unità, ma in 60-70 eravamo destinati al servizio navale con vigilanza delle coste dell’isola, pattugliamento e trasporto di persone».
L’insediamento carcerario ha una lunga storia…
«Ci furono un lazzaretto, una colonia penale, un sanatorio per malati tubercolari e psichici. Nel 1971 portarono i primi presunti mafiosi. Negli anni di piombo il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa studiò le isole e fece trasformare il sanatorio giudiziario in super carcere, chiamato Fornelli. Arrivarono terroristi rossi e neri. Nel 1979 i rossi fecero la “rivolta delle caffettiere”. Con le moka ricavarono bombe mediante il plastico passato loro dalle fidanzate, perché il vetro era stato tolto. Ma non vinsero la rivolta. Alle 3 del mattino furono lanciati i lacrimogeni e ci fu la resa. Io non c’ero. Ebbi a che fare con loro a Nuoro, Franceschini, Ognibene, Alunni, Notarnicola e quelli di Ordine Nero. I rossi tentarono di coinvolgere anche i neri ma si odiavano: tant’è che alla resa dei rossi i neri applaudirono».
Nelle celle terroristi di estrema sinistra ed estrema destra stavano separati?
«Dovevi tenerli rigorosamente separati».
E i rossi, ad esempio, stavano in più di uno nella stessa cella?
«Sì, al loro arrivo nel reparto bunker. Ciò era utile perché, attraverso una microspia, poteva essere registrato ciò che si dicevano. Alla fine del 1980 le Br sequestrarono il magistrato Giovanni D’Urso chiedendo, per la liberazione, la chiusura del supercarcere di Fornelli, dov’erano rinchiusi i detenuti a regime speciale. Si simulò ma, una volta liberato il magistrato, riaprì subito».
Tra i detenuti a regime speciale c’era anche Raffaele Cutolo…
«In un carcere bunker. Aveva un comportamento dignitoso. Non poteva parlare con gli agenti se non per richieste al sottufficiale. Mi disse che Enzo Tortora non l’aveva mai conosciuto. Quando Tortora diventò europarlamentare, venne all’Asinara e andò da Cutolo. “Lei sarebbe il mio capo?”, gli chiese. Chinando il capo rispose: “No, lei è stato una persona sfortunata”. Tortora andò via».
Don Raffae’, all’Asinara, si sposò nel 1983 con Immacolata Iacone, che ho intervistato in esclusiva per La Verità.
«La accompagnavo nel bunker dove si svolgeva il colloquio. Gli chiesi: “Mi dica Cutolo, che matrimonio sarà questo, con questa ragazza giovane, bella…”. Rispose: “Eh brigadie’, io piaccio”. Qui fu detenuto anche uno dei figli, Roberto Cutolo. Aveva comportamenti irrispettosi nei confronti del personale, lo dicemmo al padre, che lo redarguì. Tornato in libertà fu assassinato (a colpi di pistola, nel dicembre 1990, ndr.)».
Nell’estate del 1985 giunsero all’Asinara i magistrati Falcone e Borsellino, per preparare il maxi processo di Palermo a Cosa Nostra, iniziato nel 1986.
«Il 2 agosto 1985 nasce mia figlia, mi presi un paio di giorni. Ero capoposto al bunker. Mi chiamò il vicedirettore: “Devi rientrare immediatamente”. “C’è un’evasione in corso?”. “No, ma non ti posso dire al telefono”. All’indomani, trasportati da motovedetta, arrivarono sull’isola il dottor Falcone, con la compagna Francesca Morvillo e la suocera, e il dottor Borsellino con la moglie e i tre figli. Li accompagnammo nella foresteria. C’era solo un detenuto comune che cucinava e puliva la struttura. Quando lo vide Falcone notò il pantalone marrone. Chiese: “Ma chi è?”. “Un detenuto”. “E dove dorme?”. “In cella, come tutti gli altri”. S’incazzò, si mise a telefonare, facemmo tornare il detenuto in cella, trovammo un agente bravo che sapeva cucinare, ma anche la signora Agnese, la moglie di Borsellino, lo sapeva fare, trovai in lei una seconda mamma. Quando stette male Lucia, figlia del dottor Borsellino, lui dovette assentarsi. Mi disse: “Mi raccomando, le affido la famiglia”. “Dotto’, non si preoccupi”. Manfredi, che aveva 13 anni, era sempre con me, la mia cameretta vicina alla sua, mi sentii come un fratello maggiore».
Poi Borsellino rientrò all’Asinara…
«Quando rientrò portò tutti i faldoni. Il giudice Falcone era un po’ sollevato. Iniziarono a lavorare fino alle 3-4 del mattino, scrivevano tutto a penna per completare le carte per il maxi processo. Verso le 2 bussavo e a loro faceva piacere per staccare un po’, c’erano nuvole di fumo, fumavano in continuazione, Falcone il sigaro, Borsellino sigarette. A volte si stuzzicavano, anche con qualche tensione, ma non erano solo magistrati. Qualcosa di diverso li accomunava e poi finiva tutto in battute di spirito, come fossero fratelli».
Furono loro a chiedere di soggiornare all’Asinara?
«No, era stata una scelta dello Stato e della magistratura. Ma la figura che vedevano come un padre era il giudice Antonino Caponnetto».
Quanto tempo restarono?
«Un mese intero, rimasi sempre lì, anche con una Fiat Campagnola a disposizione. Attorno alla foresteria c’erano agenti di custodia armati di mitra, a mare una motovedetta armata perché si temeva un attacco via mare».
Alla fine degli anni Ottanta era iniziata la dismissione del sistema penitenziario dell’Asinara…
«Alcune diramazioni erano state dismesse, due piccole carceri rimaste, Fornelli fu chiusa nel 1987, Cutolo tradotto a Cagliari. Nel 1988 pochi detenuti lavoravano nella pastorizia e nel caseificio. Nel 1992 Falcone e Borsellino furono uccisi nelle stragi di via Capaci e via D’Amelio. Immediatamente arrivano da Roma gli ordini di riaprire. Interventi straordinari furono eseguiti nel supercarcere di Fornelli e varie modifiche nel bunker di Cala D’Oliva dov’erano rinchiusi i mandanti delle stragi. Monitor, registrazione immagini 24 ore al giorno, portoni blindati con un sistema in blocco, andavi passo a passo, personale scelto. L’elicottero atterrava lì vicino nel campo da calcio».
Chi trasportava l’elicottero?
«Non lo vorrei nemmeno nominare, ma trasportava Riina. Veniva dall’aula bunker di Palermo».
Dopo l’assassinio di Falcone e Borsellino, il capo di Cosa Nostra, nel 1993, fu rinchiuso all’Asinara.
«Ero già graduato, mi convoca il direttore per fare il capoposto. C’era un’indennità di 40.000 lire in più per presenza, turni di 6 ore e 40. Ma dissi: “No no, con questo personaggio non voglio avere nulla a che fare essendo il mandante dei nostri due magistrati eroi”. Il direttore capì il mio stato d’animo e mi esentò».
Nel 1986, Matteo Boe, poi latitante e sequestratore di Farouk Kassam, riuscì a evadere…
«Ero capo diramazione a Santa Maria. Mi chiamano a casa. “Evasione in corso”. Era il 1° settembre 1986. Rientrai nell’isola. Furono messe sentinelle anche all’isola Piana. Non si vedeva. Passò del tempo. Niente. Le cronache dicono che fosse stata la convivente a portarselo via con un gommone, anche se io mi ero fatto un’altra idea. Suo complice nell’evasione Salvatore Duras che arrestarono dopo un anno quando si mise a sparare con un kalashnikov alla festa di Capodanno a Cagliari. Mentre facevano legna in campagna tramortirono la guardia, la legarono e fuggirono. Boe fu ricatturato in Corsica. Poi qualche caso di allontanamento nell’isola, ma ritrovati la sera stessa. Dal supercarcere, però, nessuno c’è mai riuscito».










