Sembra di essere ritornati al 2016, nel pieno della grande invasione, con la differenza che oggi c’è uno spauracchio in più chiamato remigrazione. Basta citare la parola per fare impazzire il progressista medio, e non solo.
A Milano, per esempio, il centrosinistra alla guida del Comune chiede da giorni la censura di una manifestazione organizzata dai Patrioti europei per il prossimo 18 aprile proprio sul tema della remigrazione. Secondo un ordine del giorno protocollato dal presidente del Consiglio comunale meneghino, Elena Buscemi del Partito democratico, l’evento sarebbe una «palese violazione della Carta costituzionale», motivo per cui i dem chiedono a questore e prefetto «un’ulteriore valutazione rigorosa sull’opportunità di autorizzare l’evento per motivi di ordine pubblico». Non solo: il Pd pretende che sindaco, giunta e l’intero Consiglio comunale condannino la manifestazione e la dichiarino «incompatibile con l’identità civile e democratica di Milano». A parere dei dem, la remigrazione è basata su «ideologie xenofobe che propugnano l’espulsione di cittadini di origine straniera sulla base di criteri etnici o razziali». Di conseguenza, sostiene la piddina Buscemi, «lo spazio pubblico di una città democratica non deve diventare palcoscenico per la diffusione di messaggi che negano i diritti umani fondamentali e incitano alla divisione sociale».
Ecco perché, insistono da sinistra, sarebbe «dovere delle istituzioni locali, a partire dal Consiglio comunale, vigilare affinché la libertà di manifestazione non venga strumentalizzata per promuovere tesi eversive dei valori democratici». Censura, appunto. Cioè l’unica cosa che i presunti democratici riescono a chiedere per chi non la pensa come loro.
Purtroppo non sono gli unici a diffondere falsità e bestialità riguardo alla remigrazione (che nulla ha a che fare con la selezione razziale e la pulizia etnica, ma vaglielo a spiegare). A fare polemica ci si era messo qualche giorno fa l’arcivescovo di Trento, Lauro Tisi, che aveva approfittato di una veglia di preghiera per contestare il sistema dei Cpr. Poi, addirittura durante l’omelia pronunciata a Pasqua, è intervento Ivo Muser, vescovo di Bolzano e Bressanone. Stando ai passaggi riportati dalla stampa locale, Muser ha detto che «la società deve far sentire il proprio no quando determinate categorie di persone vengono di per sé sospettate, quando si invita a ripulire l’Europa, l’Italia o l’Alto Adige da certi gruppi di persone. È disumano e anticristiano parlare di remigrazione». Poi ha allargato il tiro, prendendosela con «un nazionalismo che arriva addirittura a sostituire la religione, il disprezzo nei confronti di altri popoli, l’arroganza di credere di detenere un potere assoluto sulla vita e sulla morte, l’avidità di ricchezza e di nuovo spazio vitale, la glorificazione e la giustificazione della violenza».
Un po’ come gli esponenti del Partito democratico, sembra che Muser non abbia idea di che cosa preveda davvero il progetto della remigrazione, almeno per come lo ha pensato Martin Sellner (proprio nel saggio che i lettori possono ancora trovare in edicola con La Verità). Tale progetto non prevede alcuna violenza, alcuna deportazione, alcuna brutalità. Anzi, potrebbe essere definito un progetto umanitario, per altro finanziato dagli Stati occidentali.
È interessante, a tale riguardo, osservare ciò che stanno facendo gli Stati Uniti. Ormai da qualche tempo, dagli Usa sono stati hanno rimpatriati cittadini di Paesi terzi in nazioni africane tra cui Ghana, Camerun, Guinea Equatoriale, e nello Stato indipendente chiamato Eswatini. Ora Washington ha firmato un nuovo accordo con la Repubblica democratica del Congo che di fatto è analogo ai precedenti. In buona sostanza, lo Stato africano si è impegnato ad accogliere migranti irregolari espulsi dagli Usa che saranno collocati in Congo anche se non sono di origini congolesi. Il ministero delle Comunicazioni di Kinshasa ha fatto sapere che è stato allestito un sistema di accoglienza temporaneo e sono state individuate strutture ad hoc per ospitare gli stranieri in ingresso. A quanto risulta, saranno proprio gli Usa a fornire «supporto logistico e tecnico» a tutta l’operazione, tanto che il governo congolese non dovrebbe sostenere alcun costo. Si tratta di un meccanismo simile al modello Albania: nessuna sanguinosa deportazione, nessuna violenza. Anzi, le autorità del Congo hanno fatto sapere che non rimanderanno nei loro Paesi di origine persone che potrebbero subire gravi persecuzioni. Non si tratta di una remigrazione vera e propria, ma sicuramente è un buon inizio.
Va ricordato, peraltro, che la Repubblica democratica del Congo, assieme a Namibia e Angola, qualche mese fa ha siglato un accordo non troppo diverso con il Regno Unito. Le autorità britanniche avevano minacciato la sospensione dei visti di ingresso per i cittadini di questi Stati (compresi uomini d’affari e vip) se non avessero accettato di riprendersi i migranti irregolari o autori di reati presenti sul suolo inglese. A seguito di tali pressioni, le nazioni africane hanno accettato i rimpatri. Ora possiamo dire che lo spettro si allarga: il Congo (e altri) ospiteranno anche migranti che non sono loro cittadini ma che non possono restare negli Usa. Senza brutalità e violenze, senza ombre di razzismo. A quanto pare, la remigrazione non solo è possibile ma è anche molto diversa da come la descrive la sinistra. La quale, al solito, riesce a dare un solo contributo al dibattito: la mordacchia.
Hormuz bancomat di Teheran. Con i pedaggi sarà l’Europa a pagare il conto del conflitto
La guerra è finita. Forse. Stati Uniti e Iran hanno concordato un cessate il fuoco provvisorio di due settimane, ponendo fine a sei settimane di conflitto. Chi si aspetta che le acque dello Stretto tornassero presto a essere quelle di prima, silenziosamente attraversate ogni giorno da oltre 100 petroliere e navi cargo senza chiedere il permesso a nessuno, si prepari però a cambiare idea.
Anche nell’ipotesi più ottimistica, ovvero che l’accordo regga e le navi riprendano a transitare senza incidenti, il mercato dell’energia porterà i segni di questa crisi per mesi. QatarEnergy ha già dichiarato che potrebbero volerci cinque anni per ricostituire la propria capacità produttiva, rinviando anche l’espansione del giacimento North Field per il gas naturale liquefatto. Diversi impianti di raffinazione e di estrazione nella penisola arabica hanno subito danni che richiedono tempo per essere riparati. Il jet fuel, in particolare, sarà scarso ancora per settimane.
Ma il problema più duraturo riguarda chi deciderà di mandare le proprie navi attraverso lo Stretto di Hormuz, ora che sa cosa può succedere. Il Ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha detto ieri che il transito sicuro attraverso Hormuz «sarà possibile attraverso il coordinamento con le forze armate iraniane e tenendo debitamente conto delle limitazioni tecniche». Considerato che prima del 28 febbraio non c’era bisogno di tutto ciò, appare chiaro che si va verso un controllo iraniano sullo Stretto. L’Iran, sempre ieri, a scanso di equivoci, ha avvisato le navi ancorate nel Golfo (centinaia) che chi vuole transitare deve ricevere l’autorizzazione di Teheran, altrimenti sarà considerato un bersaglio.
Donald Trump non ha reagito negativamente alla presa di posizione di Teheran, anzi ha raddoppiato. In alcune dichiarazioni, riprendendo quella che lunedì scorso sembrava solo una battuta, il presidente americano ha affermato che gli Stati Uniti potrebbero inaugurare un sistema di pedaggi gestito insieme da Washington e Teheran. Nei giorni scorsi circolavano ipotesi di una gabella di un dollaro per ogni barile di petrolio. Lo Stretto sarebbe assimilato a un casello autostradale, insomma. La Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare stabilisce che nessun onere può essere imposto alle navi straniere per il solo fatto di attraversare il mare territoriale di un Paese. Però, come fa notare qualche osservatore, né l’Iran né gli Stati Uniti hanno ratificato quella convenzione, sulla cui reale portata è comunque lecito nutrire qualche dubbio. Il Bosforo è regolato dalla Turchia e la Danimarca riscuote tariffe per il «pilotaggio» (obbligatorio per le petroliere) tra gli isolotti delle sue acque territoriali. Lo Stretto di Hormuz potrebbe diventare qualcosa di simile, un passaggio formalmente libero ma soggetto a un certo controllo.
Di certo cambia, e molto, l’atteggiamento dell’Iran rispetto alla propria valenza strategica. La capacità di bloccare il passaggio di un quinto delle forniture mondiali di petrolio e Gnl era solo teorica fino al 28 febbraio scorso. Teheran non sapeva se sarebbe stata in grado di tenere chiuso davvero lo Stretto, per quanto tempo, con quali conseguenze. Ora lo sa, avendo attivato un semplice deterrente. In effetti non serve affondare le navi, è sufficiente la minaccia credibile di poterlo fare.
Se Usa e Iran troveranno un accordo sui pedaggi, e ciò allo stato è molto probabile, avremo una nuova realtà. Non è detto, però, che una tale stabilizzazione dello Stretto stia bene a tutti. Anzi, colpiti pesantemente da quanto è accaduto, i Paesi del Golfo Persico (Arabia Saudita, Emirati, Kuwait, Iraq, Qatar e Bahrein) stanno già pensando di investire con urgenza in nuovi oleodotti per evitare lo Stretto, rotte alternative, infrastrutture ridondanti. È possibile quindi che lo Stretto di Hormuz perda gradualmente importanza, come ha anticipato un commento del Wall Street Journal martedì scorso. Il momento della massima rilevanza di Hormuz potrebbe coincidere con l’inizio del suo declino come via strategica (salvo attentati a qualche tubo di bypass, naturalmente).
E la Cina? Nonostante si pensi il contrario, per Pechino l’Iran non è un partner cruciale, visto che nel 2025 il greggio iraniano rappresentava circa il 13% delle importazioni cinesi di petrolio via mare, con una media 1,4 milioni di barili al giorno, quantità non insostituibile. Assai più importanti sono gli altri Paesi del Golfo, da cui Pechino compra molto petrolio e dove sono investiti complessivamente oltre 200 miliardi di dollari. Ma la crisi di Hormuz ha rafforzato il convincimento cinese che sia necessario raggiungere al più presto l’indipendenza energetica. Dunque, accelerazione degli investimenti su carbone, rinnovabili, nucleare e grande impulso all’estrazione nazionale di gas, anche shale utilizzando nuove tecniche. Il fronte iraniano ha distratto Washington dall’Indo Pacifico e l’ha costretta a spendere decine di miliardi di dollari per sei settimane di bombardamenti.
In tutto ciò, il vaso di coccio è ancora una volta l’Europa, incapace di qualsiasi azione unitaria e balbettante sul fronte energetico. Tra nuovi pedaggi, scarsità temporanea, aumento dei costi di assicurazione e di trasporto, a pagare il conto del nuovo assetto nel Golfo saranno proprio i Paesi europei, i cui cittadini sono vittime del meccanismo perverso della globalizzazione. La sicurezza energetica europea richiede ridondanza, rotte alternative, diversificazione, riserve strategiche, infrastrutture di backup. Tutto questo ha un costo, che per decenni si è scelto di non pagare, perché tenere bassi i prezzi era funzionale al contenimento dei salari, necessario per competere sui mercati globali. È il paradigma europeo che si salda a quello della globalizzazione. Ne discende che per avere un sistema energetico sicuro occorre che i redditi crescano, poiché sposare il paradigma «bassi costi per bassi prezzi per bassi salari» significa restare esposti a qualunque shock prossimo venturo, causando soltanto impoverimento e aumento delle rendite di posizione.
Il ritorno delle tensioni in Medio Oriente ha riportato volatilità sui mercati globali, colpendo soprattutto i settori più esposti al costo dell’energia. In Europa, e in particolare in Italia, l’impatto è stato amplificato dalla dipendenza dalle importazioni di gas e petrolio.
Le ripercussioni si sono abbattute sugli Etf e sui principali titoli quotati. Eppure, in questo scenario, Piazza Affari mostra una solidità che fino a pochi anni fa sarebbe stata difficile immaginare. Dall’inizio dell’anno il mercato italiano resta tra i migliori in Europa per performance e capacità di reazione.
«Nonostante la discesa dell’ultimo mese legata allo choc energetico, tra le Borse europee quella italiana è tra le migliori per tenuta e reattività», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «grazie a un interesse degli investitori internazionali che si è risvegliato con forza negli ultimi anni e a un listino dove i titoli energetici e delle utility hanno preso il comando rispetto ai tradizionali titoli bancari». A sostenere il listino non è solo la speculazione, ma una crescita reale degli utili che ha coinvolto banche e difesa. Proprio quest’ultimo comparto vive però una fase contraddittoria: il riarmo globale sostiene gli ordini, ma l’incertezza politica può generare scossoni. Il caso Leonardo è emblematico, con un calo dell’8% in una sola seduta.
Negli ultimi anni il vero motore è stato il settore bancario, spinto da fusioni, margini elevati e gestione del risparmio. Il miglioramento dei fondamentali ha portato anche al recente upgrade di Moody’s, evento che mancava da oltre 20 anni. Accanto ai big, restano interessanti le Pmi. «Mentre i grandi titoli hanno già corso molto, diverse Pmi italiane restano ingiustamente sottovalutate e hanno un forte potenziale di recupero», suggerisce Gaziano.
Il rally del Ftse Mib non deve però trarre in inganno. «Il mercato italiano offre sempre opportunità interessanti, ma richiede una selezione chirurgica», spiega Gaziano, «il rischio maggiore per l’investitore è quello di “innamorarsi” di un titolo». Il caso Amplifon è emblematico: dai 47 euro del 2021 a meno di 10 nel marzo 2026.
A Piazza Affari, dice Gabriel Debach, analista di eToro, «si possono però distinguere tre livelli di impatto», legati alla crisi mediorientale. «Il primo riguarda i settori più ciclici, come banche, lusso e industria, che subiscono pienamente la volatilità perché legati alle aspettative di crescita. In particolare, le banche risentono del rischio di rallentamento economico e dell’allargamento degli spread, mentre il lusso è penalizzato dalla debolezza della domanda globale. Il secondo livello include utilities, telecomunicazioni e healthcare. Questi comparti non sono realmente difensivi: l’aumento dei rendimenti e le tensioni energetiche li rendono comunque vulnerabili, soprattutto perché spesso considerati “bond proxy”. Il terzo livello è rappresentato dall’energia, che non evita la volatilità ma tende a beneficiarne, essendo al centro dello choc stesso».
Prima o poi bisognerà chiarire se la povertà debba essere eliminata o quantomeno ridotta oppure preservata come un animale in via di estinzione e magari estesa a sempre più persone.
Si tratta di uno dei grandi dilemmi che attraversano la Sinistra globalista alle prese col nuovo mondo che ha creato, un mondo di paradossi insanabili, primo fra tutti quello basato sulla divergenza tra welfare ed immigrazionismo. Le ultime statistiche ufficiali dello Stato di New York hanno certificato un dato che più che un’anomalia contabile rappresenta un paradigma ideologico: la città ha speso 81.705 dollari per ogni senzatetto «non ospitato» (cioè senza dimora né rifugio temporaneo) superando il reddito mediano di una famiglia americana che è di 81.228 dollari.
Quei fondi, tuttavia, non raggiungono direttamente gli individui in condizione di povertà ma finiscono nel sistema di gestione che sotto il socialista Zohran Mamdani ha assunto un valore simbolico centrale. Indicando nel Sudafrica post-apartheid il modello di riferimento per New York, Mamdani si conferma un campione di ironia involontaria giacché il Sudafrica, ipotetico esempio virtuoso di redistribuzione, si mostra oggi come uno Stato oberato da migrazioni interne ed esterne, con fondi sociali catturati da élite burocratiche e con un welfare che non riduce la povertà ma la espande.
Il caso newyorkese non è un semplice fallimento amministrativo ma la dimostrazione di un collasso strutturale del welfare occidentale in quanto base ideologica di ogni attuale politica progressista che tende a trasformare la povertà da problema a requisito sistemico. Questo rovesciamento genera un conflitto insanabile proprio nei confronti di quei diritti umani e costituzionali che dovrebbero fondare il patto sociale moderno per come incessantemente ribadito, da sinistra, in ogni circostanza.
Negli ultimi venticinque anni il paradosso teorico del welfare universale è esploso proprio a causa dell’immigrazionismo illimitato giacché gli attori pubblici hanno teso a massimizzare le risorse a propria disposizione e il proprio ambito d’azione grazie alla sovrapposizione tra il proprio ruolo e il cosiddetto «bene comune», facendo della povertà un bene pubblico da amministrare e non da eliminare.
In questo assetto sono proprio i più deboli e vulnerabili, spesso caduti nella povertà per circostanze esistenziali, a venir estromessi dalla società o diluiti nella massa emergenziale immigrata perdendo visibilità agli occhi dello stesso sistema assistenziale. Un’immigrazione concepita come non limitabile e l’espansione costante del suo sistema di gestione a fronte di fondi statali «finiti» per definizione conduce al collasso dei bilanci pubblici ed all’insostenibilità del sistema sociale stesso che crolla sotto lo squilibrio, l’ingiustizia e il degrado che genera, nella sostanziale indifferenza del sistema sociale di gestione che, a fronte di sempre maggiori disagi, non fa altro che chiedere sempre più fondi e poteri per gestirli. Ma alla base degli Stati moderni, alla base delle Dichiarazioni dei diritti e delle Costituzioni, esistono limiti precisi dei poteri e non obblighi redistributivi infiniti; aggirare questi limiti per alimentare il «complesso della povertà» equivale a una mutazione autoritaria del contratto sociale attraverso l’uso di una retorica radicale che ha come obiettivo di fatto la povertà strutturale. Un malinteso francescanesimo degenerato in perpetuazione della povertà che ignora come lo stesso Francesco d’Assisi considerasse la povertà come costitutiva, e quindi come occasione di santificazione, ma mai e poi mai come istanza sociale da aggredire in senso rivoluzionario né tanto meno come di cuore stesso dell’idea di Stato e società.
Se il sistema di gestione di una condizione riconosciuta come problema non risolve questo problema allora lo sta istituzionalizzando attraverso un sistema di gestione che ha come interesse primario la cura dell’esercito di operatori sociali e solo in seconda battuta la soluzione del problema in sé, soluzione che, paradossalmente, se fosse ottenuta porterebbe all’implicito smantellamento del sistema di gestione stesso.
Senza riconoscere il conflitto tra universalismo astratto e sostenibilità concreta, il «dispotismo gentile» del welfare illimitato si sta già trasformando in crisi democratica aperta, proprio come avviene in tutte le realtà sociali che la Sinistra indica come punti di riferimento o ideali da raggiungere. Forse sta proprio nell’antico concetto di «limite» la chiave per comprendere il fondamento sociale nell’epoca di un globalismo che ha assunto il paradigma dell’illimitatezza finanziaria sovrapponendola ad una realtà fatta di cose, persone e risorse limitate e chiamando, allo stesso tempo, ogni limite «ingiustizia».
Sull’espansione illimitata dei desideri e delle devianze si pensava di poter costruire un mondo di servizi illimitati, di gestioni sempre più pervasive e di addetti sempre più numerosi tralasciando la grande questione del limite delle risorse. Ancora una volta la società subisce i danni di quel Marxismo che pensava la scarsità come un complotto ai danni dei poveri per risolvere la quale sarebbe bastato universalizzare risorse e bisogni. Lo stanno applicando alla lettera.








