La richiesta del premier Giorgia Meloni a Bruxelles di sospendere il Patto di stabilità, ha rimesso in moto la grancassa degli avvoltoi che vorrebbero questo governo già al capolinea solo perché non è riuscito a centrare il traguardo del 3% del Pil. E questo nonostante la difficile congiuntura internazionale culminata con il conflitto che ha fatto decollare la bolletta energetica e imposto il taglio delle accise. Una situazione eccezionale che il governo finora ha gestito come poteva e che rischia però, prolungandosi, di stritolare il Paese e mandarlo in recessione.
Ma c’è chi prepara la strada, anche se al momento tra le righe di interviste critiche, a un governissimo, uno di quegli esecutivi di emergenza guidati da un outsider (da Monti a Draghi) di cui il Paese ha memoria fresca ma non ha affatto nostalgia. Ecco quindi che La Stampa affida un’intera pagina allo scenario cupo disegnato dall’economista Francesco Giavazzi, già consigliere chiave del governo Draghi. Il professore di Economia politica alla Bocconi prima boccia il taglio delle accise sui carburanti, poi promuove il No di Ursula von der Leyen alla richiesta di sospendere il Patto di stabilità. La sua tesi è «wait and see», ovvero aspettiamo ancora un mese prima di fare qualcosa. Nel frattempo l’economista sconsiglia una manovra di austerità che «ammazza la crescita». Allora che fare se il Patto di stabilità non va toccato? Intervenire sul potere d’acquisto, alzare i salari, far ripartire gli investimenti, suggerisce. Ma dove si prendono i soldi se le regole europee legano le mani del governo? Giavazzi completa il menu dei buoni consigli suggerendo di sganciare il costo del gas da quello dell’elettricità. Un’operazione che lui stesso definisce «complicata» poiché richiede l’intervento dell’Europa. Dulcis in fundo, si tirano in ballo le rinnovabili.
Tutte manovre che richiedono tempo mentre qui c’è un’emergenza da affrontare.
Al No alla sospensione del Patto di stabilità si unisce anche l’ex membro del board della Bce, Lorenzo Bini Smaghi, presidente della Société générale. «Il Patto è stato appena rivisto consentendo gradualità e flessibilità. Chiedere di cambiarlo rischia di far perdere credibilità a chi l’aveva sottoscritto», sentenzia su Repubblica, e sottolinea che la sospensione è prevista solo «in caso di grave recessione e non siamo in queste condizioni». Anzi, avverte: «Un’espansione fiscale prematura può stimolare la domanda e far ripartire l’inflazione, spingendo la Bce ad alzare i tassi e di conseguenza l’onere sul debito».
Critiche a pioggia al governo e un punto fermo: giù le mani dal Patto di stabilità. Nessuno però dice come gestire l’emergenza della crisi energetica aggravata da due situazioni: il Superbonus che per il 2026 pesa ancora 40 miliardi, che diventano 20 miliardi nel 2027 e la restituzione del prestito europeo del Recovery Fund. Per il triennio 2026-2028 il Mef prevede un costo di interessi pari a circa 10 miliardi di euro (2,8 miliardi nel 2026 e 3,4 miliardi per ciascuno degli altri due anni). Non briciole.
Agli assalti degli economisti sulla presunta inerzia di Palazzo Chigi, il governo con Giorgia Meloni in prima linea risponderà a breve con il decreto Lavoro e il Piano Casa. Con il primo si introducono misure a sostegno dell’occupazione e del potere d’acquisto, per combattere il caro-vita e rafforzare le tutele del lavoro, con l’altro si affronta l’emergenza abitativa creando le condizioni per aumentare l’offerta a canoni sostenibili. La strategia non finisce qui. Giovedì prossimo è prevista la discussione e il voto in Aula, alla Camera, sulla risoluzione relativa al Documento di finanza pubblica. La risoluzione di maggioranza impegna il governo a trasmettere alle Camere un documento strutturato contenente due sezioni: l’evoluzione della situazione economica internazionale e le previsioni macroeconomiche nazionali, inclusi gli obiettivi di finanza pubblica. Probabile si voti una risoluzione che chiede al governo di accelerare sullo scostamento di bilancio. Insomma, è probabile che ci siano nel frattempo interlocuzioni con la Commissione europea per avere una maggiore flessibilità. Il nuovo Patto di stabilità prevede la clausola di salvaguardia nazionale che consente di deviare temporaneamente dall’iter di riduzione del deficit e del debito e quindi di spendere di più, quando si verificano situazioni particolari.
Il che vuol dire uno sforamento al massimo fino all’1,5% su più anni. Ballano circa 30 miliardi su più anni, non noccioline. Tutto però va concordato con Bruxelles. Altra opzione sulla quale si tenterà di lavorare e su cui il presidente Emmanuel Macron ha fatto da apripista, è di ritardare la restituzione del Recovery Fund. «Sarebbe stupido» ha detto, considerando la scarsità attuale di risorse. Intanto il tempo corre: c’è il tema urgente di rinnovare il taglio delle accise e il Mef lavora alle coperture.
«Questa riforma non s’ha da fare». Si potrebbe ricorrere alla parafrasi di una delle battute più celebri de I promessi sposi per sintetizzare l’attuale posizione del ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, rispetto a una delle proposte di revisione dei programmi scolastici liceali avanzate nei giorni scorsi da una commissione ministeriale formata da docenti di scuola superiore e dell’università.
Proposta in base alla quale la lettura del capolavoro ottocentesco di Alessandro Manzoni andrebbe spostata dal secondo al quarto anno dei licei. Valditara si è appunto mostrato scettico: «È una proposta della commissione. Ha una sua ragionevolezza ma ho qualche perplessità, perché ritengo che I promessi sposi siano particolarmente formativi anche per un giovane di 14-15 anni. Penso sia prematuro dare per scontata questa innovazione».
In sé, il cambiamento suggerito dalla commissione non avrebbe nulla di particolarmente traumatico o rivoluzionario e, come osservato dallo stesso Valditara, esso non appare nemmeno privo di una sua ragion d’essere. Ma è proprio questa ragion d’essere a suscitare domande e qualche preoccupata considerazione sull’istruzione italiana nel suo complesso. Per suffragare il differimento di un biennio della lettura del romanzo manzoniano, pietra angolare della letteratura del nostro Paese e testo che - «risciacquando i panni in Arno» - ha posto le fondamenta della lingua italiana odierna, i redattori della bozza delle nuove linee guida per i licei affermano: «Com’è evidente, I promessi sposi non sono più un “classico contemporaneo”. Al secondo anno del biennio, a discrezione dell’insegnante, in alternativa al romanzo di Manzoni sarà pertanto possibile far leggere integralmente agli studenti altri libri meno complessi dal punto di vista linguistico (per esempio quelli elencati nelle righe precedenti), rimandando la lettura de I promessi sposi, in forma integrale o per brani, al quarto anno del percorso di studio».
Si potrebbe intanto obiettare che la definizione «classico contemporaneo» - recuperata dai programmi scolastici di fine Ottocento - è non solo sorpassata ma una contraddizione in termini, dato che un classico è necessariamente e sempre contemporaneo (cioè in grado di parlare a noi come ha fatto con i nostri predecessori), altrimenti classico non sarebbe. Inoltre, molti degli autori che vengono suggeriti come possibili sostituti non risultano affatto linguisticamente meno complessi del Manzoni de I promessi sposi (il che segnala un certo disorientamento da parte dei componenti della commissione): si pensi a nomi come Aldo Palazzeschi, Beppe Fenoglio, Cesare Pavese, Pier Paolo Pasolini, Leonardo Sciascia e Giuseppe Pontiggia, per non parlare di stranieri quali Stendhal, Dickens, Tolstoj, Dostoevskij, Henry James e Kafka.
A destare inquietudine, però, è soprattutto il motivo del rinvio: poiché gli studenti di oggi non hanno confidenza con la lettura di «testi lunghi» (che dunque faticano a comprendere) e viceversa sono «abituati alla comunicazione breve», si ritiene opportuno - anziché provare a mitigarla almeno a scuola - assecondare in tutto e per tutto tale deriva, arrendendosi al fatto che le nuove generazioni dispongano di sempre più limitate capacità cognitive. È un percorso che sembra smentire gli intenti della «scuola del merito» - l’approccio educativo e didattico promosso, sulla carta, dall’attuale governo - e che somiglia piuttosto a una resa a quel livellamento verso il basso che ha caratterizzato, con forti accelerazioni nei tempi più recenti, l’ultimo mezzo secolo d’istruzione in Italia. Peraltro, il fatto che le difficoltà nella comprensione di un testo siano così diffuse e gravi persino fra gli studenti liceali chiama in causa, e pone sotto accusa, l’intero ciclo di studi che questi studenti hanno svolto in precedenza, ossia negli anni della scuola primaria e secondaria di primo grado (elementari e medie); oltre, ovviamente, a evidenziare i limiti - se non proprio a sancire il fallimento - di quell’insegnamento da remoto a cui gli odierni liceali sono stati a lungo costretti durante il periodo della pandemia.
Ieri, su Repubblica, il professor Claudio Giunta, coordinatore della commissione ministeriale per le Indicazioni nazionali di letteratura, ha scritto che «I promessi sposi risultano incomprensibili a molti studenti: incomprensibili, dunque scoraggianti, frustranti, e quindi inutili. Sarà bene che questi studenti comincino la loro carriera di lettori “seri” con un libro oggettivamente molto difficile oppure con un libro più facile, per poi arrivare due anni dopo, adeguatamente maturi, alla difficoltà di Manzoni?».
Ammesso e non concesso che i libri proposti in alternativa - lo si è già detto - siano più «facili», il vero rischio derivante dal considerare I promessi sposi un romanzo «oggettivamente difficile» è ritrovarsi poi con degli studenti che, una volta usciti dal liceo, si domandino: «Manzoni! Chi era costui?». Senza nemmeno immaginare di stare citandolo, Manzoni.
«Il mondo politico ha una responsabilità centrale, che è quella di guardare su orizzonti lontani di medio e lungo periodo». Luigi Campiglio, economista di lungo corso e già docente all’Università Cattolica di Milano, di crisi economiche ne ha viste tante.
La guerra ha congelato l’interscambio petrolifero per come lo conoscevamo. La questione Hormuz condizionerà il futuro dell’economia dei prossimi anni?
«Sì, comunque vada, e anche se noi tutti speriamo nell’arrivo della pace, l’Occidente dovrà comunque fare i conti con una situazione totalmente diversa rispetto a due anni fa. Il petrolio viaggia su mari e il mare è una piattaforma, alla pari delle autostrade: l’utilizzo di Hormuz come un interruttore diventa quindi un grosso problema. Pensate se le strade venissero aperte e chiuse a singhiozzo. La necessità è e resta quella di far transitare le materie prime e in queste condizioni è difficile, perché il traffico marino non può permettersi di diventare precario e volatile. Tutto questo porterà alla carenza dei servizi e a ritardi, con riflessi sul sistema dei prezzi. Al congelamento dell’interscambio si accompagna un rallentamento della globalizzazione e dei suoi benefici, mentre le contrapposizioni delle economie nazionali possono far riemergere il pericolo del ridisegno delle frontiere nella forma della ricerca di un nuovo “spazio vitale”».
Eurostat ha confermato che l’Italia non è riuscita a portare il rapporto tra deficit e Pil al 3% nel 2025: siamo un Paese indisciplinato?
«Direi di no, anche perché il 3% ci è sfuggito di pochissimo e arriviamo da un quinquennio più che positivo in cui l’Italia è tornata in avanzo primario, passando da un rapporto tra deficit e Pil che nel 2022 era all’8,1% a questa situazione».
L’istituto però ha condannato il nostro Paese alla permanenza in procedura di infrazione. Il ministro Giorgetti ha quindi dichiarato, quasi sfidando l’Europa: «Senza flessibilità sul Patto di stabilità, faremo da soli».
«Mi sembra molto improbabile che questo possa accadere, anche se il governo lo dichiara. Per quanto possibile, serve che il nostro Paese si adegui alle regole che ha contribuito a scrivere in Europa. Il nostro Paese gode di una grande credibilità, con uno scostamento di bilancio rischiamo di perdere la faccia in un momento in cui l’Italia in realtà sta riguadagnando terreno nella classifica europea. Resta importante riuscire a confermare la serietà che ci contraddistingue e garantire agli altri Paesi europei la nostra volontà di proseguire su questa strada, in modo da continuare a nutrire della fiducia da parte di tutti. Bisogna tenere la barra dritta e gli obiettivi fermi, cioè trovare le risorse necessarie per rientrare nei parametri richiesti nonostante il momento sfavorevole. Ma è anche vero che il nostro governo, d’altra parte, fa bene a cercare di ricordare alle istituzioni europee che la politica è cosa ben diversa dal controllare solamente il rispetto dei parametri numerici o dall’applicare alla lettera regole che in qualche modo hanno ricadute reali sulle famiglie e le imprese».
Ursula von Der Leyen ha dichiarato: «La clausola di salvaguardia generale può essere attivata soltanto con una grave recessione economica e non è questa la situazione». Si tratta di cecità o realismo?
«Il mondo politico ha una responsabilità centrale, che è quella di guardare su orizzonti lontani di medio e lungo periodo: problemi come la crisi in atto sono necessariamente ostacoli da considerare, ma esclusivamente da questo punto di vista. La tempistica è fondamentale ed effettuare uno scostamento di bilancio ci porterebbe a un aumento della spesa pubblica inopportuno. Non mi sembra il caso di sfidare l’Europa. È cruciale che le regole siano rispettate, così come è altrettanto importante che la politica economica europea allo stesso tempo abbia un orizzonte di lungo periodo».
C’è un periodo di inflazione in arrivo?
«Ci sono vari tipi di aumenti dei prezzi da tenere in considerazione, il petrolio sicuramente è un bene volatile. Possiamo parlare di aumento di prezzo ma non ancora di una vera e propria inflazione che, invece, è un avvitamento, ovvero un aumento in modo esponenziale. A questo punto se l’aumento riguarda un unico bene è possibile che si riesca ad assorbirlo: cioè i prezzi oscillano per poi bloccarsi, questo è un dato sotto gli occhi di tutti. Ma stiamo parlando, in pratica, di aumenti in valore relativo e non assoluto. Occorre distinguere fra aumenti dei prezzi “once for all”, che possono quindi essere sterilizzati, e un incremento relativo di periodo ma costante: allora sì che questo può diventare una spirale dei prezzi difficile da fermare».
Possibili blocchi aerei, aumento dei prezzi delle materie prime e alimentari, addirittura possibili difficoltà nel rifornimento farmaceutico. Stiamo tornando all’era del Covid?
«A me non sembra che si possa paragonare questo periodo al dramma della pandemia, al Covid, e lo dico per quella che è l’evidenza empirica intorno a me: la guerra in Iran ha generato uno stop dei consumi diverso. L’inflazione diventa un problema se si propaga su tutti i beni e servizi in modo indistinto. Si tratta di una pandemia bellica con una conseguente botta economica molto forte e un cambio della struttura dei consumi che potrebbe portare a nuove abitudini, ma è molto diversa rispetto al dramma che abbiamo vissuto nel 2020».
L’Italia come è messa rispetto agli altri Stati?
«Siamo di fronte a una gestione sbagliata oltreoceano e a un’amministrazione americana che è davvero imprevedibile».
Mi sta dicendo che l’amministrazione americana non è all’altezza della situazione?
«Trump potrebbe non arrivare a fine mandato, ma ricordiamoci che la Casa Bianca è stata invasa da un manipolo di persone fuori controllo, poche ore dopo quella che fu la sua sconfitta. L’assalto bis a Capitol hill è un’ipotesi che potrebbe essere quasi peggiore della guerra. Quindi non so in cosa sia meglio sperare».
Quali saranno i settori realmente più colpiti?
«Il panorama delle imprese italiane è molto diversificato, ma direi che in generale i settori più a rischio sono quelli con maggiori investimenti in atto».
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