Dopo quante aggressioni con lesioni gravi si può espellere un immigrato o anche solo rinchiuderlo in galera? A me sembrerebbe ovvio che arresto e condanna scattino già alla prima violenza, se poi le risse sono continue penso che sia giusto buttare la chiave. E invece no, la giustizia prima di prendere la decisione di privare della libertà uno straniero violento, a quanto pare ci pensa due volte. Anzi, per la precisione dieci. Tanti sono i fermi di polizia nei confronti di un extracomunitario che staziona tra Marche ed Emilia Romagna.
Gli ultimi interventi delle forze dell’ordine risalgono al 2 aprile, quando alcune pattuglie sono intervenute per sedare e bloccare un immigrato di origine africana che dava in escandescenze. L’operazione si è conclusa con quattro agenti all’ospedale e una prognosi complessiva di 77 giorni. Risultato? Portato davanti al giudice, l’energumeno è stato condannato a pochi mesi e subito liberato. In pratica, gli è stato consentito di continuare a fare ciò che ha sempre fatto da quando è stato segnalato alle forze dell’ordine.
Già il fatto che a un uomo, responsabile di una violenta aggressione nei confronti di quattro agenti, sia consentito di circolare indisturbato è piuttosto scandaloso. Ma questo è niente rispetto a ciò che è venuto dopo. Infatti, trascorsi alcuni giorni, vale a dire il 6 aprile, lo stesso soggetto si è distinto per altre violenze a Cattolica. Chiamata da alcuni negozianti che erano stati aggrediti dall’immigrato, una pattuglia di carabinieri ha rischiato anch’essa di finire al pronto soccorso. Almeno questa volta l’uomo è finito dietro le sbarre? Niente affatto, il giudice, nonostante i precedenti, ha deciso di sospendere la pena in attesa di valutare le condizioni psichiatriche dell’extracomunitario. Cioè, dieci episodi di violenza non sono stati sufficienti per emettere un provvedimento di reclusione o di espulsione.
Aggressioni, rapine, violenze, anche nei confronti di poliziotti e carabinieri non sono giudicate sufficienti per impedirgli di nuocere ancora. Di che altro c’è bisogno? Forse che ci scappi il morto?
Ieri mattina ho letto le motivazioni della condanna nei confronti di Chukwuka Nweke, un nigeriano autore di un efferato delitto a Rovereto. Anche in questo caso l’uomo era noto alle forze dell’ordine per i suoi comportamenti, ma la magistratura non ritenne né di arrestarlo né di cacciarlo. Così tre anni fa aggredì una donna: prima la violentò e poi la uccise. Pensate che qualcuno abbia fatto mea culpa per il brutale omicidio di Iris Setti? Credete che a qualche giudice abbiano tolto la toga? No. Ecco perché la bocciatura della riforma Nordio, che introduceva un’Alta corte disciplinare svincolata dalle correnti della magistratura, riguardava tutti i cittadini e non la Casta come si è voluto far credere. Era una riforma che serviva agli italiani per introdurre anche per giudici e pm la regola che chi sbaglia paga.
Purtroppo i magistrati sono stati bravi a far le vittime e far credere che si volesse metterli al servizio della politica. Così ora ci teniamo i Chukwuka Nweke e i suoi fratelli.
Dopo quante aggressioni con lesioni gravi si può espellere un immigrato o anche solo rinchiuderlo in galera? A me sembrerebbe ovvio che arresto e condanna scattino già alla prima violenza, se poi le risse sono continue penso che sia giusto buttare la chiave. E invece no, la giustizia prima di prendere la decisione di privare della libertà uno straniero violento, a quanto pare ci pensa due volte. Anzi, per la precisione dieci. Tanti sono i fermi di polizia nei confronti di un extracomunitario che staziona tra Marche ed Emilia Romagna.
Gli ultimi interventi delle forze dell’ordine risalgono al 2 aprile, quando alcune pattuglie sono intervenute per sedare e bloccare un immigrato di origine africana che dava in escandescenze. L’operazione si è conclusa con quattro agenti all’ospedale e una prognosi complessiva di 77 giorni. Risultato? Portato davanti al giudice, l’energumeno è stato condannato a pochi mesi e subito liberato. In pratica, gli è stato consentito di continuare a fare ciò che ha sempre fatto da quando è stato segnalato alle forze dell’ordine.
Già il fatto che a un uomo, responsabile di una violenta aggressione nei confronti di quattro agenti, sia consentito di circolare indisturbato è piuttosto scandaloso. Ma questo è niente rispetto a ciò che è venuto dopo. Infatti, trascorsi alcuni giorni, vale a dire il 6 aprile, lo stesso soggetto si è distinto per altre violenze a Cattolica. Chiamata da alcuni negozianti che erano stati aggrediti dall’immigrato, una pattuglia di carabinieri ha rischiato anch’essa di finire al pronto soccorso. Almeno questa volta l’uomo è finito dietro le sbarre? Niente affatto, il giudice, nonostante i precedenti, ha deciso di sospendere la pena in attesa di valutare le condizioni psichiatriche dell’extracomunitario. Cioè, dieci episodi di violenza non sono stati sufficienti per emettere un provvedimento di reclusione o di espulsione.
Aggressioni, rapine, violenze, anche nei confronti di poliziotti e carabinieri non sono giudicate sufficienti per impedirgli di nuocere ancora. Di che altro c’è bisogno? Forse che ci scappi il morto?
Ieri mattina ho letto le motivazioni della condanna nei confronti di Chukwuka Nweke, un nigeriano autore di un efferato delitto a Rovereto. Anche in questo caso l’uomo era noto alle forze dell’ordine per i suoi comportamenti, ma la magistratura non ritenne né di arrestarlo né di cacciarlo. Così tre anni fa aggredì una donna: prima la violentò e poi la uccise. Pensate che qualcuno abbia fatto mea culpa per il brutale omicidio di Iris Setti? Credete che a qualche giudice abbiano tolto la toga? No. Ecco perché la bocciatura della riforma Nordio, che introduceva un’Alta corte disciplinare svincolata dalle correnti della magistratura, riguardava tutti i cittadini e non la Casta come si è voluto far credere. Era una riforma che serviva agli italiani per introdurre anche per giudici e pm la regola che chi sbaglia paga.
Purtroppo i magistrati sono stati bravi a far le vittime e far credere che si volesse metterli al servizio della politica. Così ora ci teniamo i Chukwuka Nweke e i suoi fratelli.
«I negoziati sono fatti apposta per sbattere le porte, per pronunciare i “basta, me ne vado” e poi tornare sui propri passi. In una guerra la rottura di un negoziato è probabile che accada, fa parte dei giochi».
Sicuramente, per far sì che questo non succeda di nuovo, all’orizzonte sono necessari dei cambiamenti e delle nuove proposte sul tavolo». Non è stupito Dario Fabbri, direttore della rivista di geopolitica Domino e scrittore, in libreria con il suo libro Il destino dei popoli, dell’esito delle trattative fallite in Pakistan.
Niente da fare, i negoziati sono falliti. Il faccia a faccia a Islamabad tra il vicepresidente Usa, JD Vance, e lo speaker del Parlamento iraniano iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, non ha portato a nessun accordo. Se lo aspettava?
«Come tutti i negoziati, anche quello iraniano, vive momenti di alti e bassi, non dobbiamo stupirci. Soprattutto, già da quello che era trapelato in queste ore, mi stupiva il fatto che gli americani chiedessero le stesse condizioni del 28 febbraio, cioè prima che la guerra iniziasse, come se nulla fosse successo nel frattempo. Mi faccio una domanda semplice: se già allora, o meglio alla fine di febbraio, l’Iran aveva detto no alle proposte Usa perché avrebbe dovuto farlo ora? Ora, e aggiungo, che gli iraniani sono in una posizione di vantaggio, soprattutto perché controllano Hormuz».
Le due parti si incolpano a vicenda. L’Iran parla di richieste irragionevoli degli Stati Uniti. Vance dichiara: noi siamo stati flessibili ma non abbiamo fatto progressi. Dove sta la ragione?
«Mi sembra davvero difficile trovare una nuova ragione oggettiva sul fallimento di questo negoziato.
Gli Stati Uniti credevano di poter bluffare, mi spiego meglio, far credere che il minacciare l’Apocalisse potesse cambiare una situazione per loro non favorevole. Ma in realtà Trump sa bene di aver discretamente perso questa guerra, almeno arrivati fino a questo punto. Possiamo dire che il tavolo è saltato, le minacce americane sono state scoperte e quindi era difficile che l’Iran dicesse sì a queste condizioni immutate».
La domanda che tutto il mondo si sta ponendo ora è: che ne sarà ora della tregua che prevedeva un cessate il fuoco di due settimane?
«Teoricamente lo stop agli attacchi rimane, anche perché gli americani non hanno molte opzioni da prendere in considerazione. Staremo a vedere ovviamente nelle prossime ore, ma credo che a Trump convenga rispettare la tregua ma necessita di una narrazione per mascherare la realtà».
In realtà in molti, a partire per esempio dal portavoce del ministero degli esteri iraniano Baghaei, non si aspettavano un accordo da questo primo round di incontri. Tradotto: c’è ancora spazio per l’ottimismo?
«Direi di sì, o quantomeno non possiamo escluderlo, i negoziati sono fatti apposta per sbattere le porte, per pronunciare i “basta, me ne vado” e poi tornare sui propri passi. In una guerra la rottura di un negoziato è probabile che accada, fa parte dei giochi. Sicuramente, per far sì che questo non succeda di nuovo, all’orizzonte sono necessari dei cambiamenti e delle nuove proposte sul tavolo».
Ma entriamo in uno dei nodi irrisolti che avrebbero ostacolato l’accordo: lo stretto di Hormuz. Come deve fare l’America per riaprirlo?
«Hormuz è un nodo molto complicato ed è questa la vera sconfitta statunitense, perché nasce da una grande novità e una sfida che non può passare inosservata: l’Iran non aveva mai osato interdire lo stretto tanto a lungo. Finora non era accaduto. E Trump sa bene che l’unico modo per ripristinare il passaggio è l’occupazione da terra della sponda iraniana, attraverso l’invio di truppe boots on the ground. Una decisione che inevitabilmente comporterebbe troppi morti per l’amministrazione americana, va detto, e un’opzione che prima non esisteva, o quantomeno era il bluff di cui parlavamo: il coinvolgimento diretto delle forze militari sul campo».
Questa guerra riguarda o non deve coinvolgere l’Europa?
«Stiamo parlando del nodo del contendere occidentale, ovvero il ruolo della Nato e degli europei. L’Unione europea finora ha messo in chiaro la propria disponibilità soltanto in caso di un cessate il fuoco, perché quello che serve ai governi europei è la certezza di non morire. L’atteggiamento che hanno i governi europei, a mio avviso anche giustamente, nasce da un ragionamento molto semplice: il disastro lo avete procurato voi? E perché chiedete a noi di aggiustarlo? Diverso è il ragionamento sul futuro ruolo dei membri Nato post conflitto. Detto questo, può succedere che gli Usa riescano a convincere le cancellerie europee a intervenire e si tratterebbe di un grande colpo per Trump. Gli Usa non potranno continuare a dire che a loro non serve Hormuz e che non hanno bisogno di quella giugulare, anche se per il momento non hanno forzato la situazione nello stretto».
Come dicevamo, in queste ore Islamabad è caput mundi. L’Europa, invece, è stata fortemente criticata da Trump per essere rimasta fuori dal conflitto. In questo modo l’Ue esce indebolita negli equilibri mondiali?
«Certamente sì, ma già prima nelle grandi questioni geopolitiche l’Europa non ha mai toccato palla. E poi è inimmaginabile che i negoziati potessero tenersi all’interno dell’Ue. L’Iran non avrebbe mai accettato di sedersi a un tavolo se l’incontro si fosse consumato dentro a un satellite Nato, che per loro equivale agli Usa. Sarebbe stato impensabile. Noi entriamo in gioco soltanto per chiederci di aiutare gli Usa».
Secondo punto irrisolvibile, da quanto emerge in queste ore: il programma atomico iraniano. Ma l’Iran rappresenta una minaccia per l’Occidente?
«Stiamo parlando di 450 kilogrammi sepolti nella pancia della montagna iraniana, o almeno parzialmente, e che gli americani chiedono di eliminare. E la risposta è un po’ come se gli iraniani dicessero: va bene, venite a prendervelo. Gli americani sembrano dimenticare che gli Usa hanno dimostrato di non volere o di non potere cambiare le sorti di questo conflitto. Almeno per il momento».
Chi esce vincitore al momento da questa guerra?
«L’Iran, e per spiegare il motivo della mia risposta basta prendere in considerazione un unico parametro: il cessate fuoco. Gli Usa, tra i tre Paesi coinvolti in questa guerra, sono l’unico attore che rispetta la tregua. Non Israele, non l’Iran. Questo perché gli Usa sono la parte che ha più interessa a negoziare, mi sembra evidente».
Trump ha sbagliato a non chiudere la partita subito, cioè una volta tagliata la testa al regime, ovvero dopo la morte di Khamenei?
«L’amministrazione Trump ha sbagliato tutto fin dall’inizio, si è fidata del solito pregiudizio per cui gli iraniani sono pronti a consegnarsi a noi occidentali, a essere noi e a diventare come noi. Se tu non conosci il tuo nemico e prendi le decisioni in base a ciò che ti racconti, rischi che poi la situazione ti sfugga di mano e si ingarbugli come sta succedendo ora all’amministrazione americana. Gli Usa non hanno avuto cognizione e ricognizione del territorio e ha capito soltanto dopo che il grosso dei persiani non era pronto a cedere. Questa guerra si può vincere dal punto di vista tattico ma non strategico, perché è un’altra cosa. Ora a Trump non resta che provare a uscire da questa situazione divenuta ancora più complessa dopo il fallimento dei negoziati».
JD Vance è l’uomo giusto per trattare per la sua natura non interventista che lo contraddistingue dall’altro vicepresidente Rubio?
«JD Vance era la persona giusta da mandare al tavolo dei negoziati, prima di tutto perché era quello più contrario all’intervento in Iran. È stato spedito in Pakistan perché è il numero 2 di Trump e ha i galloni per affrontare le trattative. E infatti gli iraniani volevano lui e hanno chiesto lui per poter intavolare i negoziati, perché sapevano come tutti che c’era la buona fede nel voler chiudere la partita. Penso al negoziato precedente in Oman: si è trattato di un escamotage per arrivare al confitto in corso ed era chiaro a tutti che non ci fosse la volontà di trovare, invece, una soluzione».
Lei è un grande conoscitore dell’antropologia dei popoli, come scritto nel suo libro Il destino dei popoli: si aspettava che gli ayatollah resistessero così a lungo agli attacchi degli americani?
«Certamente sì, sinceramente non c’ era alcun dubbio perché gli iraniani hanno una grande concezione di sé. Sono un popolo giovane e massimalista, e i giovani hanno una grande capacità, una bravura superiore agli altri. Il che non vuol dire resistere per sempre, sia chiaro, ma siamo di fronte alla questione imperiale nonostante l’esistenza del regime: la teocrazia in questo caso passa in secondo piano anche perché soltanto il 55% della popolazione è persiana e quando si tratta di difendersi e contenere le altre etnie, i persiani vanno in modalità protettiva. E questo perché non vogliono che l’Iran diventi una maionese etnica.
Da Verona scrutando il mercato. Potrebbe essere questo l’orizzonte di Sandro Bottega, mister Prosecco, ma anche uno dei distillatori più importanti d’Europa. Lunghissima tradizione di famiglia che ha dovuto assumere su di sé giovanissimo per la scomparsa del padre Aldo. Passione autentica per tutto ciò che è vino, ma anche una sorta di piacere alchemico nel far funzionare alambicchi e colonne. Da cui, ecco la novità, fa uscire tre whisky italiani, anzi meglio veneti. Vigne nei territori più vocati d’Italia e un’idea di italianità che porta nel mondo con i suoi wine bar ed esportando in 148 Paesi. Cerchiamo con lui di capire dove e come va il vino italiano.
Vinitaly partito, con quali prospettive per il vino italiano?
«Malgrado l’anno difficile non solo per il vino, ma per l’intera economia italiana ed europea, il Vinitaly 2026 parte con il consueto interesse da parte di consumatori e operatori. Le prospettive sono legate alla situazione internazionale, tuttavia il mondo del vino può incidere con una comunicazione mirata sulla valenza del prodotto come status symbol. Chi beve vino ha cultura e lo consuma in momenti unici».
Mentre quasi tutti vendono il Prosecco al miglior offerente lei punta a farlo esser un vino premium. È vincente?
«Con il progetto Prosecco Vintage Premium Collection mi sono prefisso di dimostrare concretamente che il Prosecco, se di qualità, non ha nulla da invidiare ai migliori Champagne. Le nostre annate premium sono caratterizzate da peculiarità uniche di questo vino spumante, che ha origine da uve coltivate in singoli vigneti nelle parcelle più vocate tra le Colline Patrimonio Unesco. L’affinamento in nuove autoclavi “orizzontali” e i lunghi tempi di fermentazione (fino a 12 mesi, laddove il Prosecco arriva normalmente a un mese circa) ci consentono di ottenere vini con espressioni organolettiche differenti (eleganza, complessità, varietà aromatica) a seconda delle singole annate e dei diversi cru. Insomma, una qualità al vertice nel mondo enologico e prezzi fino a 250 euro a bottiglia, per vini che non hanno nulla da invidiare ai diversi Metodo Classico e agli Champagne. Da un’attenta analisi comparativa è risultato inoltre che i costi di produzione del Prosecco, nelle zone ad elevata vocazione con colline dalle pendenze estreme, sono di ben tre volte più alti rispetto a quelli dei Metodo Classico e degli Champagne. Il Prosecco con queste caratteristiche diventa uno status symbol alla pari dello Champagne».
Tutti s’interrogano sul perché non si vende e non si beve più vino. È vero?
«Si bevono circa 30 miliardi di bottiglie di vino ogni anno e questo è un dato di fatto. Aggiungo che il trend dell’export del vino italiano è positivo in America Latina, Africa, India e in quasi tutta Europa. Un leggero calo dei consumi di circa 1% o 2% l’anno è strutturale nel corso degli ultimi 50 anni ed è legato al diverso tenore di vita. Il vino non è più un alimento energetico, ma un piacere che si abbina a quello per la buona tavola. Pertanto si bevono meno i vini di bassa qualità, mentre i vini premium sono in crescita. Il consumatore vuole sentirsi importante e quindi richiede più informazioni sul territorio di produzione, sulle caratteristiche del vino, sulle modalità di consumo. I giovani preferiscono l’informalità a pranzi o cene strutturate. I nuovi momenti di consumo coincidono con Happy hour o aperitivi “mangiati”, nel corso dei quali il vino ha trovato un suo spazio. Il successo delle bollicine rispetto ai vini fermi è motivato anche dal fatto che gli spumanti si prestano meglio ad essere consumati sul bancone o in piedi, in accompagnamento a finger food e a conversazioni più o meno effimere».
Il presidente dell’Uiv Frescobaldi ha esultato per il Mercosur, lei ha invece duramente protestato per l’accordo con l’Australia che sdogana il falso Prosecco. L’Ue sta penalizzando il vino?
«L’accordo con il Mercosur mi vede pienamente favorevole. Ho invece manifestato grandi perplessità riguardo all’accordo di libero scambio tra Ue e Australia che prevede una riduzione di dazi per i vini italiani, in cambio della possibilità per gli australiani di produrre e vendere Prosecco, prodotto appunto localmente. Inoltre, per 10 anni lo potranno esportare, non è chiaro se senza considerare che il marchio Prosecco è di proprietà esclusiva italiana e in particolare del consorzio. L’Italia sta dimostrando debolezza anche nei confronti della Francia, che non permette di produrre Champagne o Bordeaux in Australia. In caso di conferma dell’accordo si creerebbe inoltre un precedente con il rischio che anche altri Paesi possano avviare produzioni interne di Prosecco».
Restiamo dalle parti di Bruxelles. Lei e anche uno dei massimi distillatori italiani che ne pensa delle crociate anti alcol?
«Sono sempre partito dal presupposto che la moderazione rappresenti il corretto approccio al mondo del vino e dei distillati. Ho sempre invitato il consumatore a bere meno e a bere bene, in quanto la qualità si apprezza a piccole dosi. Detto questo è in corso una demonizzazione tout-court dell’alcol, che non fa distinzioni tra chi beve moderatamente e occasionalmente e chi cerca solo ed esclusivamente gli eccessi. La storia ci insegna che il proibizionismo ha raggiunto risultati opposti a quanto si prefissava. Non facciamo distinzioni di facciata tra alcol e vino, ma prendiamo in esame le diverse modalità di consumo, considerando che i superalcolici sono largamente utilizzati nei cocktail».
Il contesto economico di certo non aiuta chi fa vino o spiriti. Che cosa serve per sostenere questi comparti?
«Propongo innanzitutto di riconoscere il valore storico e culturale delle cantine e delle distillerie, che sono espressione dei territori e della tradizione ad essi collegata. Riguardo al sostegno, propongo di applicare alle nostre imprese adeguati sgravi fiscali per recuperare i danni per gli extra costi subiti e per la riduzione delle vendite dovute al blocco delle spedizioni negli ultimi due mesi. È impellente la riduzione del cuneo fiscale, non solo per una questione di equità, ma anche per incentivare le persone al lavoro».
Ha scommesso sul whisky italiano dopo aver rilanciato la grappa. C’è uno spazio di mercato?
«Abbiamo deciso di investire sul whisky, perché è un distillato che gode nel mondo di una grande popolarità e perché, come hanno dimostrato ottimamente i giapponesi, si presta ad essere interpretato, acquisendo le tipicità del territorio di produzione. Un investimento di 1,5 milioni di euro ha reso possibile l’apertura e l’avviamento di una nuova distilleria interamente dedicata. La sfida principale è stata dare una connotazione italiana al whisky. Va sottolineato che non abbiamo riconvertito gli alambicchi da distillazione della grappa, ma investito nell’acquisto di un apposito impianto, analogo a quelli che vengono impiegati per gli Scotch whisky. Una sfida ulteriore sta nel definire la categoria del “whisky italiano” che si caratterizzi per un proprio stile identitario, differenziandosi dallo Scotch whisky e da quello Made in Japan, oltreché dal whiskey irlandese e dal Bourbon americano. Il nuovo Whisky Alexander è un single malt che si caratterizza perché viene prodotto esclusivamente con malti inglesi e italiani e perché viene aggiunta acqua delle Alpi. L’affinamento in botti, che hanno precedentemente ospitato Brunello di Montalcino, Amarone o altri grandi vini rossi, regala al distillato una connotazione italiana».
Con i Bottega wine bar porta l’immagine del vino e dell’Italia nel mondo partendo dagli aeroporti. È un investimento che vale la pena fare?
«Bottega Prosecco Bar è un concept ideato con la finalità di esaltare le eccellenze del nostro Paese e gratificare il palato del consumatore tipo. Nello specifico viene riproposta la filosofia del bacaro veneziano, ovvero di un’osteria informale, dove i cibi vengono presentati sia come “cicheti”, ovvero stuzzichini da consumare al bancone, sia come piatti più strutturati da servire ai tavoli. La maggior parte dei nostri Prosecco Bar si trovano all’interno dei principali aeroporti internazionali (Dubai, Venezia, Istanbul, Londra Stansted, Nizza, Birmingham, Praga, Abu Dhabi, Basilea, Budapest, Bologna) e rappresentano un eccellente veicolo di visibilità per l’immagine della nostra azienda e per quella del vino italiano. Dopo oltre 12 anni (il primo Prosecco Bar è stato aperto nel 2014 in Scandinavia sulla nave Cinderella del gruppo Viking) siamo pienamente soddisfatti».
Ha legato il vino al concetto di eccellenza italiana partendo da una sorta di modello veneto o ancor meglio dall’attrattore Venezia. Funziona?
«Il Veneto rappresenta il retroterra culturale della nostra azienda, pertanto attingo sempre a questi valori per presentare nel mondo l’azienda Bottega e i suoi prodotti. Questa regione è espressione dell’eccellenza italiana, che spiegata all’estero è declinata nelle sue molteplici declinazioni territoriali. Venezia è una vetrina straordinaria, conosciuta ovunque nel mondo. Alle atmosfere veneziane ho legato il packaging che mi ha consentito di valorizzare il Prosecco e le grappe. Dalle bottiglie dorate, che evocano i mosaici, a quelle in vetro soffiato, ideate per la grappa, che si rifanno all’arte del vetro di Murano».
La cucina italiana diventata patrimonio Unesco serve a vendere il resto?
«La cucina italiana, riconosciuta patrimonio immateriale dell’umanità Unesco, è sicuramente una buona notizia per il mondo del vino e può contribuire ad attrarre turismo qualificato. È un forte valore aggiunto per l’immagine del nostro Paese, ma è necessario che i nostri ristoratori e i nostri brand ambassador in Italia e nel mondo salvaguardino comunque la qualità degli ingredienti impiegati. Vanno protette da una parte le denominazioni d’origine dei cibi italiani, che stanno alla base dei nostri piatti, e dall’altra l’originalità delle nostre ricette. La tradizione è parte integrante della nostra identità culinaria. Una pizza o un tiramisù preparati con ingredienti inadeguati o con ricette fantasiose sono un danno per la reputazione della nostra cucina».









