Bolivia sull’orlo della bancarotta. L’ex presidente Morales incendia le piazze contro Paz
Un’ondata di proteste e blocchi stradali che chiedono le dimissioni del presidente Rodrigo Paz, in carica da appena sei mesi, sta scuotendo la Bolivia. Paz rappresenta il centrodestra cattolico e nello scontro elettorale ha superato due candidati di destra come Tuto Quiroga e Samuel Doria Medina. La sua politica economica guarda al neoliberismo, ma le organizzazioni sindacali e i movimenti di sinistra, capeggiati dall’ex presidente Evo Morales, hanno deciso di scatenare la piazza contro il suo governo.
Il nuovo presidente ha applicato una serie di misure per riformare la stagnante economia boliviana, che secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale, ha un Pil in diminuzione del 3,3% nel 2026, il calo più marcato dell'intera regione sudamericana. Paz ha tagliato molti sussidi statali creati dai governi di sinistra al potere da decenni e ha provato a impostare una riforma agraria che ha scatenato le proteste. I coltivatori di coca, detti cocaleros come Evo Morales, e gli agricoltori indigeni sono stati i protagonisti delle guerriglia urbana che ha messo a ferro e fuoco il paese andino.
La capitale economica La Paz è stata assediata dai blocchi stradali, guidati dal sindacato dei camionisti schierato con la sinistra, che la polizia ha affrontato con decisione e si contano già quattro morti e diverse centinaia di feriti. La rabbia ha raggiunto tutte le principali città boliviane e sabato scorso il convoglio del ministro dei lavori pubblici Mauricio Zamora è stato attaccato da manifestanti e per alcune ore sembrava che fosse finito in mano ai gruppi di protesta, che chiedono le dimissioni di Paz e nuove elezioni. L’attuale presidente ha un rapporto molto forte con l’Argentina e anche con Javier Milei, ma anche con Washington che non ha fatto mancare il suo sostegno politico alle azioni di Rodrigo Paz. La polizia ha utilizzato i bulldozer per rimuovere i blocchi costituita da rocce e pilastri di cemento, con l'obiettivo di agevolare l'afflusso di cibo e medicinali nella capitale, che non riceve rifornimenti ormai da giorni.
Dietro al caos boliviano c’è il partito di sinistra Mas (Movimento al socialismo) guidato da Morales, un politico screditato che deve affrontare un processo dove è accusato di aver avuto una relazione con una minorenne durante il suo ultimo mandato presidenziale. Paz sta tenendo aperti diversi canali di comunicazione con una parte politica della sinistra ed in segno di buona volontà ha annunciato un taglio del 50% del suo stipendio e di quello di tutti i ministri del suo governo. Ormai La Paz, la città più importante delle nazione adagiata sulle Ande, è entrata nella quarta settimana di blocchi e sta soffrendo una seria carenza di generi di prima necessità e soprattutto di carburante.
Il governo ha tentato di aprire un corridoio umanitario per permettere il passaggio, ma ci sono stati attacchi ai convogli che hanno fatto fallire questa operazione. Rodrigo Paz ha parlato alla televisione nazionale ed ha dichiarato che la Bolivia sta rischiando la bancarotta ed ha accusato la sinistra di voler governare pur essendo soltanto una minoranza e che vuole affamare il popolo. Nemmeno l’annuncio di un rimpasto governativo che potrebbe includere anche alcuni politici vicini al sindacato sembra aver ridotto la pressione, perché i sindacati degli agricoltori e la cosiddetta Centrale operaia boliviana, un network che raggruppa diverse sigle, rifiutano di partecipare ad ogni forma di dialogo. Paz è in una situazione molto complicata perché la sua posizione politica è piuttosto debole e non dispone di un’ampia maggioranza parlamentare, ma al momento non ha ancora dichiarato lo «stato di eccezione», che darebbe poteri straordinari alle forze dell’ordine, continuando a cercare il dialogo con i partiti e le organizzazioni di sinistra.
La pubblicazione di Magnifica humanitas potrebbe contribuire ad alimentare il dibattito sull’Intelligenza artificiale che da tempo caratterizza il mondo Maga.
La settimana scorsa, Donald Trump ha improvvisamente rimandato la firma di un ordine esecutivo che avrebbe teoricamente dovuto introdurre delle regolamentazioni, per quanto blande, al settore dell’Ia. Secondo Politico, a convincerlo del passo indietro sarebbe stato il presidente del Consiglio dei consulenti del presidente per la tecnologia, David Sacks, il quale avrebbe fatto presente che eventuali limitazioni avrebbero indebolito gli Usa nella loro competizione con la Cina. Non è un mistero che Sacks sia legato a figure del settore ipertecnologico statunitense che, come Peter Thiel ed Elon Musk, guardano con ostilità alle regolamentazioni governative nel comparto dell’Ia. Regolamentazioni che il fondatore di Palantir da anni identifica come il regno di quell’Anticristo che, in nome dello slogan «pace e sicurezza», punterebbe a creare un mondo unificato e caratterizzato dalla stagnazione tecnologica.
Dall’altra parte, esiste però un pezzo dell’universo Maga che ha espresso timore per questo settore. A metà maggio, Steve Bannon, insieme a una sessantina di altri firmatari, ha inviato una lettera a Trump in cui si chiedeva l’introduzione di regole per lo sviluppo dell’Intelligenza artificiale. «Sosteniamo le politiche proposte che prevedono test, valutazioni, verifiche e approvazioni governative obbligatorie per i sistemi di Intelligenza artificiale di frontiera potenzialmente pericolosi, prima del loro dispiegamento», recitava la missiva. È interessante notare come tra i firmatari della lettera figurassero anche vari pastori protestanti. Del resto, lo stesso Leone XIV, nella sua enciclica, ha auspicato dei paletti, scrivendo: «Chiedere prudenza, verifiche rigorose, e talvolta anche un rallentamento nell’adozione dell’Ia non significa essere contro il progresso, ma esercitare una cura responsabile verso la famiglia umana».
Non a caso, ieri, testate statunitensi di vario orientamento - dal conservatore New York Post al liberal Washington Post - hanno sostenuto che l’enciclica vada letta come una sferzata tanto ai big della Silicon Valley quanto (almeno in parte) alla stessa amministrazione statunitense. Anche Nbc News ha affermato che il nuovo documento papale segnerebbe un «altro potenziale punto di attrito» tra la Santa Sede e la Casa Bianca. Del resto, ampi settori del mondo cristiano temono una deriva improntata al transumanesimo: una deriva contro cui punta il dito la stessa Magnifica humanitas. Sotto questo aspetto, non va dimenticato che Trump, alle elezioni del 2024, ha vinto, conquistando sia il voto evangelico che la maggioranza di quello cattolico.
Il presidente americano deve quindi affrontare una tensione non di poco conto all’interno dell’universo Maga. Da una parte, il settore ipertecnologico tende ad arginare la regolamentazione dell’Ia in nome della competizione geopolitica con Pechino; dall’altra, i Maga più «tradizionalisti» puntano il dito contro i rischi legati all’Intelligenza artificiale: dalla questione della sorveglianza agli impatti sulla working class. A incarnare questo dilemma è soprattutto JD Vance. Il vicepresidente americano ha infatti mostrato finora una posizione articolata, se non ondivaga, sull’Ia. L’anno scorso criticò l’Ue per la regolamentazione del settore. Tuttavia, a febbraio, dichiarò: «Sono preoccupato per l’uso dell’Intelligenza artificiale da parte delle aziende per sorvegliare gli americani. Sono preoccupato per le violazioni della privacy, sono molto preoccupato per i pregiudizi politici». Vance è del resto assai vicino a Thiel. Tuttavia, la sua base elettorale è costituita da quei colletti blu della rust belt che temono gli impatti socioeconomici dell’Ia. Si tratta di un nodo che il vicepresidente è chiamato a sciogliere in fretta, anche in virtù delle sue ambizioni presidenziali in vista del 2028.
E attenzione: il dibattito sull’Ia nel trumpismo non riguarda soltanto il cristianesimo ma anche il libertarianism. Quest’ultimo è contrario alle regolamentazioni nel settore privato, ma risulta al contempo ostile agli impieghi governativi dell’Intelligenza artificiale: a partire dalla questione della sorveglianza e da quella del potenziamento degli apparati del Pentagono. Si tratta di un cortocircuito che era già emerso l’anno scorso, quando Musk, a seguito della rottura (poi ricomposta) con Trump, si era convinto a creare un partito, corteggiando parlamentari repubblicani di orientamento libertarian come Rand Paul e Tom Massie.
Insomma, l’attuale presidente americano potrebbe trovarsi davanti a un dilemma non così dissimile da quello davanti a cui si trovò Harry Truman con il Progetto Manhattan: un rompicapo che naviga tra politica interna, sicurezza nazionale, filosofia morale e finanche teologia.
Gli imperi, per loro natura, sono chiamati a dare il senso al destino di un’epoca. E questo senso non può trascendere la fondamentale tensione che si impone tra potere ed escatologia. Una tensione mai risolvibile definitivamente, ma da cui passa il discrimine tra catastrofe e salvezza. In quest’ottica, la dialettica, talvolta aspra, tra la Santa Sede e la Casa Bianca non è necessariamente infeconda, ma può contribuire a imprimere un orizzonte di significato al destino di quest’epoca, per scongiurare sia la mortificazione della dignità umana sia la tirannide mortifera che l’instaurazione di uno Stato universale inevitabilmente comporterebbe.
Non si tratta di arroganza ma di idiozia e sono due cose molto diverse: l’arroganza proviene dall’eccesso di confidenza mentre l’idiozia dall’incapacità di comprendere le cose.
Il sindaco di Seattle, la socialista dichiarata Katie Wilson, quando ha saputo che Jeff Bezos e tutto l’indotto di Amazon si sarebbero trasferiti in Florida a causa dell’aumento delle tasse «contro i ricchi», ha fatto un discorso alla Seattle University per dire che nessuno sentirà la loro mancanza: «Ciao ciao Jeff, vai pure». La base imponibile a bilancio, in una città con un debito di 500 milioni di dollari, è ora sovrastimata del 30%, il 36% degli uffici sono attualmente sfitti, si sono persi in un giorno 2.400 posti di lavoro, le licenze commerciali sono in calo del 40% e le persone in stato di povertà aumentate del 26%. Lo stesso esodo di ricchi si sta verificando nella New York di Zohran Mamdani il quale ha pensato bene di attuare la politica di «tolleranza sociale» nei confronti del crimine diffuso e, allo stesso tempo, ha aperto due enormi supermercati comunali a prezzi calmierati; il risultato è stata la fuga sia dei piccoli negozi, per l’impennata di furti, sia delle grandi catene che non ritengono più New York una città sostenibile.
Da anni le aziende della Silicon Valley stanno abbandonando la California di Gavin Newsom per il Texas e le ultime proposte di considerare «ad alto reddito» persone con un patrimonio personale complessivo di un milione di dollari ha provocato addirittura la protesta di alcune star di Hollywood. I casi citati non sono casuali: essi rappresentano le tre aree storicamente amministrate dalla sinistra, una volta liberal e oggi woke, dalle quali gli americani se ne stanno andando per dirigersi in stati governati dai repubblicani.
Questo fenomeno caratterizza da sempre la società americana e prende il nome di «votare con le ruote»: nella nazione della «nuova frontiera», le persone ritengono fondamentale il poter scegliere il luogo migliore dove vivere senza indulgere eccessivamente nell’idea di radici territoriali. Ci troviamo, però, di fronte non solo a una forte accentuazione del fenomeno bensì a un vero e proprio cambio del suo significato. Nell’attuale assetto postdemocratico, le istituzioni formali persistono ma il potere decisionale effettivo si mostra in maniera sempre più immediata nelle élite che detengono il reale potere. In questo quadro il meccanismo di partecipazione perde di significato non solo reale ma anche simbolico e diviene, così, centrale il ricorso a una scelta che sappia fornire al cittadino un tangibile risultato politico.
Secondo il modello di Albert O. Hirschman, quando la credibilità si erode e la partecipazione si rivela inefficace, gli attori razionali scelgono l’«uscita», cioè il disimpegno, la delusione, il distacco, la disillusione, in una sola parola: l’astensione. Ma i corpi elettorali ridotti alla metà degli aventi diritto avevano senso quando ancora nell’elettorato esisteva la fiducia in una sorta di «rete costituzionale» o culturale che garantiva gli elementi minimi di appartenenza alla società. Se l’imposizione fiscale diviene talmente pesante da rendere impossibile il proseguimento della propria attività ecco che anche l’ultima fiducia alla base della coesione sociale viene meno ed il cittadino ricorre all’unico atto realmente politico a sua disposizione: se ne va. Lo spostamento geografico, residenziale o aziendale, diviene così il vero voto, l’unico segnale capace di produrre conseguenze immediate sulla propria vita, superando di fatto i limiti intrinseci del circuito rappresentativo democratico di tipo novecentesco. Di fronte a una prospettiva politica che si rifà in pratica al socialismo reale, basata sull’odio dei ricchi e tassazioni dichiaratamente punitive, il clima ideologico percepito diviene quello dell’esproprio proletario e dell’abolizione della proprietà privata, tutte cose, del resto, di cui Mamdani ha parlato in campagna elettorale.
In assenza di coercizione totalitaria, tuttavia, in assenza di un «muro di Berlino» che impedisca la messa in salvo, ecco che i cittadini semplicemente esercitano l’unica arma politica rimasta a loro disposizione, quella dello spostamento. Apparentemente non si tratta di una novità, da sempre le persone si sono spostate per cercare migliori condizioni fiscali, solo che si è sempre trattato dei ricchi. La grande novità sta, oggi, nell’estensione a tutte le fasce popolari di questa opzione: il livello raggiunto dall’ideologia progressista ha esteso l’arma dello spostamento ben oltre la sfera economica. Scuole permeate da priorità woke e gender, con programmi scolastici che condannano le competenze cognitive a favore di approcci inclusivi, politiche «a favore delle minoranze» che altro non sono che discriminazione antibianca, tolleranza selettiva della criminalità e dinamiche di immigrazione di massa vissute come sostituzione demografica e culturale, obbligano chiunque, a prescindere dal proprio ceto, a valutare lo spostamento verso contesti semplicemente «normali».
Ancora una volta assistiamo alle dinamiche dei due mondi: dopo l’instaurazione e il riconoscimento ci troviamo ora nella fase della separazione grazie alla quale vedremo quale dei due mondi è destinato a sopravvivere.
Qui Como, a voi Lecce. Nella serata che gettava nello sconforto più cupo i tifosi di Milan e Juventus, entrambe fuori - evento senza precedenti- dalla Champions League perché finite rispettivamente quinta (con 70 punti) e sesta (69) nella classifica di serie A, le due città, ciascuna con meno di 100.000 abitanti, separate da 1.000 chilometri in linea d’aria, festeggiavano il loro entusiasmante «scudetto».
Un gemellaggio virtuale all’ombra del raggiungimento di due traguardi storici.
Conseguiti con il fiato sospeso all’ultimo miglio, l’ultima giornata di campionato.
I lariani disputeranno infatti per la prima volta la Champions, avendo agganciato il quarto posto con una goleada sul campo della Cremonese (4-1), così condannata all’inferno della retrocessione.
Ventesima vittoria, altro record, esattamente come il Milan, una in più dei bianconeri.
I leccesi hanno tagliato il traguardo della quarta «salvezza» consecutiva, risultato mai raggiunto nella storia ultracentenaria della società salentina.
Il legame tra le due squadre è passato proprio attraverso la sconfitta della Cremonese, che è arrivata all’ultimo appuntamento in campo separata da un solo punto dal Lecce, coltivando la speranza di un sorpasso al fotofinish.
Illusione che si è infranta per colpa del poker calato dagli undici allenati da Cesc Fàbregas.
Como.
Lecce.
La zona alta della classifica, e quella dove si lotta con il coltello tra i denti.
Simbolo delle cosiddette «provinciali», termine che non evoca l’opera di Blaise Pascal ma designa le squadre figlie di un dio minore, quelle che non possono aspirare a uno stabile posto in Paradiso perché fuori dal circuito delle compagini più blasonate, non avendo mai vinto un titolo italiano e non essendo neppure capoluogo di regione.
Ma realtà che con le loro imprese ci ricordano che un altro calcio è possibile, basato sull’entusiasmo, sulla mentalità e la voglia di arrivare, sui giovani atleti semi (o del tutto) sconosciuti, sugli investimenti sapientemente amministrati.
Con una equilibrata gestione delle risorse che non possono di certo competere con quelle impiegate, per esempio, da Juve, Inter e Milan (76 scudetti in tre).
È la favola del Cagliari, che vince lo scudetto nel 1969-70, schierando un certo Gigi Riva «rombo di tuono» (peraltro l’anno prima il tricolore era finito sulle maglie della Fiorentina, che non è certo una città di provincia ma che nel calcio è arrivata prima solo due volte, la precedente era stata nel 1955-56).
È l’epopea del Verona, l’ultima provinciale a imporsi al vertice del campionato 1984-85, in panchina un signore chiamato Osvaldo Bagnoli. In seguito, a spezzare l’opprimente predominio delle tre sorelle, Inter, Milan, Juventus, arriveranno il Napoli (con quattro scudetti) la Sampdoria (nel 90-91), la Lazio (nel 99-2000, dopo il 73-74), la Roma (2000-2001, dopo l’82-83), che non fanno parte della categoria di Como e Lecce perché espressioni di città «di peso», per storia, tradizione, dimensioni, avendo in più lo status di capoluogo di regione.
Ma come dimenticare il «miracolo Chievo» di Luigi Delneri, che nel 2000-2001 viene promossa per la prima volta in serie A, e nella stagione successiva arriva quinta guadagnandosi l’accesso alla Coppa Uefa (dal 2009 Europa League)?
E vogliamo parlare dell’Atalanta, la Dea «regina delle provinciali», perché quella con il maggior numero di partecipazioni in serie A? In questa stagione, la prima dopo l’era di Gian Piero Gasperini, allenatore dal 2016 al 2025, si è piazzata al settimo posto. Ma proprio con Gasp in panchina è arrivata a disputare tre finali di Coppa Italia e a vincere l’Europa League, finendo in sei campionati su nove tra le prime quattro.
Ecco perché i numeri macinati dal Como dovrebbero consolare tutti gli appassionati, indipendentemente dalla fede calcistica professata.
Ha chiuso infatti con il secondo miglior attacco del campionato (65 reti fatte, dietro l’Inter con 89) e con la miglior difesa (29 reti subite).
Il Lecce ha saputo fare le nozze con i fichi secchi, sotto la presidenza di Saverio Sticchi Damiani, professore di diritto amministrativo e avvocato cassazionista (suo zio è l’ex presidente dell’Aci Angelo Sticchi Damiani, a Roma ha come vicina di studio Giulia Buongiorno, nella stessa palazzina di piazza San Lorenzo in Lucina dove aveva l’ufficio Giulio Andreotti), ai vertici della società dal 2017.
Ha scommesso su un tecnico come Eusebio Di Francesco, reduce da due retrocessioni consecutive, con il Frosinone e il Venezia, ma pur sempre l’allenatore con cui la Roma è stata l’ultima volta in Champions, nel 2019.
E si è affidato alle scelte mirate di Pantaleo Corvino, già direttore sportivo della squadra leccese dal 1998 al 2005, e di nuovo responsabile dell’area tecnica dal 2020, conosciuto come «il signore delle plusvalenze»: ha ingaggiato per esempio Morten Hjulmand, Patrick Dorgu, Marin Pongracic, Valentin Gendrey, le cui cessioni hanno portato nelle casse del club oltre 70 milioni di euro, a fronte di un investimento iniziale di 5.
Il successo genera invidie, come è noto, quindi nei confronti del Como fioccano le illazioni.
Come farà con il cosiddetto fairplay finanziario, visto che spende troppo rispetto al fatturato?
E vogliamo parlare dello stadio, il Sinigaglia che si affaccia sul lago, che non è da Champions?
E poi: il suo trionfo non è un primato italiano, visto che la proprietà è della famiglia di miliardari indonesiani Hartono, e in campo vanno solo stranieri (come se questa circostanza, che sicuramente non favorisce il rilancio della Nazionale, non facendo crescere talenti nostrani, riguardasse solo il Como).
E soprattutto: chissà quanto durerà.
Ma andate a da' via i ciapp, replica il comasco di nascita, «mezzo terrone» di sangue e tutto interista che sono.
E che fa proprie le parole del Corriere dello Sport: «Ammettiamolo serenamente, tutti quanti senza paraocchi e bandiere: il Como - bello e spensierato - è la più divertente consolazione espressa da un campionato rachitico e incarognito».
Amen.










