- Dal 1988 la ex Birmania è in mano alle giunte militari, erosa da una guerra tribale endemica. Ma la Cina la considera punto cardine della Belt and Road Initiative per il porto di Kyaukpyu, strategico per i commerci nel Golfo del Bengala.
- Tra il 1870 e il 1885 la Birmania fu meta di tecnici e militari italiani chiamati per infrastrutture e consulenza strategica. Fu tra i primi Paesi considerati per la colonizzazione italiana prima ancora dell'Africa. Alcuni ufficiali parteciparono alla resistenza contro l'offensiva finale britannica.
Lo speciale contiene due articoli.
Il Myanmar, noto al mondo come Birmania fino all’inizio degli anni Novanta, quando i militari dopo uno dei tanti colpi di stato le cambiarono il nome, vive da sempre in una specie di limbo intriso di riservatezza. La nazione asiatica ha avuto una storia travagliata liberandosi dal dominio britannico dopo la fine della seconda guerra mondiale. Dal 1948 quella che ancora si chiamava Birmania è stata scossa da lotte interne delle tante etnie che la compongono e che hanno sempre convissuto malvolentieri. Nel 1962 il primo colpo di stato inaugurava il periodo della Repubblica Socialista Birmana, un regime che sarebbe durato per 26 anni e caratterizzato dal monopartitismo e dal totale dominio dell’esercito.
Dal 1974 era iniziato un periodo di governo misto civile e militare, ma nel 1988 l’ala più dura delle Forze Armate aveva ripresa totalmente in mano il potere. I militari reagirono alle proteste popolari chiamate «Rivolta 8888», nata nelle università dopo l’uccisione di uno studente che manifestava. Gli studenti indissero per l'8 agosto 1988 uno sciopero generale e la scelta del giorno 8-8-'88 era un simbolico riferimento all'anno 888 dell'era birmana, corrispondente al 1527, anno in cui la confederazione degli Shan aveva riunito la nazione. Il 18 settembre l’esercito riprese il controllo della Birmania uccidendo migliaia di persone ed istaurando la più dura giunta militare della storia della nazione asiatica. Nel 1990 si tennero dopo 30 anni le prime elezioni libere e la Lega Nazionale per la Democrazia, il partito di Aung San Suu Kyi, Premio Nobel per la Pace nel 1991 e figlia dell’eroe nazionale Aung San, stravinse ottenendo una maggioranza schiacciante. La giunta militare rifiutò però di cedere il potere sciogliendo il parlamento neo-eletto ed arrestando Aung San Suu Kyi e molti dirigenti del suo partito.
Anche alla capitale Rangoon venne cambiato nome in Yangon e nel 2005 venne retrocessa a capoluogo regionale, mentre il governo si spostava a Naypyidaw, sperduto centro abitato dell’interno. Lo spostamento sembra sia stato consigliato dall’indovino personale del generale Than Shwe, leader della dittatura militare, che aveva scelto anche la data di inaugurazione ed una serie di azioni da compiere per avere fortuna. Intanto le sanzioni internazionali applicate dall’inizio degli anni 90 stavano strangolando la fragile economia birmana e nel 2010 la giunta concesse delle elezioni dopo aver cambiato la costituzione garantendo per legge all’esercito il 25% dei seggi parlamentari. Queste elezioni farsa furono boicottate dal partito di Aung San Suu Kyi e furono vinte dall'USDP (Partito dell'Unione della Solidarietà e dello Sviluppo) che candidava soltanto militari. Dal 2011 l’esercito ha concesso alcune riforme ed ha liberato la leader dell’opposizione che è riuscita a partecipare ed a vincere nelle elezioni del 2015. Per sei anni il Myanmar, fra mille difficoltà e problemi, è stato governato da un governo civile, ma nel 2021 l’ennesimo colpo di stato ha riportato un generale al vertice dello stato creando un governo provvisorio. Nel 2025 lo stesso generale Min Aung Hlaing è diventato presidente del Myanmar, svestendo la divisa dell’esercito.
Oggi il governo illegittimo di Min Aung Hlaing amministra la regione della capitale ed il sud del paese, arrivando a stento al 50& del totale del paese. il resto è in mano alla resistenza, formata da decine di milizie etniche, spesso anche in lotta fra di loro. La guerra civile è già costata diverse decine di migliaia di morti e oltre tre milioni e mezzo di sfollati interni, oltre a quasi un milione nelle nazioni confinanti. Il Myanmar è un paese complesso dove ci sono 135 gruppi etnici diversi, divisi in stati che si amministrano da soli come i Kachin, i Chin, gli Shan, i Kayah, i Kayin, i Mon e i Rakhine. Nelle zone cosiddette liberate, l’esercito continua a bombardare con forze aeree o artiglieria, aumentando il numero delle vittime civili e delle persone che fuggono, ma ormai anche la Cina, autentico mentore della giunta, chiede un cessate il fuoco. L’ex Birmania è un caposaldo del Belt and Road Initiative (BRI) di Pechino che agisce come primo investitore. Nel 2020, durante la visita di Xi Jinping, sono stati firmati 33 accordi per infrastrutture milionarie in tutto lo stato, comprese aree non più controllate dalla giunta. Tra il 1988 e il 2018, il Myanmar ha ricevuto circa 75 miliardi di dollari di investimenti diretti esteri per il 90% dalla Cina.
Con il BRI Pechino ha rafforzato il suo interesse sul Corridoio Economico Cina-Myanmar (CMEC), trasformando il porto di Kyaukpyu nel suo sbocco sull’Oceano Indiano. Per la Cina la Birmania è fondamentale per ridurre la dipendenza dallo Stretto di Malacca in Malesia, che ha alzato le tariffe di transito. Kyaukpyu è affacciato sul Golfo del Bengala e qui Pechino ha già investito 10 miliardi di dollari per il porto ed una zona economica speciale in mano cinese per 75 anni. Pechino ha fatto arrivare qui un gasdotto lungo 800 chilometri costato 1,5 miliardi di dollari, con una capacità di 12 miliardi di metri cubi all’anno determinante per lo sviluppo cinese. Il gasdotto collega Kunming, capitale della provincia dello Yunnan, nel sud-ovest della Cina, con le città birmane di Mandalay, Yangon e Kyaukpyu pompando energia nel motore della Repubblica Popolare. Senza dimenticare che Pechino sta valutando questa località come base navale per la sua flotta, una diretta minaccia alla potenza navale indiana distante poche centinaia di miglia.
Gli italiani in Birmania (1870-1885)
Per l’Italia unita da pochi anni, l’avventura coloniale non cominciò in Africa, ma in Asia. In particolare i primi passi verso l’espansione territoriale del Regno furono diretti verso la Birmania (oggi Myanmar). Ancora prima del 1860 l’idea nacque nell’entourage di Camillo Cavour, durante la carica di primo ministro del Regno di Sardegna grazie alla consulenza del futuro fondatore della Società Geografica Italiana, accademico e diplomatico durante gli ultimi anni preunitari, Cristoforo Negri. Durante gli anni dell’attività di diplomatico, Negri era venuto in stretto contatto con il missionario italiano Paolo Abbona, in Birmania dal 1839 e profondo conoscitore della cultura e della lingua del Paese asiatico. Durante la permanenza nell’allora capitale Mandalay si era guadagnato la fiducia dei dignitari di corte e dello stesso re Mindon Min, sovrano illuminato e aperto all’interscambio con l’occidente del mondo. Abbona fu testimone della strenua difesa del territorio che Mindon guidò durante l’aggressione militare britannica nella seconda guerra anglo-birmana del 1852, conclusa con l’annessione di ampi territori della Birmania meridionale da parte di Londra. Considerata l’arretratezza dell’esercito birmano nei confronti di quello britannico, il sovrano sfruttò gli ottimi rapporti con Abbona per avviare un flusso migratorio di tecnici specializzati. Questi avrebbero dovuto occuparsi della modernizzazione della Birmania sia in campo civile (opere infrastrutturali e industria) che militari, con l’introduzione di armamenti moderni e addestramento al combattimento.
Nel 1871 i contatti tra Birmania e Italia furono formalizzati durante il lungo viaggio in Oriente dal comandante della corvetta «Principessa Clotilde», Carlo Alberto Racchia. Nel trattato di amicizia Italia-Birmania siglato dall’ufficiale di Marina piemontese e dal ministro degli esteri Kinwun erano contenuti i termini della collaborazione dei tecnici italiani. La scelta di rivolgersi all’Italia, piuttosto che francesi o britannici, nasceva dal fatto che il nuovo Stato europeo non rappresentava ancora una minaccia coloniale diretta. La corte birmana vedeva negli italiani collaboratori neutrali e utili per importare conoscenze tecniche e scientifiche indispensabili alla modernizzazione. A partire dalla metà degli anni ’70 del secolo XIX furono decine gli ingegneri, i tecnici ma anche scienziati e medici che si trasferirono al servizio del governo birmano. Molti furono addetti allo sviluppo e al mantenimento dell’industria siderurgica in particolare delle armi. In Birmania fu attivo Antonio Glisenti, imprenditore bresciano delle armi, che riuscì ad aggirare l’embargo britannico importando numerosi fucili moderni per l’esercito di Mindon. Nelle infrastrutture si distinse l’ingegnere spezzino Francesco Federici che nel 1874 realizzò due ponti sul fiume Irrawaddy, mentre il genovese Giovanni Battista Comotto si occupò di riorganizzare la marina fluviale, oltre a raccogliere molte notizie sull’entomologia della Birmania. Anche la prima luce elettrica fu portata a Mandalay da un italiano, Ainsi Pedrone, che importò anche le prime cucine economiche da campo in uso al regio Esercito. Gli italiani che lavorarono in Birmania furono presenti in svariati campi dell’industria, che comprese anche l’introduzione dell’allevamento e della filatura della seta. In campo sanitario, si distinse il nobile lodigiano Luigi Barbieri di Introini, diventato medico personale di re Mindon.
Dal punto di vista della consulenza militare, in Birmania si trasferirono a partire dalla metà degli anni ’70 dell’Ottocento, diversi ufficiali delle varie specialità dell’esercito. Il Tenente Colonnello dei bersaglieri Tersilio Barberis, in congedo volontario, fu attivo nell’addestramento della fanteria, oltre ad occuparsi di interessi commerciali. Con lui negli stessi anni fu Aristide Perucca, ufficiale che fu nominato «tenascié» dell’esercito birmano durante la sua permanenza. Come lui, anche Valentino Molinari entrò nei ranghi delle forze armate. Nel 1878 re Mindon morì, lasciando il trono all’erede Thibaw Min. Il cambio di reggenza significò un peggioramento dei rapporti tra i dignitari birmani e i tecnici italiani, rallentati nella loro opera anche a causa di una burocrazia paralizzante. A complicare la situazione contribuì in parte anche un personaggio importante della comunità italiana in Birmania, l’ambasciatore a Mandalay Giovanni Andreino. Figura controversa, il diplomatico fu al centro delle polemiche per un supposto doppio gioco in favore dei francesi, che miravano a limitare l’influenza britannica nel Sudest asiatico. La presenza degli italiani e l’ostilità francese spinsero il governo britannico a completare l’opera di assoggettamento del regno di Birmania, dando il via alla terza e ultima guerra anglo-birmana, durata meno di un mese dal 7 al 29 novembre 1885. Nelle ostilità furono coinvolti anche gli ufficiali italiani Barberis, Perucca e Molinari che parteciparono alla difesa della fortificazione di Minhla, sulle rive del fiume Irrawaddy. Impossibilitati a resistere dalle soverchianti forze nemiche, si arrenderanno agli inglesi pochi giorni dopo l’inizio delle ostilità. La caduta del regno di Birmania e l’inizio della dominazione britannica metteranno la parola fine a quel primordiale tentativo italiano di radicare la presenza nel Sudest asiatico, da allora dominio quasi totale anglo-francese. La maggior parte dei tecnici italiani farà rientro in Patria, mentre alcuni tenteranno nuova fortuna in paesi come Giappone e Cina. Appena cinque anni dopo la fine della presenza italiana in Birmania, il 1°gennaio 1890, l’Italia ebbe la sua prima colonia in Africa: l’Eritrea.
Nel mese di aprile 2026, i mutui a tasso variabile stanno vivendo un aumento delle rate, nonostante la Banca Centrale Europea non abbia agito ieri direttamente sui tassi di interesse. Secondo le stime di Facile.it, la rata di un mutuo variabile standard di 126.000 euro in 25 anni è aumentata di circa 5 euro al mese, con previsioni di un ulteriore incremento anche nel mese di maggio 2026. Le previsioni suggeriscono un aumento consistente delle rate fino a fine anno, con impatti rilevanti per le famiglie italiane che hanno optato per finanziamenti a tasso variabile.
Questo aumento delle rate è strettamente legato all'andamento dell’Euribor, il tasso di interesse a cui sono generalmente agganciati i mutui variabili in Italia. L'Euribor ha visto un’inversione di tendenza importante, passando da un livello vicino al 2% a febbraio 2026 a un 2,15% a metà aprile. Questo rialzo è stato principalmente influenzato dalle tensioni geopolitiche e dall'aumento dei tassi d'interesse a livello globale.
Nel dettaglio, a gennaio 2022, l'Euribor era ancora sotto il 0%, il che ha reso i mutui variabili più convenienti per i cittadini. Tuttavia, la situazione è cambiata drasticamente con l'inizio del conflitto internazionale che ha aumentato l'incertezza nei mercati finanziari. Gli ultimi aumenti hanno comportato un impatto diretto sulle rate mensili, che sono aumentate di circa 5 euro per i mutui variabili standard.
Gli esperti del settore si aspettano che la Bce, pur non intervenendo direttamente sui tassi a breve, stia preparando il terreno per un rialzo delle sue politiche monetarie nei mesi a venire. Le stime indicano che, entro il secondo semestre del 2026, i tassi d’interesse potrebbero essere aumentati nuovamente per contrastare l’inflazione, spingendo ulteriormente l’Euribor verso l’alto.
La previsione è che, nel mese di giugno 2026, l'Euribor possa salire fino al 3,66%, un livello che porterebbe la rata mensile di un mutuo medio a 642 euro, con un incremento di circa 21 euro rispetto ad aprile 2026. Allo stesso modo, a dicembre 2026, la rata potrebbe salire a 668 euro, con una differenza di 47 euro rispetto alla rata prevista per aprile 2026.
Questi aumenti non sono da sottovalutare. Per un mutuo medio italiano, che potrebbe coinvolgere importi come quelli da 126.000 euro, l'aumento delle rate si traduce in una crescita del pagamento mensile che può pesare significativamente sul budget familiare. Ad esempio, se si conferma l'aumento della rata di 47 euro a dicembre, si parla di una spesa annuale aggiuntiva di circa 564 euro, un impatto notevole per le famiglie che già affrontano l’incertezza economica dovuta a fattori come l’inflazione e l’aumento dei costi energetici.
Le proiezioni sui tassi mostrano che l’incremento delle rate potrebbe continuare nei mesi successivi, con l'Euribor che potrebbe persino raggiungere valori ancora più alti, in linea con le politiche monetarie della Bce tese a contenere la crescita dei prezzi. Nonostante l'aumento dei tassi sui mutui variabili, gli esperti suggeriscono che molti italiani potrebbero comunque preferire il tasso variabile per approfittare delle condizioni favorevoli, almeno fino a quando i tassi non raggiungeranno livelli insostenibili.
In risposta a questa situazione, molti mutuatari potrebbero considerare la possibilità di passare al tasso fisso, che sebbene offra maggiore stabilità, potrebbe risultare più costoso in un contesto di tassi elevati. Attualmente, le banche italiane stanno mantenendo spread relativamente contenuti sui tassi fissi, offrendo un'opzione ancora interessante per chi desidera bloccare le proprie rate a lungo termine.
Crédit Agricole Italia offre un tasso fisso del 2,99%, garantendo rate costanti per tutta la durata del mutuo. Questo tipo di tasso è ideale per chi cerca stabilità economica, evitando sorprese nei pagamenti mensili. Credem propone un tasso del 3,10%, legato all’indice Irs a 25 anni, con una riduzione dello 0,15%. Questo può essere vantaggioso per chi desidera sfruttare le fluttuazioni del mercato per ottenere condizioni favorevoli a lungo termine. Bper, con un tasso fisso del 3,25%, offre rate costanti e un mutuo stabile per chi preferisce la certezza nel lungo periodo. Infine, Banca Sella propone un tasso fisso di 3,30%, leggermente più elevato, ma adatto a chi predilige la sicurezza di pagamenti fissi e costanti.
La scelta del miglior mutuo dipende dalle preferenze personali. I tassi fissi, come quelli offerti da Crédit Agricole, Bper e Banca Sella, sono ideali per chi cerca stabilità, mentre la proposta di Credem con tasso variabile potrebbe essere conveniente per chi desidera approfittare delle fluttuazioni favorevoli dei tassi di mercato.
La notizia del decesso di Alex Zanardi risuona il sabato mattina del ponte del primo maggio come affronto estremo della morte verso ogni istinto coriaceo di sopravvivenza. Quasi a dire: la signora con la falce lavora sempre, delle feste se ne frega. Ma in barba al suo lugubre stakanovismo, Zanardi può sfoderare un termine che associato a lui e solo a lui si affranca dall’abuso smielato: quella «resilienza» che fa del campione bolognese, 59 anni, una moglie, Daniela Manni, un figlio, Niccolò, nato nel 1998, un emblema di vitalismo gioioso, quasi felino, se si considera che i gatti di vite ne hanno sette.
I funerali si terranno martedì nella Basilica di Santa Giustina in quella Padova che lo aveva adottato dopo l’ultimo, gravissimo incidente del 2020. Durante una gara di handbike a Pienza, nel Senese, in una competizione di beneficenza da lui organizzata, Zanardi finì nella corsia opposta e fu investito da un camion, ponendo fine alla sua militanza nel paraciclismo in cui aveva vinto quattro ori e due argenti ai Giochi olimpici di Londra nel 2012 e di Rio de Janeiro nel 2016, e 16 ori complessivi tra tutte le competizioni. La scelta di cimentarsi nell’handbike giunse dopo l’amputazione delle gambe nel 2001, al termine di una gara del campionato d’automobilismo Champ Car nell’autodromo di Lausitzring, in Germania. La sua vettura, una Reynard-Honda numero 66, subì un incidente spaventoso, spezzandosi in due tronconi dopo lo scontro con la Forsythe di Alexandre Tagliani. La pista era la stessa in cui cinque mesi prima era morto l’ex ferrarista Michele Alboreto. Nato a Bologna nel 1966, figlio di un idraulico e di una sarta, Alex Zanardi fin dall’asilo tiene appeso in cameretta il poster di Ayrton Senna, il fenomeno brasiliano che nel giorno del debutto su Jordan del collega e giovane ammiratore bolognese, si avvicina al suo box e lo rincuora: «È il tuo primo Gran Premio, la Jordan è una buona macchina, vedrai, andrà tutto bene», gli dice, come in un sogno. Piccola curiosità cabalistica: anche Senna è morto il primo maggio, 32 anni fa. Siccome il destino persegue trame che si disinteressano della pietà, ma non lesinano sui colpi di scena, il giovane Alex inizia a correre sui kart a 14 anni, un anno dopo l’incidente stradale in cui perde la vita sua sorella maggiore. Nel 1991 approda, si diceva, alla Jordan, in Formula 1. È l’epoca del dominio di Alain Prost, di quell’Ayrton Senna che gli dà la sua benedizione, Michael Schumacher inizia a scaldare i motori e i cuori. Partecipa a quelle corse fino al 1994. Nell’ultima stagione guida una Lotus, è talentuoso, e però davanti a lui sfrecciano scuderie più attrezzate e fulminee. Si trasferisce nella Formula Champ Car, in America, tra il 1996 e il 1998, togliendosi parecchie soddisfazioni, sette vittorie e tante pole position. Al punto che Frank Williams lo richiama in Formula 1. È il 1999, Zanardi sarà in scuderia con uno Schumacher, Ralf, fratello minore di Michael, terminando quella carriera con 44 Gran premi disputati e un punto raccolto. Nel 2001 partecipa di nuovo alle competizioni Champ Car. Il 15 settembre di quell’anno, la corsa maledetta sul circuito di Lausitzring. All’ospedale di Berlino gli praticano 16 interventi, mentre lui va in arresto cardiaco ben sette volte. San Pietro però lo rispedisce al mittente. Ne ha ancora da vivere e da lottare. Dopo un anno e mezzo, Zanardi appare all’Eurospeedway: a bordo di una Reynard modificata ad arte, completa simbolicamente i giri di pista mancanti di quella gara stregata. Arriva un’esistenza nuova, scandita dalle competizioni di paraciclismo, dai libri autobiografici, dalla fondazione di associazioni benefiche e dalla conduzione del programma di Rai 3 Sfide. Poi, il 19 giugno 2020, l’ennesimo dramma. A Pienza, in una corsa di beneficenza, un camion lo centra, l’impatto è pauroso. Finisce in coma, all’ospedale di Lecco prima e al San Raffaele di Milano poi lo agguantano per i capelli e lo salvano ancora. Trascorrerà il Natale in famiglia, e diversi anni al riparo dai riflettori, assieme a Niccolò e a quella Daniela che, raccontava lui, «sentivo mi chiamasse come una voce celestiale da un’altra dimensione».
Il cordoglio di colleghi, amici e istituzioni è arrivato unanime. Per Sergio Mattarella, «come l’Italia intera, avverto profondo dolore per la scomparsa di Alex Zanardi, riferimento di tutto lo sport», mentre Bebe Vio commenta: «Mi hai dato la forza per ripartire, convincendomi che con o senza gambe avrei potuto fare tutto». Giorgia Meloni commenta: «L’Italia perde un uomo e un campione straordinario, capace di trasformare ogni prova della vita in una lezione di dignità. Ha dato a tutti noi la speranza e la forza di chi non si arrende mai».
A Milano, con ben 400 opere a Palazzo Reale e importanti approfondimenti al Museo del Novecento, Palazzo Citterio e Gallerie d’Italia, una straordinaria mostra diffusa racconta l'eredità dell'arte metafisica di De Chirico, Carrà, Morandi e Savinio sugli artisti del XX e XXI secolo.
«Ogni cosa [ha] due aspetti: uno corrente quello che vediamo quasi sempre e che vedono gli uomini in generale, l’altro lo spettrale o metafisico che non possono vedere che rari individui in momenti di chiaroveggenza e di astrazione metafisica, così come certi corpi occultati da materia impenetrabile ai raggi solari non possono apparire che sotto la potenza di luci artificiali quali sarebbero i raggi x. » Così scriveva Giorgio de Chirico nel suo saggio del 1919 «Sull'arte metafisica», riassumendo, in poche righe, l’essenza della sua arte e della metafisica stessa, che non è tenebre e non è vuoto, ma ricerca « di ciò che è dopo le cose fisiche » e oltre la realtà percepita. Immobile ed enigmatica, inquietante e misteriosa, la pittura metafisica è l‘antitesi delle avanguardie futuriste: al movimento vorticoso preferisce la perfezione classica e colta delle forme e dei disegni, quella perfezione che si ritrova nelle piazze vuote e nei manichini, nelle ombre lunghe e nelle architetture, negli oggetti comuni calati in contesti assurdi e in tutti quegli elementi che hanno caratterizzato i capolavori dei grandi «Maestri metafisici», da De Chirico ad Alberto Savinio, da Carlo Carrà a Filippo de Pisis. Per certi aspetti anche Giorgio Morandi. Un’arte, la loro, che pur rifacendosi alla classicità la priva di ogni «freddezza » formale in nome di una ricerca introspettiva che invita a riflettere sul lato nascosto e misterioso della realtà: davanti a un’opera metafisica è come se il tempo si fosse fermato, come se qualcosa «stia per accadere ». E in questo clima di ovattata attesa aspettiamo. E riflettiamo… Ecco, in un’epoca in cui la velocità è tutto, la straordinaria mostra milanese non è solo la celebrazione di un movimento artistico ad oltre un secolo dalla nascita, ma anche un invito a rallentare e a guardare con più calma noi stessi e la realtà che ci circonda.
La Mostra a Palazzo Reale
Con tre importanti approfondimenti in altrettanti sedi museali milanesi, è a Palazzo Reale (sino al 21 giugno 2026) che si «celebra» il mistero silenzioso della pittura metafisica: oltre quattrocento opere che sembrano emergere da un allestimento (curato dallo Studio Italo Rota) che sospende il tempo, fatto di luci radenti e pareti colore polvere che richiamano l’atmosfera rarefatta dei dipinti. Ad accompagnare il visitatore nessun suono, nessun sottofondo musicale, solo un silenzio ovattato («la pittura metafisica è un suono che non si sente», scriveva De Chirico) che invita ad un’immersione totale in uno spazio surreale, con sale quasi teatrali, portali e quinte prospettiche a fare da contorno alla « storia » della metafisica, ai suoi protagonisti e a tutti quegli artisti - dai Dadaisti ai Post Moderni – che dei Maestri metafisici, e di De Chirico in particolare, ne subirono il fascino.
Ed è proprio con lui, il «Pictor Optimus», che inizia e si conclude il percorso espositivo a Palazzo Reale: le sue Muse inquietanti, le sue piazze vuote, i suoi celebri manichini senza volto, le ombre lunghe , le proporzioni impossibili, racchiudono come in un cerchio le architetture assorte di Giorgio Morandi, le periferie sospese e monumentai di Mario Sironi, il Realismo Magico di Felice Casorati e Cagnaccio di San Pietro, sino ad arrivare alle diramazioni europee di Max Ernst e René Magritte, ad alcune opere di Warhol e, in ambito italiano, a Emilio Tadini, Pino Pascali e Francesco Vezzoli, definito «il più metafisico degli artisti contemporanei». A dimostrazione di quanto sia ancora attuale l’iconografia Metafisica, il percorso è costellato da continui «affioramenti » dei dipinti dei Grandi Maestri, «zoomate » di opere particolarmente significative messe in dialogo - tra tributi e reinvenzioni - con la fotografia (straordinari gli scatti architetturali di Gabriele Basilico), la moda, il teatro, il cinema, il design (originalissima Plaza, la toeletta in legno laccato firmata dallo statunitense Michael Graves), l’architettura, il fumetto e addirittura la musica (in mostra parecchie copertini di vinili).
Un percorso talmente affascinante, che quando termina ti vien voglia di tornare alle prime sale, dove le opere enigmatiche e sospese di Giorgio De Chirico, Carlo Carrà, Alberto Savinio e Filippo de Pisis ti riportano là dove tutto è iniziato: la Ferrara del 1917.


































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