La Relazione annuale sulla sicurezza descrive uno scenario internazionale sempre più instabile. Il terrorismo jihadista, le strategie ibride della Russia, l’influenza dell’Iran in Medio Oriente e l’uso crescente delle tecnologie digitali ridisegnano le minacce per l’Italia e per l’Europa.
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La sicurezza nazionale non si gioca più soltanto sul terreno militare tradizionale. È questo il quadro che emerge dalla Relazione annuale sulla politica dell’informazione per la sicurezza 2026, il documento con cui il sistema di intelligence italiano analizza l’evoluzione delle principali minacce globali e le implicazioni per la stabilità dell’Italia e dell’Europa. Il rapporto descrive uno scenario internazionale segnato da profonde trasformazioni tecnologiche, dalla persistenza del terrorismo jihadista e da una competizione geopolitica sempre più intensa tra potenze regionali e globali.Secondo l’analisi degli apparati di sicurezza, la trasformazione tecnologica rappresenta uno dei fattori più rilevanti nel ridefinire gli equilibri strategici contemporanei. Innovazioni come l’intelligenza artificiale, le infrastrutture digitali, il cloud computing e le tecnologie quantistiche stanno cambiando il modo in cui gli Stati esercitano il potere e conducono la competizione internazionale. Il controllo dei dati, delle reti informatiche e delle filiere tecnologiche avanzate diventa così una componente fondamentale della sovranità nazionale.
In questo contesto la dimensione cyber assume un ruolo sempre più centrale. Gli attacchi informatici non sono più soltanto operazioni criminali isolate, ma strumenti di pressione geopolitica e di spionaggio strategico. Gruppi altamente specializzati, spesso collegati direttamente o indirettamente a governi stranieri, conducono operazioni mirate a sottrarre informazioni sensibili o a infiltrarsi nelle infrastrutture critiche di altri Paesi. Le amministrazioni pubbliche, le infrastrutture digitali, i sistemi energetici e le telecomunicazioni restano tra gli obiettivi più esposti.
Le tecniche più utilizzate comprendono malware sofisticati, sfruttamento di vulnerabilità informatiche e campagne di phishing finalizzate al furto di credenziali digitali. I dati sottratti possono essere utilizzati per operazioni di spionaggio, per ricatti economici o per preparare eventuali azioni di sabotaggio da attivare in momenti di crisi geopolitica. Accanto alla dimensione tecnologica, la relazione dedica ampio spazio alla minaccia terroristica, che continua a rappresentare un elemento strutturale dello scenario di sicurezza internazionale. Le tensioni geopolitiche in Medio Oriente, l’instabilità di diverse aree del Nord Africa e del Sahel e la diffusione della propaganda jihadista online contribuiscono a mantenere attivo un ecosistema estremista capace di influenzare anche il contesto europeo.
Il conflitto riacceso dall’attacco di Hamas contro Israele ha riportato il Medio Oriente al centro delle dinamiche di radicalizzazione globale. L’organizzazione islamista continua a rappresentare un punto di riferimento simbolico per la propaganda jihadista e per la mobilitazione di ambienti radicali. Le immagini e i contenuti legati al conflitto vengono rapidamente diffusi attraverso i social network e le piattaforme digitali, contribuendo ad alimentare narrazioni estremiste e tentativi di mobilitazione ideologica.
Secondo l’analisi degli apparati di sicurezza, queste dinamiche possono avere conseguenze dirette anche in Europa. Il continente resta infatti uno dei possibili obiettivi della propaganda jihadista e delle strategie di mobilitazione ideologica dei gruppi estremisti. L’uso intensivo delle piattaforme digitali consente alle organizzazioni radicali di raggiungere un pubblico globale e di influenzare individui vulnerabili all’interno delle società occidentali.
Uno dei rischi più rilevanti riguarda il fenomeno dei cosiddetti lupi solitari, individui che si radicalizzano online e decidono di compiere azioni violente senza appartenere formalmente a organizzazioni terroristiche strutturate. Questo tipo di minaccia è particolarmente difficile da individuare e prevenire, proprio perché non richiede una struttura organizzativa complessa.
La diffusione della propaganda jihadista, combinata con le tensioni geopolitiche legate al conflitto israelo-palestinese, potrebbe quindi aumentare il rischio di radicalizzazione e di tentativi di attacco anche nel contesto europeo. Per questo motivo la relazione sottolinea la necessità di mantenere un alto livello di attenzione sul fenomeno della radicalizzazione online e sulle reti estremiste attive nel continente. In questo quadro il ruolo dell’Iran continua a rappresentare uno dei principali fattori di instabilità nel Medio Oriente. Teheran esercita la propria influenza attraverso una vasta rete di milizie e gruppi armati attivi in diversi teatri regionali. Questo sistema di alleanze e proxy militari consente all’Iran di proiettare la propria influenza strategica ben oltre i confini nazionali, contribuendo a mantenere elevato il livello di tensione nella regione.
Le rivalità tra Iran, Israele e Stati Uniti, insieme alle dinamiche legate al programma nucleare iraniano, rappresentano uno dei nodi più delicati della sicurezza globale. Le tensioni regionali e il sostegno iraniano a diversi attori armati alimentano un contesto di conflitto permanente che favorisce instabilità, radicalizzazione e competizione strategica tra potenze. La relazione dedica inoltre attenzione al ruolo della Russia, che negli ultimi anni ha sviluppato un approccio strategico basato sull’uso integrato di strumenti militari, cyber-attacchi, operazioni di disinformazione e pressione geopolitica. La guerra in Ucraina ha dimostrato come il conflitto contemporaneo non si combatta soltanto sul campo di battaglia, ma anche nello spazio digitale e nell’arena informativa.
Le campagne di disinformazione mirano infatti a influenzare l’opinione pubblica, a creare divisioni interne nelle società occidentali e a indebolire la fiducia nelle istituzioni democratiche. Questo tipo di operazioni rappresenta una delle principali caratteristiche delle cosiddette minacce ibride, che combinano strumenti diversi per colpire un avversario senza ricorrere necessariamente a un confronto militare diretto. In questo scenario la tecnologia rappresenta al tempo stesso una risorsa e una vulnerabilità. L’intelligenza artificiale sta trasformando il modo in cui vengono analizzati i dati e individuate le minacce. Gli algoritmi avanzati consentono di elaborare enormi quantità di informazioni e di individuare pattern nascosti che possono aiutare a prevenire attacchi o a comprendere meglio l’evoluzione delle crisi internazionali.
Allo stesso tempo, però, l’IA introduce nuovi rischi. Le tecnologie generative possono essere utilizzate per creare deepfake realistici, manipolare contenuti audiovisivi o sviluppare campagne di disinformazione su larga scala. La stessa tecnologia che rafforza le capacità difensive degli Stati può quindi essere sfruttata anche da attori ostili, inclusi gruppi terroristici, reti criminali o strutture di propaganda. Per questo motivo la relazione insiste sulla necessità di rafforzare la capacità di previsione strategica degli apparati di sicurezza. L’intelligence non può limitarsi alla raccolta di informazioni ma deve essere in grado di anticipare le trasformazioni tecnologiche e geopolitiche che stanno ridefinendo gli equilibri globali. Il mondo sta entrando in una fase di competizione sempre più intensa, in cui terrorismo, rivalità tra potenze e innovazione tecnologica si sovrappongono. In questo contesto l’Europa resta esposta sia alla minaccia della radicalizzazione jihadista sia alle pressioni geopolitiche provenienti da attori statuali come Russia e Iran. Di fronte a uno scenario così complesso, la sicurezza delle democrazie europee dipenderà sempre più dalla capacità di anticipare le crisi, rafforzare la resilienza delle istituzioni e comprendere per tempo le trasformazioni che stanno ridefinendo il panorama globale delle minacce.
Nel cuore del centro storico di Genova, ieri, don Carlo Parodi, prete notissimo nei caruggi per il suo impegno anche sociale, ha deciso di aprire una finestra sul referendum sulla giustizia durante la messa. E lo ha fatto chiamando all’altare un pm di lungo corso della Procura di Genova, Francesco Paolo Cardona Albini, noto alle cronache per avere rappresentato l’accusa durante il processo per i fatti della scuola Diaz, durante il G8. Il siparietto si è svolto tra le navate della bellissima chiesa di San Donato, un gioiello di arte romanica con un originale campanile ottagonale. Un parrocchiano, al termine della funzione, si è sfogato con una nostra fonte, sostenendo che don Carlo avesse organizzato una predica per il No al referendum.
Nella foto che abbiamo ricevuto si vede il prete con a fianco Cardona Albini. Un’immagine che fa a pugni con la riconosciuta riservatezza del sostituto procuratore. Ma, evidentemente il magistrato non è riuscito a dire di no a don Carlo, un prete con cinquant’anni di onorato sacerdozio alle spalle.
Contattato dalla Verità, il parroco ha tagliato corto: «La sua fonte le ha riferito male. Ho chiesto io a Cardona di spiegare ai fedeli che cosa si vuol fare con questo referendum e lui l’ha spiegato e non si è schierato né per il Sì, né per il No. Sia chiaro». Quindi ha aggiunto: «Se domani mattina vedo sul giornale cose diverse da quelle che ho detto, io denuncio. Ho tutta la chiesa che può testimoniare su quello che le ho spiegato». Evidentemente per don Carlo è normale chiamare sull’altare, durante la messa, un pm a parlare del referendum. Ma che cosa ha raccontato esattamente il magistrato ai fedeli? «Ha riferito qual è adesso la situazione dei giudici e ciò che propone il referendum, ha parlato dei tre super consigli (in realtà il referendum introduce due Csm e un’Alta Corte disciplinare, ndr) e dell’estrazione a sorte. Ma non ha dato giudizi. Io ho concluso invitando tutti ad andare a votare. Quindi credo di aver fatto una cosa civica. Ho detto: “Siamo anche cittadini e dobbiamo parlarci come cittadini”. Ma l’ho fatto al termine, fuori della messa e ho chiesto, come detto, a Cardona di spiegarci il perché di questo referendum e lui l’ha fatto. Ma, lo ribadisco, non si è schierato né per il Sì, né per il No».
Intanto un altro appello alla partecipazione al voto referendario arriva dai missionari Comboniani della Provincia italiana. «Andiamo a votare» scrivono in un volantino. Per i missionari, «la partecipazione al voto non è un semplice diritto civile: è un dovere e un atto di responsabilità verso la comunità». La Costituzione viene definita «un patrimonio da custodire». C’è un riferimento alla «conservazione dell’assetto costituzionale attuale», le cui ragioni, ritengono i comboniani, sarebbero «molto più solide e convincenti di quelle a sostegno della riforma proposta». L’invito finale è esplicito: «Invitiamo a votare No perché questa riforma rischia di indebolire quei meccanismi di equilibrio e controllo che la Costituzione ha sapientemente costruito per garantire davvero la giustizia e il bene di tutti e tutte, specialmente dei più fragili». Solo pochi giorni fa un appello simile era partito dalla rivista dei gesuiti italiani Aggiornamenti sociali. L'invito era a difendere l’equilibrio istituzionale previsto dalla Carta costituzionale.
Il fronte era stato aperto a fine gennaio dall'appello al voto del cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza episcopale italiana, con una frase abbastanza esplicita: «C’è un equilibrio tra poteri dello Stato che i costituenti hanno lasciato come preziosa eredità da preservare».
Il sindaco di Crans-Montana finito tra gli indagati e i conti dei Moretti al vaglio della Federpol per un «sospetto schema finanziario criminale» basato sul «riciclaggio di denaro» e sull’utilizzo di garanzie fittizie per ottenere prestiti bancari, in una sorta di «schema Ponzi» giocato ad alto livello.
Finalmente, dunque - sia pure con gravissimo ritardo e sospinta dagli approfondimenti dei media che ne anticipano di gran lunga la direzione - pare che l’inchiesta elvetica sulla strage di Crans Montana, che ha ucciso nella notte di Capodanno 41 giovanissimi e ne ha feriti altri 115 - stia cominciando a procedere per il verso giusto.
Per quanto riguarda Nicolas Féraud, primo cittadino di Crans, le evidenze erano macroscopiche fin dall’inizio, così come le possibili connivenze. Eppure la Procura del Canton Vallese ci ha messo più di tre mesi a iscrivere nel registro degli indagati il sindaco di Crans, conoscente della procuratrice Beatrice Piloud, nonché suo sodale della «Confraternita della Brocca», compagnia vallesana di produttori ed estimatori di vini pregiati.
Per Féraud e per altri quattro dipendenti del Comune finiti sotto inchiesta, sono previsti gli stessi capi d’accusa che riguardano i coniugi Moretti, ossia incendio, lesioni e omicidio colposi.
La decisione di indagare il sindaco è arrivata lunedì e alcune coincidenze temporali sembrano dare l’idea che non si tratti di un caso. Innanzitutto l’incontestabile realtà - emersa di recente - che il Canton Vallese non poteva non sapere che i controlli antincendio non venissero eseguiti con la dovuta regolarità. Poi lo spuntare di un dossier riservato dalle stanze dei bottoni del Comune di Crans, datato agosto 2023, che elencando casi di «insubordinazione» tra il personale, paventava già allora meccanismi di reclutamento basati più sulle amicizie giuste che sul merito. E, infine, la denuncia penale presentata nei confronti di Féraud dagli avvocati di uno dei feriti, che tira in ballo il carattere colposo delle negligenze imputabili al primo cittadino e l’approssimarsi della scadenza del prossimo 28 marzo. In quella giornata, infatti, la procuratrice Pilloud, patrocinerà una cerimonia dell’Ordre de la Chenne - la confraternita degli appassionati vignaioli appunto - di cui Féraud, è cavaliere d’onore. Ed è probabile che, data la natura pubblica dell’occasione, l’imbarazzo per non aver proceduto nei confronti del sindaco, sarebbe stato davvero eccessivo anche per una comunità tanto unita, come sta dimostrando di essere quella vallesana.
Sui conti di Moretti si è concentrata invece la polizia federale elvetica, dopo che diverse inchieste giornalistiche hanno scavato nel passato di Jacques, portando a galla parecchi elementi che - già da soli - potrebbero identificarlo, con discreta sicurezza, come legato alla mafia corsa.
Il risultato delle indagini - sia pure avulse da una specifica inchiesta relativa ai fondi dei due proprietari - secondo quanto riportato dai media elvetici - è un documento inviato, per anche alla procura del Canton Vallese, nel quale ci sarebbe, davvero, un po’ di tutto. Dai «movimenti sui conti bancari» con «caratteristiche insolite» e tipiche dei «conti di transito», alle «transazioni opache» fino alle irregolarità nelle documentazioni presentate, di volta in volta, dai Moretti alle banche «inclusi documenti potenzialmente falsificati», per ottenere sempre nuovi prestiti.
Da qui l’idea dello schema finanziario truffaldino basato «sulla concessione di prestiti ottenuti in modo probabilmente illegale» e su garanzie inesistenti che, per mantenersi tale, costringeva i due proprietari del Constellation a mettere in mostra «un continuo successo commerciale di facciata», anche «con l’esposizione di auto di lusso in leasing a nome della società». Tra cui la famosa Bentley da oltre 300.000 euro sfoggiata per le strade dal chiacchierato imprenditore corso già finito in carcere anni fa per truffa e sfruttamento della prostituzione.
Nonostante i passi avanti - per la verità quasi obbligati per stare al passo con la realtà - la Procura vallesana, per certi «dettagli» meno noti continua a prendersela comoda. Come nel caso di Robert B., l’arredatore degli interni del Constellation che aveva proposto l’uso di una schiuma ignifuga a Jaques per rivestire il locale e che attende da oltre 50 giorni di essere ricontattato dagli inquirenti a cui aveva segnalato l’accaduto già a gennaio. «Ho perso fiducia», ha dichiarato l’uomo ritirando la sua disponibilità a testimoniare, «vi prego di lasciarmi in pace e non contattarmi più».
Alzi la mano chi, oltre chi scrive (eh eh), a volte pranza con un tramezzino e un contorno di verdure. Quando il tramezzino fa da pranzo, il suo nome potrebbe indicare l’inframmezzare la colazione e la cena e non il pranzo e la cena, come era all’inizio della storia del tramezzino italiano: per tale motivo il tramezzino si chiamava così. Era il piccolo «tramezzo» tra i due pasti principali della giornata.
Proprio quest’anno, il tramezzino compie 100 anni. E, per questa ricorrenza, venerdì 13 marzo ovvero fra pochi giorni, negli spazi della Centrale Nuvola Lavazza di Torino si svolgerà Tramezzino100!, una celebrazione tutta torinese di questo spezzafame che in Italia, ormai, è diventato iconico e si fa apprezzare a qualunque orario (sì, lo so, iconico è un termine che sta antipatico a tanti, tuttavia non ha un sinonimo altrettanto efficace).
Sempre quando chi scrive deve fare una colazione abbondante e tardiva, di domenica, a volte inventa una specie di «brunch italiano» con tramezzino, preferibilmente imbottito di pesce, come gamberetti e rucola o salmone affumicato e fette di arancia, cappuccino e caffè, ma sono tanti quelli che ogni giorno fanno colazione con un tramezzino.
Il tramezzino è un sandwich italiano. È, insomma, l’italianizzazione del sandwich angloamericano. Siamo chiari. Certamente l’idea di mettere del companatico tra due piccole fette di pane non nasce col sandwich. Addirittura, tra gli antenati del sandwich viene citato il korech, un paninetto ebraico la cui caratteristica fisica che più fa ricordare il tramezzino è la sottigliezza del pane. Il korech, infatti, è il cosiddetto «panino» creato dal saggio Hillel unendo la matzah (pane azzimo) e il maror (erba amara) per adempiere al precetto biblico di mangiare l’agnello pasquale insieme a delle erbe amare. Questa preparazione si realizza durante la cena del Seder di Pesach (la Pasqua ebraica). Dopo aver mangiato il matzah (da solo) e il maror (da solo), e prima del pasto principale (Shulchan Orech), si prendono due pezzi di matzah (solitamente la terza matzah, o matzah kohen), si inserisce tra di essi l’erba amara (spesso lattuga romana o rafano) con anche il charoset (un composto dolce di frutta e noci) e si mangia. Si tratta di un panino dal forte simbolismo, legato direttamente alla storia del popolo ebraico: l’amaro delle erbe rappresenta la durezza dell’esperienza in Egitto, mentre il pane rievoca la speranza e la dolcezza della libertà.
golosità da conte
Nello specifico angloamericano, invece, in origine il sandwich era un paninetto che si mangiava accanto al tè del pomeriggio (tea sandwich), durante i picnic e durante le lunghe partite a carte notturne dei nobili. Proprio quest’uso ha dato il la alla tesi dell’origine del sandwich dalla pratica del gioco. Secondo questa tesi, inserire il companatico tra due fette di pane permetteva di «impugnare» la preparazione con una sola mano, senza usare l’altra, occupata a tenere le carte da gioco. Il sandwich non è una ricetta di pane con qualcosa di stabilito dentro, è la ricetta di due fette di pane con qualcosa dentro, quindi è una tipologia culinaria, non un unicum. Poi, ovviamente, si sono codificati vari sandwich. Altra caratteristica del sandwich è quella di usare un pane morbido e sottile, diverso dal pane fatto di acqua, lievito e farina.
Secondo tanti, il nome sandwich si deve al nobile britannico John Montagu che era il IV conte di Sandwich. Secondo alcuni di questi, fu costui a pensare di coprire una fetta di pane con una farcitura messa sopra, la preparazione tipica che chiamiamo crostino, con un’altra fetta. Ma questa ricostruzione non è certa. Secondo altri Montagu avrebbe solo «diffuso» la pratica, non l’avrebbe inventata. Sia come sia, il sandwich inteso in senso angloamericano è il panino per eccellenza, in senso italiano, invece, il sandwich è un tipo esotico e preciso di «panino» molto diverso dai panini italiani e ha acquisito il suo nome italiano, tramezzino, con tutta una serie di interpretazioni locali molto ghiotte. Il tramezzino veneziano ha la forma a cupola e ci si può trovare dentro il baccalà mantecato, tipico della regione veneta. Il tramezzino romano accoglie mozzarella e cicoria, la verdura più amata nella capitale, insieme col carciofo. Il tramezzino è ormai entrato nella tradizione italiana tutta, ma ci sono città, come Torino, Venezia, Roma, dove ce ne sono talmente tanti che si potrebbe certamente campare di tramezzini.
Il sandwich viene descritto per la prima volta in Londres (1770), titolo francese poi tradotto nel 1772 in terra inglese col titolo A tour to London: nel libro scritto dallo scrittore francese Pierre-Jean Grosley dopo che ebbe passato tutto il 1765 a Londra, sono annotate impressioni di quel viaggio. E dei sandwich. Le prime ricette di sandwich si trovano attestate dall’inizio dell’Ottocento. Se in Gran Bretagna è un paninetto che affianca il tè, il tea sandwich, a un certo punto, con la Rivoluzione Industriale, che «sdogana» molte cose prima riservate ai ricchi, il tramezzino diventa uno spuntino anche popolare. Non per democrazia, ma per guadagnare ulteriormente di più vendendo ai poveri, che sono tanti, come pare dicesse Ettore Petrolini: gli operai avevano bisogno di qualcosa da mangiare più velocemente possibile durante il lavoro e il sandwich era perfetto.
Secondo molti il nostro sandwich, il tramezzino italiano, nasce a Venezia, secondo altri a Torino, per la precisione al Caffè Mulassano: Angela Demichelis e il consorte Onorino Nebiolo, due torinesi emigrati in America, tornando a Torino acquistano il Caffè Mulassano e decidono di introdurvi il panino fatto col sandwich bread che avevano conosciuto negli Usa, il tipico pane morbido a forma di parallelepipedo. Era il 1926. Secondo altri, già decenni prima nei bar di Torino circolava il concetto di sandwich angloamericano. Nel 1846 il cuoco dell’ambasciatore d’Inghilterra a Torino, Francesco Chapusot, ne La vera cucina casalinga: sana, economica e dilicata aveva pubblicato la prima ricetta italiana (si tratta di un sandwich fatto con pane imburrato e prosciutto).
Da dovunque sia arrivato, il tipico pane anglosassone morbido e dalla forma geometrica con cui si prepara il sandwich, il sandwich bread, è molto diverso dalla pagnotta di pane italiano. E ancora diversi dalla pagnotta italiana, anch’essa declinata in mille tipi, stante la ricetta di base acqua, farina, lievito, sono i millemila tipi di panini tipici che abbiamo, dalla ciriola romana alla michetta milanese passando per la biova piemontese e la mafalda siciliana. Quindi il tramezzino, questo sandwich all’italiana, si trova un posto accanto agli altri panini locali, specializzandosi come «merenda» mattutina o pomeridiana.
Il tramezzino si mangia per lo più freddo (anche se ci sono alcuni che lo preferiscono leggermente scaldato anche con farcia fredda, come la sottoscritta). Ha forma triangolare, che deriva dalla fetta di pane rettangolare o quadrata tagliata in due e privata del bordo e accoglie i più svariati ripieni, spesso realizzati con salumi e formaggi di cui siamo ricchi, adagiati su una sottile passata di maionese che italianizza e sostituisce la passata di burro angloamericana. Il sandwich bread italiano si chiama pane in cassetta.
conio dannunziano
La prima attestazione della parola tramezzino in italiano è del 1872 e secondo alcuni è da attribuire a Gabriele D’Annunzio. Comunque sono attestate anche altre denominazioni locali piuttosto originali come panino gravido in Toscana, panino imbottito a Roma e italianizzazioni simpatiche come sanguiccio, sangueviccio e sanduiccio e tartina di pane.
Dal punto di vista nutrizionale, un tramezzino apporta all’incirca tra 250 e 350 kcal ogni 100 grammi. 100 g di tramezzino contengono circa 20 g di grassi, 30 g di carboidrati e 10 g di proteine. Sono valori indicativi, che cambiano in base al ripieno: uovo e salame sarà diverso da prosciutto cotto e mozzarella light. Abbiamo detto che il pane per tramezzini, il pane in cassetta, è un pane molto diverso dal nostro tipico pane italiano acqua, farina e lievito. Questa differenza è gustativa, ma anche nutrizionale. Il pane per tramezzini è un pane assai morbido, con crosta, anche, morbida, e questa morbidezza è data dal latte e dai grassi. Le calorie per 100 g, che sono generalmente tra 220 e 250 ogni 100 g, sono date dai grassi e per questa ragione va consumato con moderazione. A maggior ragione quando compone un tramezzino: il tramezzino può essere sì uno spezzafame, una merenda, ma non bisogna esagerare nel mangiarne soprattutto se si segue un regime alimentare dietetico.









