Con l’Europa ragionano come con il comunismo e con il vaccino Covid: se non funziona, è perché ce ne vuole di più. È questo il senso dell’ennesima prolusione di Mario Draghi, stavolta ospite dell’Università di Lovanio, che ieri gli ha conferito la laurea honoris causa. Dal Belgio, l’ex presidente del Consiglio ha diagnosticato i mali dell’Unione e descritto la fine del «defunto» ordine internazionale, suggerendo poi la panacea.
Come se non avesse fatto parte delle élite che li hanno traghettati entrambi verso il fallimento: è stato presidente del Financial stability board, governatore di Bankitalia, presidente della Bce (celebrato perché fece fare alla Banca centrale europea quel che tutte le banche centrali del mondo facevano e solo la nostra si rifiutava di fare), infine inquilino di Palazzo Chigi. Non proprio un passante. E se, da quell’ottica privilegiata, l’analisi della patologia è stata sostanzialmente corretta, la terapia che Draghi propone rischia di essere peggiore della malattia: trasformare l’Ue da una «confederazione», una comunità di nazioni sovrane che cooperano su alcune materie strategiche, in una «federazione». Un superstato, che avoca a sé più competenze e finisce per attribuirle al consueto comitato di burocrati.
Per insospettirsi, bastava ascoltare l’ex banchiere sostenere che «l’euro è l’esempio di maggior successo» di un «approccio» difeso, giorni fa, pure da Romano Prodi: «Chi decide va avanti e gli altri si arrangino», aveva detto alla Stampa il fondatore dell’Ulivo; di «federalismo pragmatico» ha parlato ieri Draghi, suggerendo di «compiere i passi che sono attualmente possibili, con i partner che sono attualmente interessati». Il che si tradurrà nell’imporre l’agenda dei più forti ai più deboli, neutralizzando il loro diritto di veto.
Finora, soltanto la sfrontatezza di Mario Monti gli aveva consentito di affermare che «la Grecia è la manifestazione più concreta del grande successo dell’euro», capace di diffondere nel Vecchio continente «la cultura tedesca della stabilità». Secondo Draghi, al contempo più felpato del bocconiano e più radicale nelle conclusioni, «laddove l’Europa si è federata - nel commercio, nella concorrenza, nel mercato unico, nella politica monetaria - siamo rispettati come potenza e negoziamo come un’entità unica». Negli altri settori, «difesa», «politica industriale», «affari esteri», «siamo trattati come un’assemblea frammentata di Stati di medie dimensioni, da dividere e gestire di conseguenza». Il tutto, a uso e consumo degli Usa, i quali «cercano insieme dominio e alleanza»; e della Cina, che «sostiene il proprio modello di crescita esportando i suoi costi sugli altri», senza farsi scrupolo di «sfruttare» la «leva» del controllo dei «nodi critici nelle catene di approvvigionamento globali». Tanto che, nella ricostruzione storica accennata da Mr Bce, l’idea di perseguire l’integrazione del Dragone, lasciandolo entrare nel Wto, appare, se non un errore, almeno un’ingenuità.
Dunque, il modello sarebbe l’euro? Guardiamo in faccia la realtà: il «pragmatismo» in virtù del quale l’Europa si è «federata» sulla moneta unica non solo non ha «forgiato» l’«unità», come pretende Draghi, ma anzi, ha avvicinato l’Unione all’implosione definitiva. Un esito che la «cultura tedesca della stabilità», per dirla con Monti, avrebbe quasi sicuramente prodotto, se la scelta dell’ex banchiere centrale - costringere Francoforte a comportarsi come la Fed o la Bank of England, diventando prestatore di ultima istanza - non lo avesse scongiurato. Non è comunque bastato il «whatever it takes» a impedire la crescita progressiva dei movimenti populisti e sovranisti. Che non sono un incidente di percorso, bensì la conseguenza logica di un sistema congegnato per depauperare le classi medie, cinesizzare il mercato del lavoro e veicolare l’imperialismo di Berlino sulla periferia dell’Ue. Per capirci: prima dell’euro (e dell’invasione di migrnati), sarebbe stato impensabile avere una Giorgia Meloni al governo, un Rassemblement national sopra il 30% e una Afd primo partito di Germania. Anche di questi temi, Draghi aveva avuto l’occasione di discutere, sempre col piglio di chi si sente estraneo ai fatti: a dicembre 2024, bacchettò la «costellazione economica» «basata sullo sfruttamento della domanda estera e sull’esportazione di capitale con bassi livelli salariali». Risultato: a Lovanio, l’ex premier celebra gli accordi commerciali stipulati con sudamericani e indiani dall’Ue in quanto «unica potenza»; intanto, il glorioso mercato interno si contrae. È la «distruzione della domanda interna», un altro cavallo di battaglia montiano.
L’ex capo della Bce ci ha visto giusto: la «minaccia» non sta tanto nella fine dell’ordine costruito dopo il 1945, quanto in «ciò che lo sostituisce». Ed è vero che, per l’Europa, «la transizione non sarà facile», che essa «rischia di diventare subordinata, divisa e deindustrializzata». Ma siamo certi che la soluzione sia allevare un Leviatano? Il Green deal che ci ha consegnati a Pechino è stato una trovata degli Stati sovrani o della Commissione, che il laureato honoris causa vorrebbe far comandare di più?
Ieri, mentre Draghi pontificava e il presidente del Consiglio Ue, Antonio Costa, informava che lui ed Enrico Letta saranno invitati al vertice del 12 febbraio, affinché illustrino - sarà la centesima volta? - i loro piani per la competitività, Kaja Kallas si abbandonava a un bagno di realtà. L’Unione europea è dipendente dagli Stati Uniti per la sicurezza, ha ammesso l’Alto rappresentante; e la sua «strategia per l’Artico» è «un po’ datata».
Domanda: la colpa è dei veti dell’Ungheria, oppure di una classe dirigente miope e insipiente? E se, anche solo per un secondo, riconoscessimo che la responsabilità è degli eurocrati, in che modo dare loro più potere ci potrebbe salvare dal mondo cattivo che ci aspetta?
Ma qui non si tratta di consentire agli agenti di sparare all’impazzata, senza rendere conto in alcun modo del loro operato. Ma di evitare che dei servitori dello Stato finiscano come il brigadiere capo Legrottaglie, un carabiniere che dopo 40 anni di servizio e a un solo giorno dalla pensione sette mesi fa è stato ucciso a Francavilla Fontana da un rapinatore. Il bandito lo ha colpito mentre era in fuga e il brigadiere non ha fatto in tempo a reagire. Se Legrottaglie avesse sparato per primo sarebbe ancora vivo, ma premere il grilletto molto probabilmente avrebbe significato essere accusato di omicidio volontario, come è successo al poliziotto antidroga in servizio nel bosco dello spaccio a Milano. Colpire per primo, anche dopo uno speronamento, quasi certamente lo avrebbe messo nei guai con la giustizia, come è successo al vicebrigadiere Emanuele Marroccella, condannato a tre anni di carcere e a 137.000 euro di provvisionale per aver ucciso un malvivente che aveva ferito un collega con un cacciavite lungo 20 centimetri.
Ecco, lo scudo per poliziotti e carabinieri significa salvare la vita a qualche servitore dello Stato ed evitare che uno di loro finisca sotto processo per aver sparato a un delinquente o aver inseguito chi non si ferma all’alt, come accaduto, sempre a Milano, con il caso Ramy. Lo scudo serve a proteggere le forze dell’ordine, a impedire che finiscano indagate per aver fatto il loro mestiere, significa sottrarre il loro operato a giudizi sommari. Se vogliamo che ci difendano da ladri, rapinatori, stupratori e terroristi non c’è altra via che garantire loro la protezione e la solidarietà dello Stato, affinché non si sentano con le mani legate.
Sinistra e Quirinale a quanto pare hanno dubbi pure sul fermo provvisorio preventivo. Gli uffici giuridici del Colle nutrirebbero perplessità per un provvedimento che non punisce chi ha commesso un reato, ma si pone l’obiettivo che non sia compiuto. Secondo la presidenza della Repubblica le nuove norme non sarebbero compatibili con il dettato costituzionale. E ça va sans dire la sinistra sposa in pieno l’opinione degli uomini di Mattarella.
Eppure, le misure preventive esistono da tempo e nessuno fino a oggi ha alzato il ditino ponendo obiezioni. Che cos’è il Daspo se non un provvedimento che, vietando la partecipazione a manifestazioni sportive, punta a impedire che tifosi violenti scatenino tafferugli durante le partite? Si limita la libertà di movimento di certi soggetti per evitare che vengano compiuti dei reati. Eppure, nessuno si è mai preoccupato della compatibilità costituzionale. Come peraltro non si è opposta la Carta su cui si fonda la nostra Repubblica quando, durante il Covid, fu vietata al capo dei portuali di Trieste la presenza a una manifestazione nella Capitale. Qual era la pericolosità sociale di Stefano Puzzer? Manifestava pacificamente contro il green pass, non metteva a ferro e fuoco una città. Ma per il solo fatto di aver osato improvvisare una manifestazione – ribadisco, pacifica – fu denunciato e allontanato per ordine del questore.
Dunque, vista la pericolosità dei gruppi antagonisti, quando ci decideremo a metterli fuori legge e a impedire loro di partecipare alle manifestazioni? Capisco il diritto di esprimere le proprie opinioni e anche di contestare una linea politica. A Torino però non abbiamo assistito a una protesta, ma a una guerriglia. Il diritto alla sassaiola, a incendiare i cassonetti, a colpire con il martello un agente non esiste. Esiste la legge e va applicata con durezza, anche impedendo ai terroristi del sabato sera di manifestare. Negli anni Settanta contro il terrorismo lo Stato varò la legge Reale e anche all’epoca qualcuno si appellò alla Costituzione, ma quelle norme contribuirono a fermare le violenze.
La burocrazia europea è più asfissiante che mai. Solo nel 2025 la Commissione ha emanato 1.456 atti giuridici, il numero più alto degli ultimi 15 anni, malgrado le promesse del presidente Ursula von der Leyen di semplificare la burocrazia. Nella stampa tedesca gli esperti lanciano l’allarme: per le aziende è praticamente impossibile ottemperare a tutte le norme. E parte dell’operato di Bruxelles resta fuori dai controlli democratici.
Nel 2025 la Commissione europea ha emanato 1.456 atti giuridici: in gran parte atti di esecuzione (1.196), oltre a 21 direttive, 102 regolamenti e 137 atti delegati. A sviscerare i numeri è uno studio di Gesamtmetall, un’associazione tedesca dell’industria metalmeccanica, riportato negli scorsi giorni dalla testata Welt am Sonntag.
I numeri rivelano non solo che il 2025 è stato l’anno dei record, ma anche che la precedente Commissione, tra il 2019 e il 2024, sempre a trazione Ursula, ha superato i suoi due precedenti predecessori. Eppure, lo scorso anno, la stessa Von der Leyen aveva promesso una riduzione «senza precedenti» delle normative.
«L’attuale Commissione europea promette costantemente agevolazioni per le imprese». Sono le accuse di Oliver Zander, direttore generale di Gesamtmetall. «Ma ancora una volta le aspettative sono state deluse». Tirando le somme, in effetti, Bruxelles grava le aziende mediamente con quattro nuovi atti normativi al giorno. «Questo è l’opposto di una semplificazione burocratica e molte aziende riescono a malapena a stare al passo con l’attuazione», ha concluso Zander.
Nell’epicentro delle polemiche sono finiti i 137 atti delegati. Si tratta di modifiche e integrazioni di dettagli tecnici a leggi esistenti, formulate dalla Commissione europea in piena autonomia. «Si tratta di un ambito di azione a Bruxelles che non è assolutamente soggetto a controlli democratici», ha spiegato a Welt am Sonntag Günter Verheugen, ex commissario europeo. «I burocrati si riuniscono e decidono su qualcosa che riguarda la vita di milioni di persone e migliaia di aziende in tutta Europa». Per Verheugen, quindi, l’operato di Von der Leyen avviene in una zona grigia, al riparo da ogni critica e controllo. «La Commissione naturalmente gradisce che sia così, ma considero questo processo molto preoccupante».
Immediata la replica di un portavoce della Commissione che ha vantato, anzi, dieci proposte di semplificazione avanzate nel 2025 e presumibilmente capaci di tagliare costi amministrativi per 15 miliardi di euro nel prossimo futuro. Ciò si tradurrebbe in una riduzione del 25% dei costi amministrativi (e del 35% per le piccole e medie imprese).
Guardando sempre al domani, il portavoce ha annunciato l’avvio di uno «stress test per gli atti delegati e di esecuzione», spiegando che, così, «circa il 30% di questi atti originariamente previsti per il 2026 viene rinviato. Ciò potrebbe portare al loro annullamento». Ad ogni modo, la sottolineatura del portavoce, «ciò che conta è il concreto sollievo per le imprese, non il numero di atti giuridici proposti».
Adesso, però, perfino il fronte europeista non si accontenta delle promesse e delle arrampicate dialettiche di Bruxelles. «L’Unione europea è diventata un luogo di eccessiva regolamentazione, non è così che l’avevamo immaginata e deve cambiare radicalmente», ha dichiarato venerdì scorso Michael Kretschmer, presidente della Sassonia e membro della Cdu. «La Germania è frenata da una moltitudine di vincoli. L’economia ha bisogno di più libertà».
In vista dei Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali di Milano Cortina, la Polizia di Stato ha rafforzato il dispositivo di sicurezza sul territorio con un’azione congiunta della polizia ferroviaria e della polizia di frontiera. L’obiettivo è garantire ordine pubblico, sicurezza e assistenza a cittadini, turisti e spettatori diretti verso le sedi delle competizioni. Alla stazione ferroviaria di Tirano, in provincia di Sondrio, è operativo un posto di polizia ferroviaria dedicato all’evento olimpico. La Polfer ha inoltre attivato due posti di polizia temporanei nelle stazioni di Tirano e Ponte nelle Alpi, dove gli agenti svolgono controlli sui viaggiatori, vigilanza degli scali e attività di prevenzione. La Polizia di Frontiera di Tirano sarà impegnata nel controllo dei principali valichi alpini con la Svizzera. I servizi sono stati ulteriormente intensificati nelle aree di confine e nei punti strategici di accesso.









