Era l’ottobre scorso, quando a Firenze un quindicenne tunisino indagato per i reati di arruolamento con finalità di terrorismo internazionale e per porto di armi o oggetti atti ad offendere, finiva in comunità. A marzo di quest’anno gli venne concessa la messa alla prova, con conseguente revoca della misura cautelare. In realtà, il giovane non ha mai smesso di avere contatti con jihadisti, sul cellulare aveva foto di noti terroristi islamici e nei messaggi che gli agenti dell’antiterrorismo hanno trovato si diceva «pronto ad agire».
Studiava attacchi contro la città di Firenze e il Vaticano, cercava armi. Si tratta di «un soggetto pericoloso capace di commettere atti gravi, non avendo mutato le proprie pericolose convinzioni ideologiche», informano dalla questura, e può «compiere azioni di grave violenza in danno della collettività».
Per questo, il gip del Tribunale per i minorenni, Giuditta Merli, su richiesta del procuratore di Firenze, Roberta Pieri, ha disposto la custodia del tunisino nell’istituto penale minorile del capoluogo.
Il quindicenne non era affatto cambiato, la direzione centrale della polizia di prevenzione aveva segnalato alla Digos di Firenze che, fin dal giorno seguente alla revoca della misura cautelare, attraverso profili social Telegram e Tik Tok associati ad una nuova utenza che si era intestato, aveva nuovamente iniziato a interagire con account social in uso a soggetti affiliati all’Isis.
Un’altra bomba sociale lasciata libera di esplodere. Eppure, quando il 7 ottobre 2025 la Digos della questura di Firenze e la stazione dei carabinieri di Montepulciano avevano dato esecuzione alla misura cautelare del collocamento in comunità disposta dal gip per i minorenni di Firenze, Maria Serena Favilli, su richiesta del procuratore Roberta Pieri e del pm Giuseppina Mione, già era emerso un quadro altamente preoccupante riguardo alla «simpatia» per il terrorismo islamico del quindicenne arrivato in Italia tre anni fa.
L’indagine aveva preso il via nel dicembre del 2024, quando dopo la segnalazione di allontanamento da casa fatta dal padre, il giovane era stato trovato dai carabinieri mentre vagava nella periferia di Montepulciano con in tasca un coltello a scatto. L’analisi del suo cellulare, effettuata dagli investigatori dell’antiterrorismo internazionale della Digos fiorentina, evidenziò un chiaro percorso di radicalizzazione del ragazzo attraverso il Web.
In particolare, destarono sospetti le numerose ricerche effettuate online per informarsi sulla guerra ai nemici dell’islam, su vari tipi di armi utilizzati dagli affiliati al Daesh, su come raggiungere la Siria e anche su come costruire una bomba. Attraverso l’utilizzo di piattaforme di messaggistica che garantiscono il quasi completo anonimato, il tunisino aveva prestato giuramento a un «gruppo di musulmani provenienti da tutto il mondo che mirano a sostenere i nostri fratelli oppressi in Palestina, Siria e persino i nostri fratelli uiguri, in Cina», come dichiarava l’adescatore.
«Per accelerare il processo di affiliazione e accreditarsi maggiormente all’interno del gruppo, il minorenne si è reso lui stesso artefice di tentativi di arruolamento di altre persone», riferiva la polizia di Stato.
Dall’indagine infatti era emerso che nel novembre 2024 il quindicenne aveva inviato a una persona «il testo del giuramento che, per ritenersi concluso, avrebbe dovuto essere riscritto da colui che lo stava prestando, e poi condiviso con il mittente».
Sempre nel cellulare del giovane i poliziotti trovarono dei video dove, con il volto nascosto da un passamontagna, in nome di Allah minacciava di compiere gravi azioni di violenza contro i miscredenti. Ovvero noi cristiani. La minore età non poteva far abbassare la guardia, il tunisino venne messo in comunità ma sicuramente non si era mostrato interessato a processi di integrazione.
Se il gip aveva emesso il provvedimento di custodia cautelare con lo scopo di impedire il rischio di reiterazione dei reati, considerando che il minore «ha subito gli effetti di un indottrinamento di matrice terroristica in una fase delicata del suo sviluppo, con il concreto pericolo che l’indagato, intensificando la sua radicalizzazione, possa compiere atti di violenza a carattere dimostrativo e indiscriminato verso la collettività», non si comprende perché questa misura fosse stata revocata dopo così pochi mesi. Il tunisino ha proseguito «l’opera di proselitismo anche durante il regime di messa alla prova», dichiara ora il gip che ne ha predisposto la carcerazione.
«Un quindicenne straniero è stato arrestato dalla polizia di Stato a Firenze con l’accusa di terrorismo», ha postato su X il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. «Il giovane sui social era in contatto con soggetti legati all’estremismo islamico. In alcuni messaggi diceva di essere pronto a passare dalle parole ai fatti, chiedendo istruzioni sui luoghi da colpire e sulle armi da utilizzare. Il mio apprezzamento alle forze dell’ordine e agli operatori dell’intelligence che, grazie ad una consolidata capacità investigativa, sono riusciti ad assicurare questo pericoloso soggetto alla giustizia», ha così concluso il capo del Viminale.
Segnalava a marzo la Relazione annuale sulla politica dell’informazione per la sicurezza: «Dalle indagini condotte sul territorio nazionale nei confronti degli ambienti accelerazionisti, ma anche di quelli contigui all’estremismo di matrice jihadista, emerge una chiara tendenza all’abbassamento dell’età dei soggetti coinvolti. La quota dei minorenni è in costante crescita, così come è in aumento il numero di soggetti infra-quattordicenni che si posizionano anche in stadi avanzati di radicalizzazione».
Lo stiamo vedendo, sempre più preoccupati.
Può la crisi mediorientale trasformarsi in una crisi finanziaria? È ancora presto per dirlo, ciò che è certo, invece, è che la chiusura di Hormuz sta mettendo sotto forte pressione le monarchie del Golfo Persico, le cosiddette petromonarchie; che in questi mesi hanno visto le loro esportazioni energetiche dimezzarsi o praticamente azzerarsi. Eppure questi Regni rivestono un ruolo molto importante all’interno dell’economia del «dollaro», la principale valuta di riserva globale.
È soprattutto per questo motivo che quando il governo degli Emirati Arabi Uniti ha presentato una richiesta ufficiale di scambio di valute (dollari americani agli Emirati per dirham emiratini agli Stati Uniti), lo scorso aprile, il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha risposto celermente in maniera affermativa. La posta in gioco è altissima, e Washington non può permettere che i Paesi del Golfo vendano petrolio in valute diverse dal dollaro.
Il motivo è semplice, per spiegarlo al meglio, tuttavia, dobbiamo fare un salto indietro al 1974. Nel luglio di quell'anno, in un contesto segnato dalla crisi petrolifera del 1973 e dalla fine del sistema di Bretton Woods, il Segretario al Tesoro statunitense William Simon intraprese una missione diplomatica cruciale in Arabia Saudita. L'obiettivo era stabilizzare i prezzi del petrolio e, soprattutto, assicurare il dominio del dollaro nel commercio energetico mondiale. L'accordo che ne scaturì, sebbene mai formalmente divulgato nei suoi dettagli più intimi, gettò le basi per quello che sarebbe diventato noto come il sistema del «petrodollaro».
I termini essenziali dell'intesa prevedevano che l'Arabia Saudita, il maggiore esportatore di petrolio al mondo, avrebbe prezzato le sue esportazioni di greggio esclusivamente in dollari statunitensi. In cambio, gli Stati Uniti avrebbero garantito supporto militare e protezione al Regno Saudita. Ma l'aspetto più innovativo e strategicamente rilevante dell'accordo riguardava il riciclo dei petrodollari. I vasti surplus di dollari accumulati dall'Arabia Saudita grazie alle vendite dell’oro nero non sarebbero rimasti inattivi, ma sarebbero stati reinvestiti in asset denominati in dollari, in particolare in Titoli del Tesoro statunitensi. Questo meccanismo, noto come «petrodollar recycling», divenne un pilastro fondamentale per l'economia americana e per la stabilità del dollaro.
Attraverso questo sistema, i dollari guadagnati dalle petromonarchie venivano e vengono tutt'ora reinvestiti in una vasta gamma di strumenti finanziari statunitensi, che vanno dai bond governativi al mercato azionario, passando per investimenti immobiliari e acquisizioni aziendali. Questo flusso costante di capitali esteri ha avuto un impatto profondo, contribuendo a finanziare il debito pubblico americano a tassi d'interesse più bassi, sostenendo la domanda di asset statunitensi e rafforzando la posizione del dollaro come valuta di riserva globale.
Tuttavia, questo equilibrio storico sta affrontando sfide senza precedenti. La rapida risposta affermativa del Segretario Bessent alla richiesta di currency swap degli Emirati Arabi Uniti è stata infatti una mossa difensiva. Gli Emirati, pur essendo un alleato strettissimo degli Stati Uniti nell'attuale conflitto con l'Iran, hanno fatto della diversificazione economica e finanziaria una delle loro massime priorità strategiche. Un segnale inequivocabile di questa tendenza è l'adesione di Abu Dhabi al Project mBridge. Si tratta di un'iniziativa all'avanguardia, sviluppata in collaborazione tra la Banca dei Regolamenti Internazionali e le banche centrali di Thailandia, Hong Kong, Emirati Arabi Uniti e l'Istituto di Valuta Digitale della Banca Popolare Cinese. Il progetto ha portato alla creazione di un sistema di pagamento transfrontaliero digitale basato su tecnologia blockchain, che consente transazioni dirette tra le valute locali bypassando di fatto i sistemi di messaggistica tradizionali dominati dall'Occidente, come lo SWIFT, e riducendo la dipendenza dal dollaro. A giugno del 2024 anche l'Arabia Saudita si è unita a questa piattaforma, aggiungendosi al coro crescente di nazioni aperte a esplorare alternative al biglietto verde.
Se a questa infrastruttura tecnologica emergente si uniscono i dati commerciali reali, il quadro diventa ancora più complesso per Washington. Secondo i media cinesi, nel 2024 circa il 45% del greggio saudita esportato verso la Cina è stato pagato in renminbi. Siamo quindi alla tanto chiacchierata «de-dollarizzazione»? Nient’affatto, semplicemente, gli alleati americani del Golfo stanno di fatto alzando il prezzo della loro fedeltà. Attraverso queste mosse di diversificazione, stanno ricordando a Washington quanto sia cruciale il loro ruolo nel mantenere il dollaro come valuta di riserva e, di conseguenza, nel preservare il «privilegio esorbitante» americano.
A livello globale, le transazioni petrolifere condotte in valute diverse dal dollaro hanno raggiunto circa il 20% nel 2023, segnando il livello più alto da decenni. Tuttavia, questo significa che l'80% del commercio globale di petrolio è ancora saldamente denominato in dollari statunitensi. Allo stesso modo, la quota del dollaro nelle riserve valutarie globali delle banche centrali, sebbene in costante calo dal 71% registrato nel 2000 al 58% nel 2024, rimane assolutamente predominante rispetto a qualsiasi altra valuta concorrente. Insomma, è ancora presto per parlare di de-dollarizzazione.
Come si costruisce una narrazione? Esattamente così.
Partiamo dal nudo fatto. In un pomeriggio di primavera come tanti, un uomo si lancia su una inerme folla di sconosciuti con l’auto, ne travolge molti ferendoli gravemente, poi esce dalla vettura e mena fendenti con un coltello con lama da 20 centimetri che si è portato da casa, colpendo chi gli si avvicina.
Un passante coraggioso, Luca Signorelli, lo rincorre, si piglia due colpi potenzialmente fatali, ma lo blocca. Accorrono poi altri comuni cittadini, alcuni stranieri, che immobilizzano lo stragista. Si scopre che l’uomo si chiama Salim El Koudri, 31 anni, nato in Italia da marocchini, divenuto cittadino italiano a 14 anni. Laureato, ha svolto qualche lavoro. Vive con la famiglia, possiede svariati dispositivi digitali. È stato seguito per qualche tempo da un centro di salute mentale dove, però, non si è più presentato. Non ha un passato violento, ma ha mandato alcune mail minatorie all’Università di Modena e Reggio Emilia prendendosela con i «bastardi cristiani» che non gli trovano un lavoro corrispondente alle sue aspettative. Missive per cui ha anche presentato qualche scusa.
Ed ecco che accade. In un lampo, la grandissima parte dei media comincia a descrivere Salim come un malato psichiatrico. Non gli è stata fatta una perizia, ma la diagnosi la fanno i giornali: è un pazzo. Il fatto che abbia compiuto una strage con modalità teorizzare e praticate da gruppi islamisti radicali come Isis, il fatto che sia stato almeno per qualche tempo in collera con i «bastardi cristiani» non rileva. Tutto è ridotto a sintomo della sua follia. Non si attendono nemmeno le analisi dei suoi dispositivi digitali, non si considera minimamente la possibilità che sia venuto in contatto con testi di propaganda sulla Rete che potrebbero averlo per lo meno influenzato. Non rilevano, manco a dirlo, le sue origini nordafricane. Pure il gip di Modena sembra confermare questa lettura: sostiene che Salim voleva fare una strage e che tale strage non dipende da sue eventuali patologie. Però El Koudri non è considerato un terrorista e non gli si riconosce la premeditazione dell’atto.
Praticamente all’unisono, i media (soprattutto progressisti, ovviamente) forniscono di fatto questa ricostruzione. In sintesi: Salim è un italiano al 100%. Un italiano che ha dato di matto, ma fortunatamente è stato fermato da alcuni eroici immigrati. Tra cui Osama Shalaby, muratore egiziano di 56 anni che - vigliacca ironia della sorte - lo scorso anno ha chiesto di diventare cittadino italiano ma non ha ancora ricevuto risposta. A rimarcare quest’ultimo particolare della vicenda, cioè il ruolo degli eroici stranieri, provvede una nutrita pattuglia di commentatori tipo quella esibita dalla Stampa. Che, nello stesso giorno, sfodera in prima pagina tre robusti articoli. Il primo spiega perché sia giusto dare la cittadinanza agli immigrati eroi. Nel secondo, Rula Jebreal attacca la destra spiegando che Matteo Salvini vorrebbe remigrare gli stranieri che hanno fermato lo stragista italiano El Koudri. Nel terzo, la scrittrice Igiaba Scego racconta che anche il glorioso Alessandro de’ Medici era un «afrodiscendente» figlio di una schiava, come a dire che senza i migranti non saremmo niente e senza gli africani l’Europa non potrebbe godere di tanto benessere. Fine. Null’altro compare nel racconto: di problemi di integrazione non si può ragionare. Di terrorismo figuriamoci. Pazzia, solo pazzia.
Perché? Beh, è evidente. Perché chiunque - consapevole o meno - sfugga al racconto predominante deve per forza essere matto, un deviante, un errore che conferma la regola. Salim con la sua stessa esistenza contraddice la narrazione secondo cui l’immigrazione è una ricchezza di cui non possiamo fare a meno, con il suo gesto smentisce le corbellerie sulla concessione della cittadinanza quale principale strumento di integrazione delle seconde e terze generazioni di stranieri. Dunque è per forza pazzo, deviante, assurdo. Di più: è una anomalia prodotta dal nostro sistema di accoglienza. Siamo già molto accoglienti, ma dovremmo esserlo di più, se lo fossimo eviteremmo casi del genere. Oppure, in una variante più rigida: non siamo accoglienti e non siamo nemmeno attenti ai più deboli, se prestassimo più attenzione al disagio psichico, non avremmo guai.
Davvero curioso. Coloro che di solito spiegano tutto attraverso «il contesto sociale» eliminando la responsabilità individuale, nel caso dello stragista fanno eccezione: la colpa è tutta sua perché è matto. Oppure restano fedeli alla linea, ma incolpando il contesto sociale italiano che ha creato un italiano deviante.
Comunque la si giri, la narrazione va confermata: l’immigrazione è un bene, il male viene tutto dalle carenze europee e italiane, dalle destre o dall’Occidente bianco. Se qualcuno contesta scientemente questo racconto, è un pazzo o un malato, cioè un razzista o un islamofobo o uno affetto da altra patologia. Se El Koudri contesta involontariamente la narrazione con il suo agire, beh, è matto pure lui, perché non esiste che la favoletta sia smentita.
Non esiste perché il dominio del pensiero va ribadito, e non esiste perché tale dominio consiste di gestire potere e indirizzare denaro. Infatti ecco pronta Elly Schlein: «Servono più risorse per la salute mentale, ce lo chiedono anche le ragazze e i ragazzi nelle scuole e nelle università», dice il segretario del Pd, chiedendo che venga istituito lo psicologo di base (chiedendo, cioè, di assumere nel pubblico un sacco di gente che magari ringrazierà votandola).
Così funziona il pensiero unico, che è meglio battezzare pensiero prevalente. Un gruppo ristretto di auto eletti illuminati tratteggia il paradiso in Terra, che è ovviamente un paradiso artificiale senza legami con la triste realtà. Lo stesso gruppo chiarisce come questo paradiso vada raggiunto e articola un racconto che assume biblica rilevanza. Se qualcuno se ne discosta è un sabotatore, un malfattore, un pericoloso eversore. La maggioranza dei media collabora all’affermazione di tale racconto, il quale incidentalmente corrisponde all’interesse politico e economico dell’élite che lo ha prodotto.
E tutti vissero felici e contenti, in un mondo fatato di italiani terroristi e razzisti che alimentano il male perché non si rassegnano a seguire i comandamenti progressisti.
Con impettita sicumera, una certa stampa italiana ha già sentenziato che l’episodio di Modena è solo un caso di disagio psichiatrico. Colpa della società egoista che non «accoglie» come si deve.
Anche l’attentatore di Nizza del 2016 (86 morti) fu subito infilato nella categoria dei disturbati mentali (Il Fatto Quotidiano, 15 luglio 2016). Non ci furono dubbi psichiatrici, invece, per i fatti di Macerata del 2018, quando un italiano ferì a colpi di pistola degli stranieri. In quel caso il mainstream fin dall’inizio garantì, all’incontrario, che lo sparatore era perfettamente in senno ma «vicino a movimenti di destra «( Sky Tg24, 3 febbraio 2018). Insomma, ecco la verità vera: noi Italiani siamo in buone condizioni mentali, ma cattivi. Gli altri invece sono buoni, ma «disturbati».
Anche all’estero va più o meno così: nel novembre 2023 uno straniero accoltellò tre bimbe di una scuola elementare di Dublino. Una morì. Appena la notizia si sparse, la popolazione spontaneamente scese in piazza. La notizia della bimba uccisa fini in secondo piano. Per la stampa mainstream irlandese erano cosa infinitamente più grave le «tensioni alimentate dalla destra xenofoba». L’ammazzatore di bambini? Solo un «disagiato», of course. Attentati. Islam. Immigrazione. Re-migrazione. Fermiamoci qui. Tiriamo fuori dalla memoria una cosa italiana di qualche mese fa: «Le bande di migranti mai integrate … sono la prova del fallimento del progetto multiculturale … è il momento di scegliere da che parte stare … Francia, Svezia, Germania, Paesi Bassi, Belgio e molti altri Paesi sono ormai sul punto di essere composti in gran parte da migranti, è giunto il momento di reagire e combattere, una parola sola: agire! ». Sarebbero queste le frasi per le quali l’attivista Andrea Ballarati (24 anni, organizzatore del Remigration summit il 17 maggio 2025), è stato rinviato a giudizio a Como per violazione della legge Mancino, che proibisce l’incitamento all’odio razziale. La notizia è del 16 febbraio di quest’anno. È possibile che nelle carte ci sia qualcosa di più che non semplicemente le frasi citate. Ove fossero solo quelle (ma lo crediamo inverosimile), facciamo qualche riflessione: con il termine «re-migrazione» si intende l’avvio di una procedura di espulsione in massa di stranieri irregolari dal nostro Paese. Si tratta di una esigenza ormai avvertita disperatamente da milioni di famiglie in tutto l’Occidente. Da quel che si legge, l’attivista si è fatto carico di creare un gruppo politico specificamente dedicato allo scopo.
Come sempre succede quando si contestano penalmente delle attività di propaganda, il processo coinvolge la libertà d’opinione, difesa dalla Costituzione, ma anche da una sterminata serie di leggi e convenzioni internazionali. Sull’altro versante, anche la propaganda dell’odio è proibita da leggi e convenzioni internazionali: in Italia, per esempio, è la legge Mancino del 1993, e prima ancora la legge Scelba, a vietare la propaganda di idee fondate sulla superiorità etnica, razziale o religiosa. I valori tutelati sono - si dice - la dignità, il diritto alla memoria, il diritto alla non discriminazione et similia; ma il guaio è che si tratta di concetti così elastici e storicamente fluttuanti che la loro esatta definizione è di fatto rimessa alle singole sentenze, che devono farsi carico di definire ove finisca l’odio e dove cominci la libertà di pensiero e di azione politica e perfino di religione. La questione riemerge periodicamente: su altro versante,
Il problema si pose ad esempio con il famoso Ddl Zan, che voleva potenziare i cosiddetti diritti Lgbt (eccetera) censurando malamente il pensiero difforme. Al Ddl Zan si oppose la stessa Cei, affermando che approvare quella legge significava «introdurre un reato di opinione. Ciò limita di fatto la libertà personale, le scelte educative, il modo di pensare e di essere, l’esercizio di critica e di dissenso» (Il Fatto Quotidiano, 10 giugno 2020). In genere, reati di questo tipo puntano a sanzionare non tanto l’abuso dei mezzi mediatici, ma proprio la divulgazione di determinati concetti intellettuali che la legge ritiene aggressivi in sé di maxi valori morali ed etici. Che quei contenuti producano danni effettivi è irrilevante. Sono vietati comunque.
II fatto è, però, che il profluvio di aggettivi e avverbi con cui sono scritte queste norme (legge Mancino e simili) non vale a dare un significato concreto ai valori tutelati. E la mancanza di significati univoci produce dubbi a cascata: cosa vuol dire «propaganda d’odio»? Credere in una differente categoria di valori morali è un reato di odio o rientra nella normale dialettica delle idee contrarie e opposte? è propaganda d’odio tentare di governare le infornate costanti di masse di individui non identificabili, poi destinati a vivere ai margini del mercato del lavoro, con rischi evidenti per l’ordine pubblico? O pensare che le violenze di immigrati di terza e quarta generazione siano la prova provata di una irredimibile differenza culturale e antropologica che non può essere rimossa con generiche omelie buoniste? Oppure, sul versante dei cosiddetti «valori» Lgbt (eccetera), è reato d’odio rifiutarsi di concepire terzi, quarti e quinti sessi oltre quelli naturali ? O considerare deleteria la propaganda Lgbt nelle scuole? O considerare l’aborto in contrasto con la morale e la cultura cristiana? O credere in una famiglia fatta di un normalissimo papà e di una normalissima mamma? E se questo è odio, allora qualcuno ci dica esattamente cosa ci è consentito dire o pensare, perché di sicuro quelle leggi non ce lo dicono.
La materia è scivolosa: la minaccia penale, quando è in ballo la libertà di opinione, rischia di essere un rasoio impugnato dalla parte della lama. Tanto più che l’articolo 21 della nostra Costituzione o il Primo emendamento della Costituzione Usa o i tanti trattati e proclami sulla libertà di opinione, ad altro non servono se non a tutelare il dissenso politico, cioè «l’unico diritto che conta» , come diceva Rosa Luxemburg: «il diritto di pensarla diversamente». Se così è, la minaccia penale asfissiante rischia solo di essere una spinta al pensiero uniformante e dogmatico. Ed è tutt’altro che una ipotesi: nel 2023 alcuni parlamentari italiani annunciarono una proposta di legge contro i cosiddetti «negazionisti climatici», prospettando il gabbio per scienziati come Antonino Zichichi, Carlo Rubbia e Franco Prodi («Bonelli: ora una legge contro i negazionisti climatici», Avvenire dell’1 luglio 2023). Altrove, è spuntata perfino l’idea di introdurre il concetto di «negazionismo economico» (la rivista bocconiana Eco, maggio 2024). Ma i «negazionismi» sono davvero un male o non piuttosto un lievito salutare per la ricerca scientifica, storica ed economica? Prima di rispondere, procuratevi un avvocato.
Torniamo al processo penale: al crocevia della legge Scelba (divieto di ricostituzione del partito fascista) e della legge Mancino (divieto di propaganda di odio) abitano dei reati cosiddetti «di pericolo», che rientrano un po’ tutti nella categoria dei reati di opinione. Una recentissima sentenza della Cassazione a sezioni unite, del 2024, ha stabilito che in questi casi è solo il singolo giudicante che deve valutare l’effettiva sussistenza del pericolo. Insomma: non basta avere delle posizioni sgradite. Occorre che siano «effettivamente» pericolose, cioè che possano creare davvero i presupposti dell’azione violenta. La sentenza è una boccata di ossigeno ed un po’ ci protegge dalle sfuriate dell’inquisizione pagana, Lgbt o green che sia, ma - come si vede - la palla è sempre nel campo del singolo giudice. Con risultati paradossali: in materia di legge Scelba, per esempio, che punisce il «pericolo» di ricostituzione del partito fascista, si registrano cose amene. Per un raduno milanese di militanti in pubblico si è fatto un processo.
Risultato: i manifestanti che avevano chiesto il rito abbreviato sono stati condannati (2018) e quelli che, invece, avevano optato per il giudizio dibattimentale sono stati assolti (2019). Le motivazioni? Uguali e opposte. In pillole: la prima sentenza condanna perché la manifestazione era «pubblica »; la seconda assolve perché la manifestazione era pubblica, ma «c’era poca gente». La manifestazione era esattamente la stessa. Tot capita, tot sententiae. Decide il singolo giudice caso per caso. Non il legislatore per tutti i casi. Ma il giudice è solo un uomo immerso nel mondo dell’uomo e, come tutti, ha il suo personale bagaglio intellettuale, fatto di giudizi e di pre-giudizi. Un bel problema, specie di questi tempi, in cui un certo correntismo giudiziario non si cura nemmeno più di nascondere la sua precisa scelta ideologica (referendum docet).
Insomma : lasciare che ciascun giudice sia arbitro in terra del Bene e del Male, che disegni ogni volta i confini di una cosa così incommensurabilmente importante come la libertà di opinione, è una soluzione rischiosa. Ma il panorama normativo è quello che è, e delega alla magistratura compiti che forse sarebbero più adatti al legislatore. Conclusione: con le leggi «anti-odio» e i conseguenti processi ci dovremo fare l’abitudine, visto che le tensioni vanno a crescere. Immigrazionismo fuori controllo, radicalismo islamico, tensioni sociali, conflitti culturali e religiosi e politici. Il processo al ventiquattrenne Ballarati per istigazione all’odio va, quindi, seguito attentamente. Non è il primo e non sarà l’ultimo. Se si tratta solo delle frasi che dice lui, quel processo sarà un interessante laboratorio per stabilire quali siano in Italia i confini della libertà di opinione in tema di immigrazione.
Intanto - mentre scriviamo- registriamo che due delle vittime di Modena hanno perso le gambe. Brutta cosa, ma c’è di peggio. Vuoi mettere le sofferenze inaudite del macellatore, affetto da «disturbo schizoide» per colpa del Servizio sanitario nazionale che non lo aveva guarito o della università locale che non gli dava lavoro? Insomma, le vittime si mettano l’anima in pace: così vanno le cose nel mondo post democratico del 2026. A chi non gli sta bene, peste lo colga.










