Il Fronte di Liberazione dell’Azawad (Fla) e il Gruppo di sostegno all’Islam e ai musulmani (Jnim) non avevano mai formalizzato pubblicamente la loro cooperazione. La svolta è arrivata il 25 aprile, quando le due formazioni hanno annunciato di fatto la loro alleanza attraverso un’offensiva coordinata su larga scala contro numerosi centri strategici del Mali. Entro il 27 aprile, Kidal risultava sotto il controllo del Fla, mentre il Jnim aveva colpito uno dei principali pilastri del potere militare di Bamako: il ministro della Difesa Sadio Camara, ucciso in un attentato suicida contro la sua residenza a Kati, alle porte della capitale. L’esplosione che ha devastato la villa del ministro ha provocato anche gravi danni alla moschea adiacente, come documentato da immagini satellitari. Nell’attacco hanno perso la vita anche una delle mogli di Camara e diversi membri della sua famiglia, circostanza confermata con ore di ritardo dalle autorità. Il governo ha reso omaggio al generale proclamando due giorni di lutto nazionale, una misura simbolica che difficilmente basterà a colmare il vuoto lasciato ai vertici della giunta guidata da Assimi Goita.
A partire da sabato, la coalizione jihadista guidata dal Jnim, affiliato ad al-Qaeda, insieme alle milizie del Fla — che riuniscono gruppi tuareg e arabi — ha ampliato l’offensiva conquistando, totalmente o in parte, diverse città sottraendole al controllo dello Stato maliano e dei suoi alleati russi. Si tratta della più vasta operazione militare dal 2012, quando le forze qaediste e i ribelli presero il controllo dell’intero nord del Paese, innescando l’intervento francese. Gli attacchi sono stati lanciati quasi simultaneamente su più fronti: spari ed esplosioni sono stati registrati dalle aree prossime a Bamako fino a Kidal, nel profondo nord. Le milizie hanno combinato assalti convenzionali con tattiche avanzate, impiegando autobombe e droni kamikaze per aumentare l’efficacia dell’azione.
Nel nord, le operazioni congiunte si sono concentrate su Kidal e Gao. La prima è stata rapidamente conquistata, mentre nella seconda la situazione resta fluida: le forze governative e i mercenari russi si sono rifugiati in ex strutture ONU, resistendo all’avanzata. Non mancano voci, al momento non verificate, su possibili contatti tra i contractor russi e i ribelli. Nel centro e nel sud del Paese, l’iniziativa è stata invece condotta dal solo Jnim. I jihadisti hanno colpito obiettivi sensibili a Kati e Bamako, inclusi l’aeroporto e diverse installazioni militari. Attacchi sono stati segnalati anche a Senou, nella regione di Koulikoro, mentre la principale arteria tra Bamako e Sikasso sarebbe stata interrotta. Nel Mali centrale, Mopti e Sevare risultano oggi divise tra le forze governative e i gruppi armati. Sebbene formalmente sotto il controllo statale, queste aree sono da tempo soggette all’influenza del Jnim, che ha imposto sistemi paralleli di tassazione, blocchi economici e l’applicazione della Sharia.
Kidal, storica roccaforte tuareg, era rimasta sotto il controllo delle fazioni ribelli dopo gli Accordi di Algeri del 2015. Tuttavia, nel novembre 2023, l’esercito maliano, sostenuto dai mercenari russi del Gruppo Wagner — oggi riorganizzati nel cosiddetto Corpo Africa — aveva riconquistato la città. Proprio da quella fase è emerso il Fla, nato per coordinare le forze ribelli del nord. Gao, invece, era tornata sotto il controllo di Bamako già nel 2013 grazie all’intervento franco-maliano. Nonostante ciò, l’area resta strategica e contesa.Le dichiarazioni diffuse dai due gruppi confermano la collaborazione: il Jnim ha rivendicato attacchi diretti fino alla capitale e il controllo di diverse città, mentre il Fla ha annunciato la conquista totale di Kidal e parziale di Gao, ribadendo l’alleanza operativa. Entrambe le organizzazioni hanno criticato apertamente il legame tra Bamako e Mosca, anche se il Jnim ha invitato i combattenti russi a non intervenire direttamente. L’offensiva apre interrogativi profondi sul futuro del Mali. Il Paese rischia di cadere sotto l’influenza di una coalizione che include la principale emanazione di al-Qaeda nell’Africa occidentale? E quale equilibrio potrebbe emergere tra jihadisti e gruppi ribelli non islamisti? Il Fla accetterà l’imposizione della Sharia? E quale sarà il destino delle diverse comunità civili, della presenza dello Stato Islamico nel nord e dell’influenza russa?
Al momento non esistono risposte definitive. È però evidente che l’operazione mira a mettere sotto pressione la giunta militare, dimostrando la capacità dei gruppi armati di colpire ovunque, anche nelle aree più protette. Oltre all’aspetto militare, l’offensiva ha un forte valore simbolico: la sua ampiezza punta a delegittimare il potere centrale, evidenziandone la fragilità. Da anni il Jnim esercita un controllo di fatto su ampie porzioni del territorio, soprattutto nel centro e nel sud, imponendo blocchi, tasse e una propria amministrazione, fino a ostacolare i rifornimenti di carburante diretti a Bamako. Negli ultimi mesi, la pressione è aumentata, con attacchi sempre più frequenti e penetranti verso il sud del Paese. Resta da capire se questa offensiva lampo sia destinata a provocare il crollo della giunta, favorire un golpe interno o costringere Bamako a negoziare. Ciò che appare certo è che l’autorità dello Stato maliano si trova oggi in una fase di estrema debolezza. La scelta di sostituire i partner occidentali con i mercenari russi non ha garantito stabilità. Anzi, secondo alcune stime, le forze governative sarebbero responsabili di un numero di vittime civili superiore a quello dei jihadisti, un fattore che potrebbe spingere parte della popolazione a considerare i gruppi armati come alternative più efficaci. Il confronto tra lo Stato e la coalizione ribelle entra così in una fase decisiva, destinata a ridisegnare gli equilibri del Mali nel prossimo futuro.
Caro Calenda, le scrivo questa cartolina perché la vedo dappertutto e non potevo accettare che non fosse anche qui. Da sempre prezzemolino acido della politica, negli ultimi tempi ha accentuato ancor di più il suo frenetico attivismo: stasera, per dire, è in scena a Napoli (con Gentiloni), domani a Bologna (con Prodi), mercoledì a Genova (con Silvia Salis). Quasi una campagna elettorale anticipata, seppur mascherata dietro la presentazione del libro. Che s’intitola: Difendere la libertà, ma si traduce: Difendere il seggio. Far politica, si sa, è un impegno molto duro. Ma è pur sempre meglio che lavorare.
La sua carriera politica è da sempre un’ascesa continua sulla scala degli insuccessi. Ha fondato Italia Futura con Montezemolo, ed è fallita. È entrato in Scelta Civica, ed è fallita pure quella. È entrato nel Pd proclamando: «Non serve un nuovo partito», poi se ne è uscito fondando un nuovo partito. Si è candidato come sindaco di Roma e ha perso. Si è alleato con Renzi e ci ha litigato. Si è alleato con Emma Bonino e ci ha litigato. Ha preso a bordo di Azione Mariastella Gelmini e Mara Carfagna e poi loro se ne sono andate. Memorabile la sua intervista del 14 settembre 2024: Gelmini non esce dal partito. Poche ore dopo l’annuncio che Gelmini era uscita dal partito. Si sa, quando uno capisce la politica, non sbaglia mai.
Infatti lei, forte dei suoi fallimenti, continua a impartire lezioni a tutti. E a litigare. Ormai è un format, l’incredibile CalendHulk contro tutti. Salvini? «Un prosciutto». Emiliano? «Una sega». Boccia? «Inetto». Renzi? «Ridicolo». Conte? «Incapace». Ha dato del bugiardo all’economista Jeffrey Sachs, del cafone all’ad di Enel Flavio Cattaneo, del traditore a Roberto Vannacci, si è scontrato con Marco Travaglio, ha attaccato i bilanci del Fatto Quotidiano, ha litigato con l’ex governatore Francesco Storace, con l’ex ambasciatrice Elena Basile e con l’ex Iena Ismaele Lavardera. Ci manca solo l’ultima lite: quella con sé stesso. L’ex intelligente.
In effetti da un po’ non appare lucidissimo. «Impossibile non allearsi con i 5 stelle» disse nel febbraio 2024, dopo le elezioni in Sardegna. Il giorno dopo li definì: «Populisti, trasformisti e incapaci». Strana alleanza. Qualche mese dopo in tv confuse la Sicilia con la Sardegna, ma che ci volete fare? Capita a quelli bravi. Così si è dimenticato anche di quello che diceva da viceministro e ministro («Quello fra Italia e Russia è un rapporto profondo, da molti anni, ora dobbiamo migliorarlo») e ormai vede putiniani dietro ogni cespuglio. È arrivato a dire che gli ucraini hanno fatto bene a far esplodere il gasdotto North Stream, inaugurando così la nuova fase del suo partito, ormai ribattezzato Azione Tritolo. Parola d’ordine: moderatismo e sabotaggi. Per non dimenticare la nuova linea politica, non confidando più sulla sua mente, è stato costretto ad affidarsi al corpo: perciò si è fatto tatuare il simbolo dell’Ucraina. L’hanno presa molto in giro per questo, ma noi la capiamo: meglio mettersi un tridente sul polso, prima che a qualcuno venga voglia di metterglielo altrove.
Una volta si diventava dipendenti dalle sostanze psicotrope. Oggi si diventa dipendenti dallo smartphone. Eseguendo un sillogismo, ne deriva che lo smartphone agisce come una sostanza psicotropa. Infatti è vero e poi vedremo perché. Ma prima, breve parentesi. Cos’è il sillogismo? Il sillogismo è un ragionamento deduttivo teorizzato da Aristotele. Si esplica con tre proposizioni.
Una premessa maggiore, una premessa minore e, assodate queste premesse, una conclusione deduttiva. Il più famoso esempio di sillogismo è il seguente: Tutti gli uomini sono mortali (questa è la premessa maggiore). Socrate è un uomo (questa è la premessa minore). Socrate è mortale (questa è la conclusione, caratterizzata dalla sua necessarietà appurata la verità delle premesse). Va detto che c’è anche chi dipende sia dalle sostanze, sia dallo smartphone, tuttavia tutti o quasi dipendono sicuramente dallo smartphone per lo stesso motivo per cui alcuni dipendono dalle sostanze. Si chiama smartphone addiction, in italiano dipendenza dallo smartphone, o nomofobia, paura di restare senza smartphone, e per capire quanto sia diffusa basta lasciare il proprio smartphone, appunto, e guardarsi intorno: sui mezzi pubblici, passeggiando in strada, in attesa di entrare a visita dal dottore, al ristorante. Intorno a voi vedrete che la maggior parte delle persone, a volte tutte, sono chine a guardare il proprio smartphone o ce l’hanno in mano anche se non lo guardano, o accanto se sono seduti a un tavolo. Un po’ come la palla al piede del prigioniero incatenato.
Come è successo? Il telefono cellulare è entrato nelle nostre vite per permetterci di - attenzione - telefonare fuori casa. Poi, in pochi anni, è diventato altro, una sorta di nostro clone elettronico tanto che ormai ci sono anche le app come Io, l’app dei servizi pubblici sulla quale si ricevono comunicazioni e notifiche ufficiali da parte degli enti pubblici e, in generale, ogni ufficio che prima era solo fisico ora ha anche una app su smartphone o almeno un sito internet da consultare per lo più tramite smartphone, perché non tutti hanno il computer, ma tutti hanno uno smartphone.
Un po’ come quando diamo un dito a qualcuno che poi si prende tutto il braccio, da apparecchio telefonico questo mattoncino che ci portiamo dietro da un quarto di secolo, per chi aveva il cellulare che permetteva solo telefonate e sms a inizio del secondo millennio, è diventato un polo che soprattutto con la sua evoluzione a smartphone con lo schermo grande e connessione ad Internet ha accentrato tutto. Possedendo uno smartphone si può non possedere più: un telefono e un numero di telefono domestici; un computer, personal computer, notebook e tablet che sia; un televisore; un calendario; un orologio; una sveglia; un’agenda; una rubrica; un bloc notes e una penna; libri; dvd o, prima, videocassette; cd musicali o, prima, dischi e musicassette; giochi da tavolo; fotografie e album fotografici; aggiungiamo, in finale, una vita reale e non digitale e una socialità, perché sono molte le persone che vivono solo virtualmente e socializzano soltanto tramite i social network. Abbiamo fatto come Oscar Wilde quando, nel romanzo Il ritratto di Dorian Gray, ideò che a seguito di un patto col demonio il ritratto di Dorian Gray invecchiasse al posto di Dorian. Noi abbiamo permesso, in un certo senso, che lo smartphone vivesse al posto nostro, vampirizzando sempre di più le nostre esistenze reali ed espandendosi, talvolta viene da pensare come un virus, in uno spazio, la nostra vita, che prima era solo nostra e nella quale gli oggetti erano oggetti e non strumenti che ci dominano e decidono al posto nostro. Questa (programmata per guadagnare) intrusività dello smartphone è ciò che ci ha reso dipendenti e che bisogna ribaltare, ricordandoci che noi dobbiamo essere i soggetti che dominano gli oggetti come lo smartphone e non il contrario. Essere oggetti in mano alla soggettività dello smartphone, esattamente come accade per le droghe, vuol dire essere in loro balia, esserne dipendenti.
E questo non va bene. Sempre più persone controllano compulsivamente lo smartphone, aumentano ogni giorno di più il tempo che ci passano attaccati, sottraendolo al resto.
Non sembri azzardato il parallelo tra droghe e smartphone. La dipendenza da smartphone si manifesta come nomofobia, che significa paura di restare senza lo smartphone. Questa paura persiste e ci governa, nonostante sia già chiaro che abbiamo già dato troppo di noi allo smartphone: conosciamo gli effetti nefasti dell’uso del cellulare prima di dormire, a causa della luce blu e della stimolazione intellettiva, eppure continuiamo ad usarlo. Sappiamo del tech neck, i problemi al collo che possono sfociare anche in problemi di postura e ulteriori conseguenze più gravi e più estese, eppure continuiamo a star supini, a sedere e camminare con la testa inclinata anche a 90 gradi sullo schermo che ci rapisce come le gorgoni, in particolare Medusa, rapivano chi malauguratamente le guardava negli occhi. Sappiamo, ci rendiamo conto del fatto che il cellulare ci inchioda a sé impedendoci di fare altro e quindi causa una sedentarietà, che già è negativa di per sé, figuriamoci se diventa la modalità in cui viviamo tutto il tempo che abbiamo libero dal lavoro, come purtroppo accade ormai nell’epoca dello smartphone, eppure continuiamo a sprecare il nostro tempo guardando i social sullo smartphone, per esempio, invece di farci una bella passeggiata nella natura, magari. Percepiamo difficoltà a concentrarci, calo della motivazione, stanchezza, irritabilità, anedonia (incapacità o difficoltà di provare piacere), da quando lo usiamo massivamente, eppure continuiamo.
Perché succede? Perché siamo dipendenti. La dipendenza da qualcosa, infatti, è proprio questa. Essere consapevoli, razionalmente o anche soltanto inconsciamente, di star facendo qualcosa che non ci fa bene, ma non riuscire a smettere di farla. Bambini e adolescenti, poi, sono ancora più a rischio, perché non hanno nemmeno conosciuto un mondo in cui lo smartphone semplicemente non esiste. Gli adulti, almeno, possono ricordarlo e ripristinarlo più facilmente.
La dipendenza da smartphone è pari a quella dal gioco d’azzardo, dall’alcol, dallo shopping, dal sesso, dalle droghe pesanti e leggere, dal cibo ecc., perché si basa su simili processi neurobiologici. Lo smartphone, infatti, attiva il cosiddetto sistema di ricompensa del cervello. Si tratta di meccanismi neurali dipendenti dal rilascio di dopamina, un neurotrasmettitore collegato alle sensazioni di piacere e motivazione. Lo smartphone funziona come se fosse una slot machine. Aprire le notifiche appena comunicate di Whatsapp, di Facebook, di Instagram, di X ecc., come anche entrare dentro questi social network e, come si dice, scrollare cioè far scorrere la home page per caricare i nuovi post, ma anche semplicemente aprire un sito di news alla ricerca di nuove notizie ci fa sentire come quando tiriamo la leva della slot machine o guardiamo gli abiti appesi allo stand mentre facciamo shopping: produciamo dopamina e proviamo piacere. In passato, le notizie ci arrivavano ad orari precisi: quelli del radio e telegiornale, tre volte al giorno. A livello giornalistico, compravamo il giornale al mattino e lo leggevamo nel corso della giornata. Rari, e dedicati a quanto avvenuto durante il giorno, erano i giornali della sera. Il nostro «aggiornamento» col mondo avveniva insomma al ritmo di manciate, più o meno abbondanti, di ore. E sentivamo i parenti al telefono ogni tanto, nessuno passava la giornata a telefonare. Ora abbiamo bisogno di aggiornamenti continui e stiamo continuamente a mandare vocali e messaggi, in contemporanea, a chiunque, col risultato di essere come in una telefonata collettiva (prima impossibile) e continua, quasi h 24. E siamo diventati dipendenti da questo ritmo continuo. Stiamo sempre col telefono in mano passando da una app all’altra, cercando novità, che siano notizie, messaggi, aggiornamenti di status degli amici o delle pagine social che seguiamo. Perché lo facciamo? Quella che è stata definita «l’incertezza del cosa troverò» determina un rilascio di dopamina già solo perché il cervello pensa alla cosiddetta ricompensa rappresentata dalla notifica, dall’aggiornamento social, dal messaggio, dalla notizia. Si chiama meccanismo di anticipazione della ricompensa ed è alla base di tutte le dipendenze. Il cervello, infatti, a un certo punto va cercando come un tossicodipendente la sua droga quella ricompensa, perciò prendiamo in mano lo smartphone e apriamo le app e scrolliamo e scrolliamo e scrolliamo. La notifica di un commento ad un nostro post social, come lo scrolling, attivano la nostra ricerca della gratificazione. La nostra mente, infatti, registra il legame tra rilascio di dopamina e notifica o nuovo contenuto che ci entusiasma trovato scrollando ed è questa «memoria» e la possibilità di ottenere nuova dopamina, la cosiddetta anticipazione della ricompensa, che ci induce a controllare compulsivamente il telefono per ripetere la sensazione.
Come, precisamente, diventiamo dipendenti? Tramite l’esposizione prolungata e ripetuta a un eccesso di stimolazione digitale che è quello che subiamo interagendo con lo smartphone e le sue mille app tutte insieme: questa sovrastimolazione induce il cervello a ridurre la produzione di dopamina naturale e a fargliela però poi cercare nelle esperienze digitali, in maniera sempre più «accanitamente» dipendente. Si tratta di un meccanismo crescente e apparentemente paradossale: il cervello la prima, la seconda, la terza volta che interagisce con uno smartphone è distaccato, poi, dopo un po’ di esposizioni all’iperattivazione dopaminergica digitale, riduce la sensibilità dei recettori, allo scopo di proteggersi dall’iperattivazione, ma così facendo non riesce più ad attivare i recettori da solo e va ricercando l’attivatore artificiale, lo smartphone. Si chiama desensibilizzazione dopaminergica: la desensibilizzazione alla dopamina - anche detta downregulation - consiste in questa indotta diminuzione della risposta dei recettori cerebrali D2 a seguito di una stimolazione eccessiva e continua, causata da attività come uso sempre più intenso di smartphone e app su smartphone, dai social media a quelle di gioco passando per tutte quelle che riguardano temi che danno soddisfazione immediata, pornografia in primo luogo. Per ovviare, il corpo cerca «dosi» di stimolo non naturale della dopamina sempre più frequentemente e ogni «dose» di dopamina ottenuta così soddisfa meno e meno a lungo. Esattamente come è per le droghe, alla fine si usa lo smartphone non per trarne effettivo piacere, ma per ovviare agli effetti collaterali della dipendenza instaurata, sempre più spesso, con sempre maggiore ansia. Quando prendete lo smartphone in mano alla ricerca di qualcosa siete, siamo, semplicemente in astinenza. La dipendenza da smartphone, poi, può essere più marcata in presenza di condizioni psicologiche più delicate, come, per esempio, l’Adhd. Ecco perché va conosciuta e combattuta.
Patrizia Cirulli, milanese, genitori con origini veneto-pugliesi, è una cantautrice originale e raffinata. Le sue creazioni sono frutto di ispirate ricerche personali. È stata quattro volte finalista al premio Tenco e per tre volte ha vinto il premio Lunezia. In un programma su Rai2 Lucio Dalla notò la sua voce, definendola «insolita e straordinaria». Autrice di musica, ha firmato cinque album, tra i quali uno che riscopre un Lucio Battisti poco conosciuto e un altro in cui ha musicato brani di Eduardo De Filippo. L’ultimo, edito da Egea Music, in fisico e in digitale, è Il visionario, reinterpretazione di L’infinitamente piccolo di Angelo Branduardi, raccolta di testi di Francesco d’Assisi e della tradizione francescana. Nel suo prossimo lavoro ascolteremo anche parole sue.
Patrizia, eri una bambina introspettiva e come si è originato il tuo interesse per musica e poesia?
«Ero una bambina introspettiva, riservata. L’interesse per la musica è nato già a 3-4 anni, alla scuola materna. Feci in modo di farmi ritirare dall’asilo perché volevo stare a casa, giocare con i dischi, i miei giocattoli preferiti, e la musica. L’interesse per la poesia è venuto dopo, ma di conseguenza».
La professione svolta dai tuoi genitori?
«Se ne sono andati giovani. Mamma aveva fatto la parrucchiera e da quando siamo nati noi, casalinga. Papà commerciante».
Com’è nato Il visionario, dove musichi e canti testi di Francesco d’Assisi?
«È successo in modo un po’ misterioso perché ho sempre stimato Branduardi e anche questo album. Era circa il 2019 e per gioco, in casa, ho preso la chitarra iniziando a fare Il sultano di Babilonia e la prostituta. Pensai “che bello”, una versione un po’ rallentata, come tendo a fare. L’idea di fare un disco rimase lì. Poi ho conosciuto Mimmo Paganelli, il discografico di Branduardi. Nell’agosto 2023, ecco la parte un po’ misteriosa, continuavano a canticchiare dentro di me canzoni di quell’album a ogni ora del giorno, soprattutto Audite poverelle. Presi coraggio. Per caso, anche se il caso non esiste, dopo qualche giorno abbiamo incontrato Branduardi a un concerto, chiedemmo il permesso e lui rispose “ne sarei onorato”».
Francesco d’Assisi. Nel 2026 ottocento anni dalla morte. Un mistico e un applicatore del cristianesimo. Il suo messaggio potrebbe cambiare le esistenze ma non all’acqua di rose?
«Credo che mettersi in ascolto del messaggio di Francesco, che è quello di Cristo, sia ancora oggi necessario. Lui è stato un essere umano come tutti noi e affinché non sia una cosa all’acqua di rose, come dici tu, bisogna un po’ aprire il cuore, con la volontà nostra di mettere in atto piccole cose quotidiane. Secondo me Francesco è un grande esempio della possibilità del cambiamento».
Abbandonò in piazza le sue vesti, si denudò. Se oggi qualcuno lo facesse?
«Questo è un grande gesto. Lo facessi io oggi mi ricoverano, mi portano via. Potremmo dire che il confine tra l’equilibro mentale e la santità è vicino. C’è da dire che erano altri tempi ma bisogna comprendere il suo gesto simbolico, di grande valore, anche plateale, oggi non posso rifarlo, ma cosa imparo? La sua decisione, la sua coerenza, la rinuncia alla sua famiglia, ma illuminato da una luce divina».
Se tornasse un messia esattamente con le stesse caratteristiche divine di Gesù, quale sarebbe secondo te il suo destino? Internato in una struttura psichiatrica?
«Siccome viviamo in una società molto razionale, tra virgolette molto “scientifica”, se oggi tornasse un messia che facesse i miracoli, magari sarebbe studiato in modo approfondito da questi scienziati, ma rimarrebbero tutti scettici. Infatti la fede non è questione che passa attraverso la scienza. Chi crede non ha bisogno di “vedere”. Dieci giorni fa sono andata a fare un concerto in Abruzzo con il repertorio di Francesco nella bellissima abbazia di San Giovanni in Venere, vicino a Chieti, e il giorno prima a Lanciano, dove c’è stato il primo miracolo eucaristico, un’ostia lì da secoli. In analisi recenti hanno visto che c’è tessuto cardiaco umano, un padre mi ha detto “è un segno, ma noi credenti non abbiamo bisogno di vedere” e per chi non crede non cambia nulla… Tornando alla tua domanda, se arrivasse il messia oggi probabilmente lo porterebbero in un ospedale psichiatrico…».
Massimo Cacciari, non credente, studioso di Francesco, ha fatto notare che il Cantico delle creature è stato ridotto a messaggio quasi folkloristico, il santo che parlava con gli uccellini…
«Il messaggio di Francesco non è ambientalista o ecologista. È vero che amava la natura ma il Cantico delle creature è una lode a Dio attraverso i suoi elementi, per cui è Dio che si rispecchia nelle sue creature e quindi è un ringraziamento all’Altissimo».
La lode di nostra «sorella morte corporale», nocciolo della spiritualità francescana e del cristianesimo. Tuttavia spesso si fa di tutto per rimuovere questo pensiero e non è un atteggiamento cristiano…
«Vero. Francesco è stato il primo ad affrontare in questo modo il tema della morte, conseguenza naturale dell’esistenza. La natura stessa ce lo insegna. Vita-morte-rinascita. È un passaggio. Per Francesco anche la morte è una creatura, una sorella. La morte è ancora un tabù nella società di oggi. Poi ci insegnano che Cristo è risorto, una comunicazione profonda. Certo che la morte non deve diventare il problema della tua esistenza, non devi avere paura di morire».
Canti Audite poverelle, poesia di Francesco indirizzata a santa Chiara e alle sue consorelle. «Non guardate alla vita fora / Quella dello spirito è megliora». Una donna oggi, comunemente, vive in un contesto materialista e competitivo…
«Nel femminile, è evidente che Chiara ha fatto quella scelta consapevole di vita. La frase che hai citato mi emoziona, è magistrale. Io, certo, vivo in questa società, ma cerco di coltivare questo filone interiore e come disse qualcuno diventare “nel mondo senza essere del mondo”. Ci provo. Certo che il modello femminile proposto oggi è diverso, per quanto serva tener conto che storicamente le donne sono state spesso represse ma questo non significa che debbano andare contro sé stesse».
Dal punto di vista sentimentale sei in una relazione?
«Non mi sono mai sposata. Ho un compagno. Ma coltivo questo mio giardino, quello della spiritualità».
Secondo te tra Francesco e Chiara potrebbe esserci stato un principio di amore sentimentale nel senso tradizionale del termine?
«Io non credo. Credo che si siano voluti molto bene. C’era tra l’altro molta differenza di età. Credo si siano riconosciuti, erano anime sorelle, non gemelle. Tra l’altro un amore fraterno, che dura tutta la vita, talvolta può essere migliore di uno passionale».
Come descriveresti la figura di Angelo Branduardi?
«Originale, grande musicista e violinista, questa sua ricerca della poesia, come l’album dedicato a Yeats. Lo stimo molto».
L’album E già di Lucio Battisti, che hai riletto nel tuo Qualcosa che vale. Come potrebbe essere stata la spiritualità di Battisti?
«Ho rifatto quest’album in chiave acustica perché era il primo Battisti senza i testi di Mogol, firmati da sua moglie e da lui. In quell’album ho visto una ricerca spirituale, anche nella meditazione, forse fece uno studio anche a livello di cultura orientale, il brano Rilassati e ascolta sembra un mantra».
Mistero. «Che mistero è la vita / Che mistero sei tu / io ti avevo definita / Ma mi sbagliavo, in te c’è molto di più / Sei profonda / Sei vitale / Non sei mai banale / Io mi ero lasciato affascinare da quel tipo di intellettuale / appariscente / che in fondo non valeva niente».
«Evidentemente aveva avuto a che fare con un tipo intellettuale che all’apparenza sapeva molto ma potrebbe essersi accorto che, da un punto di vista emotivo, non era così ricco… E poi nel brano Scrivi il tuo nome c’è questo verso meraviglioso, “Scrivi il tuo nome su qualcosa che vale”».
Nel tuo album Mille baci hai messo in musica poesie di grandi della letteratura: Salvatore Quasimodo, Alda Merini, Gabriele D’Annunzio, Fernando Pessoa e altri… Vuoi ricordare una poesia con un verso di Pessoa da te ripreso in questo disco?
«Non so se sia amore, (la intona in portoghese, ndr), “non so se è amore che possiedi o che simuli in quello che mi dai, ma dammelo lo stesso perché tanto mi basta”».
Alda Merini…
«Ha avuto questa capacità di un linguaggio che arrivasse a tutti, una poetessa pop diciamo. Lei ha avuto una grande sofferenza - il manicomio, gli elettroshock… - ma è riuscita a trasformare questo dolore in gioia di vivere e creatività attraverso la poesia, amava definirsi la poetessa della gioia. Nell’album ci sono due suoi testi, E più facile ancora e Sono solo una fanciulla».
Sulla Verità del 21 aprile 2026 ho intervistato il teologo e musicologo Pierangelo Sequeri. Sostiene che i testi di canzoni pop proposte nei grandi circuiti sono mediocri. Non è che così, allontanando i giovani dai grandi temi, si finisce per, perdona il termine, rincoglionirli?
«(ride, ndr) Che si sia andati al ribasso è sotto gli occhi di tutti. Se un tempo c’erano De André, Paoli, Battiato… Evidentemente è lo specchio della società, che è cambiata. Un tempo, accanto alla musica pop usa-e-getta questi mostri sacri li potevi ascoltare anche alla radio e adesso non più. Se oggi nascesse un Battiato, un De André, dove lo mandi, al talent show? Ci sono anche cose belle ma esiste un linguaggio omologato per i ragazzi. Non è vero che se sei più esposto hai più valore. Non è così».










