Per anni i magistrati della Procura di Roma, che oggi indagano sui rapporti economici tra l’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e Mauro Carroccia, ristoratore e presunto prestanome del clan Senese, sono stati guidati da un procuratore che gli inquirenti di Caltanissetta accusano di avere favorito la mafia e aver contribuito a quel clima di isolamento che ha portato all’uccisione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Alla vigilia del referendum una manina ha fatto circolare una foto di Delmastro con Carroccia, ma è finito sui giornali anche un selfie con Giorgia Meloni di un peone collegato alla criminalità organizzata e, sembra, frequentatore di politici locali di Fratelli d’Italia. Giusto fare le pulci al potere. Ciò che stupisce è che sulle presunte relazioni pericolose, anzi pericolosissime, di colui che è stato per quasi tre lustri il magistrato più potente d’Italia (con la benedizione del presidente Giorgio Napolitano) e del Vaticano (Francesco lo volle come presidente del Tribunale della Santa sede) giornali e trasmissioni tv non si scaldano. Preferiscono sorvolare. Forse perché per troppo tempo la stampa progressista (su cui Pignatone firmava dotti editoriali) si è ben guardata dal metterne in discussione il lavoro, a partire dai tempi gloriosi di Mafia Capitale, che mafia non era. E anche quando scoppiò il caso di Luca Palamara, di cui Pignatone era una sorta di fratello maggiore, i cronisti tennero ben distinte le due posizioni.
Ma a tirare giù dal piedistallo il magistrato siciliano ci stanno pensando i colleghi della Procura di Caltanissetta. Per esempio con le 385 pagine di richiesta di archiviazione della Procura di Caltanissetta del 10 aprile 2026 del fascicolo contro ignoti che ha investigato la causa delle stragi del 1992, giungendo alla conclusione che, tra queste, ci sia anche la cattiva gestione del procedimento Mafia e appalti. Nel riferire l’altro ieri in Commissione Antimafia il procuratore di Caltanissetta Salvatore De Luca ha parlato di «un gravissimo errore» commesso dall’allora sostituto procuratore di Palermo Pignatone, ammesso da lui stesso, che avrebbe «vanificato l’80% dell’indagine Mafia e appalti». Per coloro che conoscono gli atti è ben chiaro che De Luca abbia fatto riferimento all’omessa iscrizione di indagati eccellenti (sentiti come semplici testimoni) riferita dai pubblici ministeri Ilde Boccassini e Roberto Saieva.
Oggi gli inquirenti hanno maturato la convinzione che non di «errore» si sia trattato, ma di atti ben ponderati al punto che gli stessi pubblici ministeri nisseni hanno sottolineato «alcune contiguità» di Pignatone «con soggetti appartenenti al mondo mafioso/imprenditoriale dell’epoca», evidenziando come «questo elemento ha certamente inciso rispetto alla sovraesposizione dei magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino», considerata prodromica alla loro eliminazione da parte della Piovra mafiosa. Una vicinanza che sarebbe dimostrata non solo dagli «errori» compiuti da Pignatone nel più importante procedimento di mafia a lui assegnato, ma anche dai 24 immobili acquistati dalla famiglia Pignatone nella palermitana via Turr dalla società Raffaello degli imprenditori mafiosi Vincenzo Piazza, Francesco Bonura e Salvatore Buscemi.
La Procura evidenzia che «Piazza, suo cognato Aurelio Giovanni Chiovaro, i fratelli Salvatore e Antonino Buscemi e Bonura sono stati, negli anni, tutti condannati per associazione mafiosa con pene definitive» e che Piazza, Bonura e Salvatore Buscemi erano massoni della loggia Dante Alighieri. Sui legami tra Pignatone e questi signori gli inquirenti valorizzano le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Angelo Siino, Giovanni Brusca (lodato, per il suo ruolo, da Pignatone sulla Repubblica) e Salvatore Cancemi che, a partire dagli anni Novanta, hanno iniziato a riferire ai magistrati che l’ex giudice del Papa era «a disposizione» dei fratelli Buscemi o «nelle mani» di Vincenzo Piazza. Un’ipotesi negata con forza dalla difesa di Pignatone, ma ritenuta attendibile da De Luca e dai suoi colleghi. Nella richiesta di archiviazione si legge che «non si può in alcun modo convenire sul fatto che gli accertamenti svolti abbiano smentito le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia» e ciò perché «non soltanto sono stati acclarati rapporti patrimoniali di Giuseppe Pignatone sia con i Buscemi che con Piazza, ma le contiguità del nucleo familiare del magistrato con quest’ultimo soggetto iniziano ben prima dell’acquisto dell’immobile di via Turr, atteso che […] fin dal 1964, il nucleo familiare di Francesco Pignatone, padre di Giuseppe, ha vissuto in un immobile costruito da Rosolino Piazza, padre di Vincenzo». Una questione che approfondiremo tra breve.
La Procura di Caltanissetta, come in tutte le indagini di mafia, ha svolto investigazioni sulla famiglia di origine di Pignatone accertando che alle nozze del padre Francesco, celebratesi a San Cataldo il 12 novembre 1947, era stato testimone di nozze Calogero Volpe futuro deputato della Democrazia cristiana per circa un ventennio e definito da Wikipedia «politico, medico e mafioso italiano». La Procura di Caltanissetta ricorda che nella relazione d’opposizione del 4 febbraio 1976 in Commissione parlamentare Antimafia «Calogero Volpe veniva indicato come estremamente vicino a contesti mafiosi» e veniva definito «il cervello politico del sistema di potere mafioso in provincia di Caltanissetta». Tra i grandi elettori del parlamentare ci sarebbe stato anche il boss di Riesi Giuseppe Di Cristina, morto ammazzato nel 1978. Nel documento veniva anche puntualizzato che Volpe «sarebbe stato presente a un comizio tenuto dall’onorevole Pignatone e voluto da don Calò Vizzini, perché si celebrasse l’ideale e le virtù della mafia-politica».
Nel 1964, quando Pignatone ha 15 anni, la sua famiglia si trasferisce a Palermo, nella palazzina dei Piazza. Dei 14 appartamenti divisi su sette piani quattro risultavano di pertinenza della famiglia Pignatone, sei della famiglia Piazza e soltanto i restanti quattro appartenevano a soggetti diversi. Quasi una comune politico-mafiosa. Nel 1980 i Pignatone si spostano in via Turr. In un’intercettazione del 2024 Bonura ha esclamato: «Se ne sono comprate proprietà da Piazza, da noi…ma proprio un mare! Oltre l’appartamento che aveva Pignatone c’ha magazzini, c’ha uffici, ha tante cose!». Confutando la difesa di Pignatone, i pm nisseni annotano che già all’epoca degli acquisti «era evidente che le figure di Vincenzo Piazza e dei soci Francesco Bonura e Salvatore Buscemi, fossero, già al tempo, accostate alla criminalità organizzata». Per quelle compravendite, alla fine degli anni Novanta, Pignatone è stato indagato e archiviato. Anche grazie alla consegna delle matrici degli assegni con cui avrebbe effettuato il pagamento del suo immobile (un pentito aveva parlato di regalo della mafia). Dopo oltre 25 anni i magistrati nisseni non sembrano condividere la scelta del gip che aveva archiviato il caso: «Non si comprende la ragione per la quale Pignatone abbia conservato documentazione totalmente non probante, come le matrici, e non, invece, copia dei titoli che a esse corrispondono o, addirittura, una quietanza dei pagamenti effettuati». E sottolineano «le discrasie tra gli importi delle fatture» emesse dalla società immobiliare Raffaello, controllata dalla mafia, e «le somme indicate nelle matrici», quasi sempre diverse. Addirittura per due assegni da 14 e 6 milioni non si sono trovati i corrispondenti documenti contabili. Senza contare che alcuni pagamenti sarebbero stati emessi in favore di Salvatore Buscemi e non della società venditrice.
Una scelta così stigmatizzata nella richiesta di archiviazione: «Non si comprende a che titolo 2 dei 7 assegni emessi a saldo del prezzo pattuito dovessero essere intestati a Salvatore Buscemi, se si considera che la società venditrice degli immobili era una società di capitali che, come tale, è un soggetto giuridico diverso sia dal suo amministratore che dai soci che ne detengono il capitale». Secondo una consulenza ordinata dalla Procura, alla fine, «Pignatone avrebbe pagato, per l’appartamento acquistato in via Turr, un prezzo sensibilmente inferiore (di circa un terzo) a quello di mercato» e una parte, come ammesso dallo stesso Pignatone nell’interrogatorio, di tale incongruo prezzo sarebbe stata versata in nero.
L’indagato, a verbale, ha dichiarato: «È stato, quindi, pagato un prezzo complessivo di 76.700.000 lire; nell’atto pubblico, stipulato solo a nome di mia moglie, fu indicato, per ben note ragioni fiscali, un prezzo di 55.000.000 (comprensivo della quota di mutuo)». Una scelta borderline che secondo i magistrati avrebbe portato a conseguenze nefaste per il buon nome dell’ex collega: «Pignatone ammette, palesemente, di essersi prestato a consentire un’evasione fiscale ad una società la cui compagine e i cui rappresentanti erano da anni considerati “in odore di mafia”; evasione fiscale concordata con Salvatore Buscemi, capo mandamento di Passo di Rigano. La circostanza assume sicuramente estremo rilievo in relazione all’immagine del dottor Pignatone “agli occhi di Cosa nostra”, con tutto ciò che ne poteva conseguire circa le “chiacchiere” che circolavano sul suo conto in ambito mafioso». Ma da Caltanissetta altre bordate sono state riservate alla gestione del procedimento Mafia e appalti.
L’aspetto forse più inquietante emerso è la disposizione di smagnetizzare le intercettazioni e di distruggere i brogliacci impartita da Pignatone e da Gioacchino Natoli (i due restano indagati per favoreggiamento della mafia in un fascicolo stralciato da quello per cui è stata chiesta l’archiviazione) nel procedimento relativo alle infiltrazioni del clan Buscemi/Bonura nella gestione della cave di marmo di Carrara. La Procura di Caltanissetta in questi mesi ha accertato che, in realtà, l’ordine di distruzione di Pignatone e Natoli, per un caso fortuito, non è stato eseguito dagli uffici e ciò ha consentito il riascolto di quelle conversazioni che fornivano elementi utili perfino alla ricostruzione di un duplice omicidio che coinvolgeva Bonura, vale a dire l’uomo che aveva venduto 24 immobili ai Pignatone.
Gli inquirenti sono arrivati alla conclusione che la distruzione delle intercettazioni per liberare spazio sulle bobine non fosse una prassi consolidata e che, comunque, per farlo sarebbe bastato distruggere il materiale collegato a fascicoli passati in giudicato e proveniente da procedimenti ordinari. Invece a Palermo il solo Pignatone in tutta la Procura del capoluogo siciliano, tra il 1991 e il 1993, avrebbe fatto distruggere prove di inchieste di mafia archiviate e non concluse in modo definitivo.
Nella richiesta di archiviazione la preoccupante ricostruzione viene suggellata con le dichiarazioni rilasciate nel giugno 1992 dalla giornalista Liana Milella. Falcone, prima di morire, le aveva consegnato i suoi diari «per dimostrare il suo “isolamento” nel periodo di permanenza alla Procura di Palermo» dove non poteva più «lavorare efficacemente […] a causa della contrapposizione che si era venuta a creare con il procuratore Giammanco e con i sostituti procuratori più vicini a quest’ultimo, tra i quali in particolare il dottor Lo Forte e il dottor Pignatone».
Tutto questo non è bastato a evitare che Pignatone diventasse, per usare le parole di un suo giovane collega perugino, «un monumento della magistratura italiana».
Per più di un anno la sinistra ha chiesto che Giorgia Meloni prendesse le distanze da Donald Trump. Una volta che lo ha fatto, per difendere le ragioni della libertà di manifestazione di pensiero del pontefice, a parte il pregevole intervento di Elly Schlein in difesa dell’autonomia del governo e contro l’attacco di Trump alla Meloni stessa, è stata tutta una serie di: «Lo ha fatto tardivamente», «Lo doveva fare molto prima», «Ormai non ha più peso politico», «Mai rapporti così deteriorati tra Usa e Italia», «Doveva aiutare l’Europa e non mantenere buoni rapporti con Trump» e stupidate del genere.
Se uno va sulla Treccani e legge cos’è la diplomazia troverà che questo termine ha diversi sinonimi che sono negoziazione, tatto e rapporti che richiedono prudenza nella trattazione di affari delicati o anche nelle relazioni tra persona e persona, ivi incluse, ovviamente, quelli tra governanti. Inoltre, sempre la Treccani, ci insegna che esiste la diplomazia segreta, quella tradizionale oppure la diplomazia aperta, tra l’altro, propugnata dagli Stati Uniti a partire dagli anni della prima guerra mondiale e si tratta della tendenza a informare, entro certi limiti, la pubblica opinione di trattative e orientamenti di politica estera.
A me sembra, francamente, che sia quello che ha fatto la Meloni in questo anno che è alle nostre spalle visto anche il soggetto, il biondo Donald, che guida non uno staterello ma la prima superpotenza mondiale, e visto che l’Europa è stata completamente assente (e lo è tuttora); la Meloni ha evidentemente provato a far valere le sue ragioni esprimendo critiche esplicite in molti casi, ma tentando di mantenere una relazione strategica e indispensabile che è quella tra l’Italia, l’Europa e gli Stati Uniti d’America. E voglio ricordare che questo non vale solo per la storia nota che abbiamo alle spalle fin dall’aiuto degli Stati Uniti nella liberazione dell’Italia dal nazifascismo. Non è, quindi, una questione di riconoscenza per un passato per il quale non ci può essere che gratitudine, ma è frutto di considerazioni geopolitiche contemporanee: l’impossibilità assoluta di non mantenere rapporti con gli Stati Uniti d’America da parte dell’Italia e dell’Europa stessa. Chi non ne conosce i motivi se li vada a studiare, non abbiamo tempo da perdere per spiegarglieli.
C’è poi chi la critica per essersi posta in modo non convincente a favore dei famosi «volenterosi», cioè qualche leader europeo che non ha combinato una cippa di nulla salvo conquistare quegli attimi di notorietà di cui parlò anni fa Andy Warhol e che, beati loro, li hanno gratificati pur nell’assoluta assenza di alcun risultato.
Un’altra critica abbastanza incredibile è che la Meloni, dato questo scontro con Trump, avrebbe perso il suo peso specifico in Europa in quanto prima pensavano che lei rappresentasse un ponte e ora che il ponte sia crollato. Bastava sfogliare Repubblica ieri per leggere, nell’editoriale di Francesco Bei, accuse di «camaleontismo politico» che avrebbero condannato il presidente del Consiglio italiano all’«irrilevanza». Qui, evidentemente, più che un ragionamento è una sessione di lotta greco-romana del cervello di costoro col cervello degli stessi e questo per due motivi: il primo è che fino all’altro ieri avevano sempre sostenuto che i rapporti non avrebbe dovuto tenerli la Meloni personalmente ma l’Europa nel suo complesso, cosa che l’Europa non ha mai fatto; il secondo è che sostenevano che la Meloni avrebbe dovuto tenere la schiena dritta di fronte a Trump e ora che ha drizzato la schiena, fino addirittura a piegarla indietro col rischio di una scogliosi imminente, allora ha perso peso in Europa. Capite che siamo allo stravolgimento e al contorcimento mentale che al confronto un contorsionista professionista potremmo definirlo caratterizzato dal rigor mortis?
È pur vero che la sconfitta al referendum ha rinvigorito il campo largo e quindi, complice anche la primavera, sono rifioriti i vari partiti che albergano in tale campo sentendo odore di poltrone in vista delle elezioni politiche del prossimo anno. Ma è noto che ci sono fiori che possono essere mangiati dagli uomini e questo è proprio il caso del campo largo dove i leader mangiano i fiori altrui avendo idee diverse e inconciliabili tra di loro; tra questi fiori eduli figura il fiore di zucca ma qui c’è proprio il problema: cosa risiede in queste zucche?
Badate che non me lo chiedo io, se lo chiedono i vari leader del campo largo l’uno dell’altro. Se questo è vero su molti temi non lo è di meno sulla politica estera: basti pensare che quando c’è stato da decidere sull’invio delle armi all’Ucraina, pur essendo tre le componenti fondamentali del campo largo, le più votate, hanno prodotto più del doppio di mozioni cioè sette. Immaginate il casino che sarebbe successo se fossero stati al governo: o, per non cadere, si sarebbero autoconvinti a forza delle tesi altrui oppure il governo sarebbe andato in crisi, ma questo è più difficile perché quando la natica di un politico si accomoda sulla poltrona poi risulta anche chimicamente difficile sollevarla dalla medesima. Come dicevano i contadini toscani di una volta: «Il campo ’un deve mai esse’ troppo largo sennò ’un vedi i confini e ti rubano i co’omeri».
«Una pace che sia disarmata, cioè non fondata sulla paura, sulla minaccia o sugli armamenti; e disarmante, perché capace di risolvere i conflitti, di aprire i cuori e di generare fiducia, empatia e speranza. La pace non può essere ridotta a slogan: va incarnata in uno stile, personale e istituzionale, che ripudi ogni forma di violenza. Per questo ribadisco con forza: “Il mondo ha sete di pace […]. Basta guerre, con i loro dolorosi cumuli di morti, distruzioni, esuli!”».
Con queste parole, pronunciate ieri nel palazzo presidenziale di Yaoundé in Camerun, papa Leone XIV ha tracciato la rotta della seconda tappa del suo viaggio apostolico in Camerun, richiamando ancora il tema della pace.
Il Pontefice è giunto in questa terra dopo una tappa intensa in Algeria, portando con sé una riflessione profonda maturata proprio nei luoghi di Sant’Agostino. Durante il volo che lo ha condotto in Camerun, Leone XIV ha condiviso con i giornalisti l’emozione della visita ad Annaba, l’antica Ippona, definendo Agostino una figura «profondamente radicata nel passato» ma capace di parlare con straordinaria attualità alla Chiesa e al mondo di oggi. Il Papa ha sottolineato come l’invito del Santo alla ricerca di Dio e della verità, e il suo impegno per costruire la comunità ricercando l’unità nonostante le differenze, sia un messaggio universale, onorato persino in terre a maggioranza non cristiana.
Questa visione di unità è stata messa alla prova dal contesto complesso che il Papa ha trovato al suo arrivo in Camerun. Spesso definito «Africa in miniatura» per la sua ricchezza culturale e linguistica, il Paese è oggi segnato da profonde ferite. Leone XIV si è trovato dinanzi a una nazione che soffre per le tensioni separatiste nelle regioni anglofone del Nord-Ovest e del Sud-Ovest, per le violenze di Boko Haram nell’Estremo Nord e per una crisi economica che alimenta il tribalismo e l’incertezza. In questo scenario, dove oltre 500.000 rifugiati cercano scampo dai conflitti limitrofi, il grido del Papa contro la guerra diventa un appello alla sopravvivenza stessa di un popolo che aspira a essere «attore di pace».
Nel suo discorso alle autorità, alla società civile e al corpo diplomatico, Leone XIV ha ripreso la lezione di Agostino per definire l’etica del potere. Citando il De civitate Dei, ha ricordato che «coloro che comandano sono a servizio di coloro ai quali apparentemente comandano», esercitando l’autorità non per brama di dominio, ma per dovere di provvedere e con «compassione del premunire». In questa prospettiva, governare il Camerun significa amare il proprio popolo - maggioranze e minoranze - ascoltando realmente i cittadini e stimando la loro capacità di contribuire a soluzioni durature.
Il Papa ha inoltre posto l’accento sulla necessità vitale di istituzioni sane e credibili come pilastri per lo sviluppo. La trasparenza nella gestione delle risorse pubbliche e il rigore dello Stato di diritto sono stati indicati come strumenti essenziali per ripristinare la fiducia sociale. Per Leone XIV, è tempo di un «coraggioso salto di qualità» che rompa le catene della corruzione e liberi il cuore dalla sete di guadagno, vista come una forma di idolatria. Lo sviluppo umano integrale, ha ribadito, può fiorire solo dove la legge funge da argine all’arbitrio del più forte.
Infine, il Pontefice ha rivolto lo sguardo ai giovani, esortando le istituzioni a investire nell’istruzione e nell’imprenditorialità per contenere l’emorragia di talenti verso l’estero. La pace autentica, ha concluso, non si decreta ma si vive attraverso un’opera paziente che trasformi le ferite del passato in sorgenti di rinnovamento per tutta la nazione.
Se si vuole capire qualcosa in più riguardo alle ragioni profonde dello scontro fra Donald Trump e papa Leone e soprattutto all’impatto politico-culturale che può avere in particolare sugli americani, si può sfogliare Il mito del mondo nuovo. Saggio sui movimenti rivoluzionari del nostro tempo, un breve ma fondamentale testo di Eric Voegelin appena ripubblicato in Italia dal coraggioso editore Settimo Sigillo.
Si tratta di un libro indispensabile per la lettura di quasi tutti i fenomeni politici odierni, e che ha molto da dire su questa ultima vicenda poiché parte dall’esame di un carattere costitutivo della religiosità prima e della mentalità statunitense poi. Nel 1970 Eric Voegelin, filosofo politico tedesco formatosi a Vienna, pubblicò il suo capolavoro: Il mito del mondo nuovo. Saggio sui movimenti rivoluzionari del nostro tempo. Voegelin aveva trascorso un ventennio negli Usa (1938-1958) e vi era ritornato nel 1969 per insegnare a Stanford. Esperto conoscitore dei legami antichi fra religione e politica, concentrò la sua attenzione su quello che chiamava «atteggiamento gnostico». Ovvero un modo di vedere il mondo che si manifestò inizialmente nelle elitarie sette gnostiche dei primi secoli dopo Cristo. Questi movimenti - sintetizziamo - tendevano a vedere il mondo, la creazione, come un’opera corrotta, e pensavano che la salvezza dell’uomo fosse possibile tramite una conoscenza segreta in possesso di pochi illuminati. Il fenomeno gnostico è variegato e complesso, ma è estremamente difficile negare che abbia esercitato un’influenza potentissima sul cristianesimo protestante e sui numerosi movimenti religiosi che di fatto hanno creato gli Stati Uniti. Lo ha mostrato con estrema chiarezza un altro studioso, lo statunitense Michael Walzer, ne La rivoluzione dei santi, corposo studio sul puritanesimo. Degli gnostici, alcune frange del protestantesimo mantengono l’atteggiamento di fondo esaminato da Voegelin. Una delle caratteristiche di questa visione sta, dice il filosofo, «nel credere che sia possibile salvarsi dal male del mondo. Da ciò deriva la convinzione che l’ordine dell’essere dovrà essere cambiato nel corso di un processo storico. Da un mondo cattivo deve emergere, per evoluzione storica, un mondo buono». Mentre per il cristiano cattolico la salvezza avviene per grazia di Dio, l’atteggiamento gnostico esprime la «convinzione che un mutamento nell’ordine dell’essere rientri nell’ambito dell’azione umana, che questo atto salvifico sia possibile grazie agli sforzi personali dell’uomo». Capite bene che un atteggiamento di questo tipo non può non risultare, alla fine dei conti, fortemente politico. La salvezza non è lontana, ultraterrena: si manifesta qui e ora. Il paradiso può sorgere in Terra o, a seconda delle visioni, in Terra si può avere un anticipo del paradiso. Alcuni individui illuminati possono guidare le masse, alcuni baciati dalla grazia ne manifestano gli effetti tramite il successo mondano. In ogni caso, la potenza salvifica si manifesta nel mondo, e le azioni umane vi partecipano. Il puritanesimo innervato di gnosticismo punta, non a caso, alla costruzione di un nuova Gerusalemme, una città sulla collina che i coloni provenienti dall’Inghilterra immaginavano di fare sorgere nel Nuovo Mondo. La spinta alla creazione di un «mondo nuovo» sviscerata da Voegelin è la stessa che ritroviamo nella cultura Woke, che pretende di rifare la creazione normando il linguaggio e i comportamenti. Non sempre, sia chiaro, le conseguenze di tale visione sono nefaste, anzi spesso spingono a un deciso e importante impegno sociale e politico (non per nulla Martin Luther King era un battista, per citare un celebre esempio). In ogni caso è difficile sostenere che non vi siano tracce dello stesso atteggiamento anche nel sostrato politico e religioso trumpiano. Il mondo nuovo, dopo tutto, ha bisogno di profeti e messia. E chiunque li ostacoli non è semplicemente un avversario ma un nemico esistenziale, che non comprende la grandezza del salvatore e di fatto impedisce la realizzazione del paradiso in Terra. Il puritanesimo, non a caso, stabilisce una ferrea distinzione fra puro e impuro, fra bene e male. Qualcosa che - notava Jean Guitton molti anni fa - non appartiene al cattolicesimo che ben conosce le sfumature di grigio. Non intendiamo sostenere che Trump sia un puritano o un fervente fedele. Sosteniamo però che vi siano nella sua politica tracce di atteggiamento gnostico, e che ve ne siano di molto profonde nello spirito americano, dall’idea di destino manifesto a quella di nuovo ordine mondiale. A ciò va aggiunto che la gran parte dei movimenti protestanti, anche solo per questioni di sopravvivenza, nel corso della storia hanno dovuto esprimersi politicamente, spesso con foga. Ne deriva che è molto più naturale, per un cristiano americano, schierarsi su un versante partitico e attribuire tratti salvifici a una autorità politica che egli consideri affine. Per quanto la democrazia americana non sia certo teocratica, fede e impegno politico possono intrecciarsi e talvolta addirittura coincidere. E può accedere che un politico si atteggi a Messia. Ciò non è possibile nella cultura cattolica. Il che, paradossalmente, pone ora un problema ai cattolici statunitensi impegnati in politica: a quale autorità votarsi? All’autorità spirituale e per forza superiore della Chiesa e del vicario di Cristo o a quella del presidente sedicente unto del Signore che si scaglia contro il Pontefice?
J.D. Vance si è barcamenato con qualche difficoltà, rimarcando una separazione fra fede e politica che esiste ma non pone i due concetti sullo stesso piano. Qui non si tratta di dare a Cesare quel che gli spetta: semmai si tratta di fronteggiare un Cesare che talvolta si sente Dio o un suo emissario. Cosa che, per un cattolico, non è accettabile.









