Le incredibili parole del cugino dell’uomo pugnalato per legittima difesa fanno capire come per questa gente il crimine sia diventato la normalità. Intanto il giornale dei vescovi attacca il governo che cerca di rimediare.
«Era un tipo normale, come tutti, era lì per lavorare come fanno tutti». Ovvio. Tutti scassiniamo le porte delle villette e freghiamo l’argenteria mentre i proprietari sono fuori casa. Tutti, una volta beccati mentre stiamo svaligiando l’appartamento, invece di alzare le mani, arrendersi o scappare, reagiamo aggredendo a pugni in faccia chi ci ha sorpresi. Tutti poi abbiamo una fedina penale lunga un metro e ce ne andiamo a spasso con complici che ci scaricano in strada, lasciandoci davanti al pronto soccorso prima di darsela a gambe levate. Sì, Adamo Massa, il rom ucciso durante un tentativo di furto a Lonate Pozzolo, era proprio un tipo normale, che faceva quello che fanno tutti. «Rubare era il suo lavoro», ha spiegato il cugino.
Capisco che i parenti stretti piangano il defunto. Capisco anche che siano addolorati per quei bambini rimasti orfani. Ma sostenere che il sinti ucciso fosse un tipo normale, che si aggirava fra le casette di periferia per lavorare, come fan tutti, mi risulta difficile. I precedenti penali dimostrano piuttosto che non era un rapinatore improvvisato. Secondo i carabinieri faceva parte di un sodalizio criminale strutturato, specializzato in furti e rapine di anziani, colpiti nelle loro abitazioni. Pare che di volta in volta si spacciasse per tecnico del gas, oppure per uomo delle forze dell’ordine. Convinceva le vittime a farlo entrare in casa dove, una volta dentro, svaligiava i poveretti di gioielli e risparmi per poi darsi alla fuga con la refurtiva. Quando nel 2018 i militari dell’Arma lo agguantarono, durante le perquisizioni trovarono mezzi con targhe contraffate, sirene e lampeggianti, radio ricetrasmittenti per ascoltare le comunicazioni della polizia, parrucche, casacche e divise. Ma soprattutto scovarono 25.000 euro in contanti, frutto dell’attività criminale, che era talmente ben avviata da disporre di una specie di garage-camerino, dove la banda preparava i colpi, predisponendo la sceneggiata per raggirare i malcapitati.
Insomma, il suo lavoro – quello rivendicato dal cugino - consisteva nel truffare e derubare le persone. «Perché? Perché me l’hanno ammazzato»,” ha chiesto la madre. La risposta è nella fedina penale del rom. Perché ha provato a svaligiare una villetta pensando che non ci fosse nessuno e invece si è trovato davanti un giovane. Avrebbe potuto arrendersi, oppure scappare, invece ha colpito il padrone di casa con una gragnola di pugni, provocandogli anche una ferita alla testa. E la vittima, invece di soccombere davanti all’aggressione, impugnava un coltello e lo ha usato per difendersi. «Non è giusto», ha detto il cugino di Adamo Massa, quello secondo cui il rapinatore era un tipo normale, che era lì, a Lonate Pozzolo, per lavorare. «Non è giusto essere ammazzati». Certo, siamo d’accordo, ma non è giusto nemmeno rubare e aggredire le vittime che non ci stanno a vedersi svaligiare la casa. E purtroppo, come da tempo cerchiamo di spiegare, è il delinquente che entrando in un’abitazione o in un negozio per saccheggiarli si assume il rischio di una reazione. Non può essere la vittima a salire sul banco degli imputati. È il criminale a mettere in pericolo la vita dei derubati prima ancora che la propria. E se ci scappa il morto la colpa non può che essere unicamente del balordo.
Le giustificazioni dei parenti di Massa, tuttavia, mettono in luce un aspetto che non si può e non si deve sottovalutare. Nei campi rom c’è chi pensa che rubare sia un lavoro. E che la reazione, anche violenta, a una rapina non sia contemplata: la vittima deve subire, non certo reagire. Ed è altrettanto evidente che troppo spesso i campi rom sono centri di illegalità, luoghi dove la legge non esiste e dove i malviventi godono dell’impunità. A loro di sicuro non tolgono i bambini perché non hanno il bagno in casa. Nelle loro baracche possono nascondere ogni cosa e nessuno ne chiede conto. Di recente, un turista straniero a cui avevano rubato la valigia, grazie a un Gps ha individuato l’accampamento in cui era finita, ma i vigili non hanno potuto recuperarla, come se il campo godesse del privilegio dell’extraterritorialità. Sì, è tutto incredibile, come solo in questo Paese può accadere. Rubare è rivendicato, nel silenzio generale, come un lavoro. Le baracche dei rom sono inviolabili. Le donne possono borseggiare a piacimento senza finire in galera, i figli vengono cresciuti nell’illegalità. E quando il governo, per garantire la sicurezza dei cittadini, vara un pacchetto di misure per combattere la criminalità, il giornale dei vescovi vi si mette contro. I titoli di Avvenire ieri sembravano quelli del Manifesto, con accuse di incostituzionalità e di criminalizzazione del dissenso. Poi uno si domanda perché le chiese si svuotino e perché gli elettori si buttino a destra.
L’Ue affoga i pescatori in un mare di regole e spalanca le porte al pesce del Marocco
- Per le barche europee le coste del Sahara Occidentale sono «vietate», mentre i battelli africani sono liberi nel Mediterraneo.
- Il leader del Ppe: lo facciano pure i centristi. Rischio Mercosur per Ursula von der Leyen.
Lo speciale contiene due articoli
È la solita Europa: tutta chiacchiere e distintivo mentre agricoltori e pescatori rischiano il fallimento. Si riducono le flotte, i carciofi vengono lasciati marcire in campo perché il prezzo è troppo basso, i mandarini del Nord Africa hanno scalzato dai banchi dei mercati i nostri. Così tornano le proteste dei trattori che da oggi al 20 paralizzeranno l’Europa e l’Italia. Ma domani Ursula von der Leyen incurante di tutto ciò e in spregio al Parlamento europeo va in Paraguay a firmare l’accordo di libero scambio con il Mercosur.
La firma non significa nulla: è l’Eurocamera che deve ratificare, ma la presidente della Commissione sta provando a forzare i regolamenti per evitare che l’assemblea si pronunci. Con questa prassi è già inciampata in un infortunio gravissimo che sta mettendo in ginocchio la pesca nel Mediterraneo. Le barche dell’Ue - segnatamente italiane, spagnole e francesi – non possono più pescare sotto le coste del Sahara Occidentale. Viceversa le barche del Marocco, ma come quelle tunisine, libiche e pure cinesi in Mediterraneo fanno ciò che vogliono. Sulla pesca l’Ue si è accanita con un particolare rigore – impone di avere a bordo telecamere di controllo per verificare modalità di cattura, quantità e dimensione del pescato, obbliga al fermo di 40 giorni all’anno, esige severissimi controlli sul trattamento degli equipaggi; tutte regole sconosciute alle altre «bandiere» - peccato che si sia dimenticata degli accordi internazionali. La Corte di giustizia nel 2024 ha bocciato la scorciatoia che Ursula von der Leyen aveva preso nelle trattative col Marocco sulla pesca lungo le coste sahariane. È esattamente quello che sta facendo con il Mercosur. La Corte ha stabilito che gli accordi di pesca e agricoli tra Ue e Marocco violavano il diritto al consenso della popolazione del Sahara Occidentale. La regione, ex colonia spagnola, è stata occupata dal Marocco dal 1975. Tra una settimana a Rabat dovrebbe cominciare un nuovo round di trattativa sulla pesca. Il Marocco ha chiesto di ampliare il quantitativo di agrumi che ci manda senza dazi. Nella campagna 24-25 Rabat ha incrementato il suo export di agrumi (noi in Sicilia e Calabria mandiamo al macero arance, clementine e mandarini) grazie agli accordi con l’Ue del 31% arrivando al record di 597.000 tonnellate di cui quasi il 90% sono mandarini e in Europa per le nostre produzioni il mercato è crollato.
Lo stesso accade con la pesca dove il settore delle vongole in Adriatico è in ginocchio e in generale tutta la flotta italiana sta soffrendo. Le barche di Chioggia, ma anche quelle di Fano e di Civitanova Marche, specializzate nella cattura delle conchiglie hanno avuto un crollo del fatturato che è passato da 120 a 13 milioni con la cessazione di 700 partite iva il che vuol dire almeno 400 equipaggi sbarcati. Tra le ragioni di questo crollo ci sono il minor pescato per via degli inquinanti e a causa del riscaldamento del mare che ha favorito l’invasione del granchio blu – spietato «predatore» di vongole – e della cosiddetta «noce di mare», ma spiegano solo molto parzialmente il calo di fatturato: sono le limitazioni alle catture e la concorrenza estera favorita dagli accordi che l’Ue fa usando l’agricoltura come merce di scambio a mettere a terra le barche.
Basti dire che noi con 8.000 chilometri di coste importiamo il 75% del pesce che ci serve per un controvalore di 4 miliardi a fronte di una produzione interna di 30.000 tonnellate. Per incrementare la produzione è fondamentale riaprire le coste anche del Marocco e imporre una clausola di reciprocità sul pescato. La stessa invocata anche per i prodotti agricoli che riguardano il Mercosur, ma che Ursula von der Leyen ignora semplicemente perché la Germania non la vuole. L’ultimo protocollo di pesca di Bruxelles con il Marocco è scaduto nel 2023: da tre anni dunque le barche europee non catturano più in quei mari. Europeche, che rappresenta i pescatori europei, chiede un rapido sblocco, ma la Commissione ha preso tempo tant’è che l’unica concessione che sinora ha fatto è il taglio di 3 giornate di fermo pesca ottenuto dal nostro ministro Francesco Lollobrigida. Dal mare all’orto la situazione non cambia. Nel brindisino – denuncia la Cia, confederazione degli agricoltori – si è rinunciato al raccolto dei carciofi ormai pagati sotto i 10 centesimi che vengono fatti marcire in campo. L’invasione di prodotto estero rende non più competitiva la coltivazione pugliese. E questo è solo l’inizio. Con l’arrivo delle merci dal Sudamerica il mercato sarà ancora più sfavorevole per le produzioni nazionali. I trattori lo sanno e cominciano a muoversi. Già oggi a Parma ci sarà una manifestazione del Coapi che a mezzogiorno stringe d’assedio la sede dell’Efsa (l’autorità europea di controllo sugli alimenti). Il 19 sempre il Coapi con il Cra fa una manifestazione nazionale in varie città e il 20 a Strasburgo le associazioni agricole si ritrovano davanti all’Eurocamera dove si discute di Mercosur per fare sentire la voce del trattore.
Weber dà l’avviso di sfratto a Ursula: l’Europa ormai si è spostata a destra
Una crisi strisciante che affligge la coalizione che sostiene la Commissione al Parlamento Europeo e che investe in piena faccia la baronessa Ursula von der Leyen. Crisi dovuta all’insoddisfazione di tre membri della coalizione, liberali, socialisti e verdi, verso i popolari del Ppe, partito di maggioranza relativa a cui appartiene anche von der Leyen.
Il discorso è semplice. Secondo Manfred Weber, leader del Ppe europeo dal 2022, in un’intervista rilasciata su Politico Europe, siccome l’Europa si è spostata a destra, è ora che lo facciano anche i centristi. Weber celebra così il funerale della cosiddetta Maggioranza Ursula, composta dai partiti conservatori e progressisti e anche da un pezzo degli euroscettici più moderati che hanno sostenuto Von der Leyen nel primo e nel secondo mandato. Oltre al Ppe, la sua famiglia politica, ci sono i Socialisti&Democratici e i liberali di Renew (gruppo Macron), a cui spesso si aggiungono i Verdi.
Il rafforzamento dei gruppi della destra sovranista e dell’estrema destra alle Europee del 2024 ha offerto al Ppe l’occasione di trovare una maggioranza alternativa per portare avanti i propri obiettivi. La scelta di Weber di giocare alla Maggioranza Ursula contro la Maggioranza Giorgia indebolisce Von der Leyen e rischia di portare a un incidente potenzialmente mortale per la presidente della Commissione. Il segnale più eclatante di questo giochino si è verificato il 13 novembre scorso quando, sul pacchetto semplificazione sulla sostenibilità, il Ppe votò, per la prima volta nella sua storia, a fianco dell’estrema destra anziché con i suoi alleati tradizionali, socialisti e liberali. S&D e Renew s’infuriarono per il tradimento, affermando che il Ppe, con quel voto aveva infranto il muro di protezione che avrebbe dovuto tenere l'estrema destra lontana dal processo decisionale. Ma le minacce di socialisti, liberali e verdi di abbandonare la Maggioranza Ursula non si sono mai concretizzate. Il pericolo ora è quello di una paralisi che diventerà un problema per Von der Leyen. Dentro il Ppe c’è coscienza di questo, anche se finora nessuno ha contestato apertamente la tattica di Weber di prepensionare la Maggioranza Ursula.
Le Europee del 2024 hanno cambiato la matematica del Parlamento a favore dei partiti di destra e di estrema destra e ciò «deve essere rispecchiato e tradotto in politiche per dimostrare che Bruxelles ascolta i suoi cittadini», afferma Weber. Maggiori espulsioni di immigrati irregolari, deregolamentazione delle norme ambientali, abolizione del divieto sui motori a combustione, questi sono i temi, secondo Weber, sui quali vanno ascoltati i cittadini.
Per questo chiede ai centristi di collaborare con Fratelli d’Italia, accusandoli di concentrarsi sulla retorica e sul «dibattito ideologico» invece di guardare alla «realtà sul campo» e comprendere la nuova realtà politica di destra in Europa.
Tutto ciò destabilizza la figura di Von der Leyen che, per peggiorare le cose, domani volerà in Paraguay per firmare l’accordo sul Mercosur senza il sì del Parlamento europeo che si riunisce dal 19 al 21 gennaio a Strasburgo, esponendo se stessa e l’Europa a una figuraccia. Oltretutto Verdi e Gruppo della Sinistra hanno depositato una mozione di sfiducia che sarà votata il 21 gennaio e che chiede alla Corte di giustizia di valutare la legalità dell’accordo e la legittimità del comportamento della Von der Leyen. Se il Parlamento dovesse bocciare il Mercosur o la Corte ne tagliasse delle parti, esso decadrebbe e, probabilmente, la Von der Leyen dovrebbe dimettersi.
Il dolore pulsa nell’avambraccio di Maria come un martello pneumatico che non conosce sosta. È il 10 dicembre 2025 e siamo in fila davanti allo sportello del Cup di Avellino, circondati da quell’odore stantio di disinfettante e rassegnazione che impregna le sale d’attesa della sanità pubblica. Maria ha 82 anni e una frattura scomposta rimediata giocando con i nipoti, un incidente banale che, però, ha urgente bisogno di cure. Quando il display chiama il suo numero, l’operatrice le comunica che la prima data disponibile per una radiografia è il 7 febbraio 2026. Maria è sconsolata. Ci facciamo stampare la prenotazione, quel foglietto di carta che si rivela essere il corpo del reato.
In basso c’è scritta la frase che segna l’inchiesta: «Il paziente ha rinunciato a una prima disponibilità in data 10/12/2025». Maria sgrana gli occhi, incredula: legge che lei avrebbe rifiutato una visita per quello stesso pomeriggio che nessuno, però, le ha mai proposto. «Scusate, ma io non ho rinunciato a un bel niente, che è sta storia?», sbotta l’anziana, mentre l’impiegata dall’altra parte del vetro ammutolisce, colta in flagrante. Non è un errore del sistema, non è una svista informatica. È una truffa ai danni dei pazienti della Regione Campania. Un trucchetto che accade ogni giorno ma che viene ignorato finché non si decide di grattare via la vernice della propaganda sanitaria. Quello che è successo a Maria non è un caso isolato, ma il tassello di un mosaico ben più inquietante che ho iniziato a ricostruire nella mia inchiesta per Fuori dal Coro partendo da una segnalazione arrivata a fine novembre. La lettera da Ariano Irpino che portava la firma di Mario, un uomo di 46 anni la cui vita è appesa a un filo sottilissimo per una funzione polmonare ridotta al 20% e gravi problemi cardiaci. Il suo medico gli prescrive una visita cardiologica urgente da effettuare entro 30 giorni ma la risposta del Sistema sanitario nazionale è una sentenza di condanna: appuntamento al 22 settembre 2027. Un anno e mezzo di attesa per un uomo che potrebbe non avere tutto quel tempo a disposizione per vivere.
Ma anche in questo caso il dettaglio diabolico emerge con prepotenza. Infatti sulla sua prenotazione, in quella riga in calce che nessuno legge mai, c’è scritto che lui stesso ha rinunciato a una prima visita offerta per il 2 dicembre 2025. È così dappertutto, dalla provincia al centro città, fino alle isole. Infatti a Ischia ho incontrato la mamma di Riccardo, 19 anni, che mi ha raccontato il calvario che suo figlio sta vivendo. Il ragazzo rischia un trapianto della cornea per un grave danneggiamento all’occhio e per lui non ci sono visite oculistiche prima del 7 gennaio 2027. Un anno è un tempo infinitamente lungo per una situazione così fragile. Un ragazzo giovane che sogna di entrare nell’esercito e che rischia di infrangere i suoi sogni per colpa di chi dovrebbe solamente aiutare a guarire.
E come negli altri casi anche lui, secondo il sistema sanitario campano, ha consapevolmente rinunciato a una visita il 26 marzo 2026. Ma quello che non riusciamo a capire è perché un malato grave, che rischia la vita ogni giorno, dovrebbe rifiutare una visita immediata per accettarne una tra un anno? È illogico, è assurdo, è falso. È approfittarsi di pazienti fragili che non possono e non sanno come difendersi da questo sistema.
Decido di andare in fondo a questa vicenda e concordo con il direttore di partire subito per la Campania. Così, rispolverando l’ultimo report ufficiale della Regione, presentato nel maggio 2025, leggo pagine di grafici colorati e autocelebrazioni fino a che non arrivo a pagina dodici. Ed ecco la chiave di volta che spiega il meccanismo della truffa. Infatti il report spiega che «il Servizio sanitario deve offrire la prima disponibilità compatibile con la richiesta del medico», ma aggiunge una clausola micidiale: «Nel caso sia il paziente a rinunciare alla prestazione, allora quella stessa attesa non rientra più nei monitoraggi ufficiali». Basta un «no» messo a verbale e il ritardo sparisce. Non pesa più sulle statistiche, non conta più nelle liste d’attesa.
È così che i numeri tornano a posto: l’attesa diventa una scelta del paziente, non un fallimento del sistema. Un trucco che fa comodo a tutti, tranne ai malati.
Non è importante come colpisci, l’importante è come sai resistere ai colpi. L’ha detto Rocky Balboa e Marta Cartabia doveva esserselo appuntato. E infatti, nonostante la sua riforma della giustizia sia vituperata dagli addetti ai lavori, tanto che al congresso del Consiglio nazionale forense era partita l’ovazione alla richiesta di abolirla; nonostante sia stata sconfessata persino dalla Consulta, di cui lei era stata presidente; e nonostante sembrino naufragate le prospettive di carriera politica della giurista, tra Palazzo Chigi e il Colle, così che le tocca accontentarsi della cattedra alla Bocconi; nonostante tutto, l’ex Guardasigilli è ancora qua. Pronta a rialzarsi, nonché a contrattaccare.
Lo ha fatto ieri, in una lunga intervista sulla Stampa, con l’occasione di un bilancio retrospettivo, sollecitato da Sergio Mattarella, degli 80 anni della Repubblica. Dalle colonne del quotidiano torinese, la Cartabia ha rilanciato la sua teoria delle Corti costituzionali quali elementi «dinamizzanti» dell’ordinamento giuridico. In parole povere: il giudice che decide le leggi. E ci ha tenuto a trasmettere una rimostranza: «Quando la Corte manda sollecitazioni al legislatori, raramente vengono accolte». È la spia di un «deterioramento», secondo l’ex ministro della Giustizia, che ha in mente la «stagione» delle grandi battaglie etiche, dalla parità di genere all’aborto, in cui la Consulta sentenziava e il Parlamento adeguava il diritto. Epoca un po’ diversa, nondimeno, dalla sua epopea dei «moniti», ovvero degli ultimatum a deputati e senatori. Tipo quello del caso Cappato: un anno dato alle Camere per sfornare una norma sul suicidio assistito, scaduto il quale è stata la Corte a definire la disciplina del fine vita.
Viene comunque da domandarsi se, stavolta, la Cartabia abbia voluto parlare a nuora perché suocera intendesse. Laddove la nuora sono gli onorevoli e la suocera gli ex colleghi. I quali, da quando è scaduto il suo novennio, paiono aver progressivamente ridotto e, infine, archiviato la prassi delle ingiunzioni alle Camere. Che ai suoi tempi venivano giustificate, ça va sans dire, con il nobile principio della «leale collaborazione» tra istituzioni. Ma che erano l’autentica «bizzarria» di togliattiana memoria.
È comprensibile il motivo per cui il bersaglio potrebbero essere loro: la professoressa deve aver faticato a digerire il verdetto dello scorso novembre, con cui la Consulta ha cassato la sua modifica all’articolo 131 bis del Codice penale. Per la verità, non era l’aspetto peggiore di una riforma che, tra le altre cose, ha consentito di farla franca alle borseggiatrici seriali di Venezia e a Paolo Genovese, l’imprenditore condannato per violenza sessuale su due modelle, stordite con un cocktail di droghe, ha permesso di ottenere una pena ridotta. Il provvedimento silurato escludeva a priori la non punibilità del reato per particolare tenuità, qualora l’offesa fosse stata rivolta a uomini in divisa. La Corte lo ha giudicato incostituzionale. Al di là del merito, resta lo smacco di aver patito una stroncatura proprio dall’organismo di cui la Cartabia era stata la prima presidente donna, con ovvie fumisterie retoriche sul soffitto di cristallo infranto dalla giurista. Nata in Comunione e liberazione, dopodiché transitata dalla crociata contro i «nuovi diritti» alla loro promozione, mentre aveva addosso la toga, conferitale da Giorgio Napolitano.
Tra parentesi, a proposito delle perplessità di Palmiro Togliatti sulla creazione della Corte: la Cartabia ha detto alla Stampa che quella del Pci non fu «vera opposizione». Ha straparlato di regresso globale della democrazia, liquidando le ragioni profonde - discutibili, ma non fasulle - della freddezza dei comunisti: in una fase storica in cui ritenevano di godere del consenso delle masse, essi guardavano con sospetto al proposito di inserire, nell’architettura dello Stato, un elemento tecnocratico, di «ispirazione “antimaggioritaria”», come lo ha definito un altro presidente emerito, Augusto Barbera. Per i compagni, il giudice delle leggi era l’equivalente di un baro, chiamato a truccare il gioco della politica per condannare il proletariato all’irrilevanza. In realtà, il principio ispiratore della Corte era sacrosanto: non basta avere i voti per sopprimere i diritti fondamentali, sanciti dalla Costituzione. La sciagura è stata, semmai, la deriva successiva, di cui la Cartabia si è resa interprete: il passaggio dalla difesa della Carta alla giurisprudenza creativa; la metamorfosi da presidio che stemperasse la tentazione di abusi delle maggioranze a «contropotere», per citare Giuliano Amato, pure lui già alla guida della Consulta. D’altronde, le toghe non sono mica infallibili. E sono almeno 44 anni che grandi maestri - Mauro Cappelletti, per ricordarne uno - si interrogano sul modo di renderle responsabili per il proprio operato. Tanto più che, l’unica volta che in 80 anni quei diritti inalienabili sono stati davvero conculcati, cioè durante la pandemia, la Corte non solo non li ha protetti, ma anzi ha legittimato ogni loro compressione, ancorché giuridicamente spericolata e scientificamente traballante: lockdown, obblighi vaccinali, green pass. Tutte misure imposte dal governissimo Draghi, di cui era ministro la Cartabia. Che adesso si batte il petto, poiché un sondaggio rivelerebbe l’«inclinazione verso l’autoritarismo» del 20% degli italiani. Vergogna: un popolo avvinto a quella deprecabile fissa di eleggere rappresentanti che ne rispettino la volontà. Magari, senza nemmeno gli ultimatum dei giudici…









