Le carceri italiane scoppiano. In cella ci sarebbe infatti più del doppio dei detenuti consentiti dalla capienza degli istituti di pena. Nonostante amnistie, indulti e depenalizzazioni introdotte nel corso degli anni dal Parlamento, gli ultimi dati parlano di un sovraffollamento del 137 per cento e per questo l’Italia ha ricevuto plurime condanne dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. Tuttavia, a fronte di cifre allarmanti sulla saturazione del sistema carcerario, ce ne sono altre che dovrebbero far riflettere e che, soprattutto, dovrebbero aiutare a capire un fenomeno. I numeri da cui partire sono quelli della popolazione reclusa in generale e quello dei detenuti stranieri.
A dicembre scorso nei penitenziari della penisola erano trattenute 63.198 persone, ovvero all’incirca un millesimo del totale dei residenti. Ma dalla cifra complessiva fornita dal ministero della Giustizia è necessario scorporare 20.076 carcerati stranieri. In pratica, se dovessimo guardare ai soli detenuti italiani, non soltanto saremmo in linea con la situazione di 30 anni fa, ma avremmo quasi risolto il problema del sovraffollamento.
Che un terzo dei carcerati (con condanna definitiva o in attesa di giudizio) sia straniero è ormai un dato costante nel tempo che si ripete almeno dai primi anni Duemila. Infatti, se all’inizio dell’ultimo decennio del secolo scorso la cifra si era assestata intorno al 15 per cento, poi, in seguito all’aumento dei flussi migratori, è raddoppiata superando il 30 e da allora oscilla sopra quella soglia di qualche punto percentuale. Fin qui nulla di nuovo e neppure di sorprendente. Però è necessario scandagliare il totale dei detenuti stranieri, perché se lo si fa si scoprono cose interessanti. Infatti, di quei 20.000 carcerati quasi 14.000 sono musulmani. Sì, avete letto bene. Nonostante la popolazione di religione islamica in Italia sia una minoranza rispetto al resto degli immigrati (si parla di poco più di un milione e mezzo rispetto a un totale di circa 5,4 milioni di stranieri), oltre i due terzi dei detenuti sono seguaci di Allah. Non solo: di quei 14.000, all’incirca la metà sono praticanti, nel senso che seguono alla lettera i dettami dell’islam. Del resto, dietro le sbarre ci sono ben 36 imam, che regolarmente intonano la preghiera all’interno dei penitenziari. In altre parole, nelle nostre carceri presto potremmo veder nascere delle piccole moschee e non escludo che sorga perfino un qualche minareto per invitare i fedeli - detenuti - a rivolgersi alla Mecca. La mia vi sembra una battuta? No, non sto scherzando, la prospettiva è tutt’altro che da scartare. Anche perché, nella relazione presentata dal ministro Carlo Nordio in Parlamento, oltre ai dati di cui sopra, emerge che nei primi nove mesi del 2025 i detenuti a rischio di radicalizzazione violenta dietro le sbarre erano complessivamente 194, dei quali 65 classificati come pericolosi per terrorismo e per atti di proselitismo, 61 per la vicinanza a movimenti fondamentalisti e altri 68 con un livello di insidiosità più basso. A ciò si aggiunge che, da gennaio a settembre, 37 persone si sono convertite all’islam in cella.
Andando al sodo, da tutto ciò si deduce che abbiamo un problema grande come una casa. Infatti, dietro alle sbarre non soltanto c’è una popolazione che è pari a circa un centesimo dei musulmani in Italia, ma nelle carceri sparse lungo la penisola si fa proselitismo per l’islam. A segnalarlo, oltre alla questione che in prigione ci sono 36 imam c’è anche il fatto che aumentano i detenuti che si convertono ad Allah. Insomma, è facile capire che, se si somma il problema del sovraffollamento con la forte presenza di musulmani, la metà dei quali praticanti e decine radicalizzati, i penitenziari italiani potrebbero trasformarsi in vere e proprie polveriere a rischio esplosione.
In Paesi che hanno avuto un’immigrazione più forte della nostra il pericolo è noto, ma da noi nessuno sembra aver intenzione di imparare la lezione dagli errori degli altri. Anzi, noi gli imam radicalizzati, invece di metterli in cella, li lasciamo liberi di predicare. Come è successo a Torino.
Quello della Suprema Corte è uno scarto dirompente rispetto alla vulgata dominante. È l’affermazione di un punto fermo che restituisce umanità a un tema ormai preda dei tecnicismi e di un certo scientismo paranoico; secondo le toghe «la sofferenza interiore patita dai genitori» ha un valore che non può essere nascosto, sottovalutato, derubricato. Lo scritto che restituisce preminenza al diritto naturale riguarda una vicenda giudiziaria che aveva preso una brutta piega: la morte a Napoli di una neonata per asfissia perinatale causata dal tardivo intervento sanitario con il parto cesareo.
In primo grado era stato riconosciuto ai genitori un risarcimento di 165.000 euro ciascuno ma in Appello il giudice aveva deciso di dimezzare l’importo adducendo al fatto che si trattava di «perdita di un rapporto parentale solo potenziale». Quindi non compiuto, non completo, secondo canoni puramente teorici che non tengono conto dell’affettività, dell’emotività, insomma del fattore umano e morale. I legali dei genitori hanno fatto ricorso in Cassazione, che ha annullato la sentenza precedente, ha valorizzato la «sofferenza interiore» e ha stabilito il ripristino del risarcimento secondo le tabelle elaborate dal tribunale di Milano e valide su tutto il territorio nazionale. «Una diversa soluzione sarebbe anche in contrasto con l’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che protegge la vita famigliare e tutela la maternità», hanno sottolineato i giudici. Ulteriore precisazione, il ricorso al presunto danno solo potenziale sarebbe «non conforme alla realtà prima ancora che al diritto».
La decisione che riconosce come faro un principio inalienabile costituisce un’inversione di tendenza forte, rappresenta il ritorno ai valori inderogabili della vita umana rispetto al diritto positivo, alle norme imposte e alle situazioni di fatto che allontanano dai fondamenti etici chi deve prendere decisioni. A questo punto si potrebbe sintetizzare con una battuta: finalmente la giustizia ha deciso di riconoscere il valore della vita anche prima del vagito. E ha stabilito che la bimba estratta dal grembo materno priva di vita (per acclarata responsabilità dei medici) ha un effetto emotivo così forte da meritare un risarcimento non solo per i genitori, ma anche per eventuali fratelli e nonni.
La pronuncia della Cassazione non parla solo a quella mamma e a quel papà ma a tutti noi. Se «il rapporto genitoriale sussiste già durante la vita prenatale», significa che ha valore fin dal concepimento, a prescindere dal fatto che quel feto diventato persona compiuta sia poi venuto alla luce. E la tutela dev’essere naturalmente estesa alla gestazione; proprietà transitiva scontata per noi, non certo per chi sostiene acriticamente il diritto all’aborto «senza se e senza ma» e per chi nell’ultimo decennio (movimenti, partiti politici e la stessa magistratura) si è appiattito sulle evoluzioni pseudo-scientifiche della moda lunare del woke.
Proprio perché la vita è tale fin dal suo concepimento, la sentenza non può non coinvolgere il mondo giudiziario e il diritto penale in casi di cronaca nera: l’uccisione di una donna incinta dovrebbe configurarsi come duplice omicidio. Un caso di scuola è il delitto di Giulia Tramontano, trucidata con 37 coltellate dal convivente Alessandro Impagnatiello mentre era incinta al settimo mese di un bimbo che aveva già un nome, Thiago. Nei processi d’Assise e poi d’Appello l’assassino è stato accusato e poi condannato anche per «interruzione di gravidanza non consensuale», non per duplice omicidio, come se suo figlio non ancora nato fosse solo un inanimato effetto collaterale. Eppure lui aveva confessato di essere a conoscenza della situazione, tanto da avere avvelenato per mesi Giulia con una quantità notevole di veleno per topi. E aveva sottolineato di avere perpetrato il femminicidio proprio «per causarle un aborto». Poiché di questi tempi le sentenze di Cassazione vengono citate (e modellate con il pongo) per estendere diritti non supportati da leggi dello Stato e sancire indefinibili desideri universali, eccone una di granito, difficilmente biodegradabile. Che improvvisamente riconduce la nostra società a qualcosa che prese forma prima di noi, il diritto naturale, e senza circonlocuzioni leguleie ci ricorda la sacralità della vita dal concepimento alla morte. Nell’innata armonia fra madre e feto non può esistere un rapporto «solo potenziale». E quell’«intensa sofferenza interiore», per chi resta, profuma così intensamente d’amore da non poter essere travisata da un comma posticcio o da uno slogan femminista.
Ladro ucciso da carabiniere: gli avvocati vogliono i soldi dati dai lettori della «Verità»
Vogliono chiedere ai lettori della Verità i soldi per pagare le spese legali dei familiari del pregiudicato siriano ucciso. Incredibile ma vero, gli avvocati delle parti civili non solo puntano alle donazioni raccolte, ma intendono chiedere ai sottoscrittori di provvedere a pagare la loro difesa.
Claudia Serafini e Michele Vincelli, legali di moglie, figli e fratelli di Jamal Badawi, 56 anni, quattro fogli di espulsione mai eseguiti, ucciso la notte del 20 settembre 2020 durante un tentativo di furto e dopo aver ferito un carabiniere, tentano di battere cassa direttamente alla Verità, che non è parte processuale ma ha solo lanciato una raccolta di aiuti arrivata alla straordinaria cifra di 450.000 euro.
Donazioni da parte di tantissimi cittadini che hanno voluto così mostrare la loro solidarietà al vicebrigadiere Emanuele Marroccella, 44 anni, sposato con figli, condannato il 7 gennaio a tre anni di reclusione per «eccesso colposo nell’uso legittimo di armi». È stato ritenuto colpevole di aver sparato al delinquente Badawi nel tentativo di difendere il suo collega Lorenzo Grasso della Radiomobile di Roma, vivo per miracolo. Il siriano era morto.
Marroccella, oltre all’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni deve pagare una provvisionale di 125.000 euro, somma pari a sei anni del suo stipendio di carabiniere e solo l’enorme generosità dei lettori della Verità gli ha tolto almeno questo incubo economico. Le modalità di versamento della provvisionale, stabilita dal giudice del Tribunale di Roma Claudio Politi a carico dell’imputato ritenuto colpevole in primo grado, vanno concordate tra avvocati. Non certo chiedendo alla Verità di far fronte al pagamento, contando sulle donazioni di così tanti cittadini.
«La richiesta delle parti civili si manda all’avvocato del difensore», confermano Paolo Gallinelli e Lorenzo Rutolo legali del vicebrigadiere. Invece, i 450.000 euro devono aver prodotto un abbaglio, si vogliono avere i soldi subito dalla Verità. È singolare, poi, che si intenda chiedere sempre a questo giornale di provvedere alla liquidazione di 8.806 euro come «refusione delle spese di costituzione e difesa» sostenute da moglie, figli e fratelli del pregiudicato siriano.
Ovvero, 5.180 euro andranno all’avvocato di Zumbach Tania, Badawi Omar, Badawi Kaiser, Badawi Svetlana, Badawi Syriana, Badawi Selvana, Badawi Bakri, Badawi Dalai, Badawi Khadija, Badawi Manal, Badawi Youssef, Badawi Abduirahim»; e 3.626 al secondo legale che assiste Badawi Aber, un altro fratello del siriano. Tutte persone che avevano chiesto e ottenuto il patrocinio gratuito, cioè di non pagare i propri avvocati!
«La persona non abbiente può richiedere la nomina di un avvocato e la sua assistenza a spese dello Stato», chiarisce il ministero della Giustizia. Per essere ammesso, deve dichiarare un reddito annuo imponibile non superiore a 13.659,64 euro. La domanda di ammissione si presenta alla cancelleria del giudice e nel caso dei parenti di Badawi era stata accolta.
Va sottolineato che «se il richiedente è straniero (extracomunitario) la domanda deve essere accompagnata da una certificazione (per i redditi prodotti all’estero) dell’autorità consolare competente che attesti la verità di quanto dichiarato nella domanda. In caso di impossibilità, la certificazione può essere sostituita da autocertificazione». Incredibile, un extracomunitario basta che dichiari di essere in difficoltà economiche, mentre un cittadino italiano deve dimostrare di tutto e di più.
Quando un soggetto gode del patrocinio gratuito, le spese sono a carico della collettività quindi noi tutti avremmo dovuto pagare le spese legali delle parti civili del siriano, ucciso durante un tentativo di furto e dopo che aveva ferito un carabiniere. A figli, moglie, fratelli di Jamal Badawi, in tutto tredici persone, è stato concesso di non pagare i propri avvocati ma gli stessi familiari hanno chiesto e ottenuto la provvisionale di 125.000 euro.
Su richiesta di contenuto risarcitorio della parte civile, infatti, il giudice penale può condannare l’imputato al pagamento di una provvisionale come anticipo sull’importo integrale che spetterà in via definitiva. Provvisionale immediatamente esecutiva, si può procedere all’esecuzione forzata senza attendere il deposito delle motivazioni della sentenza che, in questo caso, si conosceranno entro aprile.
Se non ci fosse stata la sottoscrizione e la straordinaria adesione di così tante persone, il vicebrigadiere Emanuele Marroccella sarebbe stato costretto a indebitarsi per pagare subito 125.000 euro, altrimenti il creditore può avviare un pignoramento dello stipendio o di altre somme.
Senza avere ottenuto le attenuanti generiche, con una pena inasprita rispetto ai due anni e sei mesi chiesti dalla Procura, il vicebrigadiere confida nell’Appello. «Non si trattò né di legittima difesa né di eccesso colposo, ma di uso legittimo delle armi da parte di un pubblico ufficiale che non ha scelta: deve intervenire», hanno ribadito i suoi legali.
Le parti civili volevano che Marroccella fosse imputato addirittura di omicidio volontario e avevano chiesto una cifra astronomica, 200.000 euro per ciascun familiare, ridotta poi dal giudice a 15.000 euro per ogni figlio e la moglie del Badawi, a 5.000 euro per ciascuno dei suoi fratelli. Questi soldi, raccolti attraverso l’iniziativa della Verità, vanno al vicebrigadiere. Provvederà lui, attraverso i suoi avvocati, a pagare i 125.000 euro della provvisionale che gli è stata imposta assieme a una dura condanna.
Da giorni illustri commentatori e politici progressisti vanno ripetendo che per combattere la violenza diffusa bisogna non tanto varare nuove misure repressive o spargere più agenti del territorio, ma occuparsi del disagio giovanile e ascoltare i ragazzi. È una teoria interessante, motivo per cui speriamo con tutto il cuore che tutte queste personalità autorevoli tengano fede ai loro propositi e ascoltino la voce di un ragazzo. Parliamo di Kiro Attia Ayman, giovanissimo cugino di Youssef Abanoub, studente ucciso a coltellate in una scuola di La Spezia la scorsa settimana da un compagno, Zouhair Atif, 19 anni, marocchino. Va ascoltato con attenzione Kiro, perché parla con gentilezza e intelligenza, senza cadere in mezzo luogo comune. E dice cose diverse dalle banalità che circolano sui media e che vengono quotidianamente ribadite dall’intellettuale unico progressista.
Anche Kiro ha origini straniere. Sul suo profilo Facebook compare una bandiera egiziana al fianco di quella italiana. Dunque conosce bene i dilemmi identitari e i problemi delle cosiddette seconde e terze generazioni. Giovedì, parlando a Ore 14 Sera di Milo Infante, su Raidue, è stato chiarissimo a riguardo. Già il suo esordio è stato sorprendente. La telecamera lo inquadrava e dietro di lui si vedevano una croce e un’immagine della Madonna, segno evidente della religione cristiana copta, che a quanto pare ha avuto un ruolo rilevante nella formazione del ragazzo. «Nonostante questo momento difficile per noi e per tutti quanti», ha iniziato Kiro, «mi sono sentito in dovere di ringraziare tutte le forze dell’ordine, tutti gli uomini e le donne che indossano una divisa, che in questa settimana sono stati di un grandissimo supporto. I loro occhi parlavano chiaro, dicevano “Kiro ce la fai, vai avanti, siamo tutti con te”». Caspita: un giovane che ringrazia le forze dell’ordine per il loro lavoro, gesto decisamente inedito da cui pure qualche politico dovrebbe prendere esempio. Ma attenti che il meglio deve ancora venire. Milo Infante ha posto a Kiro una domanda diretta e cristallina: «Chi oggi porta un coltello in tasca, chi è un pericolo per la sicurezza?». Kiro ha risposto con saggezza: «In base alla mia esperienza purtroppo», ha detto, «ci sono tantissimi giovani che girano sempre con dei coltelli in tasca con la scusa di doversi difendere. Ma se si mettessero tutti d’accordo e dicessero “il coltello non ce lo portiamo così non ci dobbiamo difendere da nessuno”, probabilmente questo fenomeno diminuirebbe». Subito dopo, Kiro ha fatto affermazioni spiazzanti, almeno per l’intellettuale italico medio.
«Il problema», ha spiegato, «non è solo quello del coltello, ci sono altri problemi. I problemi possono riguardare la cultura dei ragazzi e soprattutto il modo in cui sono stati educati in casa. Purtroppo c’è questa cultura del coltello che in alcuni Paesi è normale. Per loro è normale utilizzarli, un po’ come per noi magari è normale uscire con il telefono. Per loro uscire con un coltello o qualsiasi arma che possa offendere qualsiasi altra persona è un gesto di normalità». A quel punto, Infante lo ha incalzato: «Ma quando dici “loro” a chi ti riferisci, ai cosiddetti maranza?». Risposta di Kiro: «Hai detto benissimo Milo, proprio i maranza, le baby gang, proprio loro, che da quando sono aumentati è aumentato anche questo fenomeno qui dei coltelli».
Ma pensa, il giovane di origini egiziane spiega che ci sono altri ragazzi stranieri che hanno una cultura del coltello. Stranieri di precisa provenienza, e con abitudini note. «Sicuramente ci sono tantissimi fattori che hanno influenzato questo tipo di violenza, dalla morte di mio cugino oppure a tanti altri episodi che sentiamo ogni giorno», ha proseguito Kiro. «Se io non filtro l’immigrazione e mi porto persone che sono criminali già nel loro Paese di origine, diventano criminali anche qui. Le leggi che ci sono andavano bene fino a qualche anno fa, perché fino a qualche anno fa in una rissa si finiva con due pugni, tre punti in testa e finiva lì. Nel 2026 si portano i coltelli ed è un problema. Nel 2030 probabilmente la gente andrà in giro con le armi, se già non lo fanno». Davvero incredibile. Kiro non parla di disagio, non ripete frasi strappacuore su integrazione e ascolto. Lui l’integrazione la vive, e non gli piacciono né l’immigrazione di massa né i maranza che girano armati. E più parla, più chiede rigore e sicurezza. «Se io esco con un grammo di droga e la polizia mi ferma, mi fa un foglio di possesso e finita lì la storia», insiste Kiro. «Ma penso che servano misure molto restrittive: mi fermano con un grammo di droga? Allora mi sospendono la patente, mi ritirano il passaporto, devono limitare la mia libertà». Sono parole di un «nuovo italiano» che non invita alla guerra ma al disarmo, epperò chiede rigore e rispetto delle regole. Non piange sull’integrazione mancata, è integrato con serietà e garbo. Volete più ascolto? Cominciate ascoltando lui.









