- Un incendio improvviso divora un locale esclusivo di Crans-Montana, tempio dello sci, durante la festa di Capodanno frequentata da under 17. Quasi 50 vittime, però riconoscere i corpi è complicato. Un centinaio i feriti con gravi ustioni, trasferiti pure a Milano.
- Farnesina al lavoro per gestire l’emergenza e dare tutte le informazioni possibili ai parenti. Bertolaso: «Stiamo facendo un censimento per capire quanti sono coinvolti». Meloni: «Sto seguendo la situazione».
- Le candeline avrebbero innescato il «flashover», la propagazione fulminea delle fiamme.
- Valle d’Aosta, Piemonte e Lombardia subito in campo per assistere la Confederazione. Primi trasferimenti a Milano. Musumeci: «Siamo pronti alla mobilitazione nazionale».
Lo speciale contiene quattro articoli.
È la notte di Capodanno, il locale è pieno di ragazzi, la musica, le voci, le risate. All’improvviso, le fiamme: lingue di fuoco che avvolgono il soffitto, prima dietro il bancone del bar e, in pochi secondi, su tutti gli arredi. I ragazzi non se ne accorgono subito, non capiscono cosa stia accadendo, qualcuno riprende i primi istanti con il cellulare e, in sottofondo, le voci sono ancora di festa.
Qualche attimo dopo il locale si trasforma in una trappola mortale: il fuoco si propaga velocemente, tutti lasciano i tavoli gridando di terrore e cercano le scale che portano all’esterno, avvolti dal fumo sempre più denso. Si calpestano, si ostacolano a vicenda, atterriti, si feriscono. Poi qualcosa nel locale esplode, un boato fortissimo forse due e la tragedia diventa una strage.
Sono 47 i morti e oltre 115 i feriti, molti dei quali gravi, nella tragedia di Crans-Montana località sciistica del Canton Gallese in Svizzera frequentatissima in questa stagione da turisti che arrivano da tanti Paesi diversi. Intorno all’1.30 della notte tra il 31 dicembre e il 1 gennaio, forse a causa di alcune candeline accese e posizionate sui tappi delle bottiglie di spumante, il soffitto del bar discoteca Le Constellation, nel centro del paese, ha preso fuoco mentre era in corso una serata di Capodanno dedicata ai giovanissimi. Il longue bar è una struttura nota in paese, aperta da anni, molto frequentata dai ragazzi che arrivano anche dalle località vicine. È un locale a due piani: a quello terreno c’è una terrazza chiusa e coperta che affaccia direttamente sulla via. Da lì si accede al piano seminterrato, dove si stava svolgendo la festa. All’interno, secondo le testimonianze, c’erano circa 200 persone, quasi tutte sedute ai tavoli, e tanti ragazzi erano in fila, fuori al freddo, ancora in attesa di entrare.
Secondo uno dei primi racconti di ieri, quello di due giovani francesi che hanno parlato alla tv transalpina Bfm, le fiamme sarebbero partite da candeline accese su bottiglie di champagne che avrebbero appiccato il fuoco al soffitto in legno. «Una delle candeline è stata avvicinata troppo al soffitto, che ha preso fuoco e nel giro di poche decine di secondi tutto era in fiamme», hanno spiegato le due giovani che sono riuscite a mettersi in salvo. «Abbiamo cominciato a vedere del fumo e delle fiamme molto alte, ho provato a fuggire ma non riuscivamo ad uscire dalla porta», ha raccontato un altro giovane testimone, «c’era il caos, ho messo un tavolo a terra per proteggermi e per evitare che le persone in fuga mi schiacciassero, ho pensato che sarei morto così. Poi ho capito che l’unico modo per uscire era rompere una finestra, l’ho fatto e mi sono ritrovato fuori senza scarpe e senza vestiti».
Fuori del locale, dopo lo scoppio, una scena surreale: decine di persone a terra, bruciate sul corpo e sul volto, alcune senza vita. «L’aria era irrespirabile, tanti ragazzi insanguinati senza vestiti, stavano riversi sul marciapiede con i volti nascosti», racconta chi si è trovato davanti alla tragedia.
L’allarme che ha avvisato le forze dell’ordine dell’incendio è stato lanciato da una persona che abita accanto al locale: «I soccorsi sono arrivati in pochi minuti e molto rapidamente è stato attivato il dispositivo di sicurezza per fare in modo che gli agenti potessero agire al meglio», ha spiegato il capo della polizia del Canton Gallese, Frederic Gisler, in conferenza stampa, «Per prima cosa abbiamo soccorso le vittime e le abbiamo smistate nei quattro ospedali della zona, poi i vigili del fuoco hanno circondato l’area e abbiamo attivato un numero verde per le famiglie dei dispersi e un servizio di supporto psicologico per i feriti e i loro familiari». La macchina dei soccorsi è stata efficiente: solo nelle prime ore dopo la tragedia erano già in attività dieci elicotteri, 40 ambulanze e oltre 150 sanitari. Ma lo strazio non è finito per le tante famiglie che restano in attesa di notizie dai loro cari. «Purtroppo il lavoro di identificazione delle vittime sarà lungo e richiederà molto tempo perché molti corpi sono carbonizzati o con ustioni gravissime», ha chiarito ancora il capo della polizia, mentre sulle cause che hanno scatenato l’incendio è stata aperta una inchiesta.
Quello che appare certo è che il fuoco si sia propagato velocemente perché l’incendio è scoppiato all’interno di un locale chiuso e ha provocato a sua volta l’esplosione, un fenomeno ad altissimo impatto definito con il termine tecnico «flashover», ossia il passaggio improvviso da un incendio localizzato in uno spazio chiuso a uno più ampio.
Secondo quanto riportato dal quotidiano Corse Matin i proprietari e gestori de Le Constellation sarebbero una coppia di francesi originari della Corsica, Jessica e Jacques Moretti. A quanto risulta, la donna, proprietaria anche di un altro locale nella zona, era all’interno del bar quando è scoppiato l’incendio ed è rimasta ferita a un braccio. «Quello che è accaduto è tra le peggiori tragedie del nostro Paese e ci impegneremo al massimo per capire le cause e le responsabilità», ha dichiarato il presidente della Confederazione elvetica che ha invitato turisti e sciatori a prestare particolare attenzione nei prossimi giorni e ad adottare comportamenti prudenti al fine di non impegnare i soccorsi e le unità operative degli ospedali in nuove emergenze. Dichiarati cinque giorni di lutto «per rispetto alle vittime».
Dispersi 6 connazionali, 13 ricoverati. Tajani oggi sul luogo dell’ecatombe
La notizia dell’esplosione e i telefoni che squillano a vuoto. È questa la rappresentazione plastica dell’incubo di ogni genitore, incubo divenuto realtà per decine di loro nella notte del primo gennaio 2026. La Farnesina è al lavoro ma ci vorranno giorni per avere numero e nomi precisi dei morti nella tragica esplosione di Capodanno a Crans-Montana, in Svizzera. Lo ha spiegato l’ambasciatore Gian Lorenzo Cornado accorso sul posto: «L’accertamento delle vittime richiederà dei giorni a causa delle gravi ustioni subite dalle persone che si trovavano all’interno del locale».
A dilaniare i parenti dei dispersi è soprattutto l’incertezza, le prime notizie trapelate parlavano di un numero di italiani coinvolti ben superiore a 19. Molti minorenni, i più grandi superano appena i 25 anni. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, che questa mattina si recherà a Crans Montana, ha disposto l’allestimento di una piccola unità di crisi del consolato generale di Ginevra sul posto «per rispondere alle domande dei connazionali ma anche per assistere le famiglie».
Il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, tenuta in costante aggiornamento dal vicepremier Tajani, al mattino ha espresso, a titolo personale e a nome del governo, le più sentite condoglianze per il drammatico incendio ringraziando le risorse della Protezione civile operative ed esprimendo la propria vicinanza ai familiari delle vittime, ai feriti, alle istituzioni e al popolo elvetici.
Dieci i nomi dei dispersi raccolti dalle prime testimonianze dei familiari che hanno raggiunto il centro per avere notizie, ma ieri sera erano in sei a risultare dispersi: Achille Osvaldo Giovanni Barosi (nato il 17 luglio del 2009), Riccardo Minghetti (02/09/2009), Chiara Costanzo (05/06/2009), Giovanni Raggini (26/09/1997), Giovanni Tamburi (21/12/2009), Giuliano Biasini. Tredici fin qui i ricoverati, molti di questi gravi. Leonardo Bove, Alessandra Galli De Min ed Eleonora Palmieri nel nosocomio di Sion, Antonio Lucia e Filippo Leone Grassi all’ospedale di Losanna, Francesca Nota in quello di Zurigo, Manfredi Marcucci nell’ospedale di Sion e Talingdan Kian Kaiser. Tragica la sorte di un gruppetto di sedicenni milanesi che, come gli altri, avevano raggiunto il locale Le Constellation per festeggiare il Capodanno. Una di loro è in coma all’ospedale di Zurigo, un altro è stato trasportato con l’elicottero a Zurigo con diverse ustioni alla testa e a una mano. Gli altri tre si sono salvati perché non sono stati fatti entrare.
«Mi hanno respinto all’ingresso e ho deciso di prendere il bus che stava passando in quel momento per andare al Montana (un altro locale)», ha raccontato un ragazzo ai microfoni di Rainews. Un altro, Battista Medde di Oliena ha risposto alle domande del Messaggero: «Dovevo andare anch’io ma ho preferito un altro locale dove si poteva entrare gratuitamente, visto che La Constellation aveva un biglietto di ingresso». Poi ha spiegato: «Io sono italiano e ho sempre frequentato quel locale, tanti italiani vanno là perché è un locale che chiudeva abbastanza tardi, che aveva il biliardo e le freccette e lo spazio era abbastanza grande per stare tutti insieme».
Guido Bertolaso, che dopo aver guidato la Protezione civile oggi è assessore al Welfare della Regione Lombardia, ai cronisti ha detto: «Ci sono altri due giovanissimi italiani ricoverati negli ospedali di Zurigo e Berna che però al momento non sono trasportabili per le gravi condizioni». Bertolaso illustra ai cronisti anche le condizioni di salute del primo ferito italiano arrivato al Niguarda la cui situazione sarebbe seria e per il quale il primo bollettino è stato emesso dopo le 20 insieme a quello di altri due connazionali, anch’essi giovani come la prima vittima, che hanno raggiunto anche loro l’ospedale milanese in serata, tutti intubati e con ustioni stimate tra il 30 e il 40% del corpo. Tra i feriti arrivati anche una donna: «Era cosciente e le sue condizioni non apparivano particolarmente critiche. So che ha subito un fortissimo trauma, probabilmente toracico stava mentre uscendo di corsa come tutti gli altri per salvarsi. Ha anche delle ustioni ma non mi sono sembrano gravissime. Sono arrivati anche altri due ragazzi che adesso stanno facendo il triage», ha spiegato Bertolaso.
Le notizie, tuttavia, arrivano confuse tanto che l’ex uomo forte della Protezione civile nazionale precisa: «Siccome sappiamo che ci sono altri italiani, stiamo facendo il censimento da un lato per sapere tutti quelli che sono ricoverati negli ospedali del Paese svizzero e poi per capire con il “team” di medici esperti che dovrebbe partire nella notte chi può essere trasportato, lo prendiamo e lo portiamo subito qui».
«Le autorità svizzere mi hanno promesso che mi forniranno l’elenco degli italiani feriti stasera, al massimo domani mattina, e lo condividerò immediatamente con la Farnesina», ha aggiunto l’ambasciatore italiano Cornado, che al Tg4 ha spiegato: «Ci manca questo dato: l’elenco dei feriti e dove sono ricoverati».
Anche la Commissione europea, al pomeriggio, si espone per proporre il suo aiuto: «Profondamente rattristata dall’incendio a Crans-Montana. I miei pensieri sono con le vittime, le loro famiglie e tutti coloro che sono stati colpiti. Stiamo collaborando con le autorità svizzere per fornire assistenza medica alle vittime attraverso il Meccanismo di Protezione civile dell’Ue. L’Europa è pienamente solidale con la Svizzera», ha scritto su X il presidente Ursula Von der Leyen.
La discoteca era in un seminterrato. Una trappola con un’unica via d’uscita
Centinaia di persone in un seminterrato con una sola scala per risalire all’esterno. Una uscita di sicurezza sul fondo del locale, ma poco segnalata. Il soffitto in legno, i materiali non ignifughi e i giochi pirotecnici con le «stelle di natale» infilate nelle bottiglie di champagne per fare festa. Ci sarebbero anche questi tra gli elementi che hanno trasformato la festa di capodanno nell’apres- ski Le Constellation, meglio conosciuto come Le Conste, in una strage di giovani, rimasti intrappolati e bruciati vivi all’interno della discoteca più nota di Crans-Montana.
Sulle dinamiche dell’accaduto è stata aperta una inchiesta e il procuratore generale del Canton Vallese, Beatrice Pilloud, ha annunciato l’avvio di una indagine per accertare cause e responsabilità. I racconti dei giovani che si sono salvati insistono, però, tutti, su alcuni fatti drammatici: l’utilizzo delle candeline scintillanti nella sala con il soffitto in legno, i pochi secondi passati tra le prime fiamme e la strage e la difficoltà dei presenti a raggiungere l’uscita per mettersi in salvo.
«Poco prima che scoppiasse l’incendio ho visto ragazze del servizio che portavano ai tavoli le bottiglie con dentro le candeline scintillanti», racconta uno dei giovani che si è salvato. «A un certo punto, uno dei clienti a cui era stata servita la bottiglia è salito sulle spalle di un amico, tenendo la bottiglia in mano e alzando le braccia ha quasi toccato il soffitto», racconta un altro «e pochi secondi dopo, tutto era avvolto dalle fiamme». Ma come è possibile? In gergo tecnico di chiama «flashover» e si tratta di un rogo che divampa velocemente in un locale chiuso e che crea esplosioni a ripetizione, senza lasciare scampo a chi si trova all’interno. Non serve una fiamma libera, per avviarlo bastano le temperature elevatissime e la concentrazione di materiali infiammabili, la reazione a catena che si innesca è incontrollabile e la temperatura sale così rapidamente da non lasciare ai presenti il tempo di fuggire. Le Constellation è aperto dal 2015, dopo una completa ristrutturazione che lo ha trasformato da locale fatiscente in meta chic delle vacanze sulla neve. Al piano seminterrato, che è il cuore del locale, tra schermi, luci psichedeliche e dj set, la pratica delle candeline pirotecniche, come dimostrano alcuni video girati nel locale, era usuale e quindi evidentemente, ritenuta sicura, nonostante l’ambiente senza sbocchi diretti sull’esterno.
Poi c’è la questione della scala e dell’uscita di sicurezza e, anche in questo caso, i racconti dei superstiti lasciano attoniti. Come quello di tre amici che quella sera dovevano festeggiare a Le Conste ma, all’ultimo momento, hanno rinunciato perché fuori dal locale c’erano decine di giovani in fila per entrare: «Appena è scoppiato l’incendio, i body guard che erano all’ingresso sono stati avvisati e sono scesi di sotto», raccontano, «a quel punto quelli che erano in fila ne hanno approfittato per riversarsi dentro ostacolando la fuga di chi tentava disperatamente di uscire per salvarsi la vita». Un altro testimone ha raccontato di essere passato nei pressi del locale proprio dopo lo scoppio dell’incendio e di aver visto «decine di giovani accalcati che cercavano di uscire dal locale senza riuscirci» mentre il fuoco devastava i loro corpi.
A quanto risulta sulle piattaforme di promozione turistica, Le Conste non brillava alla voce «sicurezza»: aveva collezionato alcune recensioni negative. Da ieri, inoltre, le pagine social del locale sono state chiuse.
Aiuti dall’Italia, ustionati al Niguarda
«Se le autorità elvetiche dovessero farne richiesta, attraverso il nostro ministero degli Affari esteri, non esiteremmo a dichiarare lo stato di mobilitazione nazionale delle nostre strutture di Protezione civile a supporto di quelle operative in Svizzera»: così il ministro per la Protezione civile, Nello Musumeci, ha voluto ribadire lo sforzo straordinario che le autorità e i soccorritori italiani hanno fin da subito messo in campo per assistere la Svizzera nelle operazioni di soccorso a Crans-Montana. Fin da subito, infatti, Regione Lombardia si è prontamente messa a disposizione per «accogliere i giovani rimasti feriti nella notte nel tragico incidente mettendo a disposizione tutte le competenze e le risorse necessarie», hanno fatto sapere da Palazzo Lombardia con una nota. Ieri sera sono stati trasferiti in Italia i primi pazienti coinvolti nel rogo: si tratta di tre connazionali portati al centro grandi ustioni del Niguarda di Milano, dopo sono stati resi disponibili 18 posti letto. Lo ha riferito a Rainews 24 il direttore del Cross 118, Andrea Nicolini. «Sono intubati e hanno ustioni sul 30-40% del corpo, non sappiamo se sono lombardi», ha aggiunto l’assessore lombardo al Welfare, Guido Bertolaso, accettiamo e siamo pronti a farci carico di feriti di qualsiasi nazionalità. Manderemo un team di nostri esperti di grandi ustioni che gireranno tutti gli ospedali della Svizzera per controllare tutti i nostri connazionali. Manderemo anche un team di psicologi per i genitori dei ragazzi ricoverati negli ospedali e per quelli ancora non riconosciuti». Solidarietà lombarda ribadita, ieri sera, anche dal governatore Attilio Fontana. Anche una squadra del soccorso alpino valdostano sta operando nella cittadina svizzera: da Aosta è partito all’alba di ieri un elicottero della Protezione civile regionale con a bordo i tecnici del soccorso alpino e un medico.
E pure il Piemonte è sceso in campo: «Abbiamo attivato il nostro sistema sanitario, offrendo posti letto per ricoverare i pazienti negli ospedali del nord del Piemonte, medici e personale sanitario in grado di gestire situazioni di emergenza Azienda zero è già in contatto con i diversi soggetti interessati per mettere a disposizione gli elicotteri del servizio regionale di elisoccorso per il trasporto di eventuali pazienti critici negli ospedali regionali sulla base delle richieste che perverranno dal ministero degli Esteri e dagli organi sanitari europei. Anche il nostro sistema di Protezione civile è pronto a collaborare», ha dichiarato il governatore Alberto Cirio. L’Emilia-Romagna ha messo a disposizione 50 posti di terapia intensiva, da Genova è pronto a partire un expert-team per le grandi ustioni.
«Vogliamo ringraziare Italia, Francia e Germania per l’aiuto dopo la tragedia», ha commentato commosso Guy Parmelin, presidente della Confederazione elvetica, in conferenza stampa.
Quando il prezzo non fa il gioco: milioni sprecati e affari riusciti tra Premier e Serie A
I grandi investimenti dell’estate non hanno mantenuto le promesse, mentre operazioni a basso costo hanno prodotto rendimento e continuità. Alla vigilia del mercato di gennaio, il campo ribalta i bilanci e rimette al centro una verità antica: nel calcio non vince chi spende di più, ma chi spende meglio.
Nel calcio dei grandi numeri, l’estate del 2025 ha confermato una regola antica che resiste al tempo: il prezzo pagato per un giocatore non garantisce il rendimento, anzi spesso lo complica. E così nei prossimi giorni inizierà la giostra del campionato di riparazione, tra affari dell'ultimo minuto e speranze di trovare la soluzione per concludere al meglio la stagione calcistica. In Premier League la scorsa estate si era aperta sotto il segno delle spese record. Il Liverpool ha spinto l’acceleratore fino a toccare i 125 milioni di sterline per Alexander Isak, una cifra mai vista prima in Inghilterra.
Il giocatore prometteva bene, dopo la buona stagione dell'anno passato al Newcastle. Ma non è andata come si sperava. Alla fine è arrivato anche uno stop fisico che ha interrotto un inserimento già complicato, con pochi gol e assist. Prima dell’infortunio il contributo in campionato dello svedese è stato modesto, insufficiente per un investimento di quella portata. Nello stesso mercato, sempre ad Anfield, è arrivato Florian Wirtz, operazione da oltre cento milioni complessivi. Talento indiscutibile, estetica raffinata, ma numeri a lungo assenti: poche reti, pochi assist, un impatto inferiore a quello che il prezzo faceva sognare. È la distanza tra bellezza e incisività, che nel calcio moderno pesa quanto un risultato.
Il Manchester United ha vissuto una dinamica simile con Matheus Cunha. Pagato circa 62 milioni di sterline, quasi 72 milioni di euro, doveva portare dal Wolverhampton strappi, creatività e gol. Finora ha restituito poco sul piano statistico, appena tre reti, lasciando la sensazione di un acquisto ancora fuori fase rispetto al contesto e alle aspettative. Non è una bocciatura definitiva, ma è l’ennesima dimostrazione di come in Premier il costo amplifichi tutto: giudizi, pressione, fretta.In Serie A le cifre sono più contenute, ma le delusioni seguono una logica simile. Il Milan ha investito circa 37 milioni per Christopher Nkunku, un’operazione importante per il calcio italiano. L’impatto, però, è stato marginale: presenza discontinua, pochi minuti realmente decisivi, nessuna svolta offensiva. Sono arrivati tre gol, uno in Coppa Italia e due in campionato. Negli ultimi giorni si è parlato di una sua possibile cessione in Turchia. Ma domani a quanto pare sarà titolare nella trasferta di Cagliari.
Ancora più sfortunata la vicenda di Ardon Jashari, pagato oltre 35 milioni e fermato quasi subito da un grave infortunio. Qui il mercato si è scontrato con il fattore più imprevedibile: il corpo. Il prezzo resta a bilancio, il rendimento resta sospeso.Eppure, mentre i riflettori seguono i grandi assegni, il calcio continua a produrre valore lontano dalle copertine. In Premier League i casi più interessanti nascono spesso da investimenti medi o bassi, non da quelli monstre. Il Sunderland ha trovato stabilità grazie a Robin Roefs, portiere pagato poco più di 9 milioni di sterline, diventato titolare affidabile con una serie di clean sheet che valgono punti veri. Il Crystal Palacs ha puntato su un mercato contenuto, spendendo 55 milioni di euro e ottenendo rendimento immediato senza dover trasformare giocatori in simboli. Il Brighton continua a confermare il suo modello: esterni offensivi e centrocampisti pagati tra i 12 e i 18 milioni che garantiscono intensità, assist e sostenibilità. La squadra è a metà classifica, ad appena 8 lunghezze dal Liverpool. In Italia il discorso è ancora più netto. L’Atalanta ha investito circa 17 milioni per Nicola Zalewski, ottenendo corsa, duttilità e continuità. Anche la Juventus, con un mercato da 200 milioni di euro, non ha ricevuto al momento quanto sperato dalle novità arrivate. Anche se Edon Zhegrova e Jonathan David sembrano a poco a poco ingranare. Di sicuro uno dei colpi migliori dei bianconeri degli ultimi anni è stato Khéphren Thuram, pagato intorno ai 20 milioni, si è dimostrato un centrocampista dominante per presenza e affidabilità. Il Bologna ha costruito un’altra stagione solida su acquisti sotto i 10–12 milioni, trasformati in titolari grazie a un sistema che valorizza il collettivo più del nome. E poi c’è il caso che racconta meglio di tutti il senso di questa stagione: Adrien Rabiot al Milan. Arrivato senza costo di cartellino, solo con il peso dell’ingaggio, è diventato subito uno dei perni del centrocampo, con minuti, leadership e inserimenti decisivi. Nessuna cifra-record a schiacciarlo, solo rendimento. Il paradosso è evidente.
I flop più fragorosi nascono quasi sempre dall’eccesso, dall’illusione che il mercato possa comprare certezze. I successi più solidi emergono dalla misura: 8, 10, 15, 20 milioni spesi bene possono incidere più di investimenti cinque volte superiori. Spendere tanto non significa sbagliare, ma significa alzare l’asticella del giudizio, trasformare ogni partita in un processo. Spendere meno consente al calcio di respirare, di crescere senza rumore. E ora, con l’apertura imminente della finestra di mercato di gennaio, questo equilibrio tornerà al centro delle scelte: per correggere errori costosi, ma anche per dimostrare, ancora una volta, che nel calcio il valore vero non si compra a colpi di milioni, si costruisce sul campo.
Il discorso di fine anno del presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, e i massicci bombardamenti nella notte di Capodanno sembrano confermare che la svolta sulle trattative non sia dietro l’angolo. Parlando per venti minuti alla nazione, il leader di Kiev è tornato a ribadire che il piano di pace per l’Ucraina è «pronto al 90%», ma ha anche ammesso che la sorte della fine della guerra è legata proprio a quel 10% rimasto irrisolto. «Quel 10% contiene di fatto tutto: determinerà il destino della pace, il destino dell’Ucraina e dell’Europa, il modo in cui vivranno le persone» ha dichiarato.
Ha poi precisato che Kiev vuole la fine del conflitto, ma «non a qualunque costo». Su X, Zelensky ha poi rivelato che domani si terrà in Ucraina «una riunione dei consiglieri per la sicurezza nazionale» a cui prenderanno parte «i rappresentanti europei e della Nato» e probabilmente anche «il team americano». Sul fronte opposto, il presidente russo, Vladimir Putin, nel suo messaggio di fine anno, rivolgendosi ai soldati, ha affermato: «La Russia crede in voi e in una nostra vittoria».
Nel frattempo, il 2026 si è aperto con nuovi raid. Mosca ha sganciato 200 droni contro il territorio ucraino, prendendo di mira le infrastrutture energetiche. Intervenendo in merito, Zelensky ha commentato che «la Russia porta deliberatamente la guerra nel nuovo anno». A essere colpite sono state soprattutto le regioni di Odessa e della Volinia: gli attacchi russi hanno causato incendi e blackout, con più di 100.000 utenze che sono rimaste senza elettricità.
Dall’altra parte, il Cremlino ha dichiarato che nella notte sono stati intercettati e abbattuti 168 droni ucraini. Ma a scatenare l’ira di Mosca è stato soprattutto l’attacco condotto da Kiev nella regione di Kherson: mentre si festeggiava la serata più lunga dell’anno, tre droni ucraini avrebbero colpito un hotel e un bar nell’insediamento di Khorly, uccidendo 24 persone e ferendone altre 29. Il governatore russo, Vladimir Saldo, ha riferito: «Molti sono bruciati vivi. Un bambino è morto». A puntare il dito contro l’Europa è stato il ministero degli Esteri russo, che ha affermato in una nota: «L’atrocità sanguinosa commessa dalla cricca di Kiev, ricade interamente sulla coscienza dei leader occidentali che continuano a rifornire il regime in bancarotta con denaro e armi». E il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, Dmitry Medvedev, ha già avvertito che Kiev dovrà prepararsi ad affrontare «rappresaglie inevitabili».
Ciò si aggiunge a un’altra reazione violenta promessa dalla Russia contro Kiev dopo il presunto attacco ucraino, fallito, contro la residenza di Putin a Valdai. L’episodio risalente a lunedì scorso continua a tenere banco anche perché il Wall Street Journal ha reso noto che, secondo le indagini della Cia, i droni ucraini non avevano preso di mira la dacia dello zar, bensì un obiettivo militare situato nella stessa regione. A mettere in dubbio la versione russa è stato lo stesso presidente americano, Donald Trump: su Truth, senza aggiungere commenti, ha condiviso un editoriale del New York Post in cui si afferma che il raid ucraino sarebbe frutto di «una narrazione inventata o abbellita» di Mosca per «ostacolare la pace». In ogni caso il Cremlino ha manifestato la volontà di fornire tutte le prove della colpevolezza ucraina all’amministrazione americana. Il ministero della Difesa russo ha fatto sapere che «la decriptazione dei dati di routing ha rivelato che l’obiettivo finale dell’attacco con drone ucraino del 29 dicembre 2025 era una struttura presso la residenza presidenziale russa nella regione di Novgorod». Pare che Mosca abbia decodificato un file da un drone ucraino che era stato distrutto. Nella nota, il ministero ha poi aggiunto: «Questi materiali saranno trasferiti alla parte americana attraverso i canali stabiliti».
Il 2026 inizia con una buona notizia per l’industria agroalimentare e quella dei mobili italiani. I dazi imposti dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, sulle importazioni hanno messo a dura prova il Made in Italy soprattutto in quei settori maggiormente esposti oltre oceano. Ora il cambio di passo, grazie a un lavoro ininterrotto di diplomazia svolto dal ministero degli Esteri. Il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti ha reso noto in anticipo rispetto alla conclusione dell’indagine attesa per l’11 marzo, che in base alle analisi fatte nel frattempo, le aliquote dei dazi fissate in via provvisoria il 4 settembre verranno ridotte. Dal 91,74%, che si sarebbe sommato al 15% già in vigore su tutti i prodotti europei arrivando al 107%, i dazi passano al 2,26% per La Molisana (in totale si arriva quindi al 17,2%), al 13,98% per Garofalo (28,9%) e al 9,09% (24,09%) per gli altri 11 produttori non campionati.
«La rideterminazione dei dazi», viene evidenziato dal ministero degli Esteri, «è il segno del riconoscimento della fattiva volontà di collaborare delle nostre aziende da parte delle autorità statunitensi. È anche un segno dell’efficacia del sostegno assicurato dalla Farnesina e dal governo sin dal principio e che intendiamo continuare a dare in vista delle decisioni definitive».
Tutto ha avuto origine da un’indagine di Washington sulla base di un ordine anti dumping emesso nel 1996 sulla pasta italiana venduta negli Stati Uniti a prezzi inferiori danneggiando i gruppi locali. Dopo aver passato in rassegna diverse aziende, il Dipartimento del Commercio americano aveva accusato La Molisana e Garofalo di non essere abbastanza collaborative e di aver fornito informazioni incomplete o non conformi alle richieste. E aveva affermato di aver rilevato «margini di dumping medi ponderati stimati» dal primo luglio 2023 al 30 giugno 2024 del 91,74%. Lo stesso margine è stato applicato ad altre aziende italiane come Barilla, Sgambaro, Rummo. Ora il dietro front e le tasse doganali scendono.
Trump inoltre ha posticipato di un anno i nuovi aumenti tariffari su mobili imbottiti, da cucina e da bagno, rinviandone l’attuazione al 2027. Il presidente ha firmato il provvedimento poche ore prima della fine del 2025, rinviando i rincari doganali su questi articoli, che originariamente sarebbero dovuti entrare in vigore l’1 gennaio. A settembre, Trump aveva imposto nuovi dazi del 25% su mobili da cucina e mobili imbottiti che erano entrati in vigore a ottobre, con aliquote che sarebbero dovute aumentare rispettivamente al 50% e al 30% entro il 2026.
Soddisfatto il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida: «È la dimostrazione che il lavoro serio, senza inutili allarmismi, porta i suoi frutti. Abbiamo seguito sin da subito la vicenda. Oggi sappiamo di aver scelto la strada giusta e le tariffe sono fortemente ridimensionate».
Ma se gli Usa fanno marcia indietro, ora il pericolo viene dalla Cina. Il governo di Pechino ha minacciato nuovi dazi sui prodotti lattiero–caseari importati dall’Unione europea. Si ipotizzano aliquote fino al 52%, a danno soprattutto dei prodotti freschi, in particolare per i formaggi italiani che sono il secondo prodotto agroalimentare made in Italy esportato in Cina, dopo il vino, spiegano da Coldiretti e Filiera Italia. In gioco ci sono numeri che, seppur ancora contenuti rispetto ad altri mercati, raccontano una storia di forte dinamismo: nel 2024 le vendite di formaggi italiani in Cina hanno raggiunto un valore di 71 milioni di euro, con un incremento del 207% rispetto al 2020, secondo un’analisi Coldiretti su dati Istat. L’Italia ha saputo ritagliarsi uno spazio importante, puntando in particolare sui prodotti freschi e ad alto valore aggiunto, percepiti come premium. Mozzarella, burrata, mascarpone e altre specialità hanno un posto nella ristorazione italiana e internazionale delle grandi città cinesi, e sono entrati anche nel consumo domestico delle fasce di popolazione più abbienti. Nel complesso, l’export di cibo italiano verso la Cina ha superato nel 2024 i 600 milioni di euro.










