Sono 62 le medaglie al valore militare concesse agli Alpini che combatterono durante la Resistenza. Dopo l’8 settembre 1943 anche le Penne nere, come tutti i militari italiani, si trovano allo sbando. Con chi stare quando tutto sembra perduto? Con i tedeschi, che da alleati sono diventati nemici? Con il re, che si è rifugiato al Sud? O con chi ha deciso di imbracciare il fucile contro il regime fascista? Ognuno prende la propria decisione.
C’è chi sceglie di raggiungere la montagna insieme ai partigiani e chi, invece, preferisce raggiungere il lago, per combattere una guerra disperata sotto le bandiere della Repubblica sociale italiana. Ognuno arriva alla propria conclusione dopo enormi sofferenze. Lo stesso fanno gli Alpini. Chi va da una parte e chi dall’altra.
Portava però la penna nera Nuto Revelli che, dopo l’Armistizio di Cassibile, è tra i fondatori delle formazioni di Giustizia e Libertà, diventando poi un testimone chiave della lotta partigiana. Lo stesso fa Mario Rigoni Stern, tornato miracolosamente vivo dalla campagna di Russia per poi combattere sull’Altipiano di Asiago. E pure Enrico Martini Mauri, una delle 62 medaglie d’oro, e attivo in Piemonte. Scrive di lui l’Anpi: «Di sentimenti monarchici, con la mentalità del militare, Mauri (che, grazie ai rapporti preferenziali instaurati con la missione inglese del maggiore «Temple», riceve lanci regolari di armi, munizioni e vettovagliamento), tende a tenere sotto il suo controllo tutta la zona». È un militare di professione. Sa fare la guerra. Difende la sua terra, anche scontrandosi con i partigiani della Brigata Garibaldi. A Genova, attorno al partigiano cattolico e medaglia d’oro Aldo Gastaldi (morto in uno strano incidente a guerra finita a cui Giampaolo Pansa dedicò il libro Uccidete il comandante bianco) si radunano moltissimi alpini. Sanno muoversi e combattere in montagna, del resto. Sono il corpo più adatto per la guerriglia. Sono valorosi e lo dimostreranno in battaglia.
A distanza di 80 anni le Penne nere stanno per tornare a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza. Città che si è liberata da sola, prima ancora che arrivassero gli alleati, anche grazie al contributo di quei combattenti che provenivano dalle truppe alpine che oggi pare disprezzare. L’adunata annuale delle Penne nere è stata anticipata dalle solite polemiche. Le femministe di Non una di meno che vedono negli Alpini l’ultimo baluardo del patriarcato e la candidata di Alleanza verdi e sinistra che chiede che le Penne nere vadano altrove. Ma c’è anche chi, come l’alpino e consigliere comunale a Genova, Sergio Gambino, ha firmato un ordine del giorno per chiedere ufficialmente che, dopo le denigrazioni, la città valorizzasse gli Alpini. Una richiesta semplice in cui si domandava al sindaco Silvia Salis di «ribadire pubblicamente il valore sociale e culturale dell’Adunata, respingendo ogni tentativo di strumentalizzazione ideologica volta a dividere la cittadinanza». Ma soprattutto si chiedeva di «prendere pubblicamente le distanze, manifestando solidarietà agli Alpini, da quanto di grave è stato affermato sulle pagine social di Non una di meno».
La risposta che è arrivata dalla giunta della Salis, però, è stata un secco no. Questa la cronaca politica. Che è cronaca, quindi destinata a passare. A differenza delle 62 medaglie d’oro degli Alpini.
Tutti presi dall’ultimo, inesistente allarme sul ritorno del fascismo a margine delle grottesche scene viste il 25 aprile, i media italiani hanno decisamente trascurato una interessante vicenda giudiziaria che riguarda il centro sociale torinese Askatasuna. Come noto, i militanti antagonisti se la sono cavata tutto sommato bene al processo di primo grado andato a sentenza il 31 marzo 2025 presso il tribunale di Torino.
Tutti i 28 imputati sono stati assolti dall’accusa di associazione a delinquere perché «il fatto non sussiste», cosa che ha fatto esultare la gran parte dei giornali. In realtà ci sono state 18 condanne per altri reati di varia natura, spesso violenti, e Giorgio Rossetto, uno dei capi storici del centro sociale, è stato condannato a 3 anni e 4 mesi. Altri militanti sono stati condannati a marzo in un altro processo. Ora però va in scena il procedimento di appello, e soprattutto sono state rese note le motivazioni della sentenza di primo grado. Spulciando quelle carte - come ha fatto benissimo e per prima Sara Sonnessa di TorinoCronaca - emergono parecchi elementi inquietanti. Che non sono stati ritenuti sufficienti a dimostrare l’esistenza di una associazione a delinquere, ma che offrono un suggestivo spaccato socio-culturale, mostrando - tramite le intercettazioni - che cosa pensino e facciano gli antagonisti. Le parti più rilevanti non sono, a differenza di quel che ci aspetterebbe, quelle relative agli scontri di piazza, che pure non mancano (c’è ampia documentazione ad esempio sull’uso di armi rudimentali tipo lo sparapatate che fanno pensare a una sorta di strategia di guerriglia). No, i segmenti che più colpiscono sono quelli che fanno emergere la realtà più vivida del centro sociale, e le vere posizioni dei militanti. I quali, quando la loro ideologia viene messa alla prova della realtà, mostrano reazioni sorprendenti.
«baluba» da educare
Il primo caso emblematico è quello che riguarda una famiglia di stranieri ospitata nello Spazio Neruda, che i militanti gestiscono per «rispondere alla emergenza abitativa». In pratica accolgono varie persone dietro pagamento di una quota pro capite. A quanto risulta, questa famiglia, i Camara, danno problemi. Lui spaccia, lei si lagna un po’ troppo. Anche giustamente, gli antagonisti non possono tollerare che lo straniero da loro accolto venda droga, così si organizzano per mettere in atto una vera e propria espulsione, ovviamente a modo loro. In buona sostanza lo riempiono di botte. Curioso: chissà che direbbero pubblicamente questi militanti se un governo qualsiasi si comportasse allo stesso modo con uno spacciatore. Nelle varie intercettazioni, gli attivisti di Askatasuna parlano ripetutamente degli immigrati africani. Il termine che utilizzano più spesso per indicarli è «negri» o talvolta «negroni» o «baluba». E se da una parte organizzano una mobilitazione per la causa dei neri americani dopo l’omicidio di George Floyd, dall’altra gestiscono le relazioni con la gente di colore in un modo... particolare. In una conversazione intercettata, due dei capetti, i fratelli Raviola, ragionano sull’educazione di un bambino straniero. Parlano di prendere «un bel negretto sano», «già fatto e finito», «già svezzato», da «allevare come un bianco». Al massimo, notano, «spendi un po’ di più a fargli un po’ di imprinting per cacciare via i complessi». E concludono: «Come i cani, sempre meglio prenderli educati da adulti che un cucciolo che dio c... dovresti spaccarlo». In un’altra conversazione è il già citato Rossetto a parlare, esprimendo una visione molto pragmatica e ben poco «umanitaria» dell’immigrazione di massa. Egli spiega a un suo sodale che alcuni stranieri vengono qui apposta per spacciare «non muoiono di fame» e «poi se ne tornano a casa perché hanno messo da parte 15.000/20.000 euro e al loro Paese sono dei ricconi». Anche sulle regole per l’accoglienza Rossetto esprime una visione interessante. A un amico spiega che, dopo l’espulsione a suon di botte dei Camara, c’è un posto in più per accogliere stranieri. «Però dico», spiega, «cerchiamo di... bisogna fare selezione... non basta basarci sulla simpatia di un giorno, di due, tre, quattro, qui ci vuole, ma poi la gente, noi dobbiamo affidarci a gente che poi partecipa... Ci vuole un minimo di preparazione per ospitare della gente nei loro spazi... Se non hanno un minimo anche di preparazione, non sai chi è... Malcolm X... almeno sapere chi cazzo è Malcolm X, non dico Tom Sankara, sai quelli proprio dell’Africa, dei loro Paesi, sai un nigeriano dignitoso, non lo so, ti impegni, sei mesi e voglio sapere tutto della sua vita, se non lo sai... niente, cosa vieni a fare qui Dio... noi non siamo... la Caritas, e se non c’è un minimo d’impegno, di conoscenza, di maturazione, di maturità, che cazzo ce li teniamo a fare». Dal suo punto di vista, è persino un discorso sensato. Peccato che non sia molto politicamente corretto.
A proposito di scorrettezza politica è particolarmente istruttivo leggere le conversazioni in cui i militanti si confrontano con le cosiddette problematiche di genere. In varie occasioni vengono riportati casi di abusi, in particolare da parte di un noto antagonista bolognese, tale Angelo. Costui è piuttosto stimato a livello nazionale, a quanto pare è uno tosto. In una conversazione, una militante accusa il «movimento antagonista di aver tollerato Angelo in quanto considerato uno che spacca». In sostanza i compagni avrebbero tollerato «che lui picchiasse la ragazza, che la minacciasse, che l’avesse sbattuta con la faccia sul tavolo, e lei stessa sarebbe stata costretta a sopportare, oltre una serie di problemi nella sua comunità, anche la presenza e lo sguardo di Angelo». Pare dunque che, nonostante le insistenze delle femministe, i capi antagonisti preferiscano non fare troppo chiasso pubblico sui compagni che menano le donne. Ancora più scivoloso è il caso di un certo Michele, anche lui antagonista, che passa guai a causa di una compagna che lo accusa di abusi. Due militanti ne parlano al telefono. «Loro son andati a casa assieme», dice uno, «han scopato, serata normalissima poi mentre dormiva lui ha tentato un approccio e lei non ha voluto... Gli ha detto che cazzo fai?». Michele ci sarebbe «rimasto male» ma si sarebbe comunque fermato. Per la compagna tuttavia quel gesto sarebbe «un tentativo di stupro... sta roba qua». Michele, in seguito, si sarebbe poi confidato con un amico spiegando di «averne fatte di cose per cui doveva chiedere scusa a tante tipe, per rapporti brutti... nel senso violenze verbali o spinte...». Ma rimaneva convinto di non diversi scusare per «sta storia con una matta, che da subito tutti gli han detto è una matta... perché ne ha già fatte di ste storie qua». A quanto pare le idee femministe sul consenso non riscuotono grande successo in certi ambienti antagonisti. Anzi, commentando la vicenda di Michele e della compagna che lo accusa, un militante dice: «Comunque sembra che questa sia recidiva di ste storie qua». Non è possibile, aggiunge sempre a proposito della ragazza, che «ti capitano tutte a te»: «O son tutti stronzi oppure forse c’hai fatto un po’... c’hai preso gusto insomma».
«vecchi balbuzienti»
La scorrettezza politica impera, fra i ribelli del centro sociale. Ne hanno per tutti: neri, ebrei, arabi, transessuali, immigrati. Sono durissimi con la sinistra moderata. E si fanno beffe persino dei partigiani. In una conversazione che si svolge il 24 aprile del 2020, un militante si lamenta con un altro di dover partecipare a una celebrazione della resistenza il giorno dopo: «Minchia m’hanno tirato in mezzo... andare qua a una lapide domani in quartiere... ma a me non me ne... cioè veramente il 25 aprile è stata la scadenza che io meno...». Il suo compagno, un militante di Roma, risponde spiegando come il 25 aprile sia una «rottura di cazzo infinita... sti cazzo di vecchi balbuzienti che raccontavano cazzate e poi scopri che quelli che erano sopravvissuti è gente che ha portato una lettera in bicicletta una volta... vabbè». Altro episodio patetico è quello del dibattito interno sulla «spesa solidale», una raccolta di cibo effettuata durante il lockdown Covid apparentemente per aiutare i bisognosi. Nelle intercettazioni si legge che una militante «diceva agli altri di non fare la spesa tanto c’era la roba della spesa solidale». Già, a quanto pare alcuni pensavano bene di tenersi i generi alimentari donati. Gesto che per una parte dei militanti era «roba da parassiti». Intendiamoci: si tratta di conversazioni intercettate che non fanno emergere (salvo nel caso delle violenze di genere) atti criminosi. Sono però indicative di un modo di pensare e agire quotidiano decisamente antitetico rispetto all’ideologia che i militanti professano. Dalle carte emerge un ritratto ben poco romantico dei rivoluzionari torinesi, che alle mazzate abbinano spesso e volentieri l’ipocrisia. Ma che, chissà perché, continuano a essere graziati dalla grandissima parte dei media.
Immaginate un individuo condannato, per qualche beffa del destino, a ricordare ogni singolo dettaglio di tutto ciò che vive senza riuscire a separare gli eventi salienti da quelli marginali. Il pover’uomo condurrebbe un’esistenza folle, non distinguerebbe le cose, e si ritroverebbe, nel giro di qualche anno, steso in un letto e inebetito. Succede a Funes El memorioso, personaggio raccontato dal genio argentino di Jorge Luis Borges, uno che sta alla letteratura come Lionel Messi al pallone.
C’entra qualcosa con lo spettacolo pirotecnico tra Psg e Bayern Monaco a cui il mondo ha assistito martedì sera in Champions League? In un certo senso, sì, c’entra. Innanzitutto perché l’aggettivo abusato sui social dai calciofili per descrivere quel 5-4 è stato proprio - non è un caso - «memorabile», cioè degno di essere ricordato perché straordinario, diverso dall’ordinario. E non c’è dubbio su questo: Kvaratskhelia sembrava re Alarico quando saccheggiava Roma, Dembele un tarantolato, Olise la rappresentazione plastica dei super Sayan raccontati da Dragon Ball. Ma il punto di forza del match è stato l’aver creato un evento, si diceva, da imprimere nella memoria, così potente da far dimenticare il noiosissimo 0-0 tra Milan e Juventus, avviluppato nella ruggine di un difensivismo strapaesano. «Il calcio del futuro gonfierà le reti in ogni partita», osservano in tanti, testimoni della rivoluzione tecnica che impone i terzini lanciati a briglia sciolta sulle fasce a fare da incursori e considera la fase difensiva un orpello, financo una zavorra. Il punto è: tanta adrenalina e punteggi tennistici sono un vantaggio per gli occhi, giustificano l’investimento fatto dai tifosi per andare allo stadio, ma alla lunga, se tutte le partite fossero dello stesso tenore, potrebbero persino annoiare, perdendo quell’aura di evento straordinario che ogni goleada comporta. In soldoni, se tutto diventa memorabile, tutto diventa dimenticabile.
L’ex punta di Milan e Parma Alessandro Melli non ha usato mezzi termini: «Questo tipo di calcio mi fa schifo, piace ai cronisti per lo show da commentare e a chi non capisce nulla: sembra l’Nba», ha tuonato dal suo profilo Facebook. Si tratta di stabilire che cosa si intende per calcio innovativo. Qualcuno lo vorrebbe proprio simile al basket Nba: grande show, tanti gol, zero bizantinismi. Altri propongono un compromesso equilibrato tra soverchierie tecniche, muscolari e quel minimo di arguzia tattica all’italiana che rende il pallone ancora capace di un pensiero creativo, non solo subordinato all’utile procedurale. Per intenderci, l’utile procedurale sarebbe il pensiero di TikTok, dei video di pochi secondi, del fascino del cotto e mangiato, dello spettacolo subito pronto e subito archiviato.
Di certo l’americanizzazione dello sport meno americano del mondo è soprattutto una faccenda generazionale. Il target commerciale delle partite del futuro è la Gen Z e la Gen Z sembra amare le partite sulla PlayStation più di quelle sui campi in erba reale.
La Fifa e l’Uefa lo sanno e sono corse ai ripari. Per esempio, hanno abolito la valenza doppia dei gol in trasferta nelle competizioni europee. Se quella regola fosse ancora attiva, nessuna squadra subirebbe 4 reti in casa in una semifinale di Champions con tanta leggerezza. Qualche anno fa Florentino Perez e Andrea Agnelli tentarono poi il golpe della Superlega, un campionato per sole stelle dai piedini fatati, senza squadre costrette a difendersi per non retrocedere. Addirittura pare che nel 2021 proprio la Fifa avesse azzardato esperimenti rivoluzionari durante la Future Cup under 19: in quell’occasione le squadre avevano giocato 30 minuti per tempo, col cronometro dell’arbitro fermo a ogni interruzione, senza regola del fuorigioco e con ammonizioni che prevedevano l’uscita dal campo dei giocatori per 5 minuti a ogni cartellino giallo. Fantascienza ovviamente. Ma interessante per capire da che parte sta tirando il vento.
Il rovescio della medaglia di tanta frenesia starebbe nell’altra semifinale di Champions, quell’Atletico Madrid-Arsenal non ancora terminata al momento in cui questo giornale va in stampa, ma foriera di un pensiero calcistico più tradizionalista. Un confronto tra il cholismo di Simeone e le alchimie di Arteta che potrebbe rendere la creatività tattica ancora un mezzo umano e intelligente per arginare l’egemonia della fisicità tecnica. Beninteso, qui nessuno sta evocando il ritorno ai tempi mitici del paròn Nereo Rocco, quando col suo spassoso accento triestino commentava: «Solo noi femo il catenaccio? E gli altri cossa fanno? Calcio prudente?» (e già ai tempi di Rocco esisteva il Brasile pirotecnico di Garrincha). Però il gusto per la sfumatura, l’irruzione di una soluzione tattica sorprendente nel corso di una partita capace di determinare una svolta senza svilire lo spettacolo, la variazione paludata alle incursioni nerborute, la sostituzione azzeccata e, perché no, una fase difensiva praticata con sapienza, potrebbero coesistere col desiderio di concepire una partita per soli attaccanti, emuli di Jannik Sinner quando vince 6-0 6-0.
Il pallone è una pratica in continua evoluzione e si dice che ogni evoluzione non ammetta la dipendenza da un precetto immutabile. Nemmeno dai nuovi dogmi che promettono divertimento illimitato. «La partita perfetta finisce 0-0», diceva Gianni Brera.
Per anni il programma nucleare indiano è stato descritto come ambizioso, autonomo e spesso lento. È una lettura superficiale. In realtà, Nuova Delhi ha seguito una traiettoria coerente, costruita attorno a vincoli strutturali, indipendenza tecnologica e autonomia strategica. Ciò che sta prendendo forma a Kalpakkam rappresenta il punto di arrivo di questa strategia.
Il progresso del reattore veloce autofertilizzante sviluppato presso l’Indira Gandhi Centre for Atomic Research non è un semplice incremento di capacità energetica. È il passaggio decisivo verso un modello nucleare concepito per superare i limiti strutturali dell’India.
L’India non dispone di grandi riserve di uranio. Possiede invece torio in abbondanza. Da qui nasce la logica del programma nucleare a tre fasi: prima i reattori ad acqua pesante, poi i reattori autofertilizzanti, infine un ciclo basato sul torio.
Kalpakkam si colloca esattamente in questo snodo.
Il reattore veloce consente di produrre più materiale fissile di quanto ne consumi. In altri termini, crea il presupposto per rendere sostenibile un sistema energetico nucleare nel lungo periodo. Non è un progresso incrementale, ma una trasformazione strutturale.
La tecnologia dei reattori veloci è complessa e costosa. Molti Paesi l’hanno abbandonata perché potevano contare su abbondanti risorse di uranio. L’India no.
Il fatto che Nuova Delhi sia arrivata a questo punto con capacità prevalentemente indigene segnala tre elementi. Una maturazione industriale. L’India è oggi tra i pochi Paesi in grado di gestire l’intero ciclo di tecnologie nucleari avanzate. Una ridefinizione della sicurezza energetica. I reattori autofertilizzanti estendono drasticamente la disponibilità di combustibile. Un’affermazione di sovranità tecnologica. Dopo decenni di restrizioni e regimi di controllo, il Paese dimostra di poter sviluppare autonomamente tecnologie critiche.
Il significato di Kalpakkam si comprende pienamente se inserito nel contesto del rapporto con gli Stati Uniti. L’accordo nucleare civile del 2008 ha posto fine all’isolamento tecnologico dell’India, aprendo l’accesso ai mercati internazionali. Eppure Nuova Delhi ha scelto di non abbandonare il proprio percorso.
Kalpakkam dimostra che l’India non è un semplice acquirente di tecnologia occidentale, ma un attore con una propria traiettoria. Questo rafforza la sua posizione negoziale. Nei confronti di Washington, l’India si presenta come partner, non come dipendente.
In Europa, e in particolare in Italia, il nucleare torna lentamente al centro del dibattito. Anni di dipendenza dal gas importato e shock energetici hanno cambiato il quadro. L’Italia ha rinunciato al nucleare, ma resta esposta ai flussi energetici esterni. Il tema non è più ideologico. È strategico.
Kalpakkam evidenzia un contrasto netto. Mentre l’Europa discute se rientrare nel nucleare, l’India è prossima a completare una fase avanzata del proprio programma. Non si tratta di replicare il modello indiano, ma di cogliere una lezione: la sicurezza energetica richiede visione di lungo periodo e continuità politica.
Lo Stretto di Hormuz resta uno dei punti più vulnerabili del sistema energetico globale. Qualsiasi tensione in quell’area si traduce immediatamente in volatilità dei prezzi e instabilità. Gli shock recenti lo hanno dimostrato.
In questo contesto il nucleare cambia natura. Non è solo una fonte a basse emissioni. È uno strumento di stabilità strategica.
Kalpakkam riduce l’esposizione dell’India a queste vulnerabilità. Estendendo il ciclo del combustibile e limitando la dipendenza da importazioni, rafforza la resilienza del sistema energetico.
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, il messaggio è chiaro. Un sistema energetico fondato su dipendenze esterne è intrinsecamente fragile. Diversificare non basta. Serve costruire capacità interne.
Kalpakkam non è un evento spettacolare. Non produce l’impatto simbolico di un accordo o di un lancio. È il risultato di una strategia coerente, perseguita per decenni. Pochi Paesi riescono a mantenere una tale continuità nelle politiche tecnologiche.
Restano sfide. I reattori veloci richiedono disciplina operativa e investimenti. Ma si tratta di problemi legati alla fase di consolidamento, non di incertezza.
Kalpakkam segna il passaggio da un programma nucleare promettente a una capacità strutturale. In un contesto globale segnato da rotte energetiche fragili, competizione geopolitica e shock ricorrenti, questa capacità assume un valore che va ben oltre la produzione di energia. È una leva strategica.









