Mentre il conflitto tra Israele e Hezbollah continua a infiammare il Libano, dietro la linea del fronte si muove un sistema finanziario sofisticato e transnazionale che consente alla milizia sciita di resistere e rilanciare la propria capacità militare.
Secondo un dossier dell’intelligence occidentale consultato da Euractiv, il vero punto di forza dell’organizzazione sostenuta da Teheran non risiede soltanto nell’arsenale, ma nella capacità di alimentare un flusso costante di risorse economiche su scala globale. L’Unione europea classifica il braccio armato di Hezbollah come organizzazione terroristica, mentre diversi Paesi membri hanno esteso il bando all’intera struttura. Tuttavia, le misure restrittive non hanno impedito al gruppo di mantenere una rete finanziaria capillare, che si estende dal Medio Oriente all’Europa occidentale, fino ad arrivare alla Cina e all’Africa. Uno degli aspetti centrali riguarda il fabbisogno economico della milizia.
Gli analisti stimano che Hezbollah necessiti di circa 50 milioni di dollari al mese per sostenere le proprie attività. Una cifra che include non solo l’acquisto di armamenti e il pagamento dei combattenti, ma anche il finanziamento di un articolato sistema di welfare parallelo, destinato a sostenere le famiglie dei miliziani uccisi o feriti. Questo elemento contribuisce a rafforzare il consenso interno e a consolidare il controllo sociale nei territori sotto influenza del gruppo. Il principale finanziatore resta l’Iran. Dopo le operazioni militari israeliane avviate nel 2024, il sostegno economico di Teheran avrebbe registrato un’impennata significativa. Secondo le valutazioni riportate nel rapporto, nel solo 2025 Hezbollah avrebbe ricevuto quasi un miliardo di dollari dalla Repubblica islamica. Si tratta di fondi che derivano in larga parte dalla vendita di petrolio, in particolare verso la Cina, e che vengono successivamente trasferiti attraverso circuiti finanziari non ufficiali progettati per aggirare le sanzioni internazionali. Il meccanismo è complesso e stratificato. Una parte consistente dei flussi transiterebbe attraverso società di comodo registrate a Hong Kong, negli Emirati Arabi Uniti e in Turchia. Da qui, imprenditori libanesi legati alla rete di Hezbollah si occuperebbero di far confluire il denaro verso il Libano. Secondo quanto riportato da Euractiv, si tratterebbe di un sistema rodato, capace di adattarsi rapidamente ai controlli e alle restrizioni imposte a livello internazionale.
Tra le figure chiave individuate dagli analisti emerge un operatore noto come Hassan K., attivo nel commercio dell’oro tra Libano e Dubai. Il rapporto gli attribuisce un ruolo centrale nel trasferimento di centinaia di milioni di dollari verso Hezbollah, attraverso una combinazione di strumenti: uffici di cambio in Turchia, trasporto fisico di contanti tramite corrieri e utilizzo di rotte terrestri tra Siria e Libano. Proprio la Siria continua a rappresentare un crocevia fondamentale per i flussi finanziari, nonostante il mutato contesto politico seguito alla caduta del regime di Bashar al-Assad nel dicembre 2024. Alcune società locali, con il presunto supporto della banca centrale siriana, sarebbero ancora coinvolte nei trasferimenti di denaro. Allo stesso tempo, le nuove autorità di Damasco hanno cercato di prendere le distanze dal gruppo, arrivando a dichiarare di aver sventato un attentato attribuito a una cellula di Hezbollah nella capitale. La rete si estende ben oltre il Medio Oriente. Secondo le informazioni raccolte, donazioni provenienti dalla diaspora sciita e da ambienti simpatizzanti in Europa occidentale e in Africa, in particolare dalla Costa d’Avorio, continuerebbero ad alimentare le casse della milizia. Questi fondi verrebbero canalizzati attraverso intermediari legati agli stessi circuiti finanziari internazionali.
Un altro nome rilevante è quello di Mohamad Noureddine, già colpito da sanzioni statunitensi nel 2016 per il suo ruolo nel sostegno finanziario a Hezbollah. Arrestato nello stesso anno in Francia con accuse di riciclaggio, è stato successivamente rilasciato e rimpatriato in Libano. Nonostante il suo inserimento nella blacklist, secondo gli analisti continuerebbe a operare attraverso società di cambio, collaborando con strutture attive in Siria. Il sistema si regge anche su strumenti informali difficili da tracciare, come la rete «hawala». Questo metodo consente di trasferire denaro senza movimentazioni bancarie dirette, basandosi su una catena di intermediari che operano su base fiduciaria. In questo modo, Hezbollah riesce a collegare le proprie reti finanziarie in Libano con controparti in Turchia e negli Emirati Arabi Uniti, riducendo il rischio di intercettazioni.
Negli ultimi mesi, tuttavia, alcuni Paesi hanno intensificato le contromisure. Le autorità turche hanno rafforzato i controlli sui trasferimenti diretti verso il Libano, mentre negli Emirati Arabi Uniti è stata smantellata una rete di contrabbando di oro e contanti che, secondo le accuse, operava per conto della milizia. Un ruolo strategico resta quello di Abdallah Saifeddine, figura di primo piano di Hezbollah in Iran. Considerato uno dei principali responsabili della raccolta fondi, avrebbe supervisionato per anni attività finanziarie su scala globale, comprese operazioni legate al traffico di droga tra Sud America, Stati Uniti ed Europa. Nonostante questo profilo, avrebbe in passato mantenuto contatti con diplomatici europei, fungendo da interlocutore informale in alcune circostanze. Secondo quanto riferito da Euractiv, Saifeddine sarebbe inoltre coinvolto nei rapporti con istituzioni finanziarie cinesi e nella gestione degli interessi economici di Hezbollah nel Paese asiatico, confermando la dimensione globale della rete. Sul piano interno, il fulcro del sistema resta l’Associazione Al-Qard al-Hassan, istituto finanziario controllato dalla milizia e già sanzionato dagli Stati Uniti. Attraverso questa struttura, i fondi provenienti dall’estero vengono mescolati ai depositi dei clienti – prevalentemente appartenenti alla comunità sciita – e redistribuiti per finanziare stipendi, operazioni militari e acquisti di armamenti.
Gli analisti ritengono che la persistenza di questo sistema rappresenti un ostacolo significativo per la stabilizzazione del Libano. La presenza di un circuito finanziario parallelo mina la credibilità del settore bancario nazionale e complica gli sforzi per uscire dalla «lista grigia» del Gruppo d’azione finanziaria internazionale, rendendo più difficile attrarre investimenti e fondi per la ricostruzione. Nonostante le pressioni internazionali, il governo libanese non ha finora adottato misure decisive per smantellare questa rete, limitandosi a una posizione ambigua. Un atteggiamento che riflette le profonde divisioni interne e il peso politico che Hezbollah continua a esercitare nel Paese.
Nel frattempo, mentre i combattimenti proseguono lungo il confine con Israele, emerge con chiarezza un dato: la resilienza della milizia non dipende solo dalla capacità militare, ma soprattutto da un sistema finanziario globale, flessibile e difficilmente penetrabile. Un fattore che, secondo gli analisti, rischia di prolungare il conflitto e di rendere ancora più complesso qualsiasi tentativo di stabilizzazione nella regione.
La notizia è che anche nei pressi del Pd talvolta si manifesta un pizzico di buonsenso. In questo caso tale manifestazione è decisamente facilitata dalla assurdità dell’argomento in discussione, ovvero il temibile progetto «Città Trenta» sostenuto oltre ogni logica dal sindaco dem di Bologna Matteo Lepore.
Un piano che i più hanno accolto come una follia totale e che, vale la pena di ricordarlo, mesi fa è stato bocciato pure dal Tar. Eppure l’amministrazione progressista bolognese non ha voluto fermarsi né davanti all’opposizione dei cittadini né davanti al provvedimento del tribunale. Pur di imporre il limite dei 30 chilometri all’ora su 258 chilometri di strade urbane, il sindaco ha fatto elaborare oltre una ventina di ordinanze specifiche, esibendo una tigna degna di miglior causa. La fase due del progetto scatta oggi, e andrà a toccare non solo zone sensibili vicine a scuole, ospedali o asili (dove effettivamente ha senso mettere restrizioni) ma anche vie non a rischio in cui non si registrano incidenti da anni. Per l’occasione saranno introdotti rallentatori, segnali luminosi e altre meravigliose innovazioni: altri soldi spesi per giustificare l’ingiustificabile. Il risultato sarà quello di causare alla popolazione fastidi e problemi di vario genere, con inevitabile corredo di multe a cui anche i più attenti faticheranno a sfuggire.
Lo hanno capito non soltanto gli avversari di Lepore, ma pure esponenti progressisti come il sindaco di Modena Massimo Mezzetti. Parlando a una tavola rotonda nel museo dedicato a Enzo Ferrari, Mezzetti ha spiegato che nella sua città non agirebbe mai come il collega di Bologna. Se «Città Trenta» «deve diventare una bandierina ideologica, e tutti dicono “fate come Bologna”, io dico di no, non farò come loro, preferisco trasformare gradualmente più pezzi di città ai 30 all’ora, partendo da scuole, ospedali e aree residenziali, fino ad allargare sempre più, in modo che la scelta venga assorbita, compresa e praticata».
Mezzetti ha dettagliato il suo pensiero con toni piuttosto ruvidi: «A Bologna la “Città Trenta” è un’aspirazione dove ci sono i cantieri», ha detto, «e non si può andare oltre i 15 all’ora, mentre nelle altre zone nessuno sta più rispettando la “Città Trenta”. Se impongo la “Città Trenta”, e dopo una settimana di controlli lascio tutti liberi di correre quanto vogliono, ho brandito la mia bandierina, ma di fatto non ho davvero realizzato la trasformazione».
In realtà, Mezzetti ha semplicemente scoperto l’acqua calda. Si è limitato a prendere atto della realtà, notando che il provvedimento sui 30 all’ora è delirante e inapplicabile, e infatti nella prima fase - ancora prima di essere fermato dal Tar - non è stato applicato, anche perché avrebbe probabilmente provocato qualche sorta di rivolta sociale. Ostinarsi a portarlo avanti significa nei fatti decidere di vessare la cittadinanza, applicando uno strumento di controllo sociale particolarmente invasivo. Un amministratore con un po’ di sale in zucca non può non rendersene conto.
Il problema è che nei dintorni del Pd se qualcuno dice una cosa di buon senso immediatamente suscita sospetto o peggio irritazione. E infatti il bolognese Lepore si è subito risentito ed è esplosa una polemica interna con sfumature patetiche. «Mezzetti mi ha chiamato e ha detto di essere stato equivocato», ha detto il primo cittadino di Bologna alla stampa che lo interpellava sulle dichiarazioni del collega. A stretto giro, anche il povero sindaco di Modena è stato costretto a rimangiarsi in parte le uscite critiche. «La bandierina ideologica è quella che mi viene sventolata spesso dai comitati modenesi, tutte le volte che accade un incidente, e ci viene detto che dobbiamo fare come a Bologna», ha detto Mezzetti. «Io credo al limite dei 30 all’ora e lo stiamo attuando, ma in un modo diverso. Non è un mistero e lo avevo già detto. La lettura suggestiva che queste parole celino un attacco a un collega è quindi destituita di fondamento, perché io non l’ho mai nominato. Ho anzi insistito sul fatto che credo nei cambiamenti, ma solo se sono anche culturali. Forse è un processo che prevede più tempo, ma per me l’unico che funziona». In sostanza, il sindaco di Modena ha ribadito la sua posizione, ma ha dovuto precisare di non aver mai contestato l’amico Lepore.
Tutto da copione: chiunque sa che il piano bolognese è una stupidaggine, ma guai a contestarlo, perché non si può certo aprire un caso politico. Dunque chi, pur a ragione, avanza dubbi, deve fare retromarcia. E deve farla alla rapidissima: la fedeltà alla linea non conosce limiti di velocità.
Dai disturbi posturali all’insonnia digitale. Sempre più gente soffre del «mal di smartphone»
C’era una volta il cosiddetto callo dello scrittore, un piccolo rigonfiamento sulla parte interna della falangetta del dito medio della mano destra, derivante dalla pressione della penna, tenuta da pollice e indice, sul dito su cui si appoggiava scrivendo.
Oggi che quasi nessuno purtroppo ha più una penna e un bloc notes dietro, perché se deve annotare qualcosa lo fa sullo smartphone, si potrebbe pensare che «il danno» della scrittura manuale sia stato superato e la trasformazione della scrittura da fisica a elettronica abbia condotto allo stato ideale problemi zero. In realtà, come sempre quando un sistema ne sostituisce un altro, è il contrario: succede che il nuovo sistema cancellerà i vecchi problemi, sì, ma portando con sé i nuovi.
I disturbi fisici causati dall’uso degli smartphone per fare tutto, ormai, non solo scrivere, sono innumerevoli. Altro che callo. Martin Cooper (Chicago, 26 dicembre 1928) è inventore e imprenditore statunitense figlio di immigrati ebrei ucraini, considerato il padre del telefono cellulare di cui lo smartphone è l’evoluzione. Cooper, pensate, è stato il primo ad effettuare una chiamata in pubblico da un telefono cellulare (era un prototipo), il 3 aprile 1973, in una strada di New York di fronte a passanti e, chiaramente, giornalisti. Il telefonino era il Dyna-Tac, pesava 1,5 kg e aveva una batteria che impiegava 10 ore a ricaricarsi, per poi durare solo 30 minuti. Magari fossero così gli smartphone, oggi, utilizzabili solo 30 minuti ogni mezza giornata. È l’opposto, a dispetto di tutte le prediche sulla sostenibilità, lo smartphone deve essere sempre acceso e ricaricato, quello sì, in 30 minuti. In quella prima telefonata da telefono cellulare si sanciva il momento di passaggio della storia della telefonia mobile, perché si chiamava una persona invece che un luogo. Le telefonate dall’auto erano già possibili. Cooper ha dichiarato, recentemente: «Resto basito quando vedo le persone che attraversano la strada con lo sguardo incollato sullo schermo». Col telefono cellulare normale, questo non avveniva: serviva solo a telefonare e poi a mandare e ricevere sms, nessuno lo teneva sempre in mano. La tragedia si compie quando il telefono cellulare diventa smartphone. Il primo smartphone della storia è considerato l’Ibm Simon, progettato da Ibm e distribuito da BellSouth nel 1993-1994. Si trattava di un dispositivo ibrido con schermo touch, funzionalità fax, e-mail e app, sebbene il termine «smartphone» sia stato usato per la prima volta da Ericsson nel 1997, a disposizione di pochi, professionisti, perché univa telefono e Pda (Personal digital assistant). Poi arrivarono dispositivi come il Nokia 9000 Communicator e i BlackBerry, ancora a disposizione dei soli professionisti, cioè coloro che per lavoro dovevano essere sempre - o quasi - connessi. Si definisce poi Rivoluzione Moderna quella principiata nel 2007 dal fu Steve Jobs di Apple che, con il primo iPhone, ha ridefinito la categoria introducendo l’interfaccia touchscreen con le dita e rendendo, negli anni successivi, lo smartphone un dispositivo di massa, in primis attraverso l’installazione delle app di social network.
Tutto questo per dire che non ci siamo accorti che il telefono cellulare era poi evoluto in qualcosa di completamente diverso rispetto a una semplice cabina telefonica portatile. Telefonare, forse, è la cosa che ormai si fa meno con lo smartphone. Si sta sempre a guardare lo schermo e interagire con esso, di giorno, di sera, di notte, appena svegli, insonni, in casa, al lavoro, in vacanza, all’ospedale, ovunque. Più che diffusione collettiva, ormai è dipendenza collettiva, per i più, ripetiamo, soprattutto dai social network che come le gorgoni della mitologia greca, Medusa la più nota, avevano il potere di pietrificare chi incrociasse il loro sguardo. Uguale fanno i social network.
I disturbi fisici causati dall’uso degli smartphone sono tanti, da quelli posturali come il cosiddetto tech neck alla sedentarietà, passando per i disturbi del sonno. Derivano da un uso squilibrato degli smartphone, squilibrio indotto dallo smartphone stesso in cui qualcuno non cade, va bene, ma tanti altri sì. Un uso occasionale, 10 minuti al giorno, per esempio, certamente non è in grado di creare problemi.
Tech neck significa collo da smartphone e si tratta dell’assunzione di una postura sbagliata da parte del collo, così come delle spalle e della parte alta della schiena. La postura sbagliata porta anche a un dolore cronico delle parti coinvolte. La postura inclinata e insalubre dipende dal fatto che si tiene il capo chino sui dispositivi elettronici come lo smartphone e simili, per esempio il tablet. Questa inclinazione, pensate, può simulare un peso di oltre 27 kg sul rachide cervicale. Per guardare lo schermo dello smartphone e operarci sopra, pieghiamo la testa verso lo smartphone, curviamo le spalle in avanti, chiudiamo il torace, ingobbendoci e stanziando e addirittura camminando in questa postura totalmente negativa per il nostro benessere. La testa, che di solito pesa sui 5-6 kg, aumenta il suo peso sul corpo man mano che aumenta l’angolo di inclinazione sulle strutture ossee e quelle non ossee (muscoli, tendini, legamenti ecc.) che la tengono. Il capo chino sullo smartphone, poi, provoca tensione e rigidità muscolare che, giorno dopo giorno, possono aggravarsi fino alla contrattura muscolare, cefalee tensive, dolore alle spalle, formicolio alle braccia e alle mani (parestesia), discopatie al rachide (la colonna vertebrale). Perché il corpo sopporti solo il peso della testa occorre tenerla dritta. Una nota a parte meritano gli adolescenti, che stanno finendo di sviluppare l’apparato muscolo scheletrico e rischiano facilmente di sviluppare cattive abitudini posturali che potrebbero evolvere in discopatie al rachide.
A volte, poi, si soffre già di problematiche ortopediche come lordosi, cifosi e scoliosi. Rispettivamente, sono la curvatura naturale della colonna vertebrale a convessità anteriore (inarcata verso l’interno) situata nella zona cervicale e lombare, la curvatura naturale a convessità posteriore (curva verso l’esterno) situata nella zona toracica (dorsale) e sacrale, curve che possono diventare troppo dritte o iperbolizzarsi, e infine la scoliosi è una curvatura laterale anomala della colonna vertebrale. Se si soffre già di uno di questi problemi, aggiungere la cattiva postura del collo a causa dello smartphone può criticizzare quei problemi ed estenderli.
Altro problema dell’uso eccessivo dello smartphone è la sedentarietà. Certamente c’è chi guarda lo smartphone anche facendo jogging o sollevando pesi, ma la verità è che per la maggior parte delle persone lo smartphone è il modo preferito per passare il tempo - attenzione, perché questo è molto grave - sottraendolo a qualsiasi altra attività. Bisognerebbe chiedersi quanto, inconsciamente, si cerchi proprio questo prendendo in mano lo smartphone e facendosi pietrificare per ore: annullarsi. La cosa, come abbiamo detto, è indotta dalla dipendenza che a un certo punto, usandolo oltremodo oggi e usandolo oltremodo domani, si sviluppa. Sono a rischio tutti, anziani, adulti e giovani. L’indagine del 2022 Attività fisica e tempo dedicato ai dispositivi elettronici effettuata da Hbsc (Health Behaviour in School-aged Children) ha indagato i livelli di attività fisica moderata-intensa quotidiana e la frequenza settimanale di attività fisica intensa tra gli adolescenti di 11, 13, 15 e 17 anni. I risultati sono stati preoccupanti: mediamente, solo un adolescente su 10 è risultato svolgere almeno 60 minuti al giorno di attività motoria moderata-intensa e questa abitudine diminuiva all’aumentare dell’età per entrambi i generi.
Altro settore che ha riportato molti danni dall’incontro con lo smartphone è il sonno. Si potrebbe dire che certe persone con lo smartphone attaccato alla faccia sembrano dormire in piedi, nel senso di essere completamenti assenti dal qui ed ora della realtà extra smartphone. Ma se prendiamo la frase letteralmente, e non nel suo significato iperbolico, ebbene a costoro farebbe bene, invece, un po’ di sonno, altro che… Perché chi dipende dallo smartphone dorme poco e male. Molti infatti hanno preso il brutto vizio, ragazzi in primis, di usare lo smartphone - la dipendenza - anche prima di dormire. Si tratta di un fenomeno noto come vamping che - anch’esso, come usare troppo lo smartphone di giorno per guardare i social network, video ecc. - diminuisce le ore a disposizione per dormire. Ma l’uso dello smartphone prima di dormire altera il sonno, rendendolo difficoltoso fino alla vera e propria insonnia. La luce blu, infatti, emessa dagli schermi degli smartphone, inibisce la produzione di melatonina e squilibra il ritmo circadiano del nostro organismo che è determinato dalla nostra reazione alla naturale luminosità. Il ritmo circadiano è l’orologio biologico interno di circa 24 ore che regola le funzioni fisiologiche, inclusi il ciclo sonno-veglia, la temperatura corporea, il metabolismo e la produzione ormonale. Guidato dal nucleo soprachiasmatico nell’ipotalamo, si sincronizza con l’ambiente principalmente attraverso la luce solare.
Il ritmo circadiano è un meccanismo endogeno che gestisce la produzione di melatonina di notte, comunicando all’organismo che è ora di dormire, e di cortisolo la mattina, dicendo al corpo che è l’ora della veglia. Il principale regolatore di questo ritmo, l’elemento che tara l’orologio interno, è appunto la luce naturale: la luce blu emessa dagli schermi simula proprio la luce diurna, ingannando il cervello e dicendogli che anche se fuori è buio nello schermo davanti ai suoi occhi è sempre giorno. Inoltre, gli effetti si vedono anche successivamente all’addormentamento: l’esposizione alla luce blu può diminuire la durata del sonno profondo (fase Rem), fondamentale per le funzioni cognitive. Quindi anche se poi alla fine si dorme, be’, si dorme male e ci si sveglia ogni giorno più rintronati. Una persona su 5, infatti, lamenta insonnia da smartphone. L’insonnia digitale può causare nervosismo, ansia, depressione, mal di testa, capogiri e, a lungo termine, disturbi cardiaci. Anche la stimolazione cognitiva, insieme con le radiazioni elettromagnetiche degli smartphone, sono stimoli che non conducono il corpo al rilassamento necessario a dormire come angioletti.
Per il pubblico generico ascoltare e giudicare le canzoni appare facile. Tuttavia, dopo la folgorazione dell’idea, per scriverne testi di valore e musicarli serve talento. Il talento di Mariella Nava è perentorio e gli ha valso prestigiosi riconoscimenti. Autrice di testi raffinati e profondi e di musica. Voce moderna e armoniosa, la sua.
Tuttavia i suoi brani hanno catturato anche voci di veterani del pop, da Gianni Morandi a Renato Zero. È una cantautrice completa, un caso unico nel panorama italiano. «Tentazioni e avemarie / e un cielo che si spegne». È un verso della sua Così è la vita, terza a Sanremo 1999, premio per la miglior musica. Il suo auspicio è esserci, all’Ariston, nel 2027.
Mariella, c’è un ricordo che ti piace evocare della tua infanzia a Taranto, città dove sei nata?
«Il lungomare, soprattutto nel momento del tramonto. Ci passavo ore e ore. E poi, siccome ero vicina all’Arsenale nautico, c’era la sirena che scandiva l’inizio del giorno e si risentiva verso le quattro e mezza del pomeriggio».
Tuo padre lavorava in Aeronautica…
«Era motorista. Riparava gli aerei con le sue mani. Era sottufficiale. Aveva un orecchio molto allenato per sentire se un motore girasse bene».
La mamma?
«Insegnante nella scuola elementare».
Diploma al liceo scientifico e poi Conservatorio…
«Sì, maturità scientifica. Il conservatorio durava dieci anni e dopo il quinto, per il corso di composizione, dovevo necessariamente spostarmi. Per il pianoforte presi il diploma al quinto anno».
L’origine del tuo desiderio di comporre e musicare canzoni?
«Per il fatto di amare molto la poesia, poeti non solo italiani e anche stranieri, mi piacevano Montale e Ungaretti, molto ermetici, con le loro immagini e metafore, anche Brassens… Iniziai senza dirlo a nessuno, fino a quando anche i miei amici se ne sono accorti. Univo i testi alla musica, per plasmarli… Così sono nate le mie prime canzoni. I primi miei fan sono stati i miei compagni di scuola, non dicevo che i brani erano miei. Poi confessai… e loro mi esortarono a continuare».
Decidesti di trasferirti a Roma…
«Ho proseguito i miei studi musicali e sono venuta a Roma, studiando con un maestro dell’Accademia di Santa Cecilia, Nazario Carlo Bellandi (1919-2010, ndr). Avevo scritto una canzone che poi mandai al buon Gianni Morandi…».
Questi figli. «Oh, mamma mia ’sti figli / Gesù fammi dormire / Guai a te se me li togli».
«Ho capito che era il pensiero di mia madre. Ero rientrata un po’ troppo tardi e capii che l’avevo messa in ansia. Parole che ho origliato. Diceva a mio padre “questi figli, come sono, il nostro stare in pena”. Ero adolescente, scrissi questa canzone ma la lasciai lì. A circa 24-25 anni lessi che Morandi stava preparando un disco, Uno su mille, assemblando del materiale, rilasciò un’intervista, “vorrei che qualche giovane autore mi mandasse qualche canzone, vorrei linfa nuova”».
E allora cosa facesti?
«Sono andata a cercare nelle Pagine Gialle (sorride, ndr) “Rca Roma”. Presi l’indirizzo e scrissi una lettera, senza troppa speranza, all’attenzione della Rca e di Gianni Morandi. Mandai la cassettina registrata di questo brano con una lettera, “se dovesse piacere, questo è il mio numero”, quello di casa. Un pomeriggio squillò il telefono. Rispose mia madre che mi disse “non ho capito chi è, vai a rispondere”. “Pronto, sono Gianni Morandi” (ne evoca il tono di voce, ndr)».
Era proprio lui…
«Era lui. Mi chiedeva come mai avevo scritto questa canzone e quanti anni avessi. “Sei giovane, come mai hai questi pensieri di una donna adulta?”. Risposi “li ho rubati a mia mamma e li ho messi in una canzone”. “Devi essere molto sensibile, devi venire a Roma, ti voglio far conoscere i miei discografici. Sabato accendi la televisione che sono a Fantastico da Pippo Baudo. Parlerò di te, di questa canzone e la canterò con mio figlio Marco”, che suonava il violino. Infatti ho la registrazione di quella puntata e durante i miei concerti ne parlo e la mostro. Poi andai a Roma ed ebbi il mio primo contratto discografico, e poi il primo Sanremo…».
Sei sposata dal 2003 con Massimo Germani, matrimonio trasmesso a La vita in diretta… Professione?
«Tenente colonnello dell’Aeronautica».
Vi siete sposati in chiesa?
«Sì, nella chiesetta del convento dei Frati Cappuccini ad Albano Laziale».
Avete figli?
«Non ne abbiamo, ma non è stata una scelta, non sono venuti, non abbiamo forzato niente e atteso che il Cielo decidesse per noi».
Da Questi figli sono passati 40 anni. Osservi cambiamenti nel rapporto genitori-figli?
«Una volta i metodi per comunicare erano meno ma si faceva di più. Non so se oggi i ragazzi, quando sono fuori, hanno davvero la possibilità di essere seguiti dai genitori. Comunque è importante che i genitori abbiano fatto un lavoro preventivo ed educativo per dare ai ragazzi giusti riferimenti per non sbagliare».
Nel 1987, nel tuo primo 33 giri Per paura o per amore, targa Tenco, un tuo brano, 28 gennaio, dedicato a Christa McAuliffe, la maestrina statunitense, sposata con due figli, morta a 37 anni nell’esplosione dello Shuttle, 73 secondi dopo il lancio.
«La storia di questa donna m’interessò moltissimo. Non era un’astronauta professionista ma un’insegnante di scuola che volle essere in quella missione per fare la prima lezione dallo spazio. Ero lì davanti alla televisione e rimasi intristita e traumatizzata. Aveva rassicurato più volte il marito, come avesse avuto un presentimento. Il marito non avrebbe voluto, “non andare, rimani qui”. Quindi nella mia canzone, la faccio rivolgere a lui, “amore mio, farò la storia, non ti preoccupare, sarà come una gita”».
Dentro di me, del 1989, nell’album Il giorno e la notte, testo che alcuni considerarono scabroso. Suscitò l’attenzione di Costanzo, che ti chiamò a cantarlo al Costanzo Show. «Ti raggiungo / fino a prenderti l’anima…».
«Sono sempre stata interessata a descrivere, da donna, l’amore. Questo è nato da una riflessione “perché le donne devono cantare canzoni d’amore scritte dagli uomini? Anch’esse hanno una sensualità, un modo di vivere l’amore e quindi lo possono raccontare”. Mi cimentai io a raccontare questo stare dentro a una storia che mi aveva presa, anche la mia scoperta del sesso, ma con l’amore, con il chiaroscuro dell’amore, anche con la voglia di darsi completamente. Costanzo accolse molto bene questa canzone, “tu vieni ogni giorno qui a cantarla”, perché aveva letto che durante una trasmissione Rai ero stata costretta a modificarne i versi».
Si può distinguere tra sesso superficiale e sesso impegnato?
«Assolutamente sì, però è proprio quello che non sento nelle canzoni di adesso, di quest’epoca. È come se i giovani non conoscessero quando si ama profondamente, anche del punto di vista del senso, è come non affrontassero mai la conoscenza della sensualità. La sensualità che c’è in un brano come Il cielo in una stanza io non la trovo…».
Un rapporto amoroso, laddove sia soggetto a disciplina e regole reciproche, perde spontaneità?
«Forse sì, l’amore non va mai imbrigliato eh! Però è anche vero che l’amore è autonomo dentro di noi, è il più democratico dei sentimenti, perché riesce a scardinare quei freni inibitori, è una delle sensazioni più difficili da tenere a bada, quando si ama si ama, il corpo racconta pochissimo se non c’è questo coinvolgimento».
Com’è il tuo rapporto con la spiritualità?
«È molto forte il mio rapporto con la vita, con la natura, con la Terra e quindi con quello che credo abbia creato tutto questo, è troppo ordinato, troppo perfetto, cerchiamo quasi di rifarlo, quasi di riproporlo a nostro modo, di clonarlo, però vedi che tutto si rimette a pari, siamo piccoli, vedi che questo sistema è stato creato e organizzato da Qualcuno, due particelle a distanza infinita l’una dall’altra si comportano nello stesso modo, quindi siamo parte di un Tutto che deve avere una radice, che deve essere stato pensato da qualcuno e ci riconduce a un Uno che dobbiamo onorare, attraverso le cose che ci ha dato…».
Il sodalizio con Renato Zero…
«È stato sempre in Rca, la nostra comune casa discografica, ero lì da poco, lui lì da sempre. Iniziò a seguirmi. Mi disse: “Marie’, scrivi una cosa pure per me”. Fu molto carino perché non è da tutti dare fiducia a una giovane esordiente. E partecipò a Sanremo 1991 con Spalle al muro, “diranno che sei vecchio”. La apprezzò moltissimo e decise di portarla in gara. Dissi “che responsabilità…”. Affrontava il tema della vecchiaia. La interpretò benissimo. Non ricordo un’ovazione così lunga, con il pubblico in piedi, che i conduttori, Edwige Fenech e Andrea Occhipinti, non riuscivano ad andare avanti…».
Notte americana, con Lucio Dalla…
«Avevo scritto una canzone in una notte di luna, ma per le parole, il fraseggio musicale, pensai alla vocalità e all’immaginario di Lucio, il titolo era Tornare vivo, storia di un uomo che viveva e non viveva perché non amava più e in un incontro si riscopre vivo. “Fammi ripartire il cuore”. Con grande coraggio gliela mandai. Ma per un bel po’ non ne seppi più nulla. Un giorno mi ha telefonato, “Mariella, mi hai schienato, hai scritto una cosa pazzesca” (imita voce e accento bolognese di Dalla, ndr). “Solo che a questa canzone gli voglio dare, se mi permetti, un’ambientazione. In un drive in americano”. Ecco perché Notte americana. Andai alle Tremiti da lui, la ascoltai già un po’ elaborata, parlammo molto, nell’album Luna Matana c’erano canzoni bellissime…».
Se dovessi dire il brano di un cantautore italiano che più ami?
«Direi Via del campo di De André».










