Le conclusioni della commissione parlamentare antimafia smontano ogni lettura rassicurante del caso Striano: non fu l’azione isolata di un singolo funzionario, ma il prodotto di un sistema segnato da controlli deboli, omissioni tollerate e responsabilità diluite che avrebbe consentito un uso privatistico delle banche dati dello Stato. È questo il contesto che la relazione delinea prima ancora di entrare nei singoli episodi.
In questo quadro si colloca il rapporto tra Pasquale Striano, tenente della Guardia di finanza in servizio alla Direzione nazionale antimafia, e il quotidiano Domani, fondato e controllato da Carlo De Benedetti, indicato come uno degli snodi attraverso cui quel sistema avrebbe prodotto effetti concreti, con informazioni riservate confluite in articoli di stampa. L’origine dell’indagine viene ricondotta all’ottobre del 2022, quando il ministro Guido Crosetto presenta denuncia dopo la pubblicazione di articoli basati su dati «non acquisibili da fonti aperte», dando avvio agli accertamenti sugli accessi alle banche dati. È da qui che emerge la figura di Striano e, soprattutto, l’anomalia quantitativa delle sue consultazioni: nel periodo analizzato, secondo quanto riportato, il militare avrebbe effettuato oltre 400.000 interrogazioni di banche dati riservate, un volume definito dalla commissione «oggettivamente abnorme» e tale da escludere qualsiasi ricostruzione episodica o casuale. Questo dato diventa centrale non solo per attribuire le singole condotte, ma per chiamare in causa i vertici dell’Antimafia. La relazione, pur escludendo profili di responsabilità penale diretta, parla apertamente di gravi carenze nei sistemi di controllo interno della Dna.
La relazione poi evidenzia il collegamento con l’attività giornalistica. Attraverso il raffronto sistematico tra articoli pubblicati e segnalazioni di operazioni sospette, la commissione richiama atti della Procura di Perugia che parlano di 57 pezzi contenenti informazioni tratte da Sos consultate da Striano prima della pubblicazione, di cui ben 27, editi per lo più tra il 2019 e il 2021, riguardanti la Lega (e un’altra ventina su soggetti legati agli altri partiti del centrodestra). Un dato che, nel documento, non è presentato come neutro o casuale, ma come indice di un metodo.
Secondo quanto riportato negli atti richiamati dalla commissione, questi articoli contenevano dati riconducibili a segnalazioni di operazioni sospette relative a movimentazioni finanziarie e profili patrimoniali di soggetti collegati al partito. Il raffronto tra il contenuto degli articoli e le informazioni estraibili dalle banche dati consultate da Striano porta gli inquirenti a ritenere che «la fonte non possa essere di altri, se non Striano», in assenza di «qualsivoglia interesse istituzionale» della Direzione nazionale antimafia che giustificasse quelle consultazioni.
La relazione non colloca questa vicenda in un vuoto istituzionale. Al contrario, ricostruisce anche le tensioni interne alla magistratura che accompagnano la vicenda. In particolare, viene richiamato il contrasto tra la Procura di Milano, guidata all’epoca da Francesco Greco, e la Direzione nazionale antimafia, allora diretta da Federico Cafiero De Raho. La Commissione ricorda come, già prima dell’esplosione del caso Striano, vi fossero stati attriti e divergenze sul perimetro delle competenze e sull’uso delle informazioni antimafia, culminati in uno scontro istituzionale che evidenziava una frattura tra livelli diversi dell’azione giudiziaria. I nomi dei giornalisti coinvolti sono quelli di Giovanni Tizian, Stefano Vergine e Nello Trocchia. Vengono descritti come interlocutori diretti di Striano, protagonisti di una relazione che la Commissione definisce strutturale e consolidata nel tempo.
La relazione riferisce che «in plurime occasioni» Tizian si sarebbe attivato «nel richiedere i dati dei quali aveva bisogno per collazionare i suoi articoli», indicando in modo mirato i soggetti e l’utilizzo successivo delle informazioni. Non una ricezione passiva, dunque, ma una sollecitazione mirata. In alcuni casi Striano e Tizian «si erano accordati per incontrarsi di persona» per la consegna dei dati, in altri il trasferimento sarebbe avvenuto via email. Il caso Crosetto segna il punto di massima tensione. Dopo la denuncia, secondo la commissione, i giornalisti avrebbero tentato di costruire una giustificazione a posteriori: la relazione parla di una memoria redatta «proprio al fine di dare una veste di liceità all’attività invece illecita per la quale oggi si procede», attribuendone la paternità a Vergine e Tizian.
In questo passaggio del documento si legge: «Sono stati dunque i due giornalisti a “vestire” le visure su Crosetto collegandole a quelle con i fratelli Mangione», e aggiunge che «il Vergine ed il Tizian si sono attivati per assicurare protezione alla loro fonte, cercando di elaborare una giustificazione per quegli accessi illegittimi che hanno consentito la redazione degli articoli oggetto di denuncia». La relazione richiama anche l’audizione di Emiliano Fittipaldi, direttore di Domani, che ha affermato «con vigore» che il giornalismo deve pubblicare notizie vere e di interesse pubblico, «indipendentemente dalla natura della fonte», precisando di aver assunto la direzione solo nel 2023 e negando qualsiasi ingerenza dell’editore Carlo De Benedetti nella linea editoriale. Nelle conclusioni, tuttavia, la Commissione giudica queste affermazioni «quantomeno allarmanti», richiamando i limiti posti dalla giurisprudenza alla libertà di stampa quando si traduce nell’utilizzazione consapevole di condotte illecite di pubblici ufficiali.
Il 13 gennaio, la prima sezione penale della Corte d’Appello di Brescia ha depositato le motivazioni della sentenza (datata 16 ottobre) che conferma la condanna di primo grado a 8 mesi per omissione di atti d’ufficio nei confronti dei pm milanesi Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro, e, con le sue 132 pagine, ha scritto un altro capitolo a favore del Sì alla riforma della Giustizia per cui si andrà a votare a marzo.
Infatti, una delle argomentazioni più usate dai promotori del No è che, con l’attuale sistema, le Procure devono inserire nei fascicoli d’inchiesta tutte le prove raccolte, pro o contro gli indagati, mentre dopo la riforma il pm sarà una specie di superpoliziotto che penserà solo a incastrare chi è sospettato di reati. I giudici di Brescia hanno smascherato l’ipocrisia di questa narrazione e hanno confermato come la storia del sostituto procuratore impegnato a difesa dell’indagato sia stata negli anni una specie di favoletta.
Da sempre i successi e gli insuccessi dell’accusa, anche a livello di pubblica opinione, si sono misurati con la percentuale di processi conclusi con condanne. Non certo in base alle archiviazioni richieste. E anche un pm celebrato e di lungo corso come De Pasquale è diventato la prova lampante del tradimento dei principi che avevano ispirato il nuovo codice.
Prima di procedere nel racconto conviene fare un breve riassunto delle puntate precedenti.
De Pasquale e Spadaro sono alla sbarra con l’accusa di avere nascosto, in primis, al Tribunale di Milano e, poi, all’Eni, alla Shell e agli altri imputati del processo Opl 245 prove a discarico, come i messaggi trovati nel cellulare del principale accusatore, Vincenzo Armanna, che rivelavano come l’ex manager infedele del Cane a sei zampe avesse corrisposto 50.000 dollari a due testimoni chiave.
Questi e altri elementi fondamentali (come il video in cui Armanna annunciava i propri «propositi ritorsivi» nei confronti dei vertici dell’Eni parlando di una «valanga di merda» che stava per fare arrivare) erano stati ripetutamente segnalati ai magistrati alla sbarra dal collega Paolo Storari, ma gli imputati li avevano tenuti chiusi nel cassetto, senza produrli nel processo e bollandoli come «ciarpame», in attesa di una sentenza di condanna. Una condotta che il nostro ordinamento, almeno sulla carta, stigmatizza con forza. E anche i giudici bresciani hanno voluto sottolineare come l’obbligo di condividere elementi favorevoli alle difese non termini con le investigazioni preliminari, ma valga anche per le attività integrative d’indagine durante il dibattimento, in Appello o anche dopo.
Per gli avvocati degli imputati, però, «l’esercizio della discrezionalità della pubblica accusa circa la pertinenza e la rilevanza delle produzioni non è sindacabile».
E a conferma di ciò sono stati citati due articoli del codice di procedura penale: il 53 e il 430.
Ma per i giudici di primo e secondo grado «non ricorreva, nel caso di specie, discrezionalità e autonomia di scelte degli imputati […] non potendosi occultare risultanze investigative a favore delle altre parti del processo».
A pagina 25 il «presidente estensore» Anna Maria Dalla Libera (coadiuvata dai consiglieri Roberto Gurini e Greta Mancini) scrive: «Onde evitare di cadere in possibili equivoci, va evidenziato sin d’ora che ciò che si contesta agli imputati non è l’uso improprio del potere discrezionale nella scelta degli elementi probatori da spendersi nel dibattimento “Eni Nigeria”, rispetto a cui hanno correttamente affermato la loro piena autonomia, quanto piuttosto di aver trascurato che il pubblico ministero […] non può rivendicare a se l’esclusività del giudizio sulla pertinenza e rilevanza della prova, arrogandosi una sfera illimitata di insindacabilità».
Per la toga, la «piena autonomia» riconosciuta al pm dal codice e rivendicata nella memoria conclusiva degli imputati, «non può tradursi in una sconfinata libertà di autodeterminazione tale da rendere discrezionali anche le scelte obbligate».
Il giudice attribuisce agli imputati un comportamento doloso e parla anche di «visione monocromatica o “tunnellizzata”». La «tunnellizzazione» del pm è un concetto interessante: il magistrato, anche a livello psicologico, quando si imbarca in procedimenti che attirano l’interesse dell’opinione pubblica e dei mezzi di informazione, rischia di sentirsi come dentro a un tunnel, talmente stretto che gli impedisce di girarsi e di tornare indietro. Per affermare la propria professionalità e assecondare le proprie convinzioni può andare solo avanti e cercare l’unica uscita possibile, la condanna dell’imputato.
De Pasquale e Spadaro, per raggiungere il traguardo, avrebbero persino tentato di fare astenere il giudice Marco Tremolada, ritenuto troppo garantista, cercando, diversamente dalle prove a discarico, di introdurre nel processo una testimonianza imbarazzante sulla toga, un’accusa portata avanti dall’avvocato Piero Amara e risultata successivamente del tutto infondata.
Per questo, nella sentenza, il presidente del collegio bacchetta i pm: «Se l’approccio "tunnellizzato” impresso al processo dal dottor De Pasquale e dal dottor Spadaro poteva trovare una spiegazione, sia pure metagiuridica, nella volontà di chiedere la condanna degli imputati in virtù di un intimo convincimento morale circa la loro colpevolezza, il comportamento assunto dalla Pubblica accusa nei confronti del presidente del Collegio giudicante ha costituito sotto ogni punto di vista un azzardo inescusabile».
Ai magistrati viene persino contestato di avere provato a coinvolgere la Procura di Brescia in una violazione del segreto istruttorio, per «giustificare o, meglio, attenuare il rilievo» del proprio comportamento illecito.
Spadaro in aula aveva riferito di avere saputo dal suo vecchio procuratore, Francesco Greco, che l’omologo bresciano, Francesco Prete, sarebbe stato d’accordo nel portare l’avvocato Amara a testimoniare contro Tremolada. Senonché sia il procuratore aggiunto di Milano Laura Pedio, presente al summit bresciano, che Greco hanno smentito tale ricostruzione, parlando di «frasi veramente gravi».
Dalla Libera appare sconcertata dall’idea che De Pasquale e Spadaro avrebbero della propria funzione: «A voler seguire il ragionamento degli appellanti, si arriverebbe al paradosso che, anche qualora il pubblico ministero venisse a conoscenza della prova certa dell’innocenza dell’imputato dopo l’esercizio della azione penale (prova di cui magari la difesa dell’imputato è all’oscuro), non avrebbe l’obbligo di depositarla, pervenendosi così ad una condanna ingiusta, in spregio alla funzione di parte pubblica volta alla ricerca della verità, che la Costituzione riconosce al pubblico ministero».
Ma «la veste di organo di Giustizia preposto, nell’interesse della generalità dei consociati», almeno in questo caso, sarebbe stata stretta ai due pm. E perciò, come troppo spesso accade, sarebbe venuta a mancare, «a tutela dei diritti fondamentali dei cittadini», «la concreta attuazione del principio di obbligatorietà dell’esercizio dell’azione penale», una dichiarazione che perde completamente di senso di fronte alla rivendicata «discrezionalità assoluta del pm».
Ci aveva già pensato il professor Franco Cordero a strappare il velo d’ipocrisia del nostro sistema, allorquando era arrivato alla conclusione che «tutto sommato, il “parquet” (l’ufficio del procuratore in Francia, ndr) a vertice ministeriale, esposto a censura parlamentare, è più trasparente dell’autarchia togata».
Infatti, come dimostra il caso attuale, il pm, in nome dell’insindacabilità del proprio operato, può adattare alla bisogna il concetto dell’obbligatorietà dell’azione penale, un’attitudine che solo con la separazione delle carriere sarà arginata da un vero controllo, fascicolo per fascicolo, sull’operato delle Procure da parte di un giudice terzo e separato.
De Pasquale e Spadaro, per provare a difendersi, hanno agitato proprio il «mal francese» come spauracchio, quello di un pm con la museruola.
Un tentativo che Dalla Libera ha prontamente stoppato: «È “suggestivo”, ma assolutamente “fuori tema”, il richiamo difensivo alla cosiddetta “sovranità limitata” dell’ufficio del pubblico ministero francese» ha scritto. E ha aggiunto: «Premesso che l’appellante non ha indicato, in tale generico richiamo, quale concreto pregiudizio sarebbe derivato alla funzione del pubblico ministero, svolta dagli odierni imputati, dalle ripetute-esplicite-motivate-qualificate iniziative/richieste provenienti dal collega Storari […], non è chi non veda come proprio l’esercizio di tale funzione […] imponeva, in conformità alle norme costituzionali e processuali italiane, lo svelamento […] alle difese tutte del procedimento Eni Nigeria» di quanto era emerso nel procedimento gemello Eni complotto. Ma questo non è accaduto.
Ed ecco che arriva l’ultimo insegnamento per De Pasquale e Spadaro: «Gli atti/documenti in questione si sarebbero dovuti inserire nel fascicolo del pubblico ministero, a disposizione delle parti e, quindi, a queste resi conoscibili tempestivamente, con conseguente salvezza sia del diritto di difesa, sia del principio della parità delle parti». Un feticcio giuridico che in Italia raramente trova la sua applicazione e che, nonostante ciò, i comitati per il No al referendum sventolano come aglio contro i vampiri. Ma sentenze come quella di Brescia smascherano l’infondatezza di tali argomenti e ne rappresentano l’antidoto.
Monsignor Antonio Suetta, vescovo di Ventimiglia e San Remo, ha un certo gusto per la scorrettezza politica. Anche per questo ha apprezzato l’ultimo film di Checco Zalone. «Mi è piaciuto, sì», sorride. «Nella leggerezza del personaggio e dello stile, certo, però mi è piaciuto e mi ha fatto ridere. Io credo che si debba essere politicamente scorretti, altrimenti si vende il cervello e anche la dignità».
E in effetti, Suetta è risultato politicamente scorretto forse anche al di là delle sue intenzioni. Ogni giorno fa suonare una campana per i bambini non nati e per questo è stato ferocemente attaccato da sinistra, in particolare dalla Cgil.
«L’iniziativa risale a qualche anno fa», dice il vescovo. «Noi ogni anno, da un po' di tempo, ci prepariamo alla Giornata della vita, che è sempre la prima domenica di febbraio, con una nostra iniziativa: i 40 giorni per la vita, che iniziano il 28 dicembre, giorno della memoria liturgica dei santi innocenti martiri. Nel 2021 abbiamo pensato a questa campana, l’abbiamo fatta fondere e l’abbiamo benedetta e presentata il 5 febbraio 2022. Perciò di per sé non è una novità, solo che probabilmente è caduta nel dimenticatoio. Avevamo dei lavori in corso qui nella villa dove ora è stata collocata, ma ora finalmente abbiamo potuto metterla in funzione. Lo abbiamo fatto appunto il 28 dicembre. Lo scopo è quello che ho scritto: prima di tutto, richiamare alla preghiera per tutti coloro che sono coinvolti nel grande dramma dell’aborto. In primis, naturalmente, i bambini che non hanno potuto nascere - mi riferisco tanto agli aborti volontari quanto agli aborti spontanei, quindi è un atto di pietà e di comunione dei santi - e poi tutte le altre persone che sono coinvolte. Certamente le donne, le mamme in primo luogo, e poi le famiglie, i medici, gli operatori sanitari e la società tutta. In secondo luogo, la campana suona come un monito per la coscienza. Non vuol dire puntare il dito, ma richiamare il principio sacrosanto del non uccidere».
La Cgil l’ha invitata a fare risuonare la campana per i morti palestinesi, ucraini, russi, per i giovani di Teheran, per René Nicole Goode uccisa dall’Ice.
«Condivido poco il benaltrismo. Ma al di là di questo io aderisco volentieri, personalmente e come diocesi, a tutte le iniziative di solidarietà, di preghiera, di sensibilizzazione che di quando in quando attraversano la vita della nostra società e soprattutto quelle che sono suggerite dal Santo Padre e dalla Conferenza episcopale italiana. Perciò la maggior parte di queste cose che sono state citate dai comunicati della Cgil non mi trovano estraneo, non mi trovano insensibile e tantomeno mi trovano contrario. Perché ho scelto un tema particolare? Perché sul discorso dell’aborto è calata, volutamente, la congiura del silenzio. Mentre per tutte le altre cose no. Sui migranti, essendo qui in una zona di frontiera, io personalmente tante volte mi sono speso. Ma è un tema che grazie a Dio è adeguatamente trattato ed è all’ordine del giorno. Mentre dell’aborto non si vuole parlare e tutte le polemiche che questa campana ha fatto nascere, che tra parentesi a me fanno piacere perché ne amplificano la voce, stanno a dimostrarlo».
Infatti il problema nasce proprio sull’aborto. Sempre la Cgil dice che «nel 2026 mentre le donne cercano ancora di sottrarsi alla violenza della cultura patriarcale, il vescovo la celebra colpevolizzandole e imponendo a un’intera comunità e al Paese il proprio pensiero che poco ha a che vedere con l’umana misericordia predicata dalle religioni».
«Dal mio punto di vista la cultura patriarcale non c’entra esattamente niente, almeno dalla prospettiva in cui io considero la cosa e in cui la considera la Chiesa. Anzi, ritengo che tutte le volte che parlando di aborto si sposta l’attenzione su argomenti che possono essere più o meno connessi si rischia di non considerare adeguatamente il tema. Bisogna considerare primariamente colui che è abortito, che è un essere umano. Questo è il fulcro della questione. Poi si capisce che intorno a questo tema vi sono tante altre prospettive e dimensioni che vanno tenute in giusta considerazione, ma che non possono prevalere sul principio che la vita è sacra, inviolabile e non è nella disponibilità di nessuno. Quindi questo è il tema che ho voluto sottolineare e portare all’attenzione. Quanto alla misericordia...».
Dica.
«La più grande misericordia la dovremmo avere nei confronti della vita innocente e indifesa che viene soppressa. E in secondo luogo la Chiesa ha sempre e in mille modi teso la mano alle donne che sono in difficoltà: a quelle che sono in difficoltà nell’accogliere una maternità e a quelle che purtroppo hanno abortito e portano il peso grande di un rimorso e spesso anche di traumi molto gravi».
Secondo lei l’aborto è un diritto?
«L’aborto non è un diritto ma un delitto. Però, come abbiamo visto con il recente inserimento dell’aborto come diritto nella Costituzione francese e poi con tutte le politiche europee sul tema, c’è questa tendenza a spostare il concetto di aborto: da fatto di estrema necessità a diritto nel segno della assoluta emancipazione e promozione della donna. Nonostante i numeri drammatici dell’aborto - che sono esorbitanti in Italia e nel mondo e che purtroppo stanno a dimostrare che non ci sia alcun impedimento ad abortire - trovo che ci sia una sorta di accanimento. Che rivela non tanto un approccio maldestro a una situazione di emergenza, ma qualcosa di peggio».
Cioè?
«Una antropologia sbagliata, una destrutturazione dell’uomo, un rifiuto dei valori, dei principi cristiani. Ma anche senza scomodare la fede, dei principi normali di una ragione sana. E ci vedo qualcosa di degradante, bestiale, posto che le bestie non fanno questo. E ci vedo, da un punto di vista religioso e teologico, qualcosa di diabolico».
Papa Leone XIV, pochi giorni fa, ha preso posizione molto netta: «È deplorevole usare risorse pubbliche per l’aborto».
«Ho accolto quel discorso con grande condivisione, con tanta gratitudine al Santo Padre per aver detto queste cose e soprattutto per averle dette in quel contesto, perché ha parlato al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede e di conseguenza ha mandato direttamente un messaggio a tutti gli stati del mondo».
La politica secondo lei dovrebbe discutere di più dell’aborto?
«Sì, dovrebbe discuterne di più. Capisco che per la politica sia difficile: da una parte questo argomento viene utilizzato come una bandiera ideologica. Dall’altra parte, anche se magari singolarmente gli esponenti politici condividono i principi cristiani, forse sono un po' timidi o sono scoraggiati dal fatto che un approccio diverso da quello oggi prevalente circa l’aborto non sarebbe capito, non avrebbe numeri, non avrebbe possibilità di successo. Ma questo discorso, ovviamente in maniera seria, va riportato alla ribalta perché è necessario. E lo ripeto, sono i numeri che ce lo dicono. Chi si ostina a difendere l’aborto cita sempre i cosiddetti casi estremi per giustificarlo, ma i numeri ci dicono che l’aborto non riguarda principalmente casi estremi. L’aborto purtroppo riguarda una concezione ormai decaduta, sbagliata e insufficiente della vita umana».
La campana fino a quando continuerà a suonare?
«La faremo suonare sempre, tutti i giorni. Sempre è una parola grande... Diciamo stabilmente».
Non sembra poi un gesto così violento. E nemmeno lei sembra violento.
«No, io non sono un violento, però mi piace essere, per usare un termine evangelico, franco. È quello che la Bibbia chiama parresia. Le cose vanno chiamate con il loro nome e vanno dette con chiarezza, senza paura. Io devo essere sincero, in questi giorni certo ho sentito il vento delle polemiche, talvolta davvero violente e sbagliate. Soprattutto mi hanno fatto un po' tenerezza i tanti giovani indottrinati e i loro slogan. Però ho ricevuto tante condivisioni e tante belle testimonianze personali. Il che vuol dire, sempre per citare la Bibbia, che il Signore ha un popolo numeroso in questa città e la campana suona per questo».
Alla Chiesa manca o è mancata la franchezza a cui ha fatto riferimento?
«Penso che magari l’intenzione sia buona, è quella di accostarsi a tutti, cercando di accompagnarsi al passo di ciascuno per orientare adeguatamente il cammino. Questo sicuramente è un atteggiamento previo, indispensabile per l’attività pastorale. Però poi cammin facendo, mi sembra che ce lo insegni proprio l’ultimo film di Checco Zalone, la direzione si deve chiarire. E quindi è il cammino stesso che davanti a certi bivi chiede di dire se si debba andare da una parte o dall’altra ed è compito del pastore indicare la strada sicura».
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