Nell’est della Repubblica Democratica del Congo quasi dieci milioni di persone soffrono la fame. Non perché il cibo sia inesistente, ma perché è diventato irraggiungibile. Le derrate ci sarebbero, ma intere comunità non hanno più la possibilità di acquistarle o trasportarle. È una crisi di accesso, non solo di produzione.
A un anno dalla conquista di Goma, principale centro urbano del Kivu, il movimento ribelle M23 ha tentato di trasformarsi in autorità dominante della regione. Il risultato, secondo testimonianze di commercianti e attivisti, è stato l’allontanamento forzato di agricoltori dalle campagne, il blocco delle merci ai posti di controllo, il deterioramento dei raccolti lasciati marcire e lo stop alle importazioni, salvo quelle provenienti dal Ruanda. Nei mercati restano scaffali vuoti e prezzi fuori controllo. Carne, latte, cereali e ortaggi hanno raggiunto livelli insostenibili. Le Nazioni Unite stimano che entro fine giugno circa tre milioni di persone nell’est del Paese precipiteranno in una fase di emergenza alimentare grave, uno stadio che nei parametri internazionali prelude a un aumento significativo della mortalità. La regione è abituata a instabilità e rincari dopo anni di conflitti, ma l’offensiva dell’M23, sostenuta secondo vari osservatori da Kigali, e la presa di città strategiche come Goma e Bukavu hanno aggravato drasticamente la situazione. Molti abitanti rovistano tra banchi devastati in cerca di avanzi; altri vendono vestiti, elettrodomestici e beni personali per comprare il poco che riescono a trovare.
Nei territori sotto controllo ribelle, i supermercati sono deserti. I campi coltivati restano inaccessibili e i prodotti deperiscono lungo strade sbarrate dai check-point. Investigatori dell’Onu sostengono che il Ruanda abbia rafforzato la propria presenza militare nella zona, combattendo al fianco dell’M23 e contribuendo alla creazione di un’entità autonoma di fatto nel cuore minerario del Paese. Ed è proprio il sottosuolo a spiegare molte delle dinamiche in corso. L’est del Congo è uno dei bacini minerari più ricchi del pianeta. Coltan, oro, stagno, tungsteno e soprattutto cobalto – elemento chiave per batterie, elettronica e transizione energetica – rendono il Kivu un nodo strategico globale. Controllare il territorio significa controllare le miniere, le rotte di esportazione e i flussi finanziari che ne derivano.
Secondo numerosi rapporti internazionali, parte di questi minerali viene esportata attraverso circuiti paralleli che attraversano il confine ruandese prima di raggiungere i mercati internazionali. In questo quadro, la presenza dell’M23 nelle aree estrattive assume una dimensione economica oltre che militare: presidiare le miniere equivale a presidiare una delle filiere più sensibili dell’economia globale. La crisi alimentare si intreccia così con una competizione più ampia per il controllo delle risorse strategiche. Diversi economisti osservano che il Ruanda registra da anni una crescita sostenuta, favorita anche dalla centralità nei traffici minerari regionali. Intanto, la paralisi dell’agricoltura, dei trasporti e dei mercati locali sta trasformando la scarsità in una catastrofe strutturale. Analisti evocano precedenti drammatici, dalla carestia etiope del 1985 al conflitto in corso in Sudan, dove aree un tempo fertili sono diventate epicentri di denutrizione.
«L’M23 sta imponendo una tassazione brutale e un controllo capillare sul commercio alimentare e sulle proprietà», ha dichiarato al Wall Street Journal Richard Moncrieff dell’International Crisis Group. Secondo residenti e operatori economici, l’ingresso di carne e latticini è consentito solo se provenienti dal Ruanda. In alcune zone, anche l’importazione di riso, grano e olio da Paesi confinanti richiede autorizzazioni specifiche.mIl movimento ribelle e il governo ruandese non hanno rilasciato commenti. Kigali respinge le accuse e afferma che la propria presenza militare risponde a esigenze di sicurezza contro milizie hutu rifugiate in Congo dopo il genocidio del 1994.
Nel frattempo, la popolazione continua a pagare il prezzo più alto. Molti negozi hanno chiuso; quelli ancora aperti sono privi di scorte. Nonostante l’annuncio del presidente Donald Trump di un accordo di pace tra Congo e Ruanda lo scorso anno, i combattimenti non si sono fermati. Oltre tre milioni di persone sono state costrette alla fuga negli ultimi dodici mesi. Con la caduta della regione, la banca centrale congolese ha sospeso le operazioni nell’area, interrompendo un flusso fiscale che valeva fino a 900 milioni di dollari annui. Secondo le Nazioni Unite, l’M23 fatica a sostenere le proprie truppe a causa della mancanza di liquidità nelle zone occupate e farebbe affidamento su finanziamenti esterni. In cambio, prodotti ruandesi godrebbero di una posizione dominante nei mercati locali. Il ministro congolese della Comunicazione, Patrick Muyaya, accusa il Ruanda di esercitare una pressione deliberata sulla popolazione limitando aiuti e rifornimenti. «Non è autodifesa», afferma. «È un tentativo di controllo economico tramite un gruppo armato».
Nel distretto di Rutshuru, investigatori Onu riferiscono dell’uccisione di centinaia di agricoltori lo scorso anno e della fuga di circa 70.000 residenti verso l’Uganda. Le terre coltivabili sono state abbandonate o confiscate. Le organizzazioni umanitarie segnalano che l’insicurezza rende quasi impossibile raggiungere le comunità più vulnerabili. L’aeroporto di Goma, un tempo snodo essenziale per gli aiuti, è chiuso. Le Nazioni Unite chiedono con urgenza 350 milioni di dollari per sostenere le operazioni nei prossimi sei mesi, ma finora è stato raccolto meno del 20% dei fondi necessari. Intanto, mentre il sottosuolo del Kivu continua ad alimentare equilibri economici globali, in superficie la popolazione lotta per un pugno di farina.
- Dall’esplosione di Internet al monopolio dei social assistiamo a un immobilismo istituzionale che scambia il mercato selvaggio per un fatto inevitabile. Servono regole certe per impedire che il progresso tecnologico si trasformi in una desertificazione spirituale.
- Un report ipotizza lo scenario nel 2028, dove l’eccesso di efficienza causata dall'Ia fa crollare i consumi.
Lo speciale contiene due articoli
Intorno agli anni Duemila ci fu l’esplosione di Internet. Grandi profezie, grandi preoccupazioni, soprattutto a livello di concentrazione di potere, e poi in quattro o cinque si sono spartiti il mondo e non è successo una mazza. Seconda apocalisse intorno agli anni Dieci con l’esplosione dei social. Anche lì grandi preoccupazioni economiche nel frattempo che gli stessi si spartivano anche quelli, ripartendo il monopolio in pochi (si chiamerebbe oligopolio).
Ci si pose anche il problema della dipendenza digitale e, col passare del tempo, tale problema è diventato enorme fino a contare, in Italia, intorno a 400.000 malati. Anche in questo caso sembrava, appunto, di essere davanti a un’apocalisse, sembrava che dovessero essere adottati interventi importanti, soprattutto per la fascia di età che va dalla preadolescenza alla giovinezza (non considerando che spesso i social sono diventati i veri babysitter dei bambini), ma anche qui tanto fumo e quasi nulla arrosto. Intorno al 2020, sembrano le piaghe d’Egitto ma a scadenza decennale è arrivato il momento dell’Intelligenza artificiale e anche qui, anche ultimamente, in questi giorni, sono stati pubblicati rapporti di vario genere, in particolare sul rapporto tra Intelligenza artificiale e perdita di posti di lavoro.
Ma anche in questo caso si assiste, quasi inerti, in tutto il mondo, a queste apocalissi della porta accanto di fronte alle quali si profetizzano tempi nefasti, si preannunciano catastrofi ma poi sulla politica prevale la forza economica di chi possiede e gestisce queste realtà e, alla fine, la politica urla ma lo fa da ferma, senza adottare le misure urgenti che potrebbero attenuare, se non risolvere, gli effetti negativi dell’introduzione dell’Intelligenza artificiale nei cicli produttivi. Non ci sarebbe neanche più quella che Marx chiamò l’alienazione del lavoro e cioè quella della classe operaia che, non possedendo i mezzi di produzione, si trova alienata di fronte al proprio lavoro. Ci sarebbe l’alienazione dal lavoro, cioè l’esclusione dell’uomo dai cicli di produzione fatti dalle macchine e guidati da un’intelligenza non umana ma artificiale.
Quello che sconcerta è che sembra che in questi atteggiamenti, denotati da un’alta percentuale di immobilismo politico e istituzionale - di dimensioni mondiali -, ci sia una specie di acquiescenza, come se ci si trovasse di fronte all’ineluttabile. Andrà così e non ci possiamo fare niente. Questo è totalmente falso ed è anche menzognero, cioè tende a velare di menzogne l’incapacità della politica a dettare norme al mercato. Questo è di una gravità assoluta perché anche uno, come il sottoscritto, che crede in un’impostazione liberale dei rapporti tra Stato e mercato, sa bene che, sia per motivi di storia che di teoria economica, non esiste un mercato senza regole e se esiste, prima o poi, fa danni e collassa.
La questione dell’Intelligenza artificiale, come nel caso di Internet e come in quello dei social, ma in modo più problematico, non rappresenta solo un problema di potenziale violazione delle leggi della concorrenza, considerati i pochi attori in campo e spesso costituenti un cartello (cioè un accordo economico per mettersi d’accordo sui prezzi e falsificare la competizione economica), ma comporta anche un enorme problema educativo e di formazione intellettuale e coscienziale delle persone. Bastino due esempi per capire quali sono i rischi.
Il primo esempio ci è fornito dalla formazione, e cioè da quel processo lungo e difficile che deve sviluppare nel soggetto una capacità autonoma di comprensione e di giudizio sulla realtà, la coscienza critica. Essa è il cardine dello sviluppo di una persona, perché essa è il cuore stesso della persona. Conoscenza e volontà sono alla base del comportamento consapevole: non sceglie bene chi non conosce le varie alternative della scelta; non conosce bene chi, di fronte a una scelta, più che alla propria volontà, si affida a quello che il filosofo tedesco Martin Heidegger chiamava il «si dice». Voleva indicare con esso la passività del soggetto di fronte all’opinione comune e la riduzione della coscienza a tale opinione. Quando i giovani di oggi si affidano all’Intelligenza artificiale, magari inconsciamente, vivono una sorta di alienazione dalla propria coscienza, dalla propria interiorità, dalla propria mente e dal proprio io. Non occorre che spieghi alle lettrici e ai lettori gli effetti devastanti che può avere, nei tragitti descritti dalla psicologia evolutiva, questo tipo di appalto dall’intelligenza naturale a quella artificiale.
Il secondo esempio viene da recenti parole di papa Leone XIV che, rivolgendosi ai sacerdoti di una zona di Roma, ha esplicitamente chiesto di non affidarsi all’Intelligenza artificiale nella scrittura delle proprie omelie o prediche, che dir si voglia. E qui siamo nell’assurdo di soggetti che dovrebbero essere guidati dallo Spirito e si affidano a uno spirito inesistente che mai esisterà, perché mai l’Intelligenza artificiale ne sarà dotata. In questo caso ci sarebbe da fare una lunga riflessione teologica e anche spirituale, ma non abbiamo lo spazio sufficiente per farlo. Lo faremo in un’altra occasione. Basti dire che se il Papa è arrivato a richiamare i sacerdoti su questo punto vuol dire che ha cognizione che ciò stia già avvenendo. Francamente ci è incomprensibile come chi dovrebbe essere la voce dello Spirito non riesca a comprendere l’oltraggio nei confronti dei fedeli di ridire in modo pappagallesco ciò che i Padri della Chiesa sostenevano che dovesse procedere attraverso lo stesso procedimento che per gli animali si chiama ruminatio, cioè un processo di assimilazione lenta, profonda, ma soprattutto spirituale, del Verbo di Dio. Se non lo capiscono loro, cosa possiamo aspettarci da chi pensa solo a questioni di profitto?
L’Intelligenza artificiale fa tremare: disoccupati al 10% e Borsa giù del 40%
Un vecchio film di Alberto Sordi (Io e Caterina) immagina un robot che lava e stira sostituendo la domestica e, soprattutto, la moglie. Citrini Research, alza il tiro, trasformando la commedia in tragedia.
Nel fine settimana la semisconosciuta società di ricerche ha pubblicato un rapporto che sembra un film di fantascienza in formato «noir». È ambientato nel giugno 2028, quando l’Intelligenza artificiale avrà rivoluzionato l’economia mondiale, lasciando dietro di sé disoccupazione in crescita al 10%, azioni in caduta del 40% e consumatori paralizzati dal panico. Tra i settori più vulnerabili, Citrini indica i servizi di consegna di cibo a domicilio e le società di carte di credito. Il rapporto non lascia spazio a dubbi: in soli due anni, il predominio di app come DoorDash e Uber Eats sarà sostituito da alternative «vibe-coded»: strumenti digitali capaci di vendere uno stile di vita prima ancora di consegnare una pizza o un sushi.
Per gli investitori, un’immagine da incubo: immaginate un algoritmo che vi promette felicità, avocado toast e yoga virtuale, mentre il vostro algoritmo preferito per le consegne a domicilio finisce nella soffitta digitale. Non meno colpiti, secondo Citrini, sarebbero i colossi dei pagamenti come Mastercard e Visa. Gli algoritmi di Ia potrebbero eliminare del tutto le commissioni, facendo risparmiare i consumatori ma lasciando a secco i gestori di carte di credito. In pratica: il robot salva il consumatore ma fa piangere l’investitore. E non importa se molto spesso sono la stessa persona.
Non si salvano nemmeno i mattoni. Nel settore immobiliare, dove gli acquirenti avevano tollerato commissioni del 5-6% per decenni, l’Ia ha dimostrato che la conoscenza umana può essere replicata in un battito di byte. Citrini indica che già ora la commissione mediana sul lato acquisto nelle principali aree metropolitane si è compressa dal 2,5-3% a meno dell’1%. Nel frattempo la quota crescente di transazioni ha chiuso senza intervento umano. Insomma: gli algoritmi hanno trasformato l’agente immobiliare in una semplice comparsa digitale.
Secondo Citrini, il boom dell’Ia superintelligente farà strage di colletti bianchi, porterà un calo della spesa per consumi e insolvenze sui mutui che diventerà difficile rimborsare. Le azioni dei settori più esposti hanno subito un tracollo immediato. Lunedì l’Etf che raggruppa le società di software ha ceduto fino al 5%, DoorDash ha perso oltre il 6%, American Express oltre il 7%. Mastercard e Visa tra il 4 e il 5% Uber oltre il 4%.
E se qualcuno pensava che la tecnologia fosse gentile con i dinosauri digitali, Ibm ha dato una lezione memorabile: il titolo ha registrato il peggior crollo giornaliero degli ultimi 25 anni: meno 13%, dopo l’annuncio della startup Anthropic secondo cui il suo sistema Claude Code può modernizzare Cobol, il linguaggio di programmazione vintage ancora in uso sui sistemi Ibm. Un promemoria per dire che nemmeno i giganti più solidi sono immuni quando l’Intelligenza artificiale decide di fare il salto di qualità.
«Per tutta la storia economica moderna, l’intelligenza umana è stata il fattore produttivo più scarso. Ora quel vantaggio declina», scrive Citrini con ironia tagliente. Ed è qui che entra in gioco il vero paradosso umano: se l’Ia elimina le inefficienze, riduce i costi e ottimizza ogni singola transazione, chi continuerà a lavorare? E soprattutto, chi consumerà?
Giuseppe Sersale, strategist di Anthilia Capital Partners Sgr, spiega: «L’economia mondiale si basa su inefficienze “umane” che l’Ia sta azzerando, togliendo lavoro ai colletti bianchi e a tutti coloro che di queste inefficienze campano. Le difficoltà dei vari settori ricadono su chi li ha finanziati. Ma se nessuno ha un lavoro e nessuno può consumare perché produrre ancor?». Forse il quadro disegnato da Citrini è fin troppo apocalittico.
«Sui dazi c’è ancora molta incertezza anche se speriamo che la situazione si chiarisca subito. Ma questo non deve indurre a mollare un partner strategico come gli Stati Uniti anche se è bene allargare lo sguardo ad altri mercati. Gli accordi col Mercosur e con l’India offrono una opportunità importante per compensare quello che sta accadendo negli Usa. E comunque più che i dazi, che confidiamo presto tornino ad una condizione di stabilità, è il cambio sfavorevole con il dollaro a penalizzare le imprese». Matteo Zoppas, presidente dell’Ice, l’istituto per il Commercio con l’estero, è un fiume in piena. «Seguiamo le notizie che vengono dagli Stati Uniti, momento per momento. Il lavoro di coordinamento e di diplomazia che sta facendo il governo italiano con il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, è ammirevole e ci dà fiducia».
Facciamo il punto. Sono entrati in vigore i nuovi dazi globali del 10% annunciati dal Customs and border protection, l’Agenzia delle dogane. Ma questo è solo un primo passo perché Trump punta comunque al 15% annunciato dopo la sentenza della Corte Suprema della scorsa settimana ed è quindi presumibile che stia lavorando per trovare il supporto giuridico per arrivare a questo obiettivo. Nel frattempo il presidente americano avverte che chi «volesse giocare» con la decisione della Corte Suprema, rischia tariffe molto più alte.
Per le esportazioni italiane questo cosa vuol dire?
«È un momento in cui bisogna essere cauti e prudenti. La situazione che si è venuta a creare tra il presidente Donald Trump e la Corte suprema, è una questione interna americana che è da osservare e capire. Dal canto nostro non bisogna abbassare la guardia e fare il massimo dello sforzo per continuare a promuovere gli Usa. Bisogna capire se i dazi passati saranno sostituiti o sommato ad altre aliquote. Il ministro Tajani ha fatto bene a convocare tutte le categorie del sistema Paese e le imprese per dare un aggiornamento sulla situazione. Il messaggio è di non perdere l’impegno a lavorare con gli Usa che comunque sono una destinazione strategica. Un’impresa che ha una consolidata penetrazione negli Stati Uniti usa questo come biglietto di presentazione per accreditarsi su altri mercati. Essere negli States significa essere in una vetrina importante».
Quali sono le informazioni che vi arrivano?
«A quanto pare per l’Europa si torna a un’imposta doganale del 15% per tutti i prodotti, ad eccezione di quelli, come acciaio e alluminio, per i quali i dazi nascono da un’altra normativa. L’aliquota varrà per 150 giorni. Stanno cercando una formula giuridica per arrivare quanto prima a sbloccare l’impasse creato dalla sentenza della Corte suprema e arrivare ad un 15% anche oltre ai 150 giorni. Nel frattempo si raccomanda di non fare dell’allarmismo. Vale l’invito della Farnesina ad evitare una guerra commerciale. Gli imprenditori ci diranno cosa accade alle merci alla dogana. Ora tutta l’attenzione è giustamente e comprensibilmente focalizzata sulle tariffe doganali e la disputa tra la Casa Bianca e la Corte suprema ma c’è un altro nemico, ben più pericoloso per le imprese, ed è il cambio sfavorevole con il dollaro. Questo raddoppia l’onere dei dazi. Auspichiamo che l’Europa si muova con misure che possono aiutare a far fronte a questa situazione penalizzante. Resta la raccomandazione di non abbassare la guardia sugli Usa che, ripeto, sono destinazione strategica».
Temete ritorsioni da parte del presidente Trump qualora qualcosa dovesse andare storto?
«Certo che le temiamo ed è per questo che mai come adesso è necessario muoversi con estrema prudenza. La diplomazia europea e con essa quella italiana, stanno lavorando per tornare ad una situazione di stabilità».
Avete notizie se le esportazioni, alla luce di questa incertezza, si sono bloccate o hanno rallentato?
«È presto per arrivare a valutazioni di questo tipo. Credo che tutti siano in attesa di una schiarita sulle norme attuative. Questa altalena di notizie, prima il 10% poi il 15 non aiutano ma bisogna tenere i nervi saldi».
C’è la tentazione di smarcarsi dagli Usa e cercare nuovi mercati di sbocco?
«Ogni categoria merceologica si comporta in modo diverso ma tutte rispondono alla strategia che, dove c’è un varco con prospettive di mercato interessante, vale la pena inserirsi e andare a vedere. Gli accordi con il Mercosur e con l’India aprono scenari interessanti. Non dimentichiamo che dal 2014 al 2023 siamo passati da 450 a circa 2400 barriere tariffarie a livello globale. Il che vuol dire che la globalizzazione è ancora lontana e c’è molto da fare. Questo non vuol dire smettere di marcare stretto gli Stati Uniti, che restano uno sbocco importante. Per quanto riguarda l’India, il passaggio per il vino da dazi del 150% al 20% è un’apertura incredibile».
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