L’offensiva diplomatica per contenere il conflitto tra Stati Uniti e Iran si intreccia con un rapido peggioramento della situazione sul terreno. Nelle ultime ore alti rappresentanti di Turchia, Egitto e Arabia Saudita sono arrivati a Islamabad per incontri con le autorità pakistane, con l’obiettivo di individuare un percorso negoziale capace di ridurre la tensione.
Secondo quanto riferito da Reuters, nei colloqui iniziali a Islamabad le discussioni si sono concentrate anche su possibili proposte per riaprire lo Stretto di Hormuz, snodo strategico per il traffico energetico mondiale ma la strada è in salita. Mentre proseguono i contatti diplomatici, sul piano militare emergono scenari più complessi. Secondo indiscrezioni della stampa americana, il Pentagono starebbe preparando opzioni per eventuali operazioni terrestri in Iran della durata di settimane.
Le ipotesi riguarderebbero incursioni mirate di forze speciali e fanteria, non una invasione su vasta scala. Il portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha precisato che si tratta di preparativi per offrire al presidente tutte le opzioni disponibili e l’arrivo in Medio Oriente della 31ª Unità di Spedizione dei Marines amplia inoltre le opzioni militari a disposizione di Washington. A questo proposito in Iran è stata lanciata la campagna «Janfada» per reclutare volontari pronti a combattere contro eventuali operazioni terrestri statunitensi.
Il conflitto si è esteso ad altri teatri. Dopo l’ingresso degli Huthi a fianco di Teheran, la tensione si è spostata sul Mar Rosso e nello stretto di Bab el Mandeb. L’operazione militare dell’Unione europea Aspides ha avvertito che potrebbero riprendere gli attacchi contro le navi mercantili nel Mar Rosso e nella parte orientale del Golfo di Aden: «Si consiglia a tutte le navi di procedere con cautela», ha indicato la missione. L’esercito israeliano ha annunciato di aver intercettato un missile proveniente dallo Yemen. Sul fronte marittimo la Marina iraniana ha dichiarato di aver esteso il controllo sullo Stretto di Hormuz fino al Golfo dell’Oman, avvertendo che aprirà il fuoco contro la portaerei statunitense Uss Abraham Lincoln appena entrerà nel raggio d’azione.
La tensione ha coinvolto anche altri Paesi del Golfo. In Bahrein sono risuonate le sirene d’allarme e una grande azienda del settore dell’alluminio ha riferito che alcune strutture sono state colpite con due feriti lievi.
A Erbil la difesa aerea ha abbattuto un drone nei pressi della residenza di Masoud Barzani, mentre Kuwait, Emirati e Bahrein hanno annunciato di aver intercettato missili e droni provenienti dall’Iran. Sul territorio iraniano raid statunitensi e israeliani hanno colpito il porto di Bandar Khamir, vicino allo Stretto di Hormuz, provocando vittime e feriti. Le Forze di difesa israeliane hanno dichiarato di aver preso di mira centri di comando temporanei e infrastrutture militari a Teheran. Due forti esplosioni hanno inoltre scosso la zona nord della capitale mentre i sistemi di difesa risultavano attivi. Nella stessa giornata l’Università di Isfahan, nell’Iran centrale, ha riferito di essere stata colpita per la seconda volta dall’inizio della guerra da raid aerei attribuiti a Stati Uniti e Israele.
Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie iraniane ha minacciato di colpire le università statunitensi in Medio Oriente dopo la distruzione di due atenei in Iran da parte di raid aerei statunitensi e israeliani. «Se il governo degli Stati Uniti vuole che queste università nella regione evitino ritorsioni, deve condannare il bombardamento delle università con una dichiarazione ufficiale entro mezzogiorno di lunedì 30 marzo», hanno affermato i Pasdaran. Nel frattempo la leadership iraniana ha ribadito una linea di fermezza. «Non usciremo da questa guerra se non con la vittoria», ha dichiarato il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, definendo il conflitto una «grande guerra mondiale» e sostenendo che l’Iran non accetterà umiliazioni.
A conferma dell’escalation, le sirene d’allarme sono tornate a suonare nell’area di Gerusalemme nel centro e nel sud di Israele per attacchi missilistici, mentre un ulteriore allarme è stato diramato anche nel nord del Paese dopo l’identificazione di nuovi lanci. Un impianto chimico nel sud di Israele è stato colpito da un missile e da detriti provenienti da un ordigno iraniano, causando un vasto incendio e facendo scattare l’allarme sanitario per i residenti dell’area. Dopo una riunione operativa al Comando Nord delle Forze di Difesa Israeliane a Safed, alla presenza dei vertici militari, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha affermato di aver ordinato alle Idf di «ampliare ulteriormente» la zona di sicurezza in Libano. Ha inoltre sostenuto che le operazioni israeliane stanno producendo «crepe evidenti nel regime di Teheran» e che Iran, Hezbollah e Hamas «non sono più gli stessi».
In serata, il regime di Teheran ha diffuso un messaggio scritto attribuito alla Guida suprema iraniana Mojtaba Khamenei, nel quale si ringraziano il popolo iracheno e la leadership religiosa per il sostegno all’Iran. Di lui, tuttavia, non si hanno più apparizioni pubbliche dall’inizio del conflitto.
Inevitabile quindi, fisiologico probabilmente, ma andare al voto anticipato a questo punto è un’opzione diventata improvvisamente percorribile per questo esecutivo. Erano in molti a dire che in caso di vittoria del Sì, si sarebbero potute anticipare le elezioni, in pochissimi ragionavano su questa possibilità in caso di vittoria del No. Ma qui siamo perché l’esito del referendum ha segnato uno spartiacque, c’è un prima e c’è un dopo, Meloni lo sa e resta da capire se guidare o subire quello che verrà.
Nel frattempo, come spiegato dal direttore Maurizio Belpietro, tra le dimissioni e il voto c’è di mezzo il Colle. Non è nei poteri dell’esecutivo indire elezioni, è una facoltà che spetta al presidente della Repubblica che potrebbe ricorrere a consultazioni per formare un governo tecnico. Formalmente però non ci sono i numeri per tenerlo in piedi, ma guardando all’orizzonte vitalizio (si raggiunge ad aprile 2027) tutto può succedere.
Sono in tanti a sperare che si vada presto al voto. «Può aiutare l’economia» dice Francesco Giavazzi economista e già braccio destro di Mario Draghi. Una frase che ricorda un po’ quel «fate presto», il titolo che nel 2011 il Sole 24 Ore ripropose quando lo spread era alle stelle e tutti chiedevano le dimissioni di Silvio Berlusconi. Quello che è successo dal 2011 in poi è storia ben nota: governo Monti, austerity e tutto ciò che ne è seguito.
Oggi di nuovo le leve sono quella economica e quella del tempo. «Prendere tempo», spiega Giavazzi, «significa effettivamente perdere tempo, e l’Italia oggi non può permettersi di perdere tempo». E prosegue: «L’Italia ha un problema serio di crescita asfittica, di salari compressi, di risposte sull’energia che non riescono a essere all’altezza della situazione» e il governo, «ha al suo interno ministri ben più dannosi dei soggetti che si sono dimessi in queste ore». L’economista fa riferimento, al ministro dello Sviluppo Adolfo Urso sfiduciato a parole anche «dal presidente di Confindustria».
E Confindustria da alleata di governo, in queste ore sembra si sia unita allo stormo di avvoltoi con la scusa del dl Fisco approvato venerdì in cdm e che ha rivisto gli impegni presi alla luce di «uno choc esterno paragonabile a quello della crisi in Ucraina», ha chiarito il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che costringe ora l’esecutivo «a fare delle riflessioni su cosa fare, chi aiutare, chi incentivare». A Confindustria questo non è piaciuto: «Il fatto di non poter fare affidamento sulle norme e sulle dichiarazioni del Governo mina profondamente la fiducia delle imprese nei confronti delle istituzioni e delle misure di incentivo e scoraggia chi vorrebbe continuare a fare impresa in Italia». Insomma è il momento del «piove, governo ladro». In questi momenti di acque agitate il più bravo a navigare resta l’ex premier Matteo Renzi: «È solo l'antipasto di ciò che accadrà nei prossimi mesi. Il governo Dracula ha portato ai massimi la pressione fiscale e finalmente le imprese iniziano a farlo notare». Opposizioni, parti sociali ma anche i giornali. Sono in molti a chiedere il voto anticipato, alcuni per interesse, altri per opportunità. Tra i leader di opposizione sicuramente ne gioverebbe la segretaria dem Elly Schlein. Con poco tempo per andare al voto potrebbero non esserci le primarie e questo le consentirebbe di evitare il confronto diretto con il temutissimo Giuseppe Conte, assicurandosi così la guida del campo largo. Nel centrodestra c’è chi suggerisce che avere Elly come leader di opposizione significherebbe assicurarsi una nuova vittoria e chi dice invece che andare avanti fino a fine mandato potrebbe tradursi in una lunga agonia.
Quello che è certo è che votare è un rischio, ma si considera poco un aspetto: Giorgia Meloni non ha paura di perdere e chi la conosce da tempo lo sa. Meloni viene da un mondo che ha perso tanto e questo non le ha mai impedito di prendere la decisione giusta e di andare avanti. A Meloni adesso interessa sapere se ha o meno il mandato degli italiani per continuare a governare. I sondaggi dicono di sì. Nonostante quello che racconta il campo largo, il centrodestra non solo tiene, ma resta saldamente al primo posto nelle intenzioni di voto (45,2% contro 44,3% anche senza Vannacci, secondo la Ghisleri).
Resta quindi l’ipotesi rimpasto, sconfessata però da due big del governo.
Marcello Gemmato, sottosegretario alla Salute, «non lo vede all’orizzonte», e il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida spiega: «Se dovesse servire il mio posto è sempre a disposizione ma non mi pare che ci sia questo tipo di richiesta».
Intanto il ministero del Turismo rimane guidato ad interim da Meloni, ma in ballo c’è Luca Zaia, l’ex presidente veneto che in molti vorrebbero al governo e di lui si parla anche per la guida del Mimit al posto di Urso. Due posti in quota Fratelli d’Italia però e affidarne uno a Zaia e quindi alla Lega comporterebbe anche altri ragionamenti. Insomma si prende tempo, niente fretta per evitare scelte sbagliate, con buona pace degli economisti del «fate presto».
Gli Stati Uniti hanno perso l’attimo, avrebbero dovuto dichiarare vittoria dopo la morte di Khamenei e, in qualche modo, accontentarsi per non finire impantanati. Ma Daniele Santoro, che ha vissuto per anni in Turchia, aggiunge anche una nuova pedina sulla scacchiera mediorientale. Dove ormai noi forse siamo abituati a considerare Stati Uniti, Israele e Iran attori principali in questa guerra, l’analista geopolitico di Limes attacca un tassello, quello che un tempo veniva considerato soltanto un ponte tra Oriente e Occidente e, invece, oggi conta molto di più: ovvero il Paese di Erdogan.
Trump ha rinviato di una settimana il suo ultimatum per l’attacco contro le infrastrutture elettriche della Repubblica islamica: è un tentativo di trovare un accordo diplomatico?
«Sicuramente sì, si tratta di provare a trovare una via diplomatica. Ma più che altro testimonia la disperazione con cui Trump sta implorando i persiani di concedergli un accordo. Lui rischia di uscire con le ossa rotte da questa guerra e ne è consapevole. Il presidente Usa è stato convinto da Netanyahu che si sarebbe trattato di una guerra facile, ora ha capito che non sarà così e sta cercando una via d’uscita. L’Iran è in vantaggio e non è detto che gli ayatollah vogliano cedere, potrebbero voler andare avanti».
In queste ore si parla molto di fine della guerra. Lei ci crede?
«No, queste guerre non finiscono mai: abbiamo visto a Gaza o in Ucraina, conflitti che si protraggono per il dilettantismo con cui vengono prima intrapresi, poi condotti. La guerra andrà avanti, seppur con delle tregue, ma ormai non ci sarà una fine vera e propria e soprattutto non ci sarà un happy ending. La verità è che Israele e Iran hanno tutto l’interesse perché la guerra continui: il loro è un tornaconto che, invece, gli Stati Uniti non hanno, soprattutto dal punto di vista economico».
Cioè mi sta dicendo che l’Iran paradossalmente rischia di uscirne rafforzato?
«L’Iran oggi è più forte e si trova in una posizione di vantaggio rispetto a prima della guerra: ha conquistato Hormuz, ha le carte in mano ed è competitivo con gli altri Paesi. Basti pensare che gli iraniani hanno provocato uno shock energetico quasi senza precedenti, un blocco che ha investito tutto il mondo, e per questo la Repubblica islamica esce rafforzata dalla guerra. Oggi, facciamo un esempio concreto, l’Iraq non può stoccare greggio, non può esportarlo via Hormuz e quindi perde capacità di commercio. Invece, con l’ok di Trump alla cancellazione delle sanzioni nei confronti dell’Iran, il Paese degli ayatollah sfrutta l’opportunità commerciale e con questi dollari guadagnati potrà finanziare un’espansione in Iraq e affiliare la popolazione alla guerra contro l’Occidente. Quest’ultimo invece perde miliardi di dollari perché non può più esportare. Quello economico è un verdetto fondamentale che fa la differenza e decreta il vantaggio dell’Iran: l’Iran ha vinto perché controlla Hormuz. Trump causa uno shock petrolifero, poi piuttosto che alimentare lo shock fa entrare in circolazione il petrolio iraniano, facendo chiaramente un autogol».
Trump, in caso, potrà dichiarare «vittoria» anche senza un regime change?
«Lui ci prova e ci proverà, attraverso una narrazione che lo faccia passare per vittorioso nonostante l’esito della guerra. Però sarà difficile, al di là della questione economica di cui abbiamo parlato, far passare il concetto. Penso alle petromonarchie del Golfo (per esempio non potrà più difendere i propri alleati del Golfo, su tutti il Qatar che va incontro ad almeno 6 anni di blocco dell’esportazione di gas), che hanno la percezione di essere stati coinvolti in un conflitto che non volevano, ma soprattutto sarà difficile convincere la sua base.
Il vicepresidente J.D. Vance ha criticato aspramente Netanyahu per aver venduto agli Usa il conflitto nel Golfo come un conflitto lampo, quando invece così non è stato. Il rapporto tra gli alleati di ferro del Medio Oriente potrebbe cambiare?
«La base Maga pensa che l’America sia stata trascinata in guerra senza un reale interesse, di questo ne sono convinti dal primo minuto. Per Vance e una buona fetta del partito repubblicano, infatti, si tratta di una guerra che, anzi, va palesemente contro gli interessi americani. Una guerra dove le monarchie del Golfo, alleate degli Usa in Medio Oriente, sono diventate le principali vittime. Trump aveva promesso in campagna elettorale di interessarsi soltanto degli Usa e di non farsi carico di guerre non sue, che portassero l’America fuori dai confini. Così non è stato».
Dal costo del petrolio, al crollo di Wall Street, all’insoddisfazione della base Maga: il prezzo della guerra è diventato troppo alto per il presidente Usa?
«Trump guarda alle elezioni di Midterm ed è molto preoccupato dell’opinione pubblica statunitense. Gli iraniani, d’altra parte, potrebbero non concedergli un accordo proprio perché sanno che impantanarlo in una guerra a pochi mesi da una votazione rischierebbe di essere letale per il suo futuro da presidente. Quindi la strada diplomatica potrebbe diventare impervia in modo calcolato. E pensare che nella testa di Trump, invece, avrebbe dovuto trattarsi di una guerra per distrarre gli americani dai problemi dell’economia interna, dai files di Epstein… un grande errore di calcolo».
Secondo lei, alla fine la Casa Bianca sarà obbligata a inviare truppe sul terreno per occupare l’isola di Kharg, snodo commerciale cruciale per tutto l’Occidente?
«Questo dipende ancora una volta non dagli Stati Uniti ma dall’Iran: so che può sembrare un paradosso ma l’Iran non aspetta altro, ovvero vorrebbe un’escalation. Perché gli Usa hanno perso l’attimo. Mi spiego, oggi non hanno più possibilità di vincere la guerra: gli americani avrebbero dovuto accontentarsi di avere ucciso Khamenei e uscire dal conflitto dichiarando vittoria. L’Iran sarebbe stato azzoppato per anni, anche per via degli attacchi strategici. Adesso gli strateghi americani sanno che rispondere con una potenziale operazione di terra a Kharg potrebbe essere un rischio perché l’Iran si è preparato da anni a questa guerra. L’America fino a oggi ha voluto evitare il coinvolgimento diretto con truppe di terra (ricordiamoci Afghanistan, Iraq…) risultato sempre fallimentare. Perché il regime è detestato dalla maggior parte della popolazione iraniana. Ma il meccanismo è semplice: gli iraniani odiano vivere sotto gli ayatollah ma se il nemico diventa l’Occidente, la popolazione iraniana diventa patriottica e sotto le bombe si stringe intorno a quello che ha. Il regime prima della guerra era debole, oggetto di proteste e scontri violentissimi in piazza, ma la guerra distrae dai diritti umani e riporta l’attenzione alla mera sopravvivenza».
Il capo dell’Agenzia navale Dominguez ha dichiarato che nessuna task force militare infiltrata e nessun drone potrà rompere lo stallo di Hormuz: è d’accordo?
«Penso che se gli Usa avessero avuto la capacità di rompere il blocco di Hormuz, lo avrebbero già fatto. L’America non ha un piano. L’Iran si prepara a questa guerra da anni, sapevano che questo momento sarebbe arrivato ed erano e sono prontissimi».
Quella che lei stesso ha definito «la guerra di Trump e Netanyahu» come cambierà il Medio Ooriente?
«Questa guerra ha già cambiato il Medio Oriente, sicuramente il primo effetto è stato quello di rafforzare il regime persiano e quello israeliano. Israele però vuole staccare gli Usa dalla Turchia che resta il suo nemico numero uno. La Turchia sta accerchiando Israele. Questo attacco circoscrive l’operato della Turchia ed è una dinamica che crea attrito con gli Usa perché ne limita il raggio di azione. E poi bisogna capire cosa succederà: Netanyahu dovrà fare i conti con i suoi soldati. Israele e Iran senza la guerra, ovvero un nemico dichiarato, stanno in piedi? Come evolverà il rapporto Usa-Israele? Torniamo agli attacchi alle petromonarchie, nodo cruciale. Israele, da una parte, potrebbe garantire sicurezza a questi Stati, ma dall’altra l’Arabia saudita sta facendo asse con Turchia e Pakistan, per sfuggire al conflitto».
Lei è un esperto del mondo turco e ha detto che la Turchia uscirà come la vera vincitrice di questa guerra. Per quale motivo?
«Sicuramente nel medio e lungo periodo la Turchia è l’unica ad avere un’idea imperiale. Evidentemente Iran e Israele hanno una loro idea di Medio Oriente, mentre la Turchia ha un’idea diversa, di pace e sicuramente non bellica. Credo che sia probabile che convinca molti altri Paesi e le masse arabe a pensarla così e ad allearsi».
La Turchia è ormai un nostro vicino, visto che si è insediata in Libia. Come la dovremmo considerare? Un’amica che potrebbe servirci?
«Innanzitutto, penso che la Turchia andrebbe almeno presa in considerazione, questo sarebbe già un passo avanti: sicuramente dovremmo approcciare la Turchia come non abbiamo mai fatto perché non abbiamo le risorse mentali. L’Italia dovrebbe provare a ricomporre le fratture con i nostri partner, dalla Libia alla Francia. In Libia, per esempio, i turchi fanno fatica a controllare tutto, l’Eni potrebbe essere una pedina di scambio per recuperare influenza sul territorio, idem Cipro… Insomma la Turchia può essere una possibilità da sfruttare per noi».
Ci sta dicendo che dovrebbe essere un nostro interlocutore privilegiato?
«La Turchia non è più il ponte tra Oriente e Occidente come l’abbiamo sempre inteso, la Turchia è la Turchia. Loro non sono né occidentali né orientali, sono turchi. Una cerniera di collegamento tra Europa e Oriente, inteso come vari Orienti, dal Caucaso ai Balcani, fino al Medi Oriente. Quello che prima poteva sembrare uno strumento, invece, oggi è un attore principale. Un Paese che tiene insieme molte dimensioni culturali».
«La guerra in Iran ha avuto un impatto sensibile sul trasporto marittimo. Il traffico nello Stretto è drasticamente ridotto (oltre il 90%) e in questo momento praticamente paralizzato. Circa 3.000 navi sono bloccate all’interno del Golfo Persico. Per cui le compagnie di navigazione, tra cui la nostra, hanno deviato su rotte alternative. Tutto questo comporta un’interruzione delle catene di approvvigionamento, soprattutto per energia, materie prime, semilavorati e merci deperibili e non, dirette verso Asia, Medio Oriente ed Europa».
È uno scenario drammatico quello tracciato da Cesare d’Amico, ceo di d’Amico Società di Navigazione. L’armatore ricorda che «dal Golfo Persico vengono esportati insieme al petrolio e i suoi derivati anche il 33% dei fertilizzanti determinanti nell’agricoltura, il 30% di materie prime per l’industria edile, il 14% della produzione di alluminio. Invece i Paesi del Golfo Persico a loro volta importano circa 200 milioni di tonnellate l’anno di prodotti agricoli. La conseguenza immediata è che i noli si impennano e vi è una esplosione dei costi assicurativi a conseguenza dell’aumentato rischio, il che genera facilmente del panico, perché si pensa non si riesca a trovare una nave o sia impossibile trasportare il carico. È una situazione molto delicata che va gestita con prudenza e attenzione».
Cosa potrebbe accadere qualora il conflitto dovesse durare per altri mesi ancora?
«Più a lungo questa situazione si protrarrà, più sarà complesso e lento il ritorno a condizioni di normalità. Guardando a quanto accaduto con il Covid, anche dopo la fase acuta i costi di trasporto e i noli sono rimasti elevati per un periodo prolungato. Su alcune tipologie di merci il nolo incide mediamente tra il 7% e il 12%. Sarà inoltre determinante capire come evolveranno i prezzi delle materie prime e dei prodotti. Diverso è il comparto dei container, che risulta particolarmente colpito, dato che i flussi in entrata e in uscita sono sostanzialmente fermi. Attualmente una parte significativa del commercio globale è bloccata, con effetti diretti e spesso negativi sui costi. Tutto questo senza considerare i danni che la guerra sta causando alle varie infrastrutture e che potrebbero avere delle conseguenze importanti anche dopo la conclusione del conflitto. A questo riguardo sappiamo che il 16% delle infrastrutture per l’esportazione del gas dal Qatar è stato seriamente danneggiato e potrebbero volerci fino a 5 anni per riportare i volumi di esportazione di gas a quelli di prima del conflitto».
Ci sono soluzioni alternative al canale di Hormuz da prendere in considerazione per il trasporto?
«L’unica alternativa al momento, che riguarda solamente il petrolio, è attraverso l’uso della pipeline che fu realizzata negli anni Ottanta, che unisce il Golfo Persico e il Mar Rosso. Cosa che sta già avvenendo. Con transito delle navi dal Mediterraneo attraverso Suez verso Gedda e il contrario, dal momento che la rotta di Bab el Mandeb verso sud resta altamente compromessa, anche se al momento gli Huthi sembrerebbe non partecipino al conflitto».
Come vi siete regolati? Avete bloccato la flotta o scelto tratte diverse?
«Fin dall’inizio del conflitto tra Ucraina e Russia, insieme a mio cugino Paolo abbiamo preso la decisione chiara di non far operare le nostre navi in aree di guerra. La priorità assoluta resta la sicurezza dei marittimi, e non intendiamo esporli ad alcun rischio finché non saranno garantite condizioni di transito sicuro. Auspichiamo la possibilità di organizzare convogli commerciali scortati da unità militari, come avvenuto in passato durante l’invasione dell’Iraq, quando fu assicurato il passaggio nello stretto di Hormuz. Anche il presidente di Confitarma, Mario Zanetti, ha sollecitato il governo italiano a valutare questa opzione. In precedenti esperienze, la Marina Militare ha svolto un ruolo estremamente efficace, contribuendo a mantenere gli equipaggi in condizioni di tranquillità e sicurezza grazie alla presenza costante delle navi di scorta».
Di quanto sono aumentati i premi assicurativi? E quanto si prevede che saliranno ancora qualora il conflitto dovesse proseguire?
«Con la dichiarazione di zona di guerra tutta una serie di coperture assicurative sono state annullate. La Lloyd’s di Londra ha cominciato a dare ogni 12 ore le sue quotazioni per il passaggio di Hormuz, quotazioni che possono cambiare in ogni momento. I primi effetti sono importanti, si parla del 5% del valore della nave. Quindi, se considero una nave di medie dimensioni dal valore di 30 milioni di euro, significa un aumento di 1 milione e mezzo. Se andiamo ad applicare le tariffe su petroliere o navi da 300.000 tonnellate, che possono arrivare a valere anche 200 milioni di dollari, il rincaro è di 10 milioni di dollari e vale per una settimana. Significa che se passati 7 giorni non si è riusciti a uscire è necessario rinegoziare con l’assicurazione. Oggi questo costo viene ribaltato al noleggiatore o al caricatore, verrà poi considerato nel prezzo della merce per poi avere aumenti anche per il consumatore finale».
E i rincari dei noli?
«La situazione resta estremamente fluida con un mercato estremamente volatile in cui assistiamo a noli estremamente onerosi ma anche a navi che devono cambiare posizione in zavorra (quindi vuote) per trovare un carico».
Quanto incidono i noli e quanto i premi sulle merci trasportate?
«Anche qui non ci sono dati univoci, dipendono dal valore della merce. Comunque, nelle condizioni attuali, il costo logistico complessivo può incidere tra il 10% e il 15%, con il nolo come componente principale e i premi assicurativi che, in uno scenario di guerra, assumono un peso insolitamente elevato e crescente. Va detto che i prodotti raffinati che l’Europa importa dal Golfo Persico rappresentano solo il 4%, contano molto più il West Africa e gli Stati Uniti. Influenza il gas che va a influire sulla generazione di energia. Una fetta importante di gas proviene dal Golfo Persico, quasi il 20%, e un deficit potrebbe portare alla riattivazione delle centrali termoelettriche e quindi dell’importazione di carbone dall’Australia, dall’Indonesia e dal Sud Africa. Per far sì che i prezzi dell’energia non salgano troppo bisogna trovare un giusto mix e quindi ricorrere anche al trasporto di carbone. A questo riguardo ben venga il provvedimento del governo di non fermare completamente un paio di centrali in Italia. In momenti di crisi energetica piuttosto rilevanti è importante avere la possibilità di poter usufruire anche del carbone, storicamente la fonte di energia fossile più economica, al fine di calmierare i prezzi dell’energia ed in particolare le possibili speculazioni».
I premi assicurativi impattano sulla marginalità operativa? Come vengono ripartiti con i caricatori?
«Nel contesto attuale, l’armatore sembra disporre di un margine di manovra più ampio; tuttavia, è fondamentale ricordare che, al di là delle decisioni operative, l’equipaggio mantiene la facoltà di opporsi alla navigazione in determinate aree. In tali circostanze, nessuna leva economica può risultare determinante. Se in passato queste zone, pur considerate a rischio, comportavano premi assicurativi standard – generalmente compresi tra i 15.000 e i 30.000 dollari e già inclusi nel conto viaggio – oggi lo scenario è mutato: si tratta di un rischio che l’armatore non è più disposto ad assumersi, e i relativi costi assicurativi vengono quindi quotati separatamente e sostenuti dal carico».
C’è il rischio che i rincari assicurativi e dei noli permangano anche alla fine del conflitto?
«La conclusione delle ostilità ridurrebbe drasticamente gli extra costi assicurativi con il loro azzeramento solo con il consolidamento dell’assenza di rischio totale al transito. Invece per quanto concerne i noli il riaggiustamento e riallineamento dipenderà da come la filiera logistica si normalizzerà».
I vostri equipaggi sono addestrati in caso di emergenza?
«Manteniamo un contatto costante con tutte le nostre navi nel mondo. A bordo sono già previste procedure codificate per affrontare situazioni di rischio, come l’ingresso improvviso in un’area di conflitto. Gli equipaggi sono preparati e sanno esattamente come comportarsi. Hanno inoltre la possibilità di restare in continuo contatto con le proprie famiglie, così da rassicurarle anche in contesti complessi. Si parla molto dei ritardi nelle merci, dei costi e dell’impatto sui consumi, ma troppo poco di chi rende possibile contenere questi effetti. Sono i nostri equipaggi, che lavorano con grande dedizione e professionalità: un impegno di cui dobbiamo essere profondamente grati e orgogliosi».










