In una delle piazze più suggestive di Roma, in mezzo alle vestigia della Città eterna, si trova la prestigiosa dimora di Domenico Arcuri. Un appartamento degno degli importanti ruoli che il sessantaduenne ex commissario Covid ha ricoperto nella sua fortunata carriera di manager pubblico. Il 18 giugno una fonte della Verità stava sorseggiando un aperitivo proprio sotto all’elegante immobile. Alle 19:54 ha visto rientrare il padrone di casa e lo ha subito riconosciuto.
Quasi per gioco ha inviato un messaggio a un amico per informarlo dell’avvistamento. Da qui è rimasto segnato sul cellulare l’orario d’arrivo. Ma dopo circa mezz’ora, il testimone ha avuto una visione che ha reso quell’incontro fortuito una notizia. Ebbene, verso le 20:30, nel portone si è infilato, a passo svelto, l’ex premier Giuseppe Conte.
Una coincidenza? Oppure il presidente del M5s è andato a discutere con il suo vecchio collaboratore? E di cosa?
Quel che è certo è che da giorni stanno montando le polemiche per la mancata audizione dell’ex premier in Commissione Covid.
Il motivo lo ricostruisce con La Verità il presidente Marco Lisei: «Un membro di una commissione d’inchiesta, quale è Conte, non può essere audito. Ma lui dice di essere disponibile a rispondere e, per questo, oltre un anno fa gli ho proposto di dimettersi, farsi audire e poi rientrare in commissione. Pochi giorni fa anche i presidenti di Camera e Senato hanno fatto capire che è una strada percorribile. Ma, di fronte a questa mia proposta, ha risposto negativamente. Mi pare che non abbia la volontà di rispondere alle domande dei commissari».
Ieri, in un’intervista alla Repubblica, Conte ha dato la sua versione: «Sono anni che ho dato la mia disponibilità a essere audito». E ha accusato Palazzo Chigi di avere dato l’ordine ai commissari di Fdi di screditare la sua persona: «È in corso un gioco sporco che non posso più permettere».
Il cuore del problema sono le provvigioni multimilionarie dietro all’appalto da 1,25 miliardi di euro e 800 milioni di mascherine cinesi rivelate da questo giornale nel novembre del 2020. Una vicenda che abbiamo sviscerato per più di un lustro e che, a distanza di anni, ha iniziato a interessare anche altre testate, sebbene a livello giudiziario e investigativo non ci siano reali novità rispetto a quanto da noi già raccontato. Conte ha respinto per l’ennesima volta i sospetti che lo inseguono dal nostro primo scoop, con queste parole: «Non mi sono mai occupato di contratti per l’acquisto di mascherine e respiratori, né di quali imprese o professionisti fossero coinvolti».
Di fronte all’incredulità dell’intervistatore («Come è possibile che lei non si occupasse delle forniture?»), l’ex premier non ha fatto un plissé: «Ma scusate, torniamo a quei mesi, con un’Italia in ginocchio e la riorganizzazione di un intero Paese da gestire, secondo voi è pensabile che un presidente del Consiglio possa pensare ai contratti delle mascherine?».
Purtroppo pm e giudici non hanno trovato nessun colpevole per quell’enorme spreco di denaro pubblico e Conte ha gioco facile nel rimarcare che «sono vicende che, da un punto di vista giudiziario, si sono tutte tradotte in un nulla di fatto». E per questo è meglio tornare alla nostra storia e alla bella piazza nel cuore di Roma.
Il 17 giugno, alle 8:30 del mattino, in commissione, succede qualcosa.
Durante la riunione dell’Ufficio di presidenza, convocato per discutere di nuove deleghe, è venuto fuori il tema, caro al Pd, di una seconda audizione di Arcuri. Una proposta su cui i dem insistono da inizio anno.
Il presidente Lisei, pur non sapendo che cosa Arcuri abbia di tanto importante da riferire, essendo già stato ascoltato per diverse ore, ha, però, ricordato che l’ex commissario non sarebbe più stato sentito in libera audizione, ma, come viene fatto da mesi, «a testimonianza», cioè come tutti i testi dei processi penali, a cui è fatto divieto assoluto di mentire, pena l’incriminazione per falsa testimonianza.
A quel punto sarebbe intervenuto il deputato pentastellato Alfonso Colucci, unico rappresentante delle opposizioni presente quel giorno: «No, Arcuri non si può sentire a testimonianza visto il ruolo che ha ricoperto», avrebbe dichiarato.
La notizia diventa subito virale e La Verità, il 18 giugno, titola: «Il Movimento 5 stelle pretende che Arcuri possa mentire sul Covid».
La stessa sera Arcuri e Conte si incontrano a casa del primo. Il giorno dopo l’ex commissario Covid invia al presidente Lisei una lettera in cui spiega di essere pronto a dire tutta la sua verità, alle condizioni della commissione: «Avendo appreso da alcuni organi di stampa i contenuti di discussioni che si sarebbero tenute in seno all’Ufficio di Presidenza della Commissione che Lei presiede e che riguarderebbero una mia futura audizione, ritengo doveroso comunicarLe con questa mia che non sussiste da parte del sottoscritto alcun problema né alcun impedimento ad essere sentito nella forma dell’audizione testimoniale, come peraltro previsto dalla vigente normativa» si legge nella missiva.
Che prosegue così: «Colgo altresì l’occasione per ribadire a Lei, come ho già fatto con gli Uffici della Commissione, il mio auspicio ad essere audito, Le ripeto in qualsiasi forma si riterrà opportuna, con l’esclusivo fine di dare ai componenti la Commissione un contributo autentico e complessivo intorno all’effettivo svolgimento dei fatti che hanno caratterizzato una stagione così drammatica per il nostro Paese, come quella della pandemia, fornendo loro il più adeguato materiale probatorio».
La lettera è stata concordata con Conte la sera precedente? Entrambi negano. L’ex premier prima ci spiega la natura del suo rapporto con il manager: «Da quando Arcuri è stato attaccato, pur essendo uscito indenne dalle inchieste della magistratura, gli ho offerto la mia solidarietà, apprezzando l’impegno con cui ha servito il Paese. La campagna di fango contro di lui è assolutamente indegna». E la cena del 18 giugno? Lo staff del presidente del Movimento è netto: «Arcuri e Conte non hanno mai parlato di eventuali lettere che Arcuri avrebbe fatto pervenire nei giorni successivi alla Commissione».
L’ex ad di Invitalia, dal suo buen retiro toscano, è molto meno sintetico: «Visto quello che leggo da parte di altri giornali, ho nostalgia di voi. Fate con profondità il vostro lavoro, poi certo, ognuno ha le sue idee, ma lo fate con un tasso di professionalità informativa che altrove non trovo».
Per questo accetta di spiegare il legame con Giuseppi, la cena del 18 giugno e che cosa potrebbe svelare nella sua possibile prossima audizione.
La prima risposta è sulla frequentazione: «Quando Conte è diventato presidente del Consiglio, io non l’avevo mai visto in vita mia. Abbiamo collaborato per questioni legate al Mezzogiorno per il mio ruolo di amministratore delegato di Invitalia. Quando mi ha chiesto di fare il commissario ho accettato e abbiamo stabilito, come con tutti gli attori di quella stagione, un rapporto di consuetudine. Lo chiami lei come vuole. Dopodiché, viste le tristi vicende che mi hanno colpito, diciamo che questo rapporto di consuetudine e di collaborazione si è trasformato in un rapporto di amicizia».
Gli chiediamo se il trait d’union possa essere stato Massimo D’Alema, in buoni rapporti con entrambi, e Arcuri risponde: «No, il rapporto tra me e Conte è nato, dimostrabilmente, sulle politiche innovative per lo sviluppo del Mezzogiorno che il governo Conte 1 avviò con Invitalia protagonista. Non ho nessun problema a dirle che mi capita di vedere Conte anche in questo periodo, mentre D’Alema io non lo incontro da molti anni». E con Giuseppi ogni quanto vi incrociate? L’ex commissario resta sul vago: «Ci capita di vederci, ma non è che abbiamo appuntamenti fissi, né ricorrenti».
Quindi il discorso passa alla lettera inviata alla Commissione: «È un anno e mezzo che io chiedo di essere audito. Sono stato sentito solo per la vicenda Jc electronics (società che per il Tribunale di Roma sarebbe stata ingiustamente estromessa dalla fornitura di mascherine, ndr) e, in quell’occasione, ero limitato, non potevo raccontare l’emergenza». Arcuri non si tiene: «Le opposizioni chiedono invano da un anno e mezzo che io venga chiamato. Sono stato inserito inutilmente nella loro lista delle persone da audire. Dopodiché ho letto che in un ufficio di presidenza si è detto che io dovessi essere sentito in libera audizione e che per alcuni media questo significava che si voleva che io andassi a dire menzogne. Allora ho preso carta e penna e ho detto: “Io vengo nella forma che volete voi”». Arcuri insiste sul fatto che è pronto a portare in commissione «adeguato materiale probatorio».
L’ex ad di Invitalia nega che la missiva sia da collegare all’incontro con Conte: «Si immagini se abbiamo parlato della lettera, quella è stata un mio automatismo, scattato dopo che mi sono indignato la mattina di fronte ai titoli dei giornali… con tutto quello che mi è successo, secondo lei, ho problemi ad andare in escussione testimoniale?».
A questo punto ci promette un’esclusiva, ma solo dopo l’audizione e ci annuncia che è pronto a mostrarci documenti inediti: «Facciamo un’intervista aperta in cui mi chiedete quello che volete. Avrei piacere di darvi anche un po’ di carte, perché ormai sono pubbliche, soltanto che non tutti hanno accesso. Il mio problema, sempre perché sono uno stupido amante delle istituzioni, è che io vorrei capire se questi signori mi audiscono, perché se non lo faranno, mi sentirò libero di venire da voi e dire ciò che voglio, visto che ho chiesto di farlo in commissione, senza riuscirci».
Gli spieghiamo che ci risulta difficile credere che, dopo gli articoli del 18 giugno, lui e Conte non abbiano discusso della lettera, ma Arcuri è irremovibile: «Il tema della serata non è stato quello. Con lui parliamo di tutto e di niente come persone che hanno condiviso una stagione brutta, e noi solo sappiamo quanto brutta, e che si sentono ingiustamente perseguitati».
Il neo commissario: «Tante misure sono per la povertà, ora però aiutiamo il ceto medio. Compenso da 500.000 euro? Giusto per le responsabilità. Conosco Salvini da 10 anni, ma sono qui per meriti. Sulle graduatorie è corretta la corsia privilegiata agli italiani».
Felice Squitieri. Romano. Laurea alla Sapienza. Professione: architetto. Specializzazione: bioedilizia, sostenibilità e rigenerazione urbana. Incarichi istituzionali: membro della Commissione Via-Vas del ministero dell’Ambiente (valutazione sull’impatto ambientale delle opere pubbliche) e da qualche giorno commissario straordinario per il Piano casa del governo, uno dei progetti identitari del centrodestra rivendicato a più riprese dal premier Giorgia Meloni. La nomina è freschissima così come le polemiche che ne sono conseguite. Motivo? La sua vicinanza alla Lega. E lo stipendio, che per l’opposizione è eccessivo. E giù illazioni. Alle quali Squitieri replica per la prima volta parlando con La Verità.
Commissario, più del ruolo che andrà a svolgere si parla del suo compenso e di Salvini? La cosa la colpisce?
«No, per niente, è il gioco delle parti e non intendo alimentare sterili polemiche. Da parte mia le posso solo dire che si tratta di un incarico di grandissima responsabilità. Il Piano casa è un intervento che non ha precedenti per dimensioni nella storia recente del nostro Paese, per trovare un termine di paragone dobbiamo fare un ideale “flashback” che ci riporta indietro di decenni, fino al Piano Fanfani».
Qualcuno dall’opposizione pensa che quasi 500.000 euro lordi per un anno e mezzo di lavoro (scadenza fine 2027) siano eccessivi.
«Guardi il mio lavoro sarà retribuito secondo i canoni di legge e risponde a criteri generali e trasparenti, commisurati alla complessità e alla rilevanza dell’incarico».
La stessa sinistra l’accusa per la vicinanza a Matteo Salvini e alla Lega.
«Anche qui. Io sono attivo nel mondo dell’associazionismo fin da giovanissimo. Ho un rapporto con la Lega e Matteo Salvini? Certo. Un rapporto che ha radici profonde e meritocratiche. Da quando nel 2017 la Lega ha attivato il think tank “Punto di Svolta”, un laboratorio di pensiero nato per cercare nella società civile figure che volessero mettere a disposizione tempo, competenze ed esperienza. Da lì è iniziato il mio percorso tecnico-politico al fianco del partito e del ministro. Ed è stato proprio sul tema casa che ho offerto da subito il mio supporto, contribuendo a delineare una visione programmatica che oggi sta diventando realtà».
Ci sono polemiche anche sulla struttura, pare corposa, che l’accompagnerà.
«In questi giorni stiamo definendo la squadra migliore da mettere in campo, sempre nel rigoroso rispetto del quadro normativo. La legge prevede la figura di un sub-commissario e stiamo valutando i profili più idonei per operare con la massima efficienza. Ma se si fa polemica anche su questo mi permetta di dire che forse non si è capita la portata del Piano casa».
Ecco ce la spieghi.
«Il primo traguardo cronologico consiste nel restituire ai Comuni e alle aziende, nel minor tempo possibile, circa 60.000 appartamenti popolari già esistenti che però oggi non sono disponibili. La stragrande maggioranza necessita solo di rapidi interventi di ristrutturazione per essere efficientati e assegnati. Subito dopo, si procederà con i cantieri per le nuove costruzioni».
Ci può dare una tempistica. Quando saranno pronte le prime abitazioni ristrutturate? Possibile già nel 2026?
«Entro un anno sarà sfida».
E lei che ruolo svolgerà? Cosa fa il commissario straordinario?
«In estrema sintesi, le mie funzioni saranno di coordinamento e raccordo tra il governo, in tutte le sue articolazioni, e i territori. In questo contesto, Invitalia giocherà un ruolo cruciale: gestirà il Fondo in cui sono confluite le risorse destinate a dare vita al primo pilastro del piano, ovvero gli interventi di edilizia residenziale pubblica e sociale».
Mi scusi la sintesi, sarà una sorta di facilitatore e velocizzatore dei progetti?
«Da un certo punto di vista sì. Facilitare e rendere più celere l’attuazione del Piano casa è uno dei miei compiti».
Veniamo ai fondi. Chi ce li mette?
«Il ministero delle Infrastrutture ha stanziato 970 milioni a valere sulle risorse disponibili per il Piano Casa Italia. Quindi utilizzeremo una quota pari al 50% delle risorse del Fondo sociale per il clima, destinata al sostegno delle famiglie vulnerabili, quantificabile in circa 700 milioni. Poi ci sarà una quota del fondo del ministero dell’Interno, di concerto con Mef e Mit, dedicato a rigenerazione urbana e housing sociale dei Comuni: parliamo di 500 milioni per ciascuno degli anni 2027 e 2028 e 700 milioni annui dal 2029 al 2034 (per un totale di 4,8 miliardi di euro). Infine ci saranno altre risorse aggiuntive derivanti dai fondi per la “coesione sociale”».
Cdp è coinvolta?
«Sì, attraverso l’attivazione del “fondo dei fondi”, uno strumento finanziario strategico per attrarre investitori e finanziatori privati che opereranno secondo rigorosi criteri di utilità pubblica».
E qui arriviamo all’altro punto di polemica, la partecipazione dei privati.
«Mi verrebbe da dire: assolutamente normale per un progetto di questa portata. La collaborazione con il settore privato e con i fondi di investimento è lo strumento moderno per moltiplicare l’efficacia delle risorse pubbliche: i capitali privati vengono attirati, ma sono vincolati a finalità sociali e a criteri pubblici. Come noto su 100 alloggi realizzati, almeno 70 devono essere in edilizia convenzionata. Inoltre si tratta di alloggi che saranno venduti o affittati con un sconto minimo del 33% rispetto ai valori di mercato».
È vero che il Piano casa aiuta il ceto medio (prof, personale sanitario, forze dell’ordine) più che la fascia meno abbiente della popolazione?
«Da cittadino appassionato alle dinamiche della nostra società, trovo questa analisi cruciale».
Perché?
«Negli ultimi anni il ceto medio italiano è stato schiacciato in una tenaglia. Da un lato, le misure di welfare si sono concentrate quasi esclusivamente sulla povertà assoluta e sulle fasce estremamente fragili; dall’altro, abbiamo assistito a un aumento esponenziale del disagio sociale, alimentato anche dai fenomeni di immigrazione di massa. Se parametriamo tutti gli aiuti sociali solo sul livello di reddito minimo, chi si trova nella fascia grigia – chi lavora, ha un reddito normale ma non riesce a pagare affitti di mercato o ad accendere un mutuo – rischia l’esclusione totale. Se scompare il ceto medio, rischiamo la polarizzazione tipica dei paesi sottosviluppati: un fossato incolmabile tra pochissimi super-ricchi e una massa di super-poveri. Questo piano tutela proprio chi lavora».
Rivendica anche la preferenza per i cittadini italiani nelle graduatorie?
«Anche su questo tema, parliamo di una scelta politica e valoriale compiuta dal Parlamento in sede di conversione del decreto. Credo che sia un principio di profonda equità sociale e di buonsenso garantire una priorità e un’attenzione particolare a quei cittadini che da anni, o da generazioni, contribuiscono con il proprio lavoro e le proprie tasse alla crescita e al welfare della nostra nazione».
Roma guarda al futuro ripristino di relazioni positive fra Italia e Russia. L’ha ribadito il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, al forum di Dubrovnik (l’antica Ragusa veneziana) in Croazia, precisando che la crisi con Mosca è dovuta solo alla temporanea situazione del conflitto russo-ucraino: «Non stiamo combattendo contro la Russia.
La Russia sta combattendo contro l’Ucraina. Noi sosteniamo il diritto internazionale. In futuro vogliamo avere buoni rapporti con la Russia, come in passato. Ma ora dobbiamo rispettare il diritto internazionale e metter fine a questa guerra. Dobbiamo combattere usando la diplomazia. Per questo occorre che gli europei siano più uniti». Tajani ha aggiunto che «l’Italia lavora duramente per l’adesione all’Unione europea dei Paesi balcanici, oltre che di Ucraina e Moldova».
L’amicizia italo-russa era stata rafforzata nell’ultimo ventennio dal premier Silvio Berlusconi, amico personale del presidente russo Vladimir Putin. Rinnovo di un’eredità antica, se si pensa alla visita del 1909 dello zar Nicola II alla reggia piemontese di Racconigi, ospite di re Vittorio Emanuele III, o, in epoca sovietica, agli accordi industriali del 1966 tra la Fiat e la Lada-Vaz per produrre su licenza l’utilitaria Fiat 124, chiamata Zigulì dai russi.
La pace, tuttavia, resta lontana. Ieri il presidente ucraino Volodymir Zelensky ha chiesto un incontro con Putin, ma a condizione di un ritiro delle truppe di Mosca. Irrealistico poiché nessuno abbandona terre pagate sangue se non costretto con la forza. Ha detto: «La Russia deve uscire dall’Ucraina con la sua guerra, non vogliamo alcuna guerra. L’Ucraina ha avanzato proposte ai nostri partner chiave, e gli amici di Putin hanno anche sentito da noi che un incontro è possibile e che porre fine a questa guerra è possibile. La Russia deve ora compiere quel passo verso la pace». Le truppe russe seguitano a pressare in più punti del fronte e ieri avrebbero conquistato il villaggio di Novoskelevatoye, nella zona di Dnipropetrovsk.
Kiev reagisce con lo stillicidio di droni e missili su obbiettivi in Russia. Ciò ha fatto dire al segretario generale della Nato, Mark Rutte, all’Atlantic council di Washington: «L’Ucraina sta andando bene. Sono ancora all’avanguardia rispetto ai russi in innovazione, per esempio nei droni e nei sistemi antidrone. Hanno sempre più successo nel colpire infrastrutture energetiche e di supporto alla difesa in Russia. La produzione delle raffinerie russe è diminuita di un terzo». Ha aggiunto che «spendono oltre il 40% per la Difesa, quasi il 50%, significa che più del 70% delle entrate fiscali in Russia è speso per la Difesa». Il ministero della Difesa di Mosca ha affermato di aver abbattuto in 24 ore «511 droni ucraini e tre missili da crociera Flamingo». Zelensky ha esaltato l’assalto di cinque missili FP-5 Flamingo a una fabbrica militare di Volgograd, l’ex-Stalingrado, che ha causato un morto e dieci feriti. È stato bersagliato il Centro federale di ricerca e produzione Titan-Barrikady, che produce sistemi per missili balistici Yars, Topol-M e Iskander-M, nonché cannoni semoventi. Simbolo della storia della città, che in epoca zarista si chiamava Tsarytsin, la fabbrica nacque nel 1914 come «fabbrica munizioni Tsarytsin». In epoca sovietica, mentre la città veniva intitolata a Stalin, la fabbrica divenne «Barricate rosse» e fu al centro di combattimenti urbani fra russi e tedeschi nella battaglia di Stalingrado del 1942. Il missile Flamingo, più grosso di un Tomahawk americano, è lungo 12 metri, più 2 metri di booster per il lancio dal suolo, e avrebbe una testata da 1150 chili e un raggio d’azione fino a 3000 chilometri. È tra gli esempi di joint venture fra aziende ucraine e straniere, infatti è prodotto dalla Fire point di Kiev, ma il progetto viene dalla ditta anglo-emiratina Milanion, che lo presentò alla fiera Idex del 2025.
Fra altre incursioni di ieri, il servizio segreto ucraino Sbu ha annunciato che le «unità speciali Alpha hanno colpito con droni» la stazione di pompaggio di Vtorovo, nella regione di Vladimir, asservita all’oleodotto che rifornisce Mosca di gasolio. L’oleodotto, della società Transneft-verkhnyaya olga, alimenta le cisterne della capitale, sia per i consumi locali, sia per l’esportazione, con diramazioni verso i porti del Mar Baltico. La stazione di pompaggio era già stata colpita il 24 maggio e il10 giugno. È sempre arduo quantificare i danni causati dagli ordigni ucraini, che talvolta possono colpire gli obbiettivi di striscio o come rottami di ricaduta, il che limita la portata delle distruzioni.
Di nessun valore militare, se non culturale, è invece il museo «Sambekskie vysoty» di Rostov, dedicato «agli eroi della Grande guerra patriottica (1941-1945)». Qui un velivolo ucraino senza pilota ha ferito 12 persone. Anche i russi martellano. Notevole è stata la distruzione di due caccia ucraini Mig-29 pronti al decollo, già carichi di bombe, sulla pista della base aerea di Voznesensk, nella regione di Nikolaev. Sono stati centrati al suolo con due droni Geran 4, versione potenziata dai russi dello Shahed iraniano, col motore a elica rimpiazzato da un turbogetto. Un terzo Mig-29 ucraino potrebbe essere stato abbattuto in volo dai russi presso Poltava. Kiev ammette solo «la perdita del velivolo», ma il pilota s’è salvato col sedile eiettabile. L’aviazione russa ha lanciato 30, fra droni e bombe aeree, sulle regioni di Sumy e Dnipropetrovsk e ha colpito la raffineria di petrolio Yukoil di Zaporizhzhia. Ognuna delle due parti spera nell’esaurimento del nemico.









