I dati parlano chiaro: entro il 2050, i musulmani in Europa rappresenteranno almeno l’11 per cento della popolazione. Questo lo scenario ipotizzato dal centro studi americano Pew research nel caso in cui non si dovessero intensificare gli sbarchi di migranti da Paesi islamici. Nello stesso studio, inoltre, si immagina anche quale sarà la situazione in Italia. Anche in questo scenario, i dati non sono confortanti: entro il 2050, la popolazione musulmana, nel caso di alti tassi di sbarchi, dovrebbe superare il 14%. Sono trend, sia chiaro. Ipotesi che si potrebbero verificare, in meglio o in peggio, oppure no. Ma se ci guardiamo attorno possiamo già notare che, nel giro di qualche decennio, gli italiani potrebbero ritrovarsi a essere una minoranza.
A Milano, per esempio, sono presenti 35 plessi dove oltre il 50% degli iscritti è di origine straniera. Nelle 24 elementari dove gli italiani sono meno della metà, sono presenti ben 122 nazionalità diverse mentre nelle 11 medie 115. Come nota Silvia Sardone, vicesegretario e consigliere comunale della Lega: «Le politiche immigrazioniste del Pd hanno prodotto, negli anni, delle vere e proprie classi ghetto a discapito dell’apprendimento. Se è vero che il Comune di Milano ha attivato dei progetti di supporto linguistico e mediazione culturale, è altrettanto vero che, se in così tante scuole bambini e ragazzini italiani si ritrovano a essere minoranza tra i banchi, c’è un grosso problema legato sia all’avanzamento del programma che all’integrazione. Non è un caso se diverse famiglie si trovano costrette a cambiare istituto ai figli per evitare che restino indietro e si sentano emarginati». Accade infatti molto spesso che gli studenti di origine straniera non conoscano molto bene l’italiano, perché non viene parlato in casa, e abbiano quindi delle difficoltà nell’apprendimento. «È assurdo», prosegue Sardone, «sentirsi stranieri all’interno dei propri quartieri ma questo è quanto succede nella Milano della sinistra dove la multietnicità è vista solo come un valore e non anche come un freno, se non regolata, alla crescita dei più giovani. In molti quartieri, tra l’altro, l’integrazione tanto propagandata dalla sinistra sta miseramente crollando, sul modello negativo già visto in tante città europee».
Se guardiamo altre aree in Italia, la situazione è perfino peggiore. Nelle classi di Monfalcone, per esempio, si raggiungono percentuali di stranieri molto alte, anche oltre il 70 per cento. All’istituto comprensivo Enzo Giacich sono presenti 1.008 studenti stranieri su 1394: il 72,31 per cento. Una situazione non dissimile a quella del Giovanni Randaccio, dove gli stranieri sono 691 su 1.133: il 60,09 per cento. A ciò bisogna aggiungere tutti i servizi utilizzati dagli studenti extracomunitari. Anche i questo caso sono loro a goderne maggiormente: per quanto riguarda lo scuolabus, che gode di contributo comunale, i beneficiari stranieri sono 175 su 275: il 63,64 per cento. Mentre per quanto riguarda la mensa scolastica, sempre con contributi comunali, gli stranieri sono 259 su 391: il 66,24 per cento. Per Anna Maria Cisint, già sindaco di Monfalcone e oggi europarlamentare della Lega, si tratta di «una strategia di conquista chiara, definita, annunciata: “Con le vostre regole e le nostre pance vi conquisteremo”. E lo stanno facendo con la complicità più becera della sinistra che, per ideologia e interesse elettorale, difende la conquista dell’Occidente da parte degli islamisti e la sostituzione culturale».
Del resto, prosegue Cisint, già da sindaco, «ho sollevato il problema delle classi con gli italiani in netta minoranza, anche 23 islamici e due italiani, ho fatto serie proposte per riequilibrare le classi. Immediatamente ho subito una vera e propria aggressione mediatica e dalla sinistra, condita da insulti e menzogne. Anche le prime minacce. Per la sinistra sono nuovi elettori da coltivare e a cui regalare la cittadinanza; per gli islamici, invece, prendersi le scuole è il primo passo per costruire una città nella città, fino alla presa delle istituzioni: enclavi islamiche, da cui gli italiani vengono costretti ad andarsene, dove comandano gli imam e si applicano le regole della Sharia». Le classi diventano così ghetti dove sono gli italiani ad essere una minoranza. Triste presagio di ciò che potrebbe accadere a breve. Un’immagine plastica che qualcosa, nel sistema di accoglienza, non ha funzionato. Soprattutto se la gran parte dei migranti arriva da Paesi musulmani, così diversi dal nostro, e sono difficilmente integrabili. Allah non conosce confini. E non li accetta. Viene prima di tutto e di tutti. Soprattutto degli italiani.
Dalle informative dei carabinieri emerge un sistema di controllo dei colloqui tra legali a margine delle udienze. Ira dei penalisti che hanno già annunciato cinque giorni di sciopero.
Tre avvocati sono stati controllati e fotografati insieme con il fratello di un imputato di camorra e un paio di testimoni. Poi quelle immagini sono finite in un’informativa destinata alla Procura di Napoli, che sta provando a farla acquisire dal Tribunale in un processo di criminalità organizzata. Ma che cosa hanno fatto i legali per subire questo trattamento? L’abboccamento si è svolto in qualche covo segreto? Assolutamente no. L’incontro che ha suscitato l’attenzione degli investigatori è avvenuto in Tribunale, a margine di un processo e i tre difensori erano con il famigliare di un cliente fuori dall’aula dove si teneva l’udienza. Ecco un altro caso di avvocati ascoltati (di uno dei tre è stata depositata un’intercettazione), ma anche seguiti e fotografati.
Venerdì l’Unione delle Camere penali ha indetto «un’astensione dalle udienze e da ogni attività giudiziaria nel settore penale» di cinque giorni dopo che questo giornale ha pubblicato un’intervista all’avvocato perugino Alessandro Cannavale (ex procuratore di Spoleto). L’ex magistrato ha denunciato la captazione illegittima (perché non autorizzata da un gip) delle conversazioni tra avvocati e clienti nelle sale colloqui del carcere di Perugia.
In contemporanea gli avvocati Raffaele Esposito e Salvatore Pettirossi hanno inviato un esposto all’ordine degli avvocati di Napoli, dopo aver scoperto che la pm Giorgia De Ponte, lo scorso 29 aprile, ha chiesto l’acquisizione da parte della Corte d’Assise di Napoli di un’informativa dei carabinieri di Cisterna di Napoli e di un’intercettazione ambientale (fuori dall’aula del Tribunale) in cui è registrato anche l’avvocato Esposito. Documenti che suscitano non poche perplessità.
Il processo riguarda Salvatore Puzio, presunto esponente del clan Gelsomino di Afragola, accusato di essere il responsabile dell’omicidio di Luigi Mocerino, nell’ambito di un regolamento di conti. A difendere Puzio sono proprio Esposito e Pettirossi.
L’ottantanovenne Esposito non è un legale qualsiasi: è iscritto all’albo d’onore degli avvocati di Napoli e ha seguito i casi giudiziari campani più eclatanti del secolo scorso, dal processo Cutolo a quello Nuvoletta.
Dopo aver preso atto dell’informativa e della trascrizione dell’intercettazione che lo riguardava, il decano ha dichiarato: «In 60 anni di attività forense, non avevo mai visto nulla di simile. È un inedito e gravissimo attacco alla funzione del difensore nell’esercizio del suo magistero difensivo».
Esposito e Pettirossi sono finiti sotto la lente degli investigatori perché la Procura ha accolto un’ipotesi della polizia giudiziaria, che ritiene che i testi della difesa siano stati avvicinati e intimiditi dai familiari dell’imputato e indotti a rendere falsa testimonianza.
Tre di questi, per esempio, avrebbero molto timore di Puzio e si sarebbero incontrati con un terzo legale, Fioravante De Rosa, che era stato il difensore dello stesso Puzio.
Esposito e Pettirossi, nel loro esposto, ricordano che la pm ha avviato «una procedura incidentale volta all’accertamento dell’inquinamento probatorio» e che «tale accertamento finiva per coinvolgere, in maniera del tutto gratuita e infondata, anche l’operato dei difensori di Salvatore Puzio che venivano attinti da illegittimo sospetto».
I denuncianti spiegano nel dettaglio che cosa sia accaduto: «Il pm ha chiesto e ottenuto il provvedimento autorizzativo all’intercettazione nel corso del processo delle conversazioni sia all’interno della tribuna del pubblico che all’esterno dell’aula di udienza del Tribunale di Napoli con rilievi fotografici di noi avvocati, accompagnati da commenti calunniosi e diffamatori che ledono il prestigio, il decoro, e l’etica professionale».
I carabinieri, nel giugno del 2025, hanno video-ripreso alcuni conciliaboli fuori dall’aula e non solo quelli. Per esempio nelle immagini inserite nell’annotazione dell’Arma viene evidenziato l’arrivo in Tribunale di De Rosa con i testimoni Arturo Abimelech e Francesco Canciello e l’incontro del legale con i due colleghi che hanno presentato l’esposto.
De Rosa e Pettirossi sono immortalati mentre «si trattengono a parlare» con Pasquale Puzio, fratello dell’imputato. I carabinieri annotano: «Dopo appena sette secondi dall’incontro, i due legali osservano nelle opposte direzioni, come per controllare se ci fosse qualcuno».
Gli esponenti si domandano «su quale dato oggettivo si fondi il commento» e aggiungono: «Come è possibile che un difensore debba essere offeso nel suo decoro, fotografato, esposto al ludibrio pubblico per il semplice fatto che sta parlando con un altro difensore, colpevole solo di essere stato presente ad alcune udienze del processo?».
I carabinieri evidenziano anche «un gesto con il pollice in su» che Pasquale Puzio avrebbe rivolto a De Rosa «prima di salire le scale per recarsi in tribuna». Anche qui gli investigatori allegano tre foto, compreso l’ingrandimento dell’ok del fratello dell’imputato.
Esposito e Pettirossi sono increduli: «Il pollice in su di Pasquale Puzio, valorizzato in termini di sospetto dalla polizia, a quale alchimia del sospetto appartiene?».
In altri due scatti Esposito è ritratto insieme con i due figli avvocati, Gaetano e Martin.
Gli investigatori commentano così la prima immagine: «Circostanza inconsueta è il fatto che, pochi secondi prima, Canciello, già testimone nel processo, nonché zio di Abimelech, fuoriusciva dall’aula parlando con l’avvocato Esposito», mentre i due figli, a breve distanza, stavano interloquendo con Pasquale Puzio. Nella seconda foto il gruppo è tutto insieme.
I legali protestano di fronte a un simile trattamento: «Sicché l’avvocato Esposito deve essere gravato dal sospetto, dall’ignominia, perché ha parlato, per pochi secondi, con Canciello, tra l’altro già escusso, come testimone, in precedenza?». Le doglianze non sono terminate: «L’avvocato Esposito viene fotografato assieme ai suoi figli, anche essi avvocati; ritratto come un inquinatore di prove per il fatto stesso di essere stato fotografato e in assenza di ogni monosillabo che ne giustifichi almeno il sospetto».
L’intercettazione depositata risale, invece, a novembre, ed è stata captata sempre fuori dall’aula del processo. Pasquale Puzio parla con un testimone, Pietro De Chiara, davanti all’avvocato Esposito: «Devi dire: “Dove io fatico non so dove può sta ...”». De Chiara replica: «Questa è la verità». Dell’avvocato restano impresse nella bobina solo poche parole.
L’esposto rimarca l’inutilità di quel dialogo a fini investigativi: «Le frasi attribuite all’avvocato Esposito sono incomprensibili […]. È possibile ricostruire da quei monosillabi frammentati un contesto lessicale, grammaticale, sintattico, a partire dal quale l’avvocato Esposito abbia potuto, per ipotesi e sempre e solo per ipotesi, suggerire un dato, un fatto, una circostanza, direttamente, indirettamente, per sottintesi?». Ovviamente, per chi scrive, la risposta è no. Viene anche sottolineato che in questo modo «si devasta l’onore di un professionista che ha servito la legge per 60 anni».
Senza contare che il teste De Chiara è stato giudicato irrilevante, tanto che è uno dei pochi nei confronti del quale non si è ritenuto di procedere per falsa testimonianza.
L’Unione delle Camere penali, a quanto risulta alla Verità, discuterà del caso nella prossima riunione di Giunta, prevista per la prossima settimana, e poi diramerà un documento. Intanto si sono già espresse le sezioni locali dell’Ordine degli avvocati e delle Camere penali, con prese di posizione molto dure.
Il segretario napoletano dell’associazione dei penalisti, Maurizio Capozzo, spiega al nostro giornale: «Come avvocati non ci sottraiamo a indagini, né rivendichiamo alcuna immunità, ma è evidente che quanto avvenuto, all’interno di un tribunale, in un’aula dove si sta celebrando un processo, tende a limitare e sindacare pesantemente il diritto di difesa e desta serie preoccupazioni. Tra l’altro quanto registrato anche a Perugia rivela che il nostro non è un caso isolato, ma conferma scenari inquietanti».
Capozzo aggiunge: «Abbiamo ritenuto doveroso, a tutela del diritto di difesa, portare il caso all’attenzione della Procura della Repubblica, della Procura generale, dei presidenti di Tribunale e Corte d’Appello: trasformare l’aula di udienza in un luogo sorvegliato e controllato dalla polizia giudiziaria non è proprio di uno Stato di diritto».
Il segretario manda anche una frecciata agli inquirenti napoletani: «Da tempo abbiamo provato ad avere un’interlocuzione istituzionale con la Procura non solo su questi temi, ma anche su altre problematiche che affliggono la giurisdizione nella nostra città, ma nulla si è mosso».
Il procuratore Nicola Gratteri accetta di replicare alle contestazioni dei penalisti. Prima, però, ci riprende per un servizio che gli abbiamo dedicato proprio ieri: «Stamattina non è stato tanto bello l’articolo che mi avete fatto sulla serie televisiva. Lo so che non vi sono molto simpatico perché ho fatto vincere il No. Però sapete che io prima di dire di votare per il No avevo mandato a dire di lasciar perdere questa riforma che non serviva a niente e avevo suggerito di fare interventi che servano a far durare meno i processi». Dopo essersi tolto questo sassolino dalla scarpa, ci ha inviato la sua risposta all’esposto. Eccola: «Sono state disposte intercettazioni dei testi della lista del pubblico ministero per il reato di cui agli articoli 377 bis - 416 bis del codice penale (Induzione a non rendere dichiarazioni o a rendere dichiarazioni mendaci all'autorità giudiziaria e associazione di tipo mafioso, ndr). L’attività intercettiva è stata autorizzata dal gip nel corridoio all’esterno dell’aula di udienza e nella tribuna destinata al pubblico.
Alcuni testi hanno effettivamente ritrattato le dichiarazioni rese in indagini per l’omicidio.
Dall’attività di indagine è emerso che alcuni testi del pm intrattenevano conversazioni con difensori, anche prima della loro deposizione.
Nessun difensore è stato pedinato né direttamente intercettato». Nessun arretramento dunque. Sotto il Vesuvio si annunciano fuochi d’artificio.
Nonostante quello che dicono le opposizioni, la maggioranza non sembra affatto aver paura di parlare ancora di referendum. Anzi. Il ministro per i rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani, in occasione del Festival dell’economia di Trento, ha spiegato che «inevitabilmente» ci sarà un referendum sul nucleare in Italia.
«L’Italia tanti anni fa ha deciso frettolosamente di uscire dal nucleare, ma noi speriamo quanto prima di poter finalmente impiantare centrali di nuova generazione nel nostro Paese, come avviene in Francia come avviene in tanti Paesi da cui noi importiamo energia elettrica prodotta dal nucleare». Niente più tabù sul referendum dopo la sconfitta subita sulla riforma della giustizia ma, soprattutto, niente più tabù sulle centrali nucleari in Italia. Non si può più aspettare, per Ciriani, perché «con la guerra in Ucraina abbiamo scoperto che l’Italia è un Paese che dipendeva per quasi la metà dei suoi approvvigionamenti energetici dalla Russia, un Paese ostile, antidemocratico, una dittatura, e abbiamo all’improvviso dovuto correre ai ripari cercando di trovare da altri Paesi forniture che riducessero e cancellassero la nostra dipendenza dalla Russia».
Oggi l’Italia cerca l’indipendenza energetica, un percorso lungo che va intrapreso prima possibile. «Immagino discuteremo anche su questo», ha proseguito il ministro, «però noi ci prendiamo la responsabilità di indicare al Paese quali sono le strade da percorrere. Vedremo quello che succederà». Dal suo entourage, dopo l’intervento, si sono affrettati a spiegare che non si trattava di un annuncio ma di «un’ipotesi», «una supposizione del ministro».
Non solo energia, però, perché Ciriani ha parlato anche di legge elettorale, ribadendo: «Vogliamo fare una legge proporzionale con una soglia di sbarramento non troppo elevata, con un piccolo premio di maggioranza, un premio di maggioranza proporzionale, che è un premio, coerente con le indicazioni che ha dato la Consulta, pertanto intorno al 42%. Però il principio è che una coalizione che raggiunge un certo consenso ha un certo premio, non superiore a una certa soglia, in modo tale da impedire che chiunque vinca possa, oltre a vincere, scegliersi non solo il presidente della Camera e del Senato, ma anche il presidente della Repubblica». E sul Pd: «Credo che Elly Schlein abbia la legittima ambizione di fare il presidente del Consiglio nel 2027, ma con questa legge elettorale il rischio molto concreto è che lei non lo possa mai più fare, perché se il Parlamento è ingovernabile, sicuramente non sarà il leader del Pd a tenere insieme una maggioranza politica tra destra e sinistra, una maggioranza tecnica o una maggioranza che comunque esce dei giochi del potere del palazzo dopo il voto». Un sistema che, secondo Ciriani, «piace solo ai partiti del 2-3% che determinano la sopravvivenza dei governi inventandosi alleanze successive al voto». La speranza è che «entro la fine del mese di giugno, si possa approvare almeno in prima lettura alla Camera», ha continuato il ministro, perché «c’è la massima volontà di accelerare l’approvazione. Dopo aver atteso le proposte del centrosinistra che non sono mai arrivate, il centrodestra ha deciso, naturalmente col consenso del governo, di accelerare».
Anche il ministro della Pubblica amministrazione, Paolo Zangrillo, ha partecipato al Festival dell’economia di Trento, annunciando «un milione di assunzioni nei prossimi 6-7 anni. Nel 2026 contiamo di assumere tra le 200.000 e le 250.000 persone». Poi ha spiegato: «I rinnovi dei contratti sono uno dei processi che mi hanno dato più soddisfazione in questi anni. Per la prima volta nella storia abbiamo avviato le trattative di rinnovo nel primo anno di riferimento. Abbiamo già firmato il contratto della scuola e siamo ormai arrivati in fase finale delle funzioni centrali che credo si chiuderà a giugno. Abbiamo, poi, avviato le trattative per i contratti della sanità e degli enti locali. Mi sono preso l’impegno di chiudere entro quest’anno la tornata 2025-2027 ma il mio obiettivo personale è quello di chiuderla prima dell’estate. Questa è una notizia bella per i nostri dipendenti perché non facciamo più contratti con anni di ritardo e diamo continuità. L’altra buona notizia è che ci sono già le risorse per la tornata di rinnovo successiva che è quella 2028-2030».
L’ospite d’onore è stata il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che ha consegnato il suo intervento in un videomessaggio. «La strategia del governo è stata chiara fin dall’inizio: sostenere chi crea ricchezza e posti di lavoro», ha detto il premier illustrando i risultati del suo esecutivo, «L’occupazione in Italia ha raggiunto livelli record con 1.200.000 occupati stabili in più e 550.000 precari in meno. Il tasso di disoccupazione sia generale che giovanile ha raggiunto i livelli minimi di sempre e per la prima volta nella storia abbiamo superato il tetto dei 10 milioni di donne lavoratrici». Infine ha rivendicato «il taglio del costo del lavoro» e «l’aumento del netto in busta paga per milioni di lavoratori, soprattutto per i redditi medio-bassi».









