È cominciato un clima di distensione tra Stati Uniti e Cina? Forse sì, ma non è detto. Ieri, Donald Trump e Xi Jinping si sono incontrati a Pechino, dove hanno avuto dei colloqui per poi partecipare a una cena di Stato. Il tono generale ha segnato un rasserenamento dei rapporti e, in particolare, si è registrata una (non scontata) convergenza sul dossier iraniano. Al contempo, Taiwan resta però fonte di attrito tra le due potenze rivali.
«Oggi, il presidente Trump e io abbiamo avuto un approfondito scambio di opinioni sulle relazioni tra Cina e Usa e sulle dinamiche internazionali e regionali», ha affermato il presidente cinese durante la cena di Stato, per poi aggiungere: «Entrambi crediamo che la relazione tra Cina e Stati Uniti sia la più importante relazione bilaterale al mondo. Dobbiamo farla funzionare e non rovinarla mai». «Sia la Cina che gli Stati Uniti trarrebbero vantaggio dalla cooperazione e ci perderebbero dallo scontro. I nostri due Paesi dovrebbero essere partner, non rivali», ha continuato. «Il popolo cinese e quello americano sono entrambi grandi popoli. Raggiungere la grande rinascita della nazione cinese e rendere di nuovo grande l’America possono andare di pari passo», ha anche detto. «Il mondo è un mondo speciale quando noi due siamo uniti e insieme», ha dichiarato, dal canto suo, Trump, invitando Xi a visitare gli Stati Uniti il prossimo 24 settembre.
Prima della cena, i due presidenti avevano avuto un colloquio di oltre due ore. «Le due parti hanno concordato che lo Stretto di Hormuz deve rimanere aperto per garantire il libero flusso di energia», ha reso noto un funzionario della Casa Bianca, per poi aggiungere: «Il presidente Xi ha inoltre chiarito l’opposizione della Cina alla militarizzazione dello Stretto e a qualsiasi tentativo di imporre un pedaggio per il suo utilizzo, e ha espresso interesse ad acquistare più petrolio americano per ridurre la dipendenza della Cina dallo Stretto in futuro». «Entrambi i Paesi hanno concordato che l’Iran non potrà mai possedere un’arma nucleare», ha proseguito il funzionario americano. Al contempo, secondo un comunicato del governo cinese, Xi ha fatto presente a Trump che la questione di Taiwan è quella «più importante» e che, se gestita non adeguatamente, potrebbe innescare un «conflitto». «L’indipendenza di Taiwan e la pace nello Stretto di Taiwan sono fondamentalmente incompatibili», ha dichiarato il presidente cinese, che ha anche auspicato che i due Paesi possano «superare la trappola di Tucidide» (vale a dire l’inevitabilità di una guerra tra potenze che competono per l’egemonia).
«Le nostre politiche in merito non sono cambiate. Sono rimaste pressoché invariate nel corso di diverse amministrazioni presidenziali e continuano a esserlo tuttora», ha dichiarato, sempre ieri, Marco Rubio, riferendosi al dossier taiwanese. «Credo che la preferenza della Cina sia probabilmente quella di un’adesione volontaria e spontanea di Taiwan. In un mondo ideale, ciò che vorrebbero è un voto o un referendum a Taiwan che approvi l’annessione», ha aggiunto. Il segretario di Stato americano, oltre a esprimere soddisfazione per la convergenza tra Washington e Pechino sulla crisi iraniana, ha poi reso noto che Trump ha posto a Xi la questione di Jimmy Lai.
Sempre ieri, il segretario al Tesoro americano, Scott Bessent, ha dichiarato che gli Stati Uniti si attendono un ingente ordine di aerei Boeing da Pechino, per poi aggiungere che le due parti discuteranno anche di acquisti di beni energetici e agricoli. «Le due superpotenze dell’IA inizieranno a dialogare e stabiliremo un protocollo su come procedere, in modo da garantire che attori non statali non si impossessino di questi modelli», ha detto il capo del Dipartimento del Tesoro Usa. Intervenendo su Fox News, Trump ha affermato che Pechino si è impegnata a comprare dagli Usa 200 aerei Boeing 737, oltre a maggiori quantitativi di soia, petrolio e gas naturale. Il presidente americano ha aggiunto che Xi «non fornirà equipaggiamento militare» a Teheran.
Insomma, più che a una distensione, quella tra Usa e Cina somiglia a una tregua tattica. Entrambe le potenze hanno i loro problemi. L’amministrazione Trump non riesce a risolvere la crisi iraniana, mentre la Corte suprema statunitense ha cassato alcuni dei dazi che la Casa Bianca aveva imposto. La Repubblica popolare, dal canto suo, non riesce a rilanciare il consumo interno e inizia ad avvertire il peso della crisi di Hormuz. Senza trascurare che, negli ultimi 16 mesi, Pechino ha perso influenza sull’America latina. A causa di queste debolezze, i due rivali avrebbero quindi optato per una tregua, pur non rinunciando alla competizione geopolitica. L’altra possibilità (che non contraddice tuttavia necessariamente il primo scenario) è che Usa, Russia e Cina si stiano preparando a una sorta di Jalta 2.0. Ieri, Trump e Xi hanno parlato anche di crisi ucraina. Era inoltre fine aprile, quando l’inquilino della Casa Bianca si è sentito al telefono con Vladimir Putin. Tutto questo, mentre, sempre ieri, il Cremlino ha reso noto che lo zar visiterà la Cina «a brevissimo termine». Insomma, non è escluso che i tre presidenti stiano predisponendo una nuova spartizione dello scacchiere internazionale. Un piano che - chissà - potrebbe aver preso l’avvio l’anno scorso al vertice di Anchorage.
«Ci sono 6 milioni di italiani che non riescono a curarsi nella sanità pubblica». Lo ha detto Elly Schlein nell’intervista di ieri al Corriere della Sera. E dopo aver giurato che, quando nel 2027 sarà eletta presidente del Consiglio, penserà lei a risolvere il problema, la segretaria del Pd si dedica al suicidio assistito. Non so se il disegno di legge patrocinato dal Partito democratico faccia parte di una qualche strategia per ridurre le liste d’attesa, sta di fatto che di proposte concrete della sinistra, per consentire a 6 milioni di italiani di curarsi con la sanità pubblica, al momento non se ne vedono. Mentre si vede benissimo che l’opposizione vuole far approvare una legge che estenda la possibilità di togliersi la vita con l’aiuto dello Stato. Al momento, approfittando di una sentenza della Corte costituzionale che ha creato un vuoto normativo, alcune Regioni già consentono di ricevere assistenza per suicidarsi. Ma la sinistra vorrebbe che questa pratica divenisse legge nazionale e che dunque tutte, senza alcun distinguo sulle condizioni del paziente, fossero obbligate a somministrare quella che un po’ ipocritamente qualcuno chiama «la dolce morte».
Si tratta di una battaglia che i radicali portano avanti da anni e di cui l’associazione Luca Coscioni si è fatta portabandiera. Un suo esponente, l’ex eurodeputato Marco Cappato, per evidenziare l’arretratezza della legislazione italiana ha anche accompagnato in Svizzera, nel viaggio verso la fine, un uomo tetraplegico. Per questo il Comune di Milano lo ha insignito dell’Ambrogino d’oro, onorificenza concessa a personalità che per impegno civico, sociale, culturale o scientifico hanno contribuito a rendere migliore la città. Non si sa come Cappato, aiutando un uomo a suicidarsi, abbia potuto rendere migliore la metropoli lombarda, ma a sinistra - che a Milano è maggioranza - probabilmente non si fanno queste domande o, forse, ritengono che contribuire al decesso di una persona che intenda togliersi la vita sia un passo verso la civiltà. Sta di fatto che il Pd ha sposato la battaglia dei radicali e vuole che il suicidio assistito sia passato dalla mutua, come gli antibiotici, il vaccino e la pastiglia per la pressione.
Lo ha chiarito bene Francesco Boccia, capogruppo del Partito democratico in Senato, dove il 3 giugno si voterà sulla materia. Per lui e per la sua parte politica la «dolce morte» deve essere a cura del Servizio sanitario nazionale, ovvero se ne deve fare carico il contribuente, con l’istituzione di apposite sale all’interno degli ospedali. Immaginate un po’ come dovrebbero essere organizzate le corsie: se si gira a destra si va verso il reparto di neonatologia, mentre a sinistra si finisce in quello di tanatologia, dove si somministra il veleno che deve porre fine a una vita. Tutto ciò all’insegna della civiltà, dove chiunque intenda porre fine alla propria esistenza non ha che da fare domanda e sottoporsi a visita medica, per poi essere instradato verso la sala dell’addio.
È una battaglia in difesa dei diritti, spiegano a sinistra. Sarà, ma l’opposizione è specialista nel fare campagne per le minoranze ignorando le maggioranze. Ci sono, come dice Schlein, 6 milioni di italiani che fanno la fila per curarsi e magari aspettano anni per sottoporsi a un esame o a un intervento? Invece di occuparsene, l’argomento è rinviato a quando la compagna segretaria sarà a Palazzo Chigi. In pratica, al posto di occuparsi del diritto alla salute, sancito dall’articolo 32 della Costituzione, la sinistra si agita per garantire il diritto alla morte, che nella Carta non trova alcun cenno nonostante i giudici della legge dicano il contrario. Il suicidio assistito, invece che 6 milioni di italiani, come dice Elly, riguarda poche centinaia se non decine di persone? Non importa: il Parlamento ha l’obbligo di occuparsene, perché - come sostiene Ilaria Cucchi di Alleanza Verdi e Sinistra - «il Paese ha bisogno di una legge sul fine vita che garantisca uguali diritti a tutti i cittadini e a tutte le cittadine». E di qualche misura che assicuri assistenza sanitaria a chiunque, quando ne parlerà? Quando saremo al governo, è la risposta. Come spiega la segretaria del Pd, «abbiamo tutto in testa e la sanità è al primo posto». C’è da preoccuparsi.
Tanto tuonò che infine piovve. Dopo giorni di indiscrezioni, retroscena e voci di congiura interna, Wes Streeting ha rassegnato ieri le dimissioni da ministro della Sanità, aprendo ufficialmente la crisi del Partito laburista e, di fatto, dello stesso governo britannico.
Per Keir Starmer, già travolto dal disastroso risultato delle amministrative e dall’avanzata di Nigel Farage, si tratta probabilmente del momento più difficile da quando è arrivato a Downing Street. Anche perché Streeting non è un oppositore interno qualsiasi: appartiene, infatti, alla stessa ala moderata e «blairiana» del premier. E proprio per questo il suo attacco rischia di essere devastante.
Nella lunga lettera inviata a Starmer, l’ormai ex ministro della Sanità ha spiegato di avere «perso fiducia» nella sua leadership e, quindi, di non poter restare nel governo «per questione di principio e di onore». Non solo: «Dove servirebbe una visione, abbiamo il vuoto. Dove servirebbe una direzione, siamo alla deriva», ha scritto Streeting, attribuendo direttamente all’impopolarità dell’esecutivo le pesanti sconfitte subite dai laburisti in Inghilterra, Scozia e Galles. Ancora più clamoroso il passaggio finale della lettera: «È ormai chiaro che non sarai tu a guidare il Partito laburista alle prossime elezioni». Un necrologio anticipato.
Streeting, inoltre, ha attaccato duramente la gestione dell’immigrazione da parte del premier, citando polemicamente il controverso discorso sull’«isola di stranieri», con cui Starmer aveva inaugurato la linea dura del Labour (più a parole, invero, che nei fatti), nel tentativo di fermare l’emorragia di consensi verso Reform Uk. Secondo l’ex ministro, però, quella strategia avrebbe contribuito a lasciare il Paese «senza capire chi siamo e che cosa rappresentiamo davvero». In pratica, il premier è riuscito in un colpo solo a non sottrarre voti a Farage e ad alienarsi una parte della propria base progressista.
Per scalzare di Starmer, tuttavia, non basteranno le sole dimissioni dei ministri, seppur eccellenti. Le regole del partito, infatti, prevedono che, per candidarsi alla leadership, serve il sostegno del 20% dei deputati laburisti: oggi significa almeno 81 parlamentari. Solo dopo scatterebbe il voto degli iscritti e dei sindacati. Ed è proprio qui che iniziano i problemi dei possibili successori. Lo stesso Streeting, che presto dovrebbe annunciare formalmente la propria candidatura, ha sì acceso la miccia della rivolta interna, ma non sembra avere numeri sufficienti per conquistare davvero il partito: molti iscritti continuano a considerarlo troppo vicino alla stessa linea moderata che oggi viene contestata a Starmer.
Più insidiosa potrebbe rivelarsi, invece, la candidatura di Angela Rayner, ex vicepremier ed esponente dell’ala sindacale del Labour, appena scagionata nell’inchiesta fiscale che l’aveva costretta alle dimissioni lo scorso anno. Il vero e più credibile antagonista di Starmer, tuttavia, resta Andy Burnham, il popolarissimo sindaco di Manchester soprannominato «il re del Nord». Secondo diversi sondaggi interni, sarebbe proprio Burnham l’unico in grado di battere nettamente Starmer tra gli iscritti del partito. Il problema è che, per candidarsi, dovrebbe prima tornare ai Comuni attraverso un’elezione suppletiva, dato che attualmente non è deputato.
A Westminster, insomma, regna ancora la massima incertezza. Nessuno sa davvero se Starmer riuscirà a resistere o chi, eventualmente, riuscirà a prenderne il posto. Ma una cosa appare ormai chiara a tutti: la partita per il dopo-Starmer è ufficialmente iniziata.
L’armiamoci e partite di Ursula von der Leyen miete la prima vittima: è il governo di Evika Silina, primo ministro della Lettonia, l’arcinemica tra gli europei di Vladimir Putin. È colei che voleva darci lezioni di democrazia sulla Biennale di Venezia, che doveva essere vietatissima ai russi, e che ha chiesto all’Ue di ritirare il contributo all’Italia per questo evento culturale. Ironia della sorte, a bombardarla sono stati i droni ucraini, quelli che Volodymyr Zelensky fa volare anche grazie ai soldi dei contribuenti europei che, però, i suoi fidi collaboratori - Andriy Yermak lo hanno messo ieri al gabbio - dirottano sui loro conti e in lucrosi affari immobiliari.
A Bruxelles la caduta dell’esecutivo di Riga ha fatto molto rumore: bocche cucite, ma le conseguenze sono pesanti. Si dimostra che sulla Difesa comune, il riarmo, gli 800 miliardi da spendere in carri armati si fanno solo chiacchiere e distintivo. Per ora sono serviti solo a Friederich Merz, il meno amato dal suo popolo tra i governanti europei, a elargire aiuti di Stato alle aziende automobilistiche tedesche trasformate in macchine da (presunta) guerra. Ma di certo non sono serviti a costruire una difesa. È bastato uno stormo di droni a far perdere credibilità all’Europa. Ma c’è dell’altro; uno dei pilastri del rigore dell’Ue è Valdis Dombrovskis, già primo ministro lettone, commissario all’Economia che è il megafono della Von der Leyen per dire che non si tocca il patto di stabilità, che ci vogliono più tasse per avere più Europa. Ma se l’Europa è percepita dai cittadini lettoni come una farsa, c’è poco da stare allegri a palazzo Berlaymont.
Un Paese di 1,8 milioni di abitanti con un Pil (41 miliardi di euro) che è lo 0,2% di quello dell’Ue mina la credibilità dello storytelling del paradiso Europa: 450 milioni di consumatori, la terra di ogni diritto. Retorica bombardata involontariamente da Volodymir Zelensky. Sabato scorso alcuni droni ucraini hanno violato lo spazio aereo della Lettonia. Il Paese è incastrato tra Russia e Bielorussia e, come tutte le repubbliche baltiche (più la Finlandia), vive nel timor panico di un attacco russo soprattutto dal cielo. Bucato il sistema di sorveglianza, il ministro della Difesa, Andris Spruds si è dimesso. A Riga raccontano che è stato un atto di responsabilità, la verità è che la Silina ha sparato a zero su di lui anche perché pressata dai governi vicini. Il sistema di difesa aereo della Lettonia è, infatti, integrato con quello di Lituania, Estonia e Finlandia. Però il premier non si è ricordato che il suo è un governo di coalizione e che il ministro della Difesa è il principale esponente del partito dei Progressisti, che ha subito ritirato la fiducia all’esecutivo.
Così la pasionaria anti-Putin si è trovata senza maggioranza. Su X ha annunciato: «Ho preso la decisione difficile, ma onesta, di dimettermi dalla carica di primo ministro; le mie priorità sono sempre state la sicurezza per il popolo della Lettonia e i suoi interessi, ma l’invidia politica e gli interessi di parte hanno avuto la precedenza sulla responsabilità». Insomma, è una lite di condominio che rischia di mettere in ginocchio l’intera Ue e di certo crea enormi imbarazzi a Ursula von der Leyen. Edgars Rinkevičs, il presidente lettone, ha avviato le consultazioni per formare un governo ponte che porti il Paese alle elezioni già fissate per ottobre. Resta, però, il clima di profondissima sfiducia tra i cittadini per la permeabilità delle difese aeree che, a questa latitudine, è percepita come questione di vita o di morte. Anche perché la propaganda antirussa ha spinto tantissimo sulla minaccia che arriva dal Cremlino e sulla indispensabilità di sostenere l’Ucraina, cosa di cui i lettoni non sono così convinti. Perciò il ministro degli Esteri di Zelensky si è affrettato a dire che l’Ucraina è pronta a fornire altri e più sofisticati sistemi di protezione. Andrii Sybiha ha affermato che gli incidenti in Lettonia sono stati «il risultato della guerra elettronica russa che ha deliberatamente deviato i droni ucraini dai loro obiettivi in Russia». Ma evidentemente ai lettoni non è bastato anche se la retorica antirussa va tanto di moda.
Basti dire che la Lettonia, fin dal 21 aprile, ha chiesto al Consiglio dei ministri degli Esteri Ue di cassare l’invito alla Russia per la Biennale di Venezia. Artjoms Ursulskis, segretario del ministero degli Affari esteri, aveva esortato: «Ci vuole una posizione comune per vietare alla Russia di partecipare alla Biennale di Venezia. Non vogliono porre fine alla guerra e non è certo il momento di concedere loro credibilità internazionale. Loro cercano con l’arte d’influenzare il nostro pensiero qui in Europa». Appena due giorni fa Agnese Lace, ministro della Cultura lettone che ha molto insistito perché l’Ue non desse alla Biennale i due milioni di euro di contributo, è tornata alla carica raccogliendo l’adesione di 18 Paesi europei per una mozione tesa ad allargare le sanzioni alla Russia anche in ambito culturale.
I lettoni, dalla cultura alla finanza, hanno sempre il ditino alzato verso gli altri europei anche perché a Ursula von der Leyen fa comodo. Peccato, però, che giorni fa il ministro dell’Agricoltura, Armands Krauze, e il direttore della Cancelleria di Stato, Raivis Kronbergs, siano stati arrestati nell’ambito di una maxi-inchiesta anticorruzione. Pare ci siano di mezzo contributi europei e sovvenzioni al settore del legno che è uno dei motori economici della Lettonia. Chissà che anche in questo la vicinanza con l’Ucraina non si stata d’esempio.










