Silvia Salis non meriterebbe risposta, ma ci sforziamo per dovere di cronaca. La sindaca di Genova, ieri, dopo che per giorni i suoi più stretti collaboratori, gli organizzatori dei tre concerti di Olly e i media avevano mantenuto un ostinato silenzio sulla Concertopoli denunciata dalla Verità, ha deciso di fare il suo show.
L’opposizione in Consiglio comunale ha provato a evitare di concederle il palcoscenico e ha ritirato l’interrogazione sul tema della concessione dello stadio Luigi Ferraris al cantante genovese. Ma non è bastato. La prima cittadina ha sparato le sue cartucce (a salve) sui social.
La cosa sorprendente (si fa per dire) è che tutti i mezzi di informazione che avevano censurato la nostra inchiesta hanno subito dato conto delle parole della sindaca. In prima fila, ovviamente, Il Secolo XIX, che dopo aver nascosto la notizia per giorni, ha subito sparato: «Lo stadio gratis per Olly? La sindaca Salis: “Notizia falsa, anzi ci rifaranno pure il manto erboso”». In pratica i media hanno dato conto della smentita a una notizia che non avevano mai riportato. La Salis, da par suo, ha mescolato le carte e ci ha attaccato sapendo che tutti i suoi collaboratori, per giorni, hanno evitato di rispondere alle nostre domande. Nel video i suoi tratti sono abbastanza duri e tradiscono un certo nervosismo. Che non deve stupire. Il motivo è presto detto: ieri Matteo Renzi l’ha lanciata come propria candidata alle primarie del Campo largo, rimarcando l’importanza dell’esperienza che l’ex vicepresidente del Coni sta facendo a Palazzo Tursi. «Se dovessero esserci le primarie del centrosinistra voterei Salis tutta la vita» ha dichiarato l’ex premier. «Se non ci sarà, sogno comunque una persona che ha fatto o sta facendo l'esperienza di sindaco». Purtroppo per lei (e per i genovesi) la prova da prima cittadina della Salis si sta rivelando estremamente deludente e non solo per i risultati nel settore della (mancata) sicurezza.
In questi giorni il personale del Comune di Genova ha indetto lo stato di agitazione: tutti i settori e tutte le sigle sindacali unite. Una cosa che non si vedeva da 20 anni. I lavoratori lamentano carichi di lavoro intollerabili (compresa la Polizia locale, ma non solo), tagli agli organici (con 570 posti eliminati), gestione fallimentare degli straordinari (92.000 ore accumulate), mancate risposte politiche alle loro istanze. I dipendenti sono pronti al blocco degli straordinari e a negare i cambi turno. Di fatto si rischia la paralisi dei servizi della macchina comunale. Tutto questo con la sindaca dei diritti, che ha fatto del «salario minimo» la propria bandiera. Ed ecco così che la Salis prova a cambiare argomento: «Nei giorni scorsi c’è chi ha provato a buttare fango sul successo di un grande evento, molto importante per Genova: il ritorno, dopo 22 anni, di un concerto nel nostro stadio Luigi Ferraris. C’è chi ha sostenuto che il Comune di Genova avrebbe dato lo stadio gratis per il concerto di Olly. Mettiamo subito le cose in chiaro: è una notizia completamente falsa» ha scandito la sindaca in uno dei suoi soliti video senza contraddittorio, recitati davanti al gobbo amico. «Non c’è stata nessuna concessione gratuita da parte del Comune. L’affitto dello stadio è stato un accordo strettamente privato tra gli organizzatori dell’evento e chi gestisce lo stadio, cioè la società Luigi Ferraris, formata da Genoa e Sampdoria». Quindi ha precisato: «E vi dirò di più: chi ha organizzato il concerto si farà carico del rifacimento del prato. Invece di costruire polemiche sul nulla, parliamo dei fatti. Tre serate di musica, oltre 90.000 persone, più della metà arrivate da fuori Genova. Voglio ringraziare Olly e tutto il suo staff per aver creduto nella nostra città e per aver superato tutte le difficoltà logistiche che, da 22 anni, tenevano lontani i concerti dal nostro stadio». Bene, brava, bis.
Peccato che nei giorni scorsi Corriere della sera e La Stampa, dopo aver parlato con Ferdinando Salzano, patron della Magellano, una delle società organizzatrici dell’evento, abbiano espressamente parlato di concessione gratuita in cambio di rizollatura da 250.000 euro. Rizollatura che è il minimo sindacale per chi ottiene un campo da gioco per uno o più concerti ed è chiamato a restituire il bene nelle stesse condizioni in cui lo ha ricevuto. Succede così in tutte le città d’Italia.
Per meglio comprendere il nocciolo della questione basta dare un’occhiata alla foto in questa pagina: dopo il trittico di concerti di Olly è come se sul prato di Marassi fossero passati gli Unni di Attila. Quindi l’organizzazione sta facendo solo il suo dovere. La Luigi Ferraris, contattata ieri dalla Verità, ha confermato l’esistenza dell’accordo. Abbiamo così appreso che il produttore ufficiale dell’evento risulta essere la Magellano srl, il local promoter la Rst srl. La stessa Rst ha firmato l’accordo con la Luigi Ferraris srl per l’utilizzo dell’impianto e i servizi e la riconsegna è prevista per il 26 giugno. Il 29 inizieranno i lavori per il manto erboso e lo stadio dovrebbe essere pronto per il 10/15 luglio. La Luigi Ferraris per ragioni di riservatezza contrattuale non ci ha riferito l’importo esatto dell’accordo, ma, a quanto risulta alla Verità, il costo fisso complessivo, rifacimento del prato compreso e altri lavori di ripristino (per esempio alcune barriere sono state spostate, diventando uscite di sicurezza), dovrebbe ammontare a meno di 500.000 euro, a cui vanno aggiunti gli importi variabili sui servizi garantiti dalla Luigi Ferraris srl che devono essere ancora calcolati poiché sono a consuntivo. La rizollatura dovrebbe costare tra i 250.000 euro e i 300.000 (più 300 che 250), costo medio per un cosiddetto «prato armato» (composto da erba naturale con sotto uno strato di sintetico) e, quindi, se si pensa anche alle altre operazioni di ripristino, il vero e proprio «affitto» è una fetta davvero modesta del prezzo pagato. Una scelta su cui non può non avere pesato la ferrea volontà dell’amministrazione comunale, proprietaria dell’impianto, di portare la «grande musica» nello stadio genovese.
Resta da capire perché la Salis abbia impiegato una settimana prima di rispondere alle nostre domande sul costo della concessione e perché né le tre società organizzatrici, né il vicesindaco Alessandro Terrile, né il consigliere delegato agli eventi Lorenzo Garzarelli, di Avs, abbiano accettato di rispondere ai quesiti inviati dal nostro giornale. Un silenzio assordante che è stato rotto solo dalla Salis in prima persona, come se l’argomento fosse troppo scottante per affidare ad altri le spiegazioni. Quindi dopo aver taciuto per giorni la sindaca parla di fango e notizia del tutto infondata, rischiando seriamente una denuncia per diffamazione. Esattamente una settimana fa, dopo esserci presentati, avevamo scritto a Garzarelli: «Non riusciamo a sapere quanto abbiano pagato la Rst e Olly per affittare il Ferraris. Ci può aiutare? Grazie per la cortese attenzione». Lo stesso giorno avevamo scritto al vicesindaco Terrile: «Ci può dire quanto abbia pagato Olly o la Rst o chi per loro per il noleggio dello stadio?». Stesso discorso con tutti e tre gli organizzatori: Salzano, Alessandro Orlando e Nicolò Sasso. Risposta? Un silenzio di tomba.
La nostra curiosità nasceva dal fatto che la Rst aveva vinto il bando per l’organizzazione del Capodanno genovese e che il Tar ha giudicato tale assegnazione irregolare. Motivo per cui ha ordinato di rifare la gara. Il Comune ha chiesto la sospensione della decisione e in cambio ha promesso di non dare più affidamenti diretti per eventi simili sino alla decisione definitiva del Consiglio di Stato.
Insomma, una situazione quanto meno ingarbugliata su cui abbiamo provato a fare chiarezza senza ottenere la minima collaborazione da parte di chi gestisce la Cosa pubblica e dovrebbe fare della trasparenza il proprio faro. Certo colpisce vedere che, durante i concerti di Olly, i titolari della società (la Rst) che avrebbe prevalso nella gara per lo show di fine anno a causa dell’estromissione d’imperio della ditta concorrente (che aveva fatto l’offerta più favorevole), siano finiti nei post del consigliere delegato agli eventi Garzarelli, di fatto l’organo politico che detta la linea sul settore «panem et circenses» con cui distrarre il popolo dai quotidiani disastri amministrativi della giunta. Garzarelli, sui social, ha pubblicato le foto con i due organizzatori amici (Orlando e Sasso) e ha scritto: «Grazie ai lavoratori che hanno permesso tutto questo. Un grazie speciale ad Ops eventi e a tutto l’ufficio Eventi del Comune (i cui vertici componevano la commissione aggiudicatrice bocciata dal Tar, ndr), se oggi siamo qui a gioire per questo successo è merito loro». Una corrispondenza di amorosi sensi che poco si adatta al rapporto tra committente pubblico e aggiudicatario privato.
Sarebbero tante le domande a cui la Salis dovrebbe rispondere e a cui non risponderà mai. Tanto le basta fare un video senza contraddittorio per veicolare attraverso i giornali amici solo la sua versione.
Grazie presidente di essere ancora una volta con noi, alla terza edizione del «Giorno della Verità», a discutere delle sfide italiane e internazionali. Parto subito dalla questione principale: Donald Trump e le sue uscite. Qualcuno ha sostenuto che il presidente americano si sia indispettito per il suo ditino alzato. Altri dicono che voleva distrarre un po’ l’attenzione dalle questioni che riguardano l’Iran. Lei che idea si è fatta?
«Grazie a lei, direttore, per l’invito e in bocca al lupo per l’iniziativa! Non sono in grado di dare una risposta a questa domanda, sono onesta. Sono rimasta sinceramente colpita dalle varie ricostruzioni che parlano di presunti video che sarebbero diventati virali per il mio atteggiamento assertivo o dell’ipotesi secondo la quale l’obiettivo di tutto questo era riportare l’attenzione sulle difficoltà in ambito Nato. Non so se sia vero. Ribadisco che non intendo alimentare questo confronto.Penso che il nostro lavoro bilaterale con gli Stati Uniti debba tornare alla normalità. È quello che ho ribadito anche nel Consiglio dei ministri sui prossimi appuntamenti. Ritengo che il ministro Antonio Tajani abbia fatto bene ad annullare la sua missione a Washington per dare un segnale. Ma una volta che il messaggio è passato non c’è bisogno di andare oltre, a partire proprio dal ricevimento a Villa Taverna del 4 luglio. Il governo sarà presente per rispetto verso l’ambasciatore Tilman Fertitta, personalità che molto lavora per tenere saldi i nostri rapporti. Per quanto mi riguarda, però, voglio sottolineare che io non cambio idea. La nostra politica estera non cambia rispetto agli ultimi 80 anni e di certo non cambio idea su quanto sia importante mantenere solido il rapporto tra Stati Uniti ed Europa».
Ma lei pensa che ci possano essere dei contraccolpi negativi per l’Italia? Qualcuno immagina qualcosa a livello dei dazi o a livello commerciale.
«Mi auguro e credo di no. Non vedo francamente contraccolpi all’orizzonte. Mi pare che la nostra attività e i nostri rapporti vadano bene, anche nelle ultime settimane, a livello istituzionale e a livello economico. Ricordo che, non più tardi di una settimana fa, il ministro Guido Crosetto era dal suo omologo, Pete Hegseth, ministro della Difesa a Washington. Così come vedo cosa viene fatto a livello di sistemi produttivi di riferimento. Esattamente come bisogna ricordare che l’export italiano è cresciuto, nonostante i dazi americani, nell’ultimo periodo. A dimostrazione che i nostri prodotti sono ben recepiti dai consumatori statunitensi. Del resto, sono due sistemi che hanno una storia di cooperazione talmente antica e solida che non si può cancellare tutto per una discussione sui social media. Noi dobbiamo riportare i termini della politica estera alla profondità nella quale devono stare. Altrimenti ne parliamo come se si trattasse di Temptation island. Lo dico per fare riferimento ai meme che vedo girare» (ride). «Stiamo parlando di qualcosa di più complesso».
A questo proposito, lei ha partecipato al G7 e al Consiglio europeo. Al di là delle uscite di Trump e delle polemiche sul ruolo della Nato, rimane un tema: l’accordo con l’Iran reggerà? È ottimista?
«Sicuramente è un accordo molto complesso. Resto ottimista, sì. Penso che dobbiamo guardare soprattutto a tre elementi che sono fondamentali nell’accordo. Il primo è il destino del cosiddetto nucleare iraniano: noi non possiamo oggettivamente consentire che il regime degli ayatollah si doti di testate nucleari nel momento in cui ha anche - e ce lo ha ampiamente dimostrato - missili a lungo raggio. Non solo gli Stati Uniti o Israele, noi non ce lo possiamo permettere. E quindi su questo bisogna chiaramente che i termini dell’accordo siano chiari. Non solo, se vogliamo costruire un’architettura di sicurezza solida, nessun Paese della regione deve sentirsi minacciato. Questo vale per Israele ovviamente, ma anche per i Paesi del Golfo, che sono stati, come lei ha visto, un target».
Sono stati presi di mira...
«Benché non fossero direttamente coinvolti. E poi c’è il tema della libertà di navigazione. E questa è una grandissima questione. Non solo perché noi abbiamo visto quanto la chiusura dello Stretto di Hormuz abbia impattato sull’economia europea, sull’economia italiana. E quindi dobbiamo garantire il pieno ripristino della libertà di navigazione, non solo per quello che Hormuz rappresenta in sé, in termini di snodo fondamentale del commercio globale, ma per il precedente. È evidente che se consentissimo, ad esempio, il pagamento di un pedaggio, immaginato dagli iraniani sullo Stretto, ci ritroveremmo catapultati in un mondo nel quale ogni snodo del commercio diventa uno strumento di pressione verso gli Stati. E può essere utilizzato come arma. Questo è qualcosa che non si può ovviamente immaginare ed è la ragione per la quale noi abbiamo dato la nostra disponibilità - chiaramente in uno scenario di pace - per una missione che abbia lo scopo di garantire la libertà di navigazione a livello internazionale. Nel caso servirebbe chiaramente l’autorizzazione del Parlamento, ma penso che l’Italia dovrebbe fare la sua parte. In sintesi, quindi, queste sono le tre questioni fondamentali. Io sono abbastanza ottimista, anche se il negoziato...».
Va avanti in maniera un po’ accidentata.
«Penso che il nostro non debba essere un ottimismo statico. Per quello che possiamo, dobbiamo dare una mano. Oltre a Hormuz, posso fare lo stesso ragionamento sul Libano, una nazione per noi fondamentale. Lei sa che esiste un negoziato parallelo e il presidente libanese ha dato una disponibilità a un negoziato diretto con Israele, dando un’estrema prova di coraggio. Penso che anche questo sia un quadrante sul quale l’Italia può giocare un ruolo importante. Ed è uno dei temi che io intendo discutere con Emmanuel Macron nel vertice intergovernativo che si svolgerà giovedì. Su questo, Italia e Francia possono lavorare insieme».
A proposito di relazioni con i Paesi europei. È passato il nuovo regolamento dei rimpatri e si è parlato al Parlamento europeo di una sorta di «maggioranza Meloni», che mette insieme partiti di centrodestra che prima non andavano d’accordo. Secondo lei cosa cambierà con questo provvedimento?
«Secondo me cambierà moltissimo. Sono molto fiera di questo provvedimento. Sono anche fiera che sia stato approvato con un blocco che viene definito “maggioranza Giorgia”. In realtà è una banale maggioranza di centrodestra, che va dai partiti di centrodestra fino ai quelli considerati “sovranisti”. E quindi è qualcosa che in Italia conosciamo molto bene. Mi pare che il centrodestra italiano funzioni bene e da tempo punto a esportare questo modello. È una maggioranza molto diversa da quella che, per capirci, ha eletto Ursula von der Leyen, che invece mette insieme storie politiche diverse».
Ci sono i Socialisti…
«Esatto, quindi forze diametralmente opposte. E ovviamente hanno difficoltà a dare risposte chiare. Lo penso della politica nazionale e lo penso della politica europea. Oggi noi abbiamo un regolamento rimpatri e delle norme chiare sul contrasto all’immigrazione illegale perché c’è una maggioranza diversa che ha sostenuto quelle norme. E il regolamento rimpatri cambia moltissimo. Io penso che sostanzialmente cambi proprio l’approccio, nel senso che noi fino a ieri abbiamo considerato il rimpatrio un principio inserito nell’ordinamento europeo, ma poi alla fine non era considerato fondamentale. Oggi si guarda al risultato. Se una persona non ha diritto a stare in Europa, deve essere rimpatriata. Questo a cascata comporta una serie di novità. Se tu fai un ricorso strumentale contro un ordine di rimpatrio, con il nuovo regolamento, il rimpatrio non si blocca. E già così cambia il mondo. Con il nuovo regolamento bisogna collaborare e chi non collabora può essere trattenuto. E poi introduce anche gli hub per i Paesi terzi e parlo dell’Albania...».
Siete stati un modello in questo?
«Assolutamente sì. Abbiamo rischiato di fare una cosa totalmente nuova e invisa. Guardata in modo guardingo, diciamo così. Anche se molti in verità speravano che funzionasse e oggi tutto questo è nelle norme europee. Ho notato, ad esempio, che il commissario europeo per la migrazione, quando è stato approvato il regolamento, ha postato una foto con me. Della serie, sappiamo a chi dobbiamo l’inizio di questo lavoro. E di questo dobbiamo essere fieri. Siamo stati testimoni per troppi anni di un’Italia che pensava di non poter incidere. Oggi stiamo dimostrando che con pragmatismo, serietà e determinazione si può indicare la rotta. Se dici cose intelligenti un sacco di gente di viene dietro. Ad esempio, sugli hub per i Paesi terzi, io e il primo ministro della Danimarca, Mette Frederiksen...».
Uno dei pochi premier socialisti rimasti in Europa, che ha tra l’altro una politica condivisibile.
«...il giorno dopo l’approvazione del regolamento rimpatri abbiamo redatto una lettera con la quale si chiede di dare subito vita a questi strumenti, compreso quello degli hub nei Paesi terzi sui quali stiamo già lavorando. Ed è stata firmata da 20 Paesi membri dell’Unione europea su 27. Quindi ormai è una maggioranza estremamente solida. E penso che sia un riconoscimento di un lavoro molto lungo che abbiamo fatto, che ci consente oggi di lavorare ancora meglio contro l’immigrazione illegale».
L’hanno accusata di sprecare soldi con i centri in Albania.
«Mi hanno accusato di spendere 50 milioni di euro persone che quando governavano facevano spendere 10 miliardi di euro l’anno agli italiani per l’accoglienza. Quindi, di grazia, l’accusa da parte di quelli che scambiavano con l’Europa la flessibilità con la disponibilità ad accogliere tutti gli immigrati possibili e immaginabili e far spendere 10 miliardi ai cittadini anche no, grazie».
A proposito di Europa, c’è sempre il tema dell’energia. C’era qui oggi il ministro Giorgetti.
«Con il suo ottimismo, immagino...» (ride).
Ma no, non era così pessimista. Parliamo della flessibilità ottenuta in Europa sull’energia: non andrà sulle accise, ma sulle rinnovabili e sugli investimenti. Quanto peserà sul nucleare tutto ciò?
«Dipende dalla velocità con la quale noi riusciremo a operare. Sono estremamente determinata, direttore: confido che prima dell’estate si possa arrivare all’approvazione definitiva della legge delega, ma intanto il governo sta già lavorano ai decreti attuativi. Non voglio perdere su questo neanche un giorno. E vorrei arrivare alla fine legislatura, avendo offerto al Paese qualcosa che io considero estremamente importante, ovvero il nucleare. Per due ragioni. Perché il nucleare ci consente di essere indipendenti, in un tempo nel quale abbiamo capito quanto sia pericoloso dipendere dagli altri. E perché il nucleare consente alle nostre aziende di competere ad armi pari. Oggi, quando le nostre imprese entrano nel mercato internazionale, partono con una palla al piede, con un peso. Con questo tipo di energia questa situazione tornerà in equilibrio. E io non ho dubbi che quando i nostri imprenditori combatteranno alla pari non ce ne sarà più per nessuno. Dopodiché, per quello che riguarda la flessibilità, stiamo aspettando i dettagli dell’Europa. E stiamo monitorando l’accordo Usa-Iran per capire quali saranno le emergenze dei prossimi mesi. Fino ad oggi le risorse le abbiamo spese per abbassare il prezzo del carburante. Confido che fra poco non sarà più così. Ad ogni modo, vogliamo fare in modo che ogni singolo euro di questi 14 miliardi di flessibilità, consentita dalla Commissione europea, arrivino nelle tasche degli italiani e delle imprese».
Lei citava le aziende che competono con l’estero e i dati sono positivi. Abbiamo scavalcato l’export giapponese e siamo la quarta potenza, da questo punto di vista. Di disoccupazione abbiamo parlato poco fa con il ministro del Lavoro... Però l’opposizione dice che il Paese è allo stremo? La lascio basita?
«Direttore, l’opposizione fa l’opposizione. Avendo difficoltà sugli argomenti, esagerano. Non ho mai detto che in questi quattro anni noi abbiamo risolto tutti i problemi, però sicuramente ci sono dei segnali incoraggianti. Non sono d’accordo con chi dipinge l’Italia come una nazione spacciata anche quando non lo è. Chi legge la stampa internazionale scoprirebbe che sono due mondi completamente diversi, perché c’è una parte del mondo che oggi guarda l’Italia, anche per la sua stabilità, anche per i suoi risultati economici, dicendo: “Wow, ma che sta succedendo?”. E allora noi dovremmo utilizzare in positivo questa stagione. L’occupazione aumenta, la disoccupazione diminuisce, l’occupazione femminile aumenta, il precariato diminuisce, l’immigrazione illegale diminuisce, i rimpatri aumentano, i fondi nel campo sanitario aumentano, lo spread diminuisce. Insomma, posso andare avanti 20 minuti... Può essere che noi siamo scarsi, ma se noi siamo scarsi, loro erano scarsissimi».
Voglio sapere qualche cosa sul piano Casa, soprattutto mi interessa sapere quando si realizzerà. Lei ha promesso 100.000 nuovi alloggi: quando arriveranno?
«Noi ci siamo dati l’obiettivo di 100.000 nuovi alloggi in dieci anni, con un piano che ha sostanzialmente due direttrici. Una riguarda 60.000 case popolari: qui parliamo sostanzialmente di rimessa a norma di alloggi che in Italia esistono e che non si possono assegnare perché non sono a norma. Abbiamo stanziato le risorse, abbiamo fatto un accordo sia con l’Anci sia con la Conferenza, Stato-Regioni e ci siamo dati l’obiettivo di sistemare queste case. Abbiamo nominato il commissario, ci sta lavorando prevalentemente il ministro Matteo Salvini. Io penso che già nei prossimi mesi qualche risultato da questo punto di vista lo vedremo. Poi c’è tutto un altro filone che riguarda le cosiddette case a prezzi calmierati. Ci siamo interrogati non solo sulle persone che hanno i requisiti per l’accesso a una casa popolare, ma anche su un’altra fetta ormai sempre più ampia di popolazione, che è quella di chi non è vulnerabile da avere accesso a una casa popolare, però non è neanche abbastanza benestante per potersi permettere, in una grande città, una casa a prezzi di mercato. Sono lavoratori, insegnanti, forze dell’ordine, infermieri, persone che lavorano e che si ritrovano, se magari vivono a Milano, a Napoli, a Roma, a dover spendere il 60% di quello che guadagnano per poter affittare una casa o pagare un mutuo. A questa fetta ci siamo rivolti con questo provvedimento che consente, con investimenti privati, all’imprenditore di investire, di farlo con una serie molto corposa di semplificazioni. Ma solo se si impegna a mettere sul mercato almeno il 70% di quelle case a un prezzo che deve essere inferiore a quello di mercato almeno del 30%. Noi calcoliamo 40.000 alloggi di questo tipo, ma potenzialmente possono essere molti di più. Poi c’è una terza direttrice, perché nello stesso piano ci sono anche i provvedimenti per accelerare ancora gli sgomberi per morosità. Questo governo, ha liberato migliaia di case dall’inizio di questo mandato e adesso questo diventa ancora più facile e veloce».
Renzi l’ha definita Lady Tax, però.
«Renzi è sempre efficace nelle battute. Dopodiché è un po’ difficile sostenere che questo sia il governo delle tasse. Tant’è che quando tu chiedi a questi signori “ma quali sarebbero le tasse che abbiamo aumentato?”, loro non possono rispondere. Potrei fare il solito elenco, a partire dal taglio del cuneo fiscale, l’accorpamento delle prime due aliquote Irpef, il taglio della seconda aliquota Irpef, e poi abbiamo aumentato la platea del regime forfettario per gli autonomi, detassato i fringe benefit, i premi di produttività, gli aumenti contrattuali, le mance. Abbiamo reintrodotto l’iperammortamento, immaginato una serie di incentivi per chi assumeva... Sono solo quelle alle banche, alle assicurazioni e alle società energetiche che sono salite. Quando governava Renzi, usavamo i soldi dei cittadini comuni per salvare le banche, invece questo è un governo che chiede, quando arriva la legge di Bilancio, alle banche di darci una mano. Loro lo hanno fatto e le devo ringraziare. Ma capisco la difficoltà di chi si definisce di sinistra e quando ha governato, di sinistra decisamente non era».
Ha visto che cosa sta succedendo con la commissione Covid? Sono emersi una serie di appalti opachi. Che idea si è fatta?
«Bisogna fare chiarezza, emergono dettagli inquietanti. Persone improvvisate alle quali venivano pagati centinaia di milioni di commissioni per importare in Italia dalla Cina un miliardo e 200 milioni di mascherine, la gran parte delle quali farlocche. Qualcuno faceva affari mentre l’Italia migliore cercava di combattere il virus. Alcuni imprenditori denunciano che, nel caso in cui si fossero rifiutati di pagare queste laute commesse, non avrebbero avuto la possibilità di operare nel campo delle mascherine, ma addirittura sarebbero incappati in una serie di vessazioni. Al di là di quali sono i profili penali, rimango colpita. E la devo ringraziare perché lei ne parla. In Italia si è speso molto più inchiostro sulle relazioni sentimentali di Gennaro Sangiuliano piuttosto che su un tema del genere. Tutti dobbiamo lavorare per arrivare alla verità su questo tema e mi dispiace che alcuni partiti dell’opposizione su questo non siano i primi a voler fare chiarezza».
Ci avviciniamo alle elezioni e il centrodestra vorrebbe cambiare la legge elettorale. Perché?
«Fermo restando che è un’iniziativa del Parlamento, ma io sono d’accordo, le risponderei perché sarebbe un peccato tornare indietro. Il primo ministro britannico si è dimesso e io in tre anni vedrò il terzo premier inglese. Nigel Farage ha commentato: “Siamo diventati l’Italia di qualche anno fa”. Cioè abbiamo un primo ministro che cambia ogni anno. Oggi siamo visti come un’ancora di stabilità in un’Europa instabile».
Ma che cosa fa la legge elettorale?
«Non dà vantaggi a nessuno, è una legge proporzionale. Chi prende più voti governa e ha una maggioranza per farlo. Dovrebbe essere una novità sulla quale siamo tutti d’accordo, soprattutto la sinistra, che dopo il referendum ci ha detto che ha già stravinto. Perché non sono contenti che gli si garantisca la maggioranza per governare cinque anni e stare sereni? O forse non sono così convinti di vincere? La modifica sostanzialmente serve a due cose: l’indicazione del premier e poi dà la maggioranza a chi prende un voto in più. Non penso che questa sia una legge che serva al centrodestra. È una legge che serve a chi vince le elezioni per avere i numeri per governare. Vinca il migliore e non si torni indietro».
Lei dice: «La sinistra ha un problema perché non ha ancora il candidato». C’è una qualche diversità anche sul programma, perché noi abbiamo avuto qui Giuseppe Conte e devo dire che ha detto alcune cose sulla patrimoniale non in linea con la sua coalizione. Però si parla molto di Vannacci.
«La sinistra ne parla molto perché loro, non potendo parlare della loro coalizione, cercano disperatamente di dire che problemi ha la nostra. Si figuri che Renzi era così occupato a lanciare la volata a Vannacci che non si è accorto che non l’avevano convocato alla riunione dei leader».
Ce l’ha detto Conte che fanno spesso le riunioni senza Renzi.
«Quello che posso dirle io, direttore, è che sfido oggettivamente molti altri ad arrivare dopo quattro anni di governo, con i tempi che noi abbiamo dovuto attraversare, con una maggioranza solida come quella che noi possiamo vantare. E quindi voglio dire che sono fiera della mia maggioranza. Penso che quando arriveranno le elezioni, fra un anno, varrà solamente la risposta a questa domanda: al governo ci vuoi il centrodestra o il centrosinistra? Vuoi il campo largo o la coalizione che hai conosciuto in questi anni? Conterà soltanto questo. Non serviranno più a niente i sondaggi un po’ discutibili, le chiacchiere di Renzi, le alchimie, le riflessioni...».
Non vi siete fatti mancare niente... ma non ha scelto un bel periodo per smettere di fumare.
«Ma perché, lei ne ha visto uno migliore dall’inizio di questa legislatura? Ho smesso il primo di maggio. Nessuno ci credeva. Abbiamo fatto sparire tutto: i posacenere, le sigarette, gli accendini. Però ne vado fiera di questa decisione. E l’ho presa nonostante il periodo difficile. Perché sono dell’idea che quando hai davanti un momento complicato, tanto vale che ci metti dentro tutte le cose brutte. Così, una volta che te lo sei tolto, è andata...».
L’agricoltura come cantiere per il futuro, i campi che diventano la nuova frontiera di sviluppo economico, tecnologico e sociale. Francesco Lollobrigida ministro per la Sovranità alimentare, l’agricoltura e la pesca rivendica al «Giorno della Verità» che il governo Meloni ha messo il settore primario al centro della sua azione. Sotto quattro profili: sostegno economico, assistenza all’export, investimento in tecnologie, nuovo protagonismo in Europa.
Per avere un quadro sintetico del molto che in quattro anni è stato fatto, servono un po’ di numeri. Eccoli: 16,8 miliardi di investimento diretto che quasi raddoppiano quelli del triennio precedente (più 43,%), ma che - lo sostiene uno studio di Ambrosetti - sono capaci di determinare un impatto economico nel medio termine per 83 miliardi, nel lungo periodo addirittura per 245 miliardi. Una cifra enorme che peraltro - il ministro non l’ha citato, ma questo è il perimetro del valore complessivo delle attività connesse con l’agricoltura - significa per l’Italia dare fiato a oltre 700 miliardi di volume economico atteso che queste voci - dall’agricoltura all’agroalimentare passando per la gastronomia - valgono oltre un quarto del Pil.
Proprio dal cibo parte la conversazione che Lollobrigida ha intessuto con Massimo de’ Manzoni, condirettore de La Verità, che ricorda al ministro: aveva debuttato con la legge contro la carne sintetica e ora anche l’Europa si è accodata vietando l’uso della parola carne per prodotti che non sono di origine animale. Lollobrigida ha ripercorso una lunga battaglia condotta con due obbiettivi: salvaguardare la salute dei cittadini - non a caso la legge che vieta in Italia la commercializzazione di prodotti da replicazione cellulare è firmata anche dal ministro della Salute, Orazio Schillaci - e la civiltà, legata a quella funzione di custodia dell’ambiente che svolgono gli allevatori. Lollobrigida ha ricordato come la legge italiana sia diventata modello per l’Europa e anche per molti Stati americani ed è stato ultimativo: «Se anche la poltiglia di cellule dovesse mai essere approvata come nuovo alimento dall’Europa, una cosa è certa: mai la potranno chiamare carne». Da scienziati che provano a piegare la natura a scienziati che incrementano le potenzialità della natura che è la cifra della nostra ricerca. È stato suggestivo il ricordo che il ministro ha fatto di Nazzareno Strampelli, il grande genetista, l’uomo del grano che da una spiga ne fece due. Sulla scorta di quella ricerca oggi l’Italia è a capo delle Tea, che sono le piante non geneticamente modificate, quelle il cui potenziale produttivo, di difesa dalle malattie e dunque di minore assorbimento d’acqua e di minor bisogno di fitofarmaci, è incrementato con tecniche di esaltazione delle proprietà delle piante stesse. «Tra le sperimentazioni che stiamo conducendo come Italia, c’è il riso senza acqua», ha detto.
È una battaglia di lungo periodo fatta in Europa e che l’Italia ha vinto e che disegna anche il nuovo profilo dell’imprenditore agricolo che coniuga ricerca, tutela del territorio, qualità e volume economico. È a questa agricoltura che Lollobrigida dà rappresentanza e a cui il governo dà sostegno. Afferma il ministro che, per esempio, il finanziamento delle filiere (4 miliardi) ha fatto sì che oggi il valore sia distribuito lungo tutto l’arco della produzione: dal campo alla trasformazione alla commercializzazione. Egualmente col decreto Coltivitalia si è dato sostegno a enoturismo e olio-turismo per offrire alle imprese agricole nuove opportunità così come con lo sviluppo dell’agrifotovoltaico (e divieto dei pannelli a terra) si è favorito l’investimento in produzione di energia di 30.000 imprese per 11 miliardi di risparmio. Ci sono punti critici? Sì. Bisogna migliorare i trasporti (più rotaia), la logistica (meno mercati di smistamento) e risparmio idrico. Per andare dove? A vendere sempre di più all’estero.
Massimo de’ Manzoni prova una provocazione: ma non è che con la lite Trump-Meloni ora gli americani ce la fanno pagare? Risposta diplomatica di Lollobrigida: agli americani il cibo italiano piace e poi, capiamoci, chi ci guadagna davvero a vendere i nostri prodotti, dopo averli importati, sono loro.
Il «Giorno della Verità» a Roma ha visto la presenza anche del ministro del Lavoro e delle politiche sociali, Marina Elvira Calderone, intervistata dal direttore della Verità, Maurizio Belpietro.
Un focus sull’occupazione era necessario perché è un argomento dei più delicati in Italia. I dati dell’occupazione sono molto positivi: 123.000 occupati in più mensili, 160.000 in più dello stesso mese del 2025, una disoccupazione del 5,1%, ai minimi dal 2004.
Cosa è successo? Funzionano le poetiche del lavoro? «È un insieme di fattori», spiega il ministro, «che stanno funzionando bene perché funziona la fiducia delle imprese anche grazie al fatto che viviamo una condizione di stabilità. Oggi l’impresa percepisce il nostro sistema come garanzia di stabilità e questo credo sia un elemento importante. Un imprenditore quando vuole costruire qualcosa, deve avere indicatori che gli diano la possibilità di costruire un percorso senza tenere conto delle variabili contrarie».
La cosa positiva è che c’è stata una crescita esponenziale dei lavori a tempo indeterminato. «Ci sono tutta una serie di fattori che fanno ben pensare. Se i dati citati fossero episodici si potrebbe dire che i dati non sono assestati. Ma in questi quattro anni abbiamo fatto le formiche e abbiamo messo insieme dati che si sono poi consolidati. Noi dobbiamo continuare a dare stabilità e fiducia e costruire delle norme che possano irrobustire il lavoro e le prospettive di salari adeguati», continua il ministro.
Ma Belpietro fa l’avvocato del diavolo. Quasi tutte le persone occupate hanno più di 50 anni, allora il lavoro c’è solo per le persone mature? «Questo non è vero», ribatte Calderone, «perché le condizioni del nostro mercato del lavoro sono tali per cui noi ci possiamo permettere di tenere cinque generazioni a lavoro. Semmai il problema è che non si trovano abbastanza lavoratori per le aziende che lo richiedono. Dobbiamo lavorare per far entrare a lavoro prima i giovani e poi tenere conto che è normale che le persone possano lavorare di più in termini di invecchiamento attivo e condizioni di vita migliorate. In Italia si vive bene e a lungo e ciò ci deve portare a riflettere sul problema demografico. I dati ci dicono che negli ultimi anni si è ridotto sensibilmente il numero di giovani che non lavorano perché funzionano bene i nostri istituti di apprendistato duale e formazione professionale».
Anche al Sud le cose migliorano: il 75% dei giovani trova lavoro e il 25% continua a studiare. «I giovani devono capire che le opportunità sono tante e ognuno può coltivare il proprio talento in modo diverso e affidarsi a strumenti come il nostro web coach e che li accompagna a capire quali sono le reali opportunità di lavoro e quale percorso professionale bisogna fare per ottenerle», continua Calderone.
E sul tema spinoso del salario minimo? Belpietro incalza il ministro: i salari rimangono, nonostante tutti gli sforzi, sotto l’8% in meno, cresce la pubblica amministrazione ma fa fatica a crescere l’impresa privata. «Con dinamiche di crisi così importanti come è stato il Covid», spiega Calderone, «c’è stato un percorso in cui si è fermato il mondo del lavoro e si è fermata l’economia, e prima di ridare fiducia, ci vogliono anni. L’Italia, rispetto ad altri Paesi europei, è cresciuta molto di più e oltretutto abbiamo fatto una scelta: abbiamo introdotto il salario giusto, quindi di qualità».
E di Landini cosa ne pensa? «Non si può essere d’accordo su tutto quando non sei stato d’accordo su nulla», è perentorio il ministro. «Penso che più che ricredersi sul salario minimo, Landini ha fatto una valutazione oggettiva sul salario giusto. La differenza tra Italia e altri Paesi è la qualità della nostra contrattazione, la qualità del nostro sistema di relazioni industriali. Guardo e saluto con favore l’accordo tra Cgil, Cisl e Uil sul salario giusto, su questo siamo in sintonia. Saluto con favore lo sforzo fatto dalle tre confederazioni di trovare un accordo importante. Possiamo trovarci d’accordo anche su altro ma il tempo ce lo dirà».
Infine, un cenno sul calo nascite e sull’Inps a rischio default. «L’Inps non è a rischio. I conti sono in equilibrio. Dobbiamo fare attenzione ad accompagnare la dinamica demografica che non è a favore ma abbiamo per fortuna un serbatoio di giovani e giovani donne che devono poter lavorare e che sono un capitale importante. Contemporaneamente attiveremo altre iniziative: non è sbagliato lavorare di più se lo puoi fare. Ma bisogna anche prestare attenzione per chi, dopo una vita di lavoro, non è più nelle condizioni fisiche per poter lavorare ancora e ha diritto a un meritato riposo. Però abbiamo la possibilità di garantire sostenibilità al sistema facendo crescere i montanti contributivi e ampliando le condizioni del lavoro», conclude il ministro.










