L’allarme per la crisi energetica non accenna a diminuire. Lo Stretto di Hormuz è ancora bloccato e i prezzi di gasolio e benzina sono elevati, mentre i governi cercano di evitare il contagio inflazionistico abbassando le tasse sull’energia
Nel frattempo, dall’Ue non è arrivato granché, se non una serie di raccomandazioni e di impegni a «coordinare» stoccaggi e informazioni, con l’esortazione a investire in fonti rinnovabili. Di concreto si è visto solo il METSAF (Middle East crisis Temporary State Aid Framework), ovvero il quadro temporaneo di sospensione del divieto di aiuti di Stato in seguito alla crisi di Hormuz. Mentre nel caso della crisi energetica del 2021-2022 l’Ue è stata direttamente parte in causa del vertiginoso aumento dei prezzi del gas, in questo caso Bruxelles non è direttamente coinvolta nello scontro tra Usa e Iran.
Tuttavia, non si può fare a meno di rilevare che ancora una volta l’Europa si trova disarmata davanti ad uno shock esterno che colpisce il suo settore più strategico, quello dell’energia. La prima grande direttiva sulla liberalizzazione del mercato elettrico europeo è la 96/92/CE del 1996, a seguire le altre su gas e fonti rinnovabili. Evidentemente, non sono bastati 30 anni di direttive, raccomandazioni, regolamenti, programmi, piani, strategie, relazioni, comunicazioni e atti della più varia natura per mettere un punto fermo.
L’Europa dell’energia è ancora un cantiere di cui non si vede la fine e di cui si è persa la ragione d’essere. Diamo qualche numero. Nel 1995, un consumatore domestico nell’Ue pagava in media circa 13 centesimi di euro per kWh, che corrispondono a poco più di 21 centesimi a prezzi attuali, secondo le serie storiche di Eurostat contenute nel volume «Electricity prices» 1990-2003. Si tratta del prezzo al consumatore finale, tasse e trasporto inclusi. Nel 2025, sempre secondo Eurostat, la media europea si colloca attorno a 28,7 centesimi per kWh. In termini reali, cioè al netto dell’inflazione, significa un aumento compreso tra il 30% e il 40%. Il dato si conferma nei principali Paesi europei. In Germania si passa da circa 28 centesimi del 1995 a prezzi 2025 di quasi 39 centesimi, con un incremento vicino al 40%. In Francia si va da circa 18 centesimi nel 1995 a 24 centesimi del 2025, pari a un aumento nell’ordine del 30%. L’eccezione è l’Italia, dove nel 1995 il prezzo, riportato a valori odierni, era già attorno a 33 centesimi per kWh e oggi si colloca poco sopra 31 centesimi, risultando sostanzialmente stabile. Non si può dire che l’Unione europea abbia fatto bene ai prezzi dell’energia elettrica, dunque, né che il passaggio dai vari monopoli nazionali al «mercato» abbia dato frutti degni di questo nome. Ci risparmiamo qui i calcoli sul prezzo del gas.
I motivi di questo fallimento sono nella architettura stessa dell’Unione. L’articolo 194 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (Tfue) è la base della politica energetica europea. Introdotto con il Trattato di Lisbona dal 2009, stabilisce che l’Unione deve perseguire quattro obiettivi: garantire il funzionamento del mercato dell’energia, garantire la sicurezza degli approvvigionamenti, promuovere l’efficienza energetica e lo sviluppo delle rinnovabili, promuovere l’interconnessione delle reti. La differenza tra «garantire» e «promuovere» è piuttosto lampante, ma con il Green deal si sono ribaltate le priorità. Lo sviluppo delle rinnovabili è diventata priorità, a scapito della sicurezza degli approvvigionamenti. La costruzione del gasdotto Nord Stream 2 ha esposto l’Europa intera a una dipendenza eccessiva dal gas russo, mettendo a rischio la sicurezza degli approvvigionamenti, come infatti è successo. Ma, in seguito, la corsa a distaccarsi in tutta fretta dalle forniture di gas dalla Russia mentre l’Europa ne era ancora pienamente dipendente rappresenta a sua volta un vulnus alla sicurezza degli approvvigionamenti.
Quanto al funzionamento del mercato dell’energia elettrica, siamo oggi al paradosso di vedere prezzi negativi dell’energia, che segnalano un dannoso eccesso di offerta, mentre in altri paesi i prezzi superano costantemente la media annuale di 100 €/MWh. Si è assistito a un clamoroso blackout in Spagna, dovuto al mancato adeguamento delle reti in seguito all’assalto degli impianti fotovoltaici, mentre la Germania ha spento le sue centrali nucleari provocando un aumento dei prezzi in tutta Europa. La Francia ha nazionalizzato di nuovo EdF e nessuno a Bruxelles ha alzato un sopracciglio. L’Ue impone il Green, che richiede ingenti sussidi pubblici, mentre dall’altra parte prescrive vincoli di bilancio che costringono i governi a scelte dolorose.
Tutta compresa nel suo ruolo di punta di lancia del green, l’Ue non si è mai preoccupata di avere una strategia su greggio e combustibili derivati, come se tutto riguardasse solo l’energia elettrica e il gas e non l’energia primaria, cioè tutta l’energia che viene utilizzata da famiglie e imprese. L’Ue non ha una idea di quante riserve di carburanti abbia a disposizione, per dirne una.
Anche il progetto di elettrificazione dei consumi energetici rappresenta una minaccia per la sicurezza degli approvvigionamenti. Non solo perché estremamente costosa, non solo perché stravolge i mercati elettrici, e non solo perché se il sistema elettrico cade non ci sono alternative. Ma anche perché si fonda sulla dipendenza tecnologica pressoché totale dalla Cina. In questo bailamme, famiglie e imprese sono vittima dei prezzi alti, l’economia europea frena e la recessione è alle porte. Se agli apprendisti stregoni di Bruxelles è stata lasciata mano libera troppo a lungo, occorre prenderne atto. Tocca ai governi, che rispondono ai cittadini, farsi carico delle scelte e prendere le decisioni utili a rimetterci in carreggiata, prima che sia troppo tardi.
Quella di Giulio Regeni è la storia terribile di un omicidio politico, però quella del film a lui dedicato è invece una banale vicenda di soldi pubblici reclamati e negati. La pellicola incentrata sul ricercatore assassinato dieci anni fa in Egitto è stata usata nelle scorse settimane per costruire uno scandalo contro l’attuale maggioranza, una querelle che, ahinoi, rischia di avere successo e di riportare al passato il sistema di finanziamento pubblico del cinema italiano.
Intendiamoci: nessuno ha intenzione di cancellare la vicenda del giovane friulano vittima di uomini dei servizi segreti del Cairo, anche perché sarebbe impossibile dato che a Roma è in corso un processo contro quattro alti ufficiali del regime di Al Sisi. Questo, però, non significa che si possa usare il caso Regeni come grimaldello per scassinare il bancomat che per anni ha mantenuto attori e registi, finanziando opere di dubbia qualità e con nessun spettatore.
La storia di Giulio Regeni è tragica, ma non può essere trasformata in farsa, con società di produzione che presentano sceneggiature scadenti nella certezza che saranno ricoperte di soldi pubblici, a garanzia dei compensi per il circoletto radical chic che ruota intorno alla cinematografia italiana. Chi ha voluto, in passato, ricostruire la vicenda di Regeni lo ha potuto fare, riuscendo a produrre una miniserie efficace. Ma non basta il nome della vittima dei sicari del Cairo per poter battere cassa. Ciò che sto dicendo vi sembrerà ovvio, ma di questi tempi non lo è. Forse provato dalle polemiche che lo inseguono da oltre un anno, non ultime quelle sulla partecipazione di una delegazione russa alla Biennale, il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, da cui dipendono anche i fondi per il cinema, non soltanto ha condannato l’esclusione del film su Regeni dal novero di quelli da finanziare, ma pare pure intenzionato a tornare al passato. Ovvero a riaprire la mangiatoia pubblica attorno alla quale per un lungo periodo ha banchettato la compagnia di cinematografari italiani e non solo.
L’elenco dei beneficiari di contributi statali è lungo e si resta basiti a scorrerlo, soprattutto quando si scopre che, a fronte di una montagna di denaro, non solo non ci sono opere da premio Oscar, ma neppure esistono pellicole che siano state premiate dal botteghino. Alcuni di questi film sono finiti nel mirino della magistratura perché, più che al grande pubblico, miravano al grande affare del credito d’imposta. Altri, invece, sono al vaglio delle forze dell’ordine perché, nel novero dei richiedenti, c’era pure l’assassino di Villa Pamphili, l’americano che ha ammazzato figlia e fidanzata, abbandonandone poi i cadaveri nella boscaglia.
Tutto ciò consiglierebbe di procedere con prudenza, per evitare sprechi e ruberie. Invece, proprio parlando del film di Regeni, Giuli è tornato sui suoi passi, dicendo di aver pronti 20 milioni per far ritornare il Fondo cinema e audiovisivo ai fasti del passato, con una dotazione di 626 milioni. Sì, avete capito bene. Mentre non si trovano soldi per sostenere spese fondamentali, il ministro della Cultura si prepara a staccare un assegno in bianco a registi e attori. Come e con quali modalità? Ma con una proposta di legge del Pd, che diamine.
Anzi, Giuli fa un appello alla sua maggioranza perché sostenga il disegno del principale partito d’opposizione. Non importa che il Pd, tramite Dario Franceschini, nel mondo del cinema la faccia da sempre da padrone e proprio questo intreccio fra politica e cultura abbia consentito di finanziare a carico dei contribuenti film di nessun peso. Non importa neppure che Giorgia Meloni un anno fa avesse promesso di smantellare il magico mondo con cui per anni si è alimentata una narrazione cinematografica di parte e per pochi intimi.
No, forse per garantirsi un anno senza polemiche, Giuli vuole tornare al passato, rimettendo il settore nelle mani dei soliti noti. E Regeni torna utile per dire che così le cose non vanno e bisogna cambiare. Certo, era molto meglio quando non bastava un nome e neppure una sceneggiatura per avere accesso ai soldi pubblici. Che poi sono la sola cosa che conta in un sistema che non produce grandi opere, ma grandi guadagni per poche persone.
Stoico Enrico Mentana. Anche l’altro ieri sera, lunedì 4 maggio, ha dato puntuale lettura - in verità, con l’aria di chi sbrigava una pratica più per dovere che per piacere (ma forse andava di fretta perché era in ritardo sui tempi della scaletta) - dei risultati del sondaggio settimanale che per il TgLa7 realizza Swg.
Tutto un balletto di zeri. +0 virgola, -0 virgola. Forza Italia di Antonio Tajani perde lo 0,2% planando al 7,5. Avs, l’Alleanza Verdi e Sinistra del Gatto & il Gatto, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, conquista uno 0,2 salendo al 6,9. E i partiti più grandi? Fratelli d’Italia è sempre primo con il 28,8%, in discesa di uno 0,3 rispetto al 27 aprile. La Lega di Matteo Salvini cala meno, di uno 0,1, al 6,1%. Noi moderati di Maurizio Lupi è invece l’unico partito di governo che negli ultimi sette giorni è salito: di uno 0,1, arrivando all’1,2%. Il Pd di Elly Schlein resta sempre la principale forza d’opposizione, con il 21,8 % (+0,2). Mentre il M5S di Giuseppe Conte perde lo 0,1%, scendendo al 12,4. I rimanenti «cespugli» sono sempre sotto il 4%. Azione di Carlo Calenda e +Europa crescono entrambi dello 0,1%, rispettivamente al 3,5% e all’1,6%. Italia viva di Matteo Renzi guadagna nientepopodimeno che lo 0,2 toccando il 2,5%. Mentre è stabile il Futuro nazionale di Roberto Vannacci, al 3,6%. So what, chioserebbero a questo punto gli analisti anglosassoni. Embè?, commenterebbero a Trastevere.
Che senso ha questa tarantella di mini-frane e di mini-avanzate? Quale fotografia delle intenzioni di voto degli italiani (almeno di quelli «sondati») ci restituisce un appuntamento che registra capillarmente ogni settimana le loro variazioni, con micro-spostamenti in cui l’unico dato che raggiunge la soglia dell’1% è quello relativo a chi «non si esprime», passato dal 29 al 28%?
Il monitoraggio permanente non è una abitudine (legittima) solo del TgLa7. Solo negli ultimi cinque giorni sono arrivate anche le rilevazioni del Tg3, alle 19 di giovedì 30 aprile. E quella Ipsos/Doxa del Corriere della Sera, con le riflessioni di Nando Pagnoncelli, venerdì primo maggio. Senza dimenticare la Supermedia Agi/Youtrend del 30 aprile, che non è una semplice media aritmetica dei sondaggi che vengono pubblicati, ma «una media “ragionata”, cioè con diversi tipi di ponderazione, che serve a restituire un quadro quanto più realistico possibile delle intenzioni di voto».
Un quadro politico piuttosto stagnante rispetto al quale sembra però emergere una certa qual soddisfazione di poter annunciare che «il centrosinistra ha superato il centrodestra». E finalmente, verrebbe da aggiungere: dopo quattro anni di storytelling apocalittico, con «disastri» uno via l’altro, con l’Italia fatta precipitare nel «baratro» economico, con l’esplosione di «scandali» a ripetizione, la «corruzione galoppante», le «camicie nere dilaganti», e altre calamità da far invidia alle piaghe d’Egitto, solo oggi le forze di opposizione sono arrivate al sorpasso. Di quanto? Di un punticino, per Youtrend.
Ma il dato striminzito consente per esempio a Repubblica di titolare «Il campo largo aumenta il vantaggio sul centrodestra», con «lo scarto più ampio in questa legislatura». Non diversamente dal Corriere: «Il centrodestra (Vannacci incluso) in discesa, per la prima volta è dietro al campo largo». Solo che poi uno legge l’articolo e scopre che la situazione è meno definita (e definitiva) di quanto sembri. Intanto, scrive Pagnoncelli, «i risultati delle coalizioni possibili sono molto vicini». Il centrodestra nel suo insieme - Fdi, Fi, Lega, Nm e Fn vannacciano - arriva al 46,1%. Il centrosinistra - Pd, M5s, Avs, +Europa, Iv - al 46,6%. Quindi il punto in più di Youtrend qui si dimezza.
Ma curiosamente il partito di Giorgia Meloni è in ogni rilevazione sempre quello più «scelto». E se anche cala, come segnala il Corriere, al 26,2%, che è più basso della percentuale (su voti veri) del 28,8% alle Europee, è ancora sopra al 26% preso alle Politiche. Non solo: il gradimento nei confronti dell’esecutivo è risalito dal 40 di fine marzo, cioè a ridosso della scoppola rimediata al referendum sulla giustizia, al 41 di oggi.
Stessa musica per Meloni: il gradimento nei suoi confronti è salito addirittura di 2 punti da fine marzo, dal 40 al 42%. Eppure, il messaggio che si sta facendo passare è quello di un deciso cambio di umori dell’opinione pubblica.
Lo stesso Tg3, nel pubblicizzare i risultati del sondaggio Emg (che si apre con una domanda: «Nell’ipotesi si torni a votare, lei pensa di recarsi alle urne?», ha risposto sì il 62%), ha dato conto di quella successiva, «Se sì, per quale partito voterebbe?», assemblando maliziosamente i dati. Così, anche graficamente, il centrosinistra appare soverchiante con il 45,6%, ma anche qui la «forbice» è minima, stante il 45% della maggioranza di governo, cioè dei quattro partiti che la compongono. Ma attenzione: senza Vannacci, che in questa rilevazione è quotato al 3,2%. Dettaglio tutt’altro che marginale. C’è di che rimanere disorientati. Proprio come davanti alle interpretazioni sui numeri del referendum. «L’Italia volta pagina, l’Italia archivia la parentesi del governo della peggior destra di sempre» etc, i commenti a botta calda.
Con l’autorevole distinguo di Nicola Gratteri, uno dei vincitori della consultazione, che il 9 aprile, ospite su La7, ha spiegato: «Tutti quei voti al No non sono al centrosinistra; ci sono almeno 3 milioni di voti che arrivano dal centrodestra». E qui il mio spaesamento ha avuto un’impennata. Perché se è corretto osservare che i 14.462.758 milioni di voti per il No non sono tutti da accreditare al centrosinistra, meno comprensibile risulta il calcolo sui cosiddetti «flussi» che avrebbero spostato 3 milioni di voti dal Sì al No. Perché i 12.447.077 presi dal Sì sono addirittura superiori ai 12.305.014 voti incassati dai quattro partiti di governo alle elezioni del 2022. Se dunque tre milioni di elettori di centrodestra si sono espressi a favore del No, ciò significa che quel «buco» è stato coperto da altrettanti consensi provenienti da sinistra per il fronte del Sì. O no? Si dirà: ma è un ragionamento «spannometrico». Può darsi. Ma non è tanto dissimile da quello di chi, da sinistra, sta suonando la grancassa della palingenesi prossima ventura, ciurlando nel manico e sperando in una profezia che si autoavveri.
Avevano tanto brigato per far vincere in Romania il «loro» candidato europeista e ostile a Putin, e ora i socialisti europei devono ricominciare daccapo: il liberale Ilie Bolojan è stato sfiduciato ieri dal Parlamento con una maggioranza assolutamente trasversale formata da forze di destra e dai socialisti democratici che pure erano nella maggioranza.
La colpa? Le politiche del governo all’insegna dell’austerità, esattamente come voleva Bruxelles. Peccato che la cura da cavallo stesse già facendo montare la protesta dei lavoratori: e così, prima di vedere la Romania paralizzata da scioperi e proteste di piazza, la democrazia parlamentare ha sfiduciato il premier e tutto il governo dopo nemmeno un anno di operatività. Decisivo è stato il Partito socialista che pure aveva già «avvisato» il premier chiedendo poco tempo fa le sue dimissioni e ritirando i propri ministri in polemica con le «riforme» economiche che stavano aggravando le condizioni del Paese. Intanto nei sondaggi avanza Alleanza per l’Unione dei rumeni (Aur) di George Simion, che spera di guidare il governo di Bucarest.
Forse proprio per questo i socialisti del Pse provano a difendere il risultato delle elezioni: «Subito un governo europeista con un nuovo leader del Partito socialista democratico», hanno dichiarato per scongiurare l’ipotesi - mai avvenuta precedentemente - di elezioni anticipate, e puntando a un governo di minoranza per fermare l’avanzare della destra. Qualcuno ricorderà che a Bruxelles avevano brigato parecchio per arrivare all’esito di un governo filo Ue e che rompesse i legami con la Russia. Così, una sentenza senza precedenti della Corte costituzionale romena aveva cancellato l’esito del primo turno delle elezioni presidenziali del 2024, vinto dal candidato Calin Georgescu, considerato di estrema destra e filoputinano. Dopo quella clamorosa decisione, Georgescu (che, ribadiamo, era stato scelto dal popolo) venne arrestato e liberato solo quando ebbero la certezza di averlo estromesso dalle elezioni bis. Eliminato il competitor, fu agevole per Bolojan vincere le elezioni contro il delfino di Georgescu, Simion, e governare. Peccato per lui che la cura imposta da Bruxelles non coincidesse con gli interessi nazionali e il sentimento popolare: così una duplice mozione di sfiducia ha messo premier ed Europa in fuorigioco.
Sarà interessante vedere cosa s’inventeranno le Von der Leyen e i Dombrovskis della situazione, pretoriani convinti delle ricette della euro-casa, le stesse che stanno impedendo per esempio al governo italiano quella elasticità che servirebbe per aiutare famiglie e imprese. Il Pse, dicevamo, spinge per riaffidare il governo a «mani amiche», ammesso che riesca a superare l’esame del Parlamento e soprattutto il malcontento dei romeni. «La Romania ha bisogno di chiarezza, stabilità e una leadership che dia risultati ai suoi cittadini», ha dichiarato il segretario generale del Pse, Giacomo Filibeck. «Un governo pienamente operativo è essenziale per garantire i finanziamenti europei, assicurare la continuità istituzionale, proteggere i posti di lavoro, salvaguardare la coesione sociale e rispondere alle continue pressioni sul costo della vita». Vedremo se l’indicazione che arriva dall’Unione basterà a trovare un’intesa. O se invece il clima contro Bruxelles in Romania rimetterà in pista la destra, come abbiamo visto recentemente in Bulgaria, dove ha trionfato l’ex presidente bulgaro Rumen Radev con il 44,7%, puntando su un programma in opposizione alle indicazioni della Commissione Von der Leyen e con aperture, specie sull’energia, alla Russia di Putin. Una vittoria che ha mobiliato un numero enorme di elettori. Radev, al contrario di Bolojan, si è opposto fin da subito alle indicazioni della Ue proponendo, oltre al contrasto alla corruzione, protezione per le fasce più deboli dall’inflazione e opposizione al sostegno militare ed economico all’Ucraina: «Ogni risorsa serve al mio popolo». Durerà? Il consenso è indubbio, bisogna vedere se dall’Europa non partiranno macchinazioni. A maggior ragione ora che in Romania tutto è tornato in alto mare.
Quel che è accaduto servirà da campanello d’allarme sull’efficacia sociale del rigorismo miope della Commissione? Vale soprattutto in questi giorni di grande difficoltà per i conflitti: come si fa a pensare che i cittadini possano accettare un indebitamento degli Stati membri per comprare armi ma non per far fronte ai rincari energetici? Persino un realista come il nostro ministro Giorgetti spinge per uno scostamento di bilancio: figuriamoci se i cittadini ancor più in difficoltà di Romania e Bulgaria non premiano programmi euroscettici. L’affanno di Bruxelles affinché a Bucarest arrivasse un filo-europeista contro quel «fascista» di Georgescu non ha garantito il risultato: oggi in Romania quella destra che cacciata dalla porta può rientrare dalla finestra.





















