- L’ex presidente della Rai Marcello Foa: «Nei file ci sono riferimenti a pratiche inimmaginabili. Temo che i veri colpevoli rimangano impuniti».
- Una parte consistente dell’élite che ha creato l’ordine globale è coinvolta nella vicenda. Per il «Me too» ribaltarono tutto quanto. Un pedofilo vicino al potere non fa notizia.
Lo speciale contiene due articoli.
Marcello Foa, questi Epstein files sono davvero una questione seria? Oppure oltre al clamore che si è sviluppato sul Web c’è poco?
«Gli Epstein files sono una questione serissima. Una quantità enorme di documenti, di cui però qualche migliaio non è stata resa pubblica per ragioni di Stato o perché contenenti materiale troppo sensibile. Insomma la parte più scottante, imbarazzante, lugubre non è uscita: il procuratore aggiunto Todd Blanche qualche giorno fa ha parlato di immagini di morte, ferite e violenze fisiche. Quella è una dichiarazione fortissima, quelle immagini non ce le hanno mostrate e sono le più atroci da concepire per il pubblico e le più pesanti per chiunque sia stato ripreso in quegli atti. Tutto questo ci dimostra che Epstein non era solo un pedofilo, ma faceva chiaramente delle cose oltre l’immaginabile, pratiche che probabilmente erano di stampo satanista».
Ma chi esce più colpito da questa storia? Quale personalità in particolare, quale mondo?
«Qui c’è una cerchia di potere che riguarda diversi ambiti: mondi politici, economici, case reali - quella britannica, quella norvegese - che ovviamente aveva delle frequentazioni molto imbarazzanti. E probabilmente una parte di questo mondo partecipava anche a riti orribili, violenze sessuali, torture su minori e chissà che altro. L’elenco delle persone che frequentavano Epstein è lunghissimo, da alcuni dettagli emergono aspetti sconvolgenti».
Ad esempio?
«Per esempio Epstein che riceve un messaggio da una persona che gli dice, riferendosi probabilmente a una ragazzina: “Vuoi che le faccia questo o che la torturi?”. Un altro gli dice: “Tornerò dall’Africa con due ragazzini, preferisci maschio o femmina?”. Si parla di ragazzini di 11 anni. Un’altra testimonianza parla di due ragazze che sarebbero state uccise e sepolte nel suo ranch. E poi c’è Epstein che quando parte la prima inchiesta del 2008 ordina oltre 1.200 litri di acido solforico, e ovviamente ci si chiede a che cosa mai potrebbe servire . Insomma ci sono in queste mail talmente tanti particolari e riscontri di pratiche - che vanno ben oltre le violenze sessuali - che dovrebbero essere oggetto di una campagna stampa imponente, basata su richieste di chiarimenti alle autorità».
E invece...
«E invece questa campagna non c’è, a parte qualche voce isolata. La Verità ha raccontato questa vicenda, ma quasi nessun altro l’ha fatto, e anche negli Stati Uniti la discussione è molto forte sui social e particolarmente su X, però i grandi media stanno trattando la vicenda occupandosi solo dei personaggi più famosi. Ma in realtà quello che sta emergendo è molto più pesante e inquietante».
Cioè?
«Ci sono ambienti, che qualche inchiesta ha raccontato, in cui sono diffuse pratiche inimmaginabili di violenze su bambini. Queste cose esistono e dovrebbero essere indagate e denunciate con forza. Il sospetto è che la vicenda di Epstein sia molto più scabrosa e grave di quanto finora emerso sui media».
Anche solo basandosi su ciò che è uscito finora, però, il quadro è decisamente inquietante. E sono coinvolti nomi imponenti, basti pensare a Bill Gates. Il quale smentisce ciò che gli viene attribuito nelle email, cioè la frequentazione di ragazzine russe e addirittura il tentativo di somministrare di nascosto alla moglie antibiotici per non farle contrarre malattie veneree.
«Bill Gates chiaramente ha smentito, che altro poteva fare? Chiunque avrebbe smentito, però quando si guarda l’intervista che hanno fatto alla sua ex moglie Melinda, si vede sul suo volto un grande dolore. Ed è indicativo. L’uomo già frequentava in modo assiduo Epstein, è molto probabile che sia andato con le ragazzine, questo episodio degli antibiotici è molto inquietante... La sua immagine pubblica viene comunque fortemente danneggiata».
Però la cosa sembra finire lì.
«Ho visto la dichiarazione di Todd Blanche dell’altro giorno. Dice: se avessimo avuto informazioni su uomini che hanno abusato di donne li avremmo perseguiti, ma non le abbiamo. Le indagini sono state chiuse in luglio. Insomma, nessun arresto. Beh l’impressione è che ci abbiano dato in pasto tutta questa enorme quantità di documenti ma che però la magistratura americana stia andando col freno a mano tirato, perché evidentemente il numero di persone coinvolte e il loro livello è talmente alto che preferiscono che tutto si risolva con il rumore mediatico, peraltro attutito. E si va oltre la destra e la sinistra, è uno scandalo trasversale. C’è anche questa nota dell’Fbi che risale al 17 marzo del 2025 in cui si dice che si devono censurare le immagini e i documenti che riguardano presidenti, segretari di Stato e Vip. Infatti i nomi delle corrispondenze di Epstein sono quasi tutti oscurati e questo fa comunque riflettere».
Crede insomma che a tutta questa storia sia stata messa una sordina.
«L’impressione è che da un lato l’amministrazione Trump sia stata costretta a diffondere tutti questi documenti, dall’altro mi sembra che ci sia un tale potenziale tellurico sul sistema - sui rappresentanti massimi del sistema in cui viviamo - che alla fine l’interesse condiviso sia quello di non spingere davvero sull’acceleratore. Dunque credo che alla fine i veri colpevoli oltre a Epstein rimarranno impuniti».
Citavo Bill Gates perché è un personaggio che ha esercitato e ancora esercita notevole influenza, ad esempio sull’Oms. Che non si apra almeno una riflessione su questo tema è curioso.
«In Europa qualcuno si è dimesso. E qui si torna al punto fondamentale: ma se non è successo niente perché si dimettono? Si dimettono perché ovviamente tutto questo è inaccettabile, però per esserci una vera svolta ci dovrebbe essere qualche incriminazione pesante. Todd Blanche dice che non ci sono prove degli abusi su ragazze, però ci sono le vittime di Epstein che hanno dichiarato di voler far uscire i nomi dei Vip con cui sono state. Queste ragazze hanno lasciato ore e ore di testimonianze, oggi sono donne mature che quando erano ragazzine sono state violentate, in un caso una ragazza diceva di essere stata violentata tre volte al giorno. Tutto questo non può passare sotto silenzio. Chi le ha violentate? Solo Epstein? E poi c’è un altro fatto di cui ci siamo dimenticati in queste ore».
Cioè?
«Sappiamo che Epstein registrava, come faceva il vecchio Kgb al tempo dell’Unione sovietica, i rapporti sessuali dei suoi ospiti. Il Kgb lo faceva nascondendo una telecamera dietro lo specchio della camera d’albergo, lui probabilmente lo faceva piazzando delle microcamere e poi registrava meticolosamente tutti gli incontri, e quello era l’elemento di ricatto che usava nei confronti dei suoi ospiti. Ebbene, di quella documentazione non si parla più, è chiusa rigorosamente in un cassetto di qualche procuratore di New York e credo che non verrà mai aperta. Per ora dalla enorme mole di materiale diffusa abbiamo dei flash, ma le parti più rilevanti sono quelle che riguardano presunte uccisioni e riti e quella dei ricatti sessuali. Entrambe restano coperte dal silenzio delle autorità statunitensi, che evidentemente su questi due aspetti preferiscono sorvolare».
Perché la stampa, anche italiana, se ne occupa poco?
«Come ho spiegato nel mio libro Gli stregoni della notizia, i media italiani seguono quel che fa la grande stampa americana. E la grande stampa americana da subito ci ha dato in pasto Trump, Bill Gates e poi anche Elon Musk, Il quale in realtà ha dimostrato di non aver mai incontrato Epstein e oggi è uno dei più duri, irriducibili sostenitori della verità totale, tanto che ha offerto protezione giuridica alle vittime o a chiunque denuncerà i Vip coinvolti e pubblica su X dei post chiedendo perché non ci sia stato ancora alcun arresto. E ha perfettamente ragione: che non ci sia stato alcun arresto dal 2019 è una cosa scandalosa. La grande stampa americana è andata alla ricerca di prove fumanti nei confronti di Trump e di qualche altro Vip, non le ha in teoria trovate e dunque continua a trattare la vicenda un po’ sotto tono. La stampa italiana segue quell’onda e poi è molto imbarazzata perché gran parte dei Vip coinvolti sono stati osannati, portati a esempio come Bill Gates, Bill Clinton e altri. Sono stati per anni osannati come esempi di leader virtuosi, ne escono macchiati e allora si preferisce non affondare il colpo. Il vero giornalismo in questo momento viene fatto sui social media e non sui media mainstream».
Per il «Me too» ribaltarono tutto quanto. Un pedofilo vicino al potere non fa notizia
Sembra quasi che non sia successo niente, che l’affare meriti giusto l’attenzione di qualche complottista e i post di Elon Musk. L’indignazione viene lasciata al popolo della Rete, che sugli Epstein files ribolle da giorni, forse perché si è reso conto. della portata del materiale. Per il resto, qualche articolo qua e là, qualche rigo in cronaca. Pochi i commenti indignati, forse perché la stampa impegnata e progressista sperava che l’osso da mordere fosse quello - piuttosto carnoso - chiamato Donald Trump, e invece si è ritrovata per le mani ben altro. Il risultato è che di questa montagna di materiale, in Italia ma non solo, si parla poco o comunque non abbastanza, e non sempre in maniera approfondita. Eppure siamo di fronte a uno degli scandali del secolo, forse il più scabroso. Uomini politici, manager, magnati, aristocratici, professori universitari e potenti di varia natura - questa è la notizia - frequentavano un uomo che, se va bene, era soltanto un pedofilo (ma forse è pure qualcosa di peggio: per ora risulta che si scambiasse con l’uomo d’affari emiratino Sultan Ahmed bin Sulayem mail riguardanti «video di tortura», tanto per intendersi).
E già questo basterebbe, in altre condizioni, ad annientare carriere come se non ci fosse un domani. Ma ovviamente c’è di più. Alcuni di questi uomini hanno condiviso con il succitato abusatore delle pratiche innominabili, e forse pure altre che non ci è dato conoscere. Eppure non cadono teste a pioggia. Qui e lì c’è un ministro che pensa alle dimissioni, là c’è un riccastro che si scusa, poca roba. Nulla in confronto a ciò che lo scandalo Epstein potrebbe e dovrebbe provocare.
Prendiamo il solo Bill Gates. Sappiamo per certo che con Epstein aveva una frequentazione non casuale. Alcune mail che lo riguardano parlano di suoi rapporti con ragazzine russe. Altre raccontano di antibiotici che avrebbe voluto somministrare di nascosto alla moglie Melinda per evitare di attaccarle malattie sessualmente trasmissibili prese dalle suddette fanciulle. Chiediamo: qualcuno si ricorda che questo signore è il principale finanziatore della Organizzazione mondiale della sanità? Negli anni passati ha influito non poco sulle scelte globali in materia di vaccinazione e ha condizionato pure le vite di molti italiani. Non sarebbe forse il caso di domandarsi se valga la pena di continuare a restare in una organizzazione pagata da questo soggetto? È sorprendente che nessuno si ponga realmente il problema. Eppure una seria riflessione sul tema sarebbe il caso di aprirla, no? E in ogni caso sarebbe soltanto la punta di un iceberg di orrore. Il fatto è che una consistente parte della presunta élite che ha creato l’ordine globale dominante negli ultimi decenni è coinvolta in un vicenda odiosa e terrificante, ma pare che non la si voglia prendere sul serio, anzi c’è chi fa a gara per «smentire le bufale». Per il Me too ribaltarono il mondo, per un pedofilo forse satanista amico dei presidenti poco più di una alzata di spalle. Forse la corruzione morale è molto più profonda di quanto pensiamo.
Il tanto atteso decreto bollette sta per arrivare, ha confermato Giorgia Meloni in tv qualche sera fa. Meloni ha detto che il decreto, che dovrebbe passare in consiglio dei ministri già domani, punta a ridurre strutturalmente il costo dell’energia con diversi interventi di sostanza.
Non ci sono ancora i dettagli sulla forma definitiva che assumerà il testo, ma la vecchia bozza che circola ormai da diverse settimane interviene sul differenziale di prezzo del gas tra Italia (mercato Psv) e Olanda (mercato Ttf), introduce 55 euro di sconto per le famiglie con Isee sotto i 15.000 euro e uno sconto sugli oneri di sistema per le pmi. Allo studio anche una norma per evitare la saturazione delle reti. Sulla cartolarizzazione degli oneri di sistema in bolletta (cioè una diluizione nel tempo per diminuirne il peso) c’è invece una discussione aperta con la Commissione Ue e non è certo che alla fine vi sarà.
Nel frattempo, però, l’energia resta costosa. Il Pun index di ieri, cioè il mercato giornaliero, ha quotato ancora l’energia elettrica a 136,83 €/MWh, quello di oggi a 128,18 €/MWh.
Il principale accusato per i prezzi alti è il sistema con cui si stabilisce quanto vale l’energia, cioè il sistema del prezzo marginale. Tale sistema prevede che la fonte più costosa fissi il prezzo per tutti i produttori, ragion per cui sul banco degli imputati viene messo il gas naturale.
Però con i recenti cali del prezzo del gas, che ieri al PSV quotava attorno a 36 euro/MWh, e quelli dei permessi di emissione di CO2, che avevano ieri un prezzo di 80 euro/tonnellata, si otterrebbe un costo di produzione pari a circa 105 euro/MWh, circa 30 euro/MWh in meno del prezzo realizzato.
Qualcuno cioè sta accumulando margini offrendo in borsa a prezzi molto più alti del costo marginale di produzione. Evidentemente le regole attuali lo consentono. Ma non è sempre colpa del gas, che tra l’altro è aumentato di prezzo da quando l’Ue ha deciso di dichiarare guerra ai combustibili fossili. Se si guardano le statistiche del mese di gennaio delle tecnologie che fissano il prezzo nei 96 quarti d’ora di una giornata nella zona Nord, diffusi dal Gestore del mercato elettrico, si vede che solo nel 23% circa dei casi il prezzo elettrico è fissato dagli impianti a gas a ciclo combinato (con un prezzo medio di 127 euro/MWh). Nel 58% dei casi a fissare il prezzo è stato il meccanismo del Market Coupling, che lascia indeterminata la tecnologia con cui si fissa il prezzo (con un prezzo medio superiore pari a 134,9 euro/MWh).
Il Market Coupling è un sistema con cui si determina il valore dell’energia nelle zone di mercato europee, allocando nello stesso momento la capacità di trasporto transfrontaliera tra Paesi europei. Cioè, si stabilisce il prezzo in base alla capacità di trasporto disponibile e non soltanto in base al prezzo offerto dai vari impianti (che offrono la loro energia al costo di produzione marginale). Il prezzo si fissa appena la capacità di trasporto viene saturata, ma non si conosce la tecnologia che ha fissato il prezzo.
Addirittura, risulta che a gennaio gli impianti a gas Ccgt sono stati la fonte con il prezzo medio più basso in tutte le ore in zona Nord, quella a maggiore consumo e produzione. Il prezzo più alto si è registrato sugli impianti idroelettrici a pompaggio (166,45 euro/MWh in 27 quarti d’ora), le batterie di rete (157,5 euro/MWh in 15 quarti d’ora), quelli idroelettrici di modulazione (142 euro/MWh in 70 quarti d’ora) e idroelettrico ad acqua fluente (134 euro/MWh in 194 quarti d’ora). I soli 3 quarti d’ora in cui le centrali turbogas hanno fissato il prezzo valevano in media 172 euro/MWh.
Sorge il sospetto che con il passaggio ai prezzi zonali su base quart’oraria, per armonizzare il sistema italiano a quello europeo, ci sia qualcosa che non torna. Forse i dati trasmessi dal Gme sono incompleti, certamente una indicazione della tecnologia marginale nel caso del Market Coupling aiuterebbe a dipanare la matassa. O il sistema non funziona come dovrebbe, massimizzando i costi anziché minimizzarli, oppure qualcuno ne sta approfittando. O forse sono vere le tre cose insieme.
In Senato intanto proseguono le audizioni legate all’Indagine conoscitiva sullo «stato dell’arte e sullo sviluppo dell’autoproduzione di energia elettrica da fonti rinnovabili». Nell’audizione del 3 febbraio, l’amministratore delegato di Rse (Ricerca sul Sistema Energetico, società controllata dal Ministero dell’Economia attraverso il Gse), Franco Cotana, ha affermato che «una distribuzione delle Fer (fonti di energia rinnovabile, ndr) più sbilanciata verso il Sud e le Isole, in linea con le richieste di connessione ricevute da Terna, comporta un fabbisogno di capacità di accumulo quasi del 50% superiore a quello corrispondente alla distribuzione prevista dal decreto “Aree Idonee”, con relativi extra-costi per il sistema dell’ordine di 5,3 miliardi di euro». Cioè, se Terna accogliesse tutte le richieste di connessione di impianti fotovoltaici così come sono presentate dai produttori, il sistema costerebbe 5,3 miliardi in più, perché la produzione troppo concentrata costringerebbe a tagli della produzione e all’installazione di maggiori accumuli, che hanno un costo. Gli operatori, dice Rse, «puntano a massimizzare i propri ricavi privilegiando le aree con maggiore disponibilità della fonte primaria. In questo scenario, in tali aree si rischia una elevata overgeneration che implica la necessità di un maggior ricorso a sistemi di accumulo e a sviluppi delle reti elettriche, in assenza dei quali i prezzi “catturati” dagli impianti di generazione fotovoltaici sul mercato risulterebbero sempre più bassi, mettendo a rischio la sostenibilità degli investimenti».
È il noto tema della cannibalizzazione degli impianti fotovoltaici, per cui più aumenta l’offerta di questi impianti più aumentano i costi di rete o la necessità di sussidi pubblici. Spesso, entrambe le cose.
Negli ultimi mesi la Procura di Milano ha riportato al centro del dibattito pubblico il tema di salari sempre più insufficienti e di nuove forme di sfruttamento: dalle inchieste sui rider e sul caporalato digitale a quelle sulla filiera della moda, sui subappalti e sulle catene produttive opache. Un fronte giudiziario che ha acceso i riflettori su realtà spesso invisibili. Ma dentro questa meritevole attenzione c’è una contraddizione che resta sullo sfondo: mentre la giustizia indaga su questi fenomeni, continua a reggersi, al proprio interno, su un sistema che riconosce compensi inadeguati alle competenze richieste.
Basta guardare i numeri. Fino alla sentenza della Corte costituzionale n. 16 del febbraio 2025, il lavoro dei consulenti tecnici veniva retribuito con il sistema delle vacazioni: 14,68 euro per le prime due ore e 8,15 euro per ciascuna delle successive, pari a 4,075 euro lordi l’ora, con una penalizzazione progressiva del tempo di lavoro. La Consulta ha dichiarato illegittimo questo meccanismo, eliminando la riduzione delle vacazioni successive. Il compenso teorico sale così a 14,68 euro ogni due ore, cioè 7,34 euro lordi l’ora: su una giornata di otto ore si passa da circa 39 euro lordi prima della sentenza a circa 58,7 euro lordi oggi, pari a 38–44 euro netti, una cifra che resta comunque molto (e troppo) bassa rispetto alle competenze richieste.
È un livello retributivo che, anche dopo l’intervento della Corte, resta largamente insufficiente rispetto alle capacità tecniche e alle responsabilità del lavoro svolto. Il sistema giudiziario moderno, quello che oggi costruisce prove su telefoni, cloud, chat, video, social network, tracciamenti e flussi di dati, continua a reggersi su un esercito di competenze esterne trattate come un costo da comprimere, e per questo sempre più difficili da trattenere. Lo dimostrano molte delle grandi inchieste degli ultimi mesi, nelle quali l’analisi di dispositivi elettronici è diventata un passaggio decisivo: dai procedimenti su presunti dossieraggi e accessi abusivi a banche dati, come nel filone che ha coinvolto la società Equalize, alle indagini su corruzione, reati economici e criminalità organizzata, in cui telefoni, computer, server e archivi digitali contengono ormai la parte più rilevante della prova. In tutti questi casi, la richiesta dell’autorità giudiziaria non è più solo quella di «acquisire» un device, ma di analizzarne il contenuto in modo scientifico, verificabile e difendibile in aula. Spesso servono ore di lavoro.
La contraddizione diventa ancora più evidente se la si affianca alle stesse inchieste sul lavoro povero condotte dalla magistratura: rider pagati a consegna, compensi che scendono a pochi euro l’ora se rapportati al tempo reale, rischio economico scaricato interamente sul lavoratore. Qui il committente non è una piattaforma privata, ma lo Stato, e la logica, pur nella diversità dei contesti, finisce per assomigliarsi più di quanto si vorrebbe ammettere.
Dentro questa cornice si colloca il disagio crescente dei consulenti informatici forensi che lavorano per le Procure. Professionisti chiamati a svolgere un ruolo ormai decisivo nel processo penale, perché senza una lettura tecnica dei dati digitali non esiste più accertamento dei fatti, ma che devono investire in strumenti costosi, licenze, software specializzati, formazione continua, catene di custodia e protocolli rigorosi, trovandosi però di fronte a compensi bassi, pagamenti che arrivano dopo mesi o anni e, non di rado, a «rideterminazioni» a posteriori che rendono incerto perfino l’importo finale incassato. Nessuna impresa privata accetterebbe un cliente che paga così, eppure è esattamente ciò che accade quando il cliente è la giustizia. Il disagio si riflette anche nei numeri: il passaggio ai nuovi albi telematici dei consulenti tecnici d’ufficio ha registrato un calo netto degli iscritti, passati dai 183.000 dei vecchi albi analogici a circa 150.000 domande, un ridimensionamento che va oltre la fisiologica selezione e racconta un progressivo disimpegno verso incarichi sempre meno sostenibili. È su questo punto che da tempo insistono le analisi dell’Osservatorio nazionale Informatica forense (Onif), secondo cui il problema non è solo economico, ma sistemico: l’informatica forense è ormai un’infrastruttura essenziale del processo penale. Senza competenze adeguate l’accusa pubblica rischia di indebolirsi proprio nei procedimenti più delicati e, quando i professionisti più qualificati si spostano verso incarichi privati più sostenibili, si crea una frattura che incide sull’equilibrio tra accusa e difesa e sulla qualità complessiva della giustizia.
La sentenza della Corte costituzionale, letta in controluce, afferma un principio semplice: non si può pretendere che la giustizia funzioni comprimendo in modo irragionevole i compensi di chi la fa funzionare, perché così finisce per indebolirsi dall’interno. Un richiamo che suona attuale mentre il dibattito pubblico è assorbito dalla riforma della giustizia, dall’efficienza e dalla velocità dei processi, temi destinati a restare astratti se non si guarda alle condizioni materiali di chi rende possibile l’accertamento della verità.
Il problema non è solo quanto si paga, ma come si paga: regole pensate nei primi anni Duemila oggi si applicano a procedimenti in cui un singolo dispositivo può contenere anni di vita digitale e richiedere analisi complesse e prolungate. Alla fine, la domanda più scomoda non è quanto costi adeguare i compensi, ma quanto costi non farlo, perché a lasciare il sistema sono proprio i professionisti più qualificati, e la giustizia rischia così di restare senza le competenze su cui si regge.
È un’onda di rabbia e violenza che non si vuole fermare quella generata dagli scontri di Torino. Che ora ha un nuovo obiettivo: le Olimpiadi. Basta cambiare città, cambiare simbolo, sostituire all’edificio di Askatasuna il villaggio olimpico e la lotta «kontro» continua. Contro Leonardo, Eni, Gruppo Fs, partner ufficiali dei giochi e colpevoli di «speculare su guerre e devastazione della terra in nome del feroce progresso capitalista». Tripudio di asterischi «per tutt* i lavorator* che si ribellano allo sfruttamento dei padroni» in un tam tam tra blog sovversivi. Che esprimono soddisfazione per il sabotaggio delle linee ferroviarie Pesaro-Bologna che sabato ha mandato in tilt l’Italia, dopo il piazzamento di due ordigni incendiari rudimentali accanto ai binari.
Chi se ne frega se a rimetterci sono cittadini e soldi dello stato, per Sottobosko contano solo i popoli in Lotta. Idem per Lanemesi, altra piattaforma di anarchici che rivendicano il sabotaggio. Non manca il Nuovo Pci che mette nel mirino anche Lucia Musti, la procuratrice generale che aveva puntato il dito contro «l’area grigia della borghesia colta che giustifica i violenti» di Askatasuna. «Le forme di ribellione sono tanto più giuste quanto più sono efficaci per eliminare l’ordine sociale che ci opprime», così il movimento fondato da Giuseppe Maj e vicino alle Carc, in un comunicato dove il nemico numero uno è in primis il governo Meloni, bollato come «il governo più reazionario (contro le masse popolari) e più autoritario di quelli che lo hanno preceduto». La Musti viene, invece, etichettata come la nuova esponente della «mafia del Tav» insieme all’amministrazione di Torino e «al loro codazzo di questurini». Nessuna pietà per le botte al poliziotto Alessandro Calista la cui aggressione in gruppo viene liquidata come «una gran caciara sulle martellate ricevute dal celerino», per non parlare della «canea mediatica volta a colpevolizzare mettendo nero su bianco volta a mettere nero su bianco volti, nomi e cognomi di alcuni presunti partecipanti alla manifestazione». Eh già, tutti bravi ragazzi.
Come quelli del corteo «Insostenibili Olimpiadi» dello scorso sabato a Milano. Per il quale la Procura di Milano ha aperto un fascicolo. Tra le ipotesi di reato manifestazione non autorizzata, travisamento e resistenza a pubblico ufficiale. Sei gli indagati al momento, ossia le persone identificate e denunciate dalla Digos della polizia per le violenze che si sono verificate in zona Corvetto al termine del corteo contro le Olimpiadi. Uno scenario di guerriglia urbana con petardi, pietre e bottiglie scagliati verso le forze dell’ordine nel tentativo di «sfondare» lo schieramento. Un arsenale dove non manca un blocco di cemento rubato da un cantiere. Gli antagonisti sono almeno un centinaio vestiti di nero, indossano caschi, mascherine da verniciatori, passamontagna, scaldacolli alzati, maschere antigas. Vogliono occupare la Tangenziale Est. Poi il caos. Scontro duro con gli agenti. Tra gli antagonisti vengono fermati in sette. Uno viene identificato e rilasciato. Gli altri sei, tutti i italiani, finiscono in questura. Tra loro una donna di 52 anni, già denunciata, e cinque giovani tra cui uno torinese legato al centro sociale Askatasuna.
L’inchiesta, assegnata al pm Alessandro Gobbis, potrebbe vedere l’elenco degli indagati allungarsi man mano che proseguono le analisi della polizia sulle immagini di telecamere e video per identificare altre persone e le precise responsabilità in capo a chi ha lanciato petardi e oggetti contundenti contro le forze dell’ordine. Costati 30 giorni di prognosi a un agente raggiunto a un braccio da un grosso sasso. Violenze per le quali è arrivata la condanna del sindaco di Milano Beppe Sala. Non senza i «ma» e i «però». Perché «c’è un clima nel mondo e nel nostro Paese, in America, per cui ogni forma di dissenso viene bollata come contro la nazione». «Meglio non strumentalizzare», ha aggiunto. E il riferimento, ha precisato, è al presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che sugli scontri di sabato ha detto che chi manifesta contro i Giochi è nemico dell’Italia. Una frase ritenuta «colpevole» di fare di tutta l’erba un fascio, mescolando 5.000 manifestanti pacifici al gruppo di antagonisti che hanno scatenato le tensioni. Secondo Sala, «un chiaro tentativo di voler strumentalizzare un po’ il clima di tensione che c’è nel mondo». E il riferimento è planetario perché anche l’America di Trump è stata chiamata in causa pur di dare argomenti alla piazza «kontro». Non solo lotta alle speculazioni, al cemento, ai «favori ai soliti ricchi» e a chi fa la «guerra ai poveri e ai diritti». In piazza è finita persino l’Ice americana, l’agenzia federale che controlla l’immigrazione, paragonata alle Ss, di cui si chiede a gran voce la cacciata «from Minneapolis to Milan».
Intanto, mentre sul Web gli anarchici esultano, i senatori della Lega in commissione Trasporti chiedono che chi commette danni paghi: «Niente sconti per i violenti che assaltano le linee ferroviarie con l’obiettivo di sabotare le Olimpiadi, attraverso atti di terrorismo vero e proprio. Le rivendicazioni della galassia anarchica non lasciano a interpretazioni e meritano un intervento serio da parte della giustizia. Simili condotte non possono restare impunite e fa bene il Mit a voler fare piena chiarezza su questi atti criminosi, chiedendo adeguati risarcimenti. Fino all’ultimo centesimo. Com’è giusto che sia».










