A dare l'annuncio il ministro della Difesa dello Stato Ebraico, Israel Katz, dichiarando lo stato di emergenza immediato in tutto il Paese. La Farnesina ha istituita un'unità di crisi in contatto con le ambasciate a Teheran e Tel Aviv. Tajani: «La priorità è la sicurezza dei nostri connazionali».
Israele ha lanciato stamattina quello che il ministro della Difesa Israel Katz ha definito un «attacco preventivo» contro l'Iran, mentre in tutto il Paese è stato dichiarato lo stato di emergenza in previsione di possibili ritorsioni con droni e missili balistici. Secondo il ministero dei Trasporti, lo spazio aereo israeliano è stato chiuso subito dopo l'operazione militare. I raid hanno preso di mira missili balistici e sistemi di lancio, considerati da Israele una minaccia grave e immediata.
Le forze armate degli Stati Uniti stanno partecipando attivamente agli attacchi israeliani, secondo due ufficiali anonimi citati dall'emittente televisiva Cnn. Una colonna di fumo si è alzata dal centro cittadino in seguito a un'esplosione avvenuta nei pressi degli uffici della Guida suprema, l'ayatollah Ali Khamenei. Non è chiaro se il leader ottantaseienne si trovasse sul posto: l'ayatollah non appare in pubblico da giorni, in concomitanza con l'aumento delle tensioni con Washington. Testimoni a Teheran hanno riferito di una prima detonazione nei pressi dell'ufficio di Khamenei; la televisione di Stato iraniana ha confermato l'esplosione senza indicarne le cause. Ulteriori scoppi sono stati uditi successivamente nella capitale, mentre le autorita' non hanno diffuso informazioni su eventuali vittime.
Per settimane gli Stati Uniti hanno concentrato nella regione un imponente dispositivo militare, tra caccia e navi da guerra, nel tentativo di spingere Teheran a un accordo sul programma nucleare. Il presidente Donald Trump punta a limitarne lo sviluppo, ritenendo favorevole il momento di difficoltà interna del Paese, scosso da proteste nazionali e crescente dissenso. L'Iran, che afferma il diritto ad arricchire uranio, non intende negoziare su altri dossier, come il programma missilistico a lungo raggio o il sostegno a gruppi armati come Hamas e Hezbollah. Teheran ha avvertito che, in caso di attacchi, il personale e le basi militari statunitensi nella regione potrebbero diventare obiettivi di ritorsioni. E secondo quanto riferito dal New York Times, questa offensiva sarà più esteso rispetto ai raid di giungo contro gli impianti nucleari iraniani.
Nel frattempo, i ministri degli Esteri e della Difesa italiani, Antonio Tajani e Guido Crosetto hanno già istituito un tavolo di lavoro e monitorano gli sviluppi. Tajani ha scritto sul suo profilo X: «Seguo gli sviluppi della situazione in costante contatto con le ambasciate d'Italia a Teheran ed a Tel Aviv», aggiungendo che «la priorità è la sicurezza dei nostri connazionali», e che alla Farnesina è già al lavoro l'unità di crisi. Crosetto, per parte sua rassicura che «allo stato attuale, il personale della Difesa italiana non risulta coinvolto negli eventi in atto», sottolineando che «la priorità resta la sicurezza dei nostri militari e di tutto il personale italiano impegnato nei teatri operativi internazionali».
L’altra sera ero ospite di Paolo Del Debbio a Dritto e Rovescio. Si parlava della straziante morte del piccolo Domenico Caliendo. Erano ospiti anche la mamma, la signora Patrizia Mercolino, e l’avvocato Francesco Petruzzi. Non avevo occhi che per quella signora. Ma c’è stato un momento - confesso - in cui avrei davvero voluto abbracciarla; è stato quando il legale ha raccontato che il bambino sarebbe rimasto col torace aperto senza il cuore per almeno 14-15 minuti. «Il cuore malato di Domenico era già stato espiantato ed era poggiato su un piccolo telo verde del banco accanto al lettino».
Sono come andato in apnea. Ma come fa quella madre a reggere? Così quando Del Debbio mi ha dato la parola dopo l’intervento di Pierpaolo Sileri, ex viceministro ma soprattutto medico chirurgo, non pensavo ad altro che a quella immagine; così con un coinvolgimento emotivo totale le ho detto che avrei voluto abbracciarla, che le volevamo bene e che le stavamo vicini in una battaglia disumana. Già, perché non è umano che una madre per avere giustizia debba rivivere tutte le volte la Via Crucis del proprio figlioletto. Immaginare che il proprio bimbo - della cui vita lei, il marito e i fratelli hanno potuto condividere solo pochi mesi, dentro i quali si sono accartocciati tutti i chiaroscuri della vita, tutte le vette e tutti gli abissi - fosse con il torace aperto, senza il proprio cuoricino perché adagiato su un telo verde, in balia di primari troppo superbi, almeno in quelle fasi, per essere considerati medici, ecco: immaginare questo e riviverlo è come attrezzarsi per scandagliare le profondità scurissime della tragedia.
Sì, questa è la croce poggiata sulle spalle di mamma Patrizia: farsi spazio tra le miserie umane per avere giustizia. Un’esplorazione che non ha dolori eguali. Ho accompagnato da poco mio papà nel suo trapasso e ricordo l’ultima notte che abbiamo dormito assieme prima che il mattino dopo si spegnesse; ma se accompagnare i genitori è una tappa naturale della vita, così non è quando tocca ai genitori accompagnare i figli. Qui poi siamo addirittura oltre, perché non bastavano la malattia grave di Domenico né un’altra sofferenza - la vita dell’altro bambino, donatore, deceduto per un annegamento - che poteva trasformarsi in vita e invece ha sommato i dolori; non bastava perché le stazioni della Via Crucis sono aumentate e si sono riempite di particolari raccapriccianti, di vergognosi silenzi, di colpevoli omissioni. Non è morto un bambino: hanno ucciso un bambino! È un’altra cosa.
Quel bambino è morto per colpa di qualcuno in particolare, qualcuno che se è in cima a una organizzazione si prende tutta la responsabilità. Poi ci sono quelli che coprono, che non dicono: cos’altro non c’è nella cartella clinica? Ma dico di più: sicuri che non vi siano alterazioni in quella cartella? E che dire di un primario che sparisce, che ha paura di guardare negli occhi Patrizia e Antonio? Che dire di una direzione generale e di una direzione sanitaria incapaci di andare oltre i comunicati per esprimere cordoglio. Devono metterci la faccia, non essere stupiti che i pazienti ora temano. Costoro sono di nomina politica? E allora anche la politica deve ammettere che ha scelto persone sbagliate, e che la lottizzazione intossica non solo la sanità ma le vite degli altri. La politica che si accapiglia sui soldi che mancano e poi però balbetta, non agisce, inciampa quando tutto il mondo vede che il cuore di un bambino che poteva salvare la vita di un altro bambino viene trasportato dentro un contenitore tipo quelli del picnic, quando l’ospedale aveva in dotazione box di nuova generazione inutilizzati: a che gioco state giocando? Incapaci! Quante sono le strutture che non impiegano macchinari acquistati e inutilizzati? Qui non è più solo una questione di ghiaccio secco, ma di chi, di quel ghiaccio secco, aveva «autorizzato» l’impiego.
I fatti che emergono ci fanno sapere che il cuore del piccolo donatore (che non può sparire dai nostri pensieri, perché la sua morte poteva ridiventare vita) era diventato «una pietra durissima» e che per un quarto d’ora Domenico era svuotato del suo cuoricino che, pur malandato, soffiava vita. Mi domando: ma il cuore di questi primari, di questi professori così pieni di sé in sala operatoria da sentirsi Dio, dov’è? Dov’è? Come si può festeggiare il Natale quando il 23 dicembre sai che un bambinello nella tua sala operatoria veniva umiliato, disonorato, portato alla morte? Un bimbo tenuto col torace aperto, col cuore espiantato in attesa di un cuore che la generosità ridona e che invece la miseria di professionisti sciatti e menefreghisti spegne; e poi silenzi, tentativi di scaricare le colpe, arroganza e negligenza: quanto è forte mamma Patrizia in questa salita a piedi scalzi verso una giustizia vera e giusta. L’altra sera ho pianto in tv. E non sono stato il solo.
- Dopo un esposto, la Procura farà accertamenti su due decessi. Tra cui una bimba che attendeva il trapianto. Parla la mamma di Domenico: «Condizioni inadeguate, facevo io le pulizie».
- Il no del Bambino Gesù al trapianto: «Infezione attiva e incontrollata». Nella relazione della Regione emerge pure «comunicazione inefficace tra le équipe».
Lo speciale contiene due articoli.
La lente d’ingrandimento sull’ospedale Monaldi mette a fuoco un metodo di lavoro pieno di dubbi e lacune: gli inquirenti della Procura di Napoli hanno allargato le indagini dalla morte del piccolo Domenico al modus operandi dell’ospedale, per capire quanto accaduto nelle stanze del reparto di cardiochirurgia negli ultimi anni. Un esposto depositato ieri da Federconsumatori lascia intendere che si trattasse di un vero e proprio «sistema Monaldi», basato sulla mancanza di mezzi e strumenti del centro trapianti. Come avevamo spiegato martedì, il reparto non disponeva dei requisiti fondamentali per poter ospitare pazienti, soprattutto bimbi, che necessitano di cure e attenzioni maggiori rispetto agli adulti. «Chiediamo di indagare sul nesso tra carenze strutturali, organizzative ed eventi letali in ambito pediatrico», denuncia Carlo Spirito, avvocato di Federconsumatori, «una catena che induce a pensare come il decesso di Domenico Caliendo non sia un evento isolato ma qualcosa di sistemico derivante proprio dalle innumerevoli gravi criticità di cui è affetta la struttura». Un sistema Monaldi su cui ora si concentrano le indagini: ci sarebbero, infatti, altri due bambini tra le potenziali vittime delle presunte carenze della struttura.
Una di queste si chiama Pamela, ricoverata al Monaldi nel maggio del 2023, che non ce l’ha fatta e non è mai uscita dall’ospedale. Come ci racconta Rumy Dimitrova, la sua mamma, che per un anno e mezzo ha assistito la piccola nel reparto di chirurgia pediatrica. Perché il cuoricino di Pamela, purtroppo, non ha mai funzionato correttamente e per questo la bambina era collegata a una macchina che la manteneva in vita attraverso una pompa meccanica, un’apparecchiatura molto sofisticata che si chiama Berlin Heart. Ma ora la mamma di Pamela ripensa a quei mesi difficili e ci racconta: «Pensavamo di trovare un reparto protetto, con medici scrupolosi e attenti alle possibili infezioni che nello stato in cui versava Pamela potevano essere pericolosissime». E aggiunge: «Le pulizie della stanza di Pamela, invece, le facevo io», come dimostrano le immagini di cui siamo in possesso. Conoscendo la delicatezza delle condizioni della sua bambina, Rumy, infatti, non poteva sopportare di vedere lo sporco tra i letti e così preferiva passare da sola lo strofinaccio per proteggere Pamela da microbi e potenziali infezioni. Sempre con il sorriso sulle labbra e la speranza nel cuore, perché si trattava pur sempre di una stanza piena di bambini: come mostrano i video in cui Rumy e le altre mamme sono intente a sistemare sorridenti quella che avrebbe dovuto essere una camera sterile. «La mia bambina era attaccata al macchinario, in attesa di trapianto e spesso capitava che fossi io ad aiutare i medici a tenere le cannule. Mancavano i dottori». Dopo un anno di ricovero all’ospedale Monaldi, Pamela non era mai rientrata nella lista dei trapianti, ci racconta la mamma, che ha visto la sua piccola peggiorare di giorno in giorno, tanto che in 12 mesi Pamela ha subito ben quattro ictus molto importanti. Poi sono arrivati la perdita della vista, della capacità motoria e dell’appetito. «Solo con il peggiorare della situazione», continua Rumy, «la bambina avrebbe avuto il diritto di rientrare nella lista attesa trapianti, quando ormai era troppo tardi». Quella che sarebbe mancata, in pratica, è stata un’assistenza medica adeguata su cui ora si sta indagando, così come sarà importante fare luce sulla capacità di utilizzo del macchinario Berlin Heart (che richiede un patentino speciale, ndr) da parte di tutti i membri dell’equipe medica. Il primario del reparto, Guido Oppido, racconta la donna, passava raramente da Pamela, tanto che lei ha il ricordo di un solo giorno in cui la piccola sia stata visitata da lui. Con il peggiorare delle condizioni di Pamela è poi arrivata la decisione della famiglia di chiedere il trasferimento all’Ospedale Bambino Gesù, ma a quel punto ecco la notizia che Rumy non avrebbe mai voluto sentire: Pamela non era più trapiantabile, non c’erano più le condizioni per chiedere un cuore nuovo per la piccola. Nessuna struttura italiana era disposta a rischiare un intervento e un trapianto in quelle condizioni cliniche, un quadro considerato sotto gli standard di riuscita per un intervento. Soltanto tramite l’aiuto di un legale, la famiglia scoprirà che la loro figlia era stata tolta dalla lista trapianti richiesta dall’ospedale Monaldi già da tempo. Senza alcuna comunicazione. Pamela è morta il 15 agosto 2024 per una miocardite batterica, una grave infiammazione del muscolo cardiaco causata da batteri. Si è perso troppo tempo? Su questo la Procura ora dovrà indagare, per dare una risposta a Rumy che oggi con amarezza aggiunge: «Se qualcuno avesse ascoltato la storia della mia Pamela, se le condizioni del reparto e l’abbandono in cui siamo stati lasciati fossero stati raccontati prima, forse i genitori di Domenico avrebbero scelto un altro ospedale, chi lo sa».
Tutte domande legittime, perché come vi abbiamo già raccontato nella nostra inchiesta, era stata un’ispezione ministeriale del 2016 a riscontrare una «situazione insoddisfacente» nell’ospedale Monaldi, tanto da decidere di sospendere il programma di trapianto pediatrico. Se le condizioni da allora al 2024, anno i cui il reparto ha ricominciato a occuparsi di casi pediatrici così difficili e delicati come quello di Pamela e Domenico, fossero cambiate, ora saranno le indagini a stabilirlo.
Il no del Bambino Gesù al trapianto: «Infezione attiva e incontrollata»
La morte del piccolo Domenico Caliendo continua ad assumere contorni sempre più «agghiaccianti». Ora dopo ora emergono nuovi dettagli al vaglio degli inquirenti, dai racconti dei sanitari ai verbali dell’equipe di Bolzano. La Procura di Napoli vuole fare chiarezza anche su altri due casi di trapianti avvenuti al Monaldi prima di quello del bimbo di due anni deceduto dopo che gli è stato trapiantato un cuore «bruciato». Al momento, da quanto si è appreso, gli inquirenti vogliono compiere ulteriori approfondimenti per verificare che al centro trapianti ogni procedura sia stata eseguita correttamente.
Intanto, il gip di Napoli, Mariano Sorrentino, ha accolto la richiesta del pm Giuseppe Tittaferrante e dell’aggiunto Antonio Ricci (che stanno coordinando l’inchiesta) di incidente probatorio per eseguire l’autopsia e la perizia medico-legale sul corpo del piccolo. L’udienza è stata fissata per il prossimo 3 marzo. Il giudice ha nominato consulenti medico-legali Mauro Rinaldi, Biagio Solarini e Luca Lorini, rispettivamente ordinario di cardiochirurgia a Torino e direttore del centro trapianti della Molinette, associato di medicina legale a Bari e direttore del dipartimento emergenza-urgenza del Papa Giovanni XXIII di Bergamo. Dagli esami autoptici potrebbe emergere la verità sulla morte di Domenico.
Una verità da incrociare anche con quanto già sta emergendo dalla relazione inviata dalla Regione Campania al ministero della Salute e che riporta il parere negativo espresso dall’ospedale Bambino Gesù di Roma. I medici romani erano stati interpellati dai colleghi del Monaldi quando il piccolo era ancora in vita, dopo il trapianto fallito, e la famiglia sperava in un nuovo intervento. I medici romani spiegano perché non era più possibile il secondo trapianto e parlano anche di «un’infezione attiva non controllata» che avrebbe rappresentato un’importante controindicazione a un secondo intervento: «Il ri-trapianto entro i primi mesi dal primo intervento è associato a tassi significativamente superiori di mortalità precoce». Il parere negativo sul secondo trapianto si basava su due elementi fondamentali: una valutazione delle caratteristiche generali di trapiantabilità ed elementi specifici correlati alla precocità del ritrapianto.
I medici del Bambino Gesù si sono soffermati poi sul quadro infettivo, precisando: «Pur non essendo disponibile documentazione dettagliata su eventuale stato setticemico, profilo antibiotico-resistenza, terapia antibiotica in corso e risposta microbiologica, la presenza di infezione attiva non controllata costituisce controindicazione assoluta a trapianto per l’elevatissimo rischio di mortalità precoce post-operatoria in regime di immunosoppressione intensiva». Per loro, dunque, il quadro clinico del bambino era «ulteriormente aggravato da insufficienza multiorgano conclamata».
Nella relazione inviata sono contenuti, inoltre, i verbali dell’audit interno all’azienda ospedaliera dei Colli di cui fa parte il Monaldi. Gli esperti hanno sottolineato «assenza o mancata applicazione delle procedure condivise per l’espianto, conservazione e trasporto dell’organo». Tra le criticità evidenti ci sarebbe «l’assenza di monitoraggio e controllo della temperatura durante il trasporto», ma soprattutto «la mancata formalizzazione di ruoli, responsabilità e punti di verifica nelle fasi critiche del processo», il tutto dovuto a «un’insufficiente comunicazione tra equipe di espianto ed equipe di impianto». La relazione ribadisce che falle ed errori si sono manifestati nella conservazione dell’organo e nell’utilizzo del ghiaccio, nella mancata verifica del contenitore di trasporto da parte dell’équipe di espianto e nel deficit comunicativo e procedurale all’interno dell’équipe di sala operatoria relativa all’espianto del cuore del piccolo e all’impianto del cuore del donatore. Non ci sarebbe stata, dunque, una comunicazione efficace tra gli operatori.
Dai verbali è emerso che il primario Guido Oppido (uno dei sette indagati), in una riunione interna, ha riferito di aver chiesto, prima di effettuare l’espianto, rassicurazioni sulla presenza del nuovo cuore nella sala operatoria del Monaldi e dell’avvenuto avvio delle procedure di cardioplegia «al banco» sul cuore del donatore. Oppido ha spiegato di aver capito che la risposta era positiva. Ma dagli audit emergerebbe che nessuno degli operatori presenti in sala operatoria, tra i quali cardiochirurghi, coordinatore infermieristico, tecnico perfusionista e infermieri di sala, avrebbe invece dato una «risposta affermativa esplicita» sull’inizio della cardioplegia sul cuoricino.
La mamma di Domenico continua, comunque, ad avere fiducia nei medici: «Io ci credo ancora e credo nella sanità italiana». Il presidente della Regione Campania, Roberto Fico, ieri ha precisato di non essere stato avvisato della «gravità della situazione». Non si è espresso sulla possibilità di commissariare l’azienda. E ha aggiunto: «Chiaramente ho parlato con la direttrice del Monaldi, Anna Iervolino, ma non riporto quello che ci siamo detti nelle telefonate».
Quella che si sta affrontando verrà ricordata come la campagna referendaria delle allusioni e delle suggestioni, dei sospetti e delle riserve mentali, dove il grande assente è il dibattito sul testo normativo e sulle sue reali implicazioni. Sembra esserci quasi una gara a chi delinea gli scenari più catastrofistici, evocando una sorta di Blade runner giudiziario.
Anche voci autorevoli fondano la loro contrarietà alla riforma sulla asserita intangibilità e immodificabilità della Costituzione («La Costituzione non si tocca») e sul fatto che, in ogni caso, non lo si potrebbe fare a colpi di maggioranza. Senza voler scomodare il dato testuale dell’articolo 138, che non solo prevede la possibilità di revisione, ma anche la procedura rafforzata dal referendum confermativo in assenza del raggiungimento del quorum dei due terzi, è la storia recente e meno recente a smentire queste asserzioni.
Dal 1948 ad oggi la nostra Carta è stata modificata 46 volte, con una media di circa un intervento ogni due anni. Di essi, venti sono state vere e proprie riforme della Costituzione, mentre le altre 26 hanno riguardato principalmente l’approvazione o la modifica degli statuti delle Regioni a statuto speciale.
Ancora dal 2001 ad oggi tutte le leggi di revisione costituzionale sono state approvate a maggioranza assoluta, tanto è che quello del 22-23 marzo sarà il quinto referendum confermativo degli ultimi 25 anni.
Nel 2001 furono sostituiti sette articoli (114, 116, 117, 118, 119, 120, 127), modificati due e abrogati sei (115, 124, 125 comma 1, 128, 129 e 130) e si intervenne, tra le altre cose, per ridefinire le materie rientranti nella potestà legislativa esclusiva e concorrente dello Stato e delle Regioni (compresa la materia sanitaria) e per introdurre il principio del federalismo fiscale. In sostanza si intervenne sul diritto alla salute dei cittadini senza che vi fosse una piena convergenza parlamentare. Giusto per la cronaca, a quel referendum votarono poco più di un terzo degli aventi diritto.
Più di recente, nel 2016, la legge Renzi-Boschi aveva previsto la modifica di 47 articoli, con revisione dei Titoli I, II, III, V e VI della Parte II della Costituzione. Essa riguardava il superamento del bicameralismo perfetto, il Senato, le Province, il Cnel e i procedimenti legislativi. Ebbene, in quell’occasione nessun comitato del No fu istituito dall’Anm e non ci furono proclami oracolari di rischio democratico.
Giusto per rimanere aderenti alla realtà e per sgombrare il campo da tesi capziose sullo stravolgimento della Carta fondamentale, nelle prossime settimane saremo chiamati a esprimerci sulla modifica sostanziale di soli due articoli (104 e 105), mentre gli altri cinque (87, 102, 106, 107 e 110) sono lambiti per mere ragioni di raccordo sistematico.
Superate le pregiudiziali di distrazione di massa, la separazione delle carriere, piaccia o non piaccia, costituisce il naturale approdo e completamento della riforma Vassalli, dell’introduzione del giusto processo e in parte anche della legge Cartabia sui cambi di funzione.
Rappresenta il pezzo di disciplina costituzionale mancante all’architettura del processo di parti disegnato dalla riforma dell’articolo 111, fondato sulla sottrazione della prova al pm e sul contraddittorio davanti al giudice chiamato a decidere secondo imparzialità.
La separazione ordinamentale, in particolare, coniuga virtuosamente due esigenze fondamentali di uno Stato democratico: la attitudine del giudice ad assicurare l’equilibrio dei rapporti interni al contraddittorio processuale e l’indispensabile fiducia dei cittadini verso la funzione di garanzia della giurisdizione, che è e deve apparire, per definizione, il luogo di tutela dei diritti e delle libertà fondamentali.
Non c’è, testi e previsioni normative alla mano, al di là delle letture dietrologiche e complottiste, alcun pericolo di sottoposizione del pm all’esecutivo: il nuovo articolo 104 della Costituzione ribadisce che la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere, prevedendo soltanto una diversificazione tra la carriera giudicante e quella requirente.
Non vengono in alcun modo messi in discussione né il principio della sottoposizione dei giudici soltanto alla legge previsto dall’articolo 101, né quello della diversità dei magistrati solo per funzioni contemplato nell’articolo 107 e nemmeno la previsione dell’obbligatorietà dell’azione penale.
Del tutto infondati appaiono, poi, i timori - ingenerati, va detto, da improvvide fughe in avanti - di una possibile sottrazione, con legge ordinaria, del controllo e della direzione della polizia giudiziaria da parte del pubblico ministero.
L’articolo 109 della Costituzione, non toccato dalla riforma, prevede espressamente che «l’autorità giudiziaria dispone direttamente della polizia giudiziaria».
Tale principio è stato di recente ribadito dalla sentenza 229 della Corte costituzionale del 6 dicembre 2018, che, nel dichiarare l’illegittimità del decreto legislativo che prevedeva una sorta di obbligo di informazione alla scala gerarchica delle indagini in corso di svolgimento, ha statuito che l’articolo 109 della Costituzione sancisce, in materia investigativa, una vera e propria dipendenza funzionale della pg all’autorità giudiziaria.
Ma il vero elemento di rottura della riforma è il sorteggio. Non a caso l’Associazione nazionale magistrati e il suo comitato del No fingono di strapparsi le vesti per la separazione, ma in realtà sono terrorizzati dal perdere potere e rilevanza con il nuovo meccanismo di designazione.
Invece è arrivato il momento di separare L’Anm e le sue correnti dal Csm. Per troppo tempo le scelte consiliari sono state pervase dalla logica della appartenenza piuttosto che dal merito. Non è un caso che sono esponenzialmente aumentate, negli ultimi anni, le pronunce di annullamento della giustizia amministrativa, la quale, a più riprese, ha stigmatizzato l’incapacità del medesimo Consiglio superiore di rispettare la normazione secondaria da esso stesso introdotta per disciplinare l’esercizio della propria discrezionalità.
Si auspicava che dopo la vicenda Palamara, che aveva palesato una evidente crisi sistemica, la magistratura tutta, per preservare la propria autorevolezza e la propria immagine, avviasse un percorso di profonda autocritica e abbracciasse la via delle riforme. Invece si è preferito individuare cinque capri espiatori da offrire in pasto all’opinione pubblica e lucrare sul cambio di maggioranze consiliari determinato dalle dimissioni dei soggetti direttamente coinvolti.
Costoro non erano il problema, ma il suo sintomo: quello di un patologico rapporto tra un’associazione privata e un’istituzione di rilievo costituzionale.
Il sorteggio può essere una soluzione. Esso non è una tombola, come qualcuno afferma, ma il plastico riconoscimento della astratta idoneità di tutti i magistrati a ricoprire l’incarico di consigliere del Csm. A chi sostiene che esso svilirà il merito e umilierà le competenze rispondo che sbaglia premessa. Chi verrà designato per sorteggio non avrà obblighi, né debiti di riconoscenza con nessuna base elettorale, non dovrà rispondere alle indicazioni o ai desiderata di nessuna corrente. Potrà e dovrà valutare i colleghi esclusivamente sulla base del valore individuale, dei curriculum e delle capacità professionali. Ma poi, e credo con un’argomentazione tombale e definitiva, perché un magistrato, in regola con le sue valutazioni, senza carichi pendenti penali e disciplinari e con una discreta anzianità di servizio - credo che saranno queste alcune delle condizioni soggettive di «sorteggiabilità» - può gestire e decidere processi di mafia con decine di imputati ma non potrebbe individuare il miglior candidato possibile per una qualunque presidenza di Tribunale?
Ai cittadini la risposta.










