- Le salme di cinque giovani vittime del rogo a Crans-Montana sono state portate a Milano e a Roma. I medici del Niguarda: «Ricoverati in gravi condizioni, è una battaglia». Giorgia Meloni: «Messa d’unità nazionale per loro».
- In un video del 2020 un barman invita i clienti a tenere lontane le candele dai soffitti. I titolari francesi del locale stavano per ampliare i posti a sedere eliminando un’uscita.
Lo speciale contiene due articoli
Lo strazio ha il colore bianco di cinque bare e il rumore sordo di un C-130 dell’Aeronautica militare che le trasporta in Italia. È partito alle 12.09 da Sion in Svizzera, con un’ora di ritardo, con a bordo i familiari di tre delle vittime. Procede lento sulla pista dell’aeroporto di Milano Linate, come in un metaforico corteo funebre, prima di arrestare la sua corsa davanti al picchetto d’onore e ai carro funebri. Sono quasi le 13 di ieri. Si apre il portellone, autorità e familiari si avvicinano. Ed escono uno dopo l’altro Giovanni Tamburi (16 anni) ed Emanuele Galeppini (17 anni), portati via terra rispettivamente a Bologna e a Genova, e i milanesi Chiara Costanzo (16 anni) e Achille Barosi (16 anni), quattro delle sei vittime italiane dell’inferno di Capodanno a Crans-Montana.
Ad attendere i ragazzi a Linate sono presenti il presidente del Senato, Ignazio La Russa, con il fratello Romano, assessore lombardo alla Protezione civile, il sindaco di Milano, Beppe Sala, il sottosegretario Alberto Barachini, i presidenti della Lombardia, Attilio Fontana, della Liguria, Marco Bucci, e dell’Emilia-Romagna, Michele De Pascale. «Il loro dolore unisce l’Italia», dice La Russa. Il governatore Fontana, visibilmente provato, afferma che «è stato un momento straziante».
Per Achille Barosi, studente milanese dell’artistico delle suore Orsoline che sognava di fare l’architetto, la camera ardente si è aperta ieri pomeriggio nella cappella di San Sigismondo, adiacente alla basilica di Sant’Ambrogio a Milano. «Angelo in cielo» scritto su un foglio, la foto del ragazzo: poi silenzio e lacrime. Scocca una campana, parenti e amici si stringono in un ultimo abbraccio ,«Sono orgogliosa di essere italiana, voi dovete essere orgogliosi di esserlo», dice coraggiosamente la mamma di Achille davanti alla bara del figlio. La camera ardente di Chiara Costanzo, seconda vittima milanese di Crans-Montana, è nella cappella del collegio San Carlo, che la ragazza frequentava. La sua mamma: «Non volevamo che in queste ore restasse sola». A bordo del C-130 c’è anche Riccardo Minghetti (16 anni) che atterrerà più tardi, verso le 15.30, a Roma Ciampino. Solita procedura, solito strazio. Tutti impietriti dalla tragedia. Impossibile dire qualcosa. Mamma e papà sono qualche passo indietro alla bara, non riescono nemmeno a camminare, strascicano i piedi.
«Non li abbiamo lasciati soli neanche un minuto», ha assicurato il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, presente all’atterraggio, insieme al ministro dello Sport, Andrea Abodi, e al capo dipartimento della Protezione civile, Fabio Ciciliano. Ci sono i compagni delle medie e tutto il suo liceo, lo scientifico Stanislao Cannizzaro all’Eur. «Riccardo vive in tutti noi», si legge su un cartello preparato dalla sua classe. Il premier Giorgia Meloni invita tutti a un momento di «unità nazionale» promuovendo una messa a Roma per le vittime che si terrà venerdì pomeriggio nella basilica dei Santi Ambrogio e Carlo al Corso. Il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, proclama per domani un simbolico minuto di silenzio in tutte le scuole.
La salma di Emanuele Galeppini, genovese residente a Dubai, è esposta nella cappella dei frati cappuccini dell’ospedale San Martino di Genova. Ad attenderla, oltre ai genitori, al fratellino della vittima e ai suoi zii, anche il sindaco Silvia Salis e il presidente della Regione Liguria, Marco Bucci: «Tragedie così non devono succedere». Infine, Giovanni Tamburi, nella sua Bologna che si stringe alla sua mamma che ringrazia Giorgia Meloni: «Mi ha chiamato personalmente, aveva la voce rotta dal pianto. Si sentiva la sua sofferenza come mamma. Mi ha veramente commossa e mi è stata vicina come non mai, dandomi tutto il suo appoggio come se fossi stata sua sorella. Da mamma a mamma, da cuore a cuore».
Genitori accomunati da un dolore inimmaginabile in attesa dei funerali, a spese dello Stato, previsti per domani. Quelli di Riccardo saranno a Roma, nella basilica dei Santi Pietro e Paolo all’Eur e quelli di Giovanni nella cattedrale di San Pietro a Bologna. A Milano le esequie di Achille, nella basilica di Sant’Ambrogio e Chiara, nella chiesa di Santa Maria delle Grazie. L’addio di Emanuele nella sua Genova. Mentre quello di Sofia Prosperi, sesta vittima di appena 15 anni, originaria del Canton Ticino, verrà celebrato domani a Lugano.
«Una tragedia evitabile, le famiglie chiedono giustizia. Il nostro impegno ora è accertare la verità», afferma l’ambasciatore d’Italia in Svizzera, Gian Lorenzo Cornado. Ma adesso, finite tutte le lacrime, è anche il momento di pensare ai 14 italiani che lottano ogni giorno per la vita. Un ragazzo è ancora ricoverato a Zurigo: le sue condizioni non consentono il trasferimento in Italia. Altri sono a Torino. Mentre al Niguarda ci sono sei pazienti in condizioni molto gravi. Hanno 15-16 anni, fatta eccezione per una donna di 29 e una di 55. L’estensione delle loro ustioni (di secondo e terzo grado) varia dal 10% a oltre il 50%, coinvolge arti, dorso e volto e sono presenti danni importanti a livello polmonare. Sei sono in terapia intensiva in condizioni particolarmente serie. Tre di questi sono considerati in condizioni critiche. «Non sono fuori pericolo, per loro sarà un percorso lungo. Una battaglia durissima», dicono i medici. La stessa che dovremo affrontare anche tutti noi. Le lacrime non sono ancora finite.
Il precedente: «Attenti alla schiuma»
Mentre l’Italia intera si è stretta in un abbraccio ai familiari delle vittime della tragedia di Capodanno, in Svizzera proseguono le indagini. Le notizie di ieri, sul fronte investigativo, sono ancora più allarmanti. La Radio Svizzera Tedesca ha svelato particolari «agghiaccianti» sul futuro del locale Le Constellation che, nella notte di San Silvestro, si è trasformato in un inferno di fuoco. Secondo quanto riferito dalla Radio, i gestori, Jacques Moretti e Jessica Maric (adesso indagati), avrebbero voluto ampliare il pub dal primo gennaio 2026 «eliminando un’uscita». Intanto, l’ambasciatore italiano in Svizzera, Gian Lorenzo Cornado, parlando a Sion poco prima del volo per l’Italia delle cinque vittime, ha ribadito a gran voce «l’urgenza di verità e giustizia». Il diplomatico ha tenuto a precisare che in Italia i due proprietari del locale «sarebbero stati arrestati perché è troppo grave quello che è successo». «Nel rispetto dell’autonomia della magistratura», ha poi evidenziato all’Agi, «ho parlato della possibilità dell’arresto. Per le famiglie non è importante che gli indagati vadano in carcere ma che vengano accertate le responsabilità. Ho chiesto al presidente del Cantone Vallese e al ministro che venga fatto tutto quello che serve e, in effetti, gli accertamenti stanno proseguendo a tutto campo e sono già state sentite molte persone».
La procuratrice Beatrice Pilloud, che sta seguendo l’inchiesta, aveva comunicato invece che non ci sono i presupposti per l’arresto, ovvero non ci sono pericolo di fuga, inquinamento probatorio e reiterazione del reato, anche in presenza di ipotesi come omicidio, lesioni e incendio, a titolo colposo, «circostanza quest’ultima, che anche in Italia non fa scattare di solito l’arresto». La procuratrice ha chiarito che l’indagine «verterà in particolare sull’analisi dei documenti ottenuti dal Comune, sulla conformità dei lavori realizzati dai gestori, sui materiali utilizzati, sulle vie di fuga, sui mezzi di estinzione e sul rispetto delle norme antincendio». Anche su questo, l’ambasciatore Cornado ha svelato alcuni dettagli: «Le autorità locali mi hanno riferito che il materiale fonoassorbente sul soffitto era infiammabile. L’uscita di sicurezza, se esisteva, era mal segnalata e in mezzo a quel disastro i ragazzi non l’hanno nemmeno vista». La Radio Svizzera Tedesca ha svelato che i gestori alla fine del 2025 avevano presentato una richiesta per ampliare il locale, una trasformazione che, se realizzata, avrebbe potuto aggravare le conseguenze del rogo perché il piano prevedeva «di eliminare l’uscita laterale della veranda», quella ripresa più volte nei video della serata.
Tale aspetto chiama in causa il Comune e il sindaco Nicola Féraud che guida la cittadina di Crans-Montana da tre mandati. Il primo cittadino è stato, infatti, già sentito dai magistrati e per la giornata di oggi ha convocato una conferenza stampa in Comune probabilmente al fine di chiarire gli aspetti relativi a eventuali permessi concessi e ai controlli. Nei giorni scorsi alla testata «Blick» lui stesso aveva dichiarato che la sua amministrazione «non ha adottato un approccio permissivo nella gestione del bar». La tragedia e le indagini accendono i riflettori sulla sicurezza dei locali. Alcuni politici svizzeri stanno adesso chiedendo a più voci di «intensificare l’applicazione delle norme di sicurezza antincendio nei principali centri di sport invernali del Paese».
Un video diffuso dalla testata svizzera Rts dimostrerebbe che era già noto, da alcuni anni, il rischio di incendio del materiale fonoassorbente infiammabile dei soffitti a contatto con le candele pirotecniche usate per servire gli alcolici durante le feste. Dalle immagini si vede un barman di Le Constellation» dire ad alcuni clienti che partecipavano alla festa per il Capodanno 2020 «Fate attenzione alla schiuma! Fate attenzione alla schiuma!». A raccontarlo è stato il giovane che ha fornito le immagini e che aveva partecipato alla serata. Il barman metteva in allarme i giovani che avevano appena ricevuto le bottiglie ordinate con le candele pirotecniche.
Sono passati più di due mesi dal giorno in cui il Parlamento ha approvato la riforma della giustizia, ma ancora non si conosce la data nella quale gli italiani saranno chiamati a confermare o meno nell’urna la sua validità, passaggio reso obbligatorio dal fatto che in Aula non si è raggiunta la maggioranza dei due terzi. Vi risparmio il perché e il percome di questo stallo: parliamo infatti di tecnicismi degni di Azzeccagarbugli, avvocato manzoniano delle cause perse più attento al proprio interesse che a quello del cliente, cioè - nel caso in questione - a quello dei magistrati rispetto a quello dei cittadini. La maggioranza vorrebbe indire il referendum il più presto possibile, magistrati e opposizione mai o, in subordine, il più tardi possibile. In mezzo ci sono il presidente Sergio Mattarella, al quale spetta l’ultima parola, e le tavole della legge che, come noto, in Italia non sono incise nella pietra bensì scritte con inchiostro simpatico, quello che scompare e riappare a seconda di chi legge.
La data del referendum non è una questione marginale in quanto l’attuale Consiglio superiore della magistratura, l’organo di autogoverno delle toghe, scade tra un anno e il complesso iter per rinnovarlo parte tra meno di dieci mesi. Ora, forma e sostanza del Csm sono il cuore della riforma: le nuove regole per la sua composizione (sorteggio dei membri e suo sdoppiamento, uno per i giudici e un altro per i pm) costituiscono il grimaldello per mettere fine allo strapotere delle correnti ritenuto non a torto il cancro del sistema giudiziario. In altre parole: se si riuscisse a spostare più in là possibile il referendum - detto che, una volta diventata legge, la riforma per entrare in vigore ha poi bisogno dei decreti attuativi, cioè di leggi ordinarie che necessitano di un certo tempo per essere approvate -, ecco che il prossimo Csm dovrebbe essere eletto con il vecchio sistema. E allora addio riforma, anche se approvata prima dal Parlamento e poi dagli italiani nelle urne: per altri quattro anni (tanto dura il mandato) ci dovremmo tenere le cose come stanno.
Insomma, siamo di fronte all’ennesima furbata della casta dei magistrati e della sinistra: altro che «serve tempo per spiegare bene agli italiani perché la riforma non va bene»; non c’entra nulla neppure il fatto - pur plausibile - che più passa il tempo più il fronte del «No», oggi dato perdente nei sondaggi, potrebbe recuperare lo svantaggio nei confronti di quello del «Sì».
Non fatevi ingannare: il tempo serve solo a lorsignori per provare con un sotterfugio a perpetuare per altri quattro anni lo sfregio alla democrazia in atto da oltre un trentennio: da quando, con Mani pulite, la combine tra pm e giudici azzerò tutta la classe politica meno quella del Partito comunista che da pochi mesi aveva cambiato nome in Pds, ma non pelle né anima. Per nostra fortuna arrivò Silvio Berlusconi e i loro piani saltarono. Da allora è una guerra continua: a noi combattere l’ultima battaglia nelle urne referendarie.
C’erano probabilmente più sigle che presenti ieri a Roma a Piazza Barberini, alla manifestazione organizzata a sostegno dell’ex presidente venezuelano Nicolás Maduro. Immancabili Anpi e Cgil, presenti Pd e Avs, in piazza si sono radunate molte sigle della sinistra radicale: Rete Numeri Pari, Rete Italiana Pace e Disarmo, Rete No Bavaglio, Sbilanciamoci, Stop Rearm Europe Italia, Sinistra Civica Ecologista Roma, Sinistra Anticapitalista Roma, Rifondazione Comunista Roma, Centro Riforma dello Stato, Medicina Democratica, Sportelli Solidali 9, Coordinamento genitori democratici-cgd onlus, Disability Pride, Genazzano In Comune Una Nuova Storia Tivoli, Alternativa per Anzio, Ladispoli Attiva, Genzano In Comune, Frosinone Provincia in Comune, Rieti Città Futura, Controvento Rieti, Sce Colleferro, Forum per il Diritto alla Salute, Wilpf Italia Aps, Casetta Rossa, Psi, Casa Internazionale delle Donne, Giovani Democratici Roma, Auser Lazio, Disarma-Il Coraggio della Pace, Associazione donne Brasiliane in Italia, Latina Bene Comune, Cinecittà Bene Comune, Unione Donne in Italia, Associazione Italiana Tecnici di Ripresa, Un Ponte Per, Sparwasser Aps.
Certo, c’era la pioggia, ma dalle immagini pubblicate sui social possiamo tranquillamente affermare che non si è trattato di una manifestazione di massa. La piattaforma del presidio del resto era particolarmente radicale: «Condanniamo con fermezza l’estensione della guerra come strumento di risoluzione dei conflitti tra Stati», si legge nell’appello degli organizzatori, «e l’ennesima e gravissima escalation bellica prodotta dall’attacco militare del governo Trump contro la Repubblica del Venezuela e dal rapimento del suo presidente Maduro e dei suoi familiari. Si tratta di una palese e inaudita violazione del diritto internazionale e della sovranità dei popoli, per la quale non esistono giustificazioni: non ci sono mai giustificazioni per legittimare il ricorso alla guerra come strumento di risoluzione dei conflitti tra gli Stati». Slogan triti e ritriti, al di là di ogni opinione ormai completamente sganciati dalla realtà, dalla accelerazione della storia che stiamo vivendo in questi ultimi mesi: «Ancora una volta», prosegue l’appello, «prevalgono la logica del dominio e della predazione delle risorse energetiche, facendo carta straccia del diritto internazionale come lo abbiamo conosciuto dal dopoguerra a oggi. Di fronte a questa aggressione dobbiamo condannare e reagire con forza, per fermarla e per affermare la cultura della pace e il ripristino del diritto internazionale. Esprimiamo la nostra totale solidarietà al popolo venezuelano. Chiediamo che l’Onu intervenga e che il governo italiano e l’Unione europea condannino l’aggressione e s’impegnino per un cessate il fuoco e nel far pervenire soccorsi alla popolazione civile coinvolta».
Non si comprende quale fuoco debba cessare visto che l’operazione militare degli Stati Uniti si è conclusa, ma tutto fa brodo: «Tutto serve al mondo», aggiungono gli organizzatori, «tranne che un’altra guerra. Tutto serve al mondo, tranne che l’ennesimo arbitrio dei potenti, con la potenza militare che pretende di legittimare l’intervento ovunque. Non rassegniamoci a un mondo in cui guerra, riarmo, violenza, distruzione e sopraffazione vengano normalizzate. Solo uscendo dalla logica della guerra e del riarmo possiamo immaginare un futuro vivibile per l’umanità, fondato su pace, autodeterminazione e democrazia per i popoli. Alziamo la voce, facciamoci sentire, mobilitiamoci».
Il leader della Cgil, Maurizio Landini, ha tenuto banco attaccando, manco a dirlo, il governo guidato da Giorgia Meloni: «Trovo che sia grave», ha detto Landini, «questa posizione del governo italiano e anche del governo europeo, che stanno zitti e non sono in grado di reagire. Bisogna reagire, non si può stare fermi. E da questo punto di vista io trovo davvero un segnale molto importante nelle parole che in questi giorni ha espresso il Papa in modo molto esplicito, in modo molto chiaro. Io credo che sia il momento che tutte le persone di buona volontà, insisto, a prescindere dal loro orientamento politico, dalla loro fede religiosa, è il momento di mettersi assieme per riconquistare la pace che ci stanno togliendo. La gravità della situazione attuale riguarda quello che è avvenuto in Venezuela ma non solo: è quello che ha fatto Putin prima con l’Ucraina», ha aggiunto Landini, «è quello che sta facendo il governo Netanyahu con la Palestina, è quello che sta succedendo in giro per il mondo con una quantità di guerre che, con queste caratteristiche, non si sono mai viste».
Comprendere cosa stia realmente accadendo in Venezuela in queste ore è un esercizio tutt’altro che semplice, reso ancora più opaco dal susseguirsi di ricostruzioni divergenti fornite da coloro che, su mandato di Washington, sono stati incaricati di accompagnare il Paese nella fase successiva all’arresto di Nicolás Maduro e della moglie Cilia Flores. Quest’ultima è chiamata a rispondere anche dell’accusa «di aver incassato centinaia di migliaia di dollari in tangenti per facilitare, nel 2007, un incontro tra un importante trafficante di droga e il direttore dell’Ufficio nazionale antidroga del Venezuela». I coniugi, difesi dall’avvocato Barry J. Pollack, già legale di Julian Assange, sono comparsi ieri per l’udienza preliminare davanti alla corte federale di Lower Manhattan, presieduta dal giudice novantaduenne Alvin Hellerstein, che ha fissato la prossima udienza del caso il 17 marzo 2026.
Alla richiesta di identificarsi del giudice, Maduro ha replicato in spagnolo, qualificandosi come «presidente della Repubblica del Venezuela» e sostenendo di essere stato «rapito». «Sono innocente, non sono colpevole», ha aggiunto. La moglie, dal canto suo, ha dichiarato: «Sono la First Lady del Venezuela e sono completamente innocente».
La domanda centrale resta però una sola: quali conseguenze giudiziarie attendono i coniugi Maduro? Lo scenario è estremamente pesante. Se il procedimento negli Stati Uniti dovesse arrivare a una sentenza, l’ex presidente venezuelano e la moglie rischiano condanne che, nella sostanza, equivalgono al carcere a vita. I capi d’imputazione federali – narcoterrorismo, traffico internazionale di stupefacenti e associazione criminale – consentono infatti di sommare pene che possono superare i settant’anni di reclusione, soprattutto in presenza di aggravanti legate all’uso di apparati statali e a presunti rapporti con organizzazioni terroristiche. In mancanza di un accordo di collaborazione con i procuratori, l’orizzonte giudiziario per entrambi appare chiuso, senza reali vie d’uscita. A rendere il quadro ancora più critico pesa la possibile deposizione di Armando Carvajal Barrios, ex capo dell’intelligence militare di Caracas ed ex uomo di assoluta fiducia di Maduro. Carvajal ha rotto con il regime nel 2019, nel momento in cui il collasso economico e la crescita dell’opposizione hanno iniziato a erodere il consenso interno. Accusato di tradimento, estromesso dalle forze armate e costretto all’esilio, è stato successivamente arrestato su richiesta degli Stati Uniti, estradato dalla Spagna e trasferito a New York nel 2023. Pur essendosi dichiarato colpevole di reati che prevedono l’ergastolo, la sua condanna che è nelle mani del giudice Alvin Hellerstein non è ancora stata pronunciata: un elemento che molti analisti interpretano come il segnale dell’intenzione dei pubblici ministeri di utilizzarlo come testimone decisivo contro Nicolás Maduro.
Se sul piano giudiziario la posizione dell’ex presidente e della consorte appare difficilmente scalfibile, anche perché è poco realistico immaginare una loro collaborazione con la Dea, sul terreno politico la partita resta molto più incerta. Durante la prima riunione del nuovo gabinetto, la presidente ad interim del Venezuela Delcy Rodríguez ha annunciato una serie di iniziative urgenti per fronteggiare la crisi, tra cui la creazione di una commissione di alto livello incaricata di adoperarsi per il rilascio di Maduro e della moglie. Un gesto prevalentemente simbolico, probabilmente privo di effetti concreti. Secondo l’emittente statale Vtv, l’organismo sarà composto dal presidente dell’Assemblea nazionale Jorge Rodríguez (fratello di Delcy), dal ministro degli Esteri Yvan Gil, dal ministro della Comunicazione Freddy Ñáñez e dal viceministro per la comunicazione internazionale Camilla Fabri.
Poi nel suo primo messaggio ufficiale da presidente ad interim, Delcy Rodríguez si è rivolta direttamente al presidente statunitense Donald Trump, invitandolo a «lavorare insieme» e a costruire un rapporto fondato su «pace e dialogo, non sulla guerra». «Il nostro popolo e l’intera regione», ha dichiarato in un messaggio diffuso sul suo canale Telegram, «meritano rispetto, cooperazione e assenza di minacce. Questa è sempre stata la posizione del presidente Nicolás Maduro ed è oggi la posizione del Venezuela». Un appello ribadito anche in termini di cooperazione internazionale e sviluppo condiviso, nel rispetto del diritto internazionale.
La sensazione è che Delcy Rodríguez stia muovendosi su più piani contemporaneamente. Quando ha denunciato pubblicamente la cattura di Maduro, al suo fianco c’erano infatti due figure centrali dell’apparato di potere chavista: il ministro dell’Interno Diosdado Cabello e il ministro della Difesa Vladimir Padrino López, rispettivamente a capo di polizia ed esercito. Sono loro ad aver garantito, attraverso una repressione sistematica e spesso brutale del dissenso, la tenuta del regime per oltre un decennio. Entrambi sono ancora saldamente al loro posto e non sembrano intenzionati a farsi da parte. Al Wall Street Journal, l’ex diplomatico statunitense Brian Naranjo ha osservato: «Sono questi due uomini a detenere oggi il controllo reale del Venezuela. Comandano le forze armate e potrebbero, se lo volessero, isolare politicamente Delcy Rodríguez in tempi rapidissimi».
Il loro comportamento sarà decisivo per stabilire se il Paese riuscirà a mantenere un minimo di equilibrio o se precipiterà nel caos. Sul territorio operano numerosi gruppi armati, inclusi guerriglieri colombiani di sinistra che hanno già condannato l’arresto di Maduro. Cabello e Padrino dovranno inoltre decidere se assecondare le richieste di Washington, comprese quelle legate all’accesso alle risorse petrolifere venezuelane. Tuttavia, i loro solidi legami con Mosca, Pechino e Teheran riducono i margini di manovra. E dopo il successo del blitz che ha portato alla cattura di Maduro e della moglie, la minaccia di un secondo intervento statunitense su scala più ampia, evocata da Trump in caso di resistenza del regime, pesa come un macigno sul futuro immediato del Venezuela.








