Jeffrey Epstein era ovunque. Aveva senz’altro una comprovata e stabile frequentazione con i massimi livelli del potere politico, economico e accademico statunitense, ma la sua rete raggiungeva anche l’Europa, l’Asia e perfino l’Africa (si parla di legami con figure vicine ai leader di Senegal e Costa d’Avorio). Per ora, al di fuori degli Usa, sono cadute teste nel Regno Unito, dove è indagato addirittura un reale, in Francia, negli Emirati Arabi Uniti, in Slovacchia, in Norvegia e in Svezia. Esiste, tuttavia, anche un filone italiano dello scandalo. E, come in tutti gli altri casi, porta proprio al centro del potere economico del Paese: la famiglia Agnelli-Elkann, la loro holding (Exor) e la loro ricchezza.
La figura centrale è Eduardo Teodorani Fabbri, figlio di Maria Sole Agnelli, sorella dell’avvocato. Cugino di secondo grado di John e Lapo Elkann, è stato top manager di Exor, Fiat, New Holland e Cnh International, ma anche un grande amico di Epstein. Nel 2010, due anni dopo la prima condanna del finanziere ebreo, questi scriveva a Peter Mandelson, esimio protagonista del partito laburista blairiano, allora primo segretario di Stato e oggi caduto anch’egli in disgrazia dopo la pubblicazione dei file: «Eduardo Teodorani e Annabelle Nielson (modella britannica morta nel 2018, moglie per un breve periodo, negli anni Novanta, del banchiere Nathaniel Rothschild, ndr) sono qui al ranch con me». Il riferimento è allo Zorro ranch, tenuta comprata da Epstein nel New Mexico, dove si sospetta possano essere state sepolte due ragazze uccise durante una sessione di sesso estremo. Quando Mandelson gli chiede lumi su chi sia, il pedofilo risponde: «Agnelli, Ferrari, Fiat, ecc».
La corrispondenza tra i due è cospicua. Teodorani si rivolge spesso al pedofilo con l’appellativo di «master», cioè «maestro». «È incinta Davina?», domanda Epstein l’1 ottobre 2011. «No, e ho scoperto che quella storia era una truffa e lui non è mio figlio, quindi buone notizie. Domani pranzo con il mio amico Mark Getty (cofondatore di Getty Images), pieno di figa», risponde il nipote di Gianni Agnelli. Sempre nel 2011, David Stern, collaboratore del principe Andrea molto presente negli Epstein files, racconta al finanziere di dover incontrare a Hong Kong colui che sta che sta costruendo «la piattaforma asiatica per la famiglia Agnelli, agendo principalmente per conto di John Elkann (Exor)». Un’altra mail mostra, nel 2012, un invito a Teodorani sull’isola degli orrori, Little Saint James. «Eduardo è uno di noi», scrive invece il finanziere a un altro dei suoi sodali, l’emiratino Sultan Ahmed bin Sulayem, nel 2013. Che cosa intenda con «uno di noi», chiaramente, non è dato sapere. Ma il miliardario di Dubai, che da pochi giorni si è dimesso da Dp World perché travolto dallo scandalo, è colui che condivise con Epstein l’ormai noto «video delle torture». «Mi piacerebbe incontrarlo», risponde Ahmed bin Sulayem. «Possiede la Ferrari», continua Epstein.
Uno dei messaggi più controversi è del 19 aprile 2015, quando Epstein scrive a un certo Jabor Y., probabilmente Sheikh Jabor Yousuf Jassim Al Thani, membro della famiglia reale del Qatar: «Shabaz potrebbe dare un’occhiata ai dettagli di Exor, la holding della famiglia Agnelli, proprietaria di Cushman. Hanno appena fatto un’offerta per una compagnia di riassicurazione la settimana scorsa, sposteranno Ferrari in spin-off quest’anno e avranno ancora Fiat Chrysler e Maserati. La maggior parte dei loro soldi è liquida, circa 15 miliardi o giù di lì». Informazioni estremamente precise: l’11 maggio successivo fu annunciata la vendita di Cushman & Wakefield, e se l’offerta di Exor per PartnerRe era effettivamente già nota qualche giorno prima della mail - compravendita poi chiusa ad agosto per 6,9 miliardi - la separazione di Ferrari dal gruppo Fca è iniziata a ottobre del 2015 e si è conclusa all’inizio del 2016. Insomma, il finanziere conosceva in anticipo le mosse della famiglia più potente di Italia. E non è difficile immaginare chi fosse a dargli queste informazioni.
«Domani se per te va bene passo a trovarti verso le 13», scrive Teodorani il 22 giugno 2016. Epstein: «Ok, da solo o con qualcosa di carino?». La replica: «Molto carina, occhi azzurri». Ma il messaggio più inquietante, soprattutto se si pensa alle note attività di Epstein, è dell’anno successivo. Il 18 gennaio 2017, Teodorani gli scrive: «Fammi sapere se vieni in Europa prima di febbraio». Il faccendiere risponde: «Parigi la prossima settimana. Mi devi un bambino/una bambina (letteralmente «you own me a bambini», una storpiatura dell’italiano simile a quella che fece Trump con Giuseppi). La figlia del tuo amico non mi ha più chiamato su Skype». Termine che torna nel 2019, pochi mesi prima dell’arresto di Epstein, quando Teodorani gli scrive: «Maestro, noi aspettiamo la bambina dalle belle caviglie con un’altra buona amica a tua scelta!!! Stanotte il Peninsula (hotel di lusso a New York, ndr) sarà il nostro quartier generale della festa!».
Ricapitolando: non solo Eduardo Teodorani ha per anni mantenuto un legame molto stretto con un uomo condannato per sfruttamento sessuale di minori, ma partecipava e organizzava feste con lui a cui invitava ragazze, si prodigava in commenti, lo aggiornava riguardo a presunte gravidanze illegittime, organizzava incontri (in una mail dice di volergli presentare Pilar Fogliati). E, con un pedofilo, parlava di bambini e bambine. Nel frattempo il finanziere, che altrove definisce Lapo Elkann un amico, aveva informazioni dettagliatissime su operazioni economiche condotte dalla Exor e da John Elkann, capo della holding di famiglia, prima che fossero annunciate. Non c’è molto altro da aggiungere: è il filone italiano dello scandalo Epstein.
L’altro ieri il presidente francese Emmanuel Macron ha commemorato il triste anniversario dell’invasione russa in Ucraina, iniziata il 24 febbraio 2022, e la scia di morte che l’ha accompagnata. Eppure, meno di ventiquattro ore dopo, l’assemblea nazionale è stata nuovamente chiamata a decidere se sdoganare o meno «l’aiuto attivo a morire». Una promessa di campagna dello stesso Macron. Il voto non era definitivo eppure ha mostrato come sia facile far saltare i cosiddetti «freni» alle derive della morte assistita, ma anche ignorare le allerte lanciate da alcune delle stesse istituzioni francesi. Il verdetto è arrivato a fine pomeriggio: 299 voti a favore e 226 contro. Poco prima, l’assemblea nazionale aveva approvato all’unanimità un progetto di legge parallelo, dedicato alle cure palliative.
Il voto sul progetto di legge che potrebbe aprire le porte alla morte assistita ha confermato la spaccatura netta che attraversa il parlamento francese. Basti pensare che, lo scorso 28 gennaio, il Senato di Parigi aveva respinto a maggioranza, 181 voti contro, 122 a favore, lo stesso progetto di legge. Il segnale dato dalla Camera alta, dove la destra de Les Républicains (Lr) è maggioritaria, era chiaro. Lo aveva sintetizzato bene una senatrice Lr, Christine Bonfanti-Dossat «con tutto quello che succede in questo momento, la morte può attendere». E invece no.
E così, tra i primi emendamenti approvati ieri ce n’era uno che ha introdotto un nuovo reato: quello dell’«impedimento o tentativo di impedimento della pratica o dell’accesso all’informazione sul suicidio assistito», in particolare attraverso «la diffusione» di «affermazioni» che potrebbero «indurre intenzionalmente in errore». I trasgressori rischiano due anni di carcere e una multa da 30.000 euro. In parallelo è stato approvato un emendamento quasi speculare, che prevede una pena di 1 anno di carcere e una multa di 15.000 euro per «l’esercizio di pressioni su una persona affinché ricorra al suicidio assistito». Appare chiara la volontà del legislatore di punire meno severamente coloro che spingessero qualcuno a ricorrere al suicidio assistito, rispetto a chi invitasse a riflettere sull’opportunità di ricorrere alla «dolce morte». Meno chiari sono invece i limiti entro i quali la critica all’aiuto attivo a morire rientri nel perimetro del diritto alla libertà di espressione e di opinione. Tra gli altri emendamenti approvati ieri, uno prevede che l’auto somministrazione della sostanza letale, sia la regola, mentre l’intervento di un terzo l’eccezione. Un altro, proposto dal governo, esclude invece che «la sola sofferenza psicologica» consenta il ricorso all’aiuto a morire.
Per Eric Martineau, deputato del partito centrista alleato dei macronisti, «l’aiuto a morire deve rimanere un’eccezione». Parole pronunciate ieri, ma che ricordano tanto quelle proferite nello stesso emiciclo, nel novembre del 1974, da Simone Veil quando di discuteva sulla legalizzazione dell’interruzione volontaria di gravidanza: «L’aborto deve restare l’eccezione». Le cose sono andate diversamente. I dati più recenti del ministero della Salute francese, hanno rivelato che, nel 2024, al di là delle Alpi, sono stati praticati 251.270 aborti. Si tratta del numero più alto da 30 anni a questa parte. Inoltre, per la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale, nel 2025 le nascite sono state inferiori ai decessi. Eppure, l’anno prima, Macron aveva fatto aggiungere alla Costituzione francese, la libertà di abortire.
Sempre ieri, Vincent Trébuchet, deputato dell’Udr partito alleato a quello di Marine Le Pen, ha dichiarato su Le Figaro Tv che «tutti gli emendamenti di buon senso sono stati respinti» dai promotori della legge che rischia di essere una delle più permissive al mondo. Va detto che i partiti francesi avevano lasciato libertà di coscienza ai parlamentari. Così sono nate delle insolite convergenze, come quella contro la legge sull’aiuto a morire, tra il Fronte di sinistra anti-abilista e il collettivo di persone malate, Les Eligibles (cioè «gli ammissibili» alla dolce morte)
Anche se pesante, il voto di ieri all’Assemblea nazionale non ha trasformato in legge il progetto. In effetti servirà ancora una nuova lettura al Senato. In seguito, è molto probabile che il progetto di legge venga esaminato da un commissione mista paritaria, composta da deputati e senatori a cui. Per finire ci sarà ancora una navetta tra le Camere.
Come visto ieri, il parlamento e la società francesi sono spaccate sul tema della fine vita e non lo considerano urgente. Eppure, nel Paese che per ancora un annetto sarà guidato da Macron, sembra che si voglia favorire la morte a tutti i costi.
Sarebbe davvero triste se, alla fine del suo secondo quinquennio all’Eliseo, si constatasse che la smania per la dolce morte sia stato l’unico modo a disposizione di Macron per far dimenticare i suoi scarsi successi in ambito nazionale e internazionale.
Lagarde si alza la paga di un altro 5,6%. E nelle mail a Epstein si legge: «È sveglia»
Non ancora con le valigie pronte - perché, si sa, la stabilità europea è un impegno che non può aspettare - Christine Lagarde avanza, imperterrita, davanti al Parlamento europeo. Tra voci di dimissioni, retroscena e speculazioni sul suo futuro, la presidente della Bce rivendica i frutti di sette anni di regno: «Anche se l’inflazione è diminuita, molti cittadini percepiscono ancora i prezzi in aumento». Insomma puoi anche convincere gli indici armonizzati, ma quando il latte costa il doppio, il cittadino comune non lo perdona.
E mentre le famiglie stringono i cordoni della borsa, i conti correnti del comitato esecutivo Bce sorridono. Come emerge dal bilancio dell’istituto nel 2025, lo stipendio di Christine Lagarde è salito a 492.204 euro, in aumento del 5,6% rispetto ai 466.092 euro del 2024. Considerando che l’inflazione è stata solo del 2% la signora presidente, sempre assai rigorosa in fatto di buste paga, si è concessa un bel bonus. Un aumento difficile da spiegare soprattutto considerando che la sua retribuzione è quattro volte più alta di quella del collega Jerome Powell che guida la Fed. Ma perchè questa differenza? C’è anche da dire che l’extra-large di Christine non è un caso isolato. Tutto il consiglio direttivo della banca si è fatto un bel regalo portando a 2,3 milioni di euro il totale dei compensi. Il vice presidente Luis de Guindos si accontenta di 421.908 euro; Piero Cipollone, Frank Elderson, Philip R. Lane e Isabel Schnabel si consolano con 351.576 euro ciascuno. La morale? Quando l’inflazione non morde, si aumenta lo stipendio. Quando morde, si alza la voce. Ma qui entra in gioco un dettaglio che merita un applauso ironico. Il nome di Christine Lagarde compare anche nelle conversazioni via mail di Jeffrey Epstein. Al finanziere pedofilo un mittente oscurato la descrive con grande sintesi e grande lusinga: «Really smart lady».
Sì, proprio così. Non «capace», non «competente», ma «proprio intelligente». E se qualcuno stava pensando a un complimento innocuo, aggiungiamo un contesto. Nelle mail di Peter Mandelson, esponente di punta del Partito laburista britannico finito in galera proprio per via dei su antichi rapporti con Epstein, il nome della Lagarde compare nella cabina di regia, insieme a Trichet e Sarkozy del cosiddetto «massacro della Grecia» del 2010. All’epoca era ministro dell’Economia in Francia. Poi, come direttore generale del Fmi, non ha certo brillato per interventi risolutivi. Eppure, il suo stipendio sale e il mondo guarda, tra ironia e incredulità, come se il tempo e i conti pubblici fossero concetti marginali rispetto al potere e alla reputazione.
Ah la Grecia. Nella sua mail di tanti anni fa Mandelson lo spiega senza mezzi termini: gli eurofans non si occupano per niente delle sofferenze della popolazione. Certi atteggiamenti non sembrano essere cambiati. Le «elite» guardano solo il loro ombelico.
«Avanti tutta», dice Lagarde, con il suo aumento del 5,6% appena approvato. La stabilità, per lei, significa crescita dei conti correnti del comitato esecutivo e continuità del proprio stipendio, mentre le famiglie contano ogni centesimo al supermercato e gli scaffali si svuotano. Un binomio perfetto tra realtà e percezione: l’inflazione «misurata» può scendere, quella «vissuta» resta in aumento.
E i file di Epstein? Non sono solo curiosità, ma un vero sigillo di intelligenza - almeno secondo il criminale che si ammantava di buone intenzioni e ospitava i potenti del mondo. «Really smart lady». Sì, ma mentre il mondo contava euro e debiti, Epstein annotava giudizi personali, che oggi risuonano quasi come una vignetta satirica in versione «noir» sulla politica europea.
Se i file di Epstein aggiungono ironia, le mail di Peter Mandelson aggiungono dramma. Lagarde, insieme a Trichet e Sarkozy, viene citata come regista del disastro greco. Un sipario tragico tra obbligazioni, piani fiscali e mercati pronti a scatenare il panico. Non solo numeri: responsabilità politica, scelte strategiche, effetti sul continente. Il tutto mentre il presidente della Bce aumenta il suo stipendio e sorride davanti alle telecamere, incurante di chi paga le conseguenze.
I cittadini europei vivono la spesa quotidiana come un campo minato: latte, pane, pasta, carne, tutto più caro di ieri. La presidente della Bce spiega che l’inflazione è diminuita, ma la percezione resta alta. È il paradosso della politica monetaria: misurata e vissuta non coincidono mai. E mentre le famiglie sospirano, Lagarde firma il proprio aumento e guarda avanti, con l’aria di chi sa di essere davvero intelligente
Così Christine Lagarde avanza sul palcoscenico europeo: stipendio in crescita, famiglie in difficoltà, Grecia al centro del dramma, file di Epstein e mail di Mandelson a testimoniare un ruolo da protagonista, silenziosa e potente. E il mondo osserva, tra ironia, incredulità e un po’ di sbalordimento: perché nella finanza internazionale, come in una commedia tragica, ci sono eroi, cattivi, spettatori e, naturalmente, «really smart ladies».
Magari Maurizio Landini, il leader maximo della Cgil, tra un corteo pro Pal e un party per il No al referendum con Elly Schlein trova il tempo di occuparsi dei lavoratori. Ieri lo hanno preso in contropiede. Già lo hanno beccato con i rider in bocca - da anni manca un contratto che riconosca la dignità del lavoro ai coscritti del pedale al servizio soprattutto delle Ztl dove s’impigrisce la gauche caviar - e ora lo inchiodano all’algoritmo che tra i tanti vantaggi ha pure quello di non avere rappresentanza sindacale.
La sentenza è tanto nuova quanto allarmante. L’ha emessa il Tribunale di Roma - il pronunciamento è il 9135 del 19 novembre 2025, ma è stato diffuso adesso con la pubblicazione della motivazione - che ha riconosciuto legittimo il licenziamento di una disegnatrice grafica sostituita dall’intelligenza artificiale, che però non è stata ancora intercettata dall’intransigenza sindacale. La dipendente di questa società che si occupa di sicurezza informatica ha perso il posto perché a causa di difficoltà economiche l’azienda ha dato corso a una ristrutturazione e ha introdotto un «operativo» basato sull’Ia che ha reso ridondante il lavoro della disegnatrice. Il giudice di fronte alle motivazioni dall’azienda non ha trovato nulla da eccepire: sussistevano reali esigenze economico-organizzative che impedivano la ricollocazione interna della dipendente.
Questa sentenza apre scenari inediti perché ormai è un dato certo che l’intelligenza artificiale distruggerà posti di lavoro. Per indorare la pillola si dice che ne creerà di nuovi o che si andrà verso la riduzione degli orari, orientamento che si sta assumendo in alcune aziende italiane come ad esempio EssilorLoxottica che sperimenta la settimana di quattro giorni. Secondo le stime dell’Fmi l’Ia impatterà sul 40% dei posti di lavoro e in Italia si prevede una riduzione tra un minimo di un milione a un massimo di 10,5 milioni di posti. Questa sentenza di Roma apre una crepa nella «grande muraglia» della Cgil che sembra arroccata sulla vecchia contrattazione, mentre Cisl e Uil si sono già poste il problema. Secondo alcuni giuslavoristi il pronunciamento del tribunale capitolino non dà luogo a licenziamenti motivati solo dal ricorso all’Ia perché deve comunque aversi il «giustificato motivo» a corroborare la legittimità dell’interruzione del rapporto di lavoro. Si citano i casi dei contabili che, una volta diventati operativi i software gestionali, sono stati ricollocati, ma non mandati a casa. È il cosiddetto principio del ripescaggio: un dipendente le cui funzioni sono sostituite da una «macchina» viene ricollocato in una funzione diversa, ma non perde né qualifica né salario. È però una foglia di fico perché se il ricorso all’Ia come nel caso giudicato a Roma, serve ad abbattere i costi (ed è sempre così) e a rendere più efficienti le produzioni, una motivazione agganciata all’equilibro di gestione dell’azienda si trova. Vengono in mente le lacrime di Elsa Fornero che molto si spende a parlare del conflitto generazionale sulle pensioni, ma che come buona parte dei sostenitori della linea Landini, poco o nulla fa per suggerire ai sindacati l’adeguamento delle norme contrattuali che prevedano, a esempio, una formazione continua in modo che il «ripescaggio» sia di fatto automatico cosicché il dipendente che è sostituito dall’Ia abbia già un posto pronto da occupare. È un tema che tocca soprattutto il lavoro giovanile: per paradosso è il più esposto alla concorrenza dell’Ia perché non può contare sul valore aggiunto dell’esperienza.
Resta il fatto che la sentenza 9135 segna a suo modo una data storica: per la prima volta l’Intelligenza artificiale prende il sopravvento su un dipendente umano. Chissà se il No di Maurizio Landini alla separazione delle carriere delle toghe vale anche per la separazione di quelle delle tute blu e dell’algoritmo.










