Era il 24 febbraio del 2025 e il premier, Giorgia Meloni, incontrava a Palazzo Chigi il Presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohamed bin Zayed Al Nahyan. Il capo del governo descriveva l’incontro come una «giornata storica», come «la prima visita di Stato» dell’Emiro di Abu Dhabi nel Belpaese. Evidenziava la firma di 40 intese bilaterali, facendo capire però che il meglio dovesse ancora arrivare: siamo nel pieno di un «work in progress», perché dei partner potenzialmente lontani hanno deciso di «condividere un importantissimo pezzo del loro cammino insieme».
Quelle che un anno fa potevano sembrare delle dichiarazioni «pompose» e di «circostanza», le iniziamo a capire meglio solo adesso. O meglio le capiremo meglio tra qualche settimana (aprile-maggio) quando verrà presentato il nuovo piano casa che vedrà coinvolta la nostra Cassa Depositi e Prestiti con alcuni dei principali fondi internazionali compreso, come anticipato dal Messaggero, Mubadala, la società statale degli Emirati Arabi Uniti.
Sotto la regia di Confindustria, che dovrebbe avere un ruolo consultivo anche nell’individuazione delle aree geografiche dove realizzare il progetto, si prevede infatti di creare nei prossimi 10 anni circa 100.000 abitazioni, tra strutture familiari e immobili di piccolo taglio, che potrebbero coinvolgere tra le 250.000 e le 300.000 persone.
L’obiettivo è duplice: da un lato raggiungere a prezzi calmierati tutta quella fascia di popolazione che pur non versando in una condizione di povertà o difficoltà, non riesce ad acquistare casa. E dall’altra fare da argine all’impazzimento dei costi nelle città a più alta densità lavorativa (da qui l’importanza del ruolo di advisor di Confindustria). Parliamo di Milano, Roma, Venezia (soprattutto per gli studenti), Genova, Firenze, Napoli ma non solo. Perché nel progetto che comunque è ancora in fieri dovrebbero entrare anche centri di media dimensione.
Centrale il coinvolgimento dell’associazione degli industriali e del presidente Emanuele Orsini che avrebbe avuto un ruolo importante nell’individuare in Mario Abbadessa l’uomo giusto per portare avanti un piano che prevede forti agganci con gli investitori internazionali. E chi meglio del manager che arriva da 10 anni alla guida di Hines, una nella principali società immobiliari al mondo?
Come senior managing director & country head Hines Italy, Abbadessa ha chiuso operazioni per circa 10 miliardi di euro con un focus importante su studentati, abitazioni per anziani, giovani coppie e logistica urbana. Milano l’epicentro, ma anche Bologna, Firenze e da poco Roma con un’attenzione particolare ai data center per l’Ia. Insomma la figura ideale anche per i rapporti con fondi internazionali e fondi pensione che potrebbero essere centrali nel progetto per la casa con Cdp. Tanto per capirci, nel capoluogo lombardo il colosso immobiliare americano ha gestito la riqualificazione della Torre Velasca e la rigenerazione dell’ex Trotto di San Siro con la costruzione di circa 700 appartamenti a canone convenzionato che copriranno circa 3.000 persone.
Il nuovo progetto prevede la nascita di un fondo immobiliare chiuso costituito da Cdp, Mubadala Investment e altri soggetti che sono in procinto di siglare accordi vincolanti. Il capitale iniziale raggiungerà quota 10 miliardi e con la leva (cioè l’indebitamento) raddoppierà a quota 20.
Nonostante il coinvolgimento di Cassa Depositi e Prestiti, si tratta di un progetto che avrà un preponderante coinvolgimento dei privati. Di Mubadala si è detto, ma chi è vicino al dossier evidenzia come ci siano diversi investitori internazionali con lo stesso standing del fondo sovrano degli Emirati Arabi che contribuiranno con risorse molto rilevanti.
E qui torniamo al ruolo fondamentale del presidente del Consiglio nell’intrecciare relazioni internazionali che hanno creato un rapporto di fiducia con interlocutori che non sempre hanno visto nell’Italia un partner amico.
Da chiarire che il progetto che vede come protagonista Cassa Depositi e Prestiti e il fondo sovrano degli Emirati Arabi Uniti non ha nulla a che vedere con il famoso piano casa di cui più volte ha parlato il ministro dei Trasporti Matteo Salvini che invece sarà finanziato soprattutto con fondi pubblici e punterà su quella che viene definita edilizia popolare.
Parliamo di due strategie che viaggiano in parallelo e che avranno anche target ed evidentemente protagonisti differenti.
- Il premier condanna le esternazioni del presidente americano sullo scarso contributo dei Paesi Nato dopo l’11 settembre: «Noi rimasti indietro? Abbiamo attivato l’articolo 5 per la prima volta nella storia. L’amicizia deve fondarsi anche sul rispetto».
- Il Cairo: «Unica strada per la stabilità nella Striscia». La Tunisia si chiama fuori.
Lo speciale contiene due articoli
Il primo segnale di attrito tra Roma e l’amministrazione statunitense arriva dalle parole del presidente Donald Trump, che ha accusato gli alleati della Nato di essere «rimasti indietro durante le operazioni in Afghanistan». Un giudizio che ha provocato una reazione formale del governo italiano, guidato da Giorgia Meloni, deciso a respingere qualsiasi lettura riduttiva del contributo fornito dall’Italia alla missione internazionale. In una nota ufficiale, Palazzo Chigi ha ribadito che «Italia e Stati Uniti sono legati da una solida amicizia, fondata sulla comunanza di valori e sulla collaborazione storica, ancora più necessaria di fronte alle molte sfide in atto. Ma l’amicizia necessita di rispetto, condizione fondamentale per continuare a garantire la solidarietà alla base dell’Alleanza atlantica».
Una puntualizzazione che richiama esplicitamente il principio politico su cui si fonda la cooperazione transatlantica. La dichiarazione governativa ricostruisce inoltre il contesto storico dell’impegno italiano in Afghanistan, ricordando che «dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, la Nato ha attivato l’Articolo 5 per la prima e unica volta nella sua storia: un atto di solidarietà straordinario nei confronti degli Stati Uniti». In quell’operazione, sottolinea il governo, «l’Italia rispose immediatamente insieme agli alleati, dispiegando migliaia di militari e assumendo la piena responsabilità del Regional command west, una delle aree operative più rilevanti dell’intera missione internazionale».
Nel bilancio di quasi vent’anni di presenza sul terreno, Roma rivendica un sacrificio umano e operativo che «non si può mettere in dubbio»: «53 soldati italiani caduti e oltre 700 feriti mentre erano impegnati in operazioni di combattimento, missioni di sicurezza e programmi di addestramento delle forze afghane». Da qui la conclusione netta: «Per questo motivo, non sono accettabili affermazioni che minimizzano il contributo dei Paesi Nato in Afghanistan, soprattutto se provengono da una nazione alleata».
Il confronto con Washington si inserisce in un quadro diplomatico più ampio, che nelle ultime ore ha visto emergere anche una richiesta statunitense sul dossier mediorientale. Secondo quanto riferito da Bloomberg, gli Stati Uniti avrebbero chiesto all’Italia di aderire, in qualità di membro fondatore, alla Forza internazionale di stabilizzazione per Gaza (Isf), il dispositivo promosso su mandato del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per accompagnare la fase di ricostruzione e il ripristino delle garanzie di sicurezza nella Striscia. Stando alle ricostruzioni, la Casa Bianca non avrebbe sollecitato l’invio di truppe italiane sul terreno, ma un sostegno politico e finanziario nella fase iniziale del processo di stabilizzazione. La proposta si affianca al progetto del Consiglio di pace, organismo al quale l’Italia, almeno per ora, non intende aderire.
A chiarire la linea del governo è stata la stessa Giorgia Meloni, intervenuta al vertice intergovernativo Italia-Germania. Il presidente del Consiglio ha definito lo statuto del Consiglio «incostituzionale» nella sua formulazione attuale, spiegando di aver sollevato la questione direttamente con Trump e di aver chiesto una possibile revisione «per andare incontro alle esigenze dell’Italia e di altri Paesi europei». Sul terreno, intanto, il cessate il fuoco nella Striscia di Gaza resta formalmente in vigore ma politicamente fragile. Hamas ha annunciato l’intenzione di continuare a rispettare la tregua, rivolgendosi ai partecipanti del Forum economico di Davos con un messaggio politico esplicito: fermare le minacce e concentrarsi su misure concrete di stabilizzazione. Tra le priorità indicate figurano l’apertura di tutti i valichi di frontiera, il ritiro delle Forze di difesa israeliane dalla Striscia e l’avvio di un piano di ricostruzione globale. Il gruppo jihadista ha inoltre chiesto al Board of Peace di intervenire per aumentare il flusso degli aiuti umanitari che peraltro arrivano in grande quantità e che Hamas ruba e rivende. A ribadire la precarietà politica dell’accordo è stato il portavoce Hazem Qassem, che ha accusato Israele di ostacolare deliberatamente le iniziative di pace presentate da Trump. Qassem ha riaffermato che le armi della «resistenza» non sono negoziabili, perché concepite per contrastare l’occupazione e difendere la terra e i luoghi santi, sancendo così, almeno sul piano pubblico, il rifiuto della richiesta israeliana di disarmo delle ali militari di Hamas come condizione per procedere alle fasi successive dell’intesa.
Sul fronte diplomatico, è attesa nei prossimi giorni una nuova iniziativa statunitense. Gli inviati della Casa Bianca Steve Witkoff e Jared Kushner sono arrivati ieri pomeriggio in Israele per incontrare il primo ministro Benjamin Netanyahu. Secondo il portale Ynet, il confronto dovrebbe concentrarsi sulla possibile riapertura del valico di Rafah, snodo cruciale tra l’Egitto e la Striscia. Fonti citate dai media israeliani riferiscono che Washington starebbe sollecitando Israele ad autorizzare l’apertura del valico anche prima del rientro del corpo dell’ultimo ostaggio israeliano ancora trattenuto a Gaza, Ran Gvili, assicurando che verranno messi in campo «tutti gli sforzi possibili» per favorire il recupero dei suoi resti.
Paesi arabi divisi sul Board di pace L’Egitto c’è. Scintille Pakistan-India
La composizione del Board of Peace per Gaza sta prendendo forma e l’amministrazione statunitense ha già coinvolto diverse nazioni musulmane. Egitto, Pakistan, Arabia Saudita, Qatar, Giordania, Turchia, Bahrein, Marocco, Kuwait, Indonesia ed Emirati Arabi Uniti, per bocca dei loro ministri degli Esteri, hanno già dato la loro disponibilità a partecipare al consiglio guidato da Donald Trump.
Nel mondo arabo e musulmano la creazione di questo Board non ha suscitato le stesse reazioni, che cambiano da nazione a nazione. L’Egitto, gigante geopolitico regionale, ha accolto con grande favore l’invito giunto da Washington. L’ambasciatore Nabil Habashi, viceministro degli Affari esteri con una lunga esperienza spesa fra Europa e Medio Oriente, ha riferito: «La Repubblica araba d’Egitto apprezza l’invito da parte del presidente degli Stati Uniti al suo omologo Abdel Fattah al-Sisi di entrare nel Consiglio per la pace. L’Egitto apprezza molto la leadership di Trump, soprattutto per l’impegno nel porre fine alla guerra a Gaza e nel ristabilire sicurezza, pace e stabilità in tutto il Medio Oriente. La nostra nazione ha sempre lavorato insieme agli Stati Uniti per consolidare il cessate il fuoco, permettere la fornitura di assistenza umanitaria e per dispiegare una forza internazionale di stabilizzazione. L’Egitto ha anche presentato un piano per la ricostruzione di Gaza e per l’avanzamento di un percorso verso il raggiungimento di una pace duratura e il rispetto del diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione e alla sovranità, l’unica strada per una vera stabilità regionale».
Molto positiva anche la reazione del Pakistan, come sottolinea Mohammad Ishaq Dar, ministro degli Esteri di Islamabad. «Il Pakistan è pronto a unirsi al Board of Peace del presidente Trump per contribuire al raggiungimento di una pace duratura a Gaza. Ci auguriamo che verranno compiuti passi concreti e rapidi per permettere ai gazawi di vivere pacificamente. All’incontro di Davos ha partecipato il maresciallo Generale Asim Munir per comprendere quale possa essere l’impegno militare richiesto. Questo impegno dimostra la grande considerazione di cui gode il Pakistan e il suo ruolo da mediatore internazionale. Altre nazioni non hanno voluto partecipare, ma hanno rifiutato soltanto per arroganza e senza comprendere il momento storico per l’umanità».
Il riferimento al passo indietro fatto dall’India appare palese e Islamabad non perde occasione per attaccare lo storico rivale. Molto diversa la reazione della Tunisia, una nazione che non è nella lista dei Paesi partecipanti. Mohamed Ali Nafti, guida la politica estera di Tunisi, conferma la posizione: «La Tunisia vanta una lunga amicizia e vicinanza con il popolo palestinese, l’Olp di Yasser Arafat nel 1982 aveva scelto la nostra capitale come sede dopo aver lasciato Beirut, dove furono colpiti dai bombardamenti nel 1985 con decine di vittime anche tunisine. Il nostro pensiero per Gaza è sempre stato chiaro e si concretizza nel sostegno alla lotta del popolo palestinese e al suo diritto all’istituzione di uno Stato indipendente e pienamente sovrano sull’intero territorio palestinese, con capitale Gerusalemme. Apprezziamo gli sforzi che hanno portato al raggiungimento di un accordo di cessate il fuoco a Gaza, dopo due anni di sistematici crimini di genocidio che hanno provocato una catastrofe umanitaria. Ci auguriamo che l’accordo sia permanente, ma il raggiungimento di un accordo di cessate il fuoco non deve oscurare la responsabilità della comunità internazionale. La Tunisia rifiuta qualsiasi tentativo di sfrattare il popolo palestinese dalla sua terra e di liquidare la sua giusta causa. Per tutti questi motivi non crediamo che il cosiddetto Consiglio creato dagli Stati Uniti che non coinvolge i palestinesi di Gaza, non debba parlare per loro».
Il conto alla rovescia è ufficialmente scattato. Mancano pochi giorni all’apertura del 6 febbraio delle Olimpiadi Milano Cortina 2026 e la regina delle Dolomiti è pronta a entrare nel vivo del suo inverno più atteso. Con lo charme e la sicurezza di chi è abituata a stare sotto i riflettori, Cortina è pronta ad aprire le danze.
Tra Corso Italia e le cime del Cristallo, delle Tofane, del Faloria e delle Dolomiti tutte che l’abbracciano, circola già un’energia diversa: l’aria è elettrica, (ancora) più frizzante del solito. Non si vede, ma si respira al volo e si sente a pelle che qualcosa di unico e memorabile sta per succedere. Allo stesso tempo, però, l’atmosfera ampezzana - a tocchi alpina e a tocchi glamour - non è evaporata nel nulla, resta più intensa che mai.
Novità e tradizione sembrano trovarsi a metà strada, in un equilibrio affascinante, in un irresistibile gioco di contrasti, che attira e coinvolge atleti, curiosi, vacanzieri sportivi e mondani. Durante i Giochi Cortina punta a strizzare gli occhi a tutti quanti, senza escludere nessuno e senza risparmiarsi; e punta ad attirare sguardi e attenzioni, alzando il sipario su una sfilata di debutti e conferme.
In quota la stagione è partita sotto le migliori stelle, tra il tutto esaurito dell’Immacolata e la super affluenza del periodo di Natale. E adesso, con il favore delle temperature - si spera - più basse, intende proseguire sempre meglio.
Con il via delle Olimpiadi, la ski-area non si fermerà: tutte le aree non direttamente coinvolte dalle competizioni continueranno ad accogliere sciatori e appassionati, dalle iconiche 5 Torri al Lagazuoi, passando per Col Gallina, Faloria e Cristallo, San Vito di Cadore, Auronzo e Misurina, Skyline e Olympia-Pocol. Tra discese e risalite, sicurezza, accessibilità e sostenibilità diventeranno centrali, complici l’introduzione dell’obbligo di casco per tutti, formule e tariffe di skipass ad hoc, potenziamento dei trasporti e rinnovamento degli impianti. A partire dalla nuova cabinovia Lacedel Socrepes - 53 cabine da dieci posti, una portata di 3mila persone all’ora e un comfort pensato per ridurre l’attesa e aumentare il piacere della giornata sulla neve - per arrivare al potenziamento della rete elettrica alle Tofane, ora tra le più avanzate al mondo. Ma Cortina, si sa, non vive di solo sci. L’inverno olimpico accende le luci anche su intrattenimento e dolce vita. In Faloria debutta il Super G Faloria Mountain Club, dove musica, performance live e cucina d’autore incontrano e rivoluzionano l’après-ski su una terrazza affacciata sulle Dolomiti (www.lovesuperg.com/cortina).
«Al Super G il classico aprés-ski, ormai superato, diventa un’esperienza completa, unica, inclusiva, adatta a giovanissimi e a famiglie, a chi vuole una birra o un spritz, a chi cerca un club esclusivo e a chi, soprattutto, dopo due o cinque ore di sci sogna di godersi la vita e il panorama in quota» afferma soddisfatto Andrea Baccuini, anima e mente del format, già presente a Courmayeur, Cervinia e Madonna di Campiglio. Alle Tofane la risposta arriva dallo Chalet Franz Kraler, che ha appena inaugurato a braccetto con il Club Moritzino uno spazio su tre livelli, impreziosito da una scenografica cantina sospesa in vetro e acciaio. Anche in paese fioccano le novità. Fresco di re-apertura, l’hotel Ancora Cortina (www.ancoracortina.com). Cinque stelle lusso, 38 camere, ristorante di livello, SPA di 200 mq, posizione insuperabile (Corso Italia 62), interior design curato dallo studio Charles & Co, guidato da Vicky Charles, già design director di Soho House, e firmato da Renzo Rosso. L’imprenditore, nel rilanciare lo storico indirizzo, partiva dalla visione tanto semplice quanto illuminata di «creare un luogo che sorprendesse al primo sguardo, ma che facesse anche sentire a casa». Obiettivo raggiunto, bersaglio centrato.
A due passi, un’altra novità: The Roof Cortina. Si trova all’ultimo piano de La Cooperativa e, dalla colazione al dopocena, invita ad assaggiare piatti e calici di qualità con vista privilegiata sulle Dolomiti (www.theroofcortina.com). Da poche settimane, poi, è approdato all’interno del The First Cortina il rinomato ristorante fusion Zuma, che in tavola serve un’inedita combinazione: la freschezza del minimalismo giapponese abbinata al calore della tradizione alpina. Info: skipasscortina.com; noleggio attrezzatura da sci: www.jgorskiandmore.com.
Il sistema italiano di tutela minorile presenta criticità strutturali rilevanti, soprattutto nella gestione dei sospetti di abuso o maltrattamento, fondate su indicatori deboli, isolati o interpretazioni soggettive di comportamenti infantili, come la produzione grafica. In numerosi casi documentati, l’intervento dei servizi sociali e dell’autorità giudiziaria minorile si è tradotto in misure drastiche e irreversibili, quali l’allontanamento immediato del minore dal nucleo familiare, con conseguenze traumatiche gravi e durature, successivamente riconosciute come ingiustificate.
L’interpretazione dei disegni infantili rappresenta uno degli ambiti più problematici. La letteratura scientifica in ambito psicologico e neuroevolutivo concorda nel ritenere che un unico disegno del bambino non possa essere considerato un indicatore probatorio isolato di abuso sessuale o maltrattamento. I contenuti grafici infantili sono il risultato di un complesso processo di interiorizzazione di stimoli ambientali, culturali e mediatici. I bambini crescono immersi in un flusso continuo di immagini provenienti da televisione, cinema, pubblicità e dispositivi digitali; tali immagini, spesso a contenuto sessualizzato, possono essere assorbite inconsciamente e rielaborate in forme espressive prive di consapevolezza semantica.
In una società che produce e distribuisce materiale pornografico su scala industriale, senza efficaci meccanismi di filtro o censura, l’esposizione accidentale dei minori a contenuti espliciti è un evento statisticamente plausibile. Il bambino entra nella stanza dove il nonno o il fratello maggiore sta guardando un porno in una società che produce i porno e non ne permette la censura. Il porno è in questo momento la maggio industria di intrattenimento mondiale. Vede una scena appunto pornografica e ne resta sconvolto. Il guardatore di porno se ne accorge e gli raccomanda di non dire niente. Il giorno dopo a scuola il ragazzino fa un disegno che rappresentala scena che ha visto, e che lo ha sconvolto, la maestra è scandalizzata.
A quel punto lui si ricorda che gli è stato raccomandato di non dire niente e dice: «Oh, no, non dovevo dire niente». In un Paese normale si convocano la madre e il padre e si cerca di capire cosa è successo. In Italia il bambino potrebbe non tornare a casa, essere consegnato ai carabinieri e poi in una casa famiglia. L’osservazione occasionale di una scena pornografica può generare turbamento emotivo e lasciare tracce mnestiche che emergono successivamente sotto forma di rappresentazioni grafiche. Tali rappresentazioni, se considerate isolatamente e fuori contesto, non consentono alcuna inferenza attendibile circa l’esistenza di abusi reali.
Le linee guida internazionali in psicologia forense stabiliscono che i disegni infantili acquisiscono eventuale valore clinico solo se inseriti in una valutazione longitudinale, basata su ripetitività tematica, persistenza nel tempo, coerenza con altri indicatori comportamentali e osservazioni condotte in ambienti emotivamente stabili e non coercitivi. L’uso di un singolo disegno come trigger per l’attivazione di procedure invasive costituisce una violazione dei principi di proporzionalità, prudenza e minimizzazione del danno. Ciononostante, la prassi operativa in diversi casi italiani ha seguito una logica opposta.
Episodi come quelli avvenuti a Basiglio (2008-2011), Ceccano (2020) e altri casi analoghi dimostrano come il sospetto iniziale, spesso basato su segnalazioni scolastiche non verificate, abbia condotto all’applicazione dell’art. 403 del codice civile con allontanamenti immediati e coatti. In tali circostanze, forze dell’ordine e assistenti sociali sono intervenuti nelle abitazioni familiari senza un adeguato accertamento preliminare, determinando la separazione traumatica dei minori dai genitori. Le successive assoluzioni con formula piena dei genitori coinvolti attestano l’infondatezza delle accuse iniziali, ma non riparano i danni psicologici subiti dai bambini.
L’allontanamento forzato costituisce un trauma acuto: la letteratura neuroscientifica evidenzia come la separazione improvvisa dalle figure di attaccamento possa provocare congelamento emotivo, disregolazione affettiva e alterazioni persistenti dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene. Tali esiti aumentano il rischio di psicopatologie, disturbi psicosomatici e, secondo alcuni studi, anche di patologie degenerative nel lungo periodo. Il caso di Angela, avvenuto nel 1995, rappresenta uno degli esempi più emblematici. Un disegno interpretato soggettivamente come simbolo sessuale, senza alcuna verifica interdisciplinare, ha innescato una procedura di sottrazione immediata della minore dal contesto familiare.
Gli interrogatori prolungati e suggestivi condotti in stato di forte stress emotivo hanno favorito la costruzione di false memorie, fenomeno ampiamente documentato in psicologia cognitiva. La condanna in primo grado del padre, seguita dall’assoluzione in appello, non ha impedito l’adozione definitiva della bambina da parte di un’altra famiglia, rendendo irreversibile la frattura affettiva originaria. Dal punto di vista logico-giuridico, l’operato delle istituzioni appare incoerente. In presenza del sospetto che l’autore dell’abuso sia uno dei genitori, la misura meno invasiva e più razionale sarebbe l’allontanamento cautelare del presunto responsabile, mediante divieto di avvicinamento, lasciando il minore nel proprio ambiente di vita. Questa soluzione ridurrebbe drasticamente il trauma, eviterebbe l’inquinamento mnestico e non comporterebbe costi economici per l’erario, a differenza dell’inserimento in comunità o famiglie affidatarie retribuite.
La scelta sistematica della rimozione del minore sembra invece fondata su presupposti ideologici: la presunzione implicita di colpevolezza del padre, la presunta collusione o inadeguatezza della famiglia e la sfiducia nella sua capacità di gestire la situazione. Quando ci sono prove certe di abusi gravi, il bambino deve essere allontanato: per inciso in questi casi i bambini vedono l’allontanamento come una liberazione. I bambini non sono scemi. Quando il bambino piange e urla che vuole andare dalla mamma, che vuole che mamma vada a prenderlo, è il caso di starlo a sentire. Ove si sospetti che il bambino sia abusato da, per esempio il padre, il bambino resta dove è e fino a quando le indagini non sono completate, e con grandissima discrezione, con una qualche scusa lavorativa, si allontana il padre con divieto di avvicinamento. Non ci sono traumi. Se è un errore, come spesso è, i bambini non subiscono traumi. Non costa un centesimo all’erario.
Vedo l’orrore davanti a questa proposta sulla faccia di assistenti sociali e psicologhe. Ma lasciando il bambino dove è lo si espone a inquinamento del ricordo: sicuramente la mamma o altri si precipiteranno a dirgli che no, non è vero, ha capito male, e così via. Questo timore si basa su due pregiudizi : il padre è sicuramente colpevole, la famiglia è sicuramente collusa, e se anche non fosse collusa, è incapace di affrontare la situazione e farà pasticci. Nella realtà, la famiglia nella maggioranza dei casi vuole bene al bambino, è perfettamente in grado di capire se riceve spiegazioni chiare e logiche su come si deve comportare. La famiglia deve essere sostenuta, tutti i suoi membri devono essere inseriti in un programma serrato di colloqui, sia per appurare la verità, sia per indicare come sostenere il bambino. Anche nel caso che qualcuno cerchi di influenzare il bambino, di «tappargli la bocca» con promesse o minacce, è molto più facile arrivare alla verità senza allontanare il bambino.
Paradossalmente, è proprio l’allontanamento forzato a creare le condizioni per la contaminazione del ricordo e la suggestione, poiché il bambino, isolato e terrorizzato, diventa estremamente vulnerabile a pressioni e narrazioni indotte. È pertanto necessario un intervento normativo urgente che introduca responsabilità civili e penali effettive per assistenti sociali e magistrati in caso di decisioni manifestamente infondate o negligenti. Deve essere garantita in ogni fase la presenza dell’avvocato della famiglia e devono essere rigidamente applicate le regole del colloquio forense con minori, che escludono interrogatori coercitivi, ripetitivi e suggestivi. La tutela del minore non può coincidere con la distruzione preventiva della sua famiglia. Uno Stato che si proclama garante dei diritti dell’infanzia non può continuare a finanziare e legittimare pratiche che producono traumi irreversibili su basi probatorie fragili e interpretazioni soggettive. La protezione autentica passa attraverso prudenza, competenza scientifica, proporzionalità dell’intervento e rispetto rigoroso del principio di non nuocere.










