Bilanci non pubblicati e finanziatori anonimi. L’Associazione nazionale magistrati, il sindacato delle toghe, non brilla per trasparenza. E per questo è finita nel mirino del governo a causa della raccolta fondi del comitato «Giusto dire no», che è una sorta di costola dell’Anm e sostiene la campagna referendaria. Sul suo sito è possibile fare donazioni da 10-20-50-100 euro dichiarando di «non ricoprire attualmente incarichi politici e di partecipare alla donazione in qualità di privato cittadino» e di avere preso visione dell’informativa sulla privacy. In cui è espressamente evidenziato che «non è prevista alcuna forma di diffusione dei dati» dei finanziatori.
Adesso, però, in risposta a un’interrogazione di Enrico Costa, deputato di Forza Italia, Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del ministero della Giustizia, ha inviato al presidente dell’Anm Cesare Parodi una nota con cui chiede di valutare «l’opportunità di rendere noto alla collettività, nell’ottica di una piena trasparenza, gli eventuali finanziamenti ricevuti dal comitato “Giusto dire no” da parte di privati cittadini».
Parodi, a stretto giro, ha replicato che il comitato «è solo stato promosso dall’Anm, ma è soggetto, anche giuridico, assolutamente autonomo».
Difficile da sostenere: il gruppo, da statuto, ha la sede legale negli uffici del sindacato (all’interno della Corte di cassazione) e i suoi dirigenti sono tutti magistrati (in attività o in quiescenza), a parte il presidente onorario, il costituzionalista Enrico Grosso.
Sono toghe in servizio il presidente (Antonio Diella), la vice (Marinella Graziano), il segretario (Gerardo Giuliano) e la tesoriera (Giulia Locati). Il Consiglio direttivo è composto da sei toghe, per la maggioranza in pensione. Secondo le nostre fonti tutti o quasi tutti sono iscritti all’Anm che, come i sindacati, ha anche una sezione pensionati.
Il presidente dell’Anm, Parodi, è uno dei soci che ha costituito il comitato.
Nella sua interrogazione del 13 gennaio scorso, Costa cita un articolo dello statuto che stabilisce che «alle riunioni del Consiglio direttivo partecipa, senza diritto di voto, anche il responsabile della comunicazione dell’Anm».
Il segretario di quest’ultima, Rocco Maruotti, ha anche confermato che l’associazione ha finanziato il comitato e ha dichiarato che «Giusto dire no» avrebbe «raccolto contributi da migliaia di cittadini che hanno aderito liberamente» e che, parallelamente, «l’Anm ha deliberato mesi fa uno stanziamento massimo fino a 500.000 euro».
Costa offre una sintesi del rapporto Anm-comitato che rende particolarmente scricchiolante la versione di Parodi: «Il comitato “Giusto dire No”, promosso dall’Anm, indirizzato organicamente dall’Anm, con sede presso l’Anm, finanziato dall’Anm, gode anche di finanziamenti ulteriori e privati; pertanto i magistrati in servizio iscritti all’Anm, attraverso i loro organi rappresentativi, promuovono, indirizzano e finanziano il comitato attraverso le quote associative, e sono affiancati da soggetti privati che contribuiscono economicamente a pagare le iniziative». Per il deputato «questo schema crea uno stretto legame, non solo politico, ma anche formale tra magistrati in servizio iscritti all’Anm e privati sostenitori che finiscono per praticare una forma di finanziamento indiretto all’Anm, in quanto finanziano il “suo” comitato».
conflitto di interessi
Di fronte a questa ricostruzione difficilmente contestabile Costa è assalito da un dubbio: «Che cosa accadrebbe ove un magistrato iscritto all’Anm si trovasse di fronte, nella propria attività in tribunale, un finanziatore del comitato? Si asterrebbe “per gravi ragioni di convenienza”? E che cosa accadrebbe se si trovasse a discutere un procedimento in cui sono parti contrapposte un finanziatore del No e un sostenitore del Sì?».
Il parlamentare ricorda che «c’è una ragione se i magistrati in servizio non possono essere iscritti a partiti politici» e, a suo giudizio, con questa campagna, verrebbero messe in discussione «l’imparzialità dei giudizi» e «la credibilità della giustizia, comunque vada il referendum».
Infine Costa prevede che «fioccheranno le richieste di astensione “per gravi ragioni di convenienza”».
In coda all’interrogazione il deputato Costa ha chiesto a Nordio quali iniziative intendesse assumere «affinché sia garantita l’imparzialità dei magistrati nei confronti di tutti i soggetti impegnati nella campagna referendaria».
Nordio, a proposito del «potenziale conflitto tra magistrati in servizio iscritti all’Anm e privati sostenitori che finirebbero per praticare una forma di finanziamento indiretto», ha annunciato che, per poter fornire risposta, avrebbe sottoposto «all’Anm la richiesta confidando nella piena trasparenza dell'associazione», come in effetti è accaduto.
La richiesta del ministero ha scatenato la reazione del Fronte del No, che teme schedature e definisce l’iniziativa di via Arenula qualcosa che «sa di liste proscrizione».
Parodi ha spiegato che sul sito del comitato «è riportata in modo trasparente ogni cosa, compreso lo statuto» e, rispondendo alla Bartolozzi, ha aggiunto: «Se necessitasse di informazioni più puntuali, che io non posseggo, non posso che rimandarla ai rappresentanti del comitato. Annoto solo che la sua richiesta di rendere pubblici dati di privati cittadini ritengo sia contrario alla salvaguardia della loro privacy».
La responsabile Giustizia del Pd, Debora Serracchiani, ha definito quello del ticket Nordio-Bartolozzi «un atto molto grave che tradisce il nervosismo che si respira nei palazzi del governo». Per la deputata «si mette in discussione la libertà di partecipazione e si alimenta un clima di pressione nei confronti della magistratura e dei cittadini che voteranno no». La Serracchiani conclude con questo slogan: «Le istituzioni e il popolo sovrano si rispettano, non si intimidiscono».
Anche i senatori dem hanno scritto al Guardasigilli, paventando rischi di «interferenza» e «delegittimazione», e hanno chiesto di sapere «sulla base di quale presupposto giuridico» abbia agito per chiedere le liste.
documenti non pubblici
Ma il vero problema di trasparenza dell’Anm, come abbiamo scritto all’inizio, riguarda i bilanci, per cui non c’è obbligo di pubblicazione.
Come gli altri sindacati, a partire dalla Cgil, l’associazione dei magistrati preferisce non mettere online i propri conti.
Che sono così asfittici che hanno costretto i vertici ad aumentare, a partire da ottobre, la quota associativa da 10 a 15 euro. Questo significa che, considerando la platea di 9.500 toghe, le entrate, nel 2026 dovrebbero essere di circa 1,7 milioni di euro.
L’ultimo bilancio approvato è stato quello del 2024, quando la gabella era di 10 euro.
Ed è stato un bilancio in profondo rosso.
Lo hanno denunciato i magistrati di Articolo 101, le toghe fuori dalle correnti, che, avendo due consiglieri nel parlamentino dell’Anm, hanno potuto visionare i conti. E per questo hanno denunciato la crescita della voce «Spese riunioni», dovuta, in gran parte, al costo dell’organizzazione del 36° Congresso nazionale di Palermo. Per gli esponenti di Articolo 101, la kermesse «ha comportato un’allarmante erosione del saldo contabile del conto “Depositi bancari e postali”, che è passato da 666.936,75 del 2023 a 82.208,01 euro del 2024, con un decremento in valore assoluto di 584.728,74 euro e dell’87,67 % in valore percentuale».
Il bilancio di esercizio dell’anno 2024 si è chiuso con «una perdita di 589.741,47 euro» e ciò ha reso indispensabile la rottura del salvadanaio.
Il disavanzo ha allarmato anche i revisori contabili, i quali hanno definito «notevole l’entità della perdita, tenuto conto che, negli anni in cui non vi è stata attività congressuale, gli attivi di bilancio hanno comportato una media di incrementi di 150.000 euro annui».
Le previsioni dei membri di Articolo 101, prima dell’aumento della quota associativa (a cui si sono opposti), erano infauste: «Il prevedibile ulteriore impegno di spesa per l’anno in corso - di eguale, se non superiore, entità - in vista della stagione referendaria, non consentirà di ripianare la perdita dell’attuale esercizio prima del quadriennio».
consulenza contestata
Nella loro analisi, i revisori hanno anche suggerito di «valutare previsioni di spesa, anche con l’esame di una pluralità di offerte, nell’affidamento di incarichi esterni». Essì, perché i magistrati avrebbero siglato nel 2024 un dispendioso contratto con una società di consulenza chiamata a individuare un nuovo broker assicurativo per la copertura della responsabilità civile e delle spese sanitarie.
Alla fine il broker è stato trovato, ma l’Anm ha dovuto pagare 85.400 euro e tale esborso ha determinato un incremento percentuale del 49,16% delle spese per «Servizi amministrativi».
A fronte di tale «incontrollata lievitazione delle spese», per i membri di Articolo 101, alla presentazione dell’ultimo bilancio, non risultava «adottata alcuna concreta iniziativa volta a garantire sostegno ai soci in difficoltà».
I revisori hanno, infatti, invitato la Giunta esecutiva centrale dell’Anm «ad attuare e incrementare le attività assistenziali e di sostegno agli aderenti all’Anm, specialmente in caso di gravi eventi e patologie».
I consiglieri fuori dalle correnti hanno anche chiesto di fissare «un limite massimo di destinazione agli investimenti speculativi delle giacenze di conto» (le riserve così «congelate» ammonterebbero a circa 800.000 euro).
Insomma, i giudici sembrerebbero più attenti a congressi e investimenti che a occuparsi dei soci in difficoltà.
L’incubo dei cristiani in Africa non finisce mai e in queste ultime settimane rapimenti e omicidi sono cresciuti in maniera esponenziale. La Nigeria è stata l’epicentro della maggior parte delle violenze dei terroristi islamici che hanno colpito in molti stati della nazione federale africana. Abuja ha sempre avuto problemi nelle aree settentrionali a maggioranza musulmana dove Boko Haram, un’organizzazione terroristica nativa della Nigeria, colpiva indiscriminatamente con assassinii e rapimenti, soprattutto di giovani studentesse da convertire all’Islam.
Oggi Boko Haram si è divisa e la parte originaria ha preso il controllo delle rive del lago Ciad, mentre un grosso gruppo secessionista si è unito allo Stato Islamico, nel network chiamato Iswap (Islamic State of Wesr Africa). Anche al-Qaeda ha fatto proselitismi in Nigeria ed ha iniziato a colpire con forza da ottobre 2025 con i combattenti del Gruppo di Sostegno all’Islam e ai Musulmani (Jama'at Nusrat al-Islam wal-Muslimin-JNIM).
Uccisioni, saccheggi, incendi e rapimenti sconvolgono ormai anche le regioni centrali, a maggioranza cristiana, dove chiese e complessi parrocchiali sono diventati un obiettivo primario. L’offensiva più violenta ha colpito gli stati di Kwara e Kaduna, due aree che erano state solamente sfiorate dal jihadismo, ma che dimostrano come il fenomeno sia ormai incontrollabile. L’ultimo episodio, avvenuto pochi giorni fa, ha visto il rapimento di una trentina di persone nel villaggio di Kugir, al confine fra Kaduna e il territorio federale della capitale Abuja, compreso il catechista dello locale chiesa di San Giuseppe e la moglie al settimo mese di gravidanza. Il giorno precedente un gruppo di uomini armati aveva rapito 11 persone, compreso un sacerdote, uccidendone altre 3, nell’area del governo locale di Kajuru, una serie di crimini confermati dall’arcidiocesi cattolica di Kafanchan che ha dichiarato che il rapito è padre Nathaniel Asuwaye, parroco della Chiesa della Santa Trinità di Karku.
Il 4 febbraio nel villaggio di Woro, nello Stato di Kwara, si è verificato uno dei peggiori attacchi della storia nigeriana, con la strage di 174 persone, massacrate a colpi di mitra per le strade della cittadina, dove i gruppi armati hanno anche incendiato abitazioni e negozi, devastando totalmente il villaggio. Woro era abitato in prevalenza da musulmani ed i terroristi erano arrivati il giorno precedente con l’obiettivo di reclutare nuovi adepti. Al rifiuto della popolazione locale di arruolarsi sono tornati massacrando tutti, accusandoli di essere degli infedeli. «Non esiste nessun altro paese nel quale 10 persone vengono uccise il lunedì, 50 il martedì, 100 rapite il mercoledì. E questo continua ogni settimana. Come può un Paese andare avanti in questo modo? Come può essere ignorato?». Lo sfogo di monsignor Matthew Hassan Kukah, vescovo di Sokoto, fotografa in pieno una situazione fuori controllo che vede il gigante africano sempre più preda del terrorismo islamico. In Nigeria nel 2025 sono state quasi 4000 le vittime per motivi di fede, stando all’ultimo rapporto di Open Doors, con la nazione africana che si conferma l’epicentro mondiale delle violenze contro i cristiani, rappresentando il 70 per cento del totale globale.
La Nigeria rientra tra gli stati con un livello estremo di persecuzione e negli ultimi mesi si sono moltiplicati i rapimenti di sacerdoti, fedeli e studenti. Il presidente statunitense Donald Trump a dicembre scorso ha ordinato una serie di attacchi aerei sugli stati di Sokoto e Zamfara, nel nord del paese, che sono stati condotti con missili droni su aree diverse, anche a centinaia di chilometri di distanza l’una dall’altra, concentrandosi sui cosiddetti santuari jihadisti, scelti in collaborazione con l’esercito nazionale. Il tycoon americano aveva minacciato interventi ancora più corposi se fossero continuati gli attacchi contro i cristiani e gli islamisti sembrano quasi averlo preso come una sfida, scatenando la peggior offensiva da anni.
Trump accusa il governo locale di non fare nulla per difendere la minoranza, anche se il presidente Bola Tinubu ha più volte garantito personalmente un rafforzamento delle misure di difesa. L’esercito nigeriano ha inviato un battaglione di forze speciale da dispiegare sul territorio e dare la caccia ai terroristi, ma le truppe di Abuja si sono rivelate sempre inadeguate allo scontro. Washington ha concordato l’invio di quello che in gergo si chiama dispositivo ridotto, cioè una task force di una decina di consiglieri militari, che già in questi giorni verranno affiancati da un primo contingente di 200 soldati americani inviati per addestrare l'esercito nigeriano nella lotta contro il terrorismo. Questi uomini dovranno aiutare le forze locali ad individuare bersagli per attacchi aerei mirati tramite l'uso dell'intelligence, ma non saranno coinvolti direttamente in operazioni di combattimento. Almeno in questa prima e convulsa fase.
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 17 febbraio con Flaminia Camilletti
Milano, ma anche Tirana. I Navigli e l’Albania. I cantieri sotto casa e quelli oltre l’Adriatico. Il giro dell’archistar Stefano Boeri, oggi, non è più soltanto una mappa urbana: è una rete di relazioni professionali, incarichi incrociati e concorsi pubblici che, dopo oltre 15 anni di centralità assoluta, è finita sotto la lente della Procura di Milano. Un mondo che ha accompagnato - e in parte guidato - la trasformazione della città e che ora viene raccontato nei fascicoli giudiziari come un sistema compatto, continuo, dove pubblico e privato si sono incrociati molto (troppo) spesso.
Il nuovo capitolo si è aperto ieri con il rinvio a giudizio sul concorso della Biblioteca europea di informazione e cultura (Beic). Il gup Fabrizio Filice ha mandato a processo Boeri e Cino Zucchi per turbativa d’asta e false dichiarazioni sul conflitto di interessi, fissando la prima udienza al 17 aprile. Insieme a loro finiscono davanti al tribunale anche quattro professionisti che, nelle carte, rappresentano l’ossatura del concorso: Pier Paolo Tamburelli (Baukuh), Angelo Lunati (Onsitestudio), Giancarlo Floridi e Andrea Caputo.
Tamburelli è interlocutore storico di Boeri; Lunati e Floridi erano titolari dello studio capogruppo vincitore (nel frattempo Floridi ha aperto un nuovo studio) e ricercatori nello stesso ambiente accademico (legato al Politecnico di Milano) dei commissari; Caputo è l’architetto arrivato terzo, ma comunque premiato, e che - secondo l’accusa - avrebbe avuto contatti con Boeri mentre la commissione era ancora riunita. È proprio questo perimetro che la Procura considera decisivo.
A vincere il concorso Beic, su 44 proposte, è stato il raggruppamento formato da Onsitestudio, Baukuh e Sce Project. Non un dettaglio. Sce Project non è soltanto uno dei vincitori della gara: è il filo che lega la biblioteca a un’altra vicenda giudiziaria, quella di Bosconavigli, e a una serie di progetti firmati da Boeri anche fuori dall’Italia, in particolare a Tirana, dove l’archistar lavora da anni su complessi residenziali e interventi urbani con gli stessi partner tecnici.
La Beic, nelle ricostruzioni della Guardia di finanza, non è descritta come un semplice concorso di idee. Il bando valeva quasi 9 milioni di euro, ma il vero interesse economico - secondo gli inquirenti - stava appunto nei passaggi successivi: progettazione definitiva ed esecutiva, direzione lavori, coordinamento della sicurezza. Una sequenza di affidamenti potenziali che trasformava la gara in un crocevia strategico. Ed è in quei giorni, tra fine giugno e inizio luglio 2022, che si concentra il racconto giudiziario: chat, messaggi, valutazioni sui progetti mentre la commissione era al lavoro, un incontro tra Boeri e Tamburelli la sera prima dell’aggiudicazione.
Gli arresti domiciliari per Boeri e Zucchi erano stati chiesti mesi fa, ma non sono mai scattati. Il gip Luigi Iannelli li aveva respinti, disponendo invece una misura interdittiva: un anno per Boeri, otto mesi per Zucchi, fuori dalle commissioni e dai contratti con la Pubblica amministrazione. Una decisione che, pur senza limitare la libertà personale, ha fissato una valutazione severa sulle modalità di gestione del concorso.
La difesa dei due architetti resta ferma. «Sono molto tranquillo e credo che nel dibattimento si chiarirà tutto», ha detto Zucchi sostenendo che «ci sono prove specifiche del rigore e della correttezza» con cui avrebbe operato. E ha aggiunto: «Non farò mai più una giuria in vita mia».
Anche Boeri ha affidato in una nota la sua replica: «Confermo la fiducia nella magistratura. Confido di poter dimostrare nel corso del dibattimento la mia totale estraneità ai fatti che mi sono contestati».
Il concorso Beic è solo una parte della storia. Perché mentre quella vicenda si avvia al dibattimento, un altro processo è già pronto a partire: Bosconavigli. Non una gara, ma un edificio di oltre 40 metri, 90 appartamenti, tra piazzale delle Milizie e viale Troya. Per anni raccontato come simbolo della nuova Milano residenziale, oggi è uno dei casi più rappresentativi delle inchieste sull’urbanistica.
Il processo inizierà il 16 marzo. Tra gli imputati c’è ancora Boeri, insieme ad altri progettisti, ai costruttori e a dirigenti comunali. La Procura sostiene che quell’intervento sia stato sviluppato senza il necessario piano attuativo e attraverso una procedura amministrativa ritenuta insufficiente, con un possibile danno economico per il Comune stimato in circa 5,5 milioni di euro. Le difese parlano invece di permessi regolarmente rilasciati e di pieno affidamento nelle determinazioni dell’amministrazione.
Anche qui riemerge Sce Project. Il direttore dei lavori di Bosconavigli è Stefano De Cerchio, fondatore proprio di Sce Project, lo stesso studio presente nel raggruppamento vincitore della Beic. Per l’accusa, non sono episodi isolati ma una continuità professionale che avrebbe dovuto essere dichiarata in sede di commissione pubblica.
Il modello Milano, per anni celebrato in tutto il mondo, è oggi al centro di un processo penale. In questo quadro rientra anche la presidenza della Triennale. Boeri, in scadenza, sarebbe rimasto, anche perché non ha neppure ascoltato le richieste di sospensione avanzate da un gruppo di architetti la scorsa estate. E mentre il dibattimento si avvicina, resta una scelta che non passa inosservata: il sindaco, Beppe Sala, non ha costituito il Comune parte civile. Una scelta che lascia aperto più di un interrogativo sul ruolo di Palazzo Marino in questa vicenda. Intanto - come ricordano le Famiglie sospese - è partito lo smantellamento delle residenze Lac, altro capitolo delle inchieste urbanistiche. «Ma il sindaco Sala ha preferito commentare Inter-Juventus. Un mese fa ci parlava di una soluzione ormai vicina...»










