Il duro scontro sui soldi agli avvocati dei clandestini che scelgono di tornare a casa loro smaschera l’ideologia immigrazionista. Inizia ad andare a regime il centro in Albania finora boicottato dai giudici. Ecco come funziona e chi vi è trattenuto: già 83 espulsi. Un minorenne egiziano indiziato per l’uccisione di un ragazzo a Pavia. Con un cacciavite...
Il nostro è un Paese meraviglioso, soprattutto per le contraddizioni. Prendete ad esempio la normativa che riguarda i migranti: siccome la Costituzione assicura a tutti, anche a chi non ha i mezzi per pagarla, la tutela legale, ogni anno spendiamo quasi mezzo miliardo per liquidare le parcelle di avvocati che difendono migliaia di stranieri che non hanno diritto di restare in Italia.
Per cercare di ridurre il fenomeno e incentivare i rimpatri, il governo ha dunque immaginato di riconoscere ai difensori un bonus di 615 euro per ogni extracomunitario che riuscissero a convincere a tornarsene in patria. Apriti cielo: dalla sinistra all’avvocatura, passando per i magistrati democratici, tutti a strillare, denunciando l’anticostituzionalità del provvedimento.
Che cosa ci sia di non rispettoso della Carta su cui si fonda la nostra Repubblica non è dato sapere. Infatti, nella norma non è previsto alcun obbligo in capo agli avvocati di promuovere il rimpatrio dei migranti che non hanno titolo per ottenere il permesso di soggiorno, né vi è scritto che lo straniero intenzionato a restare in Italia debba essere privato della tutela legale. Dunque, qual è il problema? Debora Serracchiani, del Pd, parla di «un incentivo per la remigrazione». Riccardo Magi di +Europa addirittura di «una taglia, tipo selvaggio West», convinto che l’Italia sia a un passo dal somigliare agli Stati Uniti e dall’introdurre le squadre dell’Ice. Per Francesco Boccia, altro Pd, «così si mette in discussione l’indipendenza della difesa».
Ovviamente, nessuno dei critici è in grado di spiegare in che cosa consista il grave attacco alle garanzie della difesa o che male ci sia nella remigrazione. Oggi ci sono avvocati che campano facendo ricorsi fotocopia contro i decreti di espulsione. Come dicevo, lo Stato paga ogni anno quasi mezzo miliardo in parcelle per tenersi i migranti, perché con questo sistema nessuno viene espulso. Si sa che molti degli stranieri che si oppongono al rimpatrio non hanno alcun diritto di restare, ma questo poco importa. E non conta neppure che, una volta presentato il ricorso contro il provvedimento che intima l’espulsione, il migrante faccia perdere le proprie tracce e lo stesso difensore spesso non sappia nemmeno come rintracciarlo. Opposizione, magistrati e avvocati che si occupano dei diritti dei richiedenti asilo, in questo modo formano un blocco unico, che impedisce di rispedire a casa chiunque.
L’emendamento voluto dalla maggioranza prova dunque a smontare il fenomeno, favorendo i rimpatri. Non si obbliga lo straniero ad accettare la remigrazione. Né si impone agli avvocati di costringere i propri clienti a far le valige. Semplicemente si premiano i legali che, resisi conto dell’impossibilità di trasformare un clandestino in un residente con regolare permesso di soggiorno, convincono lo straniero a tornare nel Paese di origine. Che cosa c’è di male? Soprattutto cosa c’è di anticostituzionale? Davvero un bonus di 615 euro può essere paragonato agli arresti dell’Ice in America? Nonostante ciò che vogliono far credere Serracchiani, Magi, Boccia e compagni non siamo alla deportazione dei migranti. Semplicemente si cerca un modo per smontare un sistema perverso su cui troppi campano e che ingolfa la macchina della giustizia con procedimenti che non hanno alcuna possibilità di successo.
Se uno straniero non ha modo di essere regolarizzato, perché non convincerlo ad andarsene? Perché, per incassare una parcella di poche centinaia di euro, si deve avviare una pratica o un’opposizione all’espulsione che non porterà a nulla? I meccanismi che si vogliono difendere con la scusa che ogni persona ha diritto ad avere un legale che ne tuteli gli interessi, a prescindere da dove provenga e dal proprio reddito, sono ormai diventati una fabbrica che sforna clandestini. I quali non avranno alcuna possibilità di integrarsi, ma finiranno ai margini della società e, spesso, nelle mani della criminalità. In Germania e in Austria esistono vere e proprie agenzie statali che si occupano del rimpatrio dei migranti. Però, per loro fortuna, non esistono le versioni berlinesi e viennesi di Serracchiani, Magi, Boccia e compagni.
Mentre il conflitto tra Israele e Hezbollah continua a infiammare il Libano, dietro la linea del fronte si muove un sistema finanziario sofisticato e transnazionale che consente alla milizia sciita di resistere e rilanciare la propria capacità militare.
Secondo un dossier dell’intelligence occidentale consultato da Euractiv, il vero punto di forza dell’organizzazione sostenuta da Teheran non risiede soltanto nell’arsenale, ma nella capacità di alimentare un flusso costante di risorse economiche su scala globale. L’Unione europea classifica il braccio armato di Hezbollah come organizzazione terroristica, mentre diversi Paesi membri hanno esteso il bando all’intera struttura. Tuttavia, le misure restrittive non hanno impedito al gruppo di mantenere una rete finanziaria capillare, che si estende dal Medio Oriente all’Europa occidentale, fino ad arrivare alla Cina e all’Africa. Uno degli aspetti centrali riguarda il fabbisogno economico della milizia.
Gli analisti stimano che Hezbollah necessiti di circa 50 milioni di dollari al mese per sostenere le proprie attività. Una cifra che include non solo l’acquisto di armamenti e il pagamento dei combattenti, ma anche il finanziamento di un articolato sistema di welfare parallelo, destinato a sostenere le famiglie dei miliziani uccisi o feriti. Questo elemento contribuisce a rafforzare il consenso interno e a consolidare il controllo sociale nei territori sotto influenza del gruppo. Il principale finanziatore resta l’Iran. Dopo le operazioni militari israeliane avviate nel 2024, il sostegno economico di Teheran avrebbe registrato un’impennata significativa. Secondo le valutazioni riportate nel rapporto, nel solo 2025 Hezbollah avrebbe ricevuto quasi un miliardo di dollari dalla Repubblica islamica. Si tratta di fondi che derivano in larga parte dalla vendita di petrolio, in particolare verso la Cina, e che vengono successivamente trasferiti attraverso circuiti finanziari non ufficiali progettati per aggirare le sanzioni internazionali. Il meccanismo è complesso e stratificato. Una parte consistente dei flussi transiterebbe attraverso società di comodo registrate a Hong Kong, negli Emirati Arabi Uniti e in Turchia. Da qui, imprenditori libanesi legati alla rete di Hezbollah si occuperebbero di far confluire il denaro verso il Libano. Secondo quanto riportato da Euractiv, si tratterebbe di un sistema rodato, capace di adattarsi rapidamente ai controlli e alle restrizioni imposte a livello internazionale.
Tra le figure chiave individuate dagli analisti emerge un operatore noto come Hassan K., attivo nel commercio dell’oro tra Libano e Dubai. Il rapporto gli attribuisce un ruolo centrale nel trasferimento di centinaia di milioni di dollari verso Hezbollah, attraverso una combinazione di strumenti: uffici di cambio in Turchia, trasporto fisico di contanti tramite corrieri e utilizzo di rotte terrestri tra Siria e Libano. Proprio la Siria continua a rappresentare un crocevia fondamentale per i flussi finanziari, nonostante il mutato contesto politico seguito alla caduta del regime di Bashar al-Assad nel dicembre 2024. Alcune società locali, con il presunto supporto della banca centrale siriana, sarebbero ancora coinvolte nei trasferimenti di denaro. Allo stesso tempo, le nuove autorità di Damasco hanno cercato di prendere le distanze dal gruppo, arrivando a dichiarare di aver sventato un attentato attribuito a una cellula di Hezbollah nella capitale. La rete si estende ben oltre il Medio Oriente. Secondo le informazioni raccolte, donazioni provenienti dalla diaspora sciita e da ambienti simpatizzanti in Europa occidentale e in Africa, in particolare dalla Costa d’Avorio, continuerebbero ad alimentare le casse della milizia. Questi fondi verrebbero canalizzati attraverso intermediari legati agli stessi circuiti finanziari internazionali.
Un altro nome rilevante è quello di Mohamad Noureddine, già colpito da sanzioni statunitensi nel 2016 per il suo ruolo nel sostegno finanziario a Hezbollah. Arrestato nello stesso anno in Francia con accuse di riciclaggio, è stato successivamente rilasciato e rimpatriato in Libano. Nonostante il suo inserimento nella blacklist, secondo gli analisti continuerebbe a operare attraverso società di cambio, collaborando con strutture attive in Siria. Il sistema si regge anche su strumenti informali difficili da tracciare, come la rete «hawala». Questo metodo consente di trasferire denaro senza movimentazioni bancarie dirette, basandosi su una catena di intermediari che operano su base fiduciaria. In questo modo, Hezbollah riesce a collegare le proprie reti finanziarie in Libano con controparti in Turchia e negli Emirati Arabi Uniti, riducendo il rischio di intercettazioni.
Negli ultimi mesi, tuttavia, alcuni Paesi hanno intensificato le contromisure. Le autorità turche hanno rafforzato i controlli sui trasferimenti diretti verso il Libano, mentre negli Emirati Arabi Uniti è stata smantellata una rete di contrabbando di oro e contanti che, secondo le accuse, operava per conto della milizia. Un ruolo strategico resta quello di Abdallah Saifeddine, figura di primo piano di Hezbollah in Iran. Considerato uno dei principali responsabili della raccolta fondi, avrebbe supervisionato per anni attività finanziarie su scala globale, comprese operazioni legate al traffico di droga tra Sud America, Stati Uniti ed Europa. Nonostante questo profilo, avrebbe in passato mantenuto contatti con diplomatici europei, fungendo da interlocutore informale in alcune circostanze. Secondo quanto riferito da Euractiv, Saifeddine sarebbe inoltre coinvolto nei rapporti con istituzioni finanziarie cinesi e nella gestione degli interessi economici di Hezbollah nel Paese asiatico, confermando la dimensione globale della rete. Sul piano interno, il fulcro del sistema resta l’Associazione Al-Qard al-Hassan, istituto finanziario controllato dalla milizia e già sanzionato dagli Stati Uniti. Attraverso questa struttura, i fondi provenienti dall’estero vengono mescolati ai depositi dei clienti – prevalentemente appartenenti alla comunità sciita – e redistribuiti per finanziare stipendi, operazioni militari e acquisti di armamenti.
Gli analisti ritengono che la persistenza di questo sistema rappresenti un ostacolo significativo per la stabilizzazione del Libano. La presenza di un circuito finanziario parallelo mina la credibilità del settore bancario nazionale e complica gli sforzi per uscire dalla «lista grigia» del Gruppo d’azione finanziaria internazionale, rendendo più difficile attrarre investimenti e fondi per la ricostruzione. Nonostante le pressioni internazionali, il governo libanese non ha finora adottato misure decisive per smantellare questa rete, limitandosi a una posizione ambigua. Un atteggiamento che riflette le profonde divisioni interne e il peso politico che Hezbollah continua a esercitare nel Paese.
Nel frattempo, mentre i combattimenti proseguono lungo il confine con Israele, emerge con chiarezza un dato: la resilienza della milizia non dipende solo dalla capacità militare, ma soprattutto da un sistema finanziario globale, flessibile e difficilmente penetrabile. Un fattore che, secondo gli analisti, rischia di prolungare il conflitto e di rendere ancora più complesso qualsiasi tentativo di stabilizzazione nella regione.
Lo scontro fra Stati Uniti e Iran nello Stretto di Hormuz segna un salto di qualità dopo il sequestro della portacontainer iraniana Touska da parte della Marina americana. L’episodio si inserisce in un contesto già segnato da tensioni crescenti e rischia di compromettere definitivamente i canali diplomatici tra Washington e Teheran.
A dettare la linea è il presidente americano, Donald Trump, che ha ribadito una posizione estremamente rigida: «Lo Stretto di Hormuz rimarrà chiuso fino alla firma dell’accordo» con l’Iran. Il capo della Casa Bianca ha inoltre fissato una scadenza chiara, avvertendo che «il cessate il fuoco scadrà mercoledì pomeriggio», lasciando intendere che, senza un’intesa, si tornerà rapidamente a un confronto diretto.
L’operazione che ha innescato la crisi riguarda l’intervento delle forze statunitensi contro la Touska, nave diretta a Bandar Abbas dopo essere partita dalla Cina. Secondo la ricostruzione del Comando centrale americano (Centcom), il cacciatorpediniere Uss Spruance ha intercettato l’imbarcazione nel Mar Arabico settentrionale. Dopo sei ore di avvertimenti ignorati, l’unità ha aperto il fuoco con il cannone Mk 45 da 5 pollici contro la sala macchine, disabilitando la propulsione. Successivamente, i Marines della 31ª unità di spedizione hanno effettuato l’abbordaggio con elicotteri, prendendo il controllo della nave. Washington ha definito l’azione «ponderata e proporzionata», sostenendo che fosse necessaria per far rispettare il blocco navale. Di segno opposto la versione di Teheran, che parla di «pirateria» e annuncia «rappresaglia». Il comando militare Khatam al-Anbiya ha parlato di «irruzione» e di «attacco terroristico», affermando che i Guardiani della rivoluzione erano «pronti a rispondere». Le autorità iraniane sostengono inoltre di aver inizialmente limitato la reazione per la presenza a bordo di familiari dell’equipaggio, ritenuti in pericolo. L’imbarcazione compare nell’elenco delle misure restrittive statunitensi amministrato dall’Office of foreign assets control (Ofac), l’ufficio del Tesoro deputato a sanzionare persone fisiche, entità e beni ritenuti ostili. Si tratta di una lista estremamente ampia, che supera le 3.100 pagine ed è oggetto di continui aggiornamenti, nella quale figurano migliaia di nominativi tra trafficanti, presunti terroristi e, con crescente frequenza, unità navali riconducibili a Teheran. Sul piano militare, la tensione resta altissima. Fonti iraniane riferiscono che, in risposta all’operazione americana, sarebbero stati lanciati droni contro unità statunitensi nella regione. L’agenzia Tasnim ha ribadito che ogni azione americana riceverà «una risposta adeguata», mentre il vicepresidente Mohammad Reza Aref ha avvertito che «la sicurezza dello Stretto di Hormuz non è gratuita», collegando la stabilità del mercato energetico alla fine delle pressioni su Teheran.
Le conseguenze si riflettono sui mercati. Il petrolio è in rialzo, con il Brent sopra i 90 dollari, mentre Wall Street - al momento di andare in stampa - ha aperto in territorio negativo: il Nasdaq perde lo 0,4%, l’S&P 500 lo 0,2%, mentre il Dow Jones resta piatto. Sul fronte europeo, Parigi cede l’1,03%, Francoforte perde l’1,35% e Londra registra una flessione dello 0,58%. Madrid arretra dell’1,07% e Milano segna un -1,36%. Tuttavia, l’impatto va ben oltre l’energia. Attraverso Hormuz transita circa un quinto del petrolio mondiale, ma anche una quota rilevante di materie prime strategiche. Un capitolo particolarmente delicato riguarda i fertilizzanti. Attraverso lo Stretto di Hormuz transita una quota significativa del commercio globale di urea e ammoniaca, prodotti essenziali per la produzione agricola. Un’interruzione prolungata delle forniture rischierebbe di colpire direttamente i raccolti, con effetti a catena sui prezzi alimentari e sulla sicurezza alimentare, soprattutto nei Paesi più vulnerabili. Alla crisi energetica e agricola si aggiunge poi un ulteriore elemento critico: l’elio. Dallo scorso marzo, tra blocco dello Stretto e attacchi a impianti nel Golfo Persico, è stata sospesa circa il 30% dell’offerta mondiale di questo gas strategico. Un drone iraniano ha colpito il sito di Ras Laffan, in Qatar, uno dei principali hub globali, causando l’interruzione temporanea delle esportazioni. L’elio è indispensabile per la produzione di semiconduttori e per il raffreddamento dei macchinari utilizzati nella litografia dei chip, rendendo vulnerabile l’intera filiera tecnologica globale.
In questo contesto, la crisi sta spingendo le grandi compagnie energetiche a rivedere le proprie strategie. A causa della guerra e dei prezzi elevati, i gruppi petroliferi stanno accelerando la ricerca di nuovi giacimenti al di fuori del Medio Oriente per ridurre l’esposizione ai rischi geopolitici. Exxon Mobil ha delineato un piano da 24 miliardi di dollari in Nigeria, mentre Chevron ha ampliato la propria presenza in Venezuela.
È da qui che parte l’inchiesta della Procura di Milano che ha portato ieri a quattro arresti domiciliari e al sequestro preventivo di oltre 1,2 milioni di euro, con accuse, ancora tutte da verificare, di favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione e autoriciclaggio.
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, dietro una società che organizzava eventi con sede a Cinisello Balsamo si sarebbe mosso un sistema rodato: reclutamento di donne, tra cui escort di professione, presenza alle serate della movida e disponibilità a prestazioni sessuali per clienti selezionati. Non un contorno occasionale, ma un meccanismo stabile e oliato, con ruoli definiti, soldi in quantità e un’organizzazione capace di trasformare la notte in un business. Le donne, a quanto risulta, in alcuni casi alloggiavano negli stessi locali della società e venivano poi remunerate per trascorrere la serata con imprenditori e, soprattutto, con un numero consistente di calciatori di Serie A.
È questo il punto più delicato del fascicolo ed è anche la ragione del massimo riserbo che circonda l’indagine. Nelle carte, secondo quanto emerso, figurerebbero non solo calciatori residenti in Lombardia, ma anche giocatori in trasferta a Milano che, dopo le partite, avrebbero cercato un dopogara molto diverso da quello ufficiale. I nomi, però, compaiono solo in parte e restano per ora schermati da una cautela rigorosa. La Procura sa bene di muoversi su un terreno esplosivo: perché i personaggi coinvolti sono noti, perché il confine tra interesse pubblico e spettacolarizzazione è sottile, e perché questa è ancora la fase dell’accusa, non della condanna.
A rendere il quadro ancora più ambiguo c’è poi un dettaglio che colpisce. Nel corso di alcune serate, secondo quanto risulta agli atti, sarebbe stato usato anche il gas esilarante, la cosiddetta droga del palloncino: una sostanza che provoca euforia, non lascia tracce e non è classificata come dopante.
L’inchiesta, però, non si ferma al sesso a pagamento né all’inevitabile richiamo dei nomi famosi. La Guardia di Finanza ha lavorato anche sui flussi di denaro e sulla ricostruzione dei patrimoni, rilevando, secondo l’accusa, redditi del tutto sproporzionati rispetto a quelli dichiarati. È qui che il caso cambia peso: perché la movida, nella prospettiva investigativa, non sarebbe stata soltanto la scenografia, ma la copertura di una macchina economica vera e propria, capace di produrre utili ingenti e poi reimmetterli nel circuito legale.
Tre dei quattro arrestati, a quanto risulta, sono assistiti dall’avvocato Marco Martini, penalista di Monza, professionista noto negli ambienti giudiziari brianzoli per aver seguito in passato procedimenti delicati e ad alta esposizione mediatica. Un dettaglio che dice molto della sensibilità del caso e della battaglia difensiva che si annuncia.
Sullo sfondo, quasi inevitabile, riaffiorano vecchi ricordi milanesi. Ai tempi dell’Inter di Ronaldo, tra fine anni Novanta e inizio Duemila, la città aveva già incrociato storie di escort, notti eccessive e calcio. Non serve fare paragoni. Ma il precedente serve a ricordare che attorno al pallone, quando incontra denaro e celebrità, si muove da sempre un sottobosco pronto a vendere discrezione, compagnie e silenzio.









