A questo punto, l’ultima speranza a cui aggrapparsi rimane la politica. Il Tribunale dei minori dell’Aquila, con tutta evidenza, non ha alcuna intenzione di dialogare con la famiglia nel bosco e così tutte le istituzioni coinvolte in questa assurda vicenda. L’ultimo provvedimento con cui il giudice ha decretato l’allontanamento dei bambini dei Trevallion da mamma Catherine è il segno evidente e indelebile di una chiusura totale.
I toni utilizzati nell’ordinanza sono durissimi, puntano a descrivere la donna come ostile e fanatica. Sembra quasi che lo scopo di certe affermazioni sia quello di gettare zizzania fra i genitori e, forse, non è un caso che da un paio di giorni circolino sui giornali strane ricostruzioni riguardanti presunte liti fra i coniugi o addirittura un possibile affidamento esclusivo dei bambini al padre. Di fronte a tutto ciò è davvero difficile pensare che il tribunale possa rivedere le sue posizioni o riconsiderare i suoi provvedimenti senza qualche tipo di pressione esterna.
Una pressione che può arrivare soltanto dall’opinione pubblica e, appunto, dalla politica. E per fortuna sembra che qualcosa di importante abbia iniziato a muoversi. Parlando con La Verità, Matteo Salvini sembra cogliere il diffusissimo malumore popolare che da settimane monta attorno a questa vicenda. «Prima hanno portato via tre bambini e una mamma alla loro casa, lasciando solo il papà, adesso dividono i bambini dalla madre. Qui mi sembra si stia esagerando. Molti esperti, a partire dall’Autorità garante per l’infanzia, oltre che grandissima parte dell’opinione pubblica, fanno enorme fatica a comprendere l’accanimento verso una famiglia che certamente non contemplava violenze o abusi», dice il leader leghista. Che coglie il punto della questione: «È come se i magistrati non volessero ammettere errori o forzature. Ci auguriamo vivamente non sia così: il loro ruolo non può e non deve contemplare reazioni arroganti o permalose, e qui c’è in gioco il destino di una famiglia».
La sensazione, molto concreta, è che da settimane il tribunale aquilano e le varie istituzioni coinvolte nel caso della famiglia nel bosco si siano irrigidite su posizioni auto difensive, anche a costo di far passare in secondo piano il benessere dei bambini Trevallion. «Anziché trovare una soluzione, è evidente che questa vicenda si stia addirittura complicando», continua Salvini. «E trovo insopportabile l’ipocrisia di chi prova a difendere queste scelte che appaiono sproporzionate e irragionevoli, quando ci sono migliaia di casi in Italia di famiglie rom che vivono in condizioni igienico sanitarie ben peggiori, senza scolarizzazione e in un ambiente troppo spesso caratterizzato da violenze e illegalità. Ma per i rom i giudici e gli assistenti sociali sembrano meno solerti. La magistratura spero sia equilibrata: va bene che il referendum sulla giustizia potrà spazzare via le correnti e un sistema di potere che non funziona e non fa bene alla democrazia, ma conto che queste ansie non ricadano su tre bambini innocenti e sui loro genitori». Il leader della Lega ha deciso di prendere di petto la questione. «Sono determinato a chiedere, già nelle prossime ore, un incontro al Garante dell’infanzia nazionale e a quello della regione Abruzzo», annuncia. «Altro che festa della donna e festa della mamma, qui ci sono persone senza cuore e senza anima che fanno soffrire mamme e bambini».
Salvini fa sapere anche, tramite nota della Lega, di essere intenzionato a scendere in Abruzzo con l’obiettivo di «fare tutto il possibile perché i bimbi, dopo mesi di allontanamento forzato dalla loro casa e dai loro genitori, vengano dissequestrati e la famiglia possa tornare a vivere insieme».
Ieri sera sulla vicenda è intervenuta anche Giorgia Meloni, in una lunga intervista concessa a Mario Giordano a Fuori dal coro. «A me il caso della famiglia nel bosco lascia senza parole», ha detto il presidente del Consiglio. «Si era deciso di affidare ai servizi sociali questi tre bambini che vivano con i genitori nella natura, ma almeno stavano con la madre. Adesso si è deciso di allontanare la madre dalla struttura protetta. E penso che questa non sia una decisione che fa stare meglio questi bambini. Penso, anzi, che infligga loro un altro pesantissimo trauma. E noi dobbiamo assistere inermi a queste decisioni che sono secondo me figlie anche di letture ideologiche. Lo Stato», ha ribadito Meloni, «non ti può togliere i figli perché non condivide il tuo stile di vita, tra l’altro quando nulla si dice a chi i figli li fa vivere nel degrado - penso ai campi rom - o li manda ad accattonare o a rubare. E nessuno può fare nulla». Al di là della valutazione sulla vicenda, però, il presidente del Consiglio ha dato una notizia importante: ha annunciato che «il ministro Nordio sta mandando una ispezione» al tribunale dell’Aquila. A quanto pare, dunque, verrà finalmente preso un provvedimento molto atteso da quanti, in queste settimane, hanno assistito con sgomento alle decisioni dei giudici riguardo ai Trevallion. La politica, dunque, offre l’ultima speranza: la visita di Salvini, l’ispezione che Nordio sta approntando. Vedremo se serviranno a riportare un minimo di buonsenso tra le istituzioni abruzzesi.
Non temere l’Intelligenza artificiale in sé, semmai l’Intelligenza artificiale in te. Quella che vuole entrare nei tuoi affari, prima che nella tua testa - e per conto dello Stato. Perché la politica, qui, gioca una partita ambigua: da un lato spiega che bisogna regolamentare l’algoritmo e che si devono proteggere i cittadini; dall’altro vuole appropriarsi delle tecnologie, magari per rivolgerle contro le persone stesse. In forma etico-socialistica, come nell’idea del sindaco di Genova, astro nascente della sinistra italiana: se fosse presidente del Consiglio, ha detto ieri alla Stampa Silvia Salis, impiegherebbe «un bel programma di Intelligenza artificiale per scovare gli evasori». Oppure in forma amorale: è il caso delle nuove regole che ha stilato l’amministrazione americana, dopo la lite con Anthropic sull’uso del supercomputer per sorveglianza di massa e armi autonome. La Casa Bianca, riferisce il Financial Times, costringerà i colossi dell’Ia a garantire al governo l’utilizzo dei loro modelli per qualsiasi scopo legale. Laddove ciò che è legale lo stabilisce lo stesso potere politico che se ne serve.
Autorevoli studiosi ci hanno illustrato la minaccia che rappresenta Big tech. Il monumentale saggio di Shoshana Zuboff sul capitalismo della sorveglianza ha marchiato un’epoca, svelando il raffinato e perverso meccanismo attraverso il quale i giganti del Web non solo si sforzano di orientare le nostre scelte di consumo, ma sfruttano l’interazione tra i loro sistemi e la nostra psicologia per determinare il comportamento umano. In ballo non c’è, banalmente, la possibilità di prevedere ciò che potremmo fare - e di spingerci a farlo con la «giusta» pubblicità - ma addirittura la capacità di imporcelo, senza che nemmeno ce ne accorgiamo. Un dominio morbido e spersonalizzante. Lo ha spiegato bene il filosofo Carlo Galli: la riduzione della persona a una collezione di dati, che coincidono con le tracce di sé che ciascuno dissemina su Internet, produce una duplicazione della realtà. Così, da una parte - sempre più irrilevante - c’è il mio vero io, per il modo in cui lo concepisco e per il modo in cui si rapporta con gli altri. Dall’altra parte c’è il suo simulacro statistico. Anzi, la molteplicità dei suoi simulacri, perché ogni Ia e ogni calcolatore che mi profilano elaborano di me un’immagine diversa e funzionale ai loro obiettivi.
Tutto vero. Tutto inquietante. Ma se, del binomio foucaultiano, questo è il versante del «sorvegliare», al privato, ancorché ricco e influente, manca l’altra facoltà che invece possiede il pubblico: il diritto di «punire». Perciò dovrebbe spaventarci di più il Grande fratello fiscale che Grok e OpenAi. Ovvero, OpenAi dovrebbe preoccuparci soprattutto nella misura in cui, in nome del profitto, trasmette al Pentagono il suo potenziale per sviluppare i mezzi adatti a una guerra distopica. Armamenti che, forse, nemmeno ci si può permettere di bandire davvero, come ai tempi dei trattati sulla riduzione delle testate nucleari. Mentre noi fissiamo limiti, il nemico, meno condizionato da scrupoli etici, potrebbe conseguire la forza sufficiente ad annientarci.
Il capitalista può manipolarci, ma non costringerci. Almeno, non in virtù di una pretesa giuridica. Ma quando la sua tecnologia diventa strategica, lo Stato che ci mette le mani sopra acquisisce capacità tanto più insidiose, in quanto sorrette dal puntello della legittimità.
La politica, allora, cosa deve fare? È inevitabile che ambisca al controllo dell’Ia. Ma sarebbe sacrosanto che si occupasse anche del problema sollevato da Giorgia Meloni: tutelare l’occupazione dallo tsunami che sta per abbattersi sul mondo.
La Cbs ha appena pubblicato la lista delle dieci professioni più esposte alla «concorrenza» del cervellone elettronico, almeno in base alle stime della solita Anthropic. Colpisce che, tra i mestieri in bilico, ci siano soprattutto quelli che per anni gli esperti hanno invitato i giovani a preferire, perché avrebbero offerto più opportunità e maggiori remunerazioni: programmatori, tecnici addetti a verificare la qualità dei software e a supportare gli utenti dei computer, analisti finanziari. È verso un destino tragico che ci sta conducendo la promessa di prosperità venduta, spesso, al prezzo altissimo delle scuole d’élite, a una generazione che ha dovuto imparare la «resilienza» di fronte alle sfide di un mercato del lavoro fluido, svuotato di garanzie e reti di assistenza.
Pensare a un salvagente per milioni di persone che potrebbero all’improvviso diventare «inutili» è più importante che sguinzagliare un algoritmo per monitorare i contribuenti. Come agire? Bella domanda. Si potrebbe chiedere ai cinesi, che giusto ieri hanno annunciato misure, tra stage e formazione universitaria, per schermare i posti di lavoro dall’avanzata della tecnologia. Se no, proviamo a interrogare l’Ia. Chissà se ha anche una soluzione a sé stessa.
A dettare l’agenda della guerra è Donald Trump con i leader europei che paiono comparse sbiadite e che cercano in qualche modo di apparire (Emmanuel Macron è maestro in questo) mentre Israele, a cui è demandato il lavoro sporco, s’incarica d’inverare le posizioni del presidente americano che vuole chiudere in fretta la pratica Iran.
Non esclude neppure l’uso di truppe di terra, è convinto che la capacità di resistenza delle forze armate di Teheran sia al lumicino e rivendica il diritto di essere consultato sulla scelta della nuova «Guida» dell’Iran.
Ieri c’è stato un botta e risposta (assai timida da parte del britannico) tra Trump e Keir Starmer mentre emerge la totale irrilevanza dell’Europa proprio nella «difesa» di Cipro. Oggi a Larnaca è atteso Macron che sta cercando nuovo protagonismo con la difesa dell’isola bersagliata dagli iraniani. È quasi un’opera buffa considerando che un pezzo dell’isola è occupato dalla Turchia da oltre mezzo secolo, senza che l’Ue, di cui ora Cipro è presidente di turno, sia mai riuscita a comporre la crisi. Forse perché Tayyip Recep Erdogan ha il secondo esercito della Nato. Macron, che ieri ha avuto colloqui con il leader egiziano al-Sisi, il quale gli ha espresso preoccupazioni sia per il mercato dell’energia sia per il timore di un allargamento del conflitto nell’area mediorientale sollecitando un’ iniziativa diplomatica per frenare gli attacchi israelo-americani, prova ad accreditare la Francia come prima (e unica) potenza nucleare europea. Ha inviato Fabien Mandon, il capo di Stato maggiore transalpino, a Beirut, e lui oggi vedrà Nikos Christodoulides suo omologo cipriota, e Kyriakos Mitsotakis, il premier greco, per illustrare la solidarietà militante dei Paesi europei verso Cipro.
C’è una cintura navale di protezione a cui partecipano oltre alla Francia, l’Italia con la fregata Martinengo, la Spagna e l’Olanda, ma i primi ad arrivare sono stati i britannici. E proprio sull’impegno tardivo di Londra si appuntano le maggiori critiche di Trump, apparso addirittura sprezzante verso Starmer, che ieri ha fatto un punto ad ampio spettro sul conflitto iraniano. Parlando alla Cbs, The Donald ha scandito: «Stiamo vincendo a livelli mai visti prima e velocemente: è stato incredibile il lavoro che abbiamo fatto. I missili iraniani esplodono in mille pezzi. Ne sono rimasti pochissimi. I droni saltano in aria. Le fabbriche stanno saltando in aria mentre parliamo. La Marina è andata in fondo al mare. L’Aeronautica è andata. Ogni singolo elemento del loro esercito è andato. La loro leadership è andata. Non c’è niente che non sia andato». Poi, sempre riferendosi al teatro operativo, il presidente americano intervenendo ad Abc News ha ribadito: «Tutto è sul tavolo, non escludo l’invio di truppe sul terreno per recuperare l’uranio arricchito: il loro piano era chiaro, volevano attaccare tutto il Medio Oriente, ma ora sono una tigre di carta».
È però sul versante politico e di relazioni internazionali che Trump è stato molto drastico. Per quel che riguarda l’Iran, a seguito dell’annuncio che gli ayatollah avrebbero scelto la nuova Guida suprema, è stato chiarissimo: «Non durerà a lungo se non avrà la nostra approvazione, siamo anche disposti a lavorare con quelli rimasti del vecchio regime, ma ci vogliamo assicurare di non dover tornare qui ogni dieci anni, quando magari non avrete un presidente come me che è disposto a farlo - ha spiegato ad Abc News - non voglio che tra cinque anni si debba tornare a fare la stessa cosa, o peggio ancora lasciare che abbiano un’arma nucleare».
È seguita la «botta» a Starmer. Trump ha pubblicato su Truth un messaggio inequivocabile: «Il Regno Unito, il nostro un tempo grande alleato, sta finalmente considerando di inviare due portaerei in Medio Oriente. Va bene, primo ministro Starmer, non ne abbiamo più bisogno. Ma ce lo ricorderemo. Non abbiamo bisogno di persone che si uniscono alle guerre dopo che abbiamo già vinto». Così ieri l’inquilino di Downing Street è corso ai ripari e ha telefonato al presidente americano a cui ha espresso il suo cordoglio per la morte di sei marine. Con l’intesa di risentirsi presto Starmer ha messo sul tavolo la possibilità dell’uso delle basi della Raf per la difesa comune in Medio Oriente. Insomma, anche Londra s’adegua a Trump. Chi fa un passo avanti, invece, nel conflitto sono gli Emirati Arabi Uniti. Secondo fonti israeliane, smentite però da Abu Dhabi, gli Emirati avrebbero bombardato un impianto di desalinizzazione in Iran. Gli emiratini hanno però accompagnato la smentita con la sottolineatura: «Rivendichiamo il diritto a difenderci» anche perché solo ieri sono stati intercettati 17 missili balistici e 117 droni.
L’Iran per il momento ha continuato gli attacchi verso i paesi del Golfo. Il che fa dire, a Benjamin Netanyahu: «Abbiamo un piano specifico con molteplici opzioni per indebolire il regime iraniano e portare un cambiamento». Come detto il lavoro «sporco» tocca a Israele che è intenzionato a finirlo in fretta.
- L’Assemblea religiosa avrebbe «investito» Mojtaba, il secondogenito del leader eliminato da Washington. Si allontana l’ipotesi di una tregua: Trump lo considera una figura «inaccettabile» e organica ai pasdaran.
- Nel Golfo attacchi e ritorsioni anche contro i siti di desalinizzazione che assicurano le forniture potabili. Scenario «apocalittico» dopo i raid sulle raffinerie di Teheran.
Lo speciale contiene due articoli.
La Repubblica islamica dell’Iran sostiene di aver già individuato la figura destinata a succedere alla guida del Paese dopo la morte dell’ayatollah Ali Khamenei, ma ufficialmente, al momento di andare in stampa, il nome del nuovo leader supremo non è stato ancora reso pubblico. Un silenzio che riflette le profonde tensioni politiche e istituzionali che attraversano il sistema di potere iraniano in uno dei momenti più delicati della sua storia recente. A confermare che una decisione sarebbe stata presa è stato un membro dell’Assemblea degli esperti, l’organo religioso incaricato dalla Costituzione di designare la Guida suprema; l’ayatollah Mohammad-Mahdi Mirbagheri ha dichiarato che all’interno dell’Assemblea sono stati compiuti «grandi sforzi per determinare la Guida» e che sarebbe stato raggiunto «un parere decisivo e unanime». Un altro membro dell’Assemblea, Hojjatoleslam Jafari, rappresentante della provincia di Zanjan, ha espresso l’auspicio che la decisione venga resa nota al più presto. «Il ritardo nell’elezione del terzo leader è amaro e indesiderato per tutti», ha spiegato, invitando tuttavia la popolazione a non perdere fiducia nei rappresentanti religiosi chiamati a prendere una decisione così delicata.
Nel frattempo, un altro religioso dell’Assemblea ha assicurato che il nome di Khamenei come leader dell’Iran «continuerà a esistere», sottolineando come la futura guida della Repubblica islamica dovrà muoversi nel solco politico e ideologico tracciato dal defunto ayatollah. Secondo la Costituzione, spetta all’Assemblea degli esperti - composta da 88 religiosi - scegliere la Guida suprema quando la carica rimane vacante. È quanto accaduto dopo i quasi 37 anni di leadership di Ali Khamenei, morto a seguito di un attacco Usa a Teheran lo scorso 28 febbraio. La successione rappresenta quindi uno dei passaggi più sensibili nella storia politica della Repubblica islamica.
Il dibattito interno è reso ancora più complesso dalla possibile candidatura di Mojtaba Khamenei, figlio della precedente Guida suprema e da tempo indicato come uno dei principali pretendenti alla successione. La sua nomina, osteggiata dal presidente statunitense Donald Trump secondo il quale «sarebbe inaccettabile», garantirebbe continuità con la linea politica del padre e lascerebbe campo libero ai pasdaran, principali sponsor della sua ascesa.
Il prezzo, secondo molti osservatori, lo pagherebbe la popolazione iraniana, che potrebbe trovarsi di fronte a una repressione ancora più dura mentre il conflitto in corso rischierebbe di intensificarsi ulteriormente. Secondo alcune informazioni circolate nelle ultime ore, Mojtaba Khamenei sarebbe inoltre rimasto gravemente ferito nei raid che hanno colpito la città di Qom alla fine di febbraio e si troverebbe attualmente ricoverato in ospedale. Un altro membro dell’Assemblea, l’ayatollah Mohsen Heidari Alekasir, ha dichiarato che il candidato prescelto sarebbe stato individuato anche tenendo conto delle indicazioni lasciate dallo stesso Khamenei prima della morte. Secondo il religioso, il nuovo leader dovrebbe essere una figura «odiata dal nemico», aggiungendo che «persino il Grande Satana» avrebbe già fatto il suo nome. Ovvio il riferimento a Mojtaba Khamenei. All’interno del clero non mancano le pressioni per accelerare la decisione. L’ayatollah ha chiesto di rendere pubblico al più presto il nome del «giurista a pieno titolo» selezionato dall’Assemblea. Rahim Tavakol, altro membro dell’organismo religioso, ha assicurato che l’assemblea ha già svolto il proprio compito e che «presto verrà annunciato il successore» di Khamenei. Tuttavia diversi osservatori ritengono che il ritardo possa essere legato anche a questioni procedurali e di sicurezza. Secondo alcuni giuristi iraniani, la Costituzione prevede che almeno due terzi dei membri dell’Assemblea partecipino fisicamente alla deliberazione. In mancanza di questa condizione, qualsiasi decisione rischierebbe di non avere piena validità legale.
Emergono anche divisioni all’interno dell’establishment. Alcune fonti sostengono che il segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, Ali Larijani, si sarebbe opposto alla nomina di Mojtaba Khamenei, preferendo invece la candidatura del fratello Sadeq Larijani, ex capo della magistratura e figura influente dell’apparato religioso e politico iraniano. Per l’esercito israeliano, invece, non è importante chi verrà nominato: «Continueremo a colpire chiunque tenti di assumere o designare la carica di Guida Suprema» ha affermato l’Idf in una nota.
La guerra «sotterranea» dell’acqua
L’escalation militare in Medio Oriente continua ad allargarsi mentre il confronto tra Iran, Israele e Stati Uniti apre nuovi fronti di tensione in tutta la regione. A Teheran la situazione appare sempre più critica dopo una serie di raid che hanno colpito infrastrutture energetiche della capitale provocando incendi di vaste proporzioni. Il corrispondente della Cnn Frederik Pleitgen ha raccontato dalla città uno scenario che ha definito «apocalittico». Gli attacchi israeliani hanno centrato diversi impianti petroliferi causando roghi che, a distanza di oltre 12 ore, continuavano ancora a bruciare. Colonne di fumo nero si sono alzate sopra la capitale mentre la pioggia, mescolata ai residui di petrolio dispersi nell’aria, è ricaduta sulle strade.
Nel frattempo il comando militare Usa per il Medio Oriente ha diffuso un messaggio diretto alla popolazione iraniana invitando i civili a restare nelle proprie abitazioni: «State a casa. Il regime sta consapevolmente mettendo in pericolo le vite dei civili», si legge nell’avviso diffuso dallo Us central command. Nel comunicato si accusa inoltre Teheran di utilizzare quartieri densamente abitati per operazioni militari, compreso il lancio di droni d’attacco e missili balistici. Washington ha tuttavia precisato di non essere coinvolta negli attacchi contro le infrastrutture energetiche iraniane.
Il segretario statunitense all’Energia, Chris Wright, intervistato dalla Cnn, ha dichiarato che gli Stati Uniti non intendono colpire l’industria petrolifera o del gas della Repubblica islamica. Secondo Wright gli obiettivi dei raid riguarderebbero depositi di carburante utilizzati per rifornire le stazioni di benzina della capitale. Il segretario ha riconosciuto l’impatto degli attacchi sulla qualità dell’aria a Teheran, aggiungendo, tuttavia, che «alcuni giorni di qualità dell’aria peggiore non sono nulla rispetto a ciò che il popolo iraniano ha sofferto sotto il regime». La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt, intervistata da Fox News, ha spiegato che la strategia dell’amministrazione guidata da Donald Trump resta concentrata su una campagna di bombardamenti aerei. «Il dispiegamento di truppe a terra non rientra nel piano attuale ma il presidente non ha rimosso l’opzione dal tavolo», ha dichiarato.
Le tensioni si estendono anche al Golfo. Le autorità del Bahrein hanno denunciato un attacco con drone attribuito all’Iran contro un impianto di desalinizzazione nei pressi della capitale Manama. In una nota ufficiale il governo ha riferito che l’azione ha colpito obiettivi civili causando danni materiali alla struttura. L’Autorità elettrica e idrica del Paese ha tuttavia assicurato che l’incidente non ha interrotto la distribuzione dell’acqua potabile. Il tema resta particolarmente delicato perché nei Paesi del Golfo la sopravvivenza delle città dipende in larga parte dagli impianti di desalinizzazione.
Proprio gli Emirati Arabi Uniti sono finiti al centro di nuove polemiche diplomatiche. Secondo indiscrezioni riportate dal quotidiano israeliano Ynet, Abu Dhabi avrebbe valutato la possibilità di colpire un impianto di desalinizzazione in Iran come segnale politico. Negli Emirati cresce però la rabbia per le notizie diffuse dai media israeliani. Secondo quanto riferito da Channel 12, fonti vicine alla leadership emiratina ritengono che rivelazioni pubbliche di questo tipo possano compromettere un delicato equilibrio regionale. Sul piano diplomatico Teheran continua intanto a ribadire la propria determinazione a resistere. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, intervistato dalla Nbc, ha affermato che la cooperazione con la Russia «non è una novità né un segreto» e che l’Iran continuerà a difendere il proprio territorio: «La nostra dignità non è in vendita», ha dichiarato. Resta instabile anche il fronte libanese. Secondo le Forze di difesa israeliane, negli ultimi giorni oltre 200 membri di Hezbollah e di altri gruppi armati sarebbero stati uccisi durante le operazioni militari in Libano. Il ministero della Salute libanese ha riferito che i bombardamenti della scorsa settimana hanno provocato almeno 394 morti, confermando come il conflitto stia assumendo dimensioni sempre più ampie.









