• I tribunali digitali gestiti dall’intelligenza artificiale erano nati inizialmente per decongestionare il sistema giudiziario. Sono diventati dopo la pandemia uno strumento di controllo assoluto nelle mani della Corte suprema del popolo.
  • L’attuale sistema giuridico cinese, nato negli anni di Deng Xiaoping, è plasmato per consolidare il dominio assoluto del Partito comunista e non prevede di fatto alcuna separazione dei poteri.

Lo speciale contiene due articoli.

Anno domini 2024. Sei giunto dinanzi ad un tribunale cinese in attesa della tua sentenza, il tuo sguardo incontra quello nocciola del rigido giudice. Ecco, la sua voce si pronuncia e ti immobilizzi, finché non realizzi che la tua condanna non dipende neppure da lui, che potresti guardare negli occhi almeno, ma dal suo assistente Ia, il giudice robot che prende le decisioni per la magistratura cinese.

Eppure, quel giudice robot, quell’assistente artificiale che determina il tuo destino con l’algida perfezione che solo un algoritmo può avere, non è figlio di un romanzo fantascientifico. È la creatura di un progetto concreto, chiamato Smart Court.

Le Smart Courts, tribunali intelligenti, nascono da un’ambizione, o forse da un’ossessione. Quella di costruire un sistema che soddisfi la necessità di controllo assoluto, in ogni sua possibile dimensione.

L’idea germoglia nei primi anni duemila. È da allora che si comincia a parlare di digitalizzazione dei tribunali, soprattutto perché la Cina è appena entrata nel WTO e vuole a tutti i costi recuperare il terreno perso nel corso del suo isolamento commerciale ed economico.

Le premesse si intrecciano provvidenzialmente con la nuova Via della Seta, il progetto lanciato nel 2013 che promette di riplasmare il destino della Cina, ma ben presto si scontra con l’eccessiva burocrazia del paese e l’inefficienza dei suoi tribunali oberati, non preparati ad una mole di richieste del genere.

Infatti, secondo i dati forniti da C. Shi, nel 2015 la magistratura cinese si trova sommersa da un’ondata di 16,714 milioni di casi pendenti. Ventisette volte di più rispetto al 1978, l’anno in cui Deng Xiaoping aprì le porte al mondo. Un contatto che portò con sé controversie civili e commerciali in quantità impensabili: nel 2015 erano 11,045 milioni, trentacinque volte di più rispetto al 1978.

Eppure, i giudici cinesi – quei pochi che c’erano – non erano cresciuti al ritmo delle dispute. Nel 2015, ce n’erano appena 196 mila in tutto il paese, un aumento modesto rispetto ai 60 mila del 1981. Un incremento di appena 3,27 volte contro un’esplosione esponenziale delle cause. Ogni giudice si ritrovava sulle spalle il peso di decine, se non centinaia, di fascicoli.

Qui sta la radice delle Smart Courts. Così, la Corte Suprema del Popolo, il vertice giuridico sotto il dominio del Partito, ha presentato nel 2014 il piano quinquennale di riforma dei tribunali del popolo in cui viene definito come obiettivo principale l’implementazione delle tecnologie moderne di controllo nei tribunali cinesi, costruendo un vero e proprio sistema giudiziario socialista.

L’accelerazione del progetto è stata innescata da due fattori principali: la creazione delle Internet Courts e la pandemia. Le Internet Courts, lanciate nel 2017, hanno rappresentato il primo passo verso questo modello. Tribunali completamente digitali, progettati per risolvere controversie di e-commerce, ma che presto sono diventati un laboratorio per sperimentare la totale automazione dei processi giudiziari.

L’uso di blockchain, riconoscimento facciale e intelligenza artificiale non è stato pensato per garantire una giustizia trasparente, bensì per rafforzare il controllo su ogni fase del processo. L’ossessione del Partito per monitorare ogni dettaglio si è ulteriormente consolidata durante la pandemia, quando il Covid-19 ha accelerato l’adozione di questi strumenti.

A queste premesse hanno fatto eco le opinioni della Corte Suprema del Popolo sulla costruzione accelerata delle Smart Courts.

Al centro di questa trasformazione si trovano oltre 3.000 tribunali, 10.000 sezioni distaccate e più di 4.000 dipartimenti collaborativi, il progetto è una elefantesca rete di infrastrutture digitali, sistemi applicativi e risorse dati, tutti intrecciati in una complessità senza precedenti.

Internamente, i «tribunali intelligenti» sono progettati per essere delle vere e proprie «gabbie di ferro», un sistema di controllo totale in cui il comportamento dei funzionari giudiziari è monitorato e guidato da piattaforme digitali automatizzate. Ogni decisione, ogni procedura, ogni parola è tracciata. Questa sorveglianza totale non è fine a sé stessa: è presentata come un mezzo per garantire disciplina e risultati «equi».

Ma attenzione: in Cina, ciò che è «equo» non si misura secondo principi universali. È il Partito comunista a decidere cosa sia giusto, e il suo protocollo diventa la legge suprema.

Il protagonista assoluto del progetto è lo «smart judge», di fatto, la controparte robot per i giudici umani. Alimentato da un’enorme banca dati che copre 60 anni di storia giuridica cinese, il sistema non si limita a fornire risposte: rielabora precedenti, formula considerazioni e offre previsioni, automatizzando così molte delle fasi del processo decisionale.

Dietro il suo sviluppo, sono stati arruolati i colossi tecnologici cinesi come iFlytek, Tencent e Alibaba, Tuttavia, la stretta relazione tra queste aziende e il governo cinese solleva interrogativi inquietanti, considerando che gli algoritmi non sono auto-coscienti, ma rispondono alle linee guida dei suoi creatori.

Ma qui arriviamo al punto: un elemento cruciale del sistema è il cosiddetto accountability check judge, che registra ogni discrepanza tra le decisioni del giudice umano e quelle proposte dal giudice robot. Questo meccanismo di verifica agisce come una forma di controllo continuo sull’operato dei giudici, legando direttamente la loro performance alle scelte prese in tribunale.

Parallelamente, nell’ambito della riforma sulla responsabilità giudiziaria, è stato introdotto il principio della «responsabilità a vita». In pratica, i pubblici ministeri vedono la loro reputazione e le prospettive di carriera dipendere dalla qualità e dall’accuratezza dei casi gestiti. Questa misura, almeno sulla carta, mira a garantire efficienza e correttezza, cercando di contrastare le accuse di corruzione che storicamente hanno caratterizzato il sistema giudiziario cinese.

Queste riforme si inseriscono in una struttura giudiziaria già criticata per il suo sistema di «doppia dipendenza». Le corti locali non rispondono solo alla Corte Suprema del Popolo attraverso una gerarchia verticale, ma anche alle Assemblee Popolari di corrispondenza a livello territoriale. L’introduzione del giudice robot, con tutte le conseguenze sopraccitate, aggiunge sostanzialmente una «tripla dipendenza», riducendo ulteriormente l’autonomia del giudice umano, che diviene un mero strumento de facto spogliato non solo della sua figura professionale, ma soprattutto umana.

Così analizzate, queste smart courts, se antropizzate, si traducono in un processo di mutazione del corpo socialista: da un lato, lo strumento della giustizia si attorciglia ancor di più nel suo Leviatano, dall’altro ne fa una trasfusione di sangue per rianimare la smunta utopia marxista.

In una perfetta ripetizione dell’abusato 1984 di George Orwell, la concezione della giustizia nella visione del Partito Comunista cinese è chiara: chiama «giusto» ciò che serve a consolidare la stabilità politica. Attraverso la propaganda, i cittadini devono essere educati a comprendere cosa significhi «giusto». Attraverso il controllo, i funzionari dello Stato devono garantire che questa concezione unilaterale prevalga.

Sicché, adesso, silenzio. Il giudice si pronuncia, la voce risuona, la sentenza è emessa, quegli stessi occhi nocciola ti stanno evitando, e non ti resta altro che respirare. Quello che c’era da sapere è stato chirurgico, freddo, preciso e neppure umano. Però è efficiente, rapido e moderno, così ci dicono.

Da non perdere

Iran e Usa, nuovi colloqui a Doha su Hormuz
Mondo

Iran e Usa, nuovi colloqui a Doha su Hormuz

A detta di Trump si svolgeranno oggi in Qatar «i colloqui voluti dal regime». Secondo Axios si tratterebbe di vertici separati tra i tecnici nemici e i mediatori del Paese del Golfo e del Pakistan. Gli ayatollah frenano: «Nessun meeting con la Casa Bianca».