Sigfrido Ranucci
Sigfrido Ranucci (Imagoeconomica)

Hanno semplicemente sbagliato Cairo, perché lui voleva Urbano (con l’approdo a La7) non la capitale dell’Egitto. L’affaire Sigfrido Ranucci è un incrocio di nomi, è un impasto di orgoglio e frustrazione, è il sabba finale dell’autocelebrazione senza limiti di un reporter chiacchierato che già si sente martire del giornalismo libero.

E nella tournée dello spettacolo Diario di un trapezista ogni sera fa discendere dal palco, davanti agli aficionados & indignados di Cerveteri e Florinas, Desio e Busto Arsizio, fazzoletti impregnati di sudore come Elvis Presley, ad accompagnare la sua traballante verità.

A Favignana nuova puntata, la prima dopo la cacciata, con l’ennesimo anatema contro la Rai e contro le tre proposte alternative: direttore del Tg3, direttore di Rainews o corrispondente dal Cairo. «Io non capisco perché se non sono adatto per Report, dovrei essere adatto per il Tg3 o Rainews». No, no e no, tutte rimandate al mittente Giampaolo Rossi, amministratore delegato che muore dalla voglia di chiudere la partita senza metaforici spargimenti di sangue (soprattutto il suo) ma a naso non ci riuscirà. Ranucci fa muro: «La sede di corrispondenza al Cairo. Non sanno che vivo sotto scorta anche da prima dell’attentato e all’estero sarei senza scorta». Al culmine ecco la provocazione che dice molto del suo ego ipertrofico: «Forse sperano che faccia la fine di Regeni. Poi il Cairo è usato come la Siberia, ci mandano i deportati da altre parti».

Da Regeni a Falcone e Borsellino

Nel presepe privato dove lui si percepisce Gesù Bambino, ecco comparire una nuova figurina, Giulio Regeni, sgradevole parametro al pari di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Piersanti Mattarella, tutte persone che hanno pagato con la vita la violenza di nemici veri, non finti. Negli ultimi due mesi il Ranucci in missione per conto di Dio si è paragonato a loro, più Leone XIV («Report è come il Giubileo per il Papa») per non farsi mancare un’aura di santità. Parallelismi azzardati, deliranti, ma destinati a tormentare i cuori in tumulto della sinistra movimentista. Quella scafata e intelligentissima e perspicace, a detta di Stefano Bonaccini. Ranucci è nella fase Golgota, chiede amore al suo popolo e quasi giustifica il suo amico pasticcione oggi in carcere. È un abbraccio fatto di fede e melassa. Perfino Roberto Saviano – un esperto in materia di vittimismo cosmico – ha notato nella faccenda qualcosa di viscoso e ha preso le distanze: «Ranucci si è fatto fregare con le lusinghe». È la descrizione di un egomane, con il proprio io al centro di tutto.

La battaglia giudiziaria contro la Rai

L’autoritratto da cavaliere bianco che Ranucci spennella è un trampolino di lancio non solo per lo spettacolo teatrale ovviamente autobiografico (che andava maluccio) ma per il futuro da civil war. Con la Rai sarà guerra, come approfondisce lui stesso: «Sono vittima di un diktat, domani potrebbe accadere a un altro. Ma sono pronto a condurre la battaglia più importante, quella per la libertà di stampa. Se Valter Lavitola verrà rinviato a giudizio mi costituirò parte civile. Perché non l’ho denunciato? Perché il suo non è un reato a querela di parte». Si avverte lo stridio leguleio sui vetri, la sua è già un’autostrada giudiziaria da percorrere. E anche grazie al rapporto quasi filiale con il variopinto mondo della magistratura, laggiù un fondo non si vedono caselli ma autogrill dove brindare.

Uno stop del giudice e un reintegro alla guida di Report sarebbero uno scenario da martirio per il conduttore-autore, una santificazione in nome del nuovo «giornalismo libero». Libero di camminare sulla parte sinistra del marciapiede dopo avere sostituito il «Racconta, non fare il furbo» di Dino Buzzati con l’imbarazzante «Stiamo verificando» dell’infotainment ranucciano. Già immaginiamo il prossimo pastore nel presepe allestito a capocchia: Enzo Tortora. Condanna Rai e ritorno da eroe costituirebbero invece macerie, in periodo di campagna elettorale, per i vertici aziendali. Auguri e Alka Seltzer.

Il caso Cairo e il futuro di Ranucci

Hanno sbagliato Cairo, peccato capitale, ma non potevano fare diversamente. Dopo le indigeste vongole sgusciate al Cefalù, lui dal cavalier Urbano ci sarebbe andato a piedi. Lo ha detto lo stesso proprietario de La7 in un’intervista al Foglio: «Ci siamo incontrati per un libro con Solferino, la casa editrice. Io volevo parlare del libro, ma Ranucci chiedeva informazioni per venire a La7». Sintesi di Cairo: «Per carità!», con segno della croce da vade retro. Porta sbarrata, meglio pensare all’estate ad arringare la platea in vista dell’autunno in tribunale.

«Ho tutto il tempo, con 200 giorni di ferie arretrate», spiega lui nell’omelia quotidiana. In fondo è dispiaciuto solo perché «nonostante non sia più il conduttore di Report ricevo il premio nazionale Garitta quale miglior conduttore televisivo. Un paradosso». E nessuno sorrida, il Garitta è il Pulitzer di Acireale. In esergo al suo libro autobiografico La scelta il Sigfrido nazionale ha scritto questa frase: «Ogni persona che passa nella nostra vita ha un compito. Chi se ne va ha finito il suo». Vale per tutti tranne che per se stesso.

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