La verità sul plasma iperimmune
  • La terapia ideata in Italia è applicata con successo in vari Paesi. Ma qui, morto Giuseppe De Donno, è stata messa da parte. Per preconcetti e zero business.
  • L’avvocato che diffidò le Regioni: «Ebbero l’ordine di bloccare tutto». «Mandai un’ingiunzione lo scorso febbraio, risposero che l’indicazione ricevuta era di sospendere le trasfusioni», rivela Erich Grimaldi «Nessuno ci ha mai creduto».

Lo speciale comprende due articoli.

Tante speranze, innumerevoli polemiche, la comunità scientifica divisa a metà, uno stop and go estenuante tra entusiasmi e smentite, fino a quando si è abbassata la saracinesca del silenzio. Di terapia con il plasma iperimmune non si parla più. La scomparsa del pioniere della cura, Giuseppe De Donno, che l’aveva avviata quando era primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova, a molti è parsa l’ultima tappa della storia poco fortunata (almeno in Italia) di questo trattamento. Eppure in Francia, Germania, Spagna e Regno Unito la terapia continua a essere utilizzata, così come negli Stati Uniti si moltiplicano gli studi che ne rilevano l’efficacia. L’ente regolatore americano, l’Fda, e il Canada l’hanno autorizzato su chi non riesce a produrre anticorpi in quantità sufficienti, cioè gli immunodepressi, come gli anziani. Il dottor De Donno nel giugno 2020, proprio in un’intervista alla Verità disse: «La terapia con il plasma costa poco, funziona benissimo, non fa miliardari. E io sono un medico di campagna, non un azionista di Big Pharma».

I primi a utilizzare il plasma nei malati di Covid erano stati i medici di Shanghai che pubblicarono uno studio citato anche dall’Istituto superiore di sanità. La terapia, in sé, non era una novità. Era stata usata in precedenza con l’ebola e contro la Mers, altro virus respiratorio. Se l’organismo è esposto al virus produce anticorpi, proteine che aiutano a contrastarne l’azione. Questi anticorpi sono contenuti nel plasma. Quando il malato guarisce, gli anticorpi rimangono nel plasma per un certo periodo di tempo, pronti a entrare in azione qualora il virus tornasse. Il plasma va somministrato precocemente per essere efficace, quando è massima la replicazione virale, e dev’essere ricco di anticorpi. Il siero va sottoposto a test di neutralizzazione, che ne certifica la qualità e la presenza di anticorpi. Come spiega l’Avis, la maggiore associazione di donatori di sangue, il plasma iperimmune può essere ottenuto da pazienti guariti che hanno un alto titolo anticorpale.

La primavera scorsa, nel primo lockdown, due ospedali, il Carlo Poma di Mantova e il San Matteo di Pavia, sperimentarono la somministrazione di plasma di sopravvissuti al virus in malati appena contagiati. Lo studio, iniziato il 17 marzo e concluso l’8 maggio 2020, ha arruolato 46 pazienti ricoverati nei due ospedali con difficoltà di respirazione tali da necessitare supporto di ossigeno o intubazione. I medici hanno notato che, trasfondendo loro il siero di pazienti guariti e aggiungendolo a colture cellulari, lo sviluppo del virus veniva annientato, segno della presenza di anticorpi neutralizzanti. Il risultato della sperimentazione, come si legge su Haematologica, una delle più prestigiose riviste scientifiche del settore, è stato «superiore alle più rosee aspettative».

Quando è cominciata la sperimentazione, sulla base dei dati ministeriali, la mortalità dei pazienti in terapia intensiva era tra il 13 e il 20%: utilizzando questa tecnica, si legge sulla rivista scientifica, «la mortalità si è ridotta al 6%. In altre parole, da 1 decesso atteso ogni 6 pazienti, se n’è verificato 1 ogni 16. Contemporaneamente, si è constatato che anche gli altri parametri subivano miglioramenti considerevoli: i valori del distress respiratorio miglioravano entro la prima settimana e i tre parametri fissati per l’infezione diminuivano in maniera altrettanto importante. Il risultato più rilevante è stato quello di una riduzione della mortalità assoluta del 9%». La notizia ha fatto il giro del mondo. Lo studio era il primo condotto nel mondo occidentale sull’utilizzo del plasma convalescente nel Covid.

Immediatamente sui due ospedali sono arrivate richieste a valanga per avere i dettagli della terapia. Gli Stati Uniti sono stati primi a muoversi e l’Fda ha autorizzato la terapia. La Francia ha convocato i medici coinvolti per farsi spiegare come applicare la terapia. Ma in Italia la comunità scientifica si è divisa tra fautori e contrari. Questi ultimi hanno ritirato fuori vecchie polemiche sui rischi dell’uso del plasma e sulla mancanza di un’evidenza scientifica definitiva. La quale è possibile solo dopo una lunga sperimentazione e la sicurezza delle trasfusioni è ormai ampiamente assicurata. Del resto, anche i vaccini vengono oggi somministrati in tutto il mondo in via sperimentale.

L’Aifa ha promosso uno studio nazionale denominato Tsunami, con l’obiettivo di «valutare con opportuno rigore metodologico l’efficacia e la sicurezza della terapia. Ma non prevede in alcun modo nessun trattamento industriale del plasma». I risultati non sono stati ancora pubblicati sulle riviste scientifiche. Un comunicato dell’Agenzia del farmaco dell’8 aprile 2021 dice che «non è stata riscontrata una differenza statisticamente significativa dell’end-point primario (“necessità di ventilazione meccanica invasiva o decesso entro 30 giorni dalla data di randomizzazione”) tra il gruppo trattato con plasma e quello trattato con terapia standard».

Quale è la situazione ora? A Pavia la sperimentazione continua ed è stata creata una banca del plasma pronta per le emergenze. Sono anche in corso analisi sull’efficacia del siero raccolto contro la variante Delta. Giustina De Silvestro, direttore del Centro immunotrasfusionale nell’Azienda universitaria ospedaliera di Padova, dice che «i clinici non chiedono più questo trattamento. Nell’ultimo periodo l’hanno ricevuto solo un paio di pazienti. La letteratura scientifica non l’ha molto sostenuto, preferendo gli anticorpi monoclonali per i soggetti non ospedalizzati e gli antivirali assieme ad altri farmaci per i degenti». A Padova si sta completando in questi giorni uno studio sulle centinaia di casi trattati negli ospedali veneti che a breve sarà pubblicato su una rivista scientifica: «Dimostrerà come un impegno così importante non sia stato vano. Non è una cura miracolosa, ma ha dato buoni risultati», dice De Silvestro. La quale rileva però due limiti: non è facile capire a priori quali siano i soggetti ideali ai quali somministrarlo e non porta guadagno. La spesa non è confrontabile a quella dei farmaci». Il plasma viene raccolto direttamente dai centri trasfusionali degli ospedali e non c’è alcun guadagno per le case farmaceutiche. Ogni dose costa 200 euro al sistema sanitario pubblico, un ciclo completo 600/650 euro, meno di una giornata di ricovero, meno dei 2.000 euro a somministrazione richiesti dai monoclonali e meno delle centinaia di migliaia di euro spesi per i farmaci specifici. Non c’è business.


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