Prezzi dei carburanti in una stazione di servizio sulla A12
Prezzi dei carburanti in una stazione di servizio sulla A12 a Sestri Levante, il 12 settembre 2026 (Ansa)

Con il caro carburanti che non ha dato tregua, il colosso petrolifero Eni è andato incontro ai consumatori: ha fissato un limite massimo (price cap) al prezzo dei carburanti commercializzati da Enilive pari a 2,19 euro/l per il gasolio e a 1,99 euro/l per la benzina (circa 17 centesimi in meno rispetto ai livelli medi attuali).

Il price cap è correlato all’agevolazione fiscale sulle accise in vigore e sarà applicato a partire dal 28 settembre, per una durata iniziale di 30 giorni, con possibilità di estensione fino alla fine dell’anno in funzione dell’andamento del mercato e degli approvvigionamenti.

La decisione si aggiunge alle iniziative già intraprese dal gruppo dallo scorso marzo attraverso un ribaltamento solo in via parziale dell’aumento delle quotazioni internazionali sui prezzi consigliati presso i propri distributori, assorbendone così una parte significativa. All’annuncio dell’azienda guidata da Claudio Descalzi è seguito il ringraziamento da parte di Palazzo Chigi: ha definito l’iniziativa «un lodevole atto di attenzione all’Italia». Il plauso è arrivato anche da Fi e Lega.

Il vicepremier Antonio Tajani ha commentato: «La decisione di Eni è un esempio concreto di come, soprattutto nei momenti difficili, debba funzionare il sistema Paese: istituzioni e grandi imprese nazionali che si assumono una responsabilità verso famiglie e imprese». La Lega ha dichiarato di apprezzare la scelta di Eni «di rinunciare volontariamente a incassi milionari» e auspica che «banche e altre grandi società del settore energetico e petrolifero seguano questo esempio».

Pare che il governo fosse già al lavoro da tempo su questo fronte: avrebbe esercitato una sorta di «moral suasion» nei confronti di Eni.

Il governo convoca le raffinerie

Poco prima dell’annuncio a sorpresa è stato reso noto che il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, e il ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, hanno convocato per giovedì 8 ottobre le società che operano nel settore della raffinazione e della produzione di beni e prodotti derivati (Sonatrach, Socar-Ip, Iplom, Kpi, Alma Petroli, Ludoil/Isab, Eni, Saras e Innovhub).

L’obiettivo è capire se stanno producendo a pieno regime, se ci sono margini per aumentare l’attività e quali sono gli eventuali colli di bottiglia. Il rincaro attuale di benzina, gasolio e cherosene non è dovuto solo all’aumento del prezzo del greggio per la guerra in Iran, ma anche alla riduzione dell’offerta di prodotti raffinati sul mercato globale, a causa della chiusura dello Stretto di Hormuz e dei bombardamenti ucraini sulle raffinerie russe.

La produzione degli impianti italiani

Gli impianti, al momento, sono circa al 77% del tasso di utilizzo, come emerge dai dati ufficiali dell’Unem, l’associazione delle imprese petrolifere. Le raffinerie nazionali trattano il greggio e lo trasformano nei prodotti di cui abbiamo bisogno per usi civili e industriali.

Da qui arriva circa il 60% del gasolio che serve alle auto, alle caldaie e alle industrie mentre il restante 40% del fabbisogno nazionale giunge dall’estero.

Il tema delle raffinerie è centrale nel discorso del caro carburanti. Fino agli anni Novanta in Italia c’erano 18 impianti e la produzione annua di raffinati si aggirava sui 100 milioni di tonnellate mentre gli ultimi dati relativi al 2025 parlano di 63,7 milioni di tonnellate. Infatti, nel tempo, cinque impianti sono stati chiusi, e tre riconvertiti a biocarburanti.

L’Europa dipende dai prodotti raffinati

Il problema della carenza dei prodotti raffinati e del loro rincaro riguarda non solo l’Italia, ma tutti i Paesi europei. L’Europa negli anni passati ha chiuso molti stabilimenti di trattamento dei prodotti petroliferi (quasi 30 negli ultimi 15 anni), e oggi dipende molto dall’esterno.

Se si riduce la disponibilità di carburanti sul mercato, nel Vecchio continente non ci sono gli impianti per ricavarli dal greggio.

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