Pompa di benzina in una stazione di servizio con il cartello dei prezzi dei carburanti
L’intesa sul diesel russo riapre gli interrogativi sulle forniture energetiche e sulle conseguenze per l’Europa (Ansa)

Ieri, nel nostro pomeriggio, la nave-cisterna russa Minerva Zen con a bordo 275.000 barili di gasolio attraccava sulla costa Est degli Usa. Era partita da San Pietroburgo il 22 settembre scorso: gli analisti deducono che l’accordo annunciato nella serata italiana di venerdì da Donald Trump dopo quasi un’ora e mezzo di telefonata con Vladimir Putin fosse stato a lungo preparato dalle rispettive diplomazie.

A prescindere da questo, l’intesa segna una fase potenzialmente irreversibile della tragedia iniziata il 24 febbraio 2022, a maggior ragione dopo la violentissima uscita di ieri da parte dell’inquilino della Casa Bianca. Per quanto con l’attuale presidenza accordi e dichiarazioni abbiano valore relativo, la «richiesta» di gasolio a Putin, la mano tesa di sanzioni sospese e l’assalto a Volodymyr Zelensky consegnano all’Europa un quadro molto problematico.

Diesel russo agli Usa: le conseguenze per l’Europa

Il primo di questi è macroscopico: se i flussi di gasolio dovessero riprendere in modo copioso (ammesso e non concesso che la materia prima ci sia: secondo l’International energy agency, solo 5 delle 38 principali raffinerie russe funzionano regolarmente dopo gli attacchi ucraini), avremmo i Paesi Ue con Canada e Inghilterra che finanziano e supportano Kiev mentre l’America finanzia Mosca.

La possibile «debolezza» americana (termine usato da Zelensky) non muta la seconda conseguenza: le sanzioni. Meno di un mese fa il Congresso ha approvato un pacchetto che dota Trump del potere di imporre dazi fino al 100% sui principali acquirenti di petrolio e gas russi (proprio ieri Putin ha revocato parzialmente il divieto di export). Quello che fino ad ora è avvenuto in modo occulto (le «triangolazioni» di greggio da Mosca a Paesi terzi, i quali poi li girano agli altri) potrebbe avvenire in chiaro. Soddisfatta la domanda interna, l’America potrebbe vendere gasolio russo a Stati che non possono comprarlo direttamente da Mosca pena sanzioni (anche americane, appunto).

La frattura nella Nato e l’isolamento dell’Europa

Terzo problema: se davvero, come lasciano pensare l’annunciata nuova visita di Steve Witkoff e Jared Kushner a Mosca e l’intemerata di Trump di ieri sera, questo accordo fosse preludio a una più profonda distensione tra America e Russia, la solitudine militare, commerciale e politica dell’Europa sarebbe pari solo alla profondità della spaccatura in sede Nato, dove coesisterebbero Paesi determinati ad armarsi per prevenire attacchi russi ai propri confini e Paesi (o almeno quello più potente) decisi a tenere ben aperti canali di comunicazione e commerciali con Mosca. A quel punto, chi tra i due avrebbe più leve in mano su Putin nel determinare l’esito del conflitto?

L’Ue continuerà a sostenere Kiev a ogni costo?

La somma di queste tensioni mette in un angolo i governi occidentali: l’interesse americano di spaccare l’asse tra Berlino e Mosca, ritenuto all’origine di uno dei principali squilibri costruiti attorno all’eurozona a guida teutonica, pare raggiunto (Nordstream insegna). Da un punto di vista pragmatico, è sostenibile un appoggio bellico, finanziario e politico a un Paese la cui vittoria sul campo appare molto difficile e che, proseguendo il conflitto, esaspera tutti i punti di tensione sopra descritti?

Le istituzioni dell’Ue sono le uniche a dare una risposta chiara, che suona così: non importa, si va avanti comunque nell’isolare Putin. Non paiono esistere, nell’impostazione di Kaja Kallas & C., condizioni alle quali tale postura possa mutare: non il prezzo di gas e petrolio, né la potenziale scarsità di forniture con conseguenze catastrofiche; non l’inflazione, non il debito accumulato per i prestiti a Kiev, non i danni commerciali e industriali.

Quanto a lungo questa posizione può reggere nella misura in cui nessuna delle grandi potenze (e l’Ue non è tra queste) ha interesse a proseguire la guerra, e più passa il tempo meno le opinioni pubbliche degli Stati occidentali paiono disposte a farsi carico delle sue conseguenze, specie in campagna elettorale?

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