Nure Alam Siddique, detto Bachcu, per anni è stato trattato come un vip. Veniva intervistato da radio e televisioni, si esprimeva con toni decisi in qualità di presidente della storica associazione Dhuumcatu di Torpignattara, nata nel 1992 e capace di raccogliere circa 8.000 iscritti. Nel 2020, pontificava spiegando che «la Capitale non è pronta ad accettare un consigliere come noi. Un nero, un Obama non lo ascolterebbe nessuno in Assemblea capitolina.
Non possiamo scegliere un immigrato, c’è ancora troppa discriminazione». Più di recente, qualche mese fa, la sua associazione ha firmato una lettera diretta al sindaco Roberto Gualtieri per chiedere che venissero nominati i rappresentanti delle comunità straniere in Consiglio comunale a Roma, come prevederebbe lo Statuto. Vicenda da cui è scaturita prima una diffida inviata all’amministrazione e poi un ricorso al Tar.
Nel frattempo, però, Siddique ha avuto qualche problema con la giustizia. Nel 2024 è stato arrestato e poi rinviato a giudizio per sequestro di persona a scopo di estorsione e lesioni aggravate. Avrebbe fatto sequestrare e pestare un connazionale che gli doveva diverse decine di migliaia di euro. Il problema è che il suo non è un caso isolato. Come rilevava ieri pure il Messaggero dopo avere sentito le autorità di polizia della Capitale, nella comunità bengalese c’è la tendenza a risolvere in autonomia le dispute personali e famigliari. Spesso facendo ricorso al sequestro di persona a scopo di ricatto. Il rapimento sarebbe dunque un metodo di «risoluzione delle controversie private». È facile comprendere che questo tipo di comportamento può funzionare solo se è accompagnato dall’omertà, cioè se nella comunità le persone stanno zitte e si fanno gli affari loro. Cosa che, fra i bengalesi, sembra essere la regola.
Non stupisce, allora, che sia complicato per le autorità rintracciare Shahadat Hossain, 43 anni, sospettato di essere l’autore della mattanza di Casalotti: avrebbe massacrato a colpi di mannaia Kamal Uddin Babul, 39 anni, sua moglie Jahan Hosne Momotay, 38 anni, e la figlia Islam Arowa, di appena 8 anni. Hossain è apparentemente ben inserito nella comunità, ed è pure esponente del partito nazionalista bengalese, dunque probabilmente gode di appoggi e contatti che gli sono tornati molto utili per fare perdere le tracce.
Questo è il contesto in cui si è consumato uno dei delitti più atroci dei tempi recenti. Ed è piuttosto singolare, benché non stupefacente, che non sia ancora stato affrontato con il dovuto sdegno il punto nodale della vicenda, cioè la questione migratoria. Sul caso della strage di Camaiore, dove un uomo italianissimo ha ucciso moglie e figlio, da giorni leggiamo titoli roboanti e commenti arrabbiati. Parlano i leader di sinistra e invocano leggi contro la discriminazione, chiedono cambiamenti culturali e sociali. Ma per l’ecatombe di Roma niente. Ci si concentra sui pettegolezzi che circolano fra i bengalesi, per esempio sulla possibilità che il killer fosse l’amante della donna che ha ucciso, quasi a sminuire o giustificare la gravità del fatto. Eppure, mai come in questa storia, sono evidenti le peculiarità culturali.
Siamo di fronte a una comunità numerosissima e chiusa, che ha creato a Roma (e non solo) un proprio ecosistema isolato. È possibile che il killer abbia ricattato e vessato per mesi le sue vittime prima di compiere la mattanza. Ma se nessuno parla e nessuno denuncia, l’epilogo tragico è quasi inevitabile. Tocca notare dunque che siamo davanti all’ennesimo crimine migratorio, compiuto da stranieri che vivono qui ma che stanno in un mondo a parte, amministrano la giustizia da soli e risolvono i problemi con la mannaia, o magari bruciando vivi i propri connazionali dentro un furgone come accaduto ai pakistani di Amendolara.
Ed è purtroppo piuttosto ovvio che a sinistra stiano tutti zitti. In questi anni il Pd e altre forze politiche capitoline hanno portato avanti un inteso dialogo con la comunità bengalese. In aprile, ad esempio, l’associazione Bimas (Bangladesh immigrants’ association Italy) ha organizzato un evento per il Ramadan alla presenza di Nicola Zingaretti. È un rapporto, quello fra i bangla e i dem, che dura da tempo. Le associazioni di stranieri sono più volte scese in piazza contro il razzismo, e spesso non hanno fatto mancare supporto alla sinistra per iniziative analoghe contro fascismo e discriminazioni.
Non è una novità: sui territori è molto frequente che le forze sinistrorse stringano accordi con le comunità straniere per garantirsi voti, e viene da pensare che talvolta siano portate a chiudere gli occhi di fronte alla chiusura e all’isolazionismo dei vari gruppi etnici. Tutto si può dire dei bengalesi, dopo tutto, tranne che siano assimilati. Se lo fossero, scovare certi criminali sarebbe più facile. E invece di aiutare i presunti killer, la comunità si renderebbe immediatamente disponibile a fornire informazioni precise alle autorità. Invece, come sempre, ci tocca scoprire che gli stranieri si sono creati una loro realtà sotterranea in cui vigono leggi diverse delle nostre. Regole talvolta molto brutali, di cui noi finora siamo stati costretti a pagare le conseguenze. A ogni delitto si finge sgomento, ma la vera causa alla base di tutto viene ogni volta ignorata: per quanto ancora dovremo tollerarlo?
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