La faida tra i figli di Del Vecchio fa male al colosso fondato dal papà
Leonardo Maria Del Vecchio (Imagoeconomica)

Uno spettacolo ricorrente nel capitalismo familiare. Va in scena quando una grande dinastia industriale smette di essere raccontata come modello di successo e inizia a comportarsi come una riunione di condominio con vista su banche, assicurazioni e qualche decina di miliardi.

Lo spettacolo oggi ha un indirizzo preciso: Lussemburgo, assemblea di Delfin. La cassaforte che raggruppa gli interessi degli eredi Del Vecchio.


Il clima è quello delle grandi tensioni. Quelle che non esplodono subito, ma si accumulano nel tempo. Sono passati quattro anni dalla morte di Leonardo Del Vecchio, e la successione non è chiusa: si è solo spostata di stanza. Con più avvocati, più banche e meno silenzi. Un tentativo di ricomporre la lite fra gli eredi.


Dentro Delfin non ci sono spiccioli da dividere tra fratelli. C’è il cuore del capitalismo europeo. EssilorLuxottica (circa 32%). Assicurazioni Generali (10,15%). Monte Paschi (17%), UniCredit (2,7%) Non una cassaforte. Un telecomando che accende e spegne pezzi di gran pregio del sistema finanziario europeo. Il problema? Quando il telecomando passa di mano tra più persone, qualcuno finisce sempre per cercare di metterlo in tasca. La proposta che ha acceso la miccia arriva da Leonardo Maria Del Vecchio: concentrare le quote acquistando quelle dei fratelli, salendo fino al 37,5% della holding attraverso Lmdv Fin. Per farlo servono circa 10 miliardi di finanziamento bancario. Qui la parola «fiducia» viene subito seguita da «garanzie». Tanto più che Leonardo Maria ha già debiti personali per 1,3 miliardi. Il consiglio non firma la lettera di patronage richiesta alle banche. L’atmosfera si scalda. Nel mezzo arriva una frase che riassume tutto meglio di qualsiasi report: «C’è in gioco la natura stessa e il futuro di Delfin».E quando si arriva a questo punto non è più un fatto tecnico. È una discussione esistenziale con Excel aperto.


Per mettere ordine, spunta una soluzione: tre commissari per l’audit. «Arbitri esterni» chiamati a ricordare a tutti che c’è una famiglia in lite furiosa, ma anche una holding che controlla pezzi pregiati di sistema finanziario.


I nomi sul tavolo – Lara Forte, Fabio Scoyni e Marco Talarico ex amministratore delegato della cassaforte di Leonardo Maria – danno l’idea di una cosa molto semplice: quando non si riesce a mettersi d’accordo serve qualcuno che tenga il fischietto. Poi arriva il vero tema da pausa caffè lunga: il buyback. Cioè Delfin che potrebbe riacquistare le quote degli eredi. Idea elegante se non fosse per un dettaglio: la cifra stimata è circa 20 miliardi. Troppi anche per una cassaforte ricca come Delfin. Per arrivarci dovrebbe vendere tutte le partecipazioni tranne Essilux. Nel frattempo, alcuni eredi potrebbero uscire, altri restare, altri ancora costruirsi la propria cassaforte personale (è già successo con Clemente e la sua Mhenthe). Insomma: la famiglia si allarga mentre la struttura cerca di restare compatta. Un equilibrio difficile. E quando sembrava già abbastanza, arriva la lettera di Rocco Basilico nato dal precedente matrimonio di Nicoletta Zampillo, seconda moglie di Leonardo Del Vecchio. Un rischio per il futuro della holding.


E qui si passa dal management alla miccia. Perché dentro la proposta c’è anche un’idea che ha fatto sobbalzare il tavolo: uno sconto del 25% su EssilorLuxottica.
Risposta ufficiosa, ma chiarissima: niente da fare.
Fuori dalla sala riunioni, il mercato semplifica tutto.
Il titolo EssilorLuxottica perde circa il 3%, con livelli vicini ai minimi recenti.
Non è panico. È qualcosa di più sottile: la Borsa che prende atto della faida familiare in corso.
E quando il mercato percepisce qualcosa di insolito abbassa il prezzo del biglietto.
Al centro di tutto non c’è una disputa tecnica su buyback, commissari o finanziamenti. C’è una cosa molto più semplice e molto più difficile: cosa diventa una grande famiglia industriale quando non ha più un solo centro di gravità. Una holding può essere un’architettura perfetta. Finché qualcuno la tiene ferma. Quando quel qualcuno non c’è più, resta una domanda che nessun bilancio risolve: si resta insieme perché si vuole o perché conviene? Il paradosso è tutto qui. Delfin è più forte che mai come peso finanziario. Ma più complessa che mai come equilibrio interno.
E come spesso accade nelle grandi storie italiane, il problema non è la ricchezza. È la gestione della ricchezza quando smette di avere un solo timoniere. Il resto – assemblee, lettere, commissari, buyback – è solo la traduzione elegante di una domanda molto semplice: «Chi decide, adesso?» E in questi casi, la risposta non arriva mai in assemblea. Arriva dopo. Quando i mercati hanno già fatto il loro commento.

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